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  • Scuole: lo beccano con l’auricolare al concorso per dirigente

    Scuole: lo beccano con l’auricolare al concorso per dirigente

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    Concorso col trucco, la Procura della Repubblica di Vibo Valentia invia l’avviso di conclusione delle indagini a due persone.
    L’inchiesta riguarda la selezione per dirigenti scolastici svoltasi nel 2017.
    In quell’occasione, un concorrente, tra l’altro impiegato della Regione, si era presentato alla prova munito di auricolare e microfono.
    Un comportamento anomalo, il suo, che aveva insospettito gli altri partecipanti, i quali si sono rivolti alla Polizia di Vibo.
    Le indagini, condotte dalla Squadra mobile e completate da successive perquisizioni domiciliari, hanno consentito di verificare che il candidato aveva effettivamente auricolare e microfono, attraverso i quali comunicava con una terza persona all’esterno.
    Gli inquirenti sono riusciti a identificare anche quest’ultima.
    Secondo l’accusa, il concorrente avrebbe dettato attraverso l’auricolare le domande della prova al presunto complice, che, a sua volta, avrebbe fornito le risposte e quindi consentito al “compare” di scalare le graduatorie.

  • Lettere dal carcere: «Ho visto mia madre nella bara in videochiamata»

    Lettere dal carcere: «Ho visto mia madre nella bara in videochiamata»

    Francesco è detenuto nel carcere di Cosenza. Il suo fine pena è fissato per ottobre 2022. Ma il dolore che filtra dalle sue lettere è evidentemente molto più grande del debito che sta per finire di scontare con la giustizia. Dice di non avere nessuno al mondo, a parte la madre. Che però è morta lo scorso 8 maggio senza che lui potesse dirle addio. Ha potuto darle un ultimo saluto, sì, ma solo in videochiamata. E solo quando lei era già morta, in una bara, attraverso lo schermo di uno smartphone.

    Una storia ordinaria sofferenza

    La sua storia, assicura Sandra Berardi dell’associazione Yairaiha, è «molto più frequente di quanto si possa immaginare». Le due lettere che Francesco le ha scritto dal carcere di Cosenza sono datate 22 aprile e 11 maggio. Ma sono arrivate alla onlus intorno al 20 maggio, per cui «non è stato possibile intervenire in nessuna maniera».

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    Il carcere di Cosenza

    La malattia

    Nella prima Francesco manifesta «un disperato bisogno di aiuto». È recluso nel reparto alta sicurezza, benché sia stato condannato per «un reato comune» e gli restino meno di 6 mesi da scontare. Dice di beneficiare di permessi premio da due anni perché la madre è malata: tumore maligno al fegato, le hanno sospeso pure la chemioterapia. A Pasqua il primo no alla richiesta di permesso. «Il magistrato, assieme agli educatori ed alla direttrice, hanno stabilito che i permessi, anche quelli Covid, li danno ogni 45 giorni».

    Un focolaio nel carcere

    In effetti in quel reparto, nel momento in cui scrive (22 aprile), sarebbero «quasi tutti contagiati», lui compreso. «Mentalmente sono distrutto: mancano gli educatori – scrive Francesco – e mi dicono che non posso richiedere altri permessi. In questa situazione non so più dove sbattere la testa. Necessito disperatamente di un aiuto; non auguro a nessuno di avere la madre morente e trovarsi chiuso dietro 4 mura dove ti vengono negati i tuoi diritti».

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    Nessuna risposta

    Quando scrive la seconda lettera la madre è già morta. Glielo ha comunicato un ispettore di sorveglianza e, il giorno dopo, gli hanno concesso la videochiamata. «Malgrado avessi mandato la richiesta per un permesso premio per starle vicino nell’ultimo periodo della sua vita, mi è stato rigettato». Poi, allegando il certificato di morte, ha presentato la richiesta di permesso di necessità per poter andare al funerale. Non gli è stato concesso dal magistrato di sorveglianza, «che non si è degnato nemmeno di rispondere».

    «È tortura»

    Lui la chiama tortura. Anzi, dice che «non esiste tortura peggiore». Ora vuole solo che la sua storia sia raccontata fuori dalle mura in cui è recluso perché questo non accada più a nessuno. «Io avevo solo mia madre – scrive – e, ormai, non ho più nessuno né un posto dove andare. Ormai a me hanno tolto la voglia di vivere».

