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  • Regione, gli assessori per “conto terzi” e l’enorme potere di Roberto Occhiuto

    Regione, gli assessori per “conto terzi” e l’enorme potere di Roberto Occhiuto

    Calma, calma, non alimentiamo facili populismi e non cediamo alle semplificazioni più becere e scontate: non esistono prestanome e in piedi non c’è alcun teatro con tanto di pupi e pupari. Sarebbe scorretto soltanto pensarlo. Epperò, una qualche chiave interpretativa sulla nascita della Giunta Occhiuto bisogna tentare di inserirla nella toppa di questa generale confusione istituzionale.

    Proviamo a sintetizzare: il governatore, a parte due soli casi, potrebbe contare su tanti assessori “alexa”, nel senso che – con ogni probabilità – a comando devono giocoforza rispondere con una certa sollecitudine. Forse, però, i boomer (persone mature, diciamo così), che spesso ignorano i vantaggi offerti dall’assistente vocale di Amazon, avranno qualche difficoltà a capire di cosa parliamo. Un’altra definizione, allora. Ecco: Occhiuto, secondo un’idea parecchio diffusa tra gli addetti ai lavori, avrebbe nominato assessori “per conto terzi”. L’espressione è tratta dal burocratese applicato ai trasporti ma, probabilmente, rende meglio il concetto in questione.

    Cinque esterni alla Regione

    Andiamo dritti al punto: il presidente della Regione, a novembre, circa un mese dopo la straripante quanto scontata vittoria elettorale, ha varato la sua squadra di Governo, composta inizialmente da sei assessori, a cui in seguito se ne è aggiunto un settimo. Tra loro, solo due sono stati pescati dal Consiglio regionale: Gianluca Gallo (Fi, quasi 22mila voti) e Fausto Orsomarso (Fdi, 9mila).
    Tutti gli altri sono componenti esterni al parlamentino calabrese, dunque non eletti e non premiati dal corpo elettorale: Giusi Princi, vicepresidente con tanto così di deleghe (Istruzione, Lavoro, Bilancio, Città metropolitana di Reggio); Tilde Minasi (Politiche sociali); Rosario Varì (Sviluppo economico e Attrattori culturali); Filippo Pietropaolo (Organizzazione e Risorse umane); e poi, appunto, l’ultimo arrivato, Mauro Dolce (Infrastrutture e Lavori pubblici).

    Chi sono costoro? Alcuni erano sconosciuti al grande pubblico fino al momento della nomina, altri si erano candidati senza successo alle ultime Regionali o avevano avuto qualche discreto successo nelle rispettive attività lavorative o professionali.
    Una cosa accomuna tutti gli esterni: il fatto di essere stati sponsorizzati o – se vogliamo rimanere nella metafora trasportistica – l’aver ottenuto l’autorizzazione dei proprietari dei carichi, che non hanno mai smentito, anzi, il loro ruolo attivo nella formazione della Giunta.

    Questi assessori sono offerti da…

    Partiamo dalla vice di Occhiuto. Princi è stata una dirigente scolastica che, alla guida del Liceo scientifico “Vinci” di Reggio, ha riscosso un buon successo personale. Preparata, affabile e, nella maggior parte dei casi, apprezzata da studenti e genitori. Questo curriculum, per quanto brutalmente riassunto, può bastare a giustificare la sua presenza nel Governo della Regione, perdipiù con un portafoglio di deleghe da far impallidire anche il più scafato degli amministratori pubblici?
    Senza nulla togliere alla vicepresidente, in Calabria tanti altri dirigenti scolastici, stando così le cose, avrebbero potuto ambire a quel ruolo. La discriminante è un’altra e si chiama Ciccio Cannizzaro, deputato di Forza Italia (il partito di Occhiuto) e, soprattutto, cugino di Princi. Il parlamentare azzurro è insomma riuscito a replicare quanto fatto nella scorsa legislatura, quando impose il nome di Domenica Catalfamo all’allora presidente Jole Santelli.

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    Gli assessori Princi e Dolce

    Avvocato con impegni lavorativi a Roma, con un lontano passato da assessore a Vibo, Varì è invece tornato in Calabria e ha assunto l’incarico in Cittadella grazie all’appoggio del numero uno di Fi Calabria, Giuseppe Mangialavori. Tra il senatore e Varì esiste infatti un forte legame di amicizia coltivato fin dall’adolescenza.
    Le ricostruzioni ricorrenti, anche queste mai smentite, riportano che pure altri due assessori, sebbene politici di medio-lungo corso, sarebbero stati “raccomandati” con calore dai big dei rispettivi partiti. È il caso di Minasi, indicata dal leader della Lega Matteo Salvini, e di Pietropaolo, benedetto dalla commissaria regionale di Fdi Wanda Ferro.
    Sia Minasi, sia Pietropaolo, si erano candidati alle elezioni dello scorso ottobre senza essere rieletti. I calabresi, con il loro voto, hanno cioè stabilito che non dovessero rappresentarli nelle istituzioni regionali.

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    Tilde Minasi con Matteo Salvini

    Bertolaso rifiuta la Regione

    Dolce merita un discorso a parte. Pare che Occhiuto, nelle settimane precedenti al varo della Giunta, fosse in cerca di un nome altisonante per la sua squadra. Secondo alcuni (i soliti maligni), per camuffare il livello non proprio altissimo degli altri assessori; secondo altri (forse ancora più maliziosi), per scimmiottare la stessa Santelli, che in Cittadella era riuscita a far arrivare personaggi del calibro di Capitano Ultimo, Sandra Savaglio e, alla Film commission, Giovanni Minoli (tutti con risultati piuttosto controversi, ma questo è un altro discorso).

    Il governatore avrebbe dunque corteggiato a lungo il feticcio per eccellenza del berlusconismo, Guido Bertolaso. L’ex capo della Protezione civile, in un primo momento, si sarebbe fatto convincere, per poi gradualmente richiudere la porta di casa, lasciando Occhiuto interdetto e con i piedi ancora sullo zerbino. Indiscrezioni di stampa avevano però fatto trapelare la trattativa, e a quel punto l’ex capogruppo di Fi alla Camera non poteva certo permettersi di fare una figura barbina, peraltro causata da un tecnico della propria area politica.

    E così, si dice negli ambienti della politica, Bertolaso, per farsi perdonare il gran rifiuto, avrebbe suggerito la nomina di Dolce, con cui aveva collaborato gomito a gomito ai tempi della Prociv. Curriculum di tutto rispetto, quello del prof della “Federico II” di Napoli, «un uomo – ha commentato lo stesso Occhiuto – che negli anni ha coordinato e gestito tante emergenze, uno specialista in lavori pubblici, un ricercatore e uno studioso con alle spalle innumerevoli e pregnanti esperienze». A lui toccherà la funzione di «raccordo tra la Regione e i Ministeri per il Pnrr». Un ruolo che, tuttavia, forse il governatore avrebbe voluto affidare a Bertolaso e non a quello che in molti ritengono un «sostituto», per quanto super competente.

    Oliverio e la riforma

    Bisogna sottolineare che questa apertura estrema a figure sponsorizzate da terzi e, sostanzialmente, sconosciute agli elettori, non è un’invenzione di Occhiuto, ma di quel gran riformatore di Mario Oliverio. L’allora presidente della Regione, siamo nel gennaio 2015, come primo atto della legislatura pensa bene di far approvare dal Consiglio una legge di modifica dello Statuto regionale. Prima del suo intervento, gli assessori esterni potevano essere al massimo tre, dopo la riforma fino a sette, cioè tutti.

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    Carlo Guccione e Mario Oliverio festeggiano dopo la vittoria alla Regionali: il primo sarà nominato assessore sull’onda dei risultati elettorali per poi essere sostituito in Giunta da un esterno in seguito a Rimborsopoli

    Oliverio segue un suo disegno. Dopo l’inchiesta Rimborsopoli, in cui erano rimasti coinvolti gli assessori della sua prima Giunta, il governatore azzera tutto e nomina un esecutivo composto di soli membri esterni. Le ragioni di questa scelta sono in qualche modo legate anche alla riduzione dei membri del Consiglio regionale, passati da 50 a 30, così come deciso dal Governo Monti. Il taglio, per i politici calabresi, è un trauma terribile, dal momento che vengono a mancare, non proprio dalla sera alla mattina, 20 ben comode poltrone. Grosso guaio. Oliverio lo attenua con la modifica dello Statuto e, per effetto conseguente, aumentando per sette i posti/costi della Regione. Alla faccia della spending review.

    Col senno di poi, è certamente interessante, oltreché istruttivo, ricordare in che modo venne bollata l’operazione da uno degli allora maggiorenti di Fi, Mimmo Tallini: «Una riformicchia che serve solo a sistemare i conflitti interni al centrosinistra». Curioso che, sei anni dopo, a trarre benefici dalla «riformicchia» sia stato l’azzurrissimo Occhiuto, che per questa via ha trovato la quadra e con i compagni di partito e con gli alleati.

    La differenza

    Bisogna intendersi: la nomina di assessori esterni non è certo un unicum della nostra regione e in linea teorica è perfino auspicabile, perché un presidente ha il diritto/dovere di scegliere gli uomini che ritiene più adatti per realizzare il proprio programma di governo. Il punto cruciale, a parte l’esagerato quantum di membri non eletti, ha tuttavia a che fare con la democrazia stessa. Che peso politico possono mai avere assessori nominati in ossequio a queste liturgie? Mettiamo il caso che uno di loro entri in rotta di collisione, per una qualsiasi questione, con il proprio dante causa: quest’ultimo, fautore della nomina, potrebbe cambiare repentinamente idea e chiedere un cambio in corsa a Occhiuto.

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    Gianluca Gallo (FI), eletto in Consiglio regionale con più di 20mila preferenze

    Questo perché i politici “alexa” (abbiate pazienza, boomer) di fatto non possiedono alcun potere contrattuale; il medesimo potere che facilita la pronuncia di quei «no» che, nell’azione di governo, spesso sono doverosi e necessari, nella logica dei pesi e contrappesi che reggono ogni democrazia. La differenza con gli assessori eletti è lampante. Gallo, ad esempio, è stato legittimato – tanto legittimato – dal voto popolare e il governatore avrebbe il suo bel da fare per levarselo di torno nel caso in cui si mettesse a fare ostruzione rispetto a certe politiche, a certe iniziative, a certe, magari, esagerazioni amministrative.

    Un enorme potere

    Occhiuto, invece (grazie a Oliverio), dispone di un potere pressoché enorme anche per via della presenza dei “conto terzi”, sostituibili in un battibaleno perché in possesso solo della fiducia (rivedibile) di chi li ha indicati e non di quella popolare. Non è questione da poco, in una terra in cui il presidente di Regione è anche capo assoluto della sanità (e dei fondi correlati, più di quattro miliardi), gran signore della programmazione europea e dominus del Pnrr.

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    Il presidente della Regione Calabria, Roberto Occhiuto

    Un governo di assessori autonomi, in questo contesto, non guasterebbe di certo. Calma, di nuovo: non si può affermare con certezza che gli esterni non lo siano. Allo stesso tempo, in linea di principio, non si può nemmeno escludere che, durante le riunioni di Giunta, vengano pronunciati ordini e non illustrate proposte. Cose tipo «Alexa, cambia canale». Perfino i boomer intravedono i rischi di una tale situazione.

  • Ferramonti, dove l’umanità prevalse sull’Olocausto

    Ferramonti, dove l’umanità prevalse sull’Olocausto

    Il Giorno della Memoria in Calabria ci ricorda un frammento del secondo conflitto mondiale, fra i meno tristi e pur sempre angoscioso, legato alle leggi razziali e alla storia degli internati ebrei. Tra il 1940 e il 1943, per una serie di circostanze fatali alcune migliaia di ebrei deportati e di prigionieri provenienti dall’Italia e da altre nazioni europee, ebbero la ventura di concludere la loro odissea non nei vagoni sigillati davanti ai cancelli senza ritorno dei campi di sterminio polacchi o tedeschi, ma in un angolo remoto e dimenticato della Calabria interna. Approdando, dopo dolorose vicissitudini e peregrinazioni, nel campo di internamento di Ferramonti di Tarsia, «in provincia di Cosenza, una landa deserta e malarica». Lì ebrei «provenienti da tutte le terre d’Europa, il fior fiore della scienza e dell’intelligenza ebraica», ricorda lo scrittore e fotografo ebreo dalmata Luciano Morpurgo in Caccia all’uomo, un introvabile libro-memoriale pubblicato nel 1946, erano stati concentrati in una dozzina di «grandi baracche di legno costruite per la bonifica» dal fascismo nel 1940.

