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  • INTERVISTA ESCLUSIVA | Mancuso, il pentito: così le ‘ndrine vogliono uccidermi

    INTERVISTA ESCLUSIVA | Mancuso, il pentito: così le ‘ndrine vogliono uccidermi

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    La vita di Emanuele Mancuso è cambiata nel giro di una settimana. Quattro anni fa, il 18 giugno del 2018, ha cominciato a parlare coi magistrati, ha deciso di raccontare ciò che ha visto e vissuto in 30 anni da rampollo di un potentissimo casato di ‘ndrangheta. Tre giorni dopo sarebbe dovuta nascere sua figlia, che si è poi fatta aspettare un altro po’, venendo al mondo il 25 giugno. I due eventi – la scelta di pentirsi e la nascita della primogenita – sono strettamente collegati.

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    Emanuele Mancuso intervistato da Studio Aperto

    Lo ripete spesso, Emanuele: ha iniziato a collaborare con la giustizia proprio per la figlia. Avrebbe voluto crescerla in un ambiente diverso da quello in cui è cresciuto lui. Ma, denuncia, ora gli viene impedito.

    Gli viene negato un diritto che è invece garantito a molti altri genitori che con la giustizia hanno avuto parecchi problemi ma che, come invece ha fatto lui, non ci hanno mai collaborato.

    Figlio di Pantaleone “l’Ingegnere”, quando suo padre era in carcere riusciva a vederlo più di quanto oggi permettano a lui di stare con sua figlia. Gli è concessa poco meno di un’ora a settimana, in locali «fatiscenti e privi di ogni requisito di legge». La bimba ora ha 4 anni e nota la presenza dei «signori» dei Servizi sociali e di quelli della scorta ai loro incontri.

    Lei vive, per decisione del Tribunale per i minorenni, in una casa-famiglia con la madre. Stanno in una località protetta individuata dal Servizio centrale di protezione, dunque a carico dello Stato, anche se l’ex compagna di Emanuele non si è mai dissociata dal contesto della famiglia di lui. Anzi, a suo dire sarebbe «in mano» ai Mancuso. A entrambi è stata limitata la responsabilità genitoriale.

    «Mi hanno visto persone di Limbadi»

    Emanuele è il primo, con il pesantissimo cognome Mancuso, ad essersi pentito. Mostra una certa dimestichezza con i meccanismi e la terminologia giuridica, ma il tono sicuro con cui solitamente parla, anche davanti ai giudici, durante un colloquio esclusivo con I Calabresi tradisce una profonda amarezza. Succede quando gli si chiede se abbia paura. «A questa domanda preferirei non rispondere. Una volta è capitato pure che mi abbiano visto alcune persone di Limbadi… Dico solo che quando ti isolano, provano ad avvicinarti più volte, ti tolgono quello che hai di più caro, la ragione per cui hai fatto la scelta più difficile, allora della vita e delle morte non ti interessa più niente. Non hai più paura di niente. Che mi dirà domani mia figlia?».

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    Pantaleone Mancuso “l’Ingegnere”, padre di Emanuele Mancuso

    «Salgono con le valigette di soldi e comprano tutto»

    Di recente ha inviato due lettere all’Autorità Garante per l’infanzia e al Presidente della Repubblica. Contengono una denuncia pesantissima: il pentito parla di «maltrattamenti» che la sua piccola subirebbe dagli operatori sociali. E parla di un «complotto» per sfinirlo e portarlo ad abbandonare la collaborazione con la giustizia.

    Dice anche molto altro: «La mia famiglia si compra tutto. Sale con valigette piene di soldi dove sta la bambina e corrompe i Servizi sociali. Infatti mi trattano come fossi Pacciani e fanno relazioni che contengono falsità, completamente sbilanciate dalla parte della mia ex compagna. La dipingono come una povera donna che non sapeva chi io fossi. Invece siamo stati insieme per circa 10 anni e si era inserita nel contesto criminale. È stata pure denunciata due volte per reati commessi mentre era nel programma di protezione».

    Un uomo libero

    Ora Emanuele è un uomo libero, anche se la libertà vera è un’altra cosa. «Mi sveglio alle cinque di mattina per andare a lavorare e torno la sera», dice. Ma si sente ingiustamente privato della possibilità di costruire un vero rapporto affettivo con la figlia. Una cosa che lo sta facendo vacillare parecchio. «Vogliono farmi ritrattare. Ho fatto tutto questo per poterla crescere e ora me lo impediscono».

    Il suo ragionamento è drammaticamente lineare. «Se il Tribunale ti dice che limita la tua responsabilità genitoriale a causa del conflitto con la madre della bambina, è chiaro che l’unico modo per riavere mia figlia è attenuare questo conflitto, insomma fare pace. Tra l’altro la rottura non è dovuta a motivi sentimentali, ma alla mia scelta di collaborare».

    Fare pace dunque significherebbe «inevitabilmente passare attraverso la mia famiglia». E fare marcia indietro, ritrattare, rientrare nei ranghi dei Mancuso. «Se va avanti così – ammette sconsolato – finisce che saluto tutti e ciao… ma non sarebbe solo una disfatta per la giustizia, sarebbe un’enorme sconfitta sociale».

    Teme le presunte pressioni sulla ex compagna

    C’è un episodio piuttosto inquietante che conferma quanto, secondo lui, l’ex compagna sia manovrata dai suoi familiari. Emerge da alcuni atti depositati nei processi – già approdati a sentenze di primo grado sia in abbreviato che in ordinario – sulle presunte pressioni della famiglia per indurlo a ritrattare. Si tratta di un’informativa di polizia giudiziaria redatta dopo l’ultimo arresto del padre.

    Nel 2014 “l’Ingegnere” era stato individuato a Puerto Iguazù, in Argentina, mentre cercava di passare il confine con il Brasile su un bus turistico, con un documento falso e 100mila euro addosso. A marzo del 2019 lo hanno invece beccato a Roma in una sala Bingo. Aveva con sé un IPhone ed è proprio da quel telefono che gli inquirenti hanno tirato fuori i messaggi scambiati con i familiari durante la latitanza. Chat che sono finite in un decreto di acquisizione di documenti di 187 pagine.

    Lei parla con i Mancuso

    I contatti tra i familiari di Emanuele e la sua ex compagna sono frequenti. Sembrano tenerla sotto controllo, tanto che a un certo punto si parla di un registratore da piazzare nella sua abitazione. E lei mostra soggezione nei confronti di Pantaleone, con cui dialoga attraverso il telefono della moglie. A un certo punto le dice, tra il serio e il faceto: «Sono in cielo e in terra». Le impartisce indicazioni precise: «Non mi deludere». Fino ad arrivare a scriverle esplicitamente: «Tu mettiti a disposizione».

    Succede dopo che lei manda un sms all’avvocato di Emanuele, fa uno screenshot del messaggio e lo invia alla sorella del pentito, che a sua volta lo inoltra al padre. Pantaleone cerca di tranquillizzare l’ex compagna del figlio. Ma lei è allarmata: «Si mi beccano quel coso su rovinata». Il «coso» sarebbe un telefono che lei dovrebbe portare a un incontro con l’ex compagno. La ragazza prova a ipotizzare una soluzione diversa: «Se riesco porto la scheda. E poi un cel lo prenderò lì». Lui taglia corto: «Na fari difficili». Ma il tono di lei resta quello: «Mi stati mandandu a furca».

    La compagna del pentito «abilmente governata» da Pantaleone l’Ingegnere

    L’ex compagna di Emanuele, secondo gli inquirenti «abilmente governata» dall’“Ingegnere”, avrebbe dovuto portare con sé, di nascosto anche dal suo compagno, un telefono (o una sim card) a un incontro con il pentito. Avrebbe voluto far credere, tramite l’sms al suo avvocato, che voleva riconciliarsi con lui ed entrare così nel programma di protezione, ma solo quando lui sarebbe stato posto ai domiciliari, perché all’epoca era ancora in carcere.

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    L’aula bunker di Lamezia Terme dove si celebra anche il processo Rinascita-Scott

    L’attentato al pentito sventato dalla Dda di Catanzaro

    «In questo modo sarebbe venuta con me nella località protetta e, mettendo questa sim in un telefono, avrebbe dovuto inviare ai miei familiari la posizione in cui ci trovavamo». Insomma, chiosa il pentito: «Stavano pianificando un agguato. Ma la Dda di Catanzaro lo ha sventato». Trae una conclusione agghiacciante, Emanuele. Ma i contatti tra la sua famiglia e l’ex compagna sono effettivamente cristallizzati nelle carte della Procura antimafia. In cui parecchie pagine sono coperte da omissis.

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    Luigi Mancuso “Il Supremo”

    Una dinastia di ‘ndrangheta

    Intanto nel Vibonese, tra Limbadi e Nicotera, la calma apparente nasconde un’evoluzione ancora non decifrabile delle dinamiche interne a una delle famiglie più potenti dell’intera ‘ndrangheta, e dunque delle mafie di tutto il mondo. Luigi Mancuso, il “Supremo”, è stato arrestato nel blitz di “Rinascita-Scott”, la maxinchiesta di cui è un elemento centrale e da cui è scaturito il processo che si sta celebrando nell’aula bunker di Lamezia.

    Luigi è zio di Pantaleone “l’Ingegnere”, dunque prozio di Emanuele. Nel frattempo sono tornati in libertà due zii diretti del pentito, Diego e Peppe “‘Mbrogghia”. Quest’ultimo è ritenuto uno dei capi storici, tra i più temuti. Si è fatto 24 anni consecutivi di galera, 20 dei quali in regime di 41 bis. Pare abbia sempre avuto un legame particolare con Luigi, che è suo zio ma è più piccolo di lui di qualche anno. Il padre di Peppe “‘Mbrogghia”, Domenico, fratello di Luigi, era il primogenito della “generazione degli 11”, il nucleo originario di fratelli da cui sono generate le varie articolazioni della famiglia.

    Peppe Mancuso “Mbrogghia”

    «Sono un esercito», dice Emanuele dei suoi parenti. E aggiunge: «Figli e nipoti si sono laureati, alcuni recandosi ben poche volte all’università, giusto per firmare… Hanno contatti con colletti bianchi, massoneria…». Descrivendo i boss, spiega che «Luigi è il più “istituzionale”». Mentre Peppe «ha un cimitero alle spalle (risulta condannato per aver ordinato un omicidio nel ‘91, oltre che per associazione mafiosa e narcotraffico, ndr). Faceva tremare la gente già prima e oggi, dopo tutti quegli anni passati al carcere duro senza dire una parola, avrà in quel contesto una credibilità immensa. Ai giovani però – conclude – io vorrei dire una cosa: il fascino della ‘ndrangheta è ingannevole, in realtà fa schifo, non rovinatevi la vita con queste porcate».

  • Totò, il punk ucciso a Bovalino per un debito di 300mila lire

    Totò, il punk ucciso a Bovalino per un debito di 300mila lire

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    Luglio 1986, Arena Lido di Reggio Calabria. Gli ambientalisti hanno organizzato un concerto contro il nucleare dopo il disastro alla centrale di Chernobyl di aprile. Sul palco i CCCP e i Gang: un evento. Ad aprire la serata c’è una band di esordienti, gli Invece. Sono quattro musicisti poco più che ragazzini – Salvatore Scoleri, Mimmo Napoli, Totò Speranza e Peppe De Luca – vengono dalla Locride e, come loro stessi ammetteranno anni dopo, quel giorno sapevano a malapena accordare gli strumenti.

    Il pubblico li guarda perplessi, ma è questione di pochi istanti. Gli Invece hanno energia da vendere, uno sguardo originale sul mondo e cantano in dialetto le loro canzoni punk-reggae. Un mix vincente.
    È l’inizio di una ribellione impossibile, di una piccola grande storia di passioni e rabbia, libertà e ingiustizie, dolore e morte vissuta nella Locride degli anni ottanta, terra di rapimenti, faide e tradimenti.
    Decidono di chiamarsi Invece per questo. Meglio, contro tutto questo.

    Adolescenti a Bovalino

    Salvatore, Mimmo e Totò vivono a Bovalino, un piccolo comune che si affaccia sul mare, dove l’aria sembra rarefatta e immobile. È forte l’oppressione della ‘ndrangheta aspromontana, così come il sentimento diffuso che nulla possa mai cambiare. È a questo orizzonte asfissiante che i tre ragazzi non vogliono rassegnarsi. Per questo in paese tutti li considerano gli strani e i disadattati, peggio ancora i drogati solo perché ogni tanto fumano erba. Si spalleggiano a vicenda, soli contro tutti. Diventano inseparabili.

    «Totò ed io passavamo intere giornate e lunghissime notti insieme, c’erano anche Mimmo Napoli e Ciccio Sacco, pochi altri», ricorda Salvatore. Il loro rifugio è la camera di Totò, nella casa sopra il negozio di fiori di famiglia. Il balcone si affaccia sulla piazza di Bovalino, «ma per noi che avevamo colorato le pareti con le bombolette spray, che ci avevamo scritto sopra le frasi di De André e Orwell, di Marley e Guevara e che consumavamo i 33 giri di Clash, Sex Pistols e Cure, quella piazza poteva essere a Londra, a Bologna o a Berlino». Avevano praticato «una rottura con l’ombelico del luogo madre».

