«Di tutti gli sport, l’unico che ami veramente è la boxe», diceva Jack London. Non sappiamo se Giovanni Parisi, boxeur calabrese la cui storia è raccontata sul nostro giornale, conoscesse l’autore di Zanna bianca o avesse mai letto le sue cronache pugilistiche scritte per il New York Herald. È assai probabile, però, che ne condividesse l’opinione.
Il Rocky di Calabria
Parisi ha un destino comune ai moltissimi calabresi scappati da qui: gloria altrove, oblio nella sua terra. Dopo una carriera paragonabile per luce a quella di Benvenuti e Oliva, Parisi muore in un incidente e la città che lo aveva visto arrivare da migrante con la famiglia in cerca di una sorte migliore, ne ricorda ancora la bravura, il coraggio e la tenacia sul ring. A Voghera gli hanno intitolato uno stadio e come il Rocky Balboa cinematografico, anche una statua, per la verità più suggestiva di quella del film.
Philadelphia, la statua di Rocky Balboa in cima alla scalinata che percorreva per allenarsi nel film
Un appello per la sindaca Limardo
A Vibo, invece, non saranno in tanti a ricordarsi le sue prodezze sportive e solo due anni fa in consiglio comunale è stata avanzata la proposta di dare il nome del pugile a una strada cittadina. L’idea, però, ci risulta sia rimasta a dormire in qualche cassetto, quasi a voler prolungare la condanna all’indifferenza che la sua città ha riservato all’atleta. Sarebbe il caso di riscattare questo torto, sarebbe giusto che la sindaca di Vibo, Maria Limardo, desse il nome di Parisi a uno spazio significativo della città. Perché la Calabria è un posto strano: si inorgoglisce per record piuttosto improbabili, mentre è pronta a dimenticare chi, con la forza di un gladiatore e la velocità di Flash, sui ring del mondo ha portato la faccia piena di pugni di un terrone.
Siete mai stati terroni? Il vibonese Giovanni Parisi una volta sì, quando era povero. Poi, veloce come i suoi pugni, è diventato un campione, uno dei più grandi che lo sport italiano abbia mai avuto. E più veloce ci ha lasciati, schiacciato tra le lamiere lungo le strade di Voghera, la città che lo aveva adottato. Aveva 42 anni. Lassù, nella provincia pavese dove il piccolo emigrante calabrese aveva trovato in palestra il rifugio dalle frecciate degli altri ragazzi sulle sue origini, Giovanni Parisi è ancora un eroe.
Giovanni Parisi, oro olimpico a Seoul ’88 tra i pesi piuma
Oggi invece, pochi giorni dopo quello che doveva essere il suo 55esimo compleanno, di lui nella sua Calabria, nella sua Vibo, non restano che qualche sparuta traccia e sbiaditi ricordi. Eppure di questa terra – che oggi prova con dubbia grazia a intestarsi un briciolo dei successi di Marcell Jacobs celebrandone le estati rosarnesi – Giovanni Parisi resta il solo ad aver vinto una medaglia d’oro alle Olimpiadi moderne. Non solo: insieme a Nino Benvenuti e Patrizio Oliva (trionfatore però nell’edizione “dimezzata” di Mosca ’80) è l’unico pugile italiano ad avere aggiunto nella propria bacheca anche la cintura di campione mondiale, una volta passato tra i professionisti. Parisi di titoli iridati ne ha conquistati due, in altrettante categorie di peso differenti.
Un precedente illustre
Già, le Olimpiadi moderne. In quelle antiche, infatti, la Calabria se la cavava alla grande, tanto da potersi vantare di aver dato i natali a Milone da Crotone, probabilmente il più grande lottatore della sua epoca. Un uomo dall’appetito leggendario, come Michael Phelps, e che proprio come il plurimedagliato nuotatore statunitense aveva fatto incetta di allori olimpici imponendosi in sette edizioni tra il 540 e il 512 avanti Cristo.
La statua di Milone da Crotone esposta al Louvre di Parigi
Di omaggi a Milone, però, il mondo è pieno. La Coca Cola gli ha dedicato una cartolina inserendolo tra i grandi campioni della storia delle Olimpiadi. C’è una città nel Maine (USA) che porta il suo nome. Senza contare la statua di Puget al Louvre oppure quelle nello stadio di Olimpia e nello stadio dei Marmi a Roma. O, ancora, il fatto che a citarlo nelle loro opere ci siano autori del calibro di Shakespeare, Rabelais, Dumas padre e Balzac. E come si chiama uno dei principali appuntamenti per gli appassionati di lotta greco-romana? Trofeo Milone. Giovanni Parisi, invece, di tributi, specie in Calabria, non ne ha mai ricevuti abbastanza. Né dopo la morte, sic transit gloria mundi, né quando la sua stella brillava sotto i riflettori al centro del ring.
Un cartello di benvenuto a Milo (USA)
Da Vibo a Voghera
Giovanni Parisi nasce a Vibo il 2 dicembre del 1967 ma l’abbandona ancora bambino; sua madre Carmela vuole lasciarsi alle spalle un marito uccel di bosco e cercare fortuna al Nord. Ci prova prima a Pavia, poi a Voghera. Carmela non gode di buona salute ma si ammazza di lavoro, dovunque lo trovi, per sfamare i suoi tre figli. Gli anni ’70 passano e Giovanni ha sempre meno voglia di trascorrerli tra i banchi. Irrequieto, diffidente, non esattamente il beniamino di tutti a causa delle sue origini e delle ristrettezze economiche. Una volta salta fuori dalla finestra della scuola (per fortuna la classe è al pian terreno) per darsi alla fuga. Il modo di scappare da quella vita lo trova nella boxe, sport di poveri per poveri.
Il piccolo Giovanni in braccio a sua madre Carmela
Giovanni muove i suoi primi passi nella palestra di Voghera
Parisi e Locarno
Giovanni Parisi e il suo allenatore Livio Locarno
Un ultimo controllo ai guantoni prima di un incontro
Allenamenti in palestra
Giovanni salta la corda
Parisi durante un allenamento a Voghera
È il 1980 quando in palestra arriva quel ragazzo mingherlino, meno di cinquanta chili su un corpo sempre pronto a scattare. L’allenatore Livio Locarno, che negli anni successivi diviene quasi il padre mai avuto prima, lo chiama “nano” per temprarlo. Ma capisce presto che ha davanti uno di quei treni che, se va bene, passano una volta sola nella carriera. Il “nano” in realtà è un gigante. Di più: un campione. È velocissimo, disposto al sacrificio, con tanta fame e nessuna paura. E ha qualcosa che non tutti i pugili, anche tra i migliori, hanno: un pugno da K.O.
Lacrime e ananas
L’unica cosa che sembra poter fermare il ragazzo è l’ansia, che gli manda lo stomaco in subbuglio a ridosso di ogni incontro. Risolverà tutto con un semplice cracker mandato giù negli spogliatoi prima di infilare i guantoni. Da quel momento la strada per Giovanni Parisi si mette in discesa. Nel 1985 è campione italiano tra i piuma, titolo bissato un anno dopo tra i leggeri. Quando le Olimpiadi di Seoul si avvicinano, però, si rompe il metacarpo di una mano. È fuori dalla selezione azzurra in partenza per la Corea del Sud.
La nazionale italiana di boxe in partenza per Seoul ’88
Ritroverà un posto solo grazie a un infortunio identico al suo occorso al collega Cantarella. Ma Franco Falcinelli, il selezionatore della delegazione italiana, non vuole che partecipi nella sua categoria abituale. Per il c.t. la concorrenza lì è troppa, Giovanni Parisi deve dimagrire per tornare tra i pesi piuma, pena l’esclusione dalla squadra. Inizia una corsa contro il tempo: sacrifici, sudore e tonnellate di ananas per tenersi in forza ma perdere peso. Poi, improvvisa, la morte di mamma Carmela. Parisi, distrutto dal dolore, si mette in testa di dover vincere per lei, per restituirle tutto quello che gli ha dato. E si presenta puntuale e in forma smagliante all’appuntamento con la Storia.
Il bambino d’oro: Giovanni Parisi diventa Flash
I Giochi dell’88 rappresentano una delle pagine più buie di quel grande romanzo sportivo che è la Boxe. Restano negli annali per l’oro scippato al leggendario Roy Jones Jr, che dopo aver massacrato per tutto l’incontro il suo avversario Park Si-Hun, vede i giudici assegnare il match all’incredulo e malmesso pugile di casa. Ma nessuno può battere Giovanni Parisi, non ancora ventunenne, in quei giorni.
Il vibonese elimina gli avversari uno dopo l’altro. E quando sale per l’ultima volta sul ring gli bastano un minuto e 41 secondi per chiarire chi sia il campione. Il suo sinistro d’incontro si abbatte come un fulmine sul romeno Daniel Dumitrescu, che non riesce a rialzarsi. Con quel pugno a velocità supersonica Parisi fa suoi l’oro e un soprannome che si porterà appresso per il resto della carriera: Flash. Giovanni festeggia con una capriola poi le prime parole, i primi pensieri, sono per Carmela. E da quel giorno ogni volta che entrerà tra le sedici corde avrà al collo una mezzaluna d’oro su cui ha fatto incidere il nome della madre e la scritta “Seoul 88”.