    Ferramonti, il primo campo liberato

    Il campo, un recinto di 16 ettari di superficie, fu costruito dallo speculatore Eugenio Parrini. L’impresa di Parrini, sodale di importanti gerarchi fascisti, era già presente a Ferramonti per eseguire i lavori di bonifica delle paludi del Crati. Alcuni dei capannoni predisposti con camerate da 30 letti erano in origine dormitori e alloggi per gli operai della bonifica agricola del Crati. Ferramonti con i suoi 4.000 internati divenne così il più grande dei 15 campi di concentramento per ebrei costruito in Italia da Mussolini dopo le leggi razziali del 1938. Fu il primo in Italia ad essere liberato dopo l’armistizio. Era sorto in una plaga del malarico vallo cosentino nei pressi di Tarsia, su di una grande spianata infestata dagli insetti e frequentemente inondata dal Crati.

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    Soldati all’esterno del campo

    A qualche chilometro lontano dai reticolati del campo, protagonista di alcune fughe senza fortuna, correva il binario della ferrovia Sibari-Cosenza, mentre a circa sette chilometri da Ferramonti restava lo scalo di Mongrassano-Cervicati, sulla diramazione del tronco ferroviario che da Paola, via Castiglione Cosentino, e proseguiva per Cosenza. Percorso attraverso il quale giunsero al campo, con tradotte in littorina e vaporiera in partenza dai binari della stazione di Paola molti degli internati. Mentre dai binari della linea ionica Sibari-Taranto furono raccolti a Tarsia anche gruppi di internati ebrei provenienti dal nord Europa, insieme a quelli rastrellati lungo il versante adriatico della penisola.

    Lontani dal genocidio

    Insieme agli ebrei furono detenuti nel campo anche prigionieri civili, partigiani jugoslavi, carcerati politici greci, militari francesi e persino un gruppo di prigionieri cinesi a cui venne affidata la lavanderia interna al campo.
    In questo luogo isolato del vallo cosentino appena sfiorato dal treno, remoto e inospitale come pochi altri, ma per questi stessi motivi rimasto a lungo intoccato e lontano dai fuochi divampanti della guerra e dal fanatismo antisemita dei regimi nazifascisti, gli internati ebrei, pur privati della libertà poterono sfuggire al genocidio. Furono trattati con umanità anche dal personale militare italiano addetto alla sorveglianza del campo.

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    Prigionieri cinesi nel campo di Ferramonti

    Ferramonti, che ricadeva sotto la responsabilità del ministero degli interni fascista, fu sempre diretto da commissari di pubblica sicurezza. Solo la sorveglianza esterna al campo era affidata alle camicie nere della gendarmeria territoriale. I deportati poterono durante gli anni di prigionia, godere anche di una certa libertà di movimenti, e solidarizzarono con le popolazioni locali con le quali praticamente convissero a lungo, dando vita durante gli anni di guerra ad un insolito rapporto di simbiosi civile e umana, improntato alla solidarietà e costellato da frequenti episodi di fraternità umana, tanto più significativi in quanto scaturiti in tempi e circostanze storiche che vedevano consumarsi altrove nel resto dell’Europa i crimini dello sterminio antisemita.

    Ferramonti, il più grande kibbutz prima di Israele

    Condizioni di vita insolite, al punto che lo storico ebreo Jonathan Steinberg ha definito il campo di Ferramonti «il più grande kibbutz sorto sul continente europeo, prima di Israele». Per molti degli internati ebrei, affluiti in Calabria dopo le leggi razziali del 1938 e poi più numerosi nel corso della nuova diaspora durante gli anni del genocidio, l’ultimo dei treni che portava a destino l’«ebreo errante arrivato in catene» fu quello della salvezza.

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    Campo di Ferramonti, incontro tra gli internati e il rabbino Riccardo Pacifici

    Numerosi fra gli ex internati ebrei del campo di Ferramonti di Tarsia hanno conservato un ricordo vivo e intenso di quei viaggi compiuti sui treni a vapore che percorrevano il faticoso tracciato a cremagliera della Paola-Cosenza. Come Luciano Morpurgo, che procedeva sulla tratta per far visita ai parenti internati. «Negli otto giorni» trascorsi dal suo arrivo a Ferramonti, si servì ancora dello stesso treno, portandosi dietro a ogni suo ritorno da Paola un «un carico di buona frutta che mancava ai rinchiusi al campo». Nella cittadina tirrenica, «quando si seppe di me – continua Morpurgo – e della causa che mi aveva portato fin là, fu una gara di gentilezza, di bontà, da parte di quella gentile e buona gente che con le cortesie e le premure voleva compensarmi di tanti dolori e amarezze».

    L’omnibus dei poveri

    Per gli internati di Ferramonti questo piccolo treno divenne così il treno del rifugio e della speranza. Si può dire che solo l’immagine di questo modesto omnibus dei poveri che solcava lento fra sboffi di vapore i recessi boscosi e assolati di questa ignota frontiera calabrese, resta a lottare contro l’immagine terrificante e disumana di quei lunghi treni di morte, neri e sigillati come bare, che ogni giorno nelle albe buie nate sotto i cieli di piombo di Mauthausen, di Dachau, di Treblinka conducevano all’ultimo calvario di atrocità milioni di ebrei.

    «A Paola ci fecero trasbordare su di un altro treno che in mezzo alle rotaie aveva una cremagliera come quella del parco Petrìn di Praga. Salimmo molto in su verso le montagne, attraverso bellissimi castagneti». E così, lontano dagli orrori dell’olocausto, per alcuni anni sui banchi di legno di terza classe dei umili convogli a vapore della Paola-Cosenza, accanto ai contadini di Falconara, ai braccianti poveri di S. Fili e del Vallo, agli studenti di Paola sedettero, sorvegliati e in catene ma per concludere fortunosamente le angosce di quei lunghi viaggi incogniti verso il destino di Ferramonti, ebrei italiani, polacchi, slavi, greci, austriaci, ungheresi e tedeschi, e al familiare dialetto calabrese si mischiarono per un momento le voci e le parole sradicate di quegli idiomi lontani.

    Il viaggio contrario

    I pochi internati ebrei che per sfortunate circostanze ebbero la ventura fatale di compiere un giorno su quello stesso rassicurante trenino il viaggio contrario che li allontanava dalla Calabria – quelli che tra loro fecero richiesta di trasferimento verso altri campi e quelli destinati dopo un periodo di mite internamento dal campo di Ferramonti ai campi del centro e del nord Italia (Trieste – S. Saba, Fossoli, Urbisaglia e altri), quasi tutti conclusero tragicamente le loro peregrinazioni, incontrando il destino nei carri piombati dei lugubri convogli avviati ai campi di Dachau, Auschwitz e altri luoghi di morte.
    Paradossalmente a Ferramonti le uniche quattro vittime belliche le fece per errore il mitragliamento di un aereo inglese durante un combattimento contro un caccia tedesco che ne sorvolava la superficie nell’agosto del 1943.

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    La scritta “Il lavoro rende liberi” sul cancello di Auschwitz

    Troppo permissivo per i fascisti

    All’interno del campo agli ebrei deportati e agli altri internati fu permesso di organizzarsi e di eleggere propri rappresentanti. I medici ebrei presenti usufruirono di un’infermeria con annessa farmacia, e spesso anche gli abitanti dei dintorni del campo che si rivolgevano loro vi furono curati. Vi fu attiva una scuola, un asilo, una mensa per bambini, una biblioteca, un teatro e luoghi di culto (due sinagoghe, una cappella cattolica e un’altra greco-ortodossa). Non furono rare le unioni e i matrimoni tra gli internati e durante il periodo di detenzione nel campo nacquero 21 bambini.

    Paolo Salvatore, uno dei funzionari di polizia che condussero il campo di internamento, venne sollevato dalla direzione agli inizi del 1943 per un atteggiamento che fu giudicato poco fascista e troppo permissivo nei confronti degli internati, ai quali aveva persino permesso di lavorare fuori dal recinto del campo per integrare le scarse razioni alimentari di guerra. Quando gli inglesi liberarono il campo di Ferramonti nell’estate del 1943, la gran parte degli internati ebrei si erano già dispersi nelle campagne intorno a Tarsia. Molti rifugiati e nascosti nelle case dei contadini calabresi con cui avevano solidarizzato durante il periodo di detenzione.

     

    Gli internati più famosi

    Tra gli internati a Ferramonti trovarono riparo personalità eccezionali. Numerose le figure singolari e i caratteri geniali che ebbero salva la vita entro quel remoto recinto sorto su una sponda malarica del Crati, lontano dagli orrori dell’Olocausto. Quando poterono ritornare al mondo, il segno che parecchi di loro lasciarono nella vita successiva scampata proprio nel periodo trascorso a Ferramonti, non di rado fu memorabile. Traiettorie di rinascita e di affermazione personale che raccontano imprese e fioriture tra le più varie. Come quelle segnate da

    • Ernst Bernhard, medico e psichiatra berlinese, che fu un importante allievo di Carl Gustav Jung a Zurigo, analista di grandi personalità della cultura italiana di cui divenne amico e confidente, come Federico Fellini, Natalia Ginzburg, Giorgio Manganelli e Cristina Campo;
    • Imi Lichtenfeld, ebreo ungherese, poi cittadino israeliano, passato alla storia come esperto di arti marziali e inventore del famoso metodo di combattimento e autodifesa chiamato Krav Maga, praticato oggi dagli agenti del Mossad e dalle truppe scelte israeliane;
    • Moris Ergas, ebreo greco che dopo la liberazione divenne uno dei più importanti produttori cinematografici del cinema italiano degli anni ‘60, legando il suo nome a quello dei capolavori di Rossellini, Pasolini e De Sica;
    • l’internato jugoslavo David Mel, che nel periodo di detenzione a Ferramonti fece il cuoco ma che divenne poi uno scienziato più volte candidato al premio Nobel per la medicina, scopritore del vaccino per la dissenteria;
    • Richard Dattner, un giovane ebreo polacco internato con la famiglia a Ferramonti, e che emigrato negli USA diventò nel dopoguerra uno dei più importanti e famosi architetti americani;
    • Alfred Wiesner, ingegnere jugoslavo che dopo la liberazione fu partigiano e che alla fine della guerra si mise a produrre gelati, iniziando così l’attività che lo portò nel 1953 a fondare il marchio Algida, nato dal suo innovative sistema di produzione industriale dei gelati di cui inventò sia il nome che il logo, oggi conosciuti e affermati in tutto il mondo;
    • Oscar Klein, giovane ebreo austriaco imprigionato con la famiglia a Ferramonti, dove pare imparò i primi rudimenti del jazz, e che divenne poi un famoso compositore ed esecutore di musica swing e dixieland;
    • Menachem Shelah, ebreo dalmata, poi emigrato in Israele dove divenne un importante storico e studioso della Shoa;
    • Evangelos Averoff-Tossizza, internato politico greco, che nel dopoguerra fu un importante uomo politico, ministro e fondatore del Nuovo Partito Democratico ellenico, e che raccontò in un libro pubblicato in Italia da Longanesi nel 1977 la sua storia di internato a Ferramonti;
    • Michel Fingesten, ebreo italo-austriaco che studiò a Vienna insieme all’amico Oskar Kokoschka, divenendo a sua volta uno dei più importanti artisti ed incisori del ‘900, famoso per i suoi ex-libris per le sue opere grafiche esposte nei musei di tutto il mondo – deportato a Ferramonti istituì per i detenuti del campo una scuola d’arte. Fingesten morì purtroppo pochi giorni dopo la liberazione a causa di una infezione contratta in prigionia. È ancora oggi sepolto nel piccolo cimitero di Cerisano, vicino Cosenza.
    • A Cosenza l’eredità culturale dei deportati ebrei di Ferramonti si mantenne viva nella figura di Gustav Brenner, un ebreo austriaco che trasformò la sua detenzione a Ferramonti nella scelta di vita che lo portò a stabilirsi a Cosenza, dove nel dopoguerra fondò una casa editrice di cultura specializzata in opere antiche e rare ripubblicate in edizioni anastatiche, ancora oggi attiva.