    Così Bovalino li respinge, ma loro non fanno nulla per essere accettati. Totò, il primo punk della Locride, è quello che si fa notare di più. Indossa un giubbotto di pelle su cui ha disegnato una siringa spezzata per dire no all’eroina. Porta i capelli tinti e la cresta, usa borchie e anfibi. Facile immaginare che «tantissimi compaesani ci guardassero come fossimo degli alieni». Così Totò inizia a girare per strada con un binocolo al collo. E ai passanti che indugiavano troppo con occhi giudicanti chiede divertito: «Vuoi il binocolo per guardare meglio?». Altre volte, invece, ha raccontato l’amica Deborah Cartisano, estrae un pettine dal taschino, lo bagna in una pozzanghera e poi se lo passa tra i capelli. Ama stupire.

    Arriva la musica

    Ma presto le provocazioni non bastano più. Quel gruppetto di adolescenti sensibili e inquieti sente il bisogno di dare voce alla propria rivoluzione e sogna una band. Accade nella primavera del 1986 quando, poco più che 16enni, incontrano Peppe De Luca, che è più grande di loro e s’è laureato a Bologna in Scienze politiche con una tesi sul punk. Tornato a San Luca, trova naturale avvicinarsi agli strani di Bovalino, con cui condivide la rabbia per le ingiustizie e l’amore per la musica. È lui a far scoprire ai ragazzi la potenza del reggae.

    Gli Invece nascono così: Salvatore, che strimpella la chitarra e scrive poesie, ne diventa il cantante, Mimmo Napoli si accomoda alla batteria, Totò – che non ha mai imbracciato uno strumento in vita sua – si procura un basso e inizia a suonarlo, mentre Peppe fa da chioccia con la sua chitarra elettrica. In quei giorni, l’amico Ciccio Sacco scatta una foto alla band in una posa improbabile davanti a un muro scrostato da qualche parte tra Bova e Palizzi: diventerà la loro immagine storica. L’avventura può avere inizio. «Eravamo una cosa completamente nuova, eravamo all’avanguardia», rivendica fiero Scoleri. La loro musica viene definita “combat reggae”, le loro canzoni contro la guerra e le ingiustizie fanno presto il giro della Locride su nastri di fortuna.

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    Salvatore Scoleri alla chitarra

    Il concerto con i CCCP e i Gang a Reggio Calabria potrebbe essere il trampolino giusto. Tuttavia mentre in tutta Italia si afferma la nuova musica indipendente, gli Invece faticano. È sempre tutto più difficile in Calabria. Così i ragazzi si dividono ed emigrano. Mimmo trascorre alcuni mesi all’estero, Salvatore gira l’Europa come artista di strada (una passione mai sopita), Peppe sceglie il quartiere afrocaraibico di Brixton a Londra, Totò prima raggiunge la sorella Teresa in Liguria poi, dopo un periodo in Portogallo, si trasferisce da Peppe a Londra.

    Ma anche se sono dei giramondo, gli Invece trovano sempre il tempo di tornare a Bovalino e ogni volta è una buona occasione per scrivere canzoni e suonare. Nel 1988 la band organizza un tour calabrese e nei due anni successivi registra dei nastri promozionali. Ma la fortuna non gira e all’improvviso le cose precipitano: Totò finisce nell’inferno dell’eroina. Cade e si rialza molte volte, anche passando per una comunità. Nel frattempo continua a girovagare tra l’Italia e la Francia, la Spagna e il Portogallo dove, nel 1993, diventa padre di un bambino che si chiama Diego. Totò combatte contro i demoni e trova rifugio in paese, dove si unisce ai tanti giovani che animano il movimento antindrangheta “Pro Bovalino Libera” che si batte contro i sequestri di persona e chiede la liberazione del fotografo Lollò Cartisano.

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    Il bassista degli Invece, Totò Speranza, ucciso dal pusher

    Totò ci riprova

    Dopo quella stagione di impegno, si sente pronto per una nuova sfida e si trasferisce a Roma dove lavora come cuoco e si specializza in una paella in versione calabrese. Le cose vanno talmente bene che decide di investire con alcuni amici romani in un locale nel rione Trastevere, il Punto G. Ma il momento fortunato dura troppo poco. Nessuno sa davvero quali tormenti lo abbiano attraversato, ma per Totò sono mesi difficili. S’innamora di una ragazza che si fa spazio nel mondo della tv evocando messe nere e dicendo di far parte della famigerata setta dei Bambini di Satana. Scoppia uno scandalo e si apre un’inchiesta della magistratura.

    Totò, pur estraneo a quel mondo, finisce in carcere per avere difeso la compagna dalle pressioni della polizia, per lui ingiuste, durante un interrogatorio. Crolla, litiga con i soci del locale e all’inizio del 1997 fa ancora una volta ritorno in paese. Questa volta però non ha più voglia di essere considerato un corpo estraneo, dà una mano al negozio di famiglia e lancia lo slogan “Vogliamoci bene a Bovalino”, subito sposato dagli Invece che riprendono a suonare. I primi di marzo la band raccoglie l’affetto di tanti amici esibendosi nel bar dove i ragazzi spesso trascorrono le loro serate. Sarà l’ultimo concerto insieme.

    Il passato che ritorna

    Perché è vero che Totò è cambiato, ma non è facile chiudere con il passato. Soprattutto se hai accumulato troppi debiti con gli spacciatori. Per alcuni interviene la famiglia, l’ultimo, che risale al 1995, gli è fatale. Quella volta Totò aveva riempito la valigia con 200 grammi di marijuana per portarla agli amici romani – l’erba dell’Aspromonte è conosciuta in tutta Italia. L’aveva presa da un ventenne, diventato il principale pusher di zona, Giancarlo Polifroni. Totò gli deve trecentomila lire, ma il tempo passa e non riesce a pagare. Polifroni non vuole soprassedere – ne andrebbe del suo prestigio.

    Nella terra delle vittime di mafia

    Totò sparisce nel tardo pomeriggio del 12 marzo 1997, dopo avere bevuto una birra al bar con un amico. Il giorno seguente una telefonata anonima ai carabinieri segnala la presenza di un cadavere sotto un ponte della statale 106. Totò Speranza, 28 anni, è stato ucciso con un colpo alla tempia sinistra, il killer ha poi infierito sparandogli cinque volte alla schiena. Nel 2004 Giancarlo Polifroni viene condannato in contumacia a 17 anni in via definitiva. Sarà arrestato alcuni anni dopo, quando – rivelano le inchieste – è ormai un narcotrafficante capace di rifornire le piazze di spaccio di mezza Europa.

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    Gli Invece senza Totò Speranza

    Comu si faci

    Il dolore è insopportabile, per il gruppo la tentazione di mollare è forte. A riaccendere la fiamma è la ricercatrice tedesca, Eva Remberger, studiosa della musica dialettale italiana che insiste perché la band non si sciolga e si offre di sostenere le spese del primo disco. Durante quelle ore concitate Salvatore compone di getto una poesia per l’amico ucciso, si intitola Ma comu si faci – come si fa ad ammazzare ancora in Calabria, una terra che somiglia al paradiso – una struggente ballata, la canzone manifesto degli Invece. Tre mesi dopo l’omicidio, è un nuovo inizio: la band diventa il riferimento delle battaglie per i diritti in Calabria, arrivano le recensioni sulle riviste specializzate, i concerti oltre il Pollino, un memorial per Totò Speranza – che sarà organizzato per un ventennio. Anche per ricordare storie e nomi delle vittime di mafia.

    Nel 1999 escono due dischi da cui nasce un fortunato tour in Norvegia dove «creammo gli Invece in versione multietnica con musicisti di ogni parte del mondo», ricorda Scoleri. Tra una partenza e un ritorno, va avanti così per anni, poi forse la spinta si esaurisce, forse cambiano le priorità della vita e i concerti si fanno sempre più rari. La storia di Totò però è ormai un simbolo di ingiustizia e ribellione che trova alimento nei racconti delle associazioni antimafia, nelle parole del rapper Kento che al «sogno di Totò Speranza» nel 2016 dedica uno splendido pezzo, nelle testimonianze dei compagni di sempre che, 25 anni dopo quella morte assurda, conservano «nel cuore un ricordo che non sbiadisce». Non può.

    «Nascendo in un altro posto avremmo avuto più fortuna», ne è stato convinto Peppe De Luca. D’altra parte, si sa, la Calabria sa essere ostile e crudele. «Ma non avremmo potuto cogliere la quotidianità che si vive qua». E comunque, per dirla oggi con Scoleri, «non saremmo stati gli Invece». Quegli strani ragazzini, felici e disperati, che crescendo si sono battuti, che forse hanno anche commesso degli errori, ma che in fondo hanno solo desiderato essere liberi. Magari anche di cadere e di ricominciare. E che per questo hanno pagato – e pagano – un prezzo enorme e ingiusto. Nessuno mai avrebbe dovuto, nessuno mai dovrebbe.

  • MAFIOSFERA| ‘Ndranghetisti per caso: i free-riders canadesi sfidano Cosa nostra

    MAFIOSFERA| ‘Ndranghetisti per caso: i free-riders canadesi sfidano Cosa nostra

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    «C’è un vecchio conflitto che ancora persiste tra siciliani e calabresi nella criminalità organizzata locale». A dirlo è stato Guy Lapointe, Ispettore Capo della Sûreté du Québec, polizia provinciale del Quebéc. Siamo in Canada, e più precisamente nella capitale dello Stato francofono, la bellissima Montreal. Da fine gennaio 2022 si sta svolgendo un processo contro Dominico (sic!) Scarfo. Un capitolo importante di una guerra di mafia che da decenni non sembra ancora voler finire.

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    Domenico Scarfo in foto nell’articolo apparso su Montreal Gazette

    Morti ammazzati in Quebec

    Dominico Scarfo, Guy Dion con sua moglie Marie-Josée Viau, e Jonathan Massari furono arrestati nell’ottobre del 2019 in seguito ad un’operazione – Project Preméditer – della polizia provinciale del Quebec, Sûreté du Québec. I quattro vennero accusati degli omicidi di Lorenzo Giordano e Rocco Sollecito, entrambi morti ammazzati a Laval, una cittadina alle porte di Montreal, nel 2016, e dei fratelli Giuseppe e Vincenzo Falduto, scomparsi nello stesso anno.

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    Rocco Sollecito è stato ucciso nel 2016

    Sotto l’ombra di Vito Rizzuto sul Canada

    Rocco Sollecito era notoriamente associato alla famiglia criminale montrealese per eccellenza, i Rizzuto. Suo figlio, Stefano Sollecito, è riconosciuto come il boss della famiglia. Anche Lorenzo Giordano era loro luogotenente, mentre i fratelli Falduto erano aspiranti membri di questo sottobosco criminale nato intorno alla figura e all’aura di Vito Rizzuto.

    Vito Rizzuto, morto nel 2013 più di chiunque altro ha impersonato la figura del mafioso siciliano in Canada. Legata originariamente a Cosa nostra siciliana e, in seguito, ai gruppi mafiosi Italo-Americani di New York, la famiglia utilizza ancora l’eredità di Vito come moneta corrente a Montreal e nel resto del Canada.

    La guerra di mafia tra siciliani e calabresi

    La polizia afferma che a capo della cellula criminale contro i Rizzuto, c’erano dei calabresi, i fratelli Salvatore e Andrea Scoppa. Chiaramente sangue chiama sangue nella mafia: Salvatore Scoppa viene ucciso nello Sheraton Hotel a Laval nel maggio 2019 e Andrew Scoppa sarà fatto fuori in un parcheggio a Pierrefonds-Roxboro a ottobre dello stesso anno. Nel processo contro Scarfo la Corte ha appreso come i fratelli Scoppa, della fazione calabrese, fossero sempre più interessati a consolidare il loro potere criminale e per farlo avrebbero deciso di far fuori i siciliani. La guerra di mafia tra siciliani e calabresi, anche nel suo ultimo capitolo, è ancora una guerra per il territorio, per anni dominato dai Rizzuto, e la protezione/estorsione di quel territorio.

    Non è la prima volta che a Montreal si formano quelle che le autorità chiamano le fazioni criminali siciliane e calabresi nella mafia italiana. Anzi, questa polarità sembra essere la normalità della capitale del Québec. L’ascesa al potere dei Rizzuto si è fondata su una faida coi calabresi, il clan Cotroni-Violi, originari di Mammola e Sinopoli, su cui i Rizzuto hanno primeggiato negli anni Settanta.

    Nel 2011, l’omicidio di Salvatore Montagna (siciliano e membro di spicco dei Bonanno di New York legato ai Rizzuto) fu l’apice di una guerra intestina all’interno del gruppo Rizzuto, in un momento in cui Vito era in carcere negli Stati Uniti, che portava ancora il segno di quella vecchia faida tra calabresi e siciliani. Per la morte di Montagna in carcere finì Raynald Desjardins, addirittura un mafioso non italiano, ma ancora molto influente a Montreal nelle fila della mafia italiana, in vari periodi opposto a Rizzuto e vicino alle fazioni “calabresi”.