Un giovane Parisi
Rino Tommasi porge il microfono al pugile vibonese
Parisi si impone su Fernandez
Il podio alle Olimpiadi dell’88
Parisi manda KO il suo avversario
Parisi agli esordi tra i professionisti
Giovanni con la medaglia dedicata alla madre e la cintura di campione del mondo
Parisi mostra la medaglia vinta a Seoul
Giovanni negli Stati Uniti
Flash in America
È ora di passare tra i professionisti. E Parisi anche lì fa scintille. Il primo incontro senza caschetto lo disputa nel 1989 proprio in Calabria, nell’ex Cgr di Melito Portosalvo, a rimarcare il legame indissolubile con la sua terra natia. Tre riprese e l’americano Kenny Brown finisce K.O.
Il titolo mondiale, invece, se lo aggiudica nella sua città d’adozione: il 25 settembre 1992 a Voghera manda a tappeto Francisco Javier Altamirano. La cintura di campione del mondo Wbo dei pesi leggeri è sua. La difende due volte, poi decide di lasciarla per passare tra i superleggeri.
Altamirano va giù e non si rialza, Parisi è campione mondiale
Vuole l’America, si trasferisce lì, entra a far parte della scuderia di un altro mito della boxe (e della truffa): Don King. Il promoter dai capelli elettrici in quegli anni è il dominus della Noble art e gli organizza la sfida dei sogni: a Las Vegas Giovanni Parisi proverà a strappare la cintura Wbc nientepopodimeno che a Julio Cesar Chavez. Il Toro di Culiacàn si rivelerà un osso troppo duro per lui. Parisi resta in piedi fino all’ultimo, ma la sconfitta ai punti è l’unico verdetto possibile. L’appuntamento col secondo titolo mondiale, però, è solo rimandato.
Giovanni Parisi torna in Calabria: la bomba a Vibo
Parisi torna in Europa e nel 1996 a Milano si prende la cintura Wbo dei superleggeri sconfiggendo il portoricano Sammy Fuentes. Decide di difenderla nella sua Calabria, in quella Vibo che ha dovuto lasciare da piccolo. L’accoglienza non è esattamente quella che si riserva al figliol prodigo. Le operazioni di peso si svolgono nell’Hotel 501, ma pochi minuti dopo a due passi dalla hall scoppia una bomba. «È il racket, escluso dall’incontro, che ha voluto farsi sentire in maniera rumorosa? O una premessa estorsiva ai titolari del grande albergo?», chiede Pantalone Sergi dalle colonne di Repubblica. Domande che resteranno senza risposta.
Il manifesto dell’incontro, poi spostato, in piazza San Leoluca a Vibo
Non è l’unico problema da affrontare per Parisi in quei giorni. Monsignor Onofrio Brindisi, parrocco del duomo cittadino, ha costretto gli organizzatori a spostare l’incontro da piazza San Leoluca alla periferia di Vibo. Secondo il prelato, disputarlo di fronte a una chiesa profanerebbe la sacralità del luogo. «Un’offesa alla cristianità? Spero – commenta Parisi – di far cambiare idea a monsignore. Vibo Valentia è la mia città natale e avevamo pensato di valorizzarla facendo ammirare in televisione le sue bellezze artistiche». Sarà per un’altra volta. Parisi sconfigge comunque l’inglese Nigel Wenton e festeggia tra i suoi corregionali. Sul ring dalle nostre parti, però, non risalirà più.
Giovanni Parisi festeggia la difesa del titolo sul ring di Vibo
Il lungo addio
Negli anni a seguire il pugile calabrese difende la cintura altre cinque volte, prima di doverla cedere al messicano Carlos Gonzalez. Prova a riprendersene una un paio d’anni dopo passando tra i welter, ma perde la sfida decisiva contro il portoricano Daniel Santos. Poi i problemi a quella mano che rischiavano di fargli perdere le Olimpiadi dell’88 ritornano, costringendolo a restare lontano dal ring per un paio d’anni. Annuncia più volte il ritiro, poi torna sempre, spinto dalla passione. Ha un’ultima grande chance, prendersi il titolo europeo dei welter contro il francese Frederic Klose. Subisce una batosta, le immagini di suo figlio che piange a bordo ring conquistano le pagine dei giornali. E lui, dicendo addio a quella boxe che gli aveva dato tutto strappandolo alla povertà, dedica al bambino una struggente lettera dalle colonne della Gazzetta dello Sport. È il 2006.
Nemo propheta in patria: la Calabria e Giovanni Parisi
Il 25 marzo del 2009 sulla circonvallazione di Voghera una BMW si schianta poco prima dell’ora di cena contro un furgone. Tra i rottami dell’auto c’è il corpo di Giovanni Parisi. Lì dov’era stato terrone, ora tutti piangono quello che considerano da tempo il loro campione. Danno il suo nome allo stadio e nel decennale della sua morte gli dedicano, col supporto della Rosea, una statua che lo ritrae mentre esce da una pagina del giornale per sferrare uno dei suoi formidabili pugni.
Voghera, la presentazione della statua dedicata a Giovanni Parisi
Vibo, invece, fatica a ricordarlo. Ci provano i tifosi, che di recente hanno realizzato anche un bel documentario dal titolo Flash – La storia di Giovanni Parisi, un po’ meno le istituzioni locali. Certo, c’è ancora la decrepita targa che ricorda l’intitolazione di una struttura nel 2011 al pugile scomparso. Deserta la messa celebrata in suo onore nel 2016. A fine 2020 dal Comune arriva l’annuncio che, su proposta del pentastellato Marco Miceli accolta all’unanimità dagli altri consiglieri, una delle tredici “via Roma” presenti in città diventerà “via Giovanni Parisi”. Due anni dopo pare siano ancora tutte e tredici lì. Quella strada, dichiarava Miceli, avrebbe dovuto «essere da esempio e da stimolo per le nuove generazioni vibonesi, affinché credano nei propri sogni, trovando la forza di non mollare mai». Forse conviene la cerchino altrove, a Voghera magari.
Come ogni anno Il Sole 24 Ore ha pubblicato il suo report sulla qualità della vita nelle 107 province italiane. E come ogni anno quelle calabresi si ritrovano nei bassifondi della classifica. Fanalino di coda, 107esima su 107, è infatti Crotone. Ma le altre quattro rappresentanti della Calabria non vanno molto meglio. Vibo si piazza al 103esimo, Reggio una posizione più su, Catanzaro 96esima. Cosenza, la meglio piazzata, tiene alto il nomignolo della regione alla posizione numero 95.
Il quotidiano di Confindustria analizza la qualità della vita attraverso sei macrocategorie, suddivise a loro volta in molteplici indicatori. Ma da qualsiasi punto si analizzi la classifica è impossibile non notare come, invece di progredire, i nostri territori registrino un arretramento.
Qualità della vita a Cosenza
Prendiamo il caso di Cosenza, punta di diamante della regione alla luce dei risultati. La provincia bruzia peggiora in 5 categorie su 6. Rispetto all’anno precedente scende di due posizioni in classifica per quanto riguarda Ambiente e servizi (ora è 58esima), Cultura e tempo libero (posizione n°98). Si ritrova 103esima per Ricchezza e consumi, prima era cinque posti più su, e 80esima (da ex 71esima) nella categoria Demografia e società. Precipita di ben 44 posizioni in classifica (ora è 85esima) anche in quella Giustizia e Sicurezza anche per l’incapacità di riscuotere i tributi dei Comuni che la compongono. In questa specifica sottocategoria, infatti, è la terzultima in tutta Italia.
Si registra, al contrario, un bel balzo in avanti nella classifica che riguarda il settore Affari e lavoro. In questo caso la provincia di Cosenza guadagna 16 posizioni rispetto all’anno precedente, grazie anche a una percentuale sopra la media nazionale per quel che riguarda l’imprenditorialità giovanile. Ma anche qui c’è poco da esultare. Cosenza, infatti, anche nella sua performance migliore tra le 6 macrocategorie non va oltre l’80° posto in classifica.
I dati di Catanzaro
A Catanzaro, invece, si può festeggiare per i pochi furti negli appartamenti: solo in altre tre province italiane ne denunciano meno. Va molto peggio nei tribunali però, con la provincia che si piazza al penultimo posto nazionale per durata delle cause civili e i reati legati a stupefacenti; quartultima invece per la quota cause pendenti ultratriennali, con una durata media che è due volte e mezza quella del resto d’Italia. La provincia del capoluogo regionale comunque può essere soddisfatta rispetto al recente passato. Migliora infatti in tre macrocategorie: Affari e lavoro (50°; + 20 rispetto al 2021), Ambiente e servizi (41°; + 10) e, seppur di poco, Cultura e tempo libero (95°; + 2). Sarà, in quest’ultimo caso, per le 8,8 librerie ogni 100mila abitanti, contro le 7,7 della media nazionale.