    Un treno per vivere

    Nel giugno 1944, ormai liberi, erano partiti per il loro ultimo viaggio sul treno a vapore per Paola, proseguendo poi sino a Napoli, dove al porto li aspettava per l’esodo finale una nave diretta in Palestina o negli Stati Uniti, alcune centinaia di ex internati ebrei di Ferramonti. Il 6 settembre 1945, «ultimo giorno di vita del campo di Ferramonti di Tarsia», un ultimo convoglio ferroviario partito dai binari di Mongrassano, via Cosenza-Paola, avrebbe riportato gli ultimi profughi ebrei alla stazione di Paola. E da qui cambiando nuovamente treno, verso il centro di raccolta di S. Maria al Bagno, in Toscana, presso Lucca. Con quell’ultimo viaggio verso la libertà anche «il trenino degli internati» di Ferramonti, poteva dire estinto quel debito fortuito contratto – suo malgrado – con la grande Storia. Regolato il suo conto e restituitosi libero tornava ancora una volta alla sua piccola storia di sempre.

    Quel che resta del campo

    Degli ebrei morti durante il periodo di detenzione nel campo, 16 trovarono sepoltura nel vicino cimitero cattolico di Tarsia (solo 4 sepolture sono tuttora visibili), e 21 nel cimitero di Cosenza, dove è ancora possibile visitare le loro tombe. Del tentativo da parte del Comune di Tarsia di fare dei resti del campo un piccolo museo della memoria, rimane per ora solo una baracca esterna al recinto originario, con dentro poco più di qualche riproduzione fotografica di vecchie immagini di repertorio; niente altro. Del campo, che all’interno del perimetro contava in origine 92 baracche, comprese officine, depositi, laboratori, refettori e cucine, smantellato nel tempo e sopraffatto da abusi e incuria, non restano oggi che sterpaglie e pochi capanni residui, abbandonati e fatiscenti. Uno spazio senza nome tagliato in due da un rettifilo della A2 Salerno – Reggio Calabria. Il traffico scorre immemore e veloce sopra la scarpata dell’autostrada del Mediterraneo. Altre storie asfaltate via.

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  • Sergio Abramo, l’eterno “sindaca” che voleva essere governatore

    Sergio Abramo, l’eterno “sindaca” che voleva essere governatore

    Nel suo celebre romanzo d’esordio, Triste, solitario y final, Osvaldo Soriano narra di uno Stan Laurel (Stanlio) che ingaggia l’altrettanto noto investigatore Philip Marlowe affinché scopra perché nessuno lo faccia più lavorare. Ecco, abusare del già citatissimo titolo di quel libro può aiutare a rendere l’atmosfera in cui si consuma l’epilogo istituzionale del più volte sindaco di Catanzaro Sergio Abramo. Che altra metafora si può d’altronde usare per uno che sembrava intramontabile, che nel suo curriculum inserisce il megaconcerto di Vasco Rossi a Catanzaro, che ha nella gallery del Comune una foto con Patti Smith, che pur non arrivando a un metro e sessanta è stato il centravanti della nazionale italiana dei sindaci?

    Per descriverlo non serve molto di più di quanto non abbia detto lui stesso nella lunga parabola iniziata, anche se lo ricordano ormai in pochi, come papabile candidato a sindaco del centrosinistra negli anni ’90. E proseguita come acclamato uomo-del-fare poi incoronato pluricampione del centrodestra.

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    La strana coppia Sergio Abramo e Patty Smith

    Il tour «veni trovami» con Riccardo Iacona

    Nel suo ultimo messaggio di auguri da primo cittadino, quello di Capodanno, ha richiamato «tanti momenti ed emozioni» vissuti con la fascia tricolore, ma non ha nascosto la speranza di «essere ricordato, tra pregi e difetti, come il sindaco che ha dato un volto nuovo al capoluogo». Certo Catanzaro era molto diversa nel 1997, quando vinse le elezioni per la prima volta con un largo consenso confermato, con il 70%, nel 2001.

     

    Certo oggi neanche lui è lo stesso di quando le impietose telecamere di Riccardo Iacona immortalarono – rendendolo davvero immortale – il suo modo strapaesano di fare campagna elettorale. «Tutt’appast?» e «veni trovami» entrarono nell’immaginario collettivo, come le strette di mano e i baci seriali che dispensava agli elettori per le vie della città. Non serviva aggiungere altro al saluto, alla garanzia della sua presenza proprio nel momento in cui ci si aspettava che fosse presente e a disposizione.

    I tormentoni di Sergio Abramo

    All’epoca non era solo un politico ma un imprenditore quotato. Con le sue «7-8 società» riusciva a garantire un’occupazione a «circa 2700 lavoratori», tanto da far dire all’autore di Presa Diretta che «Sergio Abramo è un po’ come gli Agnelli a Torino». Lui si schermiva e aggiungeva orgoglioso di non essere iscritto a nessun partito. Eppure negli anni le tessere non gli sono mancate. Così come le frasi-tormentone che gli sono scappate più volte in pubblico.

    Agli annali restano espressioni, rivolte a cittadini spesso esasperati per le più svariate e serie ragioni, come «a ‘mmia non mi dissaru nenta» e «ti cercavi voti io?». Così com’è agli atti, anche delle forze dell’ordine, la baruffa scoppiata davanti alla sede della Provincia con uno degli esponenti della sua maggioranza: si rinfacciavano reciprocamente certi giochetti elettorali che fecero perdere al centrodestra, all’esordio della riforma Delrio, la guida dell’ente. Più recente, ma altrettanto gustosa, è la caricatura che Ivan Colacino fa del «sindaca» esasperando la sua dizione piuttosto “aperta”.

    https://www.facebook.com/ivancolacino82/videos/5203928802972980

    Tutt’altra storia rispetto agli ultimi rantoli del consiglio comunale destinato a rinnovarsi nella prossima primavera. Già qualche giorno prima di Natale lui stesso minacciava di «staccare la spina» di fronte a una scena abbastanza decadente: in aula è stata sfiorata la rissa non per questioni importanti per la città, bensì per l’abbigliamento di un assessore contestato da un consigliere.

    I primi saranno gli ultimi

    Un motivo ci sarà se l’ultimo “Governance Poll” di Noto per Il Sole 24 Ore ha piazzato Sergio Abramo in coda tra i sindaci calabresi con un -14,4% rispetto al 64,4% delle elezioni del 2017. Proprio lui, che è sempre stato tra i sindaci con il più alto gradimento su scala nazionale, già nel 2020 aveva mostrato un calo fermandosi al 51esimo posto. Oggi diventato il 70esimo (su 105).

    È evidente che i problemi sono tanti e le emergenze infinite. Si sa che governare non paga e il potere logora anche chi ce l’ha. Ma forse anche lui aveva pensato a un finale diverso – sempre che abbia mai pensato a un finale – quando, da rampollo di una famiglia di artigiani della tipografia, si affacciava alla politica. Maturità scientifica e corsi di management alla Bocconi, nel 1993 era presidente dei giovani industriali calabresi e nel 1996 entrava nella Giunta nazionale di Confindustria. Un anno dopo arrivava la prima elezione a sindaco, dopodiché diventava anche presidente di Anci Calabria.

    La maledizione di Palazzo Campanella

    Nel 2005 il coronamento della carriera doveva essere la presidenza della Regione, a cui si era candidato con il centrodestra, ma è stato sconfitto da Agazio Loiero, l’unico riuscito a strappare al centrodestra anche il capoluogo con la vittoria (2007) di Rosario Olivo. L’avvento di Peppe Scopelliti alla Regione (2010) gli ha portato in dote un paio di anni da presidente di Sorical. Dopo dei quali (2013) è tornato al posto a cui sembra destinato per diritto divino: sindaco di Catanzaro per la terza volta.

    Quella attuale è la quarta. Nel frattempo (2016) ha lasciato l’azienda di famiglia ed è diventato (2018) anche presidente della Provincia. Proprio l’ente intermedio un tempo preso a modello di buona amministrazione è oggi il suo principale cruccio. La Provincia è sull’orlo del default e rischia di non riuscire a pagare nemmeno lo stipendio ai dipendenti: ha un disavanzo – dovuto al peso di alcuni derivati risalenti al 2007 – di 12 milioni all’anno.

    Gettonopoli

    A Palazzo de Nobili, al netto del sarcasmo sull’intitolazione dell’edificio dopo le diverse inchieste che lo hanno investito, l’aria non è più mite. Il centrodestra è diviso in mille rivoli avvelenati e ci vorrà un intervento romano per individuare il suo successore. Intanto c’è l’onta, benché presunta, del consiglio comunale più indagato d’Italia con i due filoni dell’inchiesta “Gettonopoli” riuniti in un unico troncone processuale che coinvolge 19 consiglieri.

    Queste ombre non lo hanno neppure sfiorato, ma pure politicamente di recente per lui non c’è stata neanche una gioia. «Quando vado in Regione – ha assicurato – non si muove nulla senza il parere di Catanzaro». Intanto negli ultimi due anni il centrodestra ha vinto due volte le Regionali, ma né Jole Santelli né Roberto Occhiuto hanno dato soddisfazione alla sua ambizione mai celata di entrare da amministratore anche all’ultimo piano della Cittadella.

    Dalla Lega a Toti

    È passato, nel giro di pochi mesi, dalle simpatie (ricambiate) per la Lega all’autoconferma in Forza Italia, per approdare subito prima delle Regionali alla creatura centrista di Toti e Brugnaro. Nemmeno il passaggio a “Coraggio Italia” gli ha però giovato: il suo candidato al consiglio regionale, Frank Santacroce, è rimasto fuori perché sorpassato dal vibonese Francesco de Nisi.

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    Sergio Abramo con Luigi Brugnaro, leader di Coraggio Italia

    Anni di amore-odio col suo grande elettore Mimmo Tallini alla fine non sono serviti al grande salto. Altrettanto altalenanti sono state le sue relazioni con le grandi famiglie imprenditoriali di Catanzaro. Prima, fino al terzo mandato, erano tutti con lui. Poi qualcosa si è rotto, pare a causa di autorizzazioni comunali a supermercati che hanno incrinato certi monopoli. Così parte dell’élite degli affari ha finito per appoggiare alcuni suoi avversari. Puntualmente sconfitti nelle urne.

    Il delfino è Polimeni ma sta con Mangialavori

    Il suo uomo ombra più vicino, negli anni, è stato il capo ufficio stampa del Comune Sergio Dragone, che però a gennaio del 2019 si è dimesso per ragioni «personali». Era lui il vero pontiere con Tallini. Oggi il delfino più quotato è Marco Polimeni, presidente del consiglio comunale che ambisce ad essere il suo successore. E che intanto, per sicurezza, si è accasato con il senatore/coordinatore forzista Giuseppe Mangialavori.

    Abramo (al centro) con Baldo Esposito (primo da sinistra) Baldo Esposito e Marco Polimeni (secondo da destra)

    Tra pochi mesi Sergio Abramo non sarà più sindaco e decadrà automaticamente anche da presidente della Provincia. Un po’ solitario lo è sempre stato, ma ha avuto dietro, intorno e sotto un bel po’ di cortigiani che oggi cercano protezione altrove. Quanto possano rivelarsi tristi e finali i prossimi passaggi della sua lunga avventura politica lo si scoprirà a breve. Si tratta pur sempre di un navigato goleador. A cui però nessuno, dopo vent’anni di gloria, pare voler offrire più neanche uno scampolo di partita nel campo della politica che conta.

  • Ciccio Cannizzaro, quando la politica è questione di profumo

    Ciccio Cannizzaro, quando la politica è questione di profumo

    Profumato è profumato, nessun dubbio. La fragranza che lo identifica – adatta a chi paga tavolo e bottiglie di champagne quando la comitiva si riunisce nei privé delle disco – ne annuncia l’arrivo ancor prima che si manifesti fisicamente, alle riunioni politiche come alla Camera. È forte a tal punto, quell’effluvio, che alcuni colleghi lo hanno ribattezzato con la perfidia dei ragazzi un po’ invidiosi: «Ciccio profumo». Ecco, sta arrivando «Ciccio profumo», e partono i sorrisini beffardi di chi, ogni volta, prova a metterlo in ridicolo, pur temendolo parecchio.

