Tag: politica

  • Viale Parco non potrà ritornare come prima (VIDEO)

    Viale Parco non potrà ritornare come prima (VIDEO)

    Non è passato giorno in cui il neosindaco Franz Caruso non abbia parlato dei debiti “insostenibili” («centinaia di milioni di euro») lasciati in Comune dal suo predecessore, Mario Occhiuto. Intervistato dal direttore de I Calabresi – Franco Pellegrini-, il primo cittadino afferma: «Non pensavo di dovere approvare un bilancio preventivo con un disavanzo già di 11 milioni di euro».

    Condannato a non riaprire Viale Parco

    Viale Parco non tornerà come prima. Franz Caruso lo fa capire espressamente: «Dobbiamo terminare il Parco del benessere». Poi continua: «Uno degli errori più grandi è stato distruggere l’opera più importante realizzata nella città dal Dopoguerra ad oggi».
    Ma ne esistono diverse versioni che sopravvivono. Quantomeno nei finanziamenti. La Regione Calabria, per esempio, continuerà ad inviare ogni anno 140mila euro fino al 2026 per la versione manciniana dell’infrastruttura, soldi impegnati nei giorni scorsi. Intanto il Rup è cambiato ancora una volta, dopo due anni di vacatio: adesso è Giuseppe Iiritano. E nelle prossime ore una riunione alla Cittadella potrebbe di nuovo cambiare le carte in tavola. Pare, infatti, che si possa riallargare lo spazio destinato alle auto in transito, ma solo nell’area delle ex ferrovie su cui ora sorge il Rialzo.

    Occhiutiani in Giunta

    Rispetto alla discontinuità sbandierata nei programma, Franz ha poi portato in Giunta quattro esponenti che militavano nella ex maggioranza di Occhiuto. Questione di criteri oggettivi, sottolinea il sindaco: «In Giunta siedono tutti i primi eletti delle liste che mi hanno sostenuto». Il Cencelli del penalista cosentino diventa: «Ho rispettato la volontà dell’elettorato».

    L’Atene delle Calabrie sognata da Caruso

    «Cosenza è stata un punto di riferimento sul piano culturale e politico per l’intera Calabria e anche per il Meridione». Parole che precedono le promesse: «Ridare vita alla Casa delle Culture, alla Biblioteca Nazionale, alla Biblioteca civica e soprattutto al teatro Rendano». Che torni, quest’ultimo, ad essere «teatro di tradizione e, quindi, di produzione».

    La Grande Cosenza arriva al Savuto

    Ma quale città unica, Caruso vuole ricostruire ridisegnare la geografia della Calabria Citra. Mette dentro tutto: Cosenza, Rende, Zumpano, Castrolibero, Montalto e pure la zona del Savuto.

    L’eterna vicenda dell’Unical

    Caruso lavora per un maggiore «coinvolgimento e integrazione dell’Università della Calabria nel territorio cosentino». Perché crede che «il Campus non abbia sviluppato un rapporto simbiotico con la città capoluogo». Poi rincara la dose: «Arcavacata non è nemmeno l’università di Rende». Un Ateneo di gente che «vive quella città solo nei giorni della movida».
    Nel concreto Caruso dice di «aver già chiesto al rettore Nicola Leone di poter collaborare con l’università per i progetti del Pnrr».

    Una leghista per i 90 milioni del Cis

    I 90 milioni del Cis per il centro storico di Cosenza? Venerdì 21 arriva il sottosegretario per i Beni e le attività culturali, Lucia Borgonzoni. Seguirà il tavolo tecnico. Lo ha annunciato lo stesso sindaco.

    Ciclabili ma con giudizio

    La viabilità di Occhiuto ha danneggiato il commercio. È il pensiero di Franz e non solo. E se – come sostiene il primo cittadino – «Cosenza è la sua provincia, allora dobbiamo consentire alle persone di raggiungere la città». E gli amanti della bicicletta? La città sostenibile di Caruso non vuole diminuire le piste ciclabili. Piuttosto vuole aumentarle. Distruggendo parte delle vecchie però e senza quella proliferazione di circuiti per scalare, fittiziamente, le graduatorie delle città ecosostenibili.

    Un jolly da giocare sulle confluenze

    «ll Jolly abbattuto è stata opera importante di Occhiuto, ma non ho nessuna intenzione di proseguire nella costruzione del museo di Alarico». Franz dixit. E se proprio c’è da scegliere qualcuno che rappresenti lo spirito della città? C’è già il buon «Telesio». Sull’immobile pende un vincolo di destinazione. Franz Caruso vorrebbe rimodulare tutto e fare di quel posto un «grande parco verde che ricongiunga città vecchia e nuova».

    Cosenza verde

    Nella visione di Caruso dovrebbero essere eliminate «tutte quelle mattonelle cinesi di Piazza Bilotti per lasciare spazio al verde». Spostando il parco del benessere «lungo gli argini dei fiumi magari navigabili». Ecco il manifesto di Franz contro la cementificazione del verde in salsa Occhiuto. Per ora solo intenzioni.

  • Il futuro si gioca a Bruxelles, ma la Calabria non ha nulla da dire?

    Il futuro si gioca a Bruxelles, ma la Calabria non ha nulla da dire?

    Sta per cominciare sui tavoli europei, quelli che contano sul serio, la discussione politica sulle regole di bilancio dell’Unione Europea: il famoso fiscal compact del quale, nel decennio appena trascorso, ogni angolo dell’opinione pubblica ha decantato le presunte virtù salvifiche. Presunte, appunto.

    Regole Ue, una sintesi da raggiungere

    Due i punti focali della disputa, che sono poi quelli sui quali i governi degli stati nazionali che animano il governo dell’Ue dovranno trovare una sintesi, necessariamente politica.

    1. Servirebbe un nuovo modello di crescita che preveda la possibilità di fare maggiori investimenti pubblici per innovare la struttura economica. Si parla tanto, anche meritoriamente, di “transizione ecologica”. Ebbene, servirebbe una quantità poderosa di risorse pubbliche per “innovare” da una parte, e per compensare gli effetti negativi dall’altra. In caso contrario, la “distruzione creativa” sarà solo distruzione economica. E produrrà macerie sociali, come sempre accade quando si lascia a sé il mercato senza alcuna regolazione da parte dell’autorità pubblica/politica;
    2. Bisognerebbe, per dar corso al punto 1, mandare in soffitta una volta per tutte il paradigma dell’austerità espansiva, che in questi anni ha prodotto macerie sociali (oltre che tanto conformismo, dentro e fuori l’Accademia). Si è rivelato del tutto inadeguato dinnanzi ad uno shock economico dirompente ed inatteso, un vero e proprio “cigno nero”, come quello prodotto dalla pandemia. La controprova dell’affermazione circa la dannosità sta nella sospensione delle regole “austerity” di bilancio che hanno guidato le scelte di politica economica. Fossero state adeguate a superare lo shock economico causato dalla pandemia non le avrebbero sospese.

    Mediterranei vs Frugali

    Il presidente del Consiglio pro tempore, capo del governo italiano, ha – ed è del tutto evidente – l’autorevolezza politica per guidare un consorzio di paesi (i cosiddetti “mediterranei“) finalizzato a rimettere in discussione il paradigma dell’austerità espansiva, che i paesi cosiddetti “frugali” vorrebbero ripristinare attraverso la riattivazione di quelle regole di bilancio tanto insensate sul piano scientifico quanto deleterie su quello economico: le decisioni “contabili” prese a Bruxelles si riverberano sulla vita reale delle persone, in special modo su quelle che vivono nelle aree territoriali più svantaggiate, proprio come la Calabria.
    Per questo è quanto mai opportuno affermare che i destini della Calabria si disputeranno, ancora una volta, a Bruxelles. E questa volta in modo dirimente.

    Ma le nostre università stanno a guardare?

    In conclusione, credo sia lecito chiedersi: l’Accademia calabrese, nella quale fiorisce una tradizione di studi economici originale e per certi aspetti assai brillante, riesce a sviluppare un pensiero politico, magari innovativo, sulla questione del debito pubblico europeo o si limita a recepire i voli pindarici di chi (nelle università, specie del Nord, dove si orienta il dibattito pubblico) è passato dal “guai a fare debito pubblico: sarebbe un disastro” al “fare debito pubblico non è più un problema”?
    Speriamo di capirlo al più presto, magari in un futuro che non sia troppo anteriore.

