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  • 1992: come Tangentopoli (non) trasformò anche la Calabria

    1992: come Tangentopoli (non) trasformò anche la Calabria

    «Ci sono decenni in cui non accade nulla, e poi delle settimane dove accadono decenni», almeno secondo Lenin. Ripensando al 1992 sembra in effetti che la storia proceda proprio in questo senso. Trent’anni fa l’indagine partita dal Pio Albergo Trivulzio, Mani Pulite, e prima ancora le stragi di Capaci e via D’Amelio hanno distrutto la strada che la storia percorreva costringendo ad una deviazione. Il 1992 è ancora, evidentemente, troppo recente per poterne conoscere tutte le implicazioni e i protagonisti, ma sono sempre più chiare le conseguenze: non quello di semplice reset come si è detto, ma di una più raffinata sostituzione di vertici ormai resi inefficienti dal mutare del contesto mondiale.

    Corsi e ricorsi

    La storia italiana procede spesso per buchi, voragini di verità che inghiottono avvenimenti anche molto lontani. A questa regola non può sfuggire il 1992. E sempre questa regola prevede che queste voragini di verità affondino nel Sud Italia che dalla periferia della storia vede, ascolta e digerisce. Prepara il futuro, rimanendo nel passato.
    L’indagine di Di Pietro azzera una classe politica partendo da Milano, ma le scosse telluriche si fanno sentire in tutta Italia. Beppe Grillo aveva anticipato il terremoto giudiziario con una battuta sui socialisti che rubano, nel 1986. Oggi è capo di un movimento allo sfascio. Forse è uno dei pochi cambiamenti perché se si analizza il contesto nel quale nasce quell’evento, attraverso articoli e atti parlamentari, si trovano corsi e ricorsi storici.

    La crisi della politica e quella della magistratura

    Rifondazione avanzava una richiesta di reddito minimo, argomento ancora caldo, mentre la politica discute di riforme istituzionali. Presidente del Consiglio è Giuliano Amato, oggi presidente della Corte costituzionale. Il Governo discute sulla crisi economica con Paolo Savona – all’epoca presidente del Fondo Interbancario, oggi alla Consob – e propone di rilanciare l’Italia attraverso opere e infrastrutture che ricordano tanto quelle del PNRR.
    La credibilità della classe politica italiana non è mai stata del tutto recuperata da quegli anni, con la differenza che oggi la stessa crisi ha investito la stessa magistratura. È frutto di quegli anni il dibattito tra garantisti e giustizialisti, che in Calabria come ogni cosa si deforma e diventa un modo per nascondere altre voglie: da una parte vendette persecutorie e dall’altro malcelato senso di impunità.

    Schegge di 1992

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    Il procuratore di Catanzaro, Nicola Gratteri (foto Tonio Carnevale)

    Secondo Gratteri, la riforma Cartabia è una “resa dei conti” della politica contro lo strapotere della magistratura. Una lettura tranchant e anche discutibile, che però mostra come le schegge delle rotture del ’92 siano ben conficcate nei giorni d’oggi. Soprattutto mentre in superficie il mondo cambiava, nel sottosuolo del potere che è sempre stata la Calabria, laboratorio di perversi accordi si trovava un modo di innestare il vecchio nel nuovo, creando organismi bicefali con due volti. Un modo forse per assicurare la restaurazione, ma che di certo ha precorso gli anni.

    Il Consiglio regionale del 1992…

    Nel 1992 presidente della Regione Calabria è Anton Giulio Galati e il Consiglio regionale è tutto maschile con l’eccezione di una sola donna, Maria Teresa Ligotti, prima a sedere su quegli scranni nelle fila del PCI. La scossa tellurica del ’92 emerge evidente in Calabria dalla composizione dei Consigli regionali del ’92 e, immediatamente successivo, del ’93. Nel ’92 troviamo uomini del secolo scorso fin dal nome come Domenico Paolo Romano Carratelli, avvocato, bibliofilo, scopritore di codici antichi o Pietro Dominijanni, socialista, a cui tanto deve il parco nazionale dell’Aspromonte. Oppure, ancora, figure più oscure come Giovanni Palamara, ex sindaco di Reggio Calabria, coinvolto in diverse inchieste, tra cui una che lo legava all’omicidio Ligato, poi assolto. Da quel setaccio della storia pochi riescono a continuare negli anni successivi allo stesso livello.

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    Palazzo Campanella, attuale sede del Consiglio regionale

    … e quello del ’93

    È, infatti, il Consiglio del 1993 che restituisce un’ecografia della Calabria di oggi: delle figure e dei potentati che in maniera diretta o indiretta ancora influenzano la Calabria. Saltano agli occhi Nicola Adamo e Pino Gentile, campioni di presenze nelle principali vicende calabresi e con importanti ruoli a livello nazionale. Nel ’93 sedeva anche Paolo Romeo, al centro oggi di alcune inchieste della procura di Reggio Calabria, condannato per associazione mafiosa e sapiente tessitore di legami. Scorrendo si ritrovano anche Mario Pirillo, poi divenuto parlamentare ed europarlamentare, e Amadeo Matacena attualmente latitante.

    Separatisti made in Sud

    In quegli anni, inoltre, in Calabria, Sicilia e Puglia nascevano le leghe meridionali. Movimenti separatisti dietro i quali spesso si ritrovano personaggi vicini al mondo della criminalità organizzata. Il movimento Sicilia Libera nasce a Palermo su input diretto di Leoluca Bagarella, si legge nella richiesta di archiviazione del giudice Scarpinato. Nel resto del Meridione erano state già costituite formazioni come Calabria Libera (fin dal 19 settembre 1991), Lega Lucana (già Movimento Lucano, costituita il 25 gennaio 1993), e tantissimi altri movimenti analoghi. Scarpinato raccoglie testimonianze ed eventi dallo scarso valore investigativo, ma dal prezioso contributo storico.

    Leoluca Bagarella

    Secondo le dichiarazioni di Tullio Cannella, questi movimenti facevano parte di un importante piano separatista a cui aveva partecipato la ‘ndrangheta calabrese, perché in Calabria si possono avere «appoggi con i servizi». Riferisce anche di una riunione tenutasi a Lamezia Terme tra esponenti politici anche della Lega Nord ed esponenti mafiosi delle varie regioni. Il piano era lasciare il sud alle mafie e il nord a nuovi soggetti politici. Il progetto separatista poi si arena per evidenti difficoltà, ma anche perché nasce un nuovo soggetto politico che sembrava ridare le giuste garanzie, sempre secondo quanto si legge dai collaboratori di giustizia, che è Forza Italia. In questo senso va anche parte dell’inchiesta sulla trattativa Stato-mafia, confermata in primo grado e poi ribaltata parzialmente in secondo grado. Quello che successe dopo è storia. Nel 1994 Forza Italia nasce.

    1992-2022: cosa resta trent’anni dopo

    Al Sud e in Calabria Forza Italia raccoglie il consenso che aveva la DC e che ha conservato fino all’arrivo della Lega di Salvini, eletto senatore proprio in Calabria. Dunque, nessuna differenza? Dopo trent’anni in Italia le disuguaglianze sono aumentate, i problemi atavici della Calabria sono rimasti, ma addosso ad una popolazione molto ridotta e sempre più anziana. Giusto qualche donna in più alla regione.
    Pare proprio che in questa periferia si appresti il futuro e si accalchino i cambiamenti. Perciò, sarà bene che almeno per una volta l’Italia dia un’occhiata e faccia i conti con la Calabria e i segreti che le ha affidato.

    Saverio Di Giorno

  • Vibo, Falduto superstar: il meloniano che piace anche a Nesci & Co

    Vibo, Falduto superstar: il meloniano che piace anche a Nesci & Co

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    L’amministrazione di Vibo Valentia vive in questi giorni un forte scossone politico.
    Domenico Primerano, il fedelissimo vice della sindaca Maria Limardo, ha mollato in malo modo dopo aver esternato diversi malumori.
    «La conformazione dell’attuale maggioranza, la sua specifica caratterizzazione, pone il problema della mia permanenza in Giunta: essendo un tecnico, ritengo non sussistano più le condizioni della mia presenza nell’esecutivo comunale».

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    Domenico Primerano, l’ex vice di Maria Limbardo

    Lo ha seguito a ruota Rosamaria Santacaterina, assessora all’Istruzione e alle politiche giovanili. «Anticipo il cambiamento politico in atto» ha scritto Santacaterina alla sindaca. Siccome non c’è due senza tre, ha lasciato anche l’assessora alla Cultura Daniela Rotino.

