Alle passate elezioni non si parlava d’altro, sembrava che niente fosse importante – in positivo o negativo, a seconda degli schieramenti – quanto la metro leggera. Cinque anni, qualche milione di euro e nessun binario montato dopo, della maxi opera che passava per imprescindibile pare non voler parlare più nessuno. Il motivo sembra chiaro: l’averla dapprima osteggiata e poi sostenuta è costato a Mario Occhiuto una discreta fetta di consensi tra i cittadini.
Il balletto sulla metro
A scottare gli elettori era stata l’ambiguità del sindaco, che dopo aver presidiato coi suoi uomini in bella mostra i banchetti no metro, sembrava essersi rimangiato l’impegno di proteggere viale Mancini dal passaggio dei vagoni. Era davvero così? Ni. Occhiuto in fondo nel 2011 si era candidato promettendo la metro sul viale. E poi aveva votato insieme a tutto il consiglio comunale – seppur con due documenti differenti, uno della maggioranza e l’altro dell’opposizione, l’ubicazione era identica – di realizzarla proprio lì nel 2014. Certo, complice l’onda anti metro che montava in città, a ridosso delle elezioni 2016 aveva scritto nel programma di preferirla lungo il vecchio rilevato ferroviario. Ma si era rimangiato la parola una volta eletto, siglando un accordo con Oliverio per riportare i binari sul viale.
Volontà politica
Nonostante sembri ormai un ricordo lontano, l’opera da 180 milioni di euro sulla carta resta finanziata. E potrebbe ancora vedere la luce, se ci fosse la volontà politica. Qualcuno dei candidati, che un tempo la sosteneva a spada tratta, oggi pare pensarla all’opposto. Altri non escludono che i tram possano ancora fare capolino lungo lo stradone che collega Cosenza a Rende. Altri ancora, infine, pensano che, sotto sotto, la metro esista già. E poi ci sono quelli che non vogliono nemmeno sentirla nominare. La parola d’ordine per il trasporto pubblico locale sembra essere tornata “bus”. Ma con l’Amaco in crisi nera sarà davvero così? Nel frattempo, ecco cosa ne pensano gli aspiranti sindaci.
Viale Mancini – o, come lo chiamano quasi tutti i cosentini, viale Parco – non è nato sotto una buona stella. Poco dopo l’inaugurazione si scoprì che sotto l’asfalto erano sepolti quintali di spazzatura, una discarica sommersa nel cuore della città. Chiuso il processo sulla vicenda e rimediato alle illegalità commesse, quello stradone è diventato fondamentale per smaltire il traffico cittadino. Il sogno del Vecchio leone socialista di abbattere la barriera che separava via Popilia dal centro di Cosenza con una strada grande, verde, finalmente accessibile era diventato realtà.
Polmone verde ma non troppo
Poi però in Comune ha rifatto capolino un altro grande progetto pensato da Giacomo Mancini Senior, quello della metro leggera. E il destino del viale, che fin dalle sue origini era stato pensato (anche) per ospitarla, è cambiato. L’idea iniziale prevedeva infatti che i binari lo attraversassero lungo la fascia centrale, divenuta però nel tempo il luogo prediletto di tanti appassionati di jogging. Non il polmone verde della città, come qualcuno pure lo definiva, visto che una strada a quattro corsie difficilmente può passare per una sottospecie di Amazzonia urbana. Ma di certo un’area fruibile (e apprezzata) anche dai pedoni.
Central Park de’ noantri
Il binario centrale avrebbe permesso di preservare la funzione per cui lo stradone era nato: snellire il traffico tra Cosenza e Rende. Ma a molti ricordava troppo la vecchia ferrovia che segnava la frontiera tra l’allora periferica via Popilia e la centralissima via XXIV maggio. Poi, dopo l’accordo tra Occhiuto e Oliverio, tutto è cambiato. Il viale avrebbe ospitato quello che il sindaco architetto, lanciandosi in arditi paragoni col newyorkese Central Park, aveva ribattezzato Parco del Benessere. Sparite due corsie e senso di marcia limitato a una sola direzione, quella da nord verso sud.
Futuro ancora da scrivere
Il Parco però resta un cantiere, il costo per realizzarlo è raddoppiato e di operai non se ne sono visti per mesi, con l’opera che giace a metà. Più che benessere, per adesso ha portato solo lamentele e traffico. Tant’è che tra i candidati a sindaco c’è chi lo vorrebbe raderlo al suolo per ripristinare la vecchia versione del viale. Altri valutano una soluzione a “metà”, nel tentativo di migliorare la viabilità senza sventrare per l’ennesima volta l’area pur di rifarla come era prima. E poi c’è chi esclude qualsiasi passo indietro. Dal voto del 3 e 4 ottobre si saprà, oltre al nome del nuovo sindaco, anche il destino di viale Mancini. Per comprenderlo, basta ascoltare le parole dei candidati nel prossimo video.
Iniziamo coi numeri, tutt’altro che rassicuranti: chi amministrerà la Calabria, dal 4 ottobre, dovrà misurarsi con un dato pesantissimo, espresso da due cifre, calcolate con prudente approssimazione e, probabilmente in difetto.
La prima ammonta a 2 miliardi e 600 milioni. È il passivo totale della Sanità, la croce a cui dal 2009 sono inchiodati i calabresi, che subiscono le aliquote regionali più alte d’Italia per coprire quel che si può di questa voragine senza ottenere un’assistenza sanitaria decente.
La seconda cifra ammonta a un miliardo circa. È meno inquietante di quella sanitaria, ma fa paura lo stesso, perché è il totale dei passivi delle società partecipate.
Tuttora, la Regione è presente in sei società: Ferrovie della Calabria, Fincalabra e Terme Sibaritide (delle quali è socio unico), Banca Popolare Etica, Sorical e Sacal.
Questo miliardo di passivi mette a rischio tutte le leve attraverso le quali la Regione influisce nelle attività degli enti locali e, quindi, pesa in maniera diretta sulla vita dei cittadini.
In altre parole, è confermato, anzi di sicuro aggravato, il deficit della Sanità, che nel giudizio di parificazione della Corte dei Conti del 2019, blocca il 79% del bilancio regionale. Ma tutto il resto (trasporti, gestione idrica e rifiuti) rischia di finire gambe all’aria o, alla meno peggio, di zoppicare parecchio.
Un’ecatombe di Comuni
Se si stringe il campo visuale sui territori, il dramma calabrese emerge alla grande e ha per protagonisti e vittime i Comuni, quasi tutti messi malissimo dopo la sentenza della Corte Costituzionale 80 del 28 aprile 2021.
Questa sentenza, che di fatto vieta di spalmare i debiti nel generoso lasso di trent’anni previsto nel 2015 dal governo Renzi, si è abbattuta come una mazzata sugli enti locali, che ora rischiano di brutto. Stando all’allarme lanciato dal sindaco di Rende Marcello Manna i Comuni in pericolo di dissesto sarebbero duecento circa. Ma, a ben vedere, la differenza tra chi è dissestato e chi non lo è ancora è solo una questione di dettagli: per i cittadini i tributi sono al massimo in entrambi i casi e i servizi risultato ridotti o a repentaglio.
Palazzo dei Bruzi, sede del Comune di Cosenza
Questo in Calabria, perché in altre realtà, ad esempio Torino, il livello dei servizi è qualitativamente sostenuto, a dispetto delle condizioni finanziarie del Comune, che non sono proprio il massimo.
Tra gli ottantadue Comuni che vanno al voto, i due più importanti consentono un paragone calzante: sono Cosenza, che è in dissesto dal 2019, e Lamezia Terme, che è in riequilibrio finanziario ma barcolla non poco, visto che non può più approfittare della “rateazione” trentennale. Nelle linee di fondo, la situazione delle due città è piuttosto simile: tributi a palla e servizi in calo o insufficienti.