    Francesco Capraro

  • Amalia Bruni dopo Mattarella? Ok per la Dandini, non per i suoi compagni

    Amalia Bruni dopo Mattarella? Ok per la Dandini, non per i suoi compagni

    I giochi nel consiglio regionale calabrese sono fatti da poco più di 24 ore quando un’icona de sinistra, in una trasmissione che riscuote ampio consenso proprio in quel target, fa il nome di Amalia Bruni. Intervistata da Diego Bianchi a Propaganda Live (La7), Serena Dandini affronta un trend topic: perché non una donna al Colle?

    Donne di Calabria (e non)

    Dandini si indigna perché si sente spesso dire che il presidente della Repubblica può essere Draghi, o Berlusconi, o una donna. «Cioè una donna a caso: Draghi, Berlusconi o un dromedario. Come se nel nostro Paese non esistessero decine e decine di donne con un curriculum elevatissimo in grado di ricoprire questo ruolo».

    Dunque tira fuori un elenco con le sue papabili. E tra una Barbara Jatta (nominata direttrice dei Musei Vaticani da Papa Francesco) e un’Anna Maria Loreto (prima donna a capo di una grande Procura come quella di Torino) piazza proprio la neuroscienziata lametina sconfitta alle elezioni regionali da Roberto Occhiuto.

    La calabrese Antonella Polimeni, prima donna nella storia a guidare l'Università La Sapienza di Roma
    La calabrese Antonella Polimeni, prima donna nella storia a guidare l’Università La Sapienza di Roma

    Nell’elenco c’è un’altra calabrese, almeno di origine, ovvero Antonella Polimeni, «prima donna dopo 700 anni a guidare l’università della Sapienza». Ma il dato è politico, non geografico. Al di là della facile battuta – «avere in Italia un presidente che ha scoperto il gene dell’Alzheimer può aiutare…» – l’interessata subito reagisce con comprensibile orgoglio postando il video sui social e ringraziando pubblicamente Dandini.

    La solitudine di Amalia Bruni

    Poi aggiunge due cose. La prima è un autoelogio – «sono quaranta anni anni che dedico tutte le mie energie professionali al miglioramento delle condizioni di vita dei calabresi» – mentre la seconda va al punto: «Fa strano – dice Bruni – che se ne debba parlare in una trasmissione, per quanto colta e intelligente come Propaganda Live, e che a sollevare il problema debba essere una donna, preparata e sensibile, come Serena Dandini, mentre dalla politica che conta, Parlamento, Istituzioni e Palazzi vari, nessuno batte ciglio».

    Amalia Bruni durante la campagna elettorale per le Regionali 2021
    Amalia Bruni durante la campagna elettorale per le Regionali 2021

    Ecco, la riflessione è opportuna ma anche rivelatrice della solitudine di chi la suggerisce. Amalia Bruni in un Palazzo c’è entrata e, coerentemente con la campagna elettorale, continua a definirsi – o almeno dà questa indicazione al suo ufficio stampa – come «leader dell’opposizione in consiglio regionale». Ma per eleggere il presidente della Repubblica la sua coalizione non ha mandato lei a Roma.

    Tre uomini come delegati

    Proprio giovedì dal consiglio regionale sono venuti fuori i delegati calabresi che parteciperanno al più alto rito istituzionale della Repubblica. Si tratta di tre uomini, come sempre due di maggioranza e uno dell’opposizione: per il centrodestra ci sono i due presidenti – quello della Giunta Roberto Occhiuto e quello del Consiglio Filippo Mancuso – e per il centrosinistra il capogruppo del Pd Nicola Irto. L’indicazione non può non avere un significato politico. E, al netto del bon ton di facciata, esautora di fatto Bruni dal ruolo di leader della coalizione Pd-M5S.

    Amalia Bruni: celebrata in tv, ignorata dai suoi

    Certo lei non ha fatto molto per evitarlo: aderire al gruppo Misto appena eletta, diventando capogruppo di se stessa, pur nell’intenzione di rimanere equidistante non è sembrata una scelta strategica fruttuosa. Tanto più che proprio nel Pd Bruni sta pescando per il suo staff – ne fanno parte la dirigente dem lametina Lidia Vescio e la vicepresidente di Avviso Pubblico Maria Antonietta Sacco da Carlopoli – e proprio al Pd lei ha tolto le castagne dal fuoco accettando la candidatura dopo la girandola di nomi che ha coinvolto anche lo stesso Irto, Enzo Ciconte e Maria Antonietta Ventura.

    È la politica matrigna, che a queste latitudini, dietro una facciata di sinistra, non si crea troppi problemi né di genere né di merito. Divorando con implacabile cinismo le creature che ha da poco generato. E senza curarsi del paradosso di una «leader» celebrata in diretta nazionale ma ignorata dai suoi stessi compagni di banco.

     

  • Salerno-Reggio Calabria e alta velocità: il gioco delle tre carte

    Salerno-Reggio Calabria e alta velocità: il gioco delle tre carte

    L’alta velocità ferroviaria nel tratto Salerno-Reggio Calabria sembra una commedia degli equivoci. Vi è una confusione lessicale che non aiuta a comprendere le scelte tecniche per la nuova linea. Si parla di alta velocità di rete (AVR), alta capacità, alta velocità passeggeri. Il rischio è quello di generare un gioco delle tre carte che non va verso l’efficienza nell’allocazione delle risorse pubbliche e l’efficacia nella qualità delle connessioni. I tre termini non sono affatto sinonimi e conducono a costi di investimento, modelli di esercizio ed effetti trasportistici molto differenti.

    È indubbio che l’alta velocità realizzata da Salerno verso il Settentrione abbia rappresentato una delle poche innovazioni infrastrutturali a sorreggere la competitività dell’economia italiana, soprattutto nel centro-nord. È noto che oggi la rete veloce con caratteristiche ad alta capacità si ferma sostanzialmente ad Eboli, per riecheggiare il romanzo di Carlo Levi.
    La decisione di investire per il collegamento ferroviario Salerno-Reggio Calabria costituisce dunque una scelta opportuna per accorciare il Paese. Tuttavia, dobbiamo entrare nel merito delle scelte che saranno operate, per misurarne l’impatto e comprenderne le ricadute sul tessuto economico nazionale.

    L’equivoco (e il flop) dell’alta capacità

    Occorre partire da quanto accaduto con la realizzazione dell’investimento nei decenni passati per la rete attualmente operativa. La discussione fu allora molto animata e vivace. Si decise di costruire quella che fu definita alta capacità, perché consentiva di far transitare sulla nuova rete convogli passeggeri e merci al tempo stesso.

    Era una esperienza unica nel mondo, perché nessuna altra rete di alta velocità ferroviaria consente anche il transito dei convogli merci. Altrove si realizzavano reti funzionali al solo transito di treni passeggeri. Qui, invece, per far transitare i convogli merci si rese necessario realizzare pendenze coerenti, moduli adeguati, sagome ampie, resistenze indispensabili per il passaggio di treni pesanti. E il costo di investimento, per questa sola ragione, risultò più elevato di un terzo rispetto alle esperienze internazionali comparabili.

    Un treno ad alta velocità (low cost) in Francia
    Un treno ad alta velocità (low cost) in Francia

    A distanza di due decenni, possiamo trarre conclusioni inequivocabili. Non un solo convoglio merci, ad eccezione di un treno ETR 500 viaggiatori adattato al suo interno per trasportare merce leggera, ha utilizzato la esistente rete italiana ad alta capacità. Le ragioni sono, e forse anche erano, evidenti: il mercato del trasporto commerciale non è in grado di pagare per il costo di un servizio che, solo per la componente del pedaggio di accesso alla rete, è superiore al prezzo di mercato delle modalità di trasporto alternative alla ferrovia. Non pare il caso di insistere in questo errore.

    Il trasporto ferroviario delle merci

    Una svolta rivoluzionaria, però, è in corso nel trasporto ferroviario delle merci, anche qui da noi. DB Cargo Italia, la società delle ferrovie tedesche che opera nel nostro Paese, grazie alle modifiche introdotte da Rfi, ha cominciato a far circolare – sulle linee del Nord Italia che lo consentono – treni da 2.500 tonnellate. Nel Sud, invece, per limiti indotti dall’acclività e dalla vetustà delle linee circolano convogli da 800 tonnellate.

    Un treno della DB Cargo
    Un treno della DB Cargo

    Bisogna considerare anche il pedaggio di accesso alla infrastruttura. La rete alta velocità presenta un valore economico molto più elevato rispetto a quella tradizionale. Ciò sconsiglia di prendere in considerazione la prima per il trasporto delle merci: il mercato non richiede servizi ad elevata velocità, bensì prestazioni affidabili e tempo di consegna certo.