    Assessori che evaporano, assessori eterni

    Nella giunta Limardo certi assessorati si sciolgono come la neve al primo sole. Invece, ce ne sono altri che sembrano intoccabili, nonostante atti che destano scalpore in città. Ad esempio, i 15mila euro dati dall’assessore al turismo a un amico di partito per il festival sovranista Culturaidentità.

    Limardo e i meloniani

    Parliamo di Michele Falduto, assessore con varie deleghe, tra cui Turismo, spettacolo manifestazioni ed eventi, in quota Fratelli D’Italia.
    È fratello dell’avvocato Nuccio Falduto, che ha preso 1.900 preferenze con i meloniani alle ultime regionali, ex assessore comunale dell’Udc nel 2010 e poi consigliere di Pd e Fi.

    Nuccio Falduto, una presenza per molti

    All’atto di costituzione della sua giunta, Maria Limardo adottò uno schema per accontentare le forze politiche: due consiglieri, un assessore.
    Purtroppo è più facile fare gli schemi che rispettarli. Infatti, il consigliere meloniano Antonio Schiavello ha aderito l’anno scorso a Forza Italia, di cui è diventato capogruppo. Il suo collega Antonio Curello, invece, è rimasto in Fdi, ma è del tutto autonomo rispetto al partito.

    Il demansionamento d’oro

    Saltato lo schema Limardo, sarebbe dovuto saltare anche il relativo assessore. Ma la sindaca non ha voluto “guastarsela” con Wanda Ferro, la commissaria regionale dei meloniani. Tutto questo, nonostante le dichiarazioni rilasciate dalla stessa Ferro subito dopo l’inchiesta Rinascita-Scott: «È opportuno che il sindaco Limardo, che gode della nostra piena fiducia, riunisca le forze di maggioranza al fine di valutare la chiusura di questa esperienza amministrativa». E val la pena ricordare che la deputata aveva ricevuto un no secco, proprio dai consiglieri di Fdi e da Falduto.

    Wanda Ferro: la lady di ferro di Fdi

    Quest’ultimo sta per perdere quasi tutte le deleghe, tranne quella all’Innovazione tecnologica. In altre parole, rimarrebbe assessore all’innovazione tecnologica e ai social media con un compenso di 3.835,30 euro mensili. Insomma, un demansionamento d’oro.

    Michele Falduto e i soldi all’amico di partito

    La determinazione della dirigente del settore Turismo, Adriana Teti (la 1048 del 14 giugno) ha stanziato 15mila euro a favore dell’Associazione Culturaidentità nella kermesse Vibo Città del Libro.
    La manifestazione rientra nell’impegno di spesa di 500mila euro previsto dal decreto dirigenziale del Dipartimento turismo, marketing territoriale e mobilità della Regione, recentemente finito al centro del “gadget gate” con l’assessore, anch’esso in quota Fdi, Fausto Orsomarso.

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    Pasquale La Gamba

    Lo scorso 30 maggio, si legge nella determina della dirigente comunale, l’assessore al turismo Falduto «ha provveduto a trasmettere al Dirigente il programma degli eventi previsti in relazione alla nomina Vibo Città del libro» e «al contempo ha richiesto l‘attuazione di tutti gli atti relativi alla gestione dello stesso programma».
    Afferma ancora la dirigente: «Per la realizzazione delle manifestazioni è necessario procedere all’affidamento dei servizi essenziali per la riuscita degli eventi». Pertanto, alla luce della richiesta dall’Associazione CulturaIdentità, si provvedeva allo stanziamento del lauto contributo per un evento allegato alla delibera della giunta numero 54 dello scorso 22 marzo, la quale aveva ricevuto il placet di tutta l’amministrazione.

    Spunta La Gamba

    Piccolo particolare: il referente regionale di CulturaIdentità è Pasquale La Gamba, già vicesindaco nel 2010 (quando il fratello di Michele Falduto, Nuccio, era assessore) e attuale responsabile provinciale di Fdi. Cioè lo stesso partito dell’assessore e di suo fratello, già candidato regionale. Un particolare che, stando a rumors interni all’amministrazione, avrebbe mandato su tutte le furie la sindaca Limardo.

    Quando Spirlì era con Giorgia

    «Si svolgeranno nella città di Vibo Valentia due giornate che mirano alla promozione turistica culturale delle identità calabresi» si legge nell’allegato alla delibera di Giunta in riferimento al VI Festival di CulturaIdentità.
    Il cofondatore dell’associazione è l’ex presidente facente funzioni della Regione Nino Spirlì, che all’epoca era il responsabile regionale cultura di Fdi.

    Spirlì, Orsomarso & co, tutti alla corte di Giorgia

    Quest’ultimo, nel 2018 accolse così La Gamba: «#CulturaIdentità si arricchisce di un’altra elegante personalità, figlia di questa Terra di Calabria. Pasquale saprà nobilitare la nostra convinta lotta quotidiana contro l’arroganza e la volgarità, che stanno minando, ormai da troppo tempo, il ricco patrimonio Culturale e Identitario della regione».

    Sovranisti alla carica

    Una delle parole d’ordine dell’associazione è Liberare. Cioè: «Liberiamo la cultura dal regime di menzogne del politicamente corretto, dalle soggezioni conformiste della lobby radical chic e dalla globalizzazione dei cervelli”. L’altra è Riordinare, nel senso del ricominciare «dall’ovvio, dal normale, dall’ordine naturale delle cose. Rifiutiamo il finto umanitarismo livellatore, eterofobico».

    La Gamba family & Nesci

    Una ulteriore determina dirigenziale, sempre a firma Adriana Teti e sempre dello scorso 14 giugno, ha affidato direttamente, sempre su propulsione dell’assessore meloniano Michele Falduto, altri 15mila euro all’associazione culturale Elice per il primo premio Jole Santelli nell’ambito del Festival Calabria delle Donne, di cui è direttrice artistica la archeologa Mariangela Preta, moglie del citato La Gamba e consigliera per il patrimonio culturale della sottosegretaria al Sud in quota M5S, Dalila Nesci.

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    L’archeologa e la sindaca: da sinistra, Mariangela Preta e Maria Limardo

    Sul piede di guerra i consiglieri comunali di M5S, Pd, Progressisti per Vibo e Coraggio Italia. Questi gruppi chiedono in una nota: «Non essendo stata fatta una manifestazione di interesse, i rapporti tra l’assessore al ramo di Fratelli D’Italia e le associazioni hanno inciso su tali scelte?». Piccolo particolare: non hanno firmato il comunicato i due consiglieri comunali di Vibo Democratica Marco Miceli e Giuseppe Policaro. I due, guarda caso, sono, come Preta, consiglieri di Nesci. Tace, invece, la sindaca.

  • Francesco Cannizzaro, il potere logora chi non ce l’ha (ma lo ostenta)

    Francesco Cannizzaro, il potere logora chi non ce l’ha (ma lo ostenta)

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    Cosa resta dei milioni annunciati per il rilancio dell’aeroporto di Reggio Calabria? O degli impegni presi per i tirocinanti calabresi? O, ancora, del travestimento alla Camera dei Deputati, con l’intervento con tanto di sciarpa della Reggina al collo? Poco, forse nulla.
    Le elezioni comunali in provincia di Reggio Calabria hanno segnato una clamorosa debacle per il deputato di Forza Italia, Francesco Cannizzaro. Tanto da spingerlo a una accorata (e, per qualcuno, patetica) lettera aperta in cui ha giustificato il proprio infruttuoso impegno.

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    Francesco Cannizzaro con la sciarpa della Reggina al collo

    Cannizzaro annuncia cose

    I più avvezzi all’uso dei social conosceranno le pagine satiriche “Forze dell’ordine che indicano…”, presenti tanto su Facebook, quanto su Instagram. Ebbene, qualche giovane nerd di buona volontà, potrebbe creare la pagina “Cannizzaro annuncia cose”.
    Un continuo fluire verso le redazioni giornalistiche di comunicati stampa, note, interventi, in cui il deputato, che si è cucito addosso il ruolo di plenipotenziario di Forza Italia sul territorio reggino, comunica con toni trionfalistici di aver risolto questo o quel problema. Di aver fatto avere questo o quel finanziamento in tema di trasporti, di turismo, di welfare. Ma cosa resta?

    Non proprio nulla. A quasi 40 anni, infatti, Cannizzaro può già vantare un curriculum politico lunghissimo. Oggi parlamentare della Repubblica Italiana, ha già rivestito il ruolo di consigliere regionale ed è oggi coordinatore provinciale di Forza Italia a Reggio Calabria. Nell’aprile 2021 viene anche nominato responsabile per il dipartimento Sud.

    Chi è Francesco Cannizzaro?