    Che sia un ragazzo dal buon odore, dunque, è fuori discussione. Ma Francesco “Ciccio” Cannizzaro può anche essere considerato un profumiere, ovvero uno che promette qualcosa di impossibile, che seduce nella consapevolezza di deludere, insomma uno che millanta un potere che, in effetti, non ha? Qui la questione si fa molto molto più complicata, senza che peraltro si possa giungere a una risposta univoca o condivisa.

    Un politico che ostenta

    Certo è che il giovane deputato e coordinatore provinciale reggino di Forza Italia, quarant’anni a giugno, è uno che ostenta parecchio. Si pavoneggia, si intesta successi, pensa in grande. E, spesso, riesce a convincere gli interlocutori di turno del fatto che lui stesso sia grande, un grande politico.
    Non prova mai imbarazzo, Cannizzaro; come quando, pochi giorni fa, per ben due volte ha dato il suo personale e convinto – ancorché, ovvio, del tutto ininfluente – endorsement nientemeno che al Cavalier Silvio Berlusconi («è ultramotivato e sarà un presidente super partes»).

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    Berlusconi e Cannizzaro

    Solo una civetteria, in fondo, una comune cosetta da politici mitomani; ma il punto è che, quando il giovane Ciccio fa una mossa, instilla sempre il dubbio che, davvero, lui possa essere arbitro e decisore di quella ben determinata questione, fosse anche il voto per il presidente della Repubblica.
    È uno che ci crede, Cannizzaro, uno che non ha mai coltivato dubbi e che la politica, quella cosa fatta di «sangue e merda», checché ne dicano i (tanti) detrattori, la mastica meglio di tanti altri mestieranti sulla breccia.

    Caridi la chioccia

    Inizia dal suo paese, Santo Stefano d’Aspromonte, luogo risorgimentale in cui il ventenne Ciccio viene eletto per due volte consigliere e scelto per altrettante come assessore. Il paese nei cui confini sorge la più rinomata Gambarie sta stretto alle sue ambizioni e se ne allontana presto. Coltiva amicizie e legami importanti, tra cui quello privilegiato con Antonio Caridi, potente assessore regionale nella Giunta Scopelliti e poi senatore, prima della rovinosa caduta per via giudiziaria.

    Cannizzaro diventa consigliere della Provincia guidata da Peppe Raffa ma quello scranno lo occupa per poco tempo. Dopo l’elezione in Parlamento dell’amico Antonio, infatti, si libera uno spazio in Regione e lui, che di quel blocco di potere è uno dei più promettenti terminali politici, fa il primo grande salto. Siamo nel 2014 e trionfa il centrosinistra di Oliverio. Cannizzaro entra in assemblea con la Casa della libertà e con in dote più di 6mila preferenze.

    Il modello Reggio a processo

    L’area destrorsa che lo ha svezzato è però in pieno disfacimento. Il Consiglio comunale di Reggio sciolto per mafia nel 2012 ha fatto partire la slavina: si accavallano le inchieste sui presunti rapporti con la ‘ndrangheta di tanti protagonisti di quella stagione e poi, soprattutto, inizia il declino del leader assoluto e incontrastato, Peppe Scopelliti. Nel 2014 si dimette da presidente della Regione dopo la condanna in primo grado per il crac finanziario di Palazzo San Giorgio e, inevitabilmente, via via si trascina dietro l’intera «classe dirigente» del «modello Reggio» già sublimato in «modello Calabria».

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    Antonio Caridi e Peppe Scopelliti

    Finisce male, anzi malissimo, anche il politico-chioccia di Cannizzaro, Caridi. Da senatore, nell’agosto 2016 viene arrestato nell’ambito dell’operazione “Gotha” contro i capi della ‘ndrangheta reggina. Ne uscirà completamente pulito dopo sei anni e tante, indicibili, sofferenze personali, ma la sua carriera politica è già bella che morta nel momento in cui varca il portone del carcere di Rebibbia.

    Cannizzaro, da sergente a generale

    Pochi mesi dopo, pure Cannizzaro finisce in una brutta storia di mafia: viene indagato dalla Dda di Reggio e accusato di aver ricevuto sostegno elettorale dalla cosca Paviglianiti di San Lorenzo. Il calvario del consigliere non prevede il carcere ed è decisamente più breve di quello del senatore Caridi: meno di un anno dopo, nel settembre 2017, Cannizzaro viene assolto «perché il fatto non sussiste».

    Ed è allora, probabilmente, che il giovane Ciccio si rende conto di essere l’unico superstite in quel deserto che è ormai diventato il centrodestra reggino. Fino a pochi anni prima offuscato dalla luce splendente e fatua degli Scopelliti, dei Caridi, ma perfino da quella dei Bilardi e dei Raffa, adesso Cannizzaro, da semplice ufficiale di complemento, è diventato colonnello, se non addirittura generale: non c’è nessuno più in alto di lui.

    Le occasioni da cogliere

    Tutto si può dire, tranne che il politico «stefanita», come lo appella chi tenta di sminuirlo, non colga le occasioni al volo. Si candida immantinente alle Politiche del 2018 ed è eletto parlamentare nel collegio uninominale di Gioia Tauro per la Camera, uno dei pochi – assieme al senatore forzista Marco Siclari e alla deputata Wanda Ferro – a resistere all’ondata grillina che in Calabria fa man bassa di seggi, ben 18.
    Da lì in poi, è tutta discesa. Il Cannizzaro “onorevole” è un politico diverso rispetto agli esordi: non si può dire propriamente che studi a fondo i molteplici dossier di cui si occupa, ma riesce a perorare le cause a cui tiene come nessuno.

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    Jole Santelli e Ciccio Cannizzaro in Parlamento

    Porta risultati, o almeno così sembra: si intesta il merito di aver fatto arrivare 25 milioni per l’ammodernamento dell’aeroporto dello Stretto, celebra anzitempo il completamento della strada Gallico-Gambarie («pronta entro la fine del 2022»), si mette alla testa della larga opposizione al governo cittadino di Falcomatà.

    Sulle orme di Peppe

    Nel mentre, tiene conferenze stampa a profusione, invita ministri per ogni bazzecola (ospite fissa: l’«amica» Mara Carfagna), organizza convention con migliaia di ospiti in cui il pezzo forte di serata è sempre lui, che chiude ogni evento e ogni comizio in un crescendo di urla vibranti e ad alto tasso emozionale, che ai nostalgici ricordano tanto lo stile da capopopolo di Scopelliti.

    Sembra di vederlo, Cannizzaro, mentre, da sotto il palco, poco più che ragazzo, studia mimica, movenze e repertorio del suo leader: la mano a paletta che si muove ritmica per scandire i momenti topici del discorso, l’«e alloraaaa…» usato a mo’ di intermezzo prima, magari, di una nuova intemerata contro i «nemici di Reggio» o contro i giornalisti «cialtroni».

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    Roberto Occhiuto, Mara Carfagna e Ciccio Cannazzaro

    Io ballo da solo

    Quello stile, quei toni, quei gesti, Cannizzaro li fa suoi. E col tempo diventa un oratore efficace e sicuro di sé, in più capace di ammantare tutto il suo agire politico di uno strato composito di furbizia e cinismo sconosciuto a Scopelliti. Per dire: l’ex governatore, parallelamente alla sua ascesa, ha allevato la sua «classe dirigente»: spesso sgangherata, per certi versi ridicola, in qualche caso collusa con la ‘ndrangheta, ma pur sempre un ceto politico che a Reggio, prima, e in Calabria, poi, ha esercitato potere, il più delle volte fine a se stesso, ma pur sempre potere.

    Cannizzaro, invece, ama fare il solista, forse perché teme che, domani, qualcuno possa fare ciò che ha fatto lui e soffiargli il posto. Non ha eredi, sia perché è troppo giovane sia perché, in un certo senso, teme il parricidio. La sua paranoia – alimentata dalla paura di perdere la preminenza conquistata per una serie di tragiche (per gli altri) coincidenze – traspare dalle sue scelte politiche. Si spiega in questo modo perché mai, in tutte le elezioni successive alla sua nomina a coordinatore provinciale, abbia sempre scelto candidati non reggini e, perciò, difficilmente in grado, in futuro, di rubargli il bacino elettorale più fecondo.

    I Ciccio boys

    Il politico di Santo Stefano ha insomma ereditato un intero mondo elettorale e ha desertificato la concorrenza interna. Il centrodestra reggino oggi è inodore, eccezion fatta per il profumo del capo; è spopolato di dirigenti, a meno che non si vogliano considerare tali i “Ciccio’s boys”. Già, loro fanno narrativa a parte: vestiti in serie, tali e quali al capo. Prediligono i risvoltini ai pantaloni, i mocassini di cuoio, possibilmente senza calzini, talvolta gli occhiali da sole a goccia e, d’estate, la camicia bianca aderente e arrotolata sulle braccia.
    Non si è mai capito se si tratti di un dress code o del semplice desiderio di emulare chi sta al vertice della catena gerarchica.

    L’apparenza che conta

    Cannizzaro sa che l’apparenza conta tantissimo. Quando, nel 2019, Mario Occhiuto forza la mano e organizza la mega convention lametina che avrebbe ufficializzato la sua candidatura a governatore, poi naufragata miseramente, il deputato reggino fa arrivare a Lamezia diversi bus carichi di militanti. Risultato: gli applausi per Cannizzaro sono di gran lunga più scroscianti di quelli dedicati al protagonista dell’evento.

    Sa, Cannizzaro, che per continuare a contare deve piazzare uomini, anzi, donne, di fiducia nelle stanze dei bottoni. È il più leale degli occhiutani quando Mario sembra in rampa di lancio per la Cittadella, ma quando Berlusconi designa Jole Santelli ne sposa senza esitare la causa fino a farsi descrivere come il migliore amico della governatrice, l’alleato di ferro che con lei balla la tarantella in chiusura di campagna elettorale. Nella Giunta Santelli, poi, Cannizzaro riesce appunto a piazzare la fedelissima Domenica Catalfamo.

    La stessa trama si ripete, più di recente, con Roberto Occhiuto, che lo tiene buono nominandone la cugina, Giusi Princi, nel suo Governo. Le deleghe sono tante e di quelle che contano, tra cui l’ambitissima vicepresidenza, un tempo promessa al leghista Nino Spirlì (il ticket rinnegato). Fino a qui, quella di Cannizzaro non sembra certo la carriera di un profumiere. Eppur bisogna andare più a fondo e scoprire che quel potere così ostentato, con ogni probabilità, è meno forte di quanto Ciccio non voglia far credere. Perché, nei momenti davvero decisivi della sua carriera, Cannizzaro ha fallito, anche se nessuno se ne è accorto.

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    Cannizzaro e la vice presidente della Giunta regionale, sua cugina Giusy Princi

    Le sconfitte

    Partiamo dalla fine. Alle ultime Regionali, il deputato azzurro, che ha il vizio di sopravvalutarsi, appoggiava almeno tre candidati (tutti “periferici”, of course): Giovanni Arruzzolo, di Rosarno, Raffaele Sainato, di Locri, e Patrizia Crea, di Melito Porto Salvo. Le ricostruzioni apocrife su quelle elezioni riferiscono di un Cannizzaro che, pochi giorni prima del voto, si rende conto del rischio di non eleggere nemmeno un consigliere per via della mal calcolata forza elettorale di altri due candidati di Fi, Giuseppe Mattiani e Domenico Giannetta, a lui profondamente ostili.

    Così, secondo questa interpretazione, il coordinatore provinciale sarebbe stato costretto a dirottare tutti i “suoi” voti sul solo Arruzzolo (poi primo eletto), abbandonando al proprio destino Sainato e Crea, che infatti restano fuori. È però sempre il racconto a fare la storia, e Cannizzaro, a urne chiuse, si attribuisce tutto il merito del 21% ottenuto da Fi, record regionale e risultato, dice, in linea con i tronfi berlusconiani del 1994. I 20mila e passa voti di Mattiani e Giannetta, su un totale di 44mila, nello storytelling di «Ciccio profumo» non guadagnano neppure una piccola nota a margine.

    Cannizzaro profumiere?

    Un millantatore, dunque? Un profumiere? Di sicuro Cannizzaro è bravissimo nel far passare una sconfitta come una vittoria. Come in occasione della scelta del nuovo coordinatore regionale di Fi, decisiva in vista delle candidature per le prossime Politiche. Il deputato reggino schiera tutta la sua batteria di ministri amici e plenipotenziari forzisti per ottenere la nomina a scapito dell’altro pretendente, il senatore Giuseppe Mangialavori. Alla fine la spunta, e anche piuttosto agevolmente, quest’ultimo. E Cannizzaro? Un altro si sarebbe abbattuto, invece lui briga per farsi nominare “responsabile nazionale per il Sud”, uno di quegli incarichi fuffa che il Cavaliere ha sempre usato per salvaguardare gli equilibri interni.