    La chimera

    Non serve una rete di alta capacità al Sud perché mai i treni merci circoleranno su una rete ad elevato pedaggio. Tanto più con una domanda che si orienta prevalentemente su altri parametri prestazionali. Sarebbe uno spreco di soldi: se l’armatura industriale del centro-nord non è stata in grado di attivare una domanda per servizi merci veloci, questa aspirazione nel Mezzogiorno diventa una pura chimera.

    I treni merci per essere competitivi devono raggiungere uno standard di portata incompatibile con le caratteristiche di una rete ad alta velocità, se non a costi proibitivi. Occorrerebbe, quindi, investire nell’adeguamento della rete ferroviaria tradizionale alle caratteristiche necessarie per la competitività del trasporto ferroviario merci. Servono convogli più lunghi e più pesanti, almeno di 1.600 tonnellate. Bisogna adeguare la sagoma delle gallerie, i raccordi nei porti e nei siti industriali, allungare i moduli di stazione, riclassificare il peso assiale.

    Passeggeri ed alta velocità

    Potremmo dedicare così la nuova rete di collegamento veloce nel Mezzogiorno solo ai servizi passeggeri di lunga percorrenza, garantendo viaggi più rapidi. Una rete ad alta velocità che riguardi unicamente i passeggeri costa molto meno e assicura una drastica riduzione dei tempi di percorrenza. Spostamenti più rapidi e un aumento nella frequenza dei convogli consentono al trasporto ferroviario di allargare molto la quota di mercato, generando anche nuova domanda di mobilità.

    Insomma, per il Mezzogiorno servono due approcci specifici dal punto di vista ferroviario: uno focalizzato sulle merci, per intervenire sulla competitività rispetto agli altri modi di trasporto; l’altro sui passeggeri, che deve guardare alla riduzione dei tempi di percorrenza e al miglioramento della connessione anche verso il centro-nord dell’Italia.

    Il cronoprogramma degli interventi

    La variabile temporale nella realizzazione degli investimenti costituisce un elemento decisivo per il futuro del Mezzogiorno. Se leggiamo le risorse finanziarie stanziate nel PNRR per le ferrovie, ci accorgiamo che quello che sarà realizzato entro il 2026 racconta un’altra storia.

    Esiste una diversa articolazione temporale degli interventi: su totale di 24,77 miliardi di euro destinati agli interventi per investimenti sulla rete ferroviaria, le risorse a disposizione dell’alta velocità verso il Sud per passeggeri e merci (4,64 miliardi) sono circa la metà di quelle per le linee che collegano il Nord all’Europa (8,57 miliardi di euro). Il grado relativo di connettività delle regioni meridionali rispetto a quelle settentrionali, dunque, è destinato a peggiorare in termini di tempi di percorrenza rispetto ai mercati.

    L’errore nella scelta del tracciato

    Infine, c’è il tema della scelta dei tracciati. Sulla Salerno-Reggio Calabria sarebbe irragionevole e sciagurato investire in un collegamento che segue un itinerario nelle aree interne. Toccherebbe creare un sistema di gallerie lungo decine e decine di chilometri, con tempi di realizzazione che andrebbero verso le calende greche e col rischio di un aumento esponenziale dei costi.
    Come sostiene spesso Mario Draghi, farsi guidare dal buon senso è un eccellente viatico per proseguire su un corretto tracciato. Così direbbe anche un ferroviere. Ma sono proprio i ferrovieri, in questo caso, a generare una commedia degli equivoci pericolosa.

    Il tracciato ipotizzato per la nuova tratta ad alta velocità Salerno-Reggio Calabria
    Il tracciato ipotizzato per la nuova tratta ad alta velocità Salerno-Reggio Calabria

    Il documento di RFI sulla Salerno-Reggio Calabria

    In un documento di 211 pagine della Direzione Investimenti di Rfi, invece di fare chiarezza sulle scelte tecniche, si intorbidiscono ulteriormente le acque. È esattamente quello che non dovrebbero fare i tecnici. Il testo manca di due requisiti indispensabili per una valutazione trasportistica: l’analisi della domanda potenziale e la costruzione di un modello di esercizio. È, al contrario, un caleidoscopio di opzioni possibili per singole tratte della linea: questo metodo non restituisce chiarezza di scelte. Siamo più in presenza di uno spezzatino ferroviario, che lascia impregiudicate le decisioni che devono essere assunte.

    Sull’alimentazione elettrica resta non sciolto il nodo tra tensione a 3.000 o a 25.000 mila Volt. Pare un dettaglio ma non lo è, perché determina nel secondo caso una integrazione con la rete AV esistente, lasciando fuori gli operatori normalmente privi di materiale rotabile idoneo a circolare con detta tensione (es. Imprese Ferroviarie merci) oppure nel primo caso una scelta per una velocizzazione di rete.

    I ferrovieri sanno bene che per ottimizzare il modello di esercizio non si possono concepire tratte singole con caratteristiche tecniche differenti. Quanto alla analisi della domanda, se non si definiscono i tempi di percorrenza manca uno degli elementi fondamentali per comprendere la domanda potenzialmente catturabile.

    Il collegamento trasversale merci

    Va valorizzato, in un documento deludente, un elemento che può essere invece una chiave di volta importante per le operazioni logistiche. Un collegamento trasversale dal porto di Gioia Tauro verso l’asse adriatico può costituire una soluzione interessante. L’itinerario adriatico è stato già dotato di quelle caratteristiche, per modulo, sagoma e peso assiale, che sono coerenti con la circolazione di treni merci con standard europei. Gioia Tauro è un porto di transhipment: serve quindi confrontare l’assetto potenziale dei meccanismi competitivi tra soluzione ferroviaria e navi feeder.

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    Il porto di Gioia Tauro

    Insomma, siamo tutti d’accordo sulla necessità di realizzare un collegamento ferroviario veloce al servizio delle regioni meridionali. Come lo si realizzerà, con quale progetto, con quale tracciato, con quali caratteristiche e con quali costi sarebbe necessario discuterlo in modo serio. Gli equivoci che si annidano nelle scelte tecniche vanno sciolti. Non vorremmo ripercorrere la triste storia della Salerno-Reggio Calabria autostradale.

  • Rende, la poltrona “maledetta” che affossa i sindaci

    Rende, la poltrona “maledetta” che affossa i sindaci

    Non volano elicotteri né abbondano i posti di blocco, che funzionano soprattutto per le normali esigenze di controllo del traffico e della sua sicurezza.
    L’ultima volta che si è registrata un’abbondante presenza delle forze dell’ordine è stata a novembre 2012, nei giorni e nelle ore immediatamente precedenti l’arresto di Ettore Lanzino, primula per eccellenza della ’ndrangheta cosentina. A parte questo, Rende sembra la classica città tranquilla.
    Già: Rende non è Saigon né Chicago. Tuttavia, ciò non toglie che la città modello, raro esempio di sviluppo urbano in cui estetica ed efficienza, ordine e crescita sono state a lungo in equilibrio quasi perfetto, ha tanti problemi e ne genera altrettanti.

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    Ettore Lanzino, uno dei boss storici della ‘ndrangheta cosentina

    Il caso Manna

    Tengono banco nelle cronache le notizie sul recente provvedimento cautelare con cui il Tribunale del riesame di Salerno ha sospeso Marcello Manna, il sindaco di Rende, dall’esercizio dell’avvocatura per un anno.
    Ma questo provvedimento, per ora, è “platonico”: contro questa decisione del Riesame hanno fatto appello sia la Procura di Salerno, che per Manna aveva chiesto la detenzione cautelare in carcere, sia la difesa del sindaco, che ovviamente mira ad azzerare tutto.
    Non è il caso di entrare nel merito, perché su vicende delicate come questa non si ragiona come in curva sud. Anzi, è doveroso il massimo del garantismo.

    Il quinto amministratore sotto le lenti dei magistrati

    A livello giudiziario, la decisione del Riesame risulta molto “salomonica”: il gip ha rigettato la richiesta dei domiciliari perché, a suo giudizio, non sussistono esigenze cautelari. Detto altrimenti, perché Manna non scappa e perché non può più inquinare le prove, a favore e contro, che evidentemente sono già in saldo possesso degli inquirenti.
    Il merito, ovvero l’eventuale pronuncia sull’innocenza o meno del sindaco, non è assolutamente in discussione.
    Detto questo, Marcello Manna è il quinto amministratore di Rende finito sotto le lenti della magistratura. Si badi bene: nell’inchiesta della Procura di Salerno non c’è nulla che riguardi l’operato di Manna come sindaco. Però c’è un dato storico che proprio non si può tacere.