    Un articolo de La Presse, giornale canadese, in cui si parla dell'omicidio di Rocco Sollecito-i-calabresi
    Una bara d’oro per Nick Rizzuto, figlio del boss Vito Rizzuto

    C’entrano poco Cosa nostra e la ‘ndrangheta

    Se l’origine del conflitto tra i Rizzuto e i Cotroni-Violi negli anni ’70 poteva essere ancora letta all’interno di dinamiche regionali – in quel magma indistinto che diventa la mafia italiana all’estero – al 2022 questo conflitto tra calabresi e siciliani non sembra più giustificabile in termini di appartenenza regionale. Chi si uccide in queste lotte di mafia sul territorio di Montreal ha di solito discendenza, ma non origine, calabrese o siciliana o italiana.

    C’entra poco Cosa nostra siciliana, molto poco anche la ‘ndrangheta calabrese, che pure esiste in Canada, con identità distinta anche se ibrida. Quando gruppi di ‘ndrangheta compaiono sulla scena – ad esempio quelli nell’area di Toronto legati ai clan di Siderno spesso di interesse delle procure antimafia italiane – non sembrano trovare in Montreal il loro campo di gioco.

    I clan mafiosi “italiani” a Montreal, e un po’ in tutto il Canada (si pensi ad esempio alla città di Hamilton e alla sua mafia doppia, mista ed eterogenea) sono molto compositi; la loro italianità è sempre negoziabile. Quando c’è origine calabrese tra i mafiosi di Montreal è di solito soltanto una questione di “luogo di nascita” e non di socializzazione o appartenenza culturale; in molti casi la migrazione dalla Calabria avviene nei primi anni di vita. Gli stessi fratelli Scoppa, dalle non meglio precisate origini calabresi, rimasero saldamente ancorati alle beghe criminali locali di Montreal, con pochi contatti, e nemmeno rilevanti, con gli ‘ndranghetisti del vicino Ontario o in Calabria, e molti contatti con gruppi libanesi, messicani, greci, a seconda del business criminale – cocaina principalmente – di riferimento.

    Vito Rizzuto, capo della Sesta Famiglia, morì a Montreal nel 2013

    Dichiararsi calabresi ha una valenza identitaria

    In questi casi, il dichiararsi calabrese, e lo stare contro i siciliani, ha una valenza identitaria. I mafiosi, per riconoscersi ed essere riconosciuti, si affidano a un capitale simbolico contestualizzato. Nel contesto di Montreal, la faida Rizzuto vs Cotroni-Violi rappresenta la resistenza al potere dei Rizzuto, ergo è ipotizzabile che chiunque voglia ripercorrere, per qualsiasi ragione, un percorso di contrasto al clan reggente, lo faccia evocando quel conflitto siciliani vs calabresi, di facile riconoscimento, e simbolico, per tutti i mafiosi, o aspiranti tali, del luogo.

    Il free-rider della ‘ndrangheta a Montreal

    Ma c’è di più in questa regionalizzazione del conflitto mafioso in Quebec. C’è infatti la sedimentazione della narrazione, passata e presente. Si può dire, in studi criminologici, che la narrazione contribuisca a creare il fenomeno criminale. La narrazione costitutiva a Montreal è sicuramente quella relativa alla potenza incontrastata dei Rizzuto e all’aura carismatica del suo leader Vito, nonostante la sua morte ormai quasi decennale.

    Eppure, Dominico Scarfo – che spesso cita il film Il Padrino, a cui forse è dovuta la sua fascinazione per il sistema mafioso – avrebbe dichiarato di appartenere alla ‘ndrangheta, sebbene non sembri avere legami strutturali con i clan di ‘ndrangheta sul territorio o fuori dal Canada. Scarfo, il cui nome denota discendenza ma non origine calabrese, è quello che potrebbe definirsi un free-rider della mafia calabrese, oggi brand vincente anche in Canada.

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    Domenico Scarfo in un articolo apparso sul giornale canadese La Presse

    Ecco, quindi, che alla narrazione criminale primaria se ne aggiunge un’altra secondaria, ma non meno costituente e costitutiva del fenomeno criminale: quella della ‘ndrangheta. La mafia calabrese, considerata e presentata – a torto o a ragione – come la mafia più potente in Italia e quella più presente sul panorama internazionale, costituisce un’alternativa credibile al potere dei Rizzuto. Soprattutto, proprio a Montreal, dunque può diventare una nuova bandiera identitaria per quei “calabresi” che si schierano contro i siciliani.

    Un’ultima annotazione: sottovalutare questo fenomeno dei free-riders (chi potrebbe poi smentirli!) senza dare a queste narrative il giusto peso analitico, rischia di rinvigorire sia la forza percepita della ‘ndrangheta, sia il noto stereotipo etnico sugli italiani, mafiosi all’estero. In entrambi i casi questa narrativa costituirebbe una versione distorta della realtà criminale.

    Anna Sergi

    Professoressa di Criminologia nell’Università dell’Essex

  • Prima confiscati e poi inutilizzati: i beni delle ‘ndrine

    Prima confiscati e poi inutilizzati: i beni delle ‘ndrine

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    Nel marzo del 1996 l’Italia ha approvato, anche su iniziativa di Libera, la legge 109 sul riutilizzo dei beni confiscati alla criminalità organizzata. Sono passati 15 anni nel corso dei quali il colpo forse più doloroso inferto alle mafie lo ha rappresentato non solo la confisca di beni, ma la loro restituzione alla collettività attraverso l’assegnazione a cooperative o realtà sociali del terzo settore. Un cammino lungo, incerto, non privo di pericoli, ma che ha dato frutti importanti. Nel report di Libera – aggiornato al 25 Febbraio – si legge che la Calabria è la seconda regione con il maggior numero di realtà sociali coinvolte in questo percorso.

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    La sede romana dell’Agenzia per i beni confiscati alla criminalità organizzata

    I problemi dell’Agenzia

    Tuttavia non tutto è andato bene a causa anche delle macchinose procedure e della debolezza dell’Agenzia dei beni confiscati, che avrebbe necessità di maggiori risorse umane e finanziarie.
    A confermare questa debolezza, il fatto che in tutta Italia sono meno di duecento le persone che lavorano attorno a questi temi e in Calabria solo 15, chiaramente poche rispetto all’impegno necessario.

    Il lavoro dell’Agenzia consiste nel mappare i beni che la magistratura confisca alle mafie e successivamente affidarli ai Comuni. Un viaggio pieno di insidie, che ha conosciuto anche qualche passo falso, come la storia dell’Hotel Sibarys di Cassano. La struttura era stata confiscata nel 2007 e l’Agenzia  l’aveva inclusa tra gli immobili disponibili per il riuso, ma nel 2019 la Corte d’Appello di Catanzaro ne ha ordinato il dissequestro e la restituzione definitiva alla famiglia Costa.

    I beni restano dello Stato e per le attività è un guaio

    Una decisione che ha lasciato l’amaro in bocca a chi progettava di acquisire il bene.  «Quella è stata una mazzata sul piano psicologico e della comunicazione, perché si pensa che un bene confiscato non possa tornare indietro», racconta Umberto Ferrari, emiliano da vent’anni in Calabria, responsabile di Libera e uno dei protagonisti della cooperativa Terre ioniche, che gestisce i beni sequestrati agli Arena.
    Se ottenere un bene tolto alla ‘ndrangheta non è facile, affrontare la durezza del mercato può esserlo anche di più.

    «Queste realtà – spiega Ferrari – hanno più difficoltà di altri, perché l’impresa non è proprietaria dei beni che gestisce, che restano dello Stato e quindi non ha capitale». Questo si traduce nell’impossibilità di fornire garanzie per avere mutui bancari e fare i conti con la carenza di liquidità. A soccorrere le imprese sociali impegnate ci sono la rete Libera terre e il consorzio Macramè che sostengono la commercializzazione delle merci prodotte dal lavoro dei vari soci.

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    Vincenzo Ferrari (Libera) è uno dei protagonisti della cooperativa Terre ioniche

    I numeri del fenomeno

    Le aziende maggiormente presenti in Calabria sono quelle agricole, ma oltre alle terre ci sono gli immobili, che rappresentano di gran lunga la maggior parte dei beni confiscati. Secondo i dati di Libera in Calabria sono 2908, di cui poco più di 1800 consegnati agli enti (Comuni, Province e Regione) che dovrebbero a loro volta assegnarli a quanti ne fanno domanda. Dalle mappe realizzate dal dossier di Libera aggiornato al 2021, sono circa 800 le associazioni concretamente assegnatarie di immobili. Pertanto risulta che la gran parte è rimasta nelle mani delle amministrazioni che non ne dispongono l’uso. «Con gli immobili è difficile fare impresa – spiega ancora Ferrari – e per lo più li utilizzano associazioni che si occupano di servizi sociali».

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    L’ex sindaco di Reggio, Giuseppe Falcomatà e Tiberio Bentivoglio, imprenditore e vittima di mafia

    I Comuni fanno poco

    Tuttavia qui emerge l’altra falla nella normativa e cioè che «troppi beni restano in capo alle amministrazioni comunali e la stragrande maggioranza non ne fa nulla, lasciandoli nell’abbandono», dice ancora Ferrari. È vero che ultimamente alcuni Comuni hanno destinato qualche immobile alle emergenze abitative. In questi giorni alcune amministrazioni propongono di mettere immobili sequestrati a disposizione dei profughi che stanno fuggendo dalla tragedia della guerra in Ucraina.

    Il problema è che la disponibilità è limitata solo a quegli appartamenti davvero abitabili, mentre la gran parte è vandalizzata, anche perché prima di mollare il bene, i vecchi proprietari lo devastano. L’Agenzia da parte sua solo da due anni cerca di effettuare un monitoraggio su come si utilizzano i beni confiscati e chiede ai Comuni un resoconto rigoroso, che tuttavia non sempre giunge puntuale.

    Gli immobili confiscati alle mafie non sono quasi mai in buone condizioni. Ne sa qualcosa l’imprenditore “coraggio”, Tiberio Bentivoglio

    Il caso Bentivoglio: vittima di mafia a rischio sfratto

    Chi conosce bene sulla sua pelle la fatica di avere in gestione un immobile strappato alla criminalità è Tiberio Bentivoglio, vittima di mafia e imprenditore reggino.
    «Quando con l’architetto Rosa Quattrone siamo entrati nei locali che poi sono diventati la sede della mia attività, ci siamo messi le mani nei capelli», racconta l’imprenditore, che ha subìto attentati anche durante i lavori di ristrutturazione, costati oltre 80mila euro. Bentivoglio è impegnato nel tentativo di migliorare la legge, chiedendo di fornire sostegno economico a quanti prendono in gestione un bene confiscato, «perché senza una agevolazione finanziaria tutto è più difficile».

    Il bene che ospita l’attività della sua famiglia è stato assegnato al Comune di Reggio, cui Bentivoglio paga un fitto, ma non potendo fare fronte alle spese il Comune l’ha dichiarato moroso e ora si attende l’ufficiale giudiziario. «Io sono la sola vittima di mafia in Italia ad usare un bene confiscato – racconta Bentivoglio – e ho scritto al sindaco Falcomatà che non ce la faccio a sostenere le spese. Quindi, se vuole, mi deve cacciare». È ben difficile che l’ente proceda in tal senso, salvo non voler incorrere in danno d’immagine, ma la situazione è particolarmente difficile.

    I sospetti del vescovo Savino

    «In Calabria accedere ai beni confiscati alla ‘ndrangheta comporta un surplus di impegno» dice accorato il vescovo Francesco Savino, che guida la Diocesi di Cassano allo Jonio. Lunga militanza dentro Libera, vecchia amicizia con don Ciotti, protagonista di un impegno contro le mafie, Savino non esita a indicare tra i problemi con cui fare i conti la «lentezza, quasi l’accidia calabrese e soprattutto una classe politica e burocratica non all’altezza delle opportunità».

    Non manca nelle sue parole il riferimento a una vecchia affermazione di Gratteri, che chiamava in causa «l’indissolubile matrimonio tra mafie e massonerie deviate» e alla possibilità che tra le cooperative che acquisiscono i beni ci siano anche prestanomi, «cosa che io non posso documentare ma in questa terra manca la libertà e in questo caso il sospetto rischia di essere molto vicino alla verità».

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    Francesco Savino, vescovo di Cassano alloJonio

     

  • Rocco Gatto: il mugnaio rosso che non aveva paura della ‘ndrangheta

    Rocco Gatto: il mugnaio rosso che non aveva paura della ‘ndrangheta

    «È venuto uno e mi ha chiesto la mazzetta, i soldi. E io non glieli ho dati. Qualcuno invece paga e non dice niente: non c’è unità nella lotta a questa gente. Io, da parte mia, li lotto sempre, fino alla morte». Quando Rocco Gatto racconta allo sbigottito inviato Rai come ci si oppone alla mafia nella Gioiosa del 1976, le coppole storte agli ordini di Vincenzo Ursini gli hanno già bruciato il mulino e la casetta sulle colline di Cessarè. Gli hanno fatto sparire gli orologi che amava riparare nei ritagli di tempo. Gli hanno fatto sentire quanto pesi, nella Calabria di quei tempi, mettersi di traverso agli ordini di una mafia che ha già fatto il grande salto verso i traffici di droga e i sequestri di persona.