Il decreto sostegni non basta
Ma non serve proiettarci verso il futuro per intuire la portata dell’Apocalisse, perché la catastrofe c’è già.
Dei Comuni che vanno al voto il 3 ottobre assieme alla Regione, otto sono nei guai. Si va dai guai gravissimi di Cosenza, Badolato, Casabona e Bova Marina, al caos di Chiaravalle, che oscilla tra dissesto e riequilibrio da circa sette anni, alla situazione grave di Lamezia e di tutti gli altri paesi in riequilibrio.
Ma se si considera il totale dei Comuni nei guai, la cifra è terribile: sono ottantasette.
L’unica speranza è il decreto sostegni, che ha stanziato circa 600 milioni per alleviare il deficit strutturale. Questi soldi potrebbero fare molto per i Comuni in riequilibrio, soprattutto Reggio. Ma possono sì e no alleviare i conti dei municipi dissestati, cioè Cosenza.
La domanda, a questo punto, sorge spontanea: che c’entra il dissesto dei municipi coi passivi della Regione, visto che Comuni e Regioni fanno cose diverse, quindi hanno regimi finanziari separati?
Un cane di debiti che si morde la coda
Con rara crudezza, il presidente della Sezione regionale della Corte dei Conti Vincenzo Lo Presti aveva lanciato un monito alla Regione, che come tutti gli enti pubblici della Penisola ha il vizio di “lavorare” le cifre per ridimensionare l’annaspamento: i residui attivi sono sovrastimati, quelli passivi sottostimati.
Era il 10 dicembre 2020 e, come già anticipato, i magistrati contabili valutavano il Bilancio regionale del 2019, che è l’ultimo documento utile, visto che la Corte non si è ancora pronunciata sull’esercizio 2020.
È il caso di mettere da parte la Sanità, il cui debito è calcolabile solo in maniera presuntiva, visto che mancano dati certi dall’Asp di Reggio.
Occorre concentrarsi, piuttosto, sulle partecipate, una delle quali è un punto di contatto tra la finanza regionale e quelle dei Comuni.
Ci si riferisce alla Sorical, la società mista detenuta al 54% dalla Regione e al 46% da Acque di Calabria, una spa con socio unico, la francese Veolia.
I crediti mai riscossi
La Sorical non morirà di debiti, che pure ci sono (si ipotizzano 370 milioni circa, ma i vertici della società giurano di aver tagliato del 68%). Ma di crediti: la società avanza una somma impressionante, circa 200milioni, dai Comuni, quasi tutti morosi, in particolare Cosenza, Reggio e Catanzaro.
I residui attivi, cioè i crediti non ancora riscossi, condizionano l’attività corrente. In altre parole, la vita quotidiana dell’ente e dei cittadini che vi si rivolgono per ottenere servizi.
Vengono senz’altro “appostati” nel Bilancio, ma non sono liquidità. Anzi, molti di questi diventano inesigibili perché si prescrivono o possono essere recuperati solo con molta fatica e, spesso, non nelle quantità sperate.
La catena perversa è facile da ricostruire: i cittadini pagano poco e in pochi ai Comuni, i quali pagano quel che possono o non pagano affatto (nel caso della Sorical, c’è chi spera, come Cosenza e Vibo, che nasca la società unica di gestione delle acque, che esoneri i Comuni anche dalla gestione diretta delle reti idriche).
Risultato: la Regione deve intervenire a ripianare i passivi delle partecipate che non riescono a recuperare i crediti. Ciò vale anche per Sacal, piegata dal Covid, che ha messo in ginocchio le compagnie aeree che fanno scalo soprattutto a Lamezia, e per Ferrovie della Calabria, letteralmente ostaggio del trasporto su gomma e oberata da clientele.
Non ci salverà l’Europa
Non fidiamoci troppo dei fondi europei, che abbiamo dimostrato di non saper utilizzare o di utilizzare male il più delle volte, né dei 9 miliardi del Pnrr.
Questi finanziamenti, come ribadisce l’articolo 119 della Costituzione, possono essere impiegati solo per investimenti. E sperare che questi investimenti producano utili (e quindi imponibile su cui far cassa) è fantascienza, almeno al momento: significherebbe sperare che i calabresi diventino ricchi a tempi record per poter risanare la Regione.
Ma come può diventare ricca una popolazione strangolata a livello fiscale da una Regione che, al massimo, è in grado di riscuotere poco più del 60% delle tasse che impone?
L’alternativa alla capacità di impiego dei fondi europei, ordinari e di emergenza, richiederebbe capacità politiche che al momento non ci sono: la piena attuazione del federalismo fiscale, che attiverebbe gli automatismi del fondo di perequazione calcolato sulla differenza di gettito tra i territori.
Capitale economico e umano
Già: il problema vero della Calabria è la sua povertà endemica, che, unita alla costante decrescita demografica, ha creato un mix micidiale. I Comuni e gli utenti non “guadagnano” abbastanza, quindi non possono pagare a dovere i servizi regionali e la Regione, con poco meno di un miliardo di utili l’anno, deve tappare le falle.
La situazione ordinaria è questa. Il resto (cioè i finanziamenti promessi, in particolare quelli dell’estate appena trascorsa) è propaganda.
Ma il vero capitale che manca è quello umano: i Comuni, oberati anche da personale non sempre qualificato, non possono permettersi i progettisti per attingere ai fondi europei e la Regione è ancora lontana dall’avere le competenze necessarie per la piena informatizzazione dei servizi. Deve ancora “smaltire” il personale prodotto dal vecchio Concorsone del 2004 e i dirigenti diventati tali in seguito alle vecchie “verticalizzazioni”, prima di procedere a un turnover adeguato.
La situazione attuale
Il 2019 terminò con un “onore delle armi” all’amministrazione Oliverio, che riuscì a malapena a rattoppare qualche buco nella riscossione e, finalmente, a conteggiare quasi come si sarebbe dovuto (e come avrebbe dovuto anche lui nei primi quattro anni di mandato) i debiti e i crediti.
Ora c’è il rischio di un salto nel buio. E forse non sbaglia chi promette rivoluzioni alla Calabria: non c’è davvero quasi altro da fare.
Eletto nel 2011 dopo il ballottaggio con Enzo Paolini e sfiduciato a pochi mesi dal termine del suo mandato, Mario Occhiuto è rientrato a Palazzo dei Bruzi a giugno 2016. Da trionfatore, sbaragliando i suoi avversari fin dal primo turno. Quasi sei elettori su dieci lo avevano riconfermato ritenendolo il miglior sindaco possibile per Cosenza. E per quanto la “congiura dei diciassette” che lo avevano mandato a casa potesse aver influito su quel giudizio, rivelandosi un boomerang elettorale per chi l’aveva ordita, è innegabile che l’operato dell’architetto avesse fatto breccia nel cuore dei cosentini.
Il “sindaco del fare”
Iperattivo (fin troppo per qualcuno) – specie nei primi cinque anni e a confronto dei suoi predecessori – nell’aprire cantieri, Occhiuto amava definirsi “il sindaco del fare”. Ma tutte quelle opere erano davvero farina del suo sacco? E cosa ne pensano i politici che oggi aspirano a prendere il suo posto sulla poltrona di primo cittadino bruzio? Dopo aver chiesto quale fosse a loro avviso il maggior errore commesso dall’architetto tra il 2011 e il 2021, siamo passati alla domanda diametralmente opposta. Qual è stata la cosa migliore dei dieci anni targati Occhiuto a Palazzo dei Bruzi?