(foto Antonio Capria)
Reggio Calabria, la più lenta nei pagamenti
A Reggio Calabria invece le fatture si pagano più tardi che in tutto il Paese: se altrove la media è di 10 giorni oltre i canonici 30 usati come indicatore, sullo Stretto il tempo extra sale a tre settimane. Certo, la provincia reggina è tra quelle più soleggiate (15°), ma l’apporto al clima di Madre Natura contrasta con il terzultimo posto nella categoria Ambiente Servizi (l’anno scorso era 25 posti più su in classifica). Reggio è terzultima anche per quel che riguarda Cultura e tempo libero, addirittura un gradino più giù se si parla di Ricchezza e consumi.
Nubi minacciose sull’Arena dello Stretto a Reggio Calabria
Sale invece di ben 40 posizioni (ora è 58esima) nel settore Affari e Lavoro, nonostante sia 101esima per tasso di occupazione. Sale anche di 23 posizioni, piazzandosi 52esima, in Giustizia e Sicurezza. Anche qui pesa parecchio la lunghezza delle cause in tribunale, così come il numero altissimo di cause civili, circa il 40% in più che altrove.
Vibo Valentia non è una provincia per donne
Vibo invece è la migliore d’Italia per imprenditorialità giovanile sul totale delle imprese registrate, ma anche la peggiore di tutte quando si parla di qualità della vita per le donne. Paradossale, inoltre, che la provincia della Capitale del libro si piazzi nei bassifondi quando si parla di Indice di lettura (87°), Offerta culturale (105°) e librerie (7,3 ogni 100mila abitanti, in Italia la media è di 7,7). In più è la seconda provincia del Paese per numero di estorsioni, quella col maggior numero di cause pendenti ultratriennali e con le cause civili che durano di più. Il valore, in quest’ultimo caso, è di 1.453, in Italia si ferma a 561,9.
L’insegna sbagliata con cui Vibo si è celebrata “Città del libro”
Anche il Vibonese, nonostante tutto, può comunque festeggiare per la qualità dell’aria (19°), uno dei dati che gli permette di risalire 14 posizioni, piazzandosi 78° in Ambiente e servizi. E, anche se non esistono o quasi start up innovative sul territorio, anche in Affari e lavoro la classifica segna un sontuoso +49 nel settore Affari e lavoro: ora Vibo è 52esima, l’anno scorso era 101esima.
Qualità della vita, Crotone ancora nei bassifondi
Infine Crotone, che si conferma fanalino di coda nazionale. Da qui sono in tanti a scappare, il decuplo che dal resto d’Italia: la provincia pitagorica è 107esima per saldo migratorio totale. Ma Crotone è anche ultima per Depositi bancari delle famiglie consumatrici e Spesa delle famiglie per il consumo di beni durevoli. È anche il territorio con la percentuale più alta di beneficiari del reddito di cittadinanza.E poco importa che qui le case costino in media 1000 euro in meno al metro quadro rispetto al resto del Paese.
Crotone e la sua provincia sono anche il posto dove si studia meno: ultima per numero di laureati (o con altri titoli terziari), penultima per anni di studio tra la popolazione over 25, quart’ultima per persone con almeno un diploma. Chi non studia, però, ha poco da fare nel tempo libero: pochissime librerie (104°), palestre e piscine (106°), ancor meno spettacoli (107°). In compenso gli amministratori pubblici sono tra i più giovani del Paese (4°), nonostante da queste parti si registri la più bassa partecipazione elettorale d’Italia. Qui almeno, però, le cause civili durano meno della media (57°). E in mancanza di altri svaghi si passa il tempo tra le coperte: in sole tre province italiane le donne partoriscono prima che a Crotone, dove l’età media delle neo-mamme si attesta a 31 anni, contro i quasi 32 e mezzo del resto d’Italia.
Giustizia lumaca, pirata della strada, incidente e lesioni gravissime (e in parte permanenti), sofferenza, sacrifici, coraggio, perseveranza. Poi il lieto fine, seppur in enorme ritardo. Un giovane calabrese ha impiegato oltre vent’anni per avere il risarcimento che gli spettava. Ora, finalmente, la sentenza della Corte d’Appello di Catanzaro che ha chiuso la fase di merito del contenzioso civile: oltre 500mila euro il risarcimento per lui e oltre 80mila quello per sua madre. Tutti per un terribile incidente stradale di cui era rimasto vittima per colpa di un pirata della strada nel lontano 2002.
Un caso da record perfino per l’Italia
A volte la giustizia è veramente lenta, specialmente quella civile. Secondo i dati Cepej del Consiglio d’Europa, nel 2019, quella italiana è stata la più lenta di tutti gli altri Paesi membri. L’andamento migliora, ma resta sempre ancora, mediamente, al di fuori della “legge Pinto”, sulla eccessiva lungaggine dei processi in Italia e per cui si può chiedere un risarcimento allo Stato. Quando si parla di processi civili, infatti, i dati riportano una durata media complessiva dell’intero giudizio pari a 2.655 giorni (più o meno sette anni e tre mesi). Non a caso la riforma della Giustizia in Italia è quasi sempre al centro del dibattito politico. Ma il caso di questo ragazzo di San Gregorio d’Ippona, nel Vibonese, batte tutti i record purtroppo.
Il pirata della strada scappa via
Il giovane nel 2002 si trovava a bordo del suo scooter, era spensierato come solo a 20 anni si può essere, e stava per rientrare a casa in una calda sera d’agosto. All’improvviso lo colpiva un’autovettura non identificata che stava procedendo, in fase di sorpasso, nello stesso senso di marcia a velocità sostenuta. Come emerge dalla sentenza pubblicata dalla Corte d’Appello di Catanzaro il 30 novembre scorso, il suddetto veicolo nell’impegnare una curva a sinistra ha slittato. travolgendo lo scooter.
Il violento impatto ha sbalzato dalla sella il giovane. facendolo cadere addirittura in un dirupo sottostante in località Carreri, sulla SS 182. Dopo i primi soccorsi da parte di alcuni automobilisti e di un pastore del luogo, il ragazzo è stato trasportato in auto al Pronto soccorso dell’ospedale di Vibo Valentia. Poi lo hanno trasferito d’urgenza nel reparto di neurologia dell’ospedale Annunziata di Cosenza. Lì i medici gli hanno diagnosticato una «tetraplegia c3 e c4 ed insufficienza respiratoria da trauma midollare».
Odissea tra ospedale e tribunali
Per tali lesioni il ragazzo è rimasto in ospedale 560 giorni di fila. Della macchina che lo aveva travolto, però, nessuna traccia. Chi guidava quell’auto è scappato via senza prestargli soccorso ed è tuttora ignoto. E qui all’odissea ospedaliera del ragazzo e sua madre si è aggiunta un’altra infinita battaglia contro la Giustizia, terminata solo nei giorni scorsi dopo oltre 20 anni.
Il tribunale di Vibo in primo grado rigetta il ricorso contro il Fondo per le vittime della strada, a cui aveva richiesto il risarcimento per i danni subiti non conoscendo il nome di chi lo aveva investito stravolgendogli la vita. Era il 2019, la causa era iniziata nel 2012. Oltre al danno, la beffa. Ma il ragazzo, la madre e l’avvocato Francesco Damiano Muzzopappa non si sono arresi. E hanno proposto appello avverso quella sentenza, ritenendola assurda. Finalmente lo spiraglio di luce, per quanto tardivo, è arrivato nei giorni scorsi. Lapidari i giudici di secondo grado, Ferriero, Raschellà e Scalera. Si legge infatti in sentenza: «Il Tribunale di primo grado muove da premesse erronee e perviene a conclusioni altrettanto erronee».
Il pirata della strada è sparito? Paga il Fondo
Altri tre anni di udienze, perizie mediche e tecniche, testimonianze. Infine, le parole tanto attese: «La Corte d’Appello condanna l’assicurazione del Fondo di garanzia per le vittime della strada a pagare al ragazzo la somma totale di 530mila euro a titolo di danno biologico permanente e di 27mila euro a titolo di invalidità temporanea oltre interessi legali; condanna l’assicurazione al pagamento nei confronti della madre del ragazzo a titolo di risarcimento del danno non patrimoniale della somma di 81mila euro oltre interessi». I giudici di secondo grado hanno anche condannato l’assicurazione al doppio delle spese legali e di giudizio, per circa 50mila euro.
Meglio tardi che mai, ma è una magra consolazione.
Scalfari è morto: viva Scalfari. Quando se ne va l’ultimo illustre vegliardo del giornalismo italiano, l’estremo saluto dev’essere all’altezza. In questo caso, deve ricordare la formula funebre dell’Ancien Régime.
Già: come tutti i direttori di giornale che si rispettino, Scalfari fu un monarca. E lo fu in maniera assoluta. Aggressivo nella sostanza ed elegante nelle forme, l’ex direttore e fondatore di Repubblica (e prima ancora de l’Espresso), aggiungeva ai difetti del giornalista una matrice particolare: la calabresità.