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    Cannizzaro e Occhiuto

    Il passo falso sulla segreteria calabrese non sopisce le ambizioni del giovane parlamentare. Che, raccontano i bene informati, avrebbe fatto di tutto e di più per sottrarre a Occhiuto la candidatura a governatore. Proprio così: oggi, film già visto, Cannizzaro sembra il miglior amico del presidente, ne appoggia le politiche, lo difende, lo accompagna a Roma e in giro per la Calabria come fosse il suo primo cavaliere; lo stesso ha fatto in campagna elettorale, quando, da “responsabile nazionale per il Sud”, teneva sempre il penultimo discorso per riscaldare la folla a beneficio del futuro vincitore. Ma prima, quando Berlusconi e gli alleati hanno ancora dubbi sul nome del candidato, Cannizzaro avrebbe giocato tutte le sue carte – e, dicono, usato ogni mezzo politico – per ottenere quella nomination a scapito dell’«amico Roberto».

    Il tonfo di Reggio

    Il tonfo più clamoroso di Cannizzaro, tuttavia, avviene nella sua Reggio. Ottobre 2020: Falcomatà, uno dei sindaci più contestati della storia cittadina, si impone al ballottaggio su Nino Minicuci, improbabile candidato scelto da Salvini. Che c’entra dunque il deputato di Fi? C’entra eccome, perché Cannizzaro aveva aspettato quel momento per anni, assicurando a tutto il centrodestra che lui, l’ex consigliere di Santo Stefano diventato un big nazionale, sarebbe stato il kingmaker della coalizione e avrebbe scelto il nome più adatto per asfaltare Falcomatà.

    Invece, Salvini, con il beneplacito di Berlusconi, manda avanti Minicuci e Cannizzaro, in buon ordine, si adegua e gli fa pure la campagna elettorale. Lo Scopelliti dei tempi migliori si sarebbe mai fatto imporre il candidato nella sua città? Forse no. E allora, è giusto chiedersi: è «Ciccio profumo» o è «Ciccio profumiere»? Blowin’ in the wind, canterebbe Bob Dylan: «La risposta, amico mio, se ne va nel vento». Come il profumo.

  • La diga da 70 miliardi con la monnezza al posto dell’acqua

    La diga da 70 miliardi con la monnezza al posto dell’acqua

    Più di dieci anni di cantiere, un capitolato di spesa lievitato fino all’inverosimile e uno status di servizio breve e un po’ deprimente, prima dello svuotamento e del sostanziale abbandono in cui versa da quasi dieci anni: la storia della diga sul Lordo, invaso artificiale alle spalle di Siderno, è lunga e piena di inciampi. Pensata per soddisfare il fabbisogno irriguo della Locride e costruita – assieme alla “gemella” sul Metramo, sul versante tirrenico d’Aspromonte – dal consorzio di imprese Felovi (acronimo per Ferrocemento, Lodigiani e Vianini), la diga, di proprietà regionale ma gestita dal consorzio di bonifica dell’alto Jonio reggino, avrebbe dovuto garantire il fabbisogno d’acqua dei numerosi paesi a vocazione agricola del territorio e implementare, di molto, la capacità di acqua potabile disponibile. Ma è diventata, in attesa dell’ennesimo finanziamento, un enorme catino vuoto e desolante.

    Cancelli chiusi dopo la chiusura del 2013

    Vent’anni dopo…

    Partito nel 1983, il cantiere per la costruzione dell’invaso artificiale – i fondi li mette la Cassa del Mezzogiorno – procede a mozzichi e bocconi. Per dieci anni ingloba una serie di terreni agricoli e vecchi poderi che si trovano nella piccola valle di contrada Pantaleo. Nel 1993, pochi metri alla volta, l’acqua inizia a confluire nel catino appena costruito. Arriva dal Lordo, piccola fiumara che vive praticamente solo dell’afflusso delle acque piovane. E a farle compagnia c’è quella del Torbido, grazie ad una condotta sotterranea lunga più di 9 chilometri che si collega nel comune di Grotteria, poco più a nord.

    Le operazioni di parziale riempimento e di collaudo vanno avanti per quasi 10 anni fino al raggiungimento dei 9 milioni di metri cubi di acqua che rappresentano il limite massimo a pieno regime. Dalla posa della prima pietra sono ormai trascorsi quasi 20 anni. I costi sono lievitati fino a 70 miliardi e del progetto iniziale è sparita una buona parte. Nessuno ha realizzato le condotte previste che avrebbero dovuto rifornire di acqua ad usi irrigui i paesi a nord e a sud dell’impianto. La diga si limita, per i pochi anni in cui è rimasta in esercizio, a rifornire solo le campagne di Siderno, che del territorio è il comune con meno vocazione agricola.

    L’oasi e la cattedrale

    Poco dopo la messa in esercizio dell’invaso, partono anche i lavori per la potabilizzazione delle acque che dovrebbe “ripulire” parte del carico della diga prima di ridistribuirlo nelle reti dei comuni vicini. L’impianto viene costruito proprio di fronte alla muraglia artificiale che chiude la valle, sotto uno dei viadotti della nuova 106. Finiti i lavori però, la struttura, di proprietà della Sorical, non è mai entrata in funzione. Da anni rimane inutilizzata, ennesima cattedrale nel deserto della Locride.

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    Nonostante i mille problemi funzionali però, il nuovo lago artificiale piace. Incastrata sotto Siderno superiore, affacciata allo Jonio e circondata da una natura prepotente, la diga diventa presto uno dei posti più frequentati del comprensorio. Appassionati di trekking, pescatori, cultori del jogging e della mountain bike: le colline di questo pezzo di Calabria si popolano di turisti e cittadini e anche molte specie di uccelli migratori iniziano a fare tappa fissa sulle acque del Lordo durante le loro migrazioni da e verso l’Africa. Le associazioni cittadine più volte avevano lanciato la proposta dell’istituzione di una oasi naturalistica – anche nel tentativo di fermare i cacciatori di frodo che degli stormi di uccelli migratori che facevano tappa a Siderno ne avevano fatto la propria personale riserva di caccia – senza però ottenere alcun risultato.

    Danni alla diga, svuotare tutto

    I problemi veri però, iniziano nel 2013. I tecnici del consorzio che curano la funzionalità della diga si accorgono infatti di una serie di crepe nella struttura in cemento armato del pozzo dentro cui è ospitata la camera di manovra per le paratie che regolano il deflusso delle acque dalla diga. Inizialmente si pensa ad un danno superficiale ma le cose peggiorano in fretta e, poco meno di un anno dopo, in seguito ad un ispezione dei tecnici del Ministero, si decide per il progressivo svuotamento dell’invaso che viene portato al 70% della capacità massima.

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    L’invaso svuotato dopo la scoperta dei problemi per il cemento armato

    Gli ingegneri si accorgono infatti che le crepe nel cemento sono il frutto di un movimento franoso (traslazione, in termini tecnici) che interessa il costone destro dell’impianto, quello posto sotto il versante dell’antico borgo collinare di Siderno. Movimento di cui nessuno, né durante la fase di costruzione, né durante quella di collaudo e di messa in esercizio si era accorto prima. Il rischio è serio, la decisione inevitabile: se il pozzo crolla, i comandi per muovere le paratie (e quindi regolare il livello dell’acqua contenuta nella diga) diventano irraggiungibili, l’unica strada è quella di svuotare tutto. In pochissimo tempo, quella che era diventata un’oasi nel cuore della Locride, diventa terreno di conquista per discariche abusive e pascoli altrettanto illeciti.

    Un nuovo progetto per la diga

    Questa situazione si trascina da anni e si è incastrata anche con le guerre intestine all’interno del Consorzio di bonifica, retto oggi da un commissario – l’ex sindaco di Sant’Ilario, Pasquale Brizzi – nominato dall’allora presidente Oliverio e in gara per il rinnovo delle cariche previste a giorni. Ma potrebbe sbloccarsi grazie a un nuovo progetto di intervento attualmente al vaglio del Ministero per la fase esecutiva dello stesso. Vale 9,27 milioni di euro, già finanziati dal fondo Coesione e Sviluppo e approvati con delibera del Cipe, e prevede il consolidamento del costone e la ricostruzione del pozzo con la camera di manovra.

    L’invaso oggi

    La progettazione dell’intervento è andata a bando per oltre 600 mila euro ed è stata vinta dallo studio Di Giuseppe con un ribasso – unico discriminante previsto dal bando – di circa il 60%. Burocrazia permettendo – l’intero progetto potrebbe passare sotto l’ala del Pnnr, pappandosi così quasi un terzo dei finanziamenti previsti nel comparto idrico per la Calabria e strappando altri sei mesi alla scadenza massima, per non perdere i fondi già stanziati, a metà 2023 – la diga potrebbe essere rimessa in funzione entro il 2026. Sempre se, nel frattempo, l’invaso che per un breve tempo era stato un’oasi, non continui a riempirsi con spazzatura e scarti di cantiere.

  • Ne resterà sempre qualcuno e si chiamerà Gentile

    Ne resterà sempre qualcuno e si chiamerà Gentile

    I Gentile non si creano, i Gentile non si distruggono, i Gentile si trasformano. E ritornano, eccome se ritornano.
    Prendiamo Andrea Gentile, ripreso di recente dalle telecamere del Tg3 davanti a Montecitorio.
    Il giovane avvocato cosentino, noto per una lunga serie di consulenze, dentro e fuori regione, è riuscito a entrare a Montecitorio in seguito alla vittoria di Roberto Occhiuto alle Regionali di ottobre.
    Infatti, Andrea si era candidato alla Camera nel 2018 nella lista di Forza Italia ed era stato travolto dallo tsunami grillino.

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    Andrea Gentile, figlio di Tonino e deputato di Forza Italia

    L’eclisse dei fratelli Gentile

    Due anni dopo, si verificò la massima eclissi per la sua famiglia, che fu assente in maniera totale dalle istituzioni per la prima volta dagli anni ’90: zio Pino non fu eletto in Regione, papà Tonino non era in Senato da oltre due anni e la cugina Katya non era più a Palazzo dei Bruzi.
    Poi, la scomparsa prematura di Jole Santelli rimescola le carte: Katya, grazie anche al formidabile aiuto di papà Pino, fa il pieno di voti e diventa la donna più votata in Regione, Roberto lascia la Camera e i Gentile tornano in versione 2.0: non più fratelli, bensì cugini, ma con ruoli simili a quelli dei rispettivi papà.

    Piccoli scandali, grandi consensi

    Una leggenda metropolitana tramanda che i fratelli Gentile furono di fatto costretti a lasciare il Pdl nel 2013 perché, come aveva rivelato un giornale dell’epoca, Pino era amico del magistrato che, prima di condannare Berlusconi, aveva esternato cose non proprio bellissime sull’ex Cavaliere.
    Vera o meno che sia questa storia, la scelta di mollare l’ex premier e di approdare a Ncd, il partito salva-notabili di Angelino Alfano, si dimostrò vincente: di lì a poco, (2014) Tonino Gentile sarebbe entrato come sottosegretario nel governo Renzi. Vi durò pochissimo, perché fu colpito dall’Oragate. Questa vicenda è diventata un pigro ricordo, ma allora esplose a livello internazionale e accese i riflettori sull’informazione in Calabria.

    L’Ora chiude, gli altri restano

    I protagonisti furono Andrea Gentile, finito nel mirino della Procura di Paola per la sua attività di legale dell’Asp di Cosenza, L’Ora della Calabria, il giornale fermato in tipografia quando la notizia stava per uscire, Alfredo Citrigno, l’editore del giornale, e Umberto De Rose, il tipografo accusato di aver stoppato le rotative.

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    Alfredo Citrigno bacia suo padre Piero in un’occasione pubblica

    Com’è andata a finire è noto: a Tonino è rimasto il nomignolo di “cinghiale”, De Rose è stato assolto dopo cinque anni e passa di processo. In compenso, Pino Gentile ha ottenuto la condanna per diffamazione di Piero Citrigno, papà di Alfredo ed ex editore dell’Ora della Calabria. L’Ora, invece, ha chiuso i battenti nel giro di un mese. A dispetto del fatto che l’inchiesta sui Gentile e sulla Sanità cosentina avesse spinto in alto le vendite della testata.