    Francesco Cannizzaro da Santo Stefano d’Aspromonte, è unanimemente riconosciuto come il figlioccio politico dell’ex senatore Antonio Caridi, arrestato con l’accusa di essere stato lo strumento attraverso cui la cupola massonica della ‘ndrangheta si sarebbe infiltrata nelle istituzioni, ma assolto in primo grado nell’ambito del processo “Gotha”. E questo nonostante la Dda di Reggio Calabria ne avesse chiesto la condanna a 20 anni di reclusione, considerandolo vicino tanto alle cosche della fascia tirrenica, Raso-Gullace-Albanese, quanto ai Pelle del mandamento jonico e alla famiglia reggina dei De Stefano.

    Cannizzaro da anni è deputato di Forza Italia, avendo anche schivato qualche pericoloso dardo giudiziario. Proprio con Caridi verrà intercettato nell’ambito dell’inchiesta “Alchemia” in casa di soggetti che le inchieste (ma non le sentenze) indicavano vicini alle cosche. Indagato e poi archiviato su stessa richiesta della Dda reggina per presunti rapporti con le famiglie mafiose dell’area grecanica.

    Da ultimo, i magistrati non hanno ravvisato niente di penalmente rilevante nemmeno nelle denunce effettuate dall’allora presidente del Parco Nazionale d’Aspromonte, Giuseppe Bombino, circa presunte ingerenze politiche di Cannizzaro e altri soggetti sul Parco.

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    Antonio Caridi in Senato

    Il bacino elettorale di Francesco Cannizzaro

    Proprio dai comuni che scendono la Vallata dalla “sua” Santo Stefano e da quelli della Piana di Gioia Tauro, Cannizzaro ha avuto alcune delle delusioni politiche più cocenti nell’ultimo turno di elezioni comunali. A cominciare da Villa San Giovanni, dove la giornalista e avvocato, Giusy Caminiti, ha effettuato l’impresa, battendo il candidato Marco Santoro e diventando il primo sindaco donna della città dello Stretto. Lo ha fatto senza l’appoggio dei partiti tradizionali e, anzi, scontrandosi contro il centrodestra compatto, nel regno dell’altro parlamentare forzista Marco Siclari. Tutti uniti e schierati al massimo della potenza al fianco di Santoro, ma sconfitti.

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    Giusy Caminiti

    Stesso discorso a Palmi, dove l’uscente Giuseppe Ranuccio ha sconfitto nettamente l’ex primo cittadino Giovanni Barone, anch’egli sostenuto da Cannizzaro e da tutto il centrodestra. Caminiti e Ranuccio, entrambi di estrazione di centrosinistra, ma non sostenuti da liste del Partito Democratico, che si è materializzato solo quando era il tempo di intestarsi la vittoria. Vincente quando si nasconde. Qualche domanda bisognerebbe farsela anche da quell’altra parte.

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    Giuseppe Ranuccio

    La lettera patetica

    Chi non lascia, ma raddoppia, è proprio Cannizzaro. Travolto dalle critiche e dalle polemiche, alla fine ha dovuto rompere il silenzio e rivolgersi al suo elettorato, ma anche al suo partito, per tentare di salvare il salvabile di una tornata elettorale catastrofica: «Politica, per me, è metterci la faccia» ha esordito. Nel proprio intervento, il parlamentare forzista che pure (a Villa San Giovanni soprattutto) era convinto di riuscire a spuntarla ha cambiato ora versione: «Ci sono dei Comuni dove la sconfitta era quasi scontata. Chi fa politica da 20 anni lo percepisce. Eppure ci sono andato, ci siamo andati, consapevolmente, anche solo per un comizio, un saluto, una parola di sostegno».

    Insomma, un modo per dire, neanche io che sono un fuoriclasse posso fare miracoli. Ma l’apice del pathos arriva con le domande retoriche rivolte al lettore: «E allora vi chiedo, con quale scusa mi sarei dovuto sottrarre alle chiamate di quei giovani che ancora credono nella politica e che magari hanno presentato una proposta costruendo una lista?! C’è chi avrebbe risposto che “un parlamentare, un dirigente nazionale, si espone solo laddove ha la certezza di vincere”… ho ricevuto questa risposta un paio di volte quando ero alle prime esperienze con la politica. E da quelle esperienze ho imparato a non essere come altri».

    Francesco Cannizzaro e i sogni di sindacatura

    La verità è che Cannizzaro, ora, deve giustificare con gli altri colonnelli, non solo di Forza Italia, ma anche del centrodestra, le scelte politiche. Soprattutto per lui che, in maniera neanche tanto nascosta, da più di qualche anno sogna di correre per la poltrona di sindaco di Reggio Calabria. Dopo aver tentato (invano) di posizionare la cugina Giusi Princi a Palazzo San Giorgio, si è “accontentato” di catapultarla alla vicepresidenza della Regione.

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    Cannizzaro e Princi

    Ma questa mossa d’imperio potrebbe aver incrinato qualcosa nello scacchiere del centrodestra. E se anche i risultati (per di più con un trend generale che premia l’ala conservatrice) non arrivano, allora davvero qualcosa può essersi rotto negli equilibri fin qui tenuti dall’apparentemente uomo forte di Forza Italia in provincia di Reggio Calabria.

  • Cosenza vecchia, una legge da 275 milioni di euro per salvarla

    Cosenza vecchia, una legge da 275 milioni di euro per salvarla

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    Una legge nazionale per Cosenza vecchia. A presentarla è la deputata pentastellata Anna Laura Orrico, firmataria insieme ai colleghi Alessandro Melicchio e Carmelo Massimo Misiti della proposta n° 3544, “Interventi per la tutela, il risanamento ambientale e la rigenerazione urbana, sociale ed economica del centro storico della città di Cosenza”.
    È noto che il quartiere da tanti anni versa in uno stato di abbandono e incuria. Questo degrado non è solo paesaggistico. Miete vittime nelle case e sulle strade. È una situazione che costituisce inoltre una minaccia per la pubblica incolumità.

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    Un angolo di Cosenza vecchia, tra antichi palazzi e crolli (foto C. Giuliani) – I Calabresi

    La proposta di legge per Cosenza vecchia

    Preso atto di questa immensa problematica e delle notevoli potenzialità che emergerebbero dalla sua risoluzione, il primo rigo della proposta di legge suona come un passionale squillo di tromba, un appello alle sensibilità. E contiene tutto lo spirito dell’iniziativa: «ONOREVOLI COLLEGHI! – Il centro storico di Cosenza rappresenta un patrimonio storico-culturale straordinario del nostro Paese».

    Chiara la finalità dell’atto politico, enucleata nell’articolo 1: «La coesione e l’inclusione sociale, la tutela e la valorizzazione dell’ambiente e del patrimonio storico e culturale del centro storico di Cosenza, favorendo il riuso di complessi edilizi e di edifici pubblici o privati, in stato di degrado, di abbandono, dismessi o inutilizzati, incentivandone la riqualificazione fisico-funzionale, la sostenibilità ambientale e il miglioramento del decoro urbano e architettonico complessivo».

    Poteri al prefetto e 275 milioni in tre anni

    Per il raggiungimento degli obiettivi, l’articolo 2 conferisce pieni poteri al prefetto e disegna anche la struttura organizzativa che avrà a disposizione, “composta dal commissario straordinario, dalla cabina di regia per il coordinamento istituzionale, dalla segreteria tecnica di supporto e dal tavolo permanente per il partenariato economico, sociale e territoriale”.
    Interessante “il coinvolgimento e la partecipazione di soggetti pubblici, privati, del Terzo settore e della cittadinanza attiva nei processi di coprogettazione degli interventi”, previsti dall’articolo 3.

    L’annosa questione degli edifici privati fatiscenti di Cosenza vecchia, sui quali l’amministrazione comunale non può o non vuole intervenire, è affrontata una volta per tutte all’articolo 10 della proposta di legge: «La struttura commissariale può procedere all’esproprio di beni immobili, fabbricati e terreni, situati all’interno ai sensi del comma 1 dell’articolo 6, che versano in stato di degrado, di abbandono o di rischio per la salute pubblica, quando, avvisati i proprietari, trascorsi inutilmente sessanta giorni dalla notifica, questi non comunicano l’intenzione di procedere al risanamento del bene. Le disposizioni di cui al primo periodo si applicano anche nel caso in cui i proprietari non sono rintracciabili».

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    La Prefettura di Cosenza (foto C. Giuliani) – I Calabresi

    Infine, il capitolo più delicato, relativo ai fondi pubblici da reperire e destinare alla maxiopera di risanamento e rilancio. È trattato nell’articolo 11: «È autorizzata la spesa di 150 milioni di euro per l’anno 2022, di 75 milioni di euro per l’anno 2023 e di 50 milioni di euro per l’anno 2024».