Il tributo che non ti aspetti
Abbiamo scoperto che pure nel centrosinistra che più lo avrebbe dovuto criticare c’è chi riconosce a Occhiuto meriti nella gestione della città. Con sfumature varie, certo. Anche al veleno magari, come nel caso di Franz Caruso. Decisamente più critici gli alfieri del civismo, con Fabio Gallo – nonostante in passato non abbia fatto mistero di averlo sostenuto – a svettare su tutti per la severità nel giudizio sull’operato del fratello dell’aspirante governatore regionale. La carrellata di risposte dei candidati sul meglio degli ultimi dieci anni completa il quadro su una stagione politica che si concluderà tra poche settimane. Analizzato il passato, cercheremo di saperne di più sul presente e il futuro di Cosenza nelle prossime puntate dello Speciale Elezioni Cosenza 2021. Buona visione.
Il sindaco a Cosenza non è soltanto il primo cittadino. Non negli ultimi dieci anni almeno, ossia da quando l’uso costante dei social network ha fatto dell’uscente Mario Occhiuto anche una specie di primo influencer della città. Cittadini suddivisi dal fratello dell’aspirante governatore in followers e haters – o, nella versione preferita dai primi e dal sindaco stesso per i suoi post, odiatori – si sono sfidati sulle bacheche a colpi di invettive e peana. Una “social-democrazia” che ha ridotto spesso il dibattito politico in riva al Crati a tifo da stadio o bisticci tra ragazzini. Nel corso del primo mandato a Palazzo dei Bruzi sembrava che tra l’architetto e la gran parte dei cosentini fosse tutto rose e fiori, tanto da assicurargli un trionfale bis dopo la sfiducia incassata a pochi mesi dalle elezioni.
Luna di miele finita
Dal 2016 in poi, però, l’idillio è andato in crisi. Non che le critiche mancassero già prima – specie su affidamenti diretti e consulenze – ma da quel momento si sono moltiplicate. Sempre di più. L’elenco dei motivi è lungo e ben assortito: un Comune per la prima volta della sua storia in dissesto, una condanna in primo grado per danno erariale, il sequestro della prediletta piazza Bilotti con relativo processo da affrontare al banco degli imputati, inchieste varie, le ambiguità sulla metro, l’aver messo forse in secondo piano la città ai tempi in cui ambiva a più prestigiose poltrone a Germaneto. Ma, soprattutto, scelte urbanistiche che hanno fatto discutere (o imprecare, nel caso degli automobilisti) e le promesse disattese sul recupero delle periferie, sacrificate sull’altare dell’amato “salotto buono” di corso Mazzini, e il nuovo stadio rimasto un annuncio.
Il peggio secondo i candidati. Tranne uno
Ma qual è stato l’errore più grave commesso dal sindaco, quale la cosa peggiore di Occhiuto nei suoi dieci anni alla guida del Comune? Lo abbiamo chiesto a sette degli otto candidati a succedergli. Purtroppo manca la risposta di Francesco De Cicco, che nonostante ripetuti inviti da parte nostra non ha partecipato alle interviste in redazione. Ed è un peccato, perché nessuna domanda – in totale ve ne proporremo quindici, con le risposte in altrettanti articoli con video annesso – più di questa avrebbe potuto chiarire meglio agli elettori come mai stia conducendo una campagna elettorale al grido di “mai col centrodestra!” e rivendichi un distacco politico ormai biennale dalla Giunta pur restandone ben retribuito assessore come se nulla fosse.
Un silenzio assordante
Avrebbe avuto da ridire parecchio su un’amministrazione di cui è parte integrante dal lontano 2014? Visto quanto sostiene (altrove), di certo più del suo collega Francesco Caruso. Abbiamo scelto proprio il lungo silenzio del vice di Occhiuto e la risposta che l’ha seguito per la prima carrellata del nostro approfondimento sulle elezioni comunali 2021 a Cosenza. Dopo il peggio di questi dieci anni, com’è giusto che sia, vi mostreremo quale sia stata la cosa migliore nello stesso periodo secondo i candidati, per un bilancio alla chiusura di un’epoca della politica cittadina. Una nuova si aprirà tra poche settimane. O forse no? Buona visione.
È un ingombrante Mr X, piazzato in una lista regionale del centrodestra non troppo forte e in una posizione che non dà nell’occhio: è il cosentino Alfredo Iorio, classe’66, candidato in Coraggio Italia.
Essere Mr X non vuol dire essere trasparenti, invisibili o, addirittura incorporei. Infatti, Iorio, che ha una passione smodata per la politica estrema, è uno che lascia tracce. E queste tracce diventano vistose in un partito come Coraggio Italia, nato a maggio da un allargamento di “Cambiamo!”, il partitino del governatore ligure Giovanni Toti a cui hanno aderito Luigi Brugnaro, il sindaco di Venezia, più una pattuglia di parlamentari azzurri, centristi ed ex pentastellati.
Non è un caso che Coraggio Italia, ora come ora, sostenga Draghi, al pari della Lega e del Pd, per capirci. E allora, che ci fa un fascista, orgoglioso di essere tale, in questo partito? Non era meglio Fdi?
L’enigma Iorio
Diciamo pure che è stata sciatteria, attribuibile alla formazione recente del partito: il sito web di Coraggio Italia è piuttosto avaro di informazioni sui suoi candidati calabresi.
Su Alfredo Iorio appare solo una banale didascalia, da cui si apprende che ha cinquantacinque anni, fa l’imprenditore ed è nato a Cosenza. Più, ovviamente, una foto.
Null’altro. Alla faccia non solo della trasparenza ma anche della propaganda.
Ma per fortuna le foto non mentono e il web ha una memoria storica difficile da aggirare.
Cosentino de’ Roma
Iorio, che si occupa di immobili, ha un solido legame con la Calabria: va al mare tutti gli anni a Torremezzo (una delle spiagge cult dei cosentini), dove ha una casa, e frequenta Cosenza piuttosto spesso.
Ma vive stabilmente a Roma, dove lavora e coltiva la sua passione politica estrema, che lo ha elevato all’onore delle cronache nazionali perché questa passione l’ha sviluppata nella Capitale, con due candidature a sindaco contornate da episodi rumorosi, più legati a certo folclore politico a cavallo tra il vecchio neofascismo e la destra radicale che ad altro.
Candidature e saluti romani
Nel 2013, cioè l’immediato post Alemanno, Iorio si candida alle amministrative con la destra che più destra non si può: Forza Nuova.
Iorio è anche il leader storico di Trifoglio, il gruppo politico di destra (sempre estrema) che rivendica l’eredità della storica sezione del Msi a via Ottaviano, nella parte settentrionale della Capitale.
Iorio non ha mai fatto mistero del suo credo politico, almeno fino alle Regionali 2021
Finita l’effimera amministrazione di Ignazio Marino, il Nostro ci riprova, non prima di aver sistemato un po’ le cose di casa. Cioè, di essere venuto a capo di una scissione fastidiosa, in seguito alla quale il Trifoglio si è diviso in due. Da una parte il Fronte della Gioventù, formato dai militanti più giovani che hanno rispolverato per l’occasione la vecchia sigla del movimento giovanile missino, dall’altra quelli che hanno seguito Iorio, ribattezzatisi per l’occasione Patria.
Stavolta è il momento del salto: il calabroromano si candida come sindaco a capo di una lista civica chiamata, appunto, Patria. E prende lo 0,22%. Nulla di fronte all’ecatombe che devasta tutti e porta al Campidoglio Virginia Raggi.