    Ma erano cifre insufficienti: l’Ora raggiunse al massimo 6mila copie di vendita in un giorno. Invece i fratelli Gentile erano quotati ancora attorno ai 16mila voti. Tanti elettori in una terra di grande astensione contro pochi lettori in una regione in cui si legge pochissimo… di cosa parliamo?

    De Rose è per sempre

    Ciò spiega la prudenza con cui, nel 2016, la stampa diramò la notizia della condanna inflitta dalla Corte dei Conti a De Rose per danno erariale durante la sua presidenza a Fincalabra. In particolare, al tipografo furono contestate le consulenze date ad Andrea e a Loredana Gentile. Loredana, detta Lory, è la sorella di Andrea. Sui due fratelli, che non risultano indagati nel procedimento penale legato ai fatti di Fincalabra, la magistratura contabile ha espresso giudizi diversi: Andrea non è causa di danno erariale, sia perché la sua parcella era piuttosto “contenuta” (35mila euro), sia perché con la sua attività aveva consentito un risparmio. Su Lory, invece, è emerso un dato curioso: coi suoi circa 50mila euro per un incarico a tempo determinato, la sorella di Andrea aveva causato il danno erariale.

    Lo stampatore Umberto De Rose

    Tuttavia, si affermò che la giovane Gentile avrebbe lavorato per circa 370 giorni in un anno. Un refuso marchiano o un adattamento dello spazio-tempo a misura dei Gentile?
    Come per l’Oragate, De Rose si è sobbarcato il processo, con qualche difficoltà in più: è stato prosciolto dalla Corte d’Appello di Catanzaro nel novembre 2020 dall’accusa di abuso di ufficio che gli era costata un anno e mezzo di condanna in primo grado.

    Scarpelli, l’appendice sanitaria

    Un altro gentiliano che ha passato qualche guaio è Gianfranco Scarpelli, primario di Neonatologia all’Annunziata e direttore generale dell’Asp durante l’era Scopelliti. Proprio quest’ultimo ruolo ha procurato grane giudiziarie a Scarpelli, uscito solo di recente da processi spinosi. Ma il medico cosentino non può lagnarsi: sua figlia Rita è diventata dirigente del Settore farmaceutico della Regione grazie a una determina firmata da Roberto Occhiuto in persona. Ad appena 33 anni, la giovane Scarpelli è una delle dirigenti più giovani della storia della Pa. C’è di che rincuorare papà Gianfranco per le disavventure subite.

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    Gianfranco Scarpelli è stato direttore generale dell’Asp di Cosenza

    Super Pino

    Il gentilianesimo, a Cosenza, non è una corrente filosofica ma una dottrina quasi religiosa, che si basa su un solo elemento: il consenso elettorale.
    Le cattedrali in cui si celebra questa fede, che conta tuttora oltre 9mila adepti, sono la Sanità e altre importanti centraline di spesa pubblica, come ad esempio l’edilizia popolare.
    Infatti, il nome di Pino Gentile è emerso in vari procedimenti penali legali all’edilizia pubblica, come indagato e, a volte, come imputato. C’è da dire che questi procedimenti sono prossimi alla prescrizione. Tuttavia, proprio questa situazione giudiziaria avrebbe costretto Pino a fare un passo indietro nelle ultime Regionali a favore di sua figlia.
    Comunque, questa “sostituzione” cambia poco: quando si parla di fede l’importante è pregare, a prescindere che si preghi un santo o il Padre Eterno in persona.

    Le metamorfosi di Pino

    Il gentilianesimo ha un suo dogma particolare, che richiama in maniera stramba quello della Trinità: i calabresi quando dicono Gentile pensano a una famiglia, tuttavia il capo resta Pino, che vanta oltre cinquant’anni in politica, iniziati in quella grande chiesa che era il Psi e proseguiti, salvo qualche incidente, in Forza Italia, Ncd e di nuovo Forza Italia. E una piccola parentesi come sindaco di Cosenza da indipendente eletto con il Partito Repubblicano.

    Ma restando sempre Pino, perché a un leader religioso come lui nessuna confessione può negare il ruolo di arcivescovo. Nel suo caso, di assessore regionale a oltranza nei dicasteri in cui ci sono risorse vere da gestire.
    Tonino, invece, è il cardinale. Esploso con Forza Italia negli anni ’90, è diventato subito senatore e da allora non ha più mollato Roma.
    All’apice del loro successo, i Gentile contavano oltre 20mila voti, che li rendevano forti quando erano al governo e, ancor più forti, all’opposizione, da dove potevano negoziare meglio…

    Lo scontro con gli Occhiuto

    Chi ha a che fare i due fratelli, come alleato o avversario, sa benissimo due cose: si vince se si ha un loro pensiero Gentile, si governa per Gentile concessione.
    E c’è da dire che quasi tutti hanno avuto a che fare coi Gentile sia come alleati sia come avversari.

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    Il sindaco di Cosenza Mario Occhiuto con il suo vice Katya Gentile prima di rimuoverla dalla poltrona

    Prendiamo il caso dei fratelli Occhiuto, che si rifugiarono nel Ccd e poi nell’Udc a partire dagli anni ’90, quando i Gentile li defenestrarono da Forza Italia.
    Dopo anni di guerre feroci, Mario Occhiuto divenne sindaco di Cosenza anche grazie all’apporto dei Gentle Bros, che resero Katya la consigliera più votata nelle Amministrative del 2011. Poi ci fu la rottura tra Katya e Mario.

    Quest’ultimo sopravvisse benissimo perché si rifugiò in Forza Italia assieme al fratello Roberto, approfittando del fatto che Pino e Tonino se n’erano andati con Alfano. Ma il prezzo lo pagò Wanda Ferro, candidata alla presidenza della Regione nel 2014 sotto le insegne azzurre. I Gentile non fecero coalizione ma corsero da soli. E si impegnarono parecchio, proprio contro la candidata berlusconiana, che perse in malo modo grazie alla loro campagna elettorale martellante.

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    Il posto di Katya Gentile lasciato vuoto al tavolo della Giunta di Cosenza (foto Camillo Giuliani)

    Il soccorso a Manna e Talarico

    Discorso leggermente diverso a Rende. Avversari di Sandro Principe, i fratelli Gentile furono determinanti nella prima vittoria di Marcello Manna, grazie a un listone in cui figuravano un battaglione di medici e Annarita Pulicani, moglie di Granfranco Ponzio, ex consigliere provinciale di provata fede gentiliana.
    Poi arrivò la rottura. Ma niente paura: c’è sempre qualcuno che ha bisogno dei Gentile. In questo caso, Mimmo Talarico, che tentò l’elezione a sindaco nel 2019 anche con l’appoggio dei Fratelli Terribili.
    Talarico non arrivò al ballottaggio, dove i gentiliani si ritrovarono schierati con Principe. Anche lui perse, ma pazienza: un pensiero Gentile lo aveva avuto comunque…

    Il sindaco di Rende, Marcello Manna (foto Alfonso Bombini)

    La sfida per il futuro

    Mario Occhiuto non è più sindaco di Cosenza. Roberto ha il suo da fare per gestire anche i gentiliani in Regione.
    L’unica certezza è che i Gentile, a dispetto del calo di voti, sono vivi e vegeti. A questo punto, è obbligatoria una domanda: riusciranno i cugini Gentile a perpetuare il potere dei rispettivi genitori?
    Tutto lascia pensare che il loro cognome resterà a lungo sinonimo di potere in una terra, la Calabria, che critica i potenti perché in realtà li venera e li combatte solo per potercisi accordare meglio. E resteranno a lungo anche le villone di Muoio Piccolo con le piscine a forma di ostrica. Perché, si sa, non c’è potere vero senza un tocco di kitsch.

  • Piano telematico, lo spartiacque su cui si è infranto il sogno del Cud

    Piano telematico, lo spartiacque su cui si è infranto il sogno del Cud

    Nel gran discutere di Dad in conseguenza del virus, ha fatto bene Giacomantonio, su queste colonne, a riaprire il dossier Cud, Consorzio Università a Distanza, iniziativa degli anni Ottanta del secolo scorso varata in Calabria ad opera di Sergio De Julio.
    Un Consorzio fra vari soggetti, nazionali e internazionali, a carattere culturale e imprenditoriale, che si calava – così sembrava, così era progettato – nella realtà di quegli anni, carichi di tensione verso l’innovazione, la formazione, la modernità condivisa, in un contesto qual è quello calabrese bisognoso di interventi radicali.

    Il Cud e gli orticelli

    Ci fu fin da subito chi non fece salti di gioia nell’apprendere del progetto, così come fece storcere il muso la precedente nascita del Cisam, Centro interdipertimentale studi aree montane, anche questo grazie a Sergio De Julio.
    Che cos’è che disturbava in questi consorzi e centri interdipartimentali, se non l’idea stessa del consorzio e dell’inter fra i dipartimenti, l’azione fra più attori, cioè, il coordinamento tra più istanze, il superamento dell’atomismo e dell’orticello da recintare e difendere. Una prassi, cioè, consolidata e che proprio nell’università, che era nata anche per scardinare questo retaggio, vedeva il centro propulsore perché ciò si inverasse.

    Solo che, per porsi su un altro versante, certe azioni abbisognano di tempi e di modi altrimenti si ricade nel cosiddetto “teorema Andreatta” secondo cui la shocking wave di importare sulle colline di Arcavacata cervelli culturalmente “eversivi” (non solo culturalmente e anche senza virgolette) poteva essere l’arma giusta per svegliare i calabresi. E invece la melassa calabrese assorbì e in buona misura depotenziò il teorema, così come il passo in avanti del Cud fu visto come troppo divaricante, indipendente e libero da padrinaggi politici di vario genere e colore.

    Erano quelli, in aggiunta, tempi in cui per davvero si poteva prescindere dal rapporto diretto, in presenza, fra docente e discente, si poteva d’emblée, superare il gap della riottosità e della scarsa empatia calabrese ponendo giovani e meno giovani davanti un computer, oppure aveva ragione Negroponte individuando proprio nelle caratteristiche geografiche e orografiche, di collegamento, quelle che Placanica individua come ostacoli strutturali nella comunicazione e nella stessa indole calabrese, i migliori e più potenti atout per fare uscire i calabresi dall’isolamento?

    Padri padroni e padrini

    Fatto sta che fu gioco facile da parte di chi voleva continuare ad esercitare il suo ruolo di padre padrone incontrastato liquidare baracca e burattini avvalendosi di fatto di uno strumento forte qual era il nascente Piano Telematico, un “contenitore” ampio e ricco che ebbe nei padrinaggi politici un partner attento quanto dominante.
    E il depotenziamento del Cud risultò, ahimè, vincente grazie a un argomento sottile e insidioso che fu palesemente esposto: quello che addebitava al Cud stesso l’incapacità di attrarre e di vivere di investimenti e commesse che non fossero solo quelle statali o comunque pubblici: un’accusa, come si vede, di assistenzialismo, quell’assistenzialismo che il Cud era nato per combattere.
    Ciò che avvenne all’interno delle politiche del Piano telematico, delle sue azioni, costituisce una sorta di banco di prova per le classi dirigenti calabresi, non solo politiche, un vero e proprio spartiacque fra il prima e il dopo: lì, sarebbe quanto mai opportuno accendere i riflettori.

    Massimo Veltri
    Professore ordinario all’Unical ed ex senatore della Repubblica

  • Presi per il Cud: l’Unical del futuro sognava in vhs però andò a picco come il Titanic

    Presi per il Cud: l’Unical del futuro sognava in vhs però andò a picco come il Titanic

    C’è stata una stagione, ormai lontana e inesorabilmente perduta, in cui la Calabria sembrava avere avuto lo sguardo proiettato verso il futuro. Era la prima metà degli anni Ottanta e qui nasceva un’idea che sarebbe stata potentemente pionieristica nel panorama nazionale, quella di dare vita ad una università a distanza. Si chiamava Cud. Una sfida straordinaria per una regione con lo stigma di una terra perennemente in ritardo sulla modernità, ancorata all’immagine di una arretratezza endemica.