     

    Il Colore Del Tempo (2008), scritto e diretto da Alberto Gatto, nipote di Rocco, con Ulderico Pesce, Renato Scarpa, Nino Racco, Carlo Marrapodi e Lara Chiellino

     

    È un periodo duro quello a metà degli anni ’70 in questo pezzo di Calabria: la prima guerra di ‘ndrangheta è ancora in pieno svolgimento. Gli equilibri cambiano, i morti ammazzati si contano a decine in tutto il reggino. A Gioiosa il bastone del comando lo ha preso il clan degli Ursini: feroci e famelici, agli ordini del capobastone Vincenzo, i picciotti puntano le terre migliori del paese, quelle di Cessarè. Vogliono quei terreni, li pretendono. Iniziano uno stillicidio di richieste e intimidazioni. I campi coltivati sono devastati dalle mandrie di vacche sacre lasciate libere dagli uomini del clan. Una situazione asfissiante.

    Gioiosa e il sindaco Modafferi

    Ma quelli sono anche mesi di grandi fermenti politici e culturali. E Gioiosa ne è attraversata in pieno. Sindaco della cittadina jonica è Ciccio Modafferi, intellettuale arguto e dirigente del Pci: incurante delle minacce subite, Modafferi si mette alla testa dei cittadini che reclamano giustizia e insieme a sindacati, parrocchie, alleati e avversari politici proclama lo sciopero generale. Nel dicembre del 1975, per la prima volta nella storia, un paese calabrese si ferma per protestare contro la ‘ndrangheta.

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    Il sindaco di Gioiosa Jonica, Ciccio Modafferi

    Rocco Gatto è in prima fila in quel giorno di presa di coscienza collettiva. E lo sarà nei mesi a seguire, quando continuerà a scacciare dal suo mulino gli sgherri del clan che pretendono il pizzo dal suo lavoro e quando, decretando così la sua condanna a morte, denuncerà ai magistrati i mafiosi che volevano chiudere la città per il lutto del loro capo.

    Rocco Gatto e il clan Ursini

    Rocco Gatto ha poco più di cinquant’anni, è il primo dei dieci figli di Pasquale, classe 1907, contadino e stalinista. Dal padre ha ereditato la passione per la politica e il rigore sul lavoro e nella vita. Entra da giovanissimo come tuttofare in un mulino di Mammola e piano piano riesce a mettere da parte i soldi per mettersi in proprio. Attivista politico e antimafioso coriaceo, è convinto che non bisogna mai abbassare la testa alle prepotenze della ‘ndrangheta. Idee pericolose che il mugnaio comunista mette in pratica contrastando e denunciando gli uomini del clan – figli della sua stessa Gioiosa – che strozzano il paese.

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    La manifestazione contro la ‘ndrangheta del 1976 a Gioiosa

    Nonostante la manifestazione, infatti, gli Ursini continuano a taglieggiare i commercianti e ad accumulare potere e ricchezze. Quando, nel novembre del 1976, Vincenzo Ursini viene ammazzato in uno scontro a fuoco con i carabinieri del capitano Niglio, il clan decide di rispondere nel più eclatante dei modi all’attacco dello Stato.

    Chiuso per lutto

    È la notte tra il 6 e il 7 di novembre. Tra poche ore gli ambulanti di mezza provincia converranno a Gioiosa per il tradizionale mercato della domenica. Non ci arriveranno mai. Gli Ursini hanno presidiato tutte le vie d’accesso in città, obbligando con le minacce i malcapitati ambulanti ad una frettolosa marcia indietro. Quel giorno il paese deve considerarsi chiuso per lutto, in onore del mammasantissima ammazzato dai carabinieri. Un ordine perentorio che, con una deriva inarrestabile, si muove dalla periferia fino al centro: anche i negozi del paese devono tenere le serrande abbassate.

    Gli uomini degli Ursini non sono gli unici però a muoversi in quelle ore. Anche Rocco Gatto sta facendo i soliti giri mattutini legati alla raccolta del grano e si accorge di quei movimenti strani sulle vie d’accesso a Gioiosa: riconosce gli sgherri del clan che impongono la chiusura ai negozianti e non ci pensa due volte. Telefona ai vigili urbani, avvisa i carabinieri che intervengono per fare riaprire almeno i negozi cittadini, non si nasconde, in pubblico dice «li spezzo».

    Rocco Gatto deve morire

    Tutti in paese sanno chi è stato a denunciare. Anche gli Ursini lo sanno. Passano le settimane, le minacce di fanno ancora più insistenti, ma Gatto non demorde e pur consapevole di cosa lo aspetti, nel febbraio del 1977 firma davanti ai magistrati di Locri, la denuncia contro i setti picciotti che è riuscito a riconoscere. Nessun altro lo farà.
    Ormai è solo questione di tempo prima che il clan faccia la sua mossa, anche Rocco lo sa. Da qualche giorno ha preso a portarsi dietro il suo fucile da caccia con il colpo in canna, nei suoi giri per le campagne della Locride. La mattina del 12 marzo del 1977 – 45 anni fa – due uomini aspettano il suo furgoncino carico di sacchi di grano dietro una curva della vecchia provinciale che porta verso Roccella. Lo colpiscono tre volte: per il mugnaio che si era opposto alla ‘ndrangheta non c’è scampo.

    La riscossa: il primo Comune parte civile contro i clan

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    L’Unità del 16 aprile 1978

    L’omicidio di Rocco Gatto lascia ferite profonde in quelli che avevano creduto nel cambiamento. Ma non ferma quel sentimento di rivalsa contro le prepotenze della mafia che era maturato negli anni precedenti. A tenere alta la guardia della società civile ci pensa Pasquale, l’anziano padre di Rocco che da quel giorno e fino alla sua morte, combatterà la sua personale battaglia contro il crimine organizzato: «A uno lo possono sparare, a cento no» dirà davanti alle telecamere di Piero Marrazzo. Le denunce per il raid al mercato intanto sono andate avanti, le indagini dei carabinieri sono state meticolose e si arriva così a processo dove, con un mandato forte dell’unanimità del Consiglio comunale, il sindaco Modafferi, per la prima volta in Italia, si costituisce parte civile contro la mafia in nome del comune di Gioiosa Jonica.

    Il quarto stato dell’antimafia

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    Il murales dedicato a Rocco Gatto nel 1978 e restaurato trent’anni dopo dall’associazione Da Sud

    Una svolta epocale che contribuirà a tenere alta l’attenzione degli italiani – anche grazie all’opera del partito e della Cgil – su quel paesino a sud della Calabria che aveva saputo trovare una spinta di innovazione da tutta quella violenza. Quando, esattamente un anno dopo l’omicidio, la Corte d’assise di Locri firmò la condanna per i sette picciotti che volevano chiudere il paese, le vie di Gioiosa accolsero un’altra grande manifestazione. Migliaia di persone da tutta Italia, nella primavera del ’78, arrivarono nella Locride per marciare in ricordo di quel mugnaio coraggioso. In ricordo di quel giorno sulla piazza che la mafia voleva chiusa campeggia il murale del quarto stato dell’antimafia.

    Pertini e la medaglia al padre di Rocco Gatto

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    Sandro Pertini consegna a Pasquale Gatto la medaglia

    Anche il processo per l’omicidio di Gatto arriva in tribunale. Alla sbarra ci sono Luigi Ursini e un suo sodale. A sostenere l’accusa non bastano però la forza e la dignità del vecchio Pasquale che racconta in aula di come fosse maturato l’omicidio, indicandone i colpevoli. I due imputati vengono condannati per le violenze subite dal mugnaio, ma l’accusa d’omicidio cade per insufficienza di prove. Nessuno pagherà per la morte di Rocco Gatto. Sarà lo stesso Pasquale a ricordarlo al Presidente Sandro Pertini che, durante la cerimonia ufficiale di consegna della medaglia d’oro alla memoria, mandò al diavolo il cerimoniale per abbracciare quel vecchio ostinato che non si era stancato di combattere.

  • Donne e ‘ndrine: ribelli, vittime… ma anche boss

    Donne e ‘ndrine: ribelli, vittime… ma anche boss

    Capimafia, a volte anche più spietate e sanguinarie degli uomini. Vestali di tradizioni da tramandare, di una famiglia preservare, di un “buon nome” da conservare. Ma, assai più spesso, schegge impazzite, capaci di sciogliere quel cappio che il familismo amorale della ‘ndrangheta mette al collo degli affiliati. Per dare un futuro migliore a se stesse e ai propri figli. Sono le donne della ‘ndrangheta.

    Il ruolo delle donne

    Forse più che di “ruolo”, si dovrebbe parlare quasi di “funzione”. Le donne possono preservare o minare l’unitarietà del nucleo familiare. Il che, in un sistema come quello ‘ndranghetista, è qualcosa di fondamentale. Hanno il compito di garantire la discendenza, di crescere i figli che saranno i futuri capi e, a volte, aizzano anche alle guerre contro i clan rivali. «Significa essere l’elemento che consente la prosecuzione del governo mafioso perché genera i figli maschi, perché insegna loro l’odio e come e perché va compiuta la vendetta quando si subisce un torto» scrivono Nicola Gratteri e Antonio Nicaso ne La malapianta.

    Il procuratore di Catanzaro, Nicola Gratteri
    Il procuratore di Catanzaro, Nicola Gratteri

    Non c’è codice che tenga: «La ‘ndrangheta non ha mai guardato in faccia nessuno. Ma quando qualcuno ammazza una donna, non può pensare di sfuggire alla vendetta. Deve aspettarsi una reazione forte e rabbiosa», aggiungono nel loro libro.

    Le alleanze

    Una scelta consapevole e strategica delle ‘ndrangheta di allargare le proprie forze utilizzando le donne della propria famiglia, che vanno in matrimonio a uomini di un’altra ‘ndrina che così verrà cooptata entro l’orbita familiare del capobastone. Questo tipo di matrimoni aveva la forza di dare vita a un complesso mosaico di parentele caratterizzato da un intricato intreccio familiare, che è visibile un po’ dappertutto, ma che appare più evidente nei medi e nei piccoli comuni.

    Una struttura, quella delle famiglie di ‘ndrangheta, che, però, non ha comunque intaccato l’importanza della ritualità, che, anche tra parenti, ha continuato, infatti, a rivestire un valore cruciale in seno all’organizzazione: «Non deve sorprendere l’uso dei riti formali tra parenti, perché le cerimonie mafiose, alle quali partecipano anche membri che non sono parenti stretti del capobastone, hanno un alto valore simbolico e di suggestione […] per riconoscersi, per affermare e riaffermare gerarchie e supremazie«, afferma Enzo Ciconte nel suo libro ‘Ndrangheta.  Si creano così le alleanze.

    Le donne boss

    Dice ancora Ciconte: «Le donne hanno un ruolo centrale in questa realtà familiare non solo perché con i loro matrimoni rafforzano la cosca d’origine, ma perché nella trasmissione culturale del patrimonio mafioso ai figli e nella cura complessiva della famiglia, compresa la gestione diretta degli affari quando il marito è impossibilitato perché arrestato o limitato perché latitante, hanno via via ricoperto ruoli rilevanti».

    In un sistema patriarcale come quello delle cosche di ‘ndrangheta, peraltro, non mancano le donne che ricoprono ruoli apicali. Nelle inchieste portate avanti dalle varie Dda sono emerse, in diverse occasioni, donne che svolgevano il ruolo di cassiere o, addirittura, di vertice (magari temporaneo) del clan. «Il concetto delle donne, nella ‘ndrangheta, si intreccia, irrimediabilmente, con quello dell’onore e del potere che “è innanzitutto riposto nella inalienabilità dei beni che egli è riuscito a procurarsi o che gli derivano da fonti naturali. Al primo posto è la donna: moglie, figlia, sorella, madre, amante», come sostiene Sharo Gambino in La mafia in Calabria.

    Il caso di Aurora Spanò

    Un’inchiesta di alcuni anni fa fece emergere la figura predominante di una donna a capo della costola operante a San Ferdinando del potente casato dei Bellocco che, da sempre, divide con i Pesce il controllo su Rosarno. «Era lei che dirigeva e assumeva iniziative perché il gruppo si radicasse ancor di più nel territorio, assumendone un controllo capillare e costruendo con l’illegalità un impero, per usare le sue stesse parole» è scritto nelle motivazioni che hanno portato alla dura condanna nei confronti di Aurora Spanò per associazione mafiosa.

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    Aurora Spanò

    Una donna capace di terrorizzare chi si imbatteva sulla propria strada, di vessare con tassi usurai e richieste impossibili da essere soddisfatte. Proprio lei, sposata appunto con Giulio Bellocco, che, sebbene in secondo piano, “metteva il cappello” sull’operato della compagna: «La Spanò ne è pienamente consapevole: è l’apparentamento con i Bellocco, cui appartiene il compagno della sua vita, a fare di lei agli occhi della comunità non una “semplice” usuraia, ma la boss» è scritto ancora nelle carte giudiziarie.