Tafferugli a Roma Nord
Prima della sortita amministrativa, Iorio si è segnalato alle cronache per un altro episodio: la protesta del 2015 contro il centro d’accoglienza in via Casale di San Nicola, all’estrema periferia nord di Roma, dove la prefettura aveva deciso di accogliere i migranti.
Iorio capeggiò una manifestazione di cittadini italiani, che presidiarono questo centro in tenda. Le proteste, così raccontano le cronache, degenerarono e, il 17 luglio di quell’anno, ne seguirono dei tafferugli. Per fortuna senza conseguenze serie.
Prima gli italiani
Mettere i cittadini italiani (meglio ancora se disagiati) contro i migranti è un escamotage efficace delle destre radicali, che si è trasformato in arma propagandistica vincente nel 2018.
«Prima gli italiani» lo dicevano i “camerati de’ Roma”. «Prima gli italiani», lo ha ripetuto con grande successo Matteo Salvini, che non a caso ha appoggiato le estreme destre e si è appoggiato a loro.
A Roma Iorio non sembrava avere grande stima per Salvini, salvo poi supportare i leghisti in Calabria
E non è un caso che Iorio abbia deciso di fiancheggiare la Lega, che aveva quasi completato la metamorfosi in destra radicale nel trionfo del 2018 e si preparava a riproporre la formula alle Europee del 2019.
In quest’occasione, il Nostro appoggia Vincenzo Sofo, ex enfant prodige della destra milanese (è stato dirigente del movimento giovanile de La Destra di Storace), che fa il pieno di voti nel collegio meridionale, anche grazie all’aiuto di Iorio, diventato il suo uomo ombra in Calabria.
L’anno successivo il Nostro continua l’esperienza vincente col partito di Salvini in Calabria e fiancheggia Pietro Molinaro, che fa il pieno di voti alle Regionali. Poi arriva il mal di pancia.
2021, fuga da Salvini
Il mal di pancia di Iorio è stato fortissimo. Prima si esprime in maniera polemica nei confronti di Christian Invernizzi, all’epoca commissario calabrese della Lega, “colpevole” a suo dire di eccessiva debolezza politica per essersi accontentato di un solo assessore, cioè il vicepresidente Nino Spirlì. Poi, dopo aver fondato il movimento Calabria prima di tutto, annuncia uno sciopero della fame.
Tempo pochi mesi e la scomparsa prematura di Jole Santelli mette in discussione tutto. Nel frattempo, anche la Lega è cambiata e Vincenzo Sofo, che non gradisce il nuovo corso moderato di Salvini, aderisce a Fratelli d’Italia.
La scelta di Iorio desta qualche sorpresa, tanto più che la sua ultima uscita pubblica prima dell’attuale campagna elettorale è avvenuta a maggio, in occasione di un dibattito organizzato a Spezzano Albanese da “Calabria protagonista”, il nuovo movimento del Nostro, a cui, tra gli altri, ha partecipato lo stesso Sofo.
Moderato Iorio, presente!
Sono solo piccole curiosità che la dicono lunga: è quasi impossibile trovare i dettagli anagrafici di Iorio. Giusto uno screenshot delle Amministrative romane del 2016 informa che il “camerata” è nato a Cosenza il 9 marzo 1966.
Ma questo dato non appare su nessun’altra testata, neppure Repubblica e il Corriere della Sera, i più prodighi di informazioni.
Le date non mentono e le foto neppure: essere nati nel ’66 significa avere oggi 55 anni e la foto del prode Alfredo è identica a quelle apparse in occasione delle contese romane.
Perché tanti misteri? Solo sciatterie? Oppure c’è il desiderio di rifarsi una verginità, politica e territoriale, per correrenon più in camicia nera, ma con la coppola da calabrese amante della Calabria?
Un fascista è per sempre, tranne se si vota
Il rifugio nelle braccia di Toti è comprensibile per tre ragioni.
La prima è elettoralistica, perché le liste di Fdi sono piene di candidati forti e sono costruite attorno agli uscenti.
La seconda è di strategia politica: serve a recuperare al centrodestra i voti dei “duri” che hanno mollato la Lega e non si sentono di fiancheggiare la Meloni.
La terza è di opportunità, da cui hanno da guadagnare almeno in tre: Occhiuto che mantiene l’elettorato, la Lega che si svuota dei “fasci” e si accredita come “moderata” e lo stesso Iorio, che può affrontare la campagna elettorale senza doversi misurare coi Moloch.
Insomma, un fascista è per sempre e Roma o Cosenza, destra radicale o nuovi centristi non importa: quando si va al voto, tutto fa brodo.
Franco Pichierri un’elezione l’ha già vinta. Quella di chi prevede di spendere più soldi per la corsa a Palazzo dei Bruzi. Il candidato a sindaco, che vuole costruire il nuovo ospedale di Cosenza a Rende, ha presentato il bilancio preventivo più ricco. Complessivamente 75mila euro, divisi tra Noi con l’italia (29mila euro), Libertas Democrazia Cristiana (29mila euro) e Sindaco Pichierri (17mila euro). Potere della vecchia Balena Bianca. Guai a darla per morta.
Franco Pichierri, candidato a sindaco a Cosenza
La figura dello spilorcio
Francesco Caruso fa un po’ la figura dello spilorcio rispetto al buon Pichierri e al centrosinistra di Franz Caruso. Otto liste del centrodestra aprono il portafogli e arrivano al massimo a 19500 euro. Da segnalare la presentazione del bilancio (2000 euro) scritto a penna da parte di Bella Cosenza, compagine ispirata da Marco Ambrogio e da Rosaria Succurro. La Lega, di tasca propria, ha tirato fuori 5000 euro. Completano il parterre: Coraggio Cosenza (2000 euro), Cosenza che vuoi (1500 euro), Forza Cosenza (2000 euro), Fratelli d’Italia (3000 euro), Occhiuto per Caruso (2000 euro), Udc (2500 euro).
I socialisti mica vogliono passare per comunisti
Giammai si dica che i socialisti giochino al risparmio. E così Franz Caruso, garofano che rivendica sempre la sua identità, racimola complessivamente oltre 34mila euro. Il Partito Democratico, nella speciale classifica dei paperoni elettorali, si piazza al terzo posto (17.700 euro) dopo Dc e Noi con ‘Italia. E poi si lamentano di essere diventati il partito delle Ztl.
La lista Franz Caruso sindaco ha dichiarato 11.470 euro con 4000 euro in giornali così come il Pd. La cenerentola del gruppo è il PSI di Gigino Incarnato con 5.485 euro. Dove è finito l’orgoglio socialista di Franz e Gigino? Essere addirittura superati dagli ex comunisti. Suvvia.
La Orrico almeno paga di tasca propria
Anna Laura Orrico, parlamentare del Movimento 5 stelle, non è riuscita a comporre una lista di 32 persone, fermandosi a 21. Le va riconosciuto di essere la sola ad aver pagato di tasca propria le spese dei grillini. Solo 1500 euro, poca cosa. Però meglio di quelli che non ti offrono nemmeno un caffè al bar. O peggio, cambiano strada.
La Rende non fa follie
La lista coalizione che fa capo al candidato a sindaco, Bianca Rende, arriva complessivamente a 6600 euro. La lista di Tansi (detto anche Tanzi come da lui stesso indicato) raggiunge quota 3000 euro e quella dei grillini 1500. Tutto sommato non moltissimo per una che vuole arrivare al ballottaggio. Ma i soldi non sono tutto nella vita.
Su la testa con Civitelli
Uno che si chiama Civitelli non poteva che militare tra le formazioni civiche. Per lui molte ambizioni e una lista che inneggia a ribellarsi: Su la testa. O forse sta solo citando il film di Sergio Leone sulla rivoluzione messicana. Chi può dirlo?