    La bella addormentata

    «Come mai tutti queste saracinesche sono abbassate?». Con teutonico accento e gli sguardi rivolti a corso Telesio, estasiate dalla bellezza della «Chìesa matre», appollaiate sul sagrato del duomo, due turiste tedesche interrogano Giulia, giovanissima studentessa calabrese di terza media, che con loro conversa in un perfetto inglese. La ragazza chiede supporto agli adulti: «Prof, questa non la so. Dimmi che cosa devo rispondere, così glielo traduco». Si rimane senza parole nel tentativo di spiegare ai forestieri com’è possibile che cotanta urbana bellezza sia appassita nel tempo.

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    Il duomo di Cosenza (foto A. Bombini) – I Calabresi

    E ci si aggrappa a quel poco che rimane in piedi e resiste: lo storico caffè Renzelli, la bottega di articoli religiosi di Umile Trausi e quella del maestro pittore Giuseppe Filosa, il rinato Shiva Shop del mitico “Rico” Mazzei, il palazzo Tarsia restaurato su iniziativa dei vulcanici e mai domi linguisti Marta Maddalon e John Trumper. Su corso Telesio e nei dintorni, quel poco di vita sociale e culturale che rimane è stato generato dalla libera e spontanea iniziativa di associazioni e privati cittadini.
    Ampie boccate d’ossigeno sono state originate dalle iniziative di Villa Rendano e dalla scuola estiva dell’Unical.

    La legge, i progetti e… Cosenza vecchia si svuota

    Di recente, il neosindaco Franz Caruso ha annunciato «l’affidamento della progettazione degli ultimi quattro interventi del Contratto Istituzionale Sviluppo».
    Riguarderanno la riqualificazione della Villa vecchia e delle altre aree verdi del centro storico, la sua fruibilità turistica, la riqualificazione di Piazzetta Toscano e la riapertura della Biblioteca civica. La notizia è stata accolta dai cosentini col tradizionale scetticismo.
    È un’incredulità più che motivata. Ed è corroborata dall’inquietante censura sull’argomento, imposta dagli uffici locali di certi apparati dello Stato.

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    L’ingresso della Biblioteca civica in piazza XV marzo, sede dell’Accademia cosentina

    Aleggia la convinzione che un serio intervento istituzionale sia imprescindibile. Lo invocano intellettuali e professionisti. Lo chiedono con dignità e rabbia le cosentine e i cosentini rimasti a vivere nell’antica città. Erano 10.028 nel censimento Istat 2011. Oggi pare siano ridotti a poco più della metà. Sanno bene che Cosenza vecchia non avrebbe nulla da invidiare a centri storici come quelli di Matera, Ragusa e Lecce. Se la proposta di legge per Cosenza vecchia presentata da Anna Laura Orrico e colleghi, in questa o nella prossima legislatura, trovasse perlomeno il sostegno degli altri parlamentari calabresi e meridionali, potrebbe contribuire a riaprire una finestra di speranza su uno dei luoghi più suggestivi del meridione.

  • L’anatra zoppa in salsa catanzarese e il consiglio dei soliti voti

    L’anatra zoppa in salsa catanzarese e il consiglio dei soliti voti

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    Le elezioni del capoluogo di Regione erano le più attese e le più discusse con un centrodestra diviso tra faide personali, giochi nazionali e uno sguardo alle imminenti politiche. E il centrosinistra? Piazze piene, urne non altrettanto.

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    Nicola Fiorita con l’ex presidente del Consiglio e adesso leader del M5S, Giuseppe Conte

    Il ballottaggio

    I risultati ci consegnano un capoluogo tendenzialmente di centrodestra, pur mandando al ballottaggio due docenti di  centrosinistra e sinistra: Valerio Donato, che ha stracciato poco prima della competizione elettorale la tessera del Pd ma avrebbe certamente fatto il candidato sindaco dei dem; e Nicola Fiorita che non è mai stato iscritto al Pd ed in passato ne è stato avversario.
    Quello che caratterizza Fiorita è la capacità di attrarre il voto disgiunto a suo favore, oltre sei punti percentuali (a fronte degli oltre dieci del 2017) rispetto alla coalizione che lo sostiene. Per lui l’impronta civica prevale nettamente. Le “sue” liste Cambiavento e Mo’ che toccano rispettivamente il 7,35% e il 7,23%, a fronte di un Pd che raggiunge il 5,8 (nonostante big e portaborse piazzati in lista per la battaglia elettorale) e un M5S che raggiunge il 2,77%.

    Molto diversa la figura di Donato che ottiene otto punti percentuali in meno rispetto al risultato ottenuto dalle liste della sua coalizione. Una coalizione capitanata dal presidente del Consiglio regionale Filippo Mancuso, che si dimostra il più grande “tutore” politico di Valerio Donato. Ha messo a tacere i malumori leghisti (in due liste civiche oltre al simbolo mancano i militanti ”storici” del Carroccio), il deputato Domenico Furgiuele e lo stesso Matteo Salvini, che non si è fatto vedere per come desiderato dal candidato sindaco. Il risultato, però, si è palesato. La lista Alleanza Per Catanzaro ottiene il 7,56%, mentre Prima L’Italia il 6,38%.

    Catanzaro: anatra zoppa in vista

    Le dieci liste di Valerio Donato, però, avendo ottenuto il 52,3% hanno portato ad una situazione abbastanza atipica. Si chiama “lame duck” o “anatra zoppa”, praticamente non scatta il premio di maggioranza e, pertanto, spettano meno seggi alla coalizione donatiana che, se vincerà, si troverà ad avere una maggioranza risicata ma, qualora vincesse Nicola Fiorita al ballottaggio, sarebbe un sindaco di minoranza. Non un grande problema in una città dove regna politicamente il trasformismo e il trasversalismo più perverso.

    Nel 2010 a Lamezia Terme il sindaco Gianni Speranza governò con una maggioranza di centrodestra. Nel 2018 ad Avellino il sindaco del Movimento 5 Stelle governò con una maggioranza di centrosinistra. Dal 2021 a Latina il sindaco di Pd-M5S governa con una maggioranza di Lega, Fi e Fdi. Anatra zoppa potrebbe realizzarsi ora a Molfetta che va anch’essa al ballottaggio.

    Difficilmente, quindi, consiglieri comunali neo-eletti dopo una campagna elettorale estenuante, manderanno a casa un sindaco su due piedi, a prescindere da chi a Catanzaro la spunterà al ballottaggio. Una competizione che vede favorito Valerio Donato sui numeri (nonostante il segnale politico di “sfavore” arrivatogli dal voto disgiunto) ma, come ha ricordato sui social Antonello Talerico, nel 1994 Benito Gualtieri partì sfavorito con 9 punti in meno rispetto a Zunzio Lacquaniti, superandolo poi di 3500 voti al ballottaggio. La partita, quindi, è aperta.

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    Il presidente dell’Ordine degli avvocati di Catanzaro, Antonello Talerico

    E le altre destre?

    Citando i risultati del 1994, il presidente dell’Ordine degli avvocati di Catanzaro, Antonello Talerico, ha anche annunciato: «La storia si ripeterà, è già segnata», chiarendo già che sarebbe impossibile un suo appoggio alla coalizione sostenuta dalla sua nemesi politica, il senatore e coordinatore regionale di Forza Italia, Giuseppe Mangialavori. Insomma, una resa dei conti anche personale. Talerico, però, porta in dote un abbondante 13,1%, risultato rivendicato anche dal leader nazionale di Azione, Carlo Calenda (che elegge il segretario provinciale, Raffaele Serò, candidato in “Io Scelgo Catanzaro”), ma anche dal leader di Noi Con L’Italia, Mimmo Tallini. Un bottino certamente ambito e ricercato, che Nicola Fiorita dovrà riuscire a carpire con un valido accordo politico. «Vogliamo incidere sull’amministrazione» è il diktat di Talerico.
    Per quanto riguarda Wanda Ferro, invece, il risultato è stato certamente ragguardevole con un 9,16% (in linea con il risultato ottenuto a Catanzaro città alle regionali) a fronte del 4,82% della lista.

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    Wanda Ferro con la leader nazionale di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni

    Certo, se i consiglieri comunali uscenti legati al consigliere regionale Antonio Montuoro –  tra cui la sua portaborse Roberta Gallo e i parenti degli altri suoi portaborse Antonio Angotti, Emanuele Ciciarello, oltre che a Luigi Levato, candidati nella lista Progetto Catanzaro di Valerio Donato – , avessero “foraggiato” di consenso Fratelli D’Italia, quest’ultima lista avrebbe raddoppiato il risultato. Loro hanno ottenuto 2692, superando i 2777 raccolti dalla singola lista a sostegno di Wanda Ferro.