    La prima università a distanza d’Italia

    Mentre il modello di sviluppo classico fondato sulla fabbrica andava in frantumi ovunque senza essere mai stato davvero applicato nel meridione, con straordinaria lungimiranza in Calabria c’era chi pensava di fare un salto in un futuro che era stato esplorato in alcuni paesi, come l’Inghilterra e l’Australia, ma era sconosciuto in Italia. La prima università a distanza del Paese nasceva sulle colline di Arcavacata.

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    L’Università della Calabria

    C’erano pure la Sapienza, Olivetti, Ibm e Telecom

    Tutto ha origine dal Dpr 382 del 1980, che autorizzava “le università italiane ad unirsi in consorzi ed a sperimentare forme alternative a quelle tradizionali per erogare i propri corsi.” E nell’84 arrivò il Cud, consorzio università a distanza. Ad aderire all’idea, e dunque al consorzio, sono Università della Calabria, Università degli Studi “La Sapienza” di Roma, Politecnico di Milano, Università di Bari, quella di Padova, di Siena e di Trento. Ma anche realtà private come il Consorzio per la ricerca e l’applicazione dell’informatica (Crai) e poi Olivetti, Confindustria, Ibm, Telecom Italia (ex Sip), Rai, Telespazio.

    Con questi soci il Cud doveva essere una corazzata imbattibile, invece affondò come il Titanic. Le risorse economiche, ingenti, per far partire la corazzata vennero dall’Intervento straordinario per il Mezzogiorno. Alcuni docenti Unical, come Sergio De Julio (che divenne successivamente deputato dell’allora Pci), Ivar Massabò e Franco Lata (tutti provenienti dall’esperienza Crai) presentarono il progetto.

    Il guru australiano

    Era una idea dell’altro mondo. E, infatti, a guidare i primi passi di quell’avventura chiamarono uno che stava dall’altra parte del mondo: si chiamava Desmond Keegan ed era australiano. Era il massimo pioniere dell’educazione a distanza, impegnato nello studio dell’uso delle tecnologie applicate all’insegnamento e sulle strategie necessarie per aumentare l’equità di accesso. L’australiano venne in Calabria, ma tornò presto nella terra dei canguri, forse perché aveva capito che quell’idea bellissima qui aveva una cattiva sorte.

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    “Principi di istruzione a distanza” è il titolo italiano del libro di Keegan

    Cud, dieci anni finiti male

    Il Cud resistette poco più di dieci anni ma gli ultimi furono parecchio travagliati, tra mobilità e cassa integrazione del personale. Una fine annunciata causata dalla ferocia predatoria della classe politica, ma non solo. Eppure la vocazione all’educazione a distanza era nei geni dell’Unical, che era posta fisicamente sulle colline di Rende, ma aveva l’ambizione di essere università regionale e di raggiungere quindi tutti gli studenti calabresi, anche quelli che non avrebbero trovato posto nel campus.

    Timidi inizi di multimedialità

    Una idea di decentramento educativo in un tempo in cui ancora il web non esisteva, si basava sulla costruzione di programmi didattici veicolati su videocassette. «C’erano centri di studio, luoghi posti in aree urbane strategiche nella regione, dove gli studenti avrebbero potuto accedere al materiale e studiare le lezioni confezionate nella sede del Cud», racconta Massimo Celani, uno dei primissimi protagonisti di quella storia. Proveniva da una esperienza di programmista Rai e dunque con altri padroneggiava le tecniche del linguaggio video, indispensabili per costruire le lezioni multimediali. Celani, assieme ai primi professionisti formati in quella fase iniziale, costituiva la schiera di “redattori”, o “metodologi dell’insegnamento”. Così venivano chiamate le prime professionalità impiegate nel Cud. «Non si trattava di video lezioni frontali – prosegue Celani – ma di programmi strutturati, con un senso narrativo, al cui interno già emergeva una qualche forma di multimedialità».

    Adesso sembra preistoria: una videocassetta degli anni Ottanta

    La Calabria che voleva modernizzarsi

    L’idea ambiziosa è quella di far diventare la formazione a distanza una forma concreta di alternativa all’università tradizionale. Il Cud cresce dentro un contesto in cui i fermenti intellettuali e imprenditoriali sono molto vivaci. È una delle aziende più innovative, assieme al Crai e a Intersiel. La Calabria con queste aziende partecipa come protagonista alla partita della modernità, immaginando un diverso modello di sviluppo che non è basato sull’industria o sull’agricoltura, ma sui saperi e sulla diffusione delle tecnologie. Nasceva quella che poi avremmo chiamato “lavoro cognitivo”, ma allora non lo sapevamo. I settori di intervento didattico del Cud furono all’inizio i corsi di Informatica e di Lingue. Si estesero poi alla Formazione professionale e alla formazione dei docenti delle scuole superiori di tutta Italia all’interno nel nascente Piano nazionale informatico.

    Gli appetiti della politica

    Il punto debole di quella avventura si rivelò presto la sua natura societaria. «L’essere un consorzio sembrava diluire le responsabilità, sbiadire la guida», ricorda Marina Simonetti, che nel Cud fu prima borsista, e poi progettista di formazione. Una fragilità che rendeva il Cud facile preda di conquista degli appetiti politici, che praticarono indiscriminatamente l’arte della clientela. In breve tempo, da poche decine di professionisti accuratamente selezionati, il personale si estese a più di cento impiegati, molti dei quali autisti. Inoltre un management molto esteso e assai costoso fece la sua parte nell’indebolire la vitalità del Cud.

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    Marina Simonetti, prima borsista del Cud

    L’immancabile sede romana per il Cud

    Come nelle migliori avventure calabresi, fu subito acquistata una costosa e bellissima sede romana di rappresentanza, in Corso Vittorio, mentre intanto sorgevano in Italia altre esperienze di università a distanza, come per esempio Nettuno, che avevano meno pretese sul piano metodologico, ma con maggiore pragmatismo conquistavano quote di mercato. Poco per volta i vari soci si sfilarono e nel maggio del ’98 si presentò il curatore fallimentare per chiudere la baracca. Per quanti vi lavoravano cominciava la diaspora, tra università e aziende private.

    Finisce tutto con il Piano telematico

    Con la chiusura del Cud non moriva solo una opportunità, ma si consumava lo spreco di un sapere collettivo. La fine del Cud però è anche altro. È la fine di una stagione in cui complessivamente la Calabria aveva conosciuto stimoli plurali. «C’era una società vivace, capace di pensare più in là, di puntare ad un risveglio tecno scientifico», dice Emilio Viafora, sindacalista della Cgil e allora segretario del sindacato. Per lui la presenza di quella società civile, sensibile ed accogliente verso gli stimoli che venivano dall’Unical, fu l’alchimia necessaria per far nascere l’ambizione di aprire nuove frontiere.

    A condannare il Cud e tutta quella stagione furono molte cose. Viafora ricorda una scarsa attenzione verso nuovi modi di vedere gli interventi europei, facendo prevalere una logica «conservativa e assistenziale», ma anche l’inadeguatezza della classe politica del tempo. La fine giunse quasi di colpo, con l’avvio del Piano telematico e le sue immense risorse. Era stato annunciato come il più grande investimento per la modernizzazione della Calabria, sul quale si avventarono i partiti del tempo.

    Oggi si parla molto della detestata Dad, eppure nella prima metà degli anni Ottanta la Calabria aveva visto più lontano di tutti, aveva capito che le tecnologie possono costruire e diffondere saperi sofisticati. Il Cud è stato, per questa regione, un breve ed emozionante viaggio in un futuro che abbiamo fatto morire.

  • Ombre rosse: la favola di Adamo ed Enza

    Ombre rosse: la favola di Adamo ed Enza

    Tra i big politici che hanno iniziato dal centro storico di Cosenza, Nicola Adamo vanta almeno un primato: è il più alto. Una sfida piuttosto facile: Ennio Morrone è di altezza media, Pino e Tonino Gentile sono decisamente bassini e Luigi Incarnato non potrebbe comunque candidarsi in una squadra di basket. Questa è una prima certezza sul leader ex comunista. La seconda certezza su Adamo riguarda i faldoni delle inchieste giudiziarie in cui è risultato coinvolto a vario titolo: se qualcuno si prendesse la briga di metterli in pila, risulterebbero decisamente più alti di lui.

    Pd, Cosenza 2022

    Non sappiamo come finirà la partita dei congressi provinciali del Pd, rinviati per i consueti casini interni a febbraio. L’unica sicurezza, ancora una volta, è che Nicola Adamo c’è e, d’accordo con Carlo Guccione, ha lanciato a Cosenza la candidatura del giovane Vittorio Pecoraro. Il tutto, dopo aver negoziato un sì scontato alla candidatura di Nicola Irto alla segreteria regionale e a dispetto della lite furibonda di novembre col malcapitato Italo Reale, il presidente della commissione per il tesseramento del Partito democratico.
    Questi brevi cenni dovrebbero far capire una cosa: passano i decenni, passano le inchieste, ma Adamo resiste.

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    Enza Bruno Bossio e Vittorio Pecoraro prima del comizio di Enrico Letta a Cosenza (foto Alfonso Bombini) – I Calabresi

    Onda araba

    I tempi in cui l’ex mattatore del Pci faceva il pieno di voti sono lontani. Dopo le disavventure dell’era Scopelliti, Adamo ha capito che è meglio fare il “padre nobile” dietro le quinte che mettere la faccia nelle contese, tanto più che c’è chi lo fa per lui: sua moglie Enza Bruno Bossio.
    L’Adamo degli ultimi otto anni ricorda l’ultimo Gheddafi, che non aveva più ruoli pubblici nello Stato e nell’esercito libico e tuttavia gestiva le sorti della Libia dalla sua tenda nel deserto. E forse questa similitudine, più di ogni altra cosa, fa capire come il termine “democratico”, nel partito di Letta, molte volte sia solo un aggettivo.

    Amore e potere

    Quello tra Enza Bruno Bossio e Nicola Adamo è un amore politico cementato dalla militanza e sublimato dal potere. Quando i due si conobbero – tra l’altro in maniera burrascosa, come tramandano alcuni sapidi pettegolezzi – esistevano ancora il Pci, dove lui si era fatto le ossa, e la sinistra indipendente o “extraparlamentare”, da dove proveniva lei, che aveva esordito col gruppo del Manifesto. Più che una coppia, Nicola ed Enza sembrano una staffetta.

    In una prima, lunghissima fase, lui ha macinato elezioni e incassato incarichi istituzionali mentre lei si è dedicata al management nell’informatica e nelle telecomunicazioni.
    Poi è esplosa Why not, la maxi inchiesta di Luigi de Magistris, e la parabola di Adamo entra in fase discendente. Non è il caso di soffermarsi su polemiche e dietrologie vecchie: l’inchiesta, in cui era coinvolta anche Enza, è finita in nulla, ma si è rivelata comunque una mazzata forte a livello politico e d’immagine. Soprattutto, costrinse una parte del Pd calabrese, fresco di nascita, a mutare atteggiamenti di fronte alle inchieste giudiziarie e ad assumere atteggiamenti garantisti simili a quelli di Forza Italia.

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    Nicola Adamo ed Enza Bruno Bossio ai tempi di Why Not

    Adamo, nel frattempo, ha rotto anche con Mario Oliverio, ha suicidato il centrosinistra alle Amministrative di Cosenza del 2011 ed esce dal gruppo del Pd in Regione.
    La pace con Oliverio, siglata a partire dal 2012, ha un costo politico: l’elezione di Enza in Parlamento. Già: qualcuno che tenga un piede nelle istituzioni in famiglia serve sempre, perché in democrazia il potere puro non si giustifica.
    Il passaggio di testimone è celebrato nelle elezioni politiche del 2013, a dispetto del fatto che l’avvento di Renzi riduce un po’ gli spazi per gli ex comunisti, ed è confermato nel 2018, quando Bruno Bossio sopravvive allo tsunami grillino, che travolge tutti ma soprattutto il Pd, bollito ovunque e a rischio evaporazione in Calabria.

    Nicola Adamo contro le toghe

    Nel frattempo, Nicola sopravvive a ben altro. Esce da Why Not nel 2016, ma entra in altre quattro inchieste: Eolo (2012), che passa da una Procura all’altra e finisce praticamente in prescrizione; Rimborsopoli (2015), Lande desolate (2019), da cui viene prosciolto per non aver commesso il fatto, e Rinascita Scott (2019), tuttora in corso. Le uniche conseguenze per l’ex vice di Agazio Loiero sono piccole misure cautelari, tra l’altro revocate a velocità lampo. In pratica, dei graffietti.