    Il boss e i due politici

    Quando fu arrestato Ettore Lanzino, Marcello Manna – che comunque faceva manifestazioni pubbliche coi Radicali ed era vicino a quell’area socialista a cavallo tra centrodestra e centrosinistra – non pensava alla carriera politica e, forse, non immaginava che sarebbe diventato sindaco di Rende.
    Ma si limitava a fare, con la provata bravura, il difensore di indagati e imputati eccellenti. Anche di Lanzino, che ha continuato a difendere quasi fino al 2018, quando fu rinviato a giudizio Sandro Principe.
    Con questo riferimento storico, non si vuol alludere a nulla. Al più, si coglie una coincidenza “suggestiva” troppo forte per passare in secondo piano.

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    Sandro Principe ha dominato la politica rendese per molti anni

    Il gotha nei guai

    L’inchiesta “Sistema Rende”, iniziata all’indomani dell’arresto di Lanzino, è esplosa nel 2016, con l’arresto di Sandro Principe, che fino a quel momento era comunque considerato un papà di Rende.
    Le accuse, che si focalizzavano sulle Provinciali del 2009, erano di corruzione elettorale, corruzione in atti amministrativi e concorso esterno in associazione mafiosa.
    Discorso simile per Umberto Bernaudo, sindaco di Rende dal 2006 al 2011 e Pietro Ruffolo, ex assessore della Giunta Bernaudo.
    Principe, è doveroso ricordarlo, è stato prosciolto dall’accusa di corruzione elettorale, Bernaudo e Ruffolo, invece, sono stati prosciolti da quella di corruzione in atti amministrativi.

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    Umberto Bernaudo, ex sindaco di Rende

    C’è un altro big di Rende coinvolto nella vicenda, sebbene non per fatti di mafia: è l’ex assessore comunale e consigliere provinciale Giuseppe Gagliardi, rinviato a giudizio “solo” per corruzione elettorale.
    In questa vicenda, c’è un’altra vittima, per fortuna solo dal punto di vista politico: Vittorio Cavalcanti, altro brillante avvocato e sindaco di Rende dal 2011 al 2013. La sua amministrazione, l’ultima di centrosinistra e l’ultima legata al carisma di Sandro Principe, naufragò mentre la Commissione d’accesso antimafia spulciava le carte del municipio.

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    Vittorio Cavalcanti è stato sindaco di Rende

    Chi tocca quella poltrona…

    Ricapitoliamo: Manna è sotto inchiesta per la vicenda del giudice Petrini, con l’accusa di corruzione in atti giudiziari, che non c’entra un bel niente con la sua attività amministrativa.
    Questo dato lo hanno colto benissimo anche i magistrati salernitani, che hanno applicato la misura cautelare solo alla professione e non al ruolo di sindaco, creando un paradosso apparente: gli impediscono di lavorare ma non di amministrare.
    Tutti gli altri, sono stati finora travolti dal ciclone giudiziario, sul quale è doveroso il garantismo perché finora non c’è alcuna sentenza che autorizzi a pensare altro.
    Fatto sta che, dal 2011 in avanti, la poltrona di primo cittadino di Rende è diventata “pericolosa”, non foss’altro perché porta un po’ sfortuna, e la città modello si è incamminata sulla via del declino.

    Peyton Place

    Più che Saigon, Rende sembra la Peyton Place del celebre romanzo scandalo di Grace Metallous: una cittadina in apparenza tranquilla, ma piena di scandali e contraddizioni.
    Secondo i bene informati, proprio a Rende hanno trovato rifugio varie “vedove bianche” (mogli di picciotti finiti sotto lupara bianca o al 41bis).
    I più maligni sussurrano altro, per fortuna al momento senza riscontri di rilievo: dietro tante fortune edilizie e aziendali vi sarebbero capitali non chiarissimi. Ma finora l’unico sospetto confermato riguarda i call center Blue Call, con sedi in Lombardia e a Rende, “scalati” dai clan reggini. Insomma, molte cose ardono sotto le ceneri ed è difficile dire in quante di esse la classe politica abbia responsabilità reali.

    Rende ha perso colpi

    Intanto, Rende, vive una situazione politica dura: non è in dissesto come la vicina Cosenza, ma ha comunque i conti a rischio. E soprattutto, corre pericoli forti, con una buona fetta di ex amministratori sotto torchio e col sindaco attuale finito comunque in un ciclone mediatico.
    Una situazione ben diversa rispetto al decennio scorso, quando Rende ancora dava le carte e sembrava essere diventata il perno dell’area urbana di Cosenza.
    Dopo di noi il diluvio? Ancora no, per fortuna. Ma stiamo ben attenti: dalle attività giudiziarie ancora in corso potrebbe scatenarsi la classica tempesta perfetta.

  • Tutti con Irto ma solo per finta: la grande farsa del Pd

    Tutti con Irto ma solo per finta: la grande farsa del Pd

    Il Pd calabrese dà due certezze: la vocazione masochista e il nuovo segretario regionale, che come sanno persino i muri, sarà Nicola Irto. Con un po’ di retorica, si potrebbe definire “bulgaro” l’imminente congresso che consacrerà il mattatore reggino.
    Ma sarebbe riduttivo. In Calabria, anche nell’autoritarismo, riusciamo ad essere più estremi: il paragone più azzeccato, in questo caso, è l’Albania di Enver Hoxa.

    Mario Franchino
    Mario Franchino ha provato a sparigliare le carte in vista del congresso

    L’unico tentativo di contrastare Nicola superstar è provenuto da Mario Franchino, che ha tentato di dar voce a un gruppo di ex big, ai quali solo l’età (in media over 65) impedisce pose e atteggiamenti rivoluzionari e ha suggerito un nome stereotipato: Ricostituenti, perché anche dirsi “riformisti” sarebbe troppo.
    Parliamo, tra gli altri, di Cesare Marini e Agazio Loiero, che riescono a far sembrare credibile persino Piero Pelù quando si ostina a cantare rock e a portare i capelli lunghi sebbene l’anagrafe gli consigli altro.
    Ovviamente, si parla di niente: l’“incidente” Franchino è rientrato per incapacità di portare cinque liste con centosessanta candidati, perché il potere di una volta è un ricordo.

    Un Pd col cuore sullo Stretto

    L’unica vera notizia, in questo casino, è il definitivo cambio di polarità geografica del Pd, che si focalizza a Reggio. E poco importano le recenti traversie giudiziarie di Giuseppe Falcomatà, che anzi agevolano Irto, che in riva allo Stretto non ha più rivali e, forte del notevole consenso alle Regionali di ottobre, si è imposto su tutto il resto della Calabria.
    Ed è riuscito, grazie anche a un lavorio diplomatico non indifferente, a creare l’impressione di un unanimismo che nei dem calabresi non è solo innaturale ma, addirittura, contronatura.

    Contrordine compagni

    Ma per fortuna c’è Cosenza, che riesce a rasserenare i cronisti più maligni e conferma che, nonostante tutto, il Pd è un partito divertente. Lo è stato a fine novembre, quando la rissa dell’assemblea di Cosenza ha fatto il giro del web. E lo è anche ora che i congressi provinciali sono saltati.
    Con una circolare stringata, il commissario regionale Stefano Graziano ha rinviato i congressi provinciali, previsti anch’essi a brevissimo, all’ultima decade di febbraio. Un tempismo significativo, il suo, che coincide in maniera un po’ troppo curiosa con alcune fughe di notizie che riguardano Cosenza.

    La circolare inviata da Stefano Graziano
    La circolare inviata da Stefano Graziano

    Non serve essere dietrologi a oltranza, perché quando si pensa male del Pd ci si azzecca sempre senza far peccato. È sufficiente, invece, mettere in ordine i fatti: la scadenza per la presentazione delle liste era prevista alle 20 del 13 gennaio, ma nelle prime ore del pomeriggio sono uscite alcune indiscrezioni giornalistiche sulla candidatura di Vittorio Pecoraro a segretario provinciale di Cosenza. A stretto giro di mail e di What’s App i militanti del Pd hanno ricevuto il “contrordine compagni” di Graziano. E forse con un po’ di sollievo si sono adeguati.

    Una poltrona per quattro

    C’è una sostanziale differenza tra Stefano Graziano e Francesco Boccia. Il primo è un po’ disperato, perché gestire il Pd calabrese è cosa che si augura a un nemico. Il secondo è anche sfigato, perché non gli va bene una manovra che sia una.
    I bene informati riferiscono del tentativo del commissario cosentino di cucire un congresso unitario su Maria Locanto. Nulla da ridire sulle qualità della prescelta, tranne che forse non l’hanno mandata giù i cosentini per primi.