    Giorgia Meloni risponde pubblicamente a Matteo Salvini dicendo che il centrodestra non è stato unito nei territori, tra cui Catanzaro, «per motivi locali». Wanda Ferro, invece, quasi fosse una partita di ping-pong, specifica che ad orientare Fratelli D’Italia al ballottaggio sarà il ragionamento complessivo fatto dai leader nazionali. Tutto fa pensare, però, che una manina a Valerio Donato arriverà a prescindere.

    La restaurazione in consiglio comunale

    Quello che non vedremo al secondo turno, però, sarà un surplus di impegno dei consiglieri comunali “in bilico”, essendo i giochi già fatti per quanto concerne i seggi. La composizione (potenziale, fino alla proclamazione) del nuovo consiglio comunale, però, è molto simile alla precedente per cui chi parla di “rinascita”, si troverà di fronte un’assise all’insegna della restaurazione.
    Salvo errori, omissioni e potenziali ricorsi, la coalizione di Valerio Donato avrà 18 seggi, una maggioranza risicata, dove oltre a Donato stesso, entrerebbero per Alleanza per Catanzaro gli ex consiglieri di Svolta Democratica, oggi novelli pseudo leghisti, Eugenio Riccio e Manuel Laudadio (quest’ultimo è il figlio dell’ex consigliere e assessore regionale Franco Laudadio). Con loro ritorna in aula (dove è presente, al pari di Riccio, da oltre 15 anni), Rosario Mancuso.
    Con l’altra lista leghista, Prima l’Italia, viene rieletto l’ex esponente di centrosinistra con Calabria in rete ed ex assessore comunale, Rosario Lostumbo, oltre alla new entry Giovanni Costa.
    Con Progetto Catanzaro tornano in aula i già citati ex forzisti ora “montuoriani” Emanuele Ciciarello e Luigi Levato. A casa, invece, la portaborse Roberta Gallo e l’uscente Antonio Angotti. Flop per l’ex candidato regionale Gianluca Tassone, figlio del democristiano Mario.
    Con Catanzaro Azzurra vince la coppia Marco Polimeni e Alessandra Lobello, che rientrano in consiglio comunale. Fuori, invece, gli amministratori uscenti Ezio Praticò, Danilo Russo e Concetta Carrozza.
    Con la lista Riformisti Avanti, ispirata dai fratelli Fabio e Roberto Guerriero, con l’ottimo risultato del 5,56%, entrano l’ex candidato regionale di Forza Azzurri (ma sostenitore del centrosinistra nel 2017) Giorgio Arcuri, e l’ex esponente di Fare per Catanzaro, Stefano Veraldi.

    La lista Cambiamo! di Giovanni Toti riporta in Consiglio l’ex talliniana Manuela Costanzo e l’ex portaborse ed ex assessora comunale Lea Concolino (ora vicina a Francesco De Nisi). La lista Fare per Catanzaro riporta in Consiglio il suo leader Sergio Costanzo, che rimane il più votato in città con 1195 preferenze. Silurata, invece, la sua ex compagna di viaggio, l’uscente Cristina Rotundo.
    Rispetto alle liste dei partiti del centrodestra (e di quella di centrosinistra dei Guerriero), la lista del candidato sindaco, Rinascita si ferma al 4,93% portando in consiglio l’ex Presidente del CdA del Sant’Anna Hospital, Gianni Parisi. Fuori l’ex esponente Udc e consigliere uscente Giovanni Merante, l’ex segretario Pd Antonio Menniti e l’ex grillina Roberta Canino.

    Italia al Centro piazza Francesco Scarpino, già consigliere comunale “abramiano” di due consiliature fa. Rientra con la lista Volare Alto, invece, il consigliere comunale uscente Antonio Corsi.

    Sinistra amarcord

    Più indietro il centrosinistra. Il campo largo è, per ora, solo decantato. La coalizione di Nicola Fiorita avrà 9 seggi incluso il suo. Ritorna in aula con la seconda elezione in Cambiavento, Gianmichele Bosco, già esponente di Potere al popolo e tra i fedelissimi del candidato sindaco. Con lui Vincenzo Capellupo, già consigliere comunale nel Pd dal 2012 al 2017. La new entry (una delle poche dell’assise) è la docente di diritto romano della Umg, Donatella Monteverdi.
    Ritorna in aula con la lista la docente Daniela Palaia e Tommaso Serraino, quest’ultimo sostenuto dall’ex consigliere comunale di centrodestra Roberto Rizza.
    Il Pd si ferma al 5,8%, ma riesce ad eleggere due consiglieri. Fa il botto di preferenze la ex candidata regionale e ora presidente regionale del Pd Giuseppina Iemma e segue il segretario cittadino Fabio Celia, già consigliere comunale di Fare per Catanzaro in una parte della scorsa consiliatura. Flop, invece, per l’ex coordinatore cittadino Salvatore Passafaro, che non viene eletto.

    La presidente regionale del Pd, Giuseppina Iemma con il segretario regionale Nicola Irto

    Con il 2,77% il Movimento 5 Stelle entra per la prima volta in consiglio comunale con l’ex consigliere dell’Italia dei Valori, Danilo Sergi, che porta a casa 434 preferenze, a fronte delle 236 del capolista Francesco Mardente. Da rilevare il ruolo di mero riempilista dell’ex coordinatore provinciale di Catanzaro (per la campagna elettorale regionale) Pietro Maria Barberio con 0 voti. Infine, la lista Catanzaro Fiorita con il 2,7% dovrebbe eleggere l’esponente socialista Gregorio Buccolieri.

    Gli altri…

    Determinante per i futuri assetti dell’assise sarà Antonello Talerico che, oltre a se stesso, e al già citato coordinatore di Azione, Raffaele Serò, riporta in consiglio comunale l’ex azzurra Giulia Procopi, ora con Noi con l’Italia. Dovrebbe entrare con Catanzaro al centro anche il giovane Antonio Barberio. Fuori l’ex capogruppo del Pd Lorenzo Costa, oggi leader del movimento di centrodestra Officine del sud che fa capo al notabile di centrodestra Claudio Parente. Flop per l’ex assessore comunale Mimmo Cavallaro, candidato nella stessa lista, fermo a 88 voti.
    Con Fratelli D’Italia dovrebbe “scattare” solo il seggio a Wanda Ferro, che ritorna in consiglio comunale dopo 11 anni. Nella consiliatura iniziata nel 2006 governava il centrosinistra di Rosario Olivo, che la stessa Ferro votò al ballottaggio insieme a Michele Traversa contro l’ex Udc, Franco Cimino. Da segnalare che qualora la Ferro lasciasse il seggio comunale, le subentrerebbe Anna Chiara Verrengia, figlia di Emilio Verrengia, ex consigliere provinciale dell’Udc e poi di Forza Italia.
    Insomma, una assise con ben poche sorprese, tra blocchi di consenso consolidato e nepotismo, tutto un grande minestrone di Consiglieri che si sono “piazzati” e sono certamente pronti a sostenere qualsiasi sindaco uscirà vincitore dal ballottaggio.

  • Amministrative Catanzaro: Donato è primo, si va al ballottaggio

    Amministrative Catanzaro: Donato è primo, si va al ballottaggio

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    Amministrative a Catanzaro: salvo sorprese, Catanzaro tornerà al voto per decidere chi sarà sindaco tra Valerio Donato, uscito dalle urne con una forbice oscillante tra il 40 e il 44%, e Nicola Fiorita, che invece oscilla tra il 31 e il 35%.
    I due candidati principali hanno staccato la coalizione di Antonello Talerico, che presenta una forbice tra il 13 e il 17% e il monocolore di Wanda Ferro, che non supera il 9%.

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    Valerio Donato, candidato sindaco a Catanzaro

    Amministrative Catanzaro, Donato: parleremo anche con Fdi

    «Aspettiamo i risultati finali e ragioniamo su dati veri. Se saranno questi, certamente faremo un’ulteriore battaglia con l’intera area che in qualche misura rappresento di tre liste di centrosinistra, due di centro e cinque di centrodestra». Lo ha dichiarato a caldo Donato alle telecamere di Porta a Porta.
    In particolare, alla domanda se al ballottaggio andrà anche con Fdi, Donato ha risposto: «Io mi rivolgerò, come ho fatto in primo turno, all’elettorato di qualunque schieramento politico per sostenere questa proposta che come obiettivo principale ha la città e il governo della città. I punti centrali sono stati tanti ma soprattutto il lavoro, le politiche sociali, l’attenzione alle fasce di persone fragili, unitamente a servizi essenziali e poi prospettive di sviluppo come il Pnrr ci concede».