Civitelli si muove sempre con macchine lussuose e potenti. Non a caso nel suo programma compare la riapertura al traffico di viale Mancini e la soppressione delle piste ciclabili. Tutti questi proclami, per poi scrivere nero su bianco di spendere 2200 moltiplicato per cinque liste. Ha destinato 700 euro in manifestazioni. Civis Civitelli sum.
L’assessore manutentore
Per Francesco De Cicco assessore “manutentore” della giunta Occhiuto il bilancio preventivo delle spese elettorali registra 2050 euro per ogni lista. E sono sei, quindi 12300 euro totali. Niente di trascendentale, ma nemmeno col braccino corto. Resta da capire se e quanto costeranno quelle grafiche che De Cicco ha regalato al popolo dei social fino a poco tempo fa. Una su tutte: Popilian Texas ranger, dove emulava Chuck Norris.
I rubli dei compagni
La voce “stampa e propaganda” (4000 euro previste) di Valerio Formisani ci proietta prima del 1989. Il linguaggio del medico marxista ricorda quello prima della caduta del Muro di Berlino. Magari è un bene, in tempi di urlatori, qualunquisti, soliti trasformismi, solite minestre. Va bene l’eskimo e la Pravda, però il lider maximo di Cosenza in Comune per una sola lista spenderà 8000 euro. I compagni hanno sempre rubli da tirare fuori all’occorrenza.
Gallo non acquisterà mascherine templari
Il Movimento Noi promette di spendere al massimo 2480 euro. L’ispiratore e candidato a sindaco Fabio Gallo, oltre alla incrollabile fede in Dio, ha quella nelle nuove tecnologie. Nessun soldo da spendere in manifesti ma una quota andrà alle sponsorizzazioni dei post sui social. Nemmeno un euro per l’acquisto di ulteriori mascherine con la croce templare. Un vero must per gli adepti del Movimento Noi.
Da un porto che non c’è (e che forse non sarà mai realizzato) a uno che c’è (e serve tantissimo) ma è pieno di problemi.
Ci si riferisce al progetto di Paola, vagheggiato dagli anni ’90 e di cui sopravvivono solo le tracce iniziali sul lungomare, e alla struttura di Bagnara Calabra, realizzata a fine anni ’80 e ora in mezzo a due guai, uno più grosso dell’altro: i danni ai moli provocati dal mare e il disastro ambientale, provocato dall’uomo, su cui indaga tuttora la Procura di Reggio.
Gianluca Gallo, assessore all’Agricoltura della Regione Calabria
Questi due porti, quello che non c’è e quello che è pieno di guai, hanno in comune una cosa: l’attenzione propagandistica della giunta regionale uscente che ha annunciato, lo scorso Ferragosto, due maxifinanziamenti, 20 milioni per Paola e 9 per Bagnara. In quest’ultimo caso, si sono spesi in prima persona l’assessore al Turismo Fausto Orsomarso e quello all’Agricoltura e alla pesca Gianluca Gallo.
Fausto Orsomarso, assessore regionale al Turismo (foto Alfonso Bombini)
Tanto impegno è doveroso, perché la pesca è una delle voci principali dell’economia bagnarese e poi perché il porto è utilizzato, d’estate, anche dalle imbarcazioni da diporto.
Ma siamo sicuri che questi 9 milioni, stanziati dall’amministrazione Spirlì su iniziativa dell’assessora alle Infrastrutture Domenica Catalfamo, potranno essere spesi?
Un’estate calda
Molti annunci, tanti applausi (rigorosamente bipartisan) e altrettante polemiche, rivolte alle istituzioni per accelerarne le pratiche. L’estate bagnarese è stata calda non solo per la latitudine. Il dibattito sul porto – danneggiato gravemente dai marosi nell’inverno del 2019 e poi sequestrato dalla Procura di Reggio lo scorso febbraio per un presunto disastro ambientale – è iniziato a giugno. Con le esternazioni di Nino Spirlì che è intervenuto a un incontro istituzionale assieme al sottosegretario alle InfrastruttureAlessandro Morelli. I due, in questa occasione, hanno ribadito il loro interessamento per sbloccare il sequestro e si sono impegnati a fare le doverose pressioni istituzionali.
Il leghista si rivolge alla magistratura
Siccome due leghisti non bastano, buon ultimo è giunto Giacomo Saccomanno, il commissario regionale della Lega, che si è rivolto direttamente alla magistratura il 6 giugno per chiedere il dissequestro. A dire il vero, una risposta è arrivata: l’autorizzazione, concessa dalla sostituta procuratrice Giulia Maria Scavello, all’uso delle banchine sigillate durante l’inverno.
Ma è una risposta parziale, riservata ai soli pescatori, che possono ormeggiare le barche. Ma non possono farci la manutenzione e, soprattutto, devono smaltire i rifiuti del pescato attraverso una ditta specializzata. Poco, ma meglio che niente.
La presenza del disastro ambientale non ha fermato, tuttavia, la propaganda. Infatti l’ultimo atto politico dell’agosto bagnarese è stato una conferenza stampa tenuta il 20 agosto da Catalfamo e da suo cugino, il deputato azzurro Francesco Cannizzaro. Entrambi hanno ribadito il finanziamento milionario.
Già: ma i quattrini sono stanziati per la messa in sicurezza del porto e per il rifacimento della strada di collegamento. Cioè per rimediare i danni provocati dalla natura. Ma per il disastro ambientale chi paga? Soprattutto: chi pulisce?
Il generale inverno
La botta finale l’hanno data i marosi di fine 2019, che hanno devastato in due ondate (il 14 e il 21 dicembre) il molo di sopraflutto – cioè il braccio esterno del porto, diventato da allora in parte inagibile – e distrutto le scogliere di protezione.
Da quel momento in avanti, chi usa quel molo lo fa a suo rischio e pericolo. Anzi, potrebbe non usarlo più: secondo gli addetti ai lavori i danni sono tali che potrebbe bastare un inverno simile a quello pre Covid per finire di distruggere tutto.
Non è un caso, quindi, che il porto di Bagnara sia subito entrato nell’agenda della Regione, sin dai tempi di Jole Santelli, la prima a promettere l’impegno delle istituzioni poco prima delle elezioni 2020 assieme a Cannizzaro, su invito del vicesindaco Mario Romeo, eletto nella lista civica guidata dal dem Gregorio Frosina, ma azzurro anche lui.
La promessa in presenza di Tajani
Subito dopo, la promessa è stata ribadita dai tre in presenza dell’eurodeputato Antonio Tajani. E poi è arrivato il turno della Lega, con l’interessamento di Salvini, giunto nella cittadina tirrenica, proprio a ridosso della pandemia, assieme alla fedelissima Tilde Minasi.
L’interesse propagandistico è innegabile, ma senz’altro il porto è vitale: coi suoi circa 150 posti barca è l’estensione nel mare del quartiere Marinella, il cuore pulsante di un’imponente flotta peschereccia di oltre 100 natanti.
Non solo: grazie ai moli mobili, l’estate vi ormeggiano anche le barche da diporto dei privati e quelle per il trasporto dei turisti che visitano la Costa Viola.
Gli sporcaccioni anonimi
Per una cittadina non grande, poco meno di 10mila abitanti, una struttura così è oro.
Peccato solo che molti utenti non se ne siano resi conto. E, soprattutto, peccato solo che chi doveva vigilare in maniera continuativa non l’abbia fatto. Siamo in Calabria, lo sfasciume pendulo sul mare, come diceva Giustino Fortunato.