Scalfari calabrese di ritorno…
In Calabria, Scalfari visse pochino: giusto gli ultimi anni della Seconda guerra mondiale. E di sicuro non per sua volontà. L’occupazione angloamericana a Sud aveva senz’altro dato sollievo alle popolazioni. Ma aveva pure scatenato una crisi economica enorme. La cosiddetta “Am-Lire”, cioè la cartamoneta stampata a profusione dal governo militare alleato, aveva innescato un’inflazione spaventosa e bruciato tutti i risparmi. Specie quelli investiti in titoli di Stato.
Come quelli di papà Pietro, originario di Vibo.
Il giovane Eugenio Scalfari
La famiglia Scalfari fu quindi costretta a riparare in Calabria per sbarcare il lunario. Lo stesso giornalista rievoca quest’esperienza in Breve storia di un padre, un racconto biografico pubblicato su l’Espresso nel 2017.
Scalfari fascista ma non troppo
Gli Scalfari erano la classica famiglia “perbene” o, se si preferisce, notabile.
Il nonno Eugenio fu professore al ginnasio e, guarda un po’, a sua volta giornalista. Il bisnonno Pietro Paolo fu una personalità di spicco del Risorgimento (aprì le porte della città a Garibaldi).
Papà Pietro era un personaggissimo: eroe della Grande Guerra e poi legionario con D’Annunzio a Fiume, si barcamenò come direttore di Casinò.
Ma era anche coltissimo e trasmise al figlio l’amore per i libri e la scrittura.
Come tutti i giovani promettenti, Scalfari si iscrisse al Pnf e proprio negli organi di partito iniziò la gavetta giornalistica.
Questa scelta, comune a tanti grandissimi giornalisti (Montanelli e Bocca su tutti) non deve meravigliare. Il fascismo, rispetto agli altri regimi autoritari, ebbe una sua particolarità: fu fondato da un giornalista. E, pur censurandola a botte di veline, mantenne una certa sensibilità verso la carta stampata, più per esigenze di propaganda che per (improbabile) amor di libertà.
Giulio De Benedetti, direttore de La Stampa e suocero di Scalfari
Eugenio liberale e poi radicale
Finita la guerra e trasferitosi a Roma, il giovane Eugenio entrò in banca. Ma, tra un deposito e un assegno, scriveva. Eccome, complice anche il matrimonio azzeccato con Simonetta De Benedetti, figlia di Giulio, celebre direttore de La Stampa. Aderì prima al Pli e poi partecipò alla fondazione del Partito radicale. Ma per lui la politica era soprattutto una questione di comunicazione. Infatti, la fece sui giornali che diresse, a partire da l’Espresso.
Scalfari e i golpisti
Con l’Espresso, Scalfari ebbe la sua prima medaglia: una condanna a quattordici mesi per aver diffamato il generale Giovanni de Lorenzo. La condanna resta tuttora controversa, visto che fu emessa a dispetto della richiesta di assoluzione avanzata dal pm, il celebre Vittorio Occorsio.
Ci riferiamo, va da sé, al dossierone sul Sifar e sul Piano Solo, un mega sputtanamento confezionato da Lino Jannuzzi.
Il generale Giovanni de Lorenzo
Allora la galera i giornalisti la facevano per davvero (ne sapevano qualcosa Giovannino Guareschi e Giorgio Pisanò). Ma a favore di Scalfari e Jannuzzi intervenne il Psi, che portò i due in Parlamento, dotandoli dell’immunità.
Repubblica
La Repubblica di Scalfari è una delle più geniali intuizioni del giornalismo italiano. Fondato nel 1976, fu il primo grande quotidiano della sinistra.
In questo caso, si parla di quotidiano indipendente, cioè non subordinato al Pci e ai suoi satelliti. Fu una botta di fortuna, propiziata anche dal grande fiuto del fondatore. Scalfari, infatti, capì che mancava un organo a una fetta vasta di opinione pubblica, di sicuro sinistrorsa ma non disposta a prendere l’Unità per Vangelo.
Eugenio Scalfari negli anni d’oro di Repubblica
Complice una grande squadra di cronisti giudiziari e di notisti politici, il nuovo quotidiano prese il volo. La formula era semplice ma efficace: Scalfari e i suoi riprendevano le inchieste dei giornali d’assalto (Paese Sera e L’Ora di Palermo, per capirci) ma senza l’ombra del comitato centrale comunista. Repubblica dialogò con un pubblico enorme, che andava dalla sinistra liberale a quell’area filocomunista che considerava Berlinguer un messia. E sfondò.
Il giornale chiesa
Secondo molti, Repubblica fu un giornale-partito. Ma questa definizione è sbagliata per difetto: Scalfari, in realtà, aveva fondato una Chiesa.
Laica, a tratti atea come si dichiarava il suo fondatore, ma pur sempre chiesa. Sulle colonne di questo giornale prese forma il sinistrese politicamente corretto, che sopravvisse a tutti i traumi della sinistra. Grazie a questa formula, Scalfari si prese il lusso di dichiarare prima guerra a Craxi e poi a Berlusconi, per esempio. E di vincerla sempre. Tangentopoli non sarebbe stata Tangentopoli se prima non ci fosse stato il lungo lavorio di Repubblica, che fece scuola anche tra molti giornalisti che a Repubblica non misero mai piede. Idem per Berlusconi, che pure riusciva a parare i colpi col suo impero editoriale.
L’anti giornalista
Fazioso ma non per conto terzi, autoreferenziale e un po’ arrogante, Scalfari per molti versi può essere definito un anti giornalista.
Fanno fede, al riguardo, gli articoli lunghissimi, i periodoni un po’ manzoniani e un po’ barocchi e l’autocompiacimento, che arrivava alla scrittura in prima persona. Roba che per molto meno Montanelli avrebbe sparato.
Eppure Scalfari, nonostante ciò, ebbe un successo smodato e divenne un riferimento. Tant’è che i lettori di giornali si possono dividere in tre categorie: quelli che riuscivano a capire Scalfari, quelli che lo leggevano comunque e quelli che lo detestavano.
Anche in età da pensione il Nostro si tolse una soddisfazione per cui dozzine di giovani, anche più atei di lui, venderebbero l’anima: un dialogo privilegiato con papa Francesco.
Papa Francesco, l’ultimo illustre intervistato (e un po’ vittima) di Scalfari
Un dialogo strano, fatto di smentite vaticane e di abbracci pontifici. Scalfari veniva accusato di mettere in bocca al papa cose mai dette e ciononostante, continuava a intervistare Bergoglio come se nulla fosse.
Scriveva come gli pareva (benissimo per un intellettuale, non troppo per un giornalista) e faceva comunque opinione. Insomma, essere Scalfari è il secondo desiderio di un giornalista ambizioso (il primo è avere un articolo 1 al Corriere della Sera).
E allora che dire? Scalfari è vivo e lotta con noi. E tutto il resto è fuffa.
Tropea d’estate è caput mundi del turismo calabro. La meta più cercata.
Te ne accorgi dalla frequenza delle targhe di auto tedesche e straniere. Dal traffico che intasa la Ss 18 verso Pizzo Calabro. Intorno scorre il paesaggio sinistro e desolato della zona industriale, dopo il porto di Vibo Valentia.
Del sogno della fabbrica restano i cocci, le scorie indigeste: la Nuovo Pignone, la sagoma tetra dell’Italcementi, le ciminiere di Snam e Agip, capannoni dismessi e arrugginiti. Poi restringimenti e interruzioni mal segnalate, la strada impolverata, i resti delle frane e delle distruzioni dell’alluvione di Bivona del luglio del 2006. Ferite vive inferte al territorio, mai medicate.
La riva sotto il sole
Superato lo sfacelo di Bivona, c’è un altro bivio che indica Tropea. La statale si dirada e in qualche tratto torna gradevole. Fino a quando gira a mezza costa e si bagna della luce accecante del mare di Parghelia. Che dal greco significa “riva sotto il sole”.
Tropea si fa aspettare ancora, preceduta dai grandi alberghi nascosti dai recinti nella macchia verde che si avviluppa sopra la scogliera, dai resort di lusso affacciati su alti dirupi marini: i panorami più belli della Costa degli Dei.
Poi all’improvviso la rupe di tufo spugnoso. Il borgo fitto aggrappato sul mare davanti allo scoglio del monastero dell’Isola, la chiesa della Michelizia, le balconate barocche dei palazzi aristocratici, le vecchie case torreggianti tarlate dal salmastro.
La Tropea di Escher
Da lontano Tropea sembra ancora la gemma preziosa di un Mediterraneo da favola immortalata nella litografia di Maurits Cornelis Escher.
Il grande artista olandese autore della Casa delle scale, l’immagine inquietante che Einstein elesse a simbolo della sua teoria della relatività generale.