    Amministrative e referendum: affluenza in calo, flop sulla giustizia

    Il primo turno delle Amministrative di Catanzaro si è svolto in un clima di disaffezione elettorale registrato dalle statistiche.
    Infatti, l’affluenza alle Comunali di ieri in Italia è stata del 54,72%, secondo i dati definitivi relativi agli 818 comuni gestiti dal Viminale.
    Alle precedenti elezioni omologhe era stata del 60,12%.
    Discorso peggiore per il referendum sulla giustizia, rimasto al 20%. Segno che le Amministrative non sono riuscite a trascinare gli elettori al voto anche per i quesiti.

    I primi nove sindaci della Calabria

    Intanto sono nove i sindaci eletti al primo turno in Calabria. I primi tre sono del Reggino.
    A Motta San Giovanni, conferma per l’uscente Giovanni Verduci. Stesso discorso a Placanica, dov’è stato confermato Antonio Condemi. Si cambia, invece, a San Procopio, dove diventa primo cittadino Francesco Posterino.
    Altra conferma nel Vibonese: a Fabrizia resta sindaco Francesco Fazio.
    Un uscente e una new entry nel Catanzarese. Conferma a Isca sullo Jonio per Vincenzo Mirarchi. A Settingiano, invece, diventa sindaco Antonello Formica.
    Nel Cosentino sono tre i sindaci.
    A Cellara diventa primo cittadino Vincenzo Conte. Due conferme a Panettieri e a San Vincenzo La Costa, rispettivamente per gli uscenti Salvatore Parrotta e Gregorio Iannotta.

  • Quando le lucciole si presero Cosenza

    Quando le lucciole si presero Cosenza

    Una macchina del tempo speciale, la stampa d’epoca, restituisce un’immagine originale della storia e del costume della Cosenza ottocentesca.
    Entrambi rivisti da un’ottica particolare: la prostituzione. Un’attività che la dice lunga sulle abitudini dei cosentini.
    I protagonisti di questa storia, in cui le lucciole stanno in primo piano, sono Francesco Martire, avvocato di grido e sindaco, e Luigi Miceli, deputato radicale allora all’apice del potere.
    Le voci narranti appartengono, invece, ai giornali Il Fanfullino e La Tribuna.

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    Una lucciola d’epoca

    Una città noiosa

    La Cosenza degli anni ’70 del XIX secolo è una città piccola (quindicimila anime circa) e noiosa.
    Quel po’ di borghesia che vi resiste si ritrova al Gran Caffè o al Baraccone, un teatro ligneo che l’amministrazione comunale demolisce per far posto all’ara dei fratelli Bandiera.
    L’opera, che tuttora incide nell’immaginario cosentino, è commissionata allo scultore bolognese Giuseppe Pacchioni, già sodale dei fratelli veneziani e scampato per un soffio al disastro della loro spedizione.

    Lucciole e tariffe

    Tolti questi due locali, ridotti a uno, resta un’alternativa per gli uomini che possono permettersela: le casupole di via Sant’Agostino, piccoli lupanari dove circa cinquanta lucciole esercitano il mestiere più antico del mondo. I più esigenti, invece, possono rivolgersi al bordello vicino a piazza Carmine.

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    La targa di un bordello d’epoca

    È solo una questione di tariffe, che comunque non sono alla portata di tutti: una “marchetta” a Sant’Agostino costa due lire, a piazza Carmine si sale a cinque.
    Per capire meglio, si pensi che le leggi dell’epoca davano il diritto al voto ai maschi venticinquenni che si dimostravano in grado di pagare 40 lire di imposta all’anno.
    Ad ogni buon conto, le casupole di Sant’Agostino restano frequentatissime fino al 1876, quando Francesco Martire le sgombera.

    Via le lucciole da Sant’Agostino

    La morale pubblica non c’entra, perché la prostituzione è legale, grazie ai decreti Cavour che ne regolano l’esercizio sin dal 1861.
    Lo sgombero di via Sant’Agostino è dovuto ai lavori di rifacimento della zona, in particolare all’allargamento della strada che deve collegarsi all’ara dei fratelli Bandiera.
    Questi lavori, che fanno parte di un pacchetto cospicuo di interventi, implicano la demolizione delle casupole.

    Il ribaltone e il sindaco

    A monte di queste iniziative, c’è un ribaltone di palazzo, che avviene proprio nel 1876, quando il sindaco Raffaele Conte, avvocato e patriota risorgimentale moderato, è costretto alle dimissioni.

     

    Luigi Miceli

    Conte, che ha programmato quasi tutte le opere allora in realizzazione, è gradito a quell’élite (poco più del 2% della popolazione) che determina col voto il destino della città. Infatti, la sua lista rivince.
    A questo punto interviene Luigi Miceli, il deputato di Longobardi, prossimo a una carriera ministeriale importante nei governi della Sinistra e uomo forte della Provincia. Miceli impone un suo uomo, Francesco Martire, approfittando del fatto che i sindaci sono nominati direttamente dal re.
    L’escamotage è un inciucio di rara raffinatezza: Martire diventa sindaco ma gli uomini di Conte entrano in giunta.

    Il giornalista e le lucciole

    E le lucicole? Per loro non cambia nulla: lo sgombero previsto da Conte lo farà Martire.
    L’onere (e il piacere) del racconto spettano a una penna di rara efficacia: quella di Alessandro Lupinacci.
    Scrittore, poeta e giornalista, Lupinacci è un moderato dall’ironia graffiante. Editorialista della Tribuna di Roma, fonda a Cosenza, nei primi ’70 dell’Ottocento, Il Fanfullino, un periodico di satira e cronaca che gli somiglia tantissimo.
    Sarebbe improprio definire Lupinacci un conservatore (come appare agli occhi di chi lo legge oggi): secondo i criteri dell’epoca, sarebbe un riformista.
    I passaggi che, con lo pseudonimo di Sandor, dedica allo sgombero sono gustosissimi.

    Il racconto

    «La strada che si sta costruendo lungo il quartiere di S. Agostino e la demolizione di quelle casupole, albergo infelice delle infelicissime generose, ha ricacciato molto più in dentro alla città quelle vittime della prostituzione con grave scandalo della onesta gente che abita in quella contrada, e della morale pubblica».
    Così, il 17 giugno del 1876, Sandor tira la sua brava staffilata sulla situazione.
    Non senza un sottinteso: prima, quando c’erano le casupole, si sapeva anche dove stavano le lucciole. Ora, dopo lo sgombero non lo si sa più.

    Il complesso monumentale di Sant’Agostino

    Ma tutto lascia pensare che la “colonizzazione” di Santa Lucia, che per decenni è stato il “cordone sanitario” della città (e tale è rimasto, anche dopo la legge Merlin) sia iniziato proprio allora.

    Le lamentele

    Dopodiché, Lupinacci si fa carico di una lamentela: «Io vorrei (per essere appagati i giusti reclami che mi giungono), dalla Pubblica Sicurezza, o da chi deve occuparsi di questo ramo di pubblico servizio, che si provvedesse opportunamente e con sollecitudine», prosegue l’articolo del Fanfullino.
    Ma anche il quartiere, dopo lo sgombero, non è messo bene, perché una cosa è demolire le casupole, un’altra bonificare la zona.

    L’Avanguardia, uno dei giornali che raccontarono la vicenda delle lucciole

    Infatti, denuncia ancora Lupinacci: «Nello stesso quartiere vi è dell’acqua stagnante che non trova scolo a causa del materiale gittato dalle demolizioni, acqua che nuoce colle sue fetide esalazioni alla salute degli abitanti».
    Il destinatario delle lamentele (e delle relative esortazioni) è Martire: «Giro questo reclamo all’onorevole sindaco».

    Un esercito di “laide Circi”

    Un anno dopo, la situazione non è risolta. Stavolta lo denuncia L’Avanguardia, il settimanale fondato dal giornalista e scrittore Mario Bianchi proprio nel 1877.
    Già, le lucciole si sono “disperse” in città e alcune di loro sono approdate a Santa Lucia. Ma altre sono tornate nel quartiere, dove danno un po’ troppo nell’occhio.
    Non a caso, L’Avanguardia del 17 giugno 1877 parla di «un esercito di laide Circi» che avrebbe invaso Sant’Agostino.
    Alla faccia della riqualifica…

  • Ospedale a Vaglio Lise: il fantasma prende corpo?