    Infatti, Boccia aveva avuto ampie rassicurazioni dai consiglieri regionali bruzi sopravvissuti all’ecatombe di ottobre che ci sarebbero state le trecento firme per la sua attuale sub commissaria. Peccato solo che qualcun altro queste firme le aveva già raccolte. Si parla di Nicola Adamo, che avrebbe sponsorizzato la candidatura del giovane Vittorio Pecoraro (noto non solo per la militanza socialista ma anche per la genealogia: è figlio di Carlo, ex dirigente del Comune di Cosenza). Invece, alla Locanto non sarebbero arrivati i sostegni sperati. Di sicuro non quelli di Mimmo Bevacqua, che starebbe sponsorizzando un’altra candidatura femminile, di cui non è ancora emerso il nome.

    Il democrat Nicola Adamo
    Il democrat Nicola Adamo

    Peggio che andar di notte coi Ricostituenti, i quali si sono impegnati per spingere il nome di Antonio Tursi, presidente dell’associazione Controcorrente.
    E non si è sottratto alla tentazione neppure Graziano Di Natale, che ha provato a mettere sul tavolo la candidatura del suo uomo.
    In questo caso, non si capisce bene se per rompere del tutto o per ricucire alla meno peggio, dopo una campagna elettorale per le Regionali giocata più contro i compagni di partito che contro gli avversari di centrodestra.

    Pd e democrazia

    Lo slittamento delle provinciali sembra un favore a Boccia, che ha tempo fino al quattro febbraio per recuperare le firme pro Locanto (o chi per lei). Ma questi giochi riguardano solo il Pd e non hanno nulla a che fare con la democrazia.
    Anzi, fanno rimpiangere le vecchie primarie, che pure in Calabria ci si sforzava di celebrare. E non diamo la colpa al Covid, che impedirebbe l’organizzazione di seggi aperti al pubblico: il Pd, quando si impegna, riesce ad essere più virulento della pandemia.

  • Martone, il paesino di 400 anime con un ambasciatore e due ministri

    Martone, il paesino di 400 anime con un ambasciatore e due ministri

    Roma caput mundi, Martone secundi: gli abitanti del minuscolo centro appollaiato sulle colline dello  Jonio reggino (e le migliaia di concittadini sparsi un po’ per tutto il pianeta) se lo ripetono come un mantra, scherzando, ma non troppo.
    Poco più di 400 abitanti “effettivi” Martone, come tutti i micro paesi che lo circondano, combatte una guerra (quella allo spopolamento) che difficilmente potrà vincere: una storia fatta di emigrazione forzata (e ininterrotti ritorni) che ha creato una rete capillare di martonesi in giro per il mondo che, partiti da questo pezzettino di Calabria, il mondo se lo sono conquistati. Come il neo ambasciatore in Turchia Giorgio Marrapodi, approdato ad Ankara nei primi giorni di gennaio, e ultimo arrivato, in ordine di tempo, di un parterre de rois in grado di scalare i vertici degli apparati pubblici nei pezzi di mondo via via “colonizzati” dall’emigrazione made in Martone.
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    Panorama di Martone, piccolo centro nella Locride

    L’abate illuminista di Martone

    A braccetto con Nelson Mandela, impegnati sul fronte delle rotte migratorie lungo il Mediterraneo o alla guida dello Stato più importante d’Australia, la storia recente è piena di concittadini di Orazio Lupis – abate, dotto illuminista e grande manovratore del mondo accademico della Catanzaro di metà ‘700 – in grado di ritagliarsi un posto al sole nel Paese in cui la forzata emigrazione li ha spinti.

    Marrapodi ambasciatore in Austria e Turchia

    La storia di Giorgio Marrapodi è figlia delle migrazioni “moderne”, quelle che si ripetono anche oggi, con i ragazzi che, finito il liceo, sbarcano nelle grandi città universitarie d’Italia e lì rimangono per costruirsi un futuro diverso da quello che la Regione più sgangherata del Paese potrebbe offrigli. Nato a Martone nel ’61 e approdato a Firenze, negli anni ’80, dopo la laurea in giurisprudenza, Marrapodi entra nel mondo delle feluche facendosi le ossa, e non potrebbe essere altrimenti, nella Direzione generale dell’emigrazione. Poi gli incarichi nelle ambasciate di Madrid e Bucarest e quello all’Onu a New York, fino al ruolo di ambasciatore a Vienna prima e ad Ankara adesso.

    La “rotta turca” dei migranti che porta nella Locride

    Una poltrona che scotta e su cui l’ambasciatore in Turchia è finito seguendo il Risiko delle nomine seguite al mezzo terremoto politico-amministrativo provocato dall’insediamento del Governo Draghi. Nelle sue mani, ora, la patata bollente della “rotta turca” che vede proprio la Locride approdo preferito, da venti anni, di uno dei flussi migratori più imponenti che interessano l’Europa. È dalla Turchia che partono, con frequenza sempre più stringente, i barchini carichi di migranti provenienti dal Medio Oriente ed è sempre nel Paese di Erdogan che la grandi organizzazioni criminali che quel traffico lo intrecciano, fanno convergere gli improvvisati scafisti.
    Le distrettuali antimafia calabresi su Ankara hanno puntato i riflettori da tempo, quello di Marrapodi non sarà un lavoro semplice. Ospite fisso delle estati calabresi, il neo ambasciatore d’Italia in Turchia, da anni è in prima fila all’alzata della “’ntinna”, l’albero della cuccagna tagliato sulle montagne e portato in paese da una coppia di buoi  ed elevato in onore al “doppio” Santo – in paese è doveroso dire Santo San Giorgio – per una tradizione pagana che accomuna tutti i martonesi.

    Un primo ministro d’Australia

    In paese come a Sydney, dove la comunità martonese, tra prima e seconda generazione, è quasi 10 volte più numerosa di quella presente in patria. Ed è anche grazie ai voti dei suoi concittadini che Morris Iemma – che “downunder” ci è nato poche ore dopo essere sbarcato dal piroscafo che portava all’altro capo del mondo la sua famiglia che era partita dalle colline reggine – ha scalato i vertici dei labouristi della più grande città d’Australia fino a diventare Primo ministro dello stato del New South Whales.
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    Morris Iemma, primo ministro dello Stato del New South Wales in Australia
    Un “regno” durato quattro anni e costruito nel cuore della foltissima comunità italiana: figlio di un operaio dalla marcate idee comuniste e di una sarta, Iemma ha rappresentato l’ala “destra” del partito dei lavoratori australiano per oltre un decennio. Profondamente legato al paese d’origine, non sono rare le sue presenze al “San Giorgio” di Sydney, feticcio della comunità calabrese in Australia e strano mix di tradizioni vere e stereotipi altrettanto reali.

    Ministro dell’Istruzione in Canada

    Figlio delle migrazioni dei ’60 era stato invece Tony Silipo, che a Martone era nato e da cui era andato via, a seguito della famiglia, subito dopo la licenza elementare. Sydney per qualche anno, come tanti prima di loro, poi una nuova rivoluzione e lo sbarco in Ontario, sponda orientale del Canada per una nuova ripartenza. Lo studio in giurisprudenza, l’impegno in politica nei labour canadesi, le prime vittorie alle elezioni parlamentari: un crescendo che lo porta a guidare il ministero del tesoro prima e quello dell’istruzione poi.
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    Tony Silipo è stato ministro del Tesoro e dell’Istruzione in Canada

    Quella volta con Nelson Mandela

    Una carriera interrotta dalla malattia nel 2012 per un martonese che con la sua terra non aveva mai tagliato i ponti. Tanto da rimettere in piedi la vecchia casa abbandonata dai genitori in cerca di una vita migliore, e tornarci, praticamente ogni estate come tradizione impone. Ed è in quella piazzetta – che il comune intende dedicargli – che Silipo raccontava ai suoi amici di un tempo, di quella volta che, da ministro dell’istruzione, introdusse ai suoi studenti il futuro presidente del Sud Africa, Nelson Mandela, protagonista della lotta all’apartheid che, proprio su input del ministro Silipo, era diventata materia di studio nelle scuole canadesi. Piccole storie che si intrecciano con la Storia e che hanno come comune denominatore un paesino minuscolo e sempre sull’orlo del baratro ma confidando che, in fondo, Roma caput mundi, ma Martone secundi.
  • Vibo a secco: tutti contro tutti nella guerra dell’acqua

    Vibo a secco: tutti contro tutti nella guerra dell’acqua

    Chissà quanti tra qualche anno si ricorderanno della crisi idrica dell’Epifania. Sicuramente rimarrà in mente agli operai di Sorical che lavorano da ormai 7 giorni per ridare l’acqua a migliaia di persone. Però non la dimenticheranno neanche quelle persone che si sono ritrovate in pieno inverno coi rubinetti a secco. Specie chi è in difficoltà, non è autosufficiente o è in quarantena, che a Vibo città e nei paesi dell’entroterra è costretto a chiedere aiuto per lavarsi o cucinare.