Escher arrivò qui nel 1931 e davanti al mare del mito scoprì Tropea. Incantato dal panorama dedalico e decadente dedicò a Tropea una magnifica veduta dal vero, degna delle sue più stralunate costruzioni fantastiche.
Tropea raffigurata da Escher
La metamorfosi del turismo
Oggi Tropea vive un’altra metamorfosi: quella del turismo.
Sempre molti i nordici e gli stranieri, Tropea oggi è piena di rumori, di giovani e di fretta. Disco-Bar e ristoranti alla moda aperti sul corso e nei vicoli del centro storico fino all’alba.
Per i più esigenti c’è ancora il Pim’s, incastonato in un vecchio palazzo sulla rupe. Era il locale stile dolce vita di Raf Vallone, nato e cresciuto qui, gloria tropeana.
Una finestra orlata da un merletto di tufo racchiude il più bel panorama di Stromboli, ed è la meta preferita dei vip di passaggio. Il porticciolo turistico da cui si salpa per un’ora di mare verso le vicine Eolie, d’estate è piano di barche milionarie.
Raf Vallone, Sophia Loren e Vittorio De Sica sul set de “La Ciociara”
Nella penna di Berto
Non lontano da Tropea altre tracce ricordano la parabola di un grande scrittore italiano. Uno che molto amò e scrisse di questi luoghi, quando però tutto era ancora scomodo e selvatico. Giuseppe Berto scoprì con anticipo la meraviglia di Capo Vaticano e questo spicchio di Calabria tirrenica, appena intravista dai finestrini di un treno.
Lo scrittore veneto se ne innamorò fanaticamente, come qui può fare solo un forestiero, uno straniero. Tanto che finì per abitare e scrivere sei mesi all’anno nei paraggi del paesino, allora disperso, di Ricadi.
Berto a Ricadi si trasformò in una specie di agrimensore della psiche e scelse un luogo isolato, a picco sulle rocce. Il lembo estremo del belvedere ventoso in cima allo strapiombo di Capo Vaticano, una delle formazioni geologiche più antiche del mondo. Era il fatale promontorio dei vaticini custodito da un oracolo.
Tropea, Capo Vaticano e la sibilla
La sibilla che gli antichi e i naviganti dei tempi omerici consultavano prima di affrontare Scilla e Cariddi.
Davanti solo la maestà delle Eolie e «infinite visioni di mare». Berto costruì lì con le sue mani un suo piccolo buen retiro. Una casa minuscola, «un rifugio di pietre», e tra le pietre e i fichi d’india «un pezzetto di terra, giusto per farne un orto». La casa di Berto a Capo Vaticano c’è ancora. Un cancello di ferro e un muro bianco vicino al faro. Tutto il resto dopo qualche decennio si è mostrificato, come dentro le metamorfosi visionarie e malate incise da Escher.
Il faro di Capo Vaticano
Una casbah ’nduja e cipolla
Intorno adesso è tutto un formicaio. Un assedio di autobus, di turisti in ciabatte, di venditori improvvisati di ’nduja e cipolla rossa.
L’intero pianoro di Capo Vaticano è un dedalo di strade effimere e senza nome che si perdono nel nulla, un eclettismo da nomenclatura turistica lussureggiante di tabelle per resort, villaggi turistici, alberghi, residence.
Ovunque scheletri di cemento, l’incubo del non-finito tra i campi di terra rossa ferrigna e gli uliveti impolverati, villette, speculazioni rampanti e abusi di ogni genere.
Meno male che Berto nel frattempo è morto (1978). Si è risparmiato grandi dolori. Morto prima di vedere quello che hanno combinato quaggiù i continuatori e gli eredi di quel suo paradiso.
Cosa resta di Berto
Berto uomo e scrittore, oltre alla casa dell’anima sul costone del promontorio e un premio letterario a lui intitolato, qui ha lasciato una memoria declinante.
Ormai lo ricordano in pochi. Per alcuni resta un incompreso. E, come per tutti i miti, controverso. Qualcuno lo ricorda distante, tenebroso e ostile. Altri, invece conservano un bellissimo ricordo dello scrittore: appartato ma sempre gentile, confidente e alla mano con tutti.
Un momento dell’ultima edizione del Premio Berto
Il ricordo della barista
Ho incontrato una donna del posto che dagli anni ’50 ha il bar della frazione di San Nicolò, dove c’era l’unico telefono pubblico della zona. «Ogni volta che Berto veniva qui e parlava dal telefono pubblico con la gente del cinema e con quelli di Roma, lasciava aperta la porta del gabbiotto. Lo sentivamo sempre dire col suo bell’accento veneto, «Sai da dove ti chiamo? Io sono nel Paradiso, in Calabria, a Capo Vaticano, nel posto più bello del mondo».
Già allora Berto qui combatteva, inascoltato e irriso, le prime battaglie ambientaliste per conservare e difendere la bellezza, la terra e il mare di questi posti millenari azzannati dal cemento.
Berto, un reazionario illuminato a Tropea
Berto ai suoi tempi fu scrittore controcorrente, noto per le sue polemiche contro la modernità.
Da reazionario illuminato identificava proprio nei calabresi dei tempi nuovi il prototipo italico di un fanatismo dello sviluppo acritico e funesto. Un fanatismo tipico degli immemori e dei nichilisti impegnati nella dissacrazione e nella distruzione di ogni patrimonio ereditato dal passato: «L’antica civiltà contadina, che si era tenuta in piedi sugli stenti, è crollata di colpo: al suo posto non è nata alcun’altra civiltà, è rimasto un vuoto di valori le cui manifestazioni visibili, sono, a dir poco, incivili. La conoscenza dell’alfabeto, se non diventa cultura, dà forza all’ignoranza, e la disponibilità di mezzi rende più potente il disonesto, il furbo. Ora, la civiltà contadina era sì miseria, ma era anche grandissima onestà e nobiltà d’animo popolare, quasi una sacralità che la gente povera esprimeva nel parlare, nel gestire, nel coltivare un campo, nel costruire un muro o una casa. I risultati di quella civiltà, sia nel fare che nel preservare, erano arrivati fino a noi: un patrimonio proprio come capitale, la povertà degli antenati che finalmente diventava ricchezza per i posteri, preziosa materia prima, in quantità incredibile. I calabresi si sono messi con grande energia e determinazione a distruggerla. In questo sono infaticabili e, a modo loro, geniali».
Berto con il suo cane Cocai
Il riposo
Berto, veneto di Mogliano, scelse di vivere qui, lontano dai clamori, in una sorta di grazia angosciosa gli ultimi vent’anni della sua vita. Ha voluto farsi seppellire a Ricadi. Anche da morto voleva restare davanti allo spettacolo del suo paradiso a picco sul Tirreno. Voleva farsi seppellire come un vecchio aedo omerico sotto le radici di un olivo millenario della sua casa, sul promontorio degli oracoli. Ma non fu possibile.
Lo scrittore ha una tomba nel minuscolo cimitero di San Nicolò, in mezzo ai sui vicini, gli amati e odiati calabresi. Il cimitero è poco più giù del baretto. Non è indicato nella segnaletica. Mi aiuta solo la signora del bar: «Vedete che adesso la tomba giusta la trova. Non si può sbagliare. È l’unica a terra, senza lapide. C’è cresciuto un cipresso».
Abusivi e kitsch: i vivi come i morti
Sono ritornato nel recinto del cimitero di Ricadi per la quarta volta: la tomba e lì. Il cipresso, stretto e scuro come una lancia, è cresciuto nella sepoltura e svetta oltre il muro di cinta. Niente cappelle, niente lapidi di marmo, nessuna retorica del ricordo. È in un cantone di questo cimitero di campagna, che sembra anch’esso un tempio all’abusivismo. Cappelle esagerate e kitsch, colombari non finiti, tombe divelte e fatiscenti come le costruzioni di cemento affastellate qui intorno.
Vivi e morti. Stesso stile. Case dei vivi e dimore dei morti qui si somigliano. Costruzioni identiche. Questa involontaria Spoon River della indecenza mortuaria sembra solo un trasloco all’altro mondo, fatto troppo in fretta.
La tomba di Berto
Un caos colonizzatore in mezzo alla natura mai doma che in questo recinto dei morti sembra già sul punto di poter ingoiare tutto.
Gli abusi edilizi, gli ingombri del cemento che anticipano i segni corrivi di una storia che qui, morto Berto, non ha mai smesso di correre verso la “modernità”.
Questa storia non si concilia con la bellezza che appassiona e turba, con la frugalità meridiana di un tempo, con le tracce millenarie di memoria lasciate su questa terra antica.
Cascami di un’onda di cemento che pare inarrestabile. Come quelli che ormai quasi tolgono il respiro alla casetta francescana e minimalista costruita da Berto davanti all’orizzonte fatidico del Tirreno.
Invece Berto è davvero lì per terra, sulla terra nuda, in un recesso dimenticato del piccolo cimitero sotto il sole di San Nicolò. Riposa al bordo del recinto dei morti, appartato, sotto il muro che delimita il camposanto. È lì sotto, aggrappato alle radici di un cipresso scuro che gli fa un po’ d’ombra magra. Intorno solo un mucchietto di sassi di mare a fare da cornice.