    Ospedale a Vaglio Lise: il fantasma prende corpo?

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    Ormai è una non notizia: il nuovo Ospedale di Cosenza si dovrebbe fare a Vaglio Lise.
    A otto mesi dal suo insediamento, la giunta a guida Franz Caruso ha provato a mettere un punto fermo al dibattito sul nuovo Hub.
    È solo un mezzo passo, intendiamoci, perché l’ultima parola spetta al Consiglio comunale.
    Tuttavia resta un segnale forte, sebbene l’idea non sia proprio originalissima.
    La scelta di Caruso, infatti, riesuma la vecchia proposta di Mario Oliverio.
    Ma meglio una riesumazione che niente.

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    Quel che resta dalla stazione di Vaglio Lise a Cosenza

    La rivincita di Cosenza?

    L’ipotesi di Vaglio Lise è un compromesso tra le esigenze della città e quelle della provincia, comunque costretta a far capo all’Annunziata.
    Ma soprattutto è una risposta forte all’ipotesi opposta, coltivata a Rende in piena era Principe e rilanciata di recente dall’attuale sindaco Marcello Manna.
    Secondo questo progetto, il nuovo ospedale di Cosenza sarebbe dovuto sorgere nei pressi dell’Unical, magari per stimolare la realizzazione della tanto vagheggiata Facoltà di Medicina.
    E c’è da dire che questo progetto aveva ripreso quota con la recente istituzione, ad Arcavacata, di un Corso di laurea di Medicina e tecnologia digitale.
    Realizzare l’hub nei pressi di una delle Stazioni ferroviarie più inutili d’Italia è quindi un punto segnato nella trentennale contesa con Rende per la leadership della futura (e ipotetica) città unica. Un puntello più a Sud, che dovrebbe limitare le pretese di centralità d’oltre Campagnano.

    Uno schiaffo a Mario Occhiuto

    Un Mario (Oliverio) resuscita un po’, un altro Mario (Occhiuto) affonda un altro po’.
    La scelta di Vaglio Lise implica il rigetto più totale dell’ipotesi formulata dall’ex sindaco: tirare su l’Ospedale nuovo sulle macerie del vecchio.

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    La giunta Caruso delibera in merito alla sede del nuovo Ospedale

    Qualcosa a metà tra il restyling l’opera nuova, che avrebbe dovuto coinvolgere in maniera più organica anche il Mariano Santo di Mendicino.
    A dirla tutta, un progetto ultracampanilista, basato soprattutto su esigenze urbanistiche: puntellare a oltranza la parte sud di Cosenza che, priva dell’Annunziata, rischia la desertificazione.

    Nuovo ospedale di Cosenza: anni di chiacchiere

    Fin qui, in pillole, la lunga storia della contesa sul nuovo Hub, che dovrebbe prendere il posto dell’attuale struttura, realizzata negli anni ’30 e prossima al secolo.
    Da quando fu elaborata la proposta di Vaglio Lise, sono passati due sindaci e un commissario a Cosenza, altrettanti più un commissario a Rende, due presidenti di Regione più un facente funzioni.
    Il problema non è il luogo, del quale a dispetto della decisione presa si continuerà a discutere. Ma il tempo.
    Meglio tardi che mai, si potrebbe dire se ci si ostinasse a vedere il bicchiere mezzo pieno. Peccato che per tanti aspetti sia tardi un bel po’.

    Medici scettici

    Per i medici ha parlato non senza un po’ di ironia maligna, il presidente dell’Ordine Eugenio Corcioni.
    Il quale ha lanciato qualche tempo fa un affondo che parte da un paragone ingeneroso tra Cosenza e Avellino, quando non era ancora orfana di Ciriaco De Mita.

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    Il presidente dell’Ordine dei medici di Cosenza, Eugenio Corcioni (foto Alfonso Bombini)

    Due ex capitali politiche, sosteneva il presidente dei Medici, di cui una, quella campana, ha realizzato quattro strutture sanitarie, l’altra, Cosenza, trentacinque ologrammi.
    Il tempo ci dirà se la delibera della giunta Caruso, tra l’altro il primo atto forte dell’attuale amministrazione, è il primo passo verso la solidificazione dell’ologramma.
    Tanto più che i soldi per il gigantesco maquillage urbanistico-sanitario ci sono.
    Ma, anche in caso di realizzazione, il problema sarebbe risolto a metà, come aveva rilevato lo stesso Corcioni: mancano i medici.
    Fatto l’ospedale toccherà fare anche i camici. Ma questa è davvero un’altra storia.

  • Cirò Marina, il padel dei Farao finisce in Parlamento

    Cirò Marina, il padel dei Farao finisce in Parlamento

    Numerose testate giornalistiche hanno ripreso la notizia data da I Calabresi sulla licenza per il campo da padel che il Comune di Cirò Marina ha concesso alla società “Signor Padel srls” di Giuseppe Farao, condannato in primo grado per associazione mafiosa e figlio del boss dell’omonimo clan al centro del processo “Stige”. Ma ha avuto strascichi ulteriori, che rischiano di “inguaiare” l’amministrazione guidata dal presidente della Provincia di Crotone Sergio Ferrari.
    Già, perché  Francesco Sapia, deputato di Alternativa, ha proposto una formale interrogazione parlamentare sul caso alla ministra dell’Interno Luciana Lamorgese in cui invoca la commissione di accesso antimafia. Ma procediamo per gradi.

    Cirò Marina e il padel di Farao: la riunione di mezzanotte

    Nella tarda serata dello scorso primo giugno, subito dopo la pubblicazione dell’inchiesta de I Calabresi, sulla pagina Facebook “Sergio Ferrari – Sindaco” è comparso un post con l’hashtag #INDIRETTADALCOMUNE. Il primo cittadino specificava, anche a nome di tutta l’amministrazione, di aver «immediatamente convocato gli uffici». Così come di avere «richiesto delucidazioni in merito alla procedura ed all’istruttoria propedeutica al rilascio del permesso». Chiariva poi che «nell’immediatezza, nella sollecitata attività di riesame, l’Ufficio Tecnico ha ritenuto avviare procedimento di revoca in autotutela del già citato permesso, sospendendo nelle more ogni effetto». Affermava, infine, di voler «adottare ogni provvedimento necessario, nei confronti dell’Ufficio Area Urbanistica e del Responsabile, in assoluta aderenza alle linee di indirizzo, che sono valse sin dall’insediamento di questa Amministrazione».

    Il sindaco Sergio Ferrari è anche presidente della Provincia di Crotone

    Insomma, il sindaco ha prontamente annunciato con un post di mezzanotte la revoca della licenza edilizia concessa a Farao il giorno stesso. In effetti, come si legge nel permesso di costruire, il numero 18 del 1 giugno 2022, è in quella medesima data che è stata fatta l’ultima verifica (quella di regolarità tributaria) prima della concessione della licenza a firma del responsabile dello sportello unico per l’edilizia, Raffaele Cavallaro.

    La reazione dopo lo stop

    L’uscita di Ferrari ha indotto in escandescenza Giuseppe Farao, che ha replicato pubblicamente nell’immediatezza al post del Sindaco (dal profilo Facebook del fratello Vincenzo, ma a sua firma). Farao ha annunciato: «Denunceremo il tutto, compresi tutti i veri ‘abusi’ che ogni giorno sono sotto gli occhi di tutti. Lei signor sindaco non può parlare pubblicamente di revoca (da guardare la normativa) solo per dimostrare qualcosa… Bisogna indagare se il tutto è fatto nella massima legalità prima di infamare, anche lei, perché in un qualche modo l’ha appena fatto. La legalità non è solo una semplice parola».

    Poi ha aggiunto in un secondo post: «Ci tengo a precisare che la licenza edilizia richiesta e concessami in data 1/6/22 è stata controllata e rivoltata come un calzino prima che mi venisse consegnata con tutta la documentazione prevista dalla legge a differenza di altre. Per quanto riguarda le misure adottate dal sindaco revocandomi la stessa, posso solo limitarmi a dire che se è giusto o meno si vedrà nelle sedi competenti in quanto tutto è stato nell’immediatezza denunciato alle autorità».

    Entrambi i post hanno ricevuto numerosi like da parte di concittadini di Farao e commenti solidali. Contattato direttamente da I Calabresi tramite il profilo Facebook da lui utilizzato per comunicare, ossia quello del fratello Vincenzo Farao, alla domanda se volesse chiarire meglio la sua posizione rispetto a quanto scritto al sindaco e rispetto a quanto scritto nella nostra inchiesta, Giuseppe Farao ha espressamente declinato l’invito.