    Lavori all'Alaco per riportare l'acqua nelle case
    Lavori all’Alaco

    Il 5 gennaio

    Per bere no, perché quell’acqua non la beve nessuno neanche in tempi normali. Dieci anni fa l’invaso da cui arriva, l’Alaco, è stato sequestrato dalla Procura e non si ha notizia che sia mai stato dissequestrato. Ma nonostante le inquietanti accuse di avvelenamento colposo di acque il processo è finito in prescrizione e l’acqua di questo lago artificiale non ha mai smesso di immettersi nelle case dei vibonesi. Almeno così è stato fino al 5 gennaio scorso, quando il terreno della montagna di Brognaturo, a mille metri sulle Serre, è franato rompendo due condotte. È ancora da capire se una perdita abbia causato la frana o viceversa, perché in quel momento non pioveva. Comunque il risultato è un blackout idrico sulla linea che serve Vibo e su quella che rifornisce sia i paesi dell’entroterra che alcuni Comuni della Piana di Gioia Tauro.

    Il bacino dell'Alaco che rifornisce di acqua il Vibonese
    Il bacino dell’Alaco che rifornisce di acqua il Vibonese

    Nessun piano B

    Così un evento imprevedibile ha fatto scoprire a molti che non esiste un piano B. Il territorio non ha alternative di approvvigionamento e, negli anni, è diventato quasi totalmente dipendente da un invaso controverso. Ancora, per esempio, nessuno ha spiegato cosa sia successo tra la fine del 2012 e l’inizio del 2013, quando nell’acqua proveniente da quel lago di montagna l’Arpacal – che come Sorical fa capo alla Regione – trovò composti «derivati dal benzene» e, soprattutto, un valore fuorilegge di triclorometano, cioè cloroformio. Acqua passata: la maggior parte dei vibonesi non sembra esserselo più chiesto.

    Niente acqua ai forestieri

    Questi giorni li ricorderà senz’altro anche il sindaco di Brognaturo, Rossana Tassone, che all’assalto alle fontanelle pubbliche del suo paese ha reagito emanando un’ordinanza, di dubbia legittimità, per vietare ai non residenti di riempire bottiglie e bidoni. Sommersa da critiche anche feroci, ha spiegato che si erano verificati pericolosi assembramenti. In realtà era stata anche insultata per aver provato a far rispettare le regole e le è scappata la frizione istituzionale. Il giorno dopo ha revocato l’atto disponendo il «prelievo massimo, per ogni utente, di 50 litri». Alcuni ragazzi della vicina Serra San Bruno hanno riscosso sui social un certo successo con un video satirico che riporta la vicenda ai tempi del proibizionismo.

    «Un fatto veramente curioso»

    A Soriano invece, qualche giorno dopo l’amministrazione comunale ha avvisato i cittadini che la mancanza d’acqua non era dovuta al guasto ma «ad un fatto veramente curioso». La Protezione civile aveva «ritenuto opportuno riempire delle cisterne di acqua per portarla ai cittadini di Gerocarne che stanno subendo in questi ultimi giorni una grave carenza idrica» e il soccorso ai vicini ha causato lo svuotamento dell’acquedotto di Soriano. Il sindaco, Vincenzo Bartone, ha fatto sapere di essersi rivolto ai carabinieri.

    In un altro paese della provincia, Arena, si è cercato di alleviare il disagio allacciando al serbatoio comunale la rete di una contrada servita da Sorical. Il sindaco Antonino Schinella dice di voler arrivare, nel giro di qualche mese, «finalmente, dopo decenni e una lunga attesa», ad affrancarsi «definitivamente da Sorical».

    A Serra, centro più popoloso della zona, l’Alaco è da anni un tema caldo non disdegnato dai politici locali. Puntualmente, in campagna elettorale garantiscono ai cittadini indignati di adoperarsi per un’autonomia che nessuno, benché i boschi attorno al paese fossero pieni di sorgenti oggi in gran parte non più fruibili, finora ha dimostrato di poter raggiungere. Compreso l’attuale sindaco, Alfredo Barillari, che ora prova a incalzare Sorical affinché «dia tempi certi sul ritorno alla normalità di decine di comunità che vivono da giorni in condizioni, ormai, divenute insopportabili».

    Acqua in bottiglia

    Il commissario leghista di Sorical, Cataldo Calabretta, con l’esplodere della crisi ha «dato disposizione di attivare una prima fornitura di oltre 2.500 casse di acqua minerale in bottiglie da 2 litri alla Protezione Civile del Comune di Vibo». Nel frattempo sia nel capoluogo che nei paesi le autobotti della Prociv e tanti volontari hanno fornito altre migliaia di litri di acqua ai cittadini che ne avevano bisogno.

    Acqua, Vertice sulla crisi idrica nella Prefettura di Vibo
    Vertice sulla crisi idrica nella Prefettura di Vibo

    Arera (Autorità di regolazione per energia reti e ambiente) dice che «il tempo massimo per l’attivazione del servizio sostitutivo in caso di sospensione del servizio idropotabile è di 48 ore» e prevede degli standard specifici di continuità del servizio. In caso di mancato rispetto degli standard «l’utente finale ha diritto ad un indennizzo automatico (base) pari a 30 euro – incrementabile del doppio o del triplo in proporzione al ritardo dallo standard».

    Candidature

    Comunque: a dispetto di qualche annuncio troppo precipitoso, gli acquedotti nel capoluogo di provincia hanno ricominciato a riempirsi nel pomeriggio del 10 gennaio, ma in alcuni punti della città l’acqua arriva a singhiozzo e in altri per nulla. Nell’entroterra montano tutti a secco: ancora si stanno effettuando dei lavori delicati – resi nei giorni scorsi difficilissimi dalle condizioni climatiche e dai luoghi impervi – e la gente è all’esasperazione.

    Calabretta sul cantiere di Brognaturo
    Calabretta sul cantiere di Brognaturo

    Lo stesso Calabretta è salito al cantiere al sesto giorno di emergenza e si è «intrattenuto con gli operai», che ha giustamente ringraziato perché hanno profuso sforzi enormi. Nello stesso comunicato, mentre quelli continuavano a lavorare nel fango e gli utenti riversavano rabbia sui social, si è però preoccupato di sottolineare che «Sorical sta ancora una volta dimostrando di poter gestire non solo gli investimenti per gli acquedotti, ma anche affrontare e risolvere gravi emergenze». Aggiungendo che la società da lui guidata «è il candidato naturale per la gestione del servizio idrico integrato della Calabria».

    Milioni e multiutility

    Lo sguardo del commissario Sorical è rivolto ai progetti di ammodernamento delle reti che ha già presentato e per i quali sollecita la Regione. Ma è chiaro che l’obiettivo sono i milioni di euro in arrivo con il Pnrr. In questi mesi si sta giocando una partita che ha portato, sulle ceneri della “Cosenza Acque”, alla costituzione di un’Azienda speciale consortile di cui dovranno far parte tutti gli oltre 400 Comuni calabresi. Questa società, costituita in fretta per non perdere dei fondi destinati alle reti, si occuperà della fornitura al dettaglio, mentre a Sorical per ora resterà l’ingrosso.

    Il presidente della Regione Roberto Occhiuto ha chiarito che si tratta di una soluzione provvisoria perché vuole arrivare a un’unica «multiutility» che gestisca tutto: fornitura idropotabile, depurazione e riscossione delle bollette. Il governatore sostiene che «il fallimento del sistema idrico integrato» sia dovuto «oltre che alla inadeguata gestione della Sorical, al mancato avvio di un processo di riorganizzazione e di integrazione tra la gestione della grande adduzione e le gestioni delle reti comunali».

    L’enorme percentuale della dispersione (45%) è ricondotta all’«impossibilità da parte dei Comuni di far fronte al costo insostenibile nei confronti della stessa Sorical e di provvedere alla manutenzione straordinaria della rete». E c’è sempre il problema dei cittadini (tanti) che non pagano l’acqua e dei debiti – a volte scanditi da contenziosi – che i Comuni hanno con Sorical.