    Il sacrificio di Lea Garofalo

    Se, da un canto, sono la conservazione, dall’altro, le donne di ‘ndrangheta sono anche la rivoluzione. Il caso più famoso ed emblematico, nella sua tragicità, è evidentemente quello di Lea Garofalo. Originaria di Petilia Policastro, nel Crotonese, verrà fatta scomparire e uccisa in Brianza. Pagherà la sua scelta di dare un futuro diverso per sé e per la figlia Denise. Sottoposta a protezione dal 2002, decise di testimoniare sulle faide interne tra la sua famiglia e quella del suo ex compagno Carlo Cosco. Pagando forse a caro prezzo anche l’incapacità dello Stato di difenderla da un ambiente familiare che aveva dato più avvisaglie del proposito finale sulla donna.

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    Giuseppina Pesce e Maria Concetta Cacciola

    Perché se i figli sono spesso la molla che spinge le donne a distaccarsi dagli ambienti malavitosi, spesso i figli sono anche l’arma di ricatto che il contesto familiare utilizza per riportare all’interno dei ranghi chi aveva deciso di cambiare vita.

    È il caso di Giuseppina Pesce e Maria Concetta Cacciola. La prima, figlia del boss Salvatore Pesce, coinvolta nell’operazione “All inside”, con cui i carabinieri decapitarono il potente casato di ‘ndrangheta. La Pesce firma diversi verbali d’interrogatorio e le sue dichiarazioni contribuiscono al sequestro di ingenti patrimoni nei confronti del clan di Rosarno. Ma poi si rifiuta di firmare il verbale finale che i collaboratori di giustizia devono sottoscrivere dopo 180 giorni.

    Giuseppina Pesce

    Inizierà una lunga e torbida vicenda in cui avranno un ruolo anche avvocati e stampa: l’obiettivo è quello di disinnescare la portata delle sue dichiarazioni, accusando anche i magistrati di averle estorte, e di riportare Giuseppina in seno alla famiglia. Le trame vengono però scoperte e Giuseppina riesce a salvarsi.

    Una lieto fine di cui non potrà godere la cugina Maria Concetta Cacciola. Anche lei, questa volta in qualità di testimone di giustizia, tenta di salvare i propri figli e incastra i clan di Rosarno e della Piana di Gioia Tauro con le sue dichiarazioni. Usando il ricatto di sottrarle i piccoli, però, la famiglia riesce a riportarla nella casa rosarnese, da cui non uscirà più. Verrà trovata morta per ingestione di acido muriatico. E per le sue ritrattazioni, per la campagna di stampa colma di falsità e illazioni sul suo conto, saranno anche condannati definitivamente i due avvocati del clan.

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    Maria Concetta Cacciola

    Le altre donne ribelli

    Spesso viste come l’anello debole della catena, le donne sono spesso quello più forte. Perché lo spezzano. E c’è chi riesce a spezzare le catene (talvolta, forse, anche materiali) che le legano alla ‘ndrangheta. Chi non fa in tempo. Chi viene risucchiata nel vortice. Le impedivano di uscire, la minacciavano di morte, le addossavano persino la responsabilità del suicidio del marito. La parola “prigioniera” suona quasi in maniera dolce rispetto alle violenze e ai soprusi subiti da Giuseppina Multari ad opera della famiglia Cacciola di Rosarno. Prima dal coniuge e poi, dopo il suicidio di questi, ancor più duri, ritenendola responsabile di quella morte.

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    Tita Buccafusca

    La giovane donna riuscirà a salvarsi dall’orrenda fine che spetterà, diversi anni dopo, a Maria Concetta Cacciola. O quella riservata a Tita Buccafusca, moglie di Pantaleone Mancuso, detto “Scarpuni”, boss dello storico casato di Limbadi, nel Vibonese. Decide di staccarsi da quel contesto di ‘ndrangheta, di collaborare con la giustizia. Ma, anche in questo caso, forse, la ‘ndrangheta è stata più veloce dello Stato, incapace di difendere una testimone di giustizia. Per fermare la volontà della donna si mobilita infatti l’intero casato: stessa fine, l’ingestione di acido muriatico. È la primavera del 2011, quando lo stesso marito, Pantaleone Mancuso, avvisa i carabinieri del ritrovamento della donna morta, con quelle stesse modalità.

    La simbologia

    Un rituale che si ripete. La morte per ingestione di acido muriatico è atroce per le modalità e le sofferenze che causa nelle vittime. Ma assume un significato inquietante che va oltre la morte stessa. Prima di morire, le vittime sono isolate, ricattate, delegittimate. Il cliché si è confermato tanto con Giuseppina Pesce, quanto con Maria Concetta Cacciola: farle passare per pazze, in modo tale da rendere inattendibili le loro dichiarazioni. Che invece erano dannosissime per la ‘ndrangheta: sia per i contenuti, sia per la portata simbolica.

    E allora le donne vanno soppresse con modalità che vanno oltre l’uccisione stessa. Anche inscenando un suicidio. In alcuni casi, come nel caso di Maria Concetta Cacciola, c’è una sentenza (senza colpevoli) che certifica che la giovane sia stata uccisa. E l’acido muriatico che brucia la gola ha il significato di voler mettere a tacere, di voler punire la bocca di chi ha parlato troppo. 

    Troppo ottimista, forse, l’affermazione formulata, diversi anni, fa, nel 1978, da Lucio Villari, rispondendo alle domande di Antonio Spinosa sul ruolo di rinascita che le donne potrebbero avere nella lotta alla ‘ndrangheta e ai suoi (falsi) valori: «Il nuovo ruolo della donna ha grande influenza nel provocare l’impoverimento del fenomeno mafioso. Il mafioso è un personaggio legato a schemi tradizionali della famiglia, ai miti maschilisti. Le donne calabresi si sono molto evolute, è anche attraverso loro che si scuotono tanti atteggiamenti mafiosi».

  • ‘Ndrangheta e mafia russa: così lontane, così vicine

    ‘Ndrangheta e mafia russa: così lontane, così vicine

    I missili della Russia illuminano i cieli di Kiev e di altre città dell’Ucraina. Ma è un attimo. Un lampo. Subito dopo, il cielo si scurisce, la coltre di fumo si alza. Tutto torna grigio, nebuloso. Come tutto ciò che riguarda gli affari del mondo dell’Est. Quantità infinite di rubli, messi insieme da criminali e faccendieri. Dagli oligarchi divenuti bersaglio delle sanzioni comminate da USA ed Europa. Ma anche dalle mafie italiane. Dalla ‘ndrangheta soprattutto.

    La criminalità dell’Est in Italia

    La mafia russa, ma anche quella ucraina, fanno affari nell’Europa da tempo. E, quindi, anche in Italia. Ambienti chiusi, gerarchici, come da tradizione del blocco comunista. Su cui, quindi, non è semplice indagare. Ma i report investigativi sono chiari da tempo. Su quelle barche, che sfidano le onde per un approdo in Italia vi sono quasi sempre uomini, donne e bambine di origine pakistana, curda, irachena, iraniana e siriana. Ma gli scafisti, i mercanti di persone, sono, sempre più spesso, di nazionalità russa e ucraina. Vengono poi quasi sempre incastrati dalle testimonianze dei profughi, una volta giunti a riva o soccorsi in mare.

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    Una barca utilizzata per la tratta dei migranti arenata su una spiaggia della Locride

    Ma non è solo questo. Le mafie dell’Est – e soprattutto quella russa – si muovono già da tempo come una holding. Anche nel cuore dell’Europa occidentale. Anche in Italia. L’ultima relazione semestrale della DIA mette nero su bianco questo: “La criminalità proveniente dall’Europa dell’Est, con le caratteristiche evidenti delle organizzazioni mafiose, ha fatto delle attività di riciclaggio attraverso società off shore, con sede nei Paesi Baltici, Malta, Cipro o nella stessa Federazione Russa il suo canale d’affari principale, mostrando, allo stesso tempo, una spiccata vocazione sia imprenditoriale che delinquenziale”.

    La ‘ndrangheta e la mafia russa

    Dagli anni ’90 la ‘ndrangheta è in relazione con la mafia russa per quanto riguarda il traffico di droga e di armi. Ma non solo. L’indagine “Export” del luglio 2007 condotta dalla Procura della Repubblica di Palmi ha consentito il sequestro, nell’area portuale, di 135 containers carichi di rifiuti di diversa specie e qualità diretti in Cina, India, Russia ed alcune nazioni del Nord Africa. Per quanto concerne la partenza e l’arrivo di materiale illecito in affari (anche) con la Russia appare evidente che uno snodo cruciale sia rappresentato dal porto di Gioia Tauro. Da sempre la porta principale per l’ingresso di merce illecita in Occidente.

    Il porto di Gioia Tauro

    C’è una sentenza a dimostrarlo. È quella del procedimento “Maestro”, arrivato a una pronuncia definitiva alcuni anni fa. Quell’inchiesta, condotta dalla Dda di Reggio Calabria, dimostrò come la potente cosca Molè di Gioia Tauro fosse egemone sui traffici di merce contraffatta nello scalo. Emerse la figura dell’imprenditore, faccendiere e massone Cosimo Virgiglio, in seguito divenuto collaboratore di giustizia, rendendo dichiarazioni sui legami tra cosche, cappucci e compassi.

    Cosimo Virgiglio

    In una conversazione intercettata è proprio Virgiglio a parlare. Insieme a quel Pino Speranza che poi, nei racconti del pentito, verrà indicato come un elemento di congiunzione tra le cosche di Gioia Tauro e il mondo della massoneria deviata. Ma c’è un terzo interlocutore, Antonio Filippone, nato a Canolo, nella Locride, con vari precedenti penali per detenzione di armi, associazione a delinquere e ricettazione. Opera nel settore del commercio all’ingrosso di materiale edile e ceramico. Ed è fratello di Salvatore Filippone, già condannato per appartenenza alla ‘ndrangheta nello storico processo “Tirreno”.

    Affari coi rubli

    Non solo. Un’indagine della Procura di Locri di alcuni anni fa – denominata “Europa 1” avrebbe ricostruito il ruolo di Filippone in operazioni riguardanti la compravendita di rubli, dinari argentini, marchi tedeschi, ma anche in trattative riguardanti importanti aziende e strutture economiche nell’ex Unione Sovietica. Anche una banca a Leningrado. Come scrivono Nicola Gratteri e Antonio Nicaso in “Fratelli di sangue”, il loro primo successo editoriale: “Con la complicità di ‘nomi’ sparsi in ovattati istituti di credito svizzeri, lussemburghesi e austriaci, tramite banche del calibro del Crédit Lyonnaise e della Deutsche Bank aveva architettato di comprare catene di alberghi, casinò e piccole agenzie bancarie di Mosca. Addirittura a Leningrado aveva in mente di comprare un’acciaieria, una banca e un’industria chimica”.

    Il procuratore di Catanzaro, Nicola Gratteri
    Il procuratore di Catanzaro, Nicola Gratteri

    Le conversazioni sono captate all’interno dell’albergo di lusso “Villa Vecchia”, a Monte Porzio Catone, che sarebbe stato nella disponibilità della cosca Molè. I tre parlano di qualcosa di illecito relativo alle importazioni. Ed è qui che arriva la frase di Filippone, che fa proprio riferimento al fratello già condannato per ‘ndrangheta:«Filippone sa tutti i cazzi del mondo, c’è mio fratello che è ancora più meticoloso… Russia, Cina e altre parti…». Cosa che, peraltro, conferma quanto sostenuto ancora da Gratteri e Nicaso: “Contava agganci potenti fino all’entourage del ministro della difesa russo. Per realizzare il suo mega progetto era riuscito a rastrellare in una banca tedesca rubli per 2.600 miliardi di lire”.

    Il riciclaggio

    Non si tratta, quindi, solo di affari da ‘ndrangheta militare: droga, armi, rifiuti. Ma di un business molto più raffinato. Sono, soprattutto, le cosche della Piana di Gioia Tauro ad aver guardato sempre con grande interesse all’Est. E alla Russia, in particolare. In un’inchiesta di qualche anno fa sulla potente cosca Gallico di Palmi è infatti agli atti una comunicazione tra due avvocati ritenuti al servizio del clan.

    I due parlerebbero di una intestazione fittizia di beni e di riciclaggio per conto di terze persone con riferimento alla compravendita di navi. E uno dei due afferma di aver contattato il loro corrispondente di Londra, il quale aveva messo a loro disposizione le sue società per consentire l’incasso dei proventi della compravendita delle navi. E aggiunge, inoltre, che l’unico problema che avrebbe potuto sorgere era con la Banca Inglese, poiché per quanto riguardava i soldi provenienti dalla Russia e dalla Cina il controllo della provenienza dei fondi era molto rigoroso per eludere il riciclaggio di denaro. Pertanto, avrebbero potuto chiedere tutta la documentazione afferente le navi oggetto della compravendita.

    I calabresi in Russia

    Insomma, la Russia e l’Ucraina sembrano, da sempre, esercitare grande fascino sui calabresi. Come dimostrerebbe il ruolo rivestito da quel Bruno Giancotti nel “Russiagate” che, un paio di anni fa, scosse il mondo della Lega. Il Carroccio, infatti, ha sempre guardato con ammirazione al potere di Vladimir Putin, che oggi ha scatenato la guerra in Ucraina. Nelle intercettazioni sui fondi russi alla Lega di Matteo Salvini spunta anche lui: Bruno Giancotti da Serra San Bruno, in provincia di Vibo Valentia. In Russia da circa 35 anni. Da quando, quindi, era ancora Unione Sovietica. L’affare è quello della compravendita di 3 milioni di tonnellate di gasolio finita al centro dello scandalo sui presunti fondi russi alla Lega. Ma, ovviamente, Giancotti ha sempre negato ogni ruolo in quella storia.