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    Il permesso rilasciato dal Comune di Cirò marina alla Signor Padel Srls di Giuseppe Farao

    Il Comune di Cirò Marina revoca la licenza per il padel di Farao

    In effetti, il sindaco è stato (in parte) consequenziale. Con un provvedimento dell’Ufficio Area Urbanistica del Comune di Cirò Marina del 3 giugno scorso, firmato dall’architetto Raffaele Cavallaro, che questa volta si firma come “responsabile Area Tecnica”, lo stesso si autonominava responsabile del procedimento. Quindi inviava la comunicazione di avvio dell’iter di revoca del permesso di costruire alla Signor Padel Srls di Giuseppe Farao (concessa solo due giorni prima). Con che motivazione? Secondo «l’art. 12 delle norme tecniche di attuazione del PRG, per la zona B non prevede la destinazione d’uso indicata nel progetto presentato di cui al permesso di costruire».

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    Gli impianti della “Signor Padel Srls” (foto dal sito aziendale)

    E questo è vero perché il terreno a Cirò Marina sul quale dovevano sorgere i campi da padel – di proprietà di Antonietta Garrubba, moglie di Giuseppe Farao e socia unica della Signor Padel Srls – risulta qualificato al catasto come “Uliveto”. Difficilmente una tale qualificazione urbanistica avrebbe potuto portare alla costruzione di una attività commerciale. Nonostante questo, il loro sito PadelCiromarina.it è stato aggiornato ed il progetto viene indicato come “in esecuzione”.

    Da aggiungere un particolare non di secondo rilievo. L’Ansa il 3 giugno riporta un virgolettato attribuito al Comune di Cirò Marina. Stando all’agenzia, «per mero errore materiale non è stato chiesto il Bdna (il certificato antimafia, ndr) così come previsto dalla normativa vigente». Invece, in un articolo de Il Quotidiano Del Sud del giorno successivo, si legge quest’altro virgolettato: «Il certificato antimafia? Lo avevamo dimenticato».

    In attesa che si calmino le acque

    Col decreto numero 14 del 3 giugno 2022 il sindaco Sergio Ferrari ha revocato un suo precedente decreto, il numero 9 che lo scorso 19 aprile aveva attribuito all’architetto Raffaele Cavallaro (firmatario del permesso di costruire a Farao) la titolarità della posizione organizzativa dell’Area Urbanistica. E lo revocava, si legge nel decreto pubblicato sull’Albo pretorio, per «accertate situazioni non in linea con gli obiettivi desumibili dal programma amministrativo del Sindaco e ravvisate particolari inadempienze amministrative».

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    Raffaele Cavallaro

    Il sindaco, però, non revocava il decreto numero 7, emanato sempre il 19 aprile, che conferiva all’architetto Raffaele Cavallaro l’incarico triennale di “Istruttore Direttivo Tecnico – cat. D, Pos. Econ. D1” ai sensi dell’articolo 110, comma 1 del Tuel. Un incarico, quindi, fiduciario, espressamente revocabile “per risultati inadeguati”.
    Pertanto, il funzionario comunale che – quale responsabile dello sportello unico dell’edilizia, dell’area tecnica e dell’area urbanistica – avrebbe dimenticato di chiedere il certificato antimafia ad un condannato per mafia del medesimo paese, è stato, di fatto, confermato nell’incarico che necessita della fiducia di Ferrari.

    Lo stesso Cavallaro, inoltre, benché privato della posizione organizzativa (e, quindi, del potere di firma quale responsabile), è rimasto nel medesimo ufficio ad occuparsi delle medesime incombenze. E rumors interni riportano come lui dichiari di aver ricevuto solo una mera sospensione temporanea «in attesa che si calmino le acque».

    Sapia porta il caso in Parlamento: l’interrogazione alla ministra Lamorgese

    Invece, la questione continua a tener banco, non reggendo la scusa della “carenza di organico”, essendo recentemente rientrata dalla maternità l’impiegata del settore Lavori pubblici Bina Fusaro.
    Da precisare, inoltre, che il precedente responsabile dell’Ufficio tecnico del Comune di Cirò Marina, l’ingegnere Giuseppe Rocco Crispino di Monterosso Calabro, ha rassegnato le proprie dimissioni volontarie lo scorso aprile, due settimane prima della richiesta concessoria avanzata da Giuseppe Farao.
    «Nessun motivo particolare e nessuna pressione» ha dichiarato a I Calabresi l’ingegner Crispino, ora assunto a Sant’Eufemia D’Aspromonte.

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    Francesco Sapia (Alternativa)

    A volerci veder chiaro, però, è il deputato di Alternativa, Francesco Sapia, che con una interrogazione scritta alla ministra dell’Interno Luciana Lamorgese si chiede come sia stato possibile che l’Ufficio tecnico di Cirò Marina abbia “dimenticato” di chiedere il certificato antimafia ad un condannato per associazione mafiosa, congiunto del boss a capo di uno dei clan calabresi tra i più efferati secondo l’ultima relazione della Dia. Lo stesso Sapia chiede lumi sulla permanenza nell’ente comunale dell’architetto Raffaele Cavallaro. E chiede di sapere, altresì, se il Ministero e la Prefettura intendano promuovere l’accesso antimafia previsto dal Testo Unico sugli Enti Locali. Insomma, un nuovo macigno su un Comune già sciolto nel 2018 per infiltrazioni mafiose in cui si deve rilevare il totale silenzio dell’opposizione cittadina e dei rappresentanti regionali e nazionali del territorio. Attendiamo nuovi riscontri.

     

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    La versione iniziale dell’articolo riportava tra i cofirmatari della concessione, oltre a Raffaele Cavallaro, la dipendente comunale Marina Ceraudo.
    Quest’ultima, però, ha siglato il provvedimento nella sola qualità di responsabile della pubblicazione degli atti, senza rivestire ulteriori ruoli durante l’iter amministrativo.
    Ci scusiamo con la diretta interessata e i lettori per le eventuali incomprensioni che il dettaglio potrebbe aver ingenerato.

  • Rubbettino: «Politica scadente? Sì, ma è un alibi per troppi calabresi» [VIDEO]

    Rubbettino: «Politica scadente? Sì, ma è un alibi per troppi calabresi» [VIDEO]

    Florindo Rubbettino è l’amministratore della più importante realtà editoriale del Sud.
    Fondata da suo padre Rosario nel 1973, la Rubbettino vanta un catalogo di oltre tremila titoli. Un catalogo decisamente onnivoro in cui passa di tutto purché di qualità. E, soprattutto, senza preconcetti culturali o, peggio, ideologici. Vi trova posto, ad esempio, Leonardo Sciascia, a fianco di filosofi come Dario Antiseri, Carlo Lottieri e Giuseppe Bedeschi.

    CLICCA SULL’IMMAGINE IN APERTURA PER GUARDARE L’INTERVISTA

    I tipi di Rubbettino, inoltre, “macinano” politologi (Alessandro Campi, Rudolph J. Rummell), sociologi (Pino Arlacchi), storici (Christopher J. Duggan ma tantissimi altri di vaglia). E non mancano i politici, che hanno raccontato sé stessi e le loro visioni (Massimo D’Alema, Gianfranco Fini, Paolo Savona).
    Intenso anche lo scavo nella cultura regionale, operato con la riedizione degli autori calabresi più importanti o di grandi autori che si sono occupati della Calabria.

    Da Soveria Mannelli al Salone di Torino

    Quest’avventura continua, dopo quasi cinquant’anni, lì dov’è nata: a Soveria Mannelli, nel cuore della Sila Piccola.
    A dimostrazione che la marginalità del territorio non è sempre e necessariamente un ostacolo.
    Reduce dal Salone del Libro di Torino, Florindo Rubbettino, ha ripreso la sua polemica nei confronti della classe politica meridionale e calabrese in particolare: «Il livello, nell’ultimo ventennio, è sceso tantissimo e forse questo declino è lo specchio della società».

    Florindo Rubbettino e la politica

    La società civile deve liberarsi di certe catene, ha sostenuto l’editore. Anche se – ammette – in Calabria non è facile: «Siamo tra gli ultimi in Europa anche nella lettura, dove ci battono anche i Paesi dell’Est Europa e il nostro pubblico è soprattutto fuori regione».
    Questo primato negativo, sostiene sempre Rubbettino, si riflette anche sull’economia e sul livello della vita civile. Già: «I Paesi più ricchi sono quelli in cui si legge di più».
    Le ipotesi, ventilate in passato, di candidature alla Regione sono sfumate. E ora Florindo Rubbettino le rispedisce al mittente.
    Questo e altro nell’intervista rilasciata a I Calabresi.