Un disegno infantile
La tomba di Giuseppe Berto nel cimitero di San Nicolò di Ricadi
Ma sembra anche questo un disegno infantile, impreciso, svogliato.
Sopra ci cresce liberamente un prospero groviglio selvatico e profumato di gerani e di erbacce. Un desiderio originale di confondersi con la terra stessa, con l’oblio di questa riva atroce ed esaltante che già allora cominciava sommergere tutto, i vivi e i morti.
Questo, come il luogo essenziale dei suoi ultimi tempi, davanti al mare, sotto quel cielo magnifico e implacabile, sempre presente, alla fine amato più del resto del mondo.
«Penso che dopotutto questo potrebbe andare bene come luogo finale della mia vita, e anche della mia morte». Così Berto ha scritto di Capo Vaticano ne Il male oscuro. Non disturbiamolo oltre. Solo una larga scheggia di legno ruvido e consunto, simile nella forma alle lapidi musulmane, ricorda chi sta sotto il cipresso. C’è il nome, raschiato a malapena con un chiodo. Appena visibile: Giuseppe Berto. Più in basso, piccole, quasi illegibili e scorticate, due date: 1914-1978. Nient’altro.
Il centrodestra calabrese ha scelto i cavalli sbagliati su cui puntare alle Amministrative di questi ultimi tre anni. Nonostante abbia “sbancato” per due volte di seguito alle Regionali, nei capoluoghi di Provincia “roccaforti” della destra, come Cosenza e Catanzaro, ha ceduto lo scettro a coalizioni di sinistra. Certo, alla gauche non sono mancati “aiutini” dal campo avverso. Ora “sottobanco”, ora con litigi, divisioni e ripicche. Protagonista, in entrambi i casi, un notabilato che inizia ad arrancare in vista delle Politiche. Saranno queste ultime a rappresentare la vera resa dei conti interna al centrodestra in corso da mesi.
La carta del “Papa straniero” a Reggio
Quasi due anni fa il tavolo nazionale del centrodestra vedeva Matteo Salvini, forte del vento in poppa e del voto d’opinione raccolto alle Regionali calabresi del 2020, puntare i piedi per realizzare un sogno: avere un sindaco leghista a Reggio Calabria. Fumo negli occhi per il deputato azzurro Francesco Cannizzaro. Quest’ultimo bramava di piazzare un suo uomo, invece ha dovuto subire il “Papa straniero” Nino Minicuci, originario di Melito Porto Salvo e già direttore generale del Comune di Genova. Ed è proprio in Liguria che Minicuci ha trovato i suoi maggiori sponsor politici, dal segretario regionale della Lega, Edoardo Rixi, al presidente di Regione, Giovanni Toti.
Antonino Minicuci
Vantava una notevole esperienza tecnica Minicuci. Però non gli ha garantito una volata per sfilare Reggio Calabria a quel Giuseppe Falcomatà che ben pochi (anche tra i suoi) volevano veder rieletto. In primis per il “caso Miramare”, che lo ha portato alla sospensione dalla carica dopo la condanna in primo grado nel relativo processo.
Al primo turno Minicuci prese il 7,1% in meno rispetto alle sue 10 liste, mentre al ballottaggio straperse a favore del candidato del Pd. «Non ha vinto Falcomatà, ma abbiamo perso noi e la responsabilità è di tutti» dichiarò Cannizzaro in conferenza stampa, Una non troppo velata stoccata contro il senatore Marco Siclari. «Io non ho fatto neanche un giorno di mare mentre qualcuno è andato alle Eolie», aggiunse riferendosi al suo avversario interno. Ossia quello che, con la deputata Maria Tripodi, si era schierato subito a favore del “Papa straniero”.
Cannizzaro e la vice presidente della Giunta regionale, sua cugina Giusy Princi
Profumo di sgambetto nel centrodestra reggino
Nonostante la sospensione del sindaco per la Severino, l’inchiesta per i brogli elettorali e vari scossoni politico-partitici il centrosinistra governa ancora la città in riva allo Stretto con relativa tranquillità. Ma accade perché in Forza Italia i notabili (i citati Siclari e Tripodi, ma anche l’ex consigliere regionale da 10mila preferenze Domenico Giannetta) sono troppo impegnati a de-Cannizzarizzare il partito in vista delle Politiche. Insomma, sgambetti in vista per “Ciccio Profumo”, nonostante il pennacchio da responsabile di Forza Italia per il Meridione. E nonostante abbia intascato già la nomina come vice di Roberto Occhiuto per sua cugina Giusy Princi.
A Crotone briciole e pagnotte
Coeva alla disfatta leghista a Reggio Calabria è stata quella del centrodestra crotonese. A guidarlo era il deputato azzurro (subentrato proprio nel 2020) Sergio Torromino, coadiuvato dal coordinatore cittadino di FI e oggi portaborse di Valeria Fedele, Mario Megna.
Fi, Lega e Fdi puntarono sull’avvocato Antonio Manica. Noto professionista, ma politico non trainante, tant’è che al primo turno prese l’8,2% in meno delle sue dieci liste che arrivarono al 49,8%.
Risultato: Manica al ballottaggio prese oltre 4.500 voti in meno rispetto al primo turno. E a imporsi fu il primo (e unico) sindaco arancione della Regione, Vincenzo Voce, espressione del Movimento “Tesoro Calabria” di Carlo Tansi.
Vincenzo Voce, sindaco di Crotone
In Consiglio comunale Fdi non entrò nemmeno, anche se oggi ha dei simpatizzanti nell’assise. La Lega invece perse la sua unica eletta, Marisa Cavallo, planata nel gruppo misto. La causa principale? I dissidi col commissario provinciale dl Carroccio, Cataldo Calabretta.
E Forza Italia? Elemosina briciole. Anzi, pagnotte. Tutto nel tentativo (recentemente mancato) di entrare nell’esecutivo civico facendo da stampella ad un sindaco con numeri ballerini. Eppure, con la vittoria schiacciante alle ultime Provinciali che ha visto protagonista politico l’ex assessore Leo Pedace, il centrodestra pitagorico aveva di fronte a sé un governo cittadino alla canna del gas. Invece, la canna è diventata un boccaglio, fornito dal citato forzista Megna e i suoi sodali.
L’anomalia cosentina
Le comunali di Cosenza, invece, si sono tenute lo stesso giorno delle regionali che hanno portato Roberto Occhiuto alla Presidenza della Regione.
Il candidato di Forza Italia, Lega, Fdi, Udc e Coraggio Italia è stato Francesco Caruso, già vicesindaco di Mario Occhiuto. Le sue liste al primo turno ottennero il 43,2%, in linea con il risultato del centrodestra alle regionali, pari al 43,7%. Il candidato, però, ebbe il 5,8% in meno delle otto liste a suo supporto. E si ritrovò come sfidante Francesco De Cicco, assessore in carica della sua stessa Giunta comunale. Lo stesso assessore che al secondo turno “abbracciò” Franz Caruso ed il Pd, sempre rimanendo in carica fino alla successiva nomina nel nuovo governo cittadino e risultando decisivo nella vittoria del centrosinistra.
Francesco Caruso e Mario Occhiuto durante la campagna elettorale
Che Mario Occhiutoed il centrodestra ormai guidato dal fratello Roberto abbiano puntato su un “pupillo” senza revocare dalla Giunta una spina nel fianco da quasi 5.000 voti odora di inciucio tra schieramenti formalmente avversi. Chissà se ricambiato con la successiva vittoria della sindaca di San Giovanni in Fiore e anche lei già assessora della Giunta di Mario Occhiuto, Rosaria Succurro, alle Provinciali bruzie.
La debacle del centrodestra a Catanzaro
Non serve dilungarsi, ne abbiamo recentemente parlato a più riprese. Nel capoluogo di Regione andato al voto poche settimane fa, è emersa plasticamente la scarsa capacità del notabilato regionale di puntare su un cavallo vincente. E con essa tutte le frizioni in vista delle politiche.
Nell’arco della campagna elettorale a favore del docente di sinistra Valerio Donato, il centrodestra è passato da più fasi. La prima, quella in cui era certo di una vittoria marcata al primo turno. La seconda, in cui ha coltivato la speranza (poi realizzatasi) dell’anatra zoppa. Infine, quella della desolazione post ballottaggio.
Nicola Fiorita, professore universitario e nuovo sindaco di Catanzaro
Oggi il sindaco è Nicola Fiorita. E in queste ore dai partiti di sinistra sta ricevendo più telefonate per posti in Giunta che voti alle elezioni, espressione del civismo di sinistra. Un successo, il suo, frutto non solo dell’attrattività della sua figura, ma anche delle faide interne al centrodestra. Che, pur sconfitto, rimane maggioranza nel tessuto sociale della città. Il neo-sindaco rischia di essere prigioniero del “campo largo” rimasto sulla carta. E c’è la possibilità che si veda imporre dal Nazareno la nomina della “sardina” Jasmine Cristallo come sua portavoce. La cosa causerebbe malumori alle decine di aspiranti assessori che ritengono di poter rientrare in quel concetto di “nomine di alto profilo” che Fiorita vorrebbe sia per la Giunta che per le altre caselle. Insomma, i nodi verranno presto al pettine.