Ma in Calabria l’uomo riesce a far peggio della natura. Se ne sono accorti (eccome!) i carabinieri, che hanno messo i sigilli al porto il 14 febbraio, dopo aver trovato di tutto e di più sulle banchine e, soprattutto, nei fondali: pezzi di scafi e relitti interi, vecchi motori abbandonati, fusti di olio per motori o di carburante, pezzi di reti e di lenze. Di tutto e di più.
La terza volta che il porto subisce un sequestro
Lo spettacolo dei fondali, in particolare, è tutt’altro che rassicurante: grazie all’interramento, fisiologico in tutti i porti, si sono ridotti dagli originari quindici metri di profondità agli attuali poco più che sei e c’è da scommettere che la sabbia celi altri “tesori” simili a quelli trovati dagli inquirenti.
È la terza volta che il porto subisce un sequestro. La prima è stata nel 2013, la seconda nel 2018, a causa di rifiuti pericolosi trovati su una banchina interna.
Sono le tappe di un’esistenza intensa e tormentata, da cui si ricavano due dati.
Il primo: il porto è stato utilizzato moltissimo (e vivaddio); il secondo: questo porto è stato molto trascurato o, comunque, non tutelato a dovere.
Una storia tormentata
Ciò che serve, spesso, fa anche gola. E tanto. Il porto di Bagnara non sfugge a questa regola: non ha fatto in tempo a sorgere, a fine anni ’80, ché subito è entrato nel mirino dei “picciotti” catanesi legati a Nitto Santapaola.
Ma questa è storia vecchia, consegnata a cronache, nere e giudiziarie, altrettanto vecchie.
La parte più travagliata delle vicende portuali inizia nel 2011, con la gestione della Compagnia portuale Tommaso Gullì, di Reggio Calabria.
La società reggina resta fino al 2018, quando l’attuale amministrazione comunale rescinde il contratto per una serie di inadempienze non proprio leggere: tra queste, l’omessa pulizia e l’insufficienza dei sistemi di sorveglianza (solo sei telecamere al posto delle undici previste).
Il Comune assume la gestione del porto
Subentra una società, Marina di Porto Rosa di Milazzo, che resiste pochi mesi, perché succedono due fatti inquietanti: un incendio colpisce la residenza estiva dell’amministratore della società siciliana e un ordigno danneggia una barca, sempre della società. Segnali chiarissimi, che costringono il Comune ad assumere la gestione diretta. Un compito non facile, visto che il municipio è oberato dal dissesto finanziario, terminato solo di recente con l’approvazione del bilancio 2020.
Nel 2019 la gestione passa alla cooperativa bagnarese Onda Marina, che resiste tuttora, a dispetto del duplice disastro. Tanto impegno, evidentemente, piace non solo alla giunta di Frosina ma anche alle minoranze consiliari, visto che il Comune ha proposto un appalto di cinque anni e vuole estenderlo a dieci.
Il disastro ambientale ferma la ricostruzione
L’idea di finanziare il porto, come si è visto, non è una trovata dei cosentini Orsomarso e Gallo, che semmai l’hanno capitalizzata a fini propagandistici. È un tormentone iniziato con l’insediamento di Jole Santelli, che si è sviluppato in crescendo: i milioni promessi sono stati dapprima cinque, poi sette e, a partire dall’estate appena trascorsa, sono diventati nove.
Tutto questo, senza tener conto del disastro ambientale, visibile a tutti i cittadini prima ancora che agli inquirenti, i quali hanno fatto il classico atto dovuto.
Il decreto di sequestro, confermato il 21 febbraio dalla gip Vincenza Bellini, è tuttora vigente perché funzionale all’inchiesta, ancora in corso, per disastro ambientale e illecite attività cantieristiche.
Il sindaco Frosina è intervenuto a maggio con un’ordinanza di bonifica, proprio mentre gli inquirenti continuavano gli accertamenti. La pulizia delle banchine e dei fondali dovrebbe essere a carico delle società che hanno avuto a che fare col porto, cioè la Gullì, Marina di Porto Rosa e Onda Marina. Inoltre, le cooperative di pescatori e le associazioni di sub hanno offerto il loro aiuto.
I dubbi restano
Ma i dubbi restano e sono fortissimi: è possibile bonificare senza un piano di caratterizzazione, cioè senza conoscere l’entità reale del disastro e, quindi, poter quantificare i costi degli interventi?
Queste risposte le potranno dare solo gli inquirenti, non appena concluderanno le indagini, al momento a carico di quattordici soggetti.
Ancora: è possibile procedere alla ristrutturazione del porto senza aver fatto prima la bonifica necessaria? Evidentemente no, almeno a rigor di logica.
I due disastri, quello provocato dal mare e quello causato dall’uomo, si incrociano e si ostacolano a vicenda, perché dalla soluzione dell’uno dipende la possibilità di affrontare l’altro.
È il cane che si morde la coda. E rischia di sbranare o rendere inutilizzabili i 9 milioni, che fanno così gola da aver messo d’accordo maggioranza e opposizioni. I fatti raccontano questo. E il finanziamento? Rischia di trasformarsi in un’altra supercazzola propagandistica, che la fine della bella stagione rischia di spazzare via.
«Ci sono due modi di non essere né di destra né di sinistra: un modo di destra e uno di sinistra». La frase è dello scrittore francese Serge Quadruppani ed è citata in un datato ma interessante articolo scritto da Wu Ming 1 sul blog del collettivo di scrittura diventato un punto di riferimento per la sinistra radicale italiana. Per indagare a quale dei due modi appartenga il non essere né di destra né di sinistra dell’ex pmLuigi de Magistris non vale la pena scomodare Norberto Bobbio e nemmeno Giorgio Gaber.
Può però essere interessante mettere insieme un po’ di fatti e dichiarazioni. E misurare, ognuno col proprio metro di giudizio, quanto sia ascrivibile alla categoria della paraculata politica ammiccare un po’ di qua e un po’ di là. O se, invece, sia giusto superare le categorie tradizionali per parlare alle persone al di là delle appartenenze.
Liste rosse
Il dato di fatto è uno: le liste che sostengono la corsa di de Magistris alla Regione sono piene di gente di sinistra. Ma di sinistra sinistra, che rivendica orgogliosamente non solo l’appartenenza ma anche una militanza vera che – va dato atto a molti di loro – sui territori si fa, proprio fisicamente, sempre più difficile. Non solo la lista di Mimì Lucano – così lo chiama, e non Mimmo, chi lo conosce da prima che diventasse una star e che venisse travolto dall’inchiesta della Procura di Locri – ne è piena. Lo è anche il movimento “Calabria resistente e solidale” che raccoglie molta Rifondazione comunista e buona parte di Potere al popolo. E pure quelle direttamente riferibili all’aspirante presidente sono zeppe di chi non ha timore a dichiararsi di sinistra.
Uno di questi, per esempio, è il reggino Saverio Pazzano, apprezzato esponente di quella società civile impegnata in politica che qualche tempo fa, in riferimento alle elezioni comunali della sua città, scriveva: «Se fossi di destra – e non lo sono –, vorrei capire che significa dire “né di destra né di sinistra”. Perché, se è giusto e comprensibile che lo pensi un cittadino, sarei preoccupato se lo dicesse un amministratore. Un conto è il dialogo con tutte e tutti, un conto è non avere un’identità politica e stare esposto al vento degli accordi e delle convenienze».
Una nuova declinazione
Lo stesso de Magistris, intervistato dall’agenzia Dire il 23 gennaio 2018, espresse – erano prossime le elezioni politiche – pubblico apprezzamento per la lista di Potere al Popolo. Per essere più aggiornati, e andare proprio all’oggi (in senso letterale), è di questa mattina l’annunciata partecipazione all’incontro pubblico “Problemi territoriali, malapolitica, sanità” organizzato dal circolo “Antonio Gramsci” di Carolei. L’appartenenza di de Magistris al campo della sinistra ha però assunto una nuova declinazione proprio con l’avvio della sua campagna elettorale calabrese.