     

    «La politica bisogna saperla manovrare»

    E, nel panorama degli affari internazionali, non poteva mancare la cosca più potente della Piana di Gioia Tauro: i Piromalli. La famiglia che, insieme ai De Stefano, ha modernizzato la ‘ndrangheta, con i propri legami con il mondo della massoneria deviata.
    Protagonista, il faccendiere Aldo Miccichè, oggi deceduto. Uno dei soggetti chiave dell’inchiesta “Cent’anni di storia”, con cui il pm Roberto Di Palma metterà sotto scacco il potente casato gioiese: “Personaggio – scrivono i pm nella richiesta d’arresto del processo “Cent’anni di storia” – dai rilevanti trascorsi penali, tali da valergli un cumulo di pena di anni 25 di reclusione”.

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    Aldo Miccichè

    I guai giudiziari per Miccichè inizieranno comunque nel 1987. Il faccendiere, che sarebbe stato anche in contatto con la banda della Magliana, si rifugerà in Venezuela per sfuggire a un’altra, precedente, condanna per bancarotta fraudolenta. Le intercettazioni di quell’inchiesta aprono un mondo di interessi e di rapporti. In cui vi sarebbero legami con la politica, tanto venezuelana, quanto italiana. L’obiettivo di Miccichè sarebbe stato infatti quello di far revocare a Pino Piromalli la dura misura del 41-bis. Miccichè sarebbe un personaggio pienamente inserito sia nell’establishment nostrano che in quello del paese sudamericano: «La politica bisogna saperla manovrare» dice commentando gli sviluppi politici del Venezuela.

    I rapporti con Dell’Utri

    In Italia, invece, il politico più in vista con cui Miccichè avrebbe avuto un rapporto piuttosto significativo è l’allora senatore Marcello Dell’Utri, uomo di fiducia dell’ex premier Silvio Berlusconi fin dagli anni ’70, condannato definitivamente per i suoi rapporti con Cosa Nostra: «Vai da Dell’Utri, spiegagli chi siamo e cosa rappresentiamo», dirà Miccichè a Gioacchino Arcidiaco, l’emissario dei Piromalli che incontrerà il senatore nel marzo 2008.

    Aldo Miccichè sul piatto della bilancia avrebbe messo, tranquillamente, il voto degli italiani all’estero. E a proposito di estero, sarà lo stesso Dell’Utri a giustificarne la conoscenza, in un’intervista: «Lui in Venezuela si occupava di forniture di petrolio. Io ero in contatto con una società russa che ha sede anche in Italia, per cui conoscendo questi russi ho fatto da tramite…».

    L’uomo del gas

    E qui si inserisce anche la figura del giovane Massimo Marino De Caro, poi coinvolto nello scandalo dei preziosi libri trafugati alla Biblioteca dei Girolamini, di cui divenne (senza troppi titoli) direttore. Ad appena 34 anni, De Caro era diventato vicepresidente della Avelar Energy (gruppo Renova), che ha sede in Svizzera ma appartiene al magnate russo Viktor Vekselberg. Più ricco di Rupert Murdoch, Vekselberg acquisterà anche diversi beni in Italia, sul lago di Garda e a Rimini. Difficile spiegare perché il giovane De Caro raggiunga i vertici di una società così importante. La risposta arriverà dalle intercettazioni.

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    Marcello Dell’Utri

    Proprio alla presenza dei De Caro, Dell’Utri chiamerà Miccichè che, ovviamente si trova in Venezuela. Il faccendiere originario di Maropati gli consiglierà di acquistare greggio dalla compagnia venezuelana Pdvsa. Affari da diversi milioni di euro che sarebbero stati approntati sull’asse Mosca-Caracas, con in mezzo l’Italia, per volontà di Marcello Dell’Utri: «Io vado lì e dico: mi manda Picone, e quando dico Picone intendo Marcello…», dice Miccichè in una conversazione intercettata. Lo stesso Dell’Utri, secondo diverse intercettazioni, avrebbe “piazzato” Marino De Caro ai vertici della Avelar. A occuparsi proprio di quel gas che ora è uno degli argomenti principali nel conflitto tra Russia e Ucraina. Mentre la gente continua a morire sotto il cielo di Kiev.

  • Vittime di mafia, pochi risarcimenti per i calabresi

    Vittime di mafia, pochi risarcimenti per i calabresi

    In Calabria non si chiedono tutti i soldi che spetterebbero dallo Stato, quando c’è di mezzo la ‘ndrangheta. L’ennesimo effetto collaterale per chi vive quotidianamente “vicino” a boss e picciotti. Ogni anno, infatti, sono poche le richieste di accesso al Fondo di rotazione del Viminale da parte di vittime dei reati di tipo mafioso in Calabria, rispetto alle regioni dove è più presente la criminalità organizzata. È lo stesso commissario nazionale Marcello Cardona (ora sostituito da Felice Colombrino), che ha coordinato l’ente fino al 31 dicembre scorso, a sottolineare l’anomalia calabrese nel report annuale.

    Il Fondo ministeriale

    La struttura commissariale esamina e delibera l’accesso al relativo fondo. Poi riferisce, tutti gli anni, sull’attività svolta sia al presidente del Consiglio dei ministri sia al titolare del dicastero all’Interno. E anche in altre relazioni precedenti era presente questa evidente discrasia. Il Fondo ministeriale, nato nel 1999 per le vittime di mafia, estorsione e usura, dal 2011 ha riunito anche altri fondi. Sono divenute 4 le aree di competenza: mafie, reati intenzionali violenti, orfani di crimini domestici e violenza di genere. I comitati sono separati, ma la struttura commissariale che delibera è una. Ed è di nomina governativa.

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    Le domande di accesso al Fondo suddivise per regioni e relative al 2021

    Le richieste del 2021, regione per regione

    Dal 1° gennaio al 30 novembre 2021 il Fondo ha ricevuto 575 istanze di accesso, presentate dalle vittime dei reati di tipo mafioso. È un incremento del 40% rispetto all’anno precedente (410). In particolare, le istanze sono distribuite così su base territoriale: 351 arrivano dalla Sicilia (il 61%) con un incremento del 47% rispetto all’anno precedente; 135 dalla Campania (il 23%), con un incremento nel raffronto con il 2020 del 16%; 26 dalla Calabria (il 4,5%) esattamente il doppio di quelle dell’anno precedente (13 istanze); 31 dal Lazio (il 5%) 6 in più rispetto al precedente anno; 16 dalla Puglia (poco più del 2,5%) il doppio di quelle presentate nel 2020. Per le altre Regioni sono state presentate istanze: 6 dalla Basilicata, 3 dal Veneto. 2 dalla Liguria, 2 dalla Toscana e 2 dal Piemonte e 1 dal Trentino Alto Adige.

    Le delibere di pagamento del 2021

    Nel 2021 si sono tenute 19 sedute del Comitato nelle quali sono state trattate 697 posizioni. Sono state adottate 404 delibere di cui: 188 di rigetto di accesso al Fondo di rotazione, 207 di accoglimento dell’accesso al Fondo, per un importo complessivo di 8.804.980,38 di euro, 8 di rettifica, archiviazione o inammissibilità, e 1 di indirizzo per le attività del Comitato. Il Comitato ha disposto anche 221 ulteriori approfondimenti istruttori. Le restanti 72 richieste non sono state ancora deliberate. La media, quindi, dei risarcimenti alle vittime delle mafie da parte del Fondo nel 2021 è stata di circa 42mila euro per singola richiesta deliberata.

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    Gli importi delle delibere di pagamento del Fondo dal 2016 al 2021

    L’anomalia calabrese delle vittime di mafia 

    Immediatamente dopo i numeri, nella relazione commissariale riferita al 2021, come per altri anni precedenti, lo stesso commissario sottolinea il dato calabrese. Il report, subito dopo le tabelle numeriche, contiene una spiegazione.

    «Il  numero delle richieste di accesso al Fondo pervenute dalla regione Calabria, sebbene in significativo aumento negli ultimi due anni, resta comunque molto modesto rispetto alla pervasiva presenza delle organizzazioni mafiose in quel territorio e alle stesse evidenze processuali penali». Nella relazione commissariale si ipotizza che «tale fenomeno sia dovuto al minor grado di consapevolezza ed informazione sulle opportunità offerte dalla legge rispetto a quello dei residenti nelle regioni Sicilia e Campania e all’azione di contrasto al fenomeno mafioso che ha portato a risultati imponenti in epoche più recenti rispetto alle due citate regioni».

    Nello stesso documento si legge ancora: «L’azione di contrasto al fenomeno mafioso che, negli ultimi decenni, si è esteso alle regioni del centro e del nord Italia, solo da epoca relativamente recente ha fornito evidenze giudiziarie. Negli anni a venire è, pertanto, legittimo attendersi, in queste regioni, la conferma di un trend in costante aumento delle richieste di risarcimento del danno e, conseguentemente, di accesso al Fondo».

    Le ipotesi della struttura commissariale

    Il commissario, dunque, formula alcune ipotesi, che sono identiche anche in alcuni anni precedenti, per cercare di spiegare perché le richieste campane e siciliane di risarcimento siano rispettivamente fino a 7 volte e 18 volte superiori a quelle calabresi (un trend fondamentalmente stabile negli ultimi anni), e cioè che possa esserci in Calabria o poca conoscenza della legge che ha istituito il Fondo di risarcimento per le vittime di mafia o che “il grosso” dei processi non sia ancora arrivato a sentenza definitiva o ancora che i giudici non abbiano concesso provvisionali per le parti civili nei primi due gradi di giudizio.

    Ma le legittime e autorevoli ipotesi commissariali potrebbero non essere sufficienti per comprendere tutti i perché di questa anomalia. Atteso che sono somme alte che farebbero comunque comodo a chi ha subito violenza dai clan di ‘ndrangheta.

    Condanne e richieste di risarcimento

    I numeri dei condannati detenuti al 31 dicembre scorso, e i numeri dei condannati detenuti totali per regione di nascita, del ministero della Giustizia, ci offrono un primo ulteriore spunto di riflessione verso un quadro più completo della situazione. E ci dicono qualcosa pure in merito al perché le richieste di risarcimento in Calabria siano così esigue rispetto alla reale situazione, legata ai reati commessi dalla ‘ndrangheta in loco e ai relativi processi. E, quindi, alle vittime.

    L’andamento di questi numeri non è in linea con l’esiguità delle richieste di risarcimento in Calabria da parte di vittime della mafia. I dati ministeriali, infatti, parlano di condannati e detenuti in Sicilia e Campania 3 o 4 volte superiori a quelli calabresi. Anche e soprattutto per un maggior numero di cittadini.

    Si tratta di un rapporto che si mantiene più o meno costante negli anni anche nelle diverse fasce di condanna. Sembra seguire più che altro criteri demografici, ma molto lontani dalle percentuali di richieste di risarcimento di vittime delle mafie che arrivano quasi a 20 volte, nelle altre due regioni a maggior rischio, rispetto a quelle presentate in Calabria. Il numero di sentenze, condannati e detenuti nei vari processi, quindi, non spiega da sola l’anomalia, se non appunto in piccola parte.

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    Uomini della Direzione investigativa antimafia in azione

    Incesurati, estranei e apertamente contro i clan

    Guardando, invece, i requisiti per accedere al Fondo ministeriale, l’iter e i motivi ostativi, si possono trovare dati molto più interessanti e significativi per provare a comprendere meglio e appieno quella che ormai appare chiaramente come un’anomalia calabrese, da anni ormai.

    Innanzitutto per accedere al Fondo bisogna essere incensurati, e poi si deve essere totalmente estranei ad ambienti criminali e delinquenziali e su informativa delle forze dell’ordine, come per le interdittive antimafia, e quindi sulla base di comportamenti che prescindono da sentenze, processi, assoluzioni e condanne. Ma soprattutto il terzo requisito appare, forse, come quello più vicino alla realtà per spiegare l’anomalia calabrese. Bisogna costituirsi parte civile nel processo penale e ricevere quindi una sentenza a proprio favore, anche non definitiva ma con relativa provvisionale rispetto ai danni subiti, per accedere al Fondo.

    Per accedere al Fondo è necessario costituirsi parte civile

    Questo significa schierarsi “apertamente” contro i clan e se per gli enti, le grosse società e le associazioni può sembrare più o meno semplice, per le persone fisiche e per i cittadini in Calabria potrebbe essere un ostacolo o comunque un deterrente di non poco conto.  Se si pensa alla particolare struttura di tipo familistico della ‘ndrangheta, ai circa 120 Comuni sciolti per mafia solo dal 1999 al 2019, si può ipotizzare che al di là di comportamenti omertosi, la stanchezza, la preoccupazione e la paura possano incidere più di altri fattori nell’anomalia calabrese delle poche richieste di accesso al Fondo governativo per le vittime della mafia.