    Sovranisti dell’acqua

    Quanto avvenuto nel Vibonese dovrebbe però aprire una riflessione ampia, certo non ideologica ma anche sganciata da interessi privati o profitti politici, sulla gestione di un bene (in teoria) collettivo e sempre più prezioso. Su cui – piaccia o no a chi decanta le meraviglie delle gestioni private ma non disdegna i soldi pubblici – i calabresi nel 2011 si sono espressi in massa: in 780mila hanno votato Sì al referendum per escludere i profitti dall’acqua, più o meno quanto l’intero corpo elettorale che si è recato alle urne alle Regionali di tre mesi fa.

    acqua pubblica

    C’è ora da chiedersi se il “sovranismo” idrico di alcuni sindaci e le sempre più frequenti guerre di campanile per l’acqua, tra cui si annovera anche quella estiva tra Cotronei e San Giovanni in Fiore, siano il prologo di un futuro non troppo lontano in cui la mancanza d’acqua genererà conflitti tra poveri. E c’è da domandarsi se davvero la soluzione possa essere l’autonomia attraverso fonti locali e piccoli acquedotti o la dipendenza dai grandi schemi idrici.

    Pioggia di fondi

    È evidente che da tempo, e lo si ribadisce anche nel Pnrr, le classi dirigenti individuano nella «gestione industriale» la soluzione a tutti i mali. Certamente ne sono convinti gli attuali protagonisti della governance dell’acqua calabrese, ovvero Occhiuto, Calabretta e Marcello Manna (sindaco di Rende, presidente di Anci Calabria e dell’Aic, l’Autorità idrica calabrese che è l’ente di governo d’ambito in cui sono rappresentati i Comuni).

    Tutti e tre sono senza dubbio interessati alla gestione della pioggia di fondi europei destinati al settore e non è difficile intuire chi farà la parte del leone. Fa però rumore, in proposito, il silenzio di Occhiuto: pur intervenendo ogni giorno su questioni anche nazionali, il presidente non ha detto una parola sulla crisi che ha messo in ginocchio buona parte della sua regione.

    Ma prima o poi, oltre a cercare di trarre profitto dalle emergenze e pretesti per mettere le mani sui soldi del Recovery, qualcuno dovrà spiegare perché chi ha gestito Sorical in questi anni – senza escludere alcuna parte politica che ha governato la Regione – non abbia fatto gli investimenti che servivano per evitare, o quantomeno alleviare, una crisi di tale portata.

  • La tarantella triste dei posti letto destinati al Covid

    La tarantella triste dei posti letto destinati al Covid

    Mentre la quarta ondata galoppa, e si intravede la zona arancione, i calabresi hanno la sensazione di essere ancora, dopo due anni, «in braccio a Maria». Lo stesso governatore Roberto Occhiuto nelle scorse ore si è detto «preoccupato per la pressione sulla rete ospedaliera». Si può dunque immaginare quanto lo siano i cittadini da lui amministrati che assistono inermi a quella che, in un futuro non troppo lontano, potrebbe essere raccontata come la tarantella dei posti letto.

    È forse allora il caso di mettere insieme un po’ di numeri e di nomi, partendo però dagli ultimi dati. L’incidenza dei nuovi contagi tra il 3 e il 6 gennaio è stata abbondantemente sopra i 400 casi per 100mila abitanti. Molto alta. Come il tasso di occupazione dei reparti di area medica, che è al 34%. Con oltre 370 ricoverati in area medica su 1.055 posti letto attivati. Di questi, circa 200 sono stati creati negli ultimi 4 mesi.

    Le Terapie intensive

    Più complessa è la situazione delle Terapie intensive. I dati Agenas dicono che il tasso di occupazione è al 16%. E oltre 30 persone sono ricoverate in terapia intensiva su 189 posti letto esistenti. In proporzione, abbiamo a disposizione 10 posti letto ogni 100mila abitanti. È il dato più basso in Italia assieme a quello dell’Umbria. Secondo Agenas sono al momento attivabili altri 9 posti in Rianimazione.

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    I dati Agenas sui posti letto in terapia intensiva

    Occhiuto, dopo l’ultima riunione dell’Unità di crisi, ha annunciato che i posti letto in area medica dedicati al Covid verranno incrementati nei prossimi giorni perché è evidente che le ospedalizzazioni aumenteranno. Si sta pensando anche di utilizzare come Covid hospital i presidi sanitari di Rogliano, Cariati e Tropea. E di attivare in «tempi strettissimi» Villa Bianca a Catanzaro.

    Il piano per 400 posti letto Covid mai attivati

    Ora, per capire cosa sia stato fatto in due anni e per riscontrare gli annunci con la realtà, occorre fare un salto a inizio pandemia. Marzo 2020. La compianta Jole Santelli è stata eletta da poco alla presidenza della Regione. E la sanità calabrese è saldamente – si fa per dire – in mano al generale Saverio Cotticelli.

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    Le grafiche social della Regione Calabria guidata dalla Santelli per comunicare l’attivazione (mai arrivata) di 400 posti letto in terapia intensiva

    La pandemia si sta rivelando nella sua gravità e un annuncio viene veicolato con un post su Facebook. La presidente della Regione, in accordo con Cotticelli e con il supporto del Dipartimento Salute, ha «approvato il piano che prevede l’attivazione di 400 posti letto di terapia intensiva e subintensiva per le aree nord, centro e sud della regione».

    Inutile ricordare anche la ripartizione di quei posti letto, perché in realtà non sono mai stati attivati. Giugno 2020. Il documento di riordino della rete ospedaliera certifica l’amara verità. Ma non tralascia l’ottimismo: dopo la prima ondata la Calabria si ritrova ancora con 146 posti letto di Terapia intensiva. Però sono «incrementabili con ulteriori 134». Anche in questo caso segue uno schema con la ripartizione che (non) verrà.

    I fondi Covid non utilizzati

    Ritorniamo all’oggi. Prima di Natale la Regione ha da approvare il Bilancio e per farlo deve passare dal Giudizio di parifica della Corte dei conti. I magistrati contabili di Catanzaro però non si limitano a usare il pallottoliere. Ma indugiano, impietosamente, sulla situazione della sanità. Che con i conti ha in realtà molto a che fare visto che assorbe circa 3,9 miliardi di euro all’anno (il 62,4% del bilancio regionale).

    La presidente della Sezione di controllo della Corte, Rossella Scerbo, concludendo la sua relazione apre un «doveroso» squarcio sulla gestione del Covid in Calabria. Viene fuori che nel 2020 sono stati trasferiti alle Aziende sanitarie calabresi circa 115 milioni di euro di fondi Covid. E che «la gran parte di queste somme, ossia circa 77 milioni di euro, giace accantonata nei bilanci delle Aziende al 31 dicembre 2020 senza che sia stata riorganizzata la rete ospedaliera».

    Non prima del 2022 inoltrato

    Spiega, la relazione, che era stato il ministero della Salute – con circolare del 29 maggio 2020 – a prevedere che ai 146 posti letto di terapia intensiva «già attivi prima dell’emergenza» se ne aggiungessero altri 134, oltre alla riconversione di ulteriori 136 in semi-intensiva. Numeri lontanissimi da quel che poi è stato effettivamente fatto. Pochi nuovi posti letto – pochissimi secondo la Corte dei conti, 43 in due anni secondo Agenas – e interventi tutti ancora da avviare, il cui completamento è previsto «non prima del 2022 inoltrato (in alcuni casi del 2023)».

    Nessun rinforzo per i pronto soccorso, mentre tutte le altre prestazioni sanitarie hanno accumulato ritardi «più significativi rispetto alla media nazionale». Le azioni indicate dal commissario ad acta per recuperare questo gap sono state «pianificate in modo generico». E, di nuovo, i fondi messi a disposizione dallo Stato (circa 15 milioni di euro) «non sono stati spesi dalle Aziende sanitarie, che li hanno ancora una volta accantonati in bilancio».

    La Corte dei conti boccia la Regione

    Le conclusioni della Corte non hanno bisogno di appendici retoriche. «Nel complesso, risulta di tutta evidenza che la Regione Calabria – si legge nel documento – è ben di là da rafforzare effettivamente la propria rete territoriale». Ancora: «Le risorse distribuite dallo Stato non sono state impegnate in modo efficace». E inoltre: «Deve evidenziarsi che il contributo dei privati alla gestione dell’emergenza sanitaria pare essere stato minimo». E la Regione «non ha ancora contezza della rendicontazione delle prestazioni rese».

    Assunzioni? Troppo poche o non pervenute

    In questo lasso di tempo, struttura commissariale e dipartimento regionale hanno garantito al Tavolo interministeriale di verifica del Piano di rientro che nel Programma operativo (che ancora non c’è) sarebbero state inserite le nuove assunzioni di personale. Il commissario ha detto al Tavolo che nell’emergenza sono state assunte 1.080 unità di personale a tempo determinato. Si tratta di 139 dirigenti medici, 30 dirigenti non medici, 771 non dirigenti-comparto sanità, 140 altro personale. Circa la metà (563 unità) è stata impiegata nei 5 Hub regionali.