Voti da destra
A febbraio di quest’anno, in diretta a Tagadà su La 7, se ne sono scorti i primi segnali: «Io sono un uomo di sinistra che parla alle calabresi e ai calabresi. La nostra è una candidatura di alternativa al consociativismo che finora ha governato nei decenni la Calabria. Ci rivolgiamo a tutti, con una coalizione civica che ora si sta allargando sempre di più, c’è grande entusiasmo. Ci rivolgiamo a elettrici e a elettori che stanno tanto nel centrodestra quanto nel centrosinistra».
Gli interventi di questi mesi hanno confermato l’andazzo. Intervista al Manifesto, 29 gennaio 2021: «La mia è una candidatura alternativa a quel ceto di destra e di sinistra che ha depredato una regione». E ancora: «Il mio è un discorso indirizzato a tutti i calabresi, senza recinti o gabbie».
Intervista alla Gazzetta del Sud, 2 settembre: «Noi non abbiamo residenza nel campo del centrosinistra, abbiamo fondato un Polo civico e popolare». E giù a polarizzare: «Mi pare che in campo ci siano due schieramenti: da una parte Occhiuto-Bruni e i loro trasversalismi, dall’altra parte noi».
Da una Napoli all’altra
Di pari passo sono andati gli ammiccamenti anche a una “certa” destra. È noto l’appoggio di Angela Napoli, cinque legislature in Parlamento e un percorso politico all’insegna dell’intransigenza legalitaria iniziato conl’Msi. In un’intervista al Quotidiano del Sud il 7 agosto Napoli spiega: «Lo conosco da quand’era magistrato a Catanzaro e fin da allora ho sposato le sue inchieste. Eravamo amici e lo siamo ancora oggi. So che è di sinistra, le mie idee sono differenti, ma ci sono valori comuni che vanno al di là».
Luigi de Magistris e Angela Napoli posano insieme a un candidato durante un’iniziativa elettorale
Il 9 settembre arriva l’appoggio ufficiale del movimento “Buona destra”: «Bisogna operare scelte decisive e schierarsi con quelle forze sane, che presentino Uomini e Progetti che militino dalla parte della Legalità, della Competenza, del Merito. Formulare Patti Civici che siano fondati sulla Professionalità e non sull’interesse, che provengano dal “basso”, dalla Società Civile e non dalle ville lombarde o, ancora peggio, dai salotti romani. Per questi motivi, senza ombra di dubbio, ci schieriamo ‘Apertis Verbis’ con Luigi De Magistris, a cui riconosciamo: Coerenza, Impegno, e Capacità di Governo».
Contro il populismo a elezioni alterne
“Buona destra” è un partito, già centro studi, fondato da Filippo Rossi, giornalista e ideologo di Gianfranco Fini ai tempi di Futuro e Libertà. Le sue idee si rifanno a una destra repubblicana, antisovranista, contro gli estremismi, europeista, liberale ma che non nasconde il suo sguardo conservatore. «Autorevole ma non autoritaria, in grado di dare risposte concrete senza semplificare la realtà in italiani e stranieri, “onesti” e corrotti», si legge nella descrizione del libro di Rossi “Dalla parte di Jekyll: Manifesto per una buona destra”).
Filippo Rossi, ex ideologo di Gianfranco Fini
Il suo manifesto prevede, tra le altre cose, di «contrastare il “Partito Unico della Spesa” che da destra a sinistra insegue demagogicamente gli elettori», di «difendere e servire sempre i diritti e mai i privilegi e rifuggire la demagogia, il populismo e il sovranismo ingannevoli e strumentali», di «chiarire che il sacro dovere di salvare vite umane in mare non coincide con il dovere dell’accoglienza sempre e comunque». Alle Comunali di Roma è stato reso noto il sostegno di “Buona destra” a Carlo Calenda.
I dubbi da sinistra
Ora, può essere utile magari interrogarsi su cosa pensino Lucano o i tanti rifondaroli dell’approccio “oltre” la destra e la sinistra di de Magistris. Ma visto che nel discorso sulla contestata doppiezza politico-morale dell’ex pm ricorre spesso anche la contrapposizione giustizialismo/garantismo, aggiunge certamente un valido elemento di riflessione l’opinione che un altro magistrato non certo di destra – è esponente di Magistratura democratica – ha espresso circa la campagna calabrese del sindaco di Napoli.
Emilio Sirianni, in passato incolpato dal Ministero della giustizia (e poi assolto dalla sezione disciplinare del Csm) per aver dato consigli proprio all’ex sindaco di Riace mentre questi era sottoposto a indagini, nei mesi scorsi ha scritto di de Magistris: «Che un simile campione possa essere acclamato da politici di destra, più o meno camuffati, non stupisce. Ma la possibilità che possa esserlo anche a sinistra, atterrisce».
In Argentina, a metà degli anni ’70, c’è un uomo alto alto che passa le giornate a trovare il modo di salvare vite. Fabbrica uno a uno i documenti che servono per spedire donne uomini e bambini lontano dalla violenza del regime argentino. Riesce a salvarne centinaia ma, ciononostante, dorme con il dispiacere di non aver potuto fare nulla per tantissimi altri di quelli che hanno bussato alla sua porta. Passa e ripassa a mente i loro volti, cerca di capire cosa può fare per capire che fine hanno fatto, se in qualche modo possono ancora essere salvati. Va avanti così per molti anni E per un ragazzo in particolare: suo nipote Eduardo.
Il sindaco emigrante
È una storia, quella di Filippo Di Benedetto, che inizia sulle pendici del Pollino, a Saracena. Quinto di sette figli, assorbe la passione per gli ideali comunisti da suo padre, Leone di Benedetto, il primo abbonato al quotidiano comunista L’Unità. Lavorava in una piccola falegnameria e affiancandosi all’opera del pedacese Fausto Gullo, durante gli ultimi anni del regime fascista, all’età di 21 anni, contribuì a organizzate le prime proteste antifasciste del comprensorio. Per questo fu arrestato, torturato e rinchiuso nel carcere di Castrovillari nel 1943. Poi cadde la dittatura e alle prime elezioni democratiche del 1947 divenne sindaco di Saracena.
Di Benedetto, secondo da sinistra, con Sandro Pertini
Organizzò una manifestazione in paese contro chi si opponeva a portare il servizio idrico nelle case di campagne: un corteo che quando arrivò nei campi trovò la strada sbarrata da un cordone di uomini in divisa con i fucili pronti a sparare. «Sparate a me», disse Di Benedetto mettendosi alla testa del corteo, ma «nessuno tocchi questi lavoratori». Un episodio rimasto negli occhi dei molti presenti a lungo, che tuttavia non lo aiutò a far crescere le condizioni economiche della sua comunità, alle prese con un dopoguerra ricco solo di miserie e soprusi.
«Sparate a me», disse Di Benedetto mettendosi alla testa del corteo, ma «nessuno tocchi questi lavoratori»
Con il Comune in grave dissesto, la sua decisione nel 1952 fu quella di provare a raggiungere suo fratello Orlando in Argentina. Avrebbe cercato di rimettersi in forze e di tornare a Saracena, ma gli eventi della vita ebbero il sopravvento e dall’Argentina tornò in Calabria diverse volte, ma come faceva un emigrante.