     

  • Anzio e Nettuno come l’entroterra calabrese: ‘ndrine alla conquista del litorale romano

    Anzio e Nettuno come l’entroterra calabrese: ‘ndrine alla conquista del litorale romano

    Anzio e Nettuno distaccamenti o succursali di Santa Cristina d’Aspromonte, nel Reggino, o Guardavalle, nel Catanzarese. I 65 arresti con cui la Dda e i carabinieri di Roma sono convinti di aver bloccato le mire delle cosche di ‘ndrangheta sul litorale a Sud a una sessantina di chilometri da Roma cristallizzano quanto, già da tempo, gli attivisti antimafia sostengono. Quel territorio, nel silenzio generale, è finito sotto la cappa dello strapotere ‘ndranghetista.

    L’indagine

    In carcere sono finite 39 persone, altre 26 agli arresti domiciliari. Tra i soggetti coinvolti, anche due carabinieri. La Dda di Roma contesta i reati di associazione mafiosa, associazione finalizzata al traffico internazionale di sostanze stupefacenti aggravata dal metodo mafioso, cessione e detenzione ai fini di spaccio, estorsione aggravata e detenzione illegale di arma da fuoco, fittizia intestazione di beni e attività organizzate per il traffico illecito di rifiuti aggravato dal metodo mafioso.

    A condurre le indagini, Giovanni Musarò, per anni pm antimafia a Reggio Calabria e noto anche per aver riaperto, con successo, il “caso Cucchi”. Le investigazioni avrebbero dimostrato l’esistenza di una articolazione operante sul territorio dei comuni di Anzio e Nettuno, una locale di ‘ndrangheta “distaccamento” dal locale di Santa Cristina d’Aspromonte. Ma composta in gran parte anche da soggetti appartenenti a famiglie di ‘ndrangheta originarie di Guardavalle. Lì, infatti, i Gallace spadroneggiano da anni ormai, grazie alla propria forza di intimidazione e alle proprie relazioni. Proprio in tal senso, si inquadrano le perquisizioni effettuate dai carabinieri all’interno degli uffici comunali di Anzio e Nettuno.

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    Giovanni Musarò

    Affari e connivenze

    A capo della struttura criminale vi sarebbe Giacomo Madaffari, originario di Santa Cristina d’Aspromonte. Ma del nucleo ristretto farebbero parte anche diversi soggetti appartenenti alle storiche famiglie di ‘ndrangheta, originarie di Guardavalle. Dai Gallace ai Perronace, passando per i Tedesco.
    Nell’ordinanza di custodia cautelare in carcere, il gip parla dell’esistenza di due “associazioni finalizzate al traffico di sostanze stupefacenti anche internazionale” con una “capacità di penetrazione nel tessuto economico e politico della zona di Anzio e Nettuno”. Il giudice sottolinea i solidi legami esistenti con taluni esponenti delle forze dell’ordine e politici locali nonché con altri clan delinquenziali.

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    Il piccolo centro di Santa Cristina d’Aspromonte

    «Ad Anzio abbiamo sbancato»

    «Ieri sera abbiamo vinto le elezioni». È una delle intercettazioni relative al sostegno elettorale del gruppo criminale ‘ndranghetista attivo ad Anzio. Il riferimento è alla tornata per le elezioni amministrative del 2018 quando a vincere fu Candido De Angelis. Che comunque non risulta indagato nel procedimento.
    Il giorno dopo la vittoria di De Angelis vengono captate «tre conversazioni di eccezionale valore probatorio rivelatrici del sostegno offerto dalle famiglie calabresi in favore di De Angelis», sottolinea il gip. «Ha sbancato proprio su tutti» un’altra intercettazione.

    Anzio vista dall’alto

    Il traffico di droga

    Sarebbero due, dunque, le associazioni a fare affari illeciti, soprattutto col Sud America. Una capeggiata da Giacomo Madaffari e l’altra da Bruno Gallace. Gli sviluppi investigativi, in particolare, avrebbero consentito di ricostruire l’importazione dalla Colombia e l’immissione sul mercato italiano di 258 kg di cocaina disciolta nel carbone. Una operazione avvenuta nella primavera del 2018, tramite un narcotrafficante colombiano. Le indagini del pm Giovanni Musarò avrebbero scoperto anche il progetto di acquistare e importare da Panama circa 500 kg di cocaina occultata a bordo di un veliero.

    I carabinieri infedeli

    Non solo traffici internazionali, ma anche il business locale dei rifiuti ad Anzio. Focus anche sull’abusiva gestione di ingenti quantitativi di liquami che sarebbero stati scaricati nella rete fognaria comunale attraverso tombini, realizzati nelle sedi delle aziende. Le attività economiche erano attive nei più svariati settori: ittico, panificazione, gestione e smaltimento dei rifiuti, movimento terra.
    La locale di ‘ndrangheta nel Lazio avrebbe potuto anche contare su due carabinieri, appartenenti ad una delle caserme del litorale. I due militari avrebbero rivelato informazioni riservate a favore dei clan.

    Come si muovono le mafie nel Lazio

    Da sempre, Roma è “città aperta”. Anche sotto il profilo criminale. Nell’area della Capitale, le realtà malavitose sono sempre state capaci di convivere. Sia sotto il profilo territoriale, che sotto il profilo affaristico. Quella realtà così fluida è già stata cristallizzata, alcuni anni fa, dal rapporto Mafie nel Lazio. Il documento sottolineava come «una delle caratteristiche delle tradizionali organizzazioni mafiose è proprio quella di saper instaurare stabili relazioni con imprenditori, professionisti, esponenti del mondo finanziario ed economico di cui si avvalgono per stipulare affari e realizzare investimenti, alimentando così quel circuito di relazioni che potenzia la loro operatività».

    In quel rapporto, curato da Edoardo Levantini e Norma Ferrara, si dedica grande spazio proprio al territorio interessato oggi dai 65 arresti. E le parole messe nero su bianco risultano quasi profetiche. «Il territorio di Anzio e Nettuno rappresenta un “laboratorio” dell’interazione storica fra clan appartenenti a diverse organizzazioni criminali di stampo mafioso». Già quello studio attestava la presenza e l’operatività dei Casalesi, dei Gallace, di sodalizi locali dediti al narcotraffico e all’usura. Così come di aggregazioni criminali formate da camorristi e malavitosi di Tor Bella Monaca. «Negli anni, hanno dimostrato tutta la loro pericolosità arrivando anche ad inquinare il consiglio comunale di Nettuno, come attesta lo scioglimento nel 2005» si leggeva.

    Il litorale romano depredato dalla ‘ndrangheta

    L’indagine odierna, dunque, mostra come le cosche di ‘ndrangheta abbiano scelto il litorale a Sud di Roma come luogo congeniale per i propri traffici. Ancora una volta. Sì, perché già negli scorsi anni le indagini testimoniarono la pervasività dei clan da quelle parti. Tra il 7 novembre 2018 e il 10 dicembre del 2018 tra Anzio e Nettuno il sequestro di 100 kg di cocaina e 957mila euro di proventi del traffico e dello spaccio.
    Un’inchiesta storica è quella definita “Gallardo” che colpì due organizzazioni criminali. Una di matrice camorristica operante a Roma e a Nettuno e l’altra legata alle cosche di ‘ndrangheta della provincia di Reggio Calabria. Le famiglie Filippone e Gallico, in particolare.

    Della presenza della ‘ndrangheta in quest’area si è occupata anche la Commissione parlamentare antimafia. Dalle conclusioni messe nero su bianco nel febbraio 2018: «In questi territori opera in particolare una locale di ‘ndrangheta riferibile al clan Gallace, originario di Guardavalle in provincia di Catanzaro. Il clan Gallace, insediato lì da almeno trent’anni, ha saputo intessere, negli anni, un reticolo di relazioni con esponenti della malavita locale sia nelle realtà di Anzio e Nettuno, sia nella realtà di Aprilia, sia nelle principali piazze di spaccio della capitale come San Basilio».

    Nei confronti dei Gallace, citati dalla Commissione parlamentare antimafia, la Corte d’Appello di Roma l’11 giugno del 2018 ha confermato le condanne per associazione mafiosa sul territorio di Nettuno: «A dimostrazione dell’operatività della famiglia Gallace nel territorio del litorale laziale si deve fare riferimento […] al sequestro dell’industriale di Pomezia Maurizio Gellini, avvenuto nel 1982, per la quale Agazio Gallace fu condannato».

    «Rompere il muro di omertà»

    Per le associazioni antimafia, che da anni denunciano la presenza dei clan sul territorio, si tratta quindi di una liberazione del territorio. «In questi territori si rileva una forte cappa di omertà che purtroppo pervade una “larga fetta” della popolazione», affermano Edoardo Levantini, presidente dell’associazione Coordinamento Antimafia Anzio/Nettuno e Fabrizio Marras, presidente di Reti di giustizia.
    «Ringraziamo i carabinieri di Roma e Latina e la DDA della capitale ed invitiamo tutti i cittadini vittime delle mafie a denunciare e a rompere il muro di omertà» concludono Levantini e Marras.

  • Così l’Onorata Sanità calabrese nega il diritto alla salute ai cittadini

    Così l’Onorata Sanità calabrese nega il diritto alla salute ai cittadini

    La ricetta del presidente della Giunta Regionale, Roberto Occhiuto, è l’azienda unica per la sanità calabrese. Da sempre, un coacervo di accordi politici, di interessi della ‘ndrangheta, con i figli dei boss che sono diventati classe dirigente, una camera di compensazione dove la massoneria la fa da padrona.

    Il giudizio della Corte dei Conti sulla sanità calabrese

    La politica bipartisan, ormai da mesi, batte all’unisono: cancellare il debito sanitario calabrese. Per i proponenti, un passaggio necessario, azienda unica o meno, per auspicare una ripartenza. Per altri un colpo di spugna su anni di intrallazzi e ruberie. Che la pandemia da Covid-19 ha mostrato in tutta la sua drammaticità, con la Calabria spesso declassata da “zona bianca” a una condizione di limitazioni e restrizioni. Non già per il numero dei contagi, ma per la fatiscenza e l’inadeguatezza del suo sistema sanitario.

    Ora su quel buco, enorme, della sanità calabrese interviene anche la Corte dei Conti. I giudici contabili sostengono l’inattendibilità del deficit sanitario e la sua probabile sottostima: «Dall’esame dei risultati d’esercizio, relativi all’esercizio 2020, tutte le aziende del Ssr calabrese hanno chiuso in perdita, per un totale di -267 milioni 167mila euro. Le aziende del Ssr calabrese, nel periodo 2014-2019, non hanno rispettato la direttiva europea sui tempi di pagamento. Nel 2020 gli indicatori risultano ancora elevati, seppure, nella maggior parte dei casi, in leggera diminuzione. Con una media, per il 2020, di 159 giorni. La situazione debitoria delle Aziende sanitarie e ospedaliere ammonta complessivamente ad oltre 1 miliardo 174 milioni di euro».

    La mammella da spremere

    La sanità calabrese è, da sempre, una mammella da spremere senza fine per le cosche e per affaristi di vario genere. Non a caso, il settore – che avvolge il 70% del bilancio regionale – è commissariato da anni. E il debito più che miliardario. «Il ritardo con cui – è scritto nella relazione della Procura contabile – le aziende sanitarie e ospedaliere del Ssr calabrese effettuano i propri pagamenti determina ingenti interessi moratori che incidono negativamente sui risultati finanziari». Con riferimento al contenzioso, si legge ancora, «il totale ammonta ad oltre 481,21 milioni di euro e il totale degli accantonamenti ammonta ad oltre 51,89 milioni di euro. In definitiva sui costi del servizio sanitario calabrese continua a incidere fortemente il contenzioso con i correlati oneri aggiuntivi».

    Un sistema che non si regge in piedi

    La Procura regionale ha poi rilevato «svariate criticità». Permangono carenze di effettivo supporto alla struttura commissariale, carenze assunzionali, carenze nella gestione degli accreditamenti. E poi, una pesante situazione debitoria delle Aziende sanitarie, forti ritardi nei pagamenti e pignoramenti. Infine, gravi ritardi nell’approvazione del bilanci e insufficienza dei flussi informativi. Tutti questi fattori «contribuiscono a determinare l’enorme difficoltà a realizzare efficacemente il piano di rientro dal disavanzo che, infatti, da oramai oltre un decennio è rimasto pressoché immutato».

    In particolare – sostiene ancora la Corte dei Conti – «con riguardo al disavanzo totale 2020 […] si deve porre in evidenza che, seppure in lieve miglioramento rispetto all’anno scorso, non è certo un dato ottimistico perché, comunque, il deficit sanitario in oltre dieci anni si è ridotto di circa soli 13 milioni di euro (da oltre 104 ad oltre 91 milioni)». Giudizio negativo, poi, anche per i cosiddetti LEA, i livelli essenziali di assistenza: «Il punteggio per il 2019 è di 125. Di molto al di sotto della soglia (almeno tra 140 e 160) e molto meno del 2018 (162)».