    L’opinione pubblica, italiana e calabrese, non è più quella di Tangentopoli e dei tempi delle prime inchieste di de Magistris. Non è un caso, allora, che Nicola ed Enza contrattacchino alla grande, con esposti al Csm e polemiche furibonde a mezzo stampa.
    Il risultato è un pari: nessuno tocca i magistrati (soprattutto quando si chiamano Gratteri) e i due restano al loro posto, dove continuano a passarsela bene.

    Una geometria trasversale e variabile

    Meno grosso di quello dei Gentile, il pacchetto di voti di Nicola Adamo è comunque resistente e capace di condizionare gli equilibri politici del centrosinistra e non solo. Lo si è visto in occasione della diatriba con Mario Oliverio, la cui leadership fu prima incrinata e poi rafforzata da Adamo.
    Ma lo si vede anche dal rapporto con Carlo Guccione, se possibile più burrascoso di quello con l’ex governatore. Ora che vanno d’accordo, Adamo e Guccione condizionano Cosenza, tornata al centrosinistra dopo i dieci anni di Occhiuto.

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    Carlo Guccione e Nicola Adamo nella segreteria di Iacucci durante le ultime elezioni regionali (foto A. Bombini) – I Calabresi

    Ma in realtà il rapporto è triangolare: nel 2011 Adamo diede una prova di forza contro Guccione e Oliverio, che non riuscirono a sostenere adeguatamente Paolini; nel 2014 Adamo e Oliverio spinsero alla grande su Guccione che, grazie anche ai voti di entrambi, risultò il consigliere regionale più votato.
    Ora, con l’eclissi del sangiovannese, i due cosentini sono padroni del campo e mirano a rafforzarsi in provincia. Anche a dispetto del fatto che il Pd continua a perdere consensi. Non importa, in altre parole, che la casa sia piccola: l’importante è che ci stiano bene loro.

    Il futuro

    È difficile capire, al momento, se Enza Bruno Bossio riuscirà a tornare a Montecitorio, dove comunque ha dato prova di attivismo.
    Certo, grazie al taglio dei parlamentari passato a furor di popolo nel 2019, gli spazi elettorali sono minori. Ma c’è da dire che la famiglia Adamo ha dimostrato che la politica, a volte, può essere l’arte dell’impossibile.
    Soprattutto, gli Adamo hanno dimostrato di essere una famiglia resistente. Anche all’infedeltà di Nicola, che a suo tempo ha fatto il giro d’Italia.
    Finché morte non li separi, nel loro caso, può non essere solo un modo di dire.

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    Nicola, Enza, figli e figliocci (politici) al seggio qualche anno fa: sulla destra l’attuale capogruppo deo Pd in consiglio comunale a Cosenza, Francesco Alimena (foto C. Giuliani) – Calabresi

    Perciò i cosentini stiano tranquilli: il centro storico potrebbe spopolarsi del tutto, ma resterebbe comunque un primo circolo del Pd dominato da Adamo e Bruno Bossio e capace di condizionare la città. Ancora: potrebbe finire tutta l’informazione cartacea, ma Nicola resisterebbe imperterrito con la “mazzina” di quotidiani sotto il braccio e col cellulare più vintage del suo linguaggio politico.
    Di più: i magistrati passano, ma Nicola ed Enza restano. E resteranno anche se il Pd dovesse finire, come sono finiti l’Urss, il blocco orientale il Pci, il Pds e i Ds.
    Chi dice che il Gattopardo è solo di destra?

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    Enza Bruno Bossio (foto A. Bombini) – I Calabresi

     

  • Sanità, appalti, portaborse: le ultime parole famose dei politici calabresi

    Sanità, appalti, portaborse: le ultime parole famose dei politici calabresi

    Certo si tratta di contraddizioni meno drammatiche rispetto a quella per cui, nello stesso giorno, si esulta perché Studio Aperto parla del «primato» della Calabria sui vaccini ma si registrano, in appena 24 ore, 8 morti per Covid e migliaia di nuovi contagi. Con i ricoveri che schizzano al 41% in area medica e al 19% in Terapia intensiva.

    Le dichiarazioni dei politici calabresi

    La situazione degli attuali politici calabresi, giusto per scomodare una volta di troppo Ennio Flaiano, resta grave, ma davvero poco seria. Specie se ci si attarda nell’esercizio di mettere a confronto certe dichiarazioni che protagonisti e comparse della scena regionale rilasciano, con evidente sprezzo del ridicolo, smentendo puntualmente se stessi. La scarsa memoria dei cittadini amministrati è sempre un buon alleato, dunque ricordare ogni tanto le acrobazie verbali dei Nostri può essere uno spunto per valutarne l’affidabilità.

    Chiudere gli ospedali? Ottimo, riapriamoli

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    Il presidente della Regione Calabria, Roberto Occhiuto

    Partiamo proprio dal dominatore del momento, Roberto Occhiuto. Oltre a citare i «target di Figliuolo» almeno tre volte al dì ha da poco annunciato con altrettanto zelo la riapertura degli ospedali di Cariati, Trebisacce e Praia a Mare. Giova fare un salto indietro di oltre un decennio. Il 23 luglio 2010 l’allora presidente della Regione Peppe Scopelliti, commissario-governatore proprio com’è oggi Occhiuto, diceva al consiglio regionale che «la chiusura degli ospedali – riportano i resoconti di Palazzo Campanella – rappresenta un messaggio culturale nuovo».

    Neanche 3 mesi dopo (9 ottobre 2010) Scopelliti presentava il Piano di rientro al teatro Morelli di Cosenza. E in prima fila c’era proprio Occhiuto, all’epoca deputato dell’Udc, che dichiarava: «Oggi finalmente si mette mano a una riforma che, certo, genera qualche protesta come è naturale quando si fanno scelte impopolari. Diamo tempo a chi governa di affrontare tutti i problemi».

    Tra i 18 ospedali indicati dall’allora governatore c’erano anche quelli di Trebisacce, Praia a Mare e Cariati. A disporre la riapertura dei primi due è stato in realtà il Consiglio di Stato. Per il terzo c’è voluta un’occupazione a oltranza dei cittadini e il sostegno clamoroso di Roger Waters. Dopo l’intervento del fondatore dei Pink Floyd Occhiuto ha almeno ammesso che «l’errore fu quello di chiudere, forse, gli ospedali sbagliati e soprattutto di non convertirli in Case della salute e poliambulatori».

    Dema di lotta e di governo

    A ricordargli questa contraddizione è stato, con la nota veemenza, il tre volte ex (pm, sindaco di Napoli e candidato alla Presidenza della Calabria) Luigi de Magistris durante la recente campagna elettorale. Anche a lui però la memoria gioca brutti scherzi. È ancora agli atti dei social un suo tweet del 24 febbraio 2013 in cui si autodefiniva un «visionario» sostenendo che «la fase più avanzata della democrazia sia l’anarchia». E aggiungendo di «sognare» comunità che «si autogestiscano senza poteri, solo amore!».

    In quel momento, più che un ibrido tra Bakunin e Mario Capanna, Dema era però già sindaco di Napoli da due anni e sarebbe stato rieletto anche per un altro mandato. Qualche anno dopo la sua tendenza alla sovversione, e giammai al potere, lo avrebbe portato a candidarsi alla Regione mentre ancora vestiva la fascia di primo cittadino. E la via rivoluzionaria di de Magistris alle istituzioni probabilmente continuerà con le Politiche 2023. Intanto è cronaca di questi giorni la molto poco anarchica nomina di suo fratello Claudio nello staff di uno dei due consiglieri regionali eletti nelle sue liste, Ferdinando Laghi.

    Scontro tra titani

    Il populismo fa fare di queste figure ai politici calabresi (autoctoni o adottati, come Dema)come, di recente, ha confermato il comportamento del 5stelle locali con i portaborse. Ma de Magistris è riuscito nell’impresa di farsi rinfacciare l’incoerenza perfino da un campione di giravolte come Carlo Tansi. Il geologo ha ricordato all’ex pm di averlo criticato perché si era avvicinato al «PUT (Partito Unico della Torta)» come in effetti avvenuto con l’ingresso di Tansi in coalizione col vituperato Pd, mentre ora «quel PUT gli ha sistemato suo fratello come portaborse alla regione».

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    C’eravamo tanto amati: Luigi de Magistris e Carlo Tansi ai (brevi) tempi della loro alleanza

    Feudalesimo democratico

    A proposito di Pd, nel girone dei politici calabresi smemorati non può certo mancare Nicola Irto, neo incoronato leader con un congresso – «unitario» per gli apologeti, farsa per i detrattori – che, nei fatti, non ha certo brillato per dialettica democratica. È stato eletto segretario l’unico candidato alla segreteria e sono entrati nell’assemblea regionale tutti i delegati che erano stati inseriti nelle liste. Il 21 maggio scorso in un’intervista all’Espresso Irto annunciava di non volersi più candidare a governatore. E, soprattutto, dichiarava che «il Pd è in mano ai feudi». Se dopo pochi mesi quell’impostazione medievale si sia dissolta non è dato saperlo. Ma valvassini e valvassori sembrano ben rappresentati nel gioco correntizio che ha portato Irto dov’è ora. Magari anche lui in prospettiva Politiche 2023.

    Nicola Irto prima delle ultime elezioni regionali
    Nicola Irto prima delle ultime elezioni regionali

    Garantismo a processi alterni

    Irto è il futuro, ma anche il recente passato dei dem ha regalato soddisfazioni. Basti pensare all’ex presidente Mario Oliverio: quando usò come pretesto gli avvisi di garanzia di “Rimborsopoli” per liberarsi della sua prima giunta politica si mostrò nei fatti giustizialista; le grane giudiziarie successive che lo hanno visto coinvolto in vicende da cui è puntualmente uscito pulito ne hanno fatto un indefesso garantista. Ma è lo stesso Oliverio che durante il suo mandato aveva giurato e spergiurato di non volersi mai e poi mai ricandidare alla guida della Regione. E che ha poi finito ingloriosamente la sua carriera candidandosi e ottenendo un misero 1,7%.

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    Mario Oliverio festeggia con Carlo Guccione dopo la vittoria alla Regionali: lo nominerà assessore per poi scaricarlo

    Dottor Orso e mister Marso

    Non mancano esempi fulgidi anche nell’attuale Giunta. Delle dichiarazioni di Gianluca Gallo, che le cantava proprio a Oliverio su politica e sanità, abbiamo già scritto. Ma non è da meno il collega Fausto Orsomarso. L’assessore di FdI, che si faceva fotografare in discoteca con Bob Sinclar mentre sulle strade del Tirreno cosentino veniva inviato l’Esercito per controllare gli assembramenti della movida, si è prodotto in un discreto carpiato anche sulla metro leggera Cosenza-Rende.

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    Fausto Orsomarso insieme al celebre dj Bob Sinclar

    A luglio 2011 intestava a Scopelliti il merito di aver «snellito l’iter burocratico» e sbloccato «i capitali che serviranno ad implementare la mobilità urbana». Una mossa grazie alla quale «entro il 2015 […] ogni giorno 50/60 mila utenti useranno questo sistema per spostarsi». A giugno 2016 tacciava l’allora governatore Oliverio di «scarsa cultura istituzionale» perché non aveva consultato l’allora sindaco Occhiuto (Mario) prima di procedere alla gara d’appalto per una metro «con una previsione assurda di 40mila persone di bacino quotidiano».

    Politici calabresi ed elettori smemorati

    Da notare che il fratello dell’attuale presidente della Regione – fuoriclasse di giravolte, specie sulla metro in questione, e promesse da marinaio: giusto in questi giorni a Cosenza si festeggiano i cinque anni di quella sulla realizzazione (mai avviata) del nuovo stadio nei successivi 36 mesi – era stato eletto proprio ai tempi della prima dichiarazione di Orsomarso. Che nel 2011 (in maggioranza) esaltava l’opera – «in meno di mezz’ora collegheremo tutta l’area metropolitana» – e nel 2016 (all’opposizione) ne metteva in risalto i problemi. D’altronde è la stessa classe dirigente che annuncia i «ticket» ancora prima del voto e li dimentica subito dopo. Ed è forse quella che, essendo noi elettori i primi smemorati, ci meritiamo.