    Nel 2020, secondo la struttura commissariale, risulterebbero assunte 830 unità e altre 250 circa nel 2021. Roma ha chiesto conferma di questi dati sollecitando ulteriori aggiornamenti e il commissario che ha preceduto Occhiuto si è riservato di trasmettere una relazione. Il Tavolo ha comunque ricordato le autorizzazioni concesse «da anni» per le assunzioni. Quelle che ancora oggi «non risulterebbero effettuate o risulterebbero in grande ritardo attuativo».

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    La sede dell’Azienda sanitaria provinciale di Cosenza

    Si tratta di valutazioni che emergono dalla versione integrale, depositata agli atti, della requisitoria del Procuratore regionale della Corte dei conti. Che ha anche raccolto ulteriori dati, concludendo che l’impatto delle spese complessive legate al Covid nelle Asp e nelle Ao calabresi, almeno stando a quanto comunicato alla magistratura contabile a metà del 2021, è stato di circa 14 milioni di euro.

    Il caso Belcastro

    In questo periodo alla guida del dipartimento Salute della Regione si sono avvicendati diversi manager. C’è stato prima Antonio Balcastro, nominato da Mario Oliverio a dicembre del 2018 e rimasto in carica fino ai primi mesi dell’era Santelli. La presidente poi prematuramente scomparsa lo scaricò ai microfoni di Report, dopo il caso dei tamponi preferenziali a Villa Torano, dichiarando: «Se Belcastro ha fatto degli abusi, va verificato. Non l’ho nominato io». Poi però lo ha comunque mantenuto come «soggetto attuatore dell’emergenza Covid».

    Da Bevere alla Fantozzi

    Gli è succeduto Francesco Bevere, oggi di stanza ai piani alti della Regione Sicilia, da settembre consigliere in materia di sanità del Ministro per gli Affari regionali e le autonomie. In carica alla Cittadella dal 29 giugno 2020 al 31 marzo 2021, Bevere era stato dg di Agenas (Agenzia nazionale dei servizi sanitari regionali) e, prima ancora, del Ministero Salute. Oggi Occhiuto – dopo una reggenza di Giacomino Brancati – ha messo al suo posto Iole Fantozzi da Cosenza, che dal 2019 era commissario del Grande ospedale metropolitano di Reggio.

    Longo sostituisce il tragicomico Cotticelli 

    Fantozzi è l’unica manager rimasta in carica nonostante la girandola dei commissari innescata dal decreto Calabria che, con il primo governo Conte, ha dato il via a un supercommissariamento certamente non risolutivo come l’alleanza M5S-Lega dell’epoca preventivava. Basterà, allo scopo, solo accennare alle tragicomiche vicende di Cotticelli, che fu poi affiancato dalla mitologica Maria Crocco – forse proprio la stessa Maria che ci ha tenuti «in braccio» – e a cui, dopo un balletto poco edificante di nomi e rinunce, succedette a novembre 2020 il non indimenticabile Guido Longo.

    Le nomine 

    Era stato proprio quest’ultimo, d’intesa con l’allora facente funzioni Nino Spirlì, a nominare i commissari che attualmente guidano le Aziende calabresi: Vincenzo La Regina (Asp Cosenza), Maria Bernardi (Asp Vibo), Domenico Sperlì (Asp Crotone); Jole Fantozzi (sostituita a marzo da Gianluigi Scaffidi all’Asp di Reggio), Isabella Mastrobuono (Ao Cosenza), Giuseppe Giuliano (passato dall’Asp vibonese al “Mater Domini”), Francesco Procopio (Ao “Pugliese Ciaccio” Catanzaro). Mentre dopo la scadenza del mandato di una terna prefettizia (Luisa Latella, Franca Tancredi e Salvatore Gullì) l’Asp di Catanzaro – che come quella di Reggio era stata commissariata per infiltrazioni mafiose – è retta dal dg facente funzioni Ilario Lazzaro.

  • «Commissari alla Sanità? Clientela calabrese gestita dal Ministero»

    «Commissari alla Sanità? Clientela calabrese gestita dal Ministero»

    «I piccoli ospedali chiusi non dovrebbero essere riaperti». Suonano paradossali le parole del presidente dell’Ordine dei medici di Cosenza, Eugenio Corcioni, intervistato dal direttore de I Calabresi, Franco Pellegrini. Strane, perché arrivano nei giorni in cui alcuni presidi sanitari soppressi, compreso quello di Cariati, tornano ad essere operativi per combattere il Covid. Il virus corre e morde.

    Pandemia e sistema sanitario

    La pandemia ha trovato in Calabria un sistema sanitario in condizioni già di per sé pietose. Per due ragioni, sostiene Corcioni. Innanzitutto «un’offerta incongrua e inappropriata con ospedaletti sparsi nella nostra difficile regione». Poi «40 anni di politica distruttiva nel settore».

    Generare voti e clientele

    La medicina territoriale non se la passa benissimo quasi ovunque in Italia. Comparto strategico dove c’è ancora oggi un «marcatissimo interesse per generare voti e clientele». Corcioni, dopo la legnata, suggerisce un percorso: «Ripartire dai concorsi». Su «scala nazionale come un tempo, con 7 prove scritte e orali».

    Il Pnrr non risolverà tutti i problemi

    Il Pnrr non basta. Serve chiedersi: «quale modello assistenziale si vuole costruire, quale personale utilizzare, come organizzare? Come fare i concorsi?». Di certo la posizione di Corcioni sull’edilizia sanitaria è chiara: «Ristrutturare i piccoli nosocomi conviene a chi fa i lavori». Al contrario, pensa sia necessario costruire, e in tutta fretta, il nuovo ospedale di Cosenza: «Da ubicare vicino all’Università della Calabria, in una zona strategica e raggiungibile, perché deve servire tutta la provincia, non una sola città». Boccia, quindi, le idee di chi vuole edificare la nuova Annunziata partendo dal vecchio sito (l’ex sindaco Mario Occhiuto). E al contempo mostra una forte contrarietà verso il progetto caro al centrosinistra cosentino “stregato” dal sito di Vaglio Lise.

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    Striscioni di protesta davanti all’ospedale di Cariati (foto Alfonso Bombini)

    Sanità privata, soldi pubblici

    «Non esiste la Sanità privata in Calabria, nemmeno in Italia». Corcioni precisa: «Salvo qualcosa in alcune città come Roma e Milano e per prestazioni fuori dai Lea (Livelli essenziali di assistenza)». In realtà è una «una gestione privata ma con soldi pubblici, tutta un’altra cosa». La solita regola del capitalismo italiano, dalle Pmi alle grandi imprese: abbeverarsi alle mammelle del settore pubblico.

    Privati e famelici

    Per Corcioni il problema della sanità privata è la gestione: «Non possiamo prendercela con chi esercita un suo diritto». Semmai «la responsabilità è del pubblico che ha il potere e il dovere di programmare, individuare e controllare».
    Ma se diventa orientabile e condizionabile, soprattutto in una regione come la nostra, favorisce le grandi famiglie della sanita cosiddetta privata. Che muovono un sacco di voti.

    La girandola dei commissari alla Sanità

    Nel variegato mondo dei commissari al Piano rientro sanitario in Calabria, Corcioni opera delle distinzioni: «Quelli non eletti dal popolo e quelli osteggiati dalla politica». Si riferisce a Scura. Che non ha avuto un rapporto proprio idilliaco con l’ex presidente della Regione, Mario Oliverio. Corcioni, si capisce, salva solo Scura.
    In generale i commissari sono persone «venute quaggiù per avere una piccolo budget in pensione e una piccola carica onorifica». Il presidente dell’Ordine dei medici di Cosenza definisce il loro operato «un disastro totale». La colpa «è di chi li ha inviati». Al fondo è sempre la politica a volere che non funzioni il sistema: «Con la gestione commissariale può fare quel che vuole». Uno «sport troppo facile prendersela con persone inadeguate al ruolo». Invece, nel grande capitolo della sanità commissariata Corcioni chiama in causa il ruolo del ministero della Sanità che «ha gestito la clientela cosentina e calabrese nelle poche cose che contavano».

    E adesso? Corcioni promuove i i primi passi del neo presidente della Regione e commissario alla sanità, Roberto Occhiuto. Perché? «Ha chiesto la redistribuzione dei soldi nella conferenza Stato-Regioni, qui si decide il budget». Senza soldi non si cantano messe, ma non si fa nemmeno buona sanità.