    Il caso Reggio Calabria

    Il pur enorme deficit quantificato potrebbe addirittura essere sottostimato. Questo, soprattutto, a causa della situazione grottesca e paradossale dell’Asp di Reggio Calabria: «In primis ciò è legato alla situazione dell’Asp di Reggio Calabria, dove dal 2013 esiste una contabilità non fondata su documenti amministrativi». Questa “contabilità orale”, di fatto, «rende impossibile ricostruire il quadro debitorio dell’azienda». E non si parla di cifre di poco conto, ma di «una situazione debitoria potenzialmente dirompente, con passività che potrebbero toccare i 500 milioni».

    L’Asp di Reggio Calabria per anni avrebbe persino pagato per (almeno) due volte le stesse fatture a studi privati e cliniche convenzionate. Il risultato è un danno erariale di svariati milioni di euro fin qui accertati dalle indagini della Procura della Repubblica. Proprio alcuni mesi fa, sono state rinviate a giudizio quasi venti persone per le doppie fatture pagate dall’Asp in favore dello “Studio radiologico sas di Fiscer Francesco” di Siderno.

    Tra i rinviati a giudizio ci sono il legale rappresentante della clinica, ma anche funzionari dell’Asp, nonché l’ex direttore sanitario Salvatore Barillaro e quello amministrativo Pasquale Staltari. Ma, soprattutto, l’ex commissario straordinario dell’Asp, Santo Gioffrè. Proprio quel Santo Gioffrè che aveva evitato il doppio pagamento di una fattura da 6 milioni di euro alla clinica “Villa Aurora” denunciando tutto in Procura.

    I doppi pagamenti

    Le indagini, infatti, avrebbero permesso di constatare una duplicazione di pagamenti per oltre 4 milioni di euro. Soldi corrisposti dall’Asp reggina a favore dello studio radiologico privato, operante nel settore dell’erogazione di prestazioni diagnostiche ai pazienti in convenzione con il Servizio Sanitario Nazionale. Gli inquirenti si sono poi concentrati su una transazione, conclusa nel 2015 tra l’Asp ed il privato, che ha disposto il pagamento della somma di quasi 8 milioni di euro a saldo di crediti pregressi, presuntivamente vantati come non ancora riscossi.

    Oltre dieci anni di prestazioni sanitarie dichiarate non pagate dallo studio radiologico e poste a fondamento di diversi decreti ingiuntivi divenuti esecutivi a seguito della mancata opposizione dell’Asp reggina. Ma quelle somme erano state già liquidate per un ammontare complessivo di oltre 4 milioni di euro. Compresi interessi. Le indagini avrebbero quantificato in quasi due milioni e mezzo di euro le imposte non pagate.

    La ‘ndrangheta classe dirigente

    Anche così si spolpa la Sanità calabrese. Quella in cui la ‘ndrangheta si è fatta classe dirigente. Con i figli dei vecchi boss degli anni ’70 e ’80, che hanno conseguito lauree in Giurisprudenza e Medicina, soprattutto presso l’Università degli Studi di Messina. Per anni un vero e proprio feudo della ‘ndrangheta della Locride soprattutto. Affonda le sue radici nel mito la versione secondo cui i giovani esponenti dei clan della fascia jonica reggina sostenessero gli esami “con la pistola sul tavolo”. E un collaboratore di giustizia, negli anni, ha affermato: «Ci fu un periodo in cui l’Università di Messina era una sorta di dépendance di Africo Nuovo». Proprio l’Africo Nuovo di Peppe Morabito, il “Tiradritto”.

    L'università di Messina
    L’Università di Messina

    Del resto, è utile ricordare le risultanze emerse, alcuni anni fa, con la relazione di scioglimento per ‘ndrangheta dell’allora Asl di Locri. Agli atti la fitta ed intricata rete di rapporti di parentela o di affinità e frequentazione che legano esponenti anche apicali della criminalità organizzata locale a numerosi soggetti alle dipendenze dell’azienda. Alcuni dei quali con pendenze o pregiudizi di natura penale.

    Il delitto Fortugno

    Quelli sono gli anni del delitto del vicepresidente del Consiglio Regionale della Calabria, Franco Fortugno, assassinato il 16 ottobre del 2005 a Palazzo Nieddu del Rio a Locri. Le indagini sul suo omicidio e la parallela inchiesta “Onorata Sanità”, che porterà alla condanna definitiva dell’allora consigliere regionale Mimmo Crea, sveleranno un sistema inquietante. In cui, a prescindere dalle responsabilità penali accertate, sarebbero emerse relazioni molto strette e intense tra politica, imprenditoria, mondo delle professioni e ‘ndrangheta.

    francesco fortugno
    Francesco Fortugno

    Molti nomi, menzionati nelle migliaia di carte investigative, citati nelle infinite udienze davanti ai giudici, ricorrono e ricorrono. E continuano, ancora oggi, a ricoprire incarichi di grande rilievo in seno alla sanità reggina e calabrese. Non è un caso che a distanza di molti anni dalla relazione del prefetto Basilone sull’Asl di Locri, anche l’Asp di Reggio Calabria verrà commissariata per infiltrazioni della criminalità organizzata, con lavori per imprese non inserite nella white list della Prefettura o, peggio, colpite da interdittiva antimafia.

    Nessuno firma i bilanci di Cosenza

    Lo stesso discorso vale per un’altra importante Asp della regione, quella del capoluogo Catanzaro, anch’essa considerata di grande interesse per le cosche. E la situazione è grave anche all’Asp di Cosenza. Qui diversi manager della Sanità pubblica sono indagati per aver truccato i bilanci dell’Ente nel tentativo di far quadrare, almeno sulla carta, conti altrimenti molto più drammatici. L’ultimo consuntivo approvato – oggi nel mirino della Procura – risale ormai al 2017. Da allora otto commissari si sono alternati senza mettere la propria firma su quelli successivi. Anche a Cosenza doppie fatture e un contenzioso monstre non quantificato né gestito come si dovrebbe hanno generato una voragine finanziaria da centinaia di milioni di euro.

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    La sede dell’Azienda sanitaria provinciale di Cosenza
    Massoni e legami politici: l’interrogazione parlamentare

    A Reggio Calabria o a Locri, un po’ ovunque la sanità è un coacervo di interessi. Anche e soprattutto a Cosenza. Ne è convinto il deputato Francesco Sapia, ex grillino duro e puro che, non accettando la svolta governativa dei 5 Stelle, è confluito ne L’Alternativa. Il parlamentare proprio in queste ore con un’interrogazione parlamentare ha chiesto «se il ministro dell’Interno non intenda promuovere l’accesso agli atti presso l’Asp di Cosenza».

    Sapia, peraltro, alla Camera siede proprio in Commissione Sanità.E non usa troppi giri di parole: «Primariati non autorizzati, anomala conservazione dei tamponi, proroghe allegre di contratti scaduti, sforamenti di bilancio, incompatibilità, parenti che lavorano insieme, ruoli svolti senza requisiti e procedure selettive pubbliche, carenze da Terzo mondo e gestioni incontrollate di presìdi salvavita. Questo squallore deve finire, non è più tollerabile».

    Il parlamentare pare essersi fatto un’idea ben precisa sulle possibili ragioni dietro i problemi elencati: «È urgente verificare se massoni e legami politici negli uffici abbiano condizionato o possano pregiudicare l’imparzialità amministrativa nell’Asp di Cosenza».

    Il buco nero dell’Asp di Cosenza

    Ma a cosa si riferisce, nello specifico, l’ex grillino? Da anni sono sempre più insistenti i dubbi sulla spesa farmaceutica e gli affidamenti illegittimi di incarichi a esterni. Con riferimento a questi ultimi, secondo quanto previsto dalla legge possono ammontare, al massimo al 50% di quella sostenuta nel 2009 per le stesse finalità. Ma negli scorsi anni si è andati ben oltre: dell’82% nel 2016 e del 76% nel 2017.

    Come per altre Asp calabresi, peraltro, anche all’Asp di Cosenza diventa un’impresa trovare le fatture. Agli atti emergono sei diverse società a responsabilità limitata che da tempo reclamano pagamenti dall’Asp cosentina. Circa 20 milioni di euro per un debito che sarebbe maturato a partire dal 2007. Il problema è che però negli uffici dell’Asp non esistono fatture che possano giustificare queste richieste esorbitanti. E da quelle che si trovano, molto spesso i pagamenti risultano già effettuati da anni.

    Le fatture che non si trovano

    Perché poi, ovviamente, nel disordine, nella negligenza, possono annidarsi anche tentativi di raggiro. E così, per anni, l’Asp di Cosenza è stata letteralmente assaltata da una lunga sfilza di società di factoring, pronte a vantare crediti (reali o presunti) nei confronti dell’Ente. «L’Azienda non è in grado di identificare con certezza la matrice sulla cui base i pagamenti vengono liquidati, questa situazione espone la stessa al rischio di remunerare più di una volta lo stesso importo per il medesimo debito», ha scritto tempo fa la Corte dei Conti. Tra fatture già pagate e altre scomparse, il buco nelle casse dell’Asp cresce a dismisura.

    Al 31 dicembre 2017 l’Asp di Cosenza aveva ben 541 milioni di euro di debiti. E le anticipazioni di cassa, che dovrebbero essere un’eccezione, sono diventate una regola. E, con il tempo, si sa, i debiti crescono. Nel 2005, infatti, l’Azienda Sanitaria di Cosenza aveva un debito di circa 3 milioni e mezzo di euro ereditato dall’ex As 1 di Paola legato a una condanna in tribunale. Nessuno ha pagato e quella somma è cresciuta a dismisura. Nel 2020 gli interessi pagati sulla cifra prevista inizialmente ammontavano a quasi 8 milioni e mezzo.

    La “favorita” dell’ex dg

    Ma Sapia parla anche di concorsi fatti ad hoc. Una inchiesta della Procura di Cosenza, infatti, sostiene come la procedura riguardante una donna abbia avuto un trattamento di favore, con un bando creato proprio per lei. E questo in forza della relazione sentimentale che avrebbe intrattenuto, per un determinato periodo, con l’ex direttore generale dell’Asp, Raffaele Mauro. Questa procedura le avrebbe fatto ottenere una promozione, senza averne avuto diritto.

    Alcune modifiche normative (inserite usando come stratagemma il pensionamento di un funzionario) sarebbero state inserite su misura proprio per favorire la “preferita” di Mauro. Tra le varie presunte e creative irregolarità, quella di non tenere conto dell’esperienza nel settore. E la donna, pur non avendo alcuna pregressa attività lavorativa (a dispetto degli altri candidati) nel settore in esame vince la selezione. Un artifizio che, sempre secondo i pm, sarebbe avvenuto grazie a una commissione compiacente, per non urtare la suscettibilità dell’allora dg.

    «Processate i commissari»

    Ma proprio quell’inchiesta – denominata, non a caso, “Sistema Cosenza” – afferma come la gestione allegra dell’Asp cosentina sia stata di fatto avallata dal silenzio (nel migliore dei casi) della Regione e dei commissari. A non opporsi a tutto questo, anche Massimo Scura e il generale Saverio Cotticelli, per i quali, proprio alcuni giorni fa, la Procura ha chiesto il rinvio a giudizio per i falsi bilanci dell’Asp.

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    Gli ex commissari massimo Scura e Saverio Cotticelli

    Secondo l’accusa, il buco di bilancio sarebbe stato occultato, omettendo, tra le altre cose, di riportare in bilancio le cifre del contenzioso legale che, da solo, ammonta ad oltre mezzo miliardo di euro. Bilanci, secondo i magistrati, palesemente falsi e che, nonostante le irregolarità e i pareri negativi del collegio sindacale, con riferimento al triennio 2015-2017 sono stati comunque approvati dagli organi di controllo istruttorio.

    Le ultime inchieste

    “Sistema Cosenza” non è l’ultima inchiesta che mette nel mirino la sanità calabrese. Praticamente tutte le procure calabresi hanno fascicoli aperti di una certa rilevanza. Nel marzo del 2021, un’altra operazione ha portato all’arresto di medici e dirigenti perché responsabili di essere affiliati alla cosca Piromalli, una delle più potenti della ‘ndrangheta. Secondo l’inchiesta “Chirone”, tramite alcune aziende il potente clan di Gioia Tauro si sarebbe aggiudicato gli appalti di fornitura dell’Asp di Reggio Calabria. Uno dei dirigenti coinvolti era proprio colui che aveva il compito di valutare il fabbisogno sanitario della provincia di Reggio ai fini della fissazione dei budget.

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    Nicola Paris

    E rischia il processo anche l’ex consigliere regionale della Calabria, Nicola Paris, eletto nel 2020 con la lista dell’Udc e arrestato nell’agosto scorso con l’accusa di corruzione. Secondo l’inchiesta “Inter Nos”, Paris avrebbe tentato di intervenire sull’allora presidente f. f. della Regione, Nino Spirlì. A che scopo? Sollecitare il rinnovo contrattuale per Giuseppe Corea, direttore del settore Gestione risorse economico-finanziarie dell’Asp. Secondo gli inquirenti, è la persona grazie alla quale le imprese vicine ai clan Serraino, Iamonte ed a quelli della Locride ottenevano gli appalti. Paris avrebbe caldeggiato la nomina di Corea nell’interesse degli imprenditori che, stando al campo di imputazione, «lo avevano sostenuto durante la campagna elettorale».