Filippo Mancuso (Lega) è il presidente del Consiglio regionale della Calabria
Detto questo, la carta bianca data dalla Lega a Filippo Mancuso in questa campagna elettorale appena conclusa, non ha premiato. Così come il tentativo del coordinatore regionale di Fi, Giuseppe Mangialavori, di replicare l’esperienza delle comunali di Vibo Valentia del 2015 con Elio Costa, in cui i partiti del centrodestra si erano “mimetizzati” con sigle differenti dalle originali.
Il Vibocentrismo regge
L’avvocata Maria Limardo, dopo una candidatura alle elezioni regionali del 2010 con il Pdl e l’elezione sfiorata con ben 4.736 preferenze nell’allora collegio di Vibo Valentia, è divenuta sindaca di Vibo Valentianel 2019 al primo turno (con quasi il 60% dei voti) con una coalizione trainata dal suo partito, Forza Italia e dal già citato Giuseppe Mangialavori.
Maria Limardo, sindaco di Vibo Valentia
La Limardo è una mosca bianca di questo centrodestra incapace di esprimere amministratori locali di chiara matrice partitica. Netta nelle decisioni, riesce a gestire le fibrillazioni politico-partitiche senza esserne succube. è sopravvissuta politicamente dopo lo scossone di Rinascita-Scott che portò la commissaria regionale di Fdi Wanda Ferro a chiedere pubblicamente la fine della consiliatura (ricevendo, di fatto una pernacchia). E alle ultime regionali ha superato il brutto sgambetto al leader di una importante formazione politica che governa con lei Vibo Valentia. Parliamo di Città Futura e di Vito Pitaro, estromesso dalle candidature a pochi giorni dal voto.
Insomma, in una politica fatta di equilibrismi ed equilibristi (ma anche di trapezisti e clown, a dirla tutta), il decisionismo della Limardo è un tratto inedito. Che difficilmente, però, un notabilato alla perenne, famelica ricerca di un altro giro di giostra in Parlamento intende valorizzare.
Roberto Occhiuto si smarca dal resto del centrodestra
«Dal primo giorno del mio mandato da presidente della Regione ho detto che avrei fatto l’uomo di governo e che mi sarei occupato soltanto dei problemi della Calabria, lasciando ai partiti le scelte in ordine ai candidati sindaco delle città». «Rimango un dirigente politico nazionale del centrodestra, ed è chiaro che mi impegnerò per le prossime elezioni politiche. Ma per scegliere gli aspiranti primi cittadini non sono intervenuto e non interverrò in futuro». Queste le dichiarazioni di Roberto Occhiuto all’Ansa dopo l’ultima tornata amministrativa.
Vincenzo De Luca
Una posizione molto diversa dai suoi colleghi presidenti di Regione. In Campania Vincenzo De Luca in alcuni comuni ha presentato la lista Campania Libera di sua diretta espressione. E si è preso il merito delle vittorie, tra cui quella di Enzo Cuomo a Portici (con l’80%).
In Puglia Michele Emiliano rivendica la vittoria locale della «formazione che governa la Puglia» e che ha visto il democrat vicino a molti candidati in questa tornata amministrativa. Tra questi, il sindaco rieletto di Taranto Rinaldo Melucci. «Sicuramente è uno dei risultati più importanti in Italia perché qui la coalizione si è presentata nella stessa formazione che governa la Regione e nella stessa formazione che ci auguriamo possa governare l’Italia nelle prossime elezioni politiche», il suo commento sul voto.
Michele Emiliano
Non differente la situazione a destra. Il presidente della regione Abruzzo, Marco Marsilio, in quota Fratelli D’Italia, ha messo il cappello sul risultato delle Comunali. «Il centrodestra ha sciolto il guinzaglio della sinistra sugli elettori» ha dichiarato festeggiando la vittoria del “suo” candidato Pierluigi Biondi a sindaco de L’Aquila.
Insomma, ragionamenti e azioni diametralmente opposti a quelli di Roberto Occhiuto.
Tra paura di ammettere sconfitte e rese dei conti, la partita per le politiche è ancora tutta da giocare.
Niente più dei a Vibo Valentia, ma ancora tante persone oneste
Il lungo articolo firmato dal professor Minervino ha avuto l’indubbio pregio di aprire un dibattito su cosa sia oggi Vibo Valentia. Su dove voglia andare. Su cosa voglia diventare. Di contro, però, mi permetto di dissentire sull’assunto di fondo dell’articolo stesso, che reputo oltremodo severo ed ingeneroso: a Vibo non abiteranno più gli dei, ma di certo vi abitano persone perbene, oneste, che hanno fatto della rettitudine morale la loro stella polare.
Non bastano alcuni comportamenti esecrabili – che troviamo senza fatica anche a Reggio, Catanzaro, Cosenza o Bolzano, Milano e Roma – per marchiare un posto e chi vi risiede. Eppure è l’impressione che si ha nel leggere certe righe.
Comprendo bene l’amarezza ed il disagio di chi, passando di qua, può imbattersi in brutture e storture. Sono i medesimi sentimenti che io stessa ho provato in passato nel vedere la mia gloriosa città perdere i suoi fasti e ritrovarsi in un presente tutto in salita. Ma la rotta, da tre anni ormai, l’abbiamo invertita.
I passi avanti
Senza tediare i suoi lettori, caro direttore, e ricollegandomi ad alcune problematiche sollevate nel pezzo, mi permetto qui di evidenziare gli enormi passi avanti compiuti in settori nevralgici ai fini della vivibilità: sul fronte ambientale, con una raccolta differenziata che supera il 70%. Con intere vie nuovamente asfaltate. Con la lotta all’abusivismo che passa dalle demolizioni, dalle revoche di determinate concessioni e dal controllo a tappeto di tutte le pratiche; con la regolamentazione urbanistica grazie all’approvazione del Piano strutturale comunale, che si attendeva da diversi lustri ed oggi è realtà; con l’avvio di importanti opere pubbliche, con interventi sostanziali sulle reti idriche per ridare ai cittadini un bene essenziale che è nel loro diritto vedere garantito; con un teatro, anche questo atteso da lustri, che presto verrà consegnato.
In ambito culturale non posso tacere il riconoscimento di Capitale del libro, che nell’ultimo anno ha permesso ai vibonesi di godere di una kermesse letteraria tra le più importanti a livello nazionale. E poi la legalità: è doveroso rammentare la costituzione di parte civile dell’ente nei processi scaturiti dalle inchieste antimafia Rinascita-Scott, Rimpiazzo e Imponimento, primo passo tangibile verso il ripristino della legge in quei settori soffocati dalla protervia mafiosa. Ma soprattutto, e con questo concludo, con il lavoro certosino che abbiamo svolto sul fronte del risanamento finanziario, i cui frutti si vedranno non soltanto in un futuro lontano, ma in un futuro quanto mai prossimo, posto che abbiamo già incamerato circa 20 milioni a copertura del deficit e nel prossimo Consiglio potremo anche diminuire la Tari.
Un domani migliore per Vibo Valentia
Da qui passa il rilancio di Vibo Valentia, una città animata da persone che malgrado tutto hanno ancora la voglia di lottare per un domani migliore. È questa la mia Vibo, la Vibo che amo, la Vibo che non vuole etichette, la Vibo che sono orgogliosa di rappresentare, la Vibo che insieme alla mia gente sto cercando di costruire.
Maria Limardo Sindaco di Vibo Valentia
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La risposta del direttore Francesco Pellegrini
Gentile signora Sindaco,
La ringrazio innanzi tutto per il suo commento cortese all’articolo del nostro collaboratore Mauro Minervino, antropologo di valore e, quando lo ritiene necessario, osservatore severo ma amante della nostra terra. Alla sua difesa legittima e apprezzabile della città da Lei guidata desidero rispondere con il massimo della sincerità, risparmiando a Lei e ai lettori gli stilemi delle repliche in uso nei giornali, grandi e piccoli.
Personalmente ho letto e poi avviato alla pubblicazione l’articolo su Vibo Valentia con dolore, ma con la consapevolezza che – fatte le inevitabili specificità dei diversi territori, i mali, le manchevolezze, i veri e propri delitti (in senso lato) a danno dei cittadini onesti che quanto meno per un indice probabilistico rappresentano la grande maggioranza – l’articolo era un racconto triste e dolente sull’intera Calabria.
Certo colpisce che a Vibo, ma non solo a Vibo, ci siano più logge massoniche che balconi sui palazzi che si affacciano sul corso principale. Fa rabbia e provoca sdegno che la ‘ndrangheta interferisca e inquini pesantemente la vita sociale, politica, economica della città. Ma, fatte le debite proporzioni, è un unicum nella nostra regione meravigliosa la massomafia vibonese? Non è cosi. Vibo Valentia non è un caso unico e irripetibile anche se, occorre dirlo, subisce gli effetti di questi fenomeni mefitici in misura particolarmente significativa.