Ebanismo e sindacato
A Buenos Aires diventò Felipe per gli affetti, e sposò una calabrese emigrata che si chiamava Rosa Garofalo, originaria di Cosenza. Ebbero due figli maschi, Mario e Claudio. Di Benedetto imparò il mestiere di ebanista e provò a integrarsi nella nuova realtà, piena di emigrati come lui. La passione politica lo aiutò parecchio: si iscrisse al Partito comunista e nel 1975 fu nominato responsabile del patronato Inca Cgil di Buenos Aires. A centinaia si rivolgevano a lui per questioni sindacali e ancora di più quando iniziò a frequentare l’Associazione calabrese di Buenos Aires, della quale fu eletto presidente nel 1976.
Di Benedetto durante un comizio del Pci in Argentina
Non era un periodo facile, l’Argentina, in quel momento l’ultimo baluardo democratico del Cono Sud dell’America latina stava per capitolare sotto i colpi di un conflitto latente. Il 24 marzo del 1976 arrivò il colpo di Stato, e in poche settimane la repressione si fece durissima, fino ad arrivare al crimine contro l’umanità noto come “Sparizione forzata”. A migliaia furono presi clandestinamente, incarcerati, torturati, uccisi e fatti sparire.
Un acclamato intervento di Di Benedetto a una cena di emigrati in Argentina
Sulle orme di papà
Oggi Claudio Di Benedetto, proprio come faceva il papà a Buenos Aires, restaura mobili antichi alle pendici del Pollino, a Castrovillari. Negli anni ’80 ha vinto una borsa di studio in restauro del mobile e ha svolto un corso di perfezionamento in Brianza. Poi ha deciso di vivere in Calabria.
«Mio padre veniva due o tre volte all’anno in Italia. Portava in Argentina i prodotti locali della Calabria e parlava in dialetto calabrese. Perciò, qui era tutto familiare e mi colpì della Calabria la natura: 10 minuti il mare, 10 minuti la montagna… tutto vicino, mentre in Argentina abbiamo delle lunghe distanze difficili da coprire, e un brutto clima. Soprattutto a Buenos Aires».
Riprese di Gianluca Palma, montaggio di Marco Mastrandrea.
L’intervista fa parte dell’Archivio Desaparecido, un progetto di memoria attiva promosso dal Centro di Giornalismo Permanente di Roma
Claudio è molto fiero della storia del padre, anche se è cosciente che per l’indole schiva del carattere che ha ereditato se n’è parlato poco e niente. «Successe che un giorno nel suo ufficio incominciarono ad arrivare alcuni genitori di origine italiana. Raccontavano che alcuni dei loro figli erano stati rapiti e non avevano avuto più notizie di loro. Così mio padre, immediatamente, va a chiedere spiegazioni sia all’ambasciata che al consolato italiano di Buenos Aires, dove era conosciuto. Da parte delle autorità italiane bocche cucite però: nessuna informazione. E questo fa capire la complicità del governo italiano con quella giunta militare».
L’unico ad aiutarlo
A Buenos Aires, a quei tempi un’autorità italiana che ha deciso di non rimanere cieca davanti a tutto quello in realtà c’è. Si chiama Enrico Calamai e fa il viceconsole. La storia lo riconosce come un gigante, sono innumerevoli le opere che raccontano il suo impegno, nel 2004 è stato decorato dall’Argentina con l’Orden del Libertado General San Martín e il suo nome figura fra quelli del Giardino dei Giusti a Milano. Nella sua biografia ricorda il contributo di Di Benedetto, è fra i pochissimi ad averlo fatto: «Aveva una tosse infernale, una giacca logora, ma sapeva da quale impiegato delle Poste andare per spedire un telegramma senza essere denunciato».
Il diplomatico italiano Enrico Calamai
Ai tempi a Di Benedetto diede anche un consiglio importante, lo ricorda il figlio Claudio: «Decisero insieme di aiutare vite umane, salvando centinaia e centinaia di persone da morte sicura; aiutandoli a espatriare anche con passaporti falsi, nascondendo molti di loro in luoghi sicuri e denunciando alle autorità italiane quello che stava succedendo. Io mi ricordo che Calamai molte volte diceva: ‘Filippo, non ti esporre in questo modo… io sono un console, ho l’immunità, ho la scorta, ma tu non hai nessuno che ti protegge. Così metti a repentaglio la tua vita e quella della tua famiglia’. Ma mio padre continuò a salvare vite».
Eduardo è sparito
Ha continuato fino a quando è stato possibile, cercando di non raccontare a nessuno cosa faceva. In famiglia non ne parlava mai, teneva separati gli ambiti, anche perché era molto pericoloso. Difatti, dopo poco tempo, l’orrore che stava piombando nel cuore della notte di migliaia di case argentine bussò anche alla porta di casa Di Benedetto. Domenica Maria Alba Di Benedetto, figlia di suo fratello Orlando, insieme al marito Antonio Eduardo Czainik, vennero presi dagli squadroni della morte mentre erano intenti ad accompagnare a scuola i due figli. Vennero portati in un centro clandestino di detenzione, dove furono brutalmente torturati. Perché?
Eduardo era nato nella capitale federale il 27 aprile del 1947 e faceva il meccanico in un’officina a Posta de Pardo, Ituzaingó, Buenos Aires. Era un militante del gruppo rivoluzionario Forze Armate di Liberazione 22 agosto (FAL 22), ecco perché era su una lista. Ufficialmente risulta sequestrato il 25 agosto 1977 in via Nazca 920, dove abitava. Al quotidiano argentino Pagina/12 Christian Czainik, uno dei figli di Eduardo, ha raccontato che la famiglia riuscì a ottenere qualche informazione attraverso canali non ufficiali, ma che queste informazioni non sono servite a nulla perché hanno respinto il ricorso di habeas corpus e la denuncia al Ministero dell’Interno presentate dalla madre.
Il cruccio più grande
I tentativi furono i più disparati, Domenica in quegli anni ha girato in lungo e in largo le caserme alla ricerca del marito, riuscendo a incontrare anche il celebre agente dei servizi Raul Guglielminetti, ritenuto l’uomo che avrebbe portato gli archivi segreti della dittatura in Svizzera, più avanti processato in Argentina per aver sequestrato imprenditori a scopo estorsivo. Nulla è servito a sapere qualcosa di Eduardo, desaparecido all’età di 30 anni.
Una richiesta di informazioni su Antonio Czainik apparsa su Pagina 12
Di Benedetto prendeva informazioni e segnalava più casi di giovani perseguitati possibile, si spingeva fino al limite, ricevendoli nel suo ufficio e accompagnandoli in consolato. Li nascondeva fino al rimpatrio permesso dall’opera diplomatica di Calamai. Rischiava grosso, ma riuscì a contribuire al salvataggio di più di 300 persone, secondo le stime ufficiali. Moltissimi riuscirono a farsi passare per turisti, arrivarono in Italia e scamparono a una fine orribile anche grazie all’impegno di Filippo Di Benedetto, ma fra loro non c’era il nipote Eduardo. Per lui non ci fu niente da fare, era troppo tardi, e questo fu un cruccio che si portò appresso per tutta la vita.
Di Benedetto muore in Argentina nel 2001 sostanzialmente in povertà, senza nemmeno gli onori della cronaca. Solo 18 anni dopo, il 7 settembre del 2019, a Saracena decidono di intitolargli una strada. L’evento non ha l’eco che meriterebbe, ma in prima fila c’è un uomo che ha fatto tanta strada per esserci. Prende il microfono e di Filippo Di Benedetto dice: «Eravamo in contatto continuo e lo ricordo come una persona di un grande calore umano, generosa, molto umile e pure pieno di una grande saggezza ed intelligenza, di una grande cultura vera di civiltà». Parola di Enrico Calamai.
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