Lei ricorda le scelte coraggiose e innovative fatte dalla Sua amministrazione e i suoi cittadini gliene daranno atto e apprezzamento. Si evince dalle sue parole dettate da orgoglio e amore per la sua città che il cammino fatto è importante, ma è solo l’inizio di un percorso molto più lungo. Le istituzioni che non fanno il loro dovere, prima ancora che perseguite dalla magistratura, debbono essere sanzionate con il loro pubblico dissenso dai cittadini. Le do atto che nella sua lettera non c’è alcuna volontà omissiva e negazionista dei mali presenti, ma sicuramente la determinazione a proseguire sul cammino della legalità e della trasparenza. I sui “giudici” saranno i cittadini onesti e in buona fede.
Da ultimo, una considerazione che ci riguarda: I Calabresi sono nati per essere un giornale d’inchiesta, libero e rigoroso nelle fonti, che non è né sarà mai la velina dei poteri. Ce lo hanno riconosciuto i lettori sparsi in Italia e in Europa, perché noi calabresi abbiano il destino genetico all’emigrazione. Ed è stato rilevato e apprezzato da alcune autorevoli testate nazionali. Vibo, in persona del sindaco, ha parlato dei mali che deturpano la città, ma anche delle azioni messe in campo per progressivamente emanciparsene. Di noi, intendo dire del nostro progetto editoriale vincente e fedele al suo programma fondativo, che per via mediata è sotto attacco, non ha parlato quasi nessun esponente delle istituzioni e delle cosiddette élites, a differenza del caso di Vibo. Non ha parlato, seppure invitato a farlo, neanche il sindaco Franz Caruso. Parlo di Cosenza per essere chiari e non dare alibi a nessuno.
Caro sindaco di Vibo Valentia, le faccio i migliori auguri. Operi al meglio delle sue possibilità, parli e scriva se necessario. I suoi cittadini, magari con qualche ritardo, le saranno grati. Dia il buono esempio ai taciturni di Cosenza.
Nascondeva un chilo di esplosivo nel suo garage, ma una soffiata alle forze dell’ordine ha permesso di scoprirlo e per lui è scattato l’arresto. È appunto grazie alla segnalazione di una fonte confidenziale che oggi il personale della Squadra mobile di Vibo Valentia ha messo a segno il sequestro del pericoloso materiale. L’esplosivo si trovava all’interno del garage di un’abitazione nella frazione Vena del comune di Ionadi (Vibo Valentia).
Gli agenti hanno provveduto alla messa in sicurezza del sito, con la Scientifica che si è fatta carico del sequestro dell’ordigno, giudicato ad elevata pericolosità. Al suo interno, infatti, c’era quasi un chilo di polvere esplodente. Il sospetto è che lo si potesse utilizzare per atti di natura intimidatoria o offensiva per l’incolumità personale.
A occuparsi del coordinamento delle operazioni che hanno portato al rinvenimento dell’esplosivo nel garage è stato Camillo Falvo, procuratore di Vibo Valentia. L’uomo arrestato dovrà rispondere della detenzione dell’ordigno esplosivo. Al momento è scattata per lui la misura degli arresti domiciliari, confermata anche al termine dell’udienza di convalida celebrata sabato scorso.
Da una cabinovia che poteva essere e che non sarà mai, ad una cestovia che attende solo l’erogazione dei fondi per trasportare i turisti su e giù per monte Coppari. D’estate come d’inverno, quando gli stessi turisti potranno usufruire del servizio per raggiungere comodamente la nuova pista da sci, con neve artificiale, che il piccolo comune di Capistrano – poco meno di mille abitanti tra l’altopiano delle Serre e l’Angitola – si è vista finanziare dai fondi previsti dal Cis Calabria con 2 milioni di euro.
Il ministro per il Sud, Mara Carfagna
Il progetto – che ha superato il primo ostacolo dell’iter procedurale previsto, con l’inclusione nella graduatoria regionale tra i 110 considerati a «priorità alta» – prevede la costruzione di una cestovia a due posti che consentirà di risalire fino alla cima del monte, a quota 1000 metri, lungo un percorso panoramico e senza fermate intermedie con un disdivello di circa 500 metri dalla stazione di partenza. Un progetto così ambizioso che va anche oltre l’idea della cabinovia venuta in mente (ma esclusa dalla graduatoria Cis) ai sindaci di Roccaforte e Palizzi nel reggino, e che punta a fare del piccolo centro del vibonese, una nuova meta per gli amanti degli sci in Calabria.
Marco Martino, sindaco di Capistrano, mentre si fotografa allo specchio
Accanto al progetto per l’impianto di risalita permanente infatti, il sindaco Marco Martino – con l’avallo dell’unanimità della sua giunta e del Consiglio comunale – intende mettere in piedi una vera e propria pista da sci con una lunghezza del tracciato prevista in un chilometro. E pazienza se di neve, da quelle parti, se ne vede pochissima. Compresi nel prezzo infatti sono previsti anche 8 cannoni sparaneve nuovi fiammanti che garantirebbero la creazione ex novo della pista e il suo “rimpolpamento” continuo. A dare una mano per la sua conservazione ci dovrebbero pensare, surriscaldamento globale permettendo, le rigide temperature delle colline calabresi.
«Non c’è niente di strano nell’idea di un impianto di risalita sul nostro territorio, né di una pista da sci – dice a ICalabresi il primo cittadino di Capistrano, Martino –. Gli interventi da realizzare sarebbero a basso impatto visto che già esiste una sorta di percorso naturale sul costone della montagna su cui intendiamo intervenire. Gli alberi da abbattere sarebbero pochissimi e comunque provvederemo a impiantarne contestualmente degli altri. E poi esistono altri impianti di risalita in Regione, solo il territorio di Vibo ne è sprovvisto. Non vedo particolari vincoli ambientali, siamo fuori dal territorio del Parco delle Serre. Manca solo il nulla osta paesaggistico, ma non c’erano i tempi per richiederlo e presenteremo le carte nei prossimi giorni. Questo progetto rappresenta una splendida opportunità per sviluppare il territorio montano del nostro comune e per porre un freno allo spopolamento».
L’idea di fondo è quella di sfruttare radicalmente le ricchezze della montagna con la creazione di una serie di percorsi turistici che, con la costruzione della cestovia, sarebbero facilmente accessibili e consentirebbero la creazione di numerosi posti di lavoro. «L’unica nostra speranza di sviluppo è puntare sulla montagna. Il nostro territorio è situato in un posto strategico, a 10 minuti dall’autostrada, e con l’intero patrimonio viario che porta in cima, appena rimesso in sesto. Con la realizzazione dell’infrastruttura potremmo portare i turisti in pochissimo tempo fino alla sommità di monte Coppari».
La nebbia avvolge uno dei sentieri che porta al monte Coppari (foto pagina Fb “Sei di Capistrano se”)
Che per considerarla vera e propria montagna, un po’ bisogna crederci. Almeno se la si prende in considerazione dal punto di vista della capacità di ospitare un impianto sciistico: rare le nevicate, rarissime quelle che consentirebbero di tenere in piedi un tracciato. I cannoni servono a questo. «Sono macchine di ultima generazione – spiega ancora Martino – che prevedono un consumo bassissimo di energia e un limitato sfruttamento di acqua. Anche se quello dell’acqua per noi non rappresenta certo un problema. Il nostro territorio si trova “seduto” su un tesoro di sorgenti, creare la pista da sci è un modo per sfruttare al meglio anche questo nostro asset naturale. E poi abbiamo fatti i conti: a pieno regime lo sfruttamento della cestovia frutterebbe al comune – che su questo progetto non sborserà nemmeno un soldo delle sue casse – circa 1,8 milioni di euro all’anno».
Il municipio di Capistrano illuminato con i colori della bandiera italiana
Montagna violata
E se il progetto di sviluppo montano messo in cantiere dall’amministrazione di Capistrano comincia a muovere i suoi primi passi anche le associazioni ambientaliste, Wwf in testa, cominciano ad attivarsi per capire fino in fondo che tipo di intervento si intende realizzare e quale impatto ambientale possa avere su un territorio già sull’orlo di una crisi di nervi, con l’ipotesi, tutt’altro che remota, della costruzione di un parco eolico tra i comuni di Monterosso e Capistrano, sullo stesso monte Compari.
Il progetto, finanziato con i fondi del Pnnr, prevede l’innalzamento di alcune pale meccaniche dell’altezza di circa 160 metri e il contestuale abbattimento di circa 250 alberi di faggi. Progetto a cui le associazioni del posto si sono messe di traverso tanto da mettere in piedi, nel dicembre scorso, la manifestazione “abbraccia un faggio”, nella speranza di evitare l’ennesimo intervento invasivo sulle nostre montagne.
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