    L’incontro con l’attivista

    Una madre in fin di vita, fa notare Berardi, è, per qualsiasi persona, un evento tragico, doloroso. Ancor più se la morte arriva dopo una lunga malattia. «Francesco – racconta l’attivista che ha fondato Yairaiha – l’ho incontrato una sola volta, durante una ispezione. Dalla chiacchierata che facemmo emerse l’amore per la madre, il desiderio di poterle stare vicino, la volontà di cambiare vita anche, e soprattutto, per lei».

    Rieducazione o vendetta?

    Un legame, un pensiero costante, che è rimarcato anche in altre lettere che Francesco scrive all’associazione ormai da qualche anno. «Una figura senz’altro positiva nella sua vita, non una di quelle “frequentazioni con soggetti controindicati” registrate nelle informative di p.s. fino al 2008, piuttosto uno stimolo – osserva ancora Berardi – ad operare quel cambiamento che il carcere si propone quale fine della pena».

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    La possibilità di rimediare

    Il Got (Gruppo di osservazione e trattamento) avrebbe dovuto, secondo l’attivista, «mettere a valore» l’elemento positivo del rapporto con la madre «per permettere a Francesco di recuperare gli sbagli del passato». Magari «anche facendo un piccolo strappo alla regola laddove non ci fossero stati i requisiti; oppure suggerendo di presentare subito la richiesta di permesso di necessità in vece del permesso premio perché Francesco aveva tutto il diritto di beneficiare di un permesso di necessità».

    Cosa dice la legge

    L’articolo 30 della legge sull’Ordinamento penitenziario recita: «Nel caso di imminente pericolo di vita di un familiare o di un convivente, ai condannati e agli internati può essere concesso dal magistrato di sorveglianza il permesso di recarsi a visitare, con le cautele previste dal regolamento, l’infermo. Agli imputati il permesso è concesso dall’autorità giudiziaria competente a disporre il trasferimento in luoghi esterni di cura ai sensi dell’articolo 11. Analoghi permessi possono essere concessi eccezionalmente per eventi familiari di particolare gravità».

    La pietà perduta

    Nel caso riguardante il carcere di Cosenza però il magistrato di sorveglianza non ha risposto. «Dimenticandosi – conclude amaramente Berardi – del suo ruolo di garante principale della correttezza dell’esecuzione penale che dovrebbe essere sempre ispirata, e guidata, da quei principi di umanità e dignità espressi dall’articolo 27 della nostra Costituzione». Vedere attraverso un anonimo cellulare la madre nella bara «è tortura». Un atto «di una brutalità mostruosa del quale dovremmo vergognarci tutti se avessimo ancora il senso della pietas».

  • Inchieste e politica: tra assoluzioni e “patenti” di perseguitati

    Inchieste e politica: tra assoluzioni e “patenti” di perseguitati

    L’ultimo caso è quello di Sandro Principe e di tutti gli altri imputati politici dell’inchiesta “Sistema Rende”. Un flop clamoroso che riapre l’eterna disputa tra garantismo e pugno duro. Soprattutto quando nelle inchieste giudiziarie finiscono sindaci, consiglieri comunali o regionali, persino parlamentari.

    Un Principe senza più trono

    Per decenni uomo forte della politica di Rende, per anni sindaco, Sandro Principe, già deputato socialista, coinvolto nell’inchiesta della Dda di Catanzaro denominata, appunto, “Sistema Rende”. Siamo nel 2016 quando quel terremoto scuote la politica cosentina. Oltre a Principe, coinvolto anche un altro ex sindaco, Umberto Bernaudo, nonché gli assessori Pietro Ruffolo e Giuseppe Gagliardi. Tutti accusati, a vario titolo, di concorso esterno in associazione mafiosa e corruzione elettorale aggravata dal metodo mafioso.

    Principe e Manna nel loro più celebre duello televisivo, divenuto di culto a Cosenza e Rende

    Quell’inchiesta, di fatto, chiuse una lunga, quasi infinita, stagione politica di centrosinistra a Rende, considerata da sempre una roccaforte socialista, aprendo le porte all’era del centrodestra di Marcello Manna, peraltro oggi invischiato nella brutta storia di presunta corruzione giudiziaria con il giudice Marco Petrini.

    Quanto all’inchiesta “Sistema Rende”, invece, proprio un paio di giorni fa, il Tribunale di Cosenza ha assolto tutti gli imputati di quel clamoroso caso giudiziario. La parte politica, accusata di essere in combutta con la ‘ndrangheta, ottiene l’assoluzione in blocco con la formula “per non aver commesso il fatto”. Per Principe, la Procura aveva chiesto 9 anni di reclusione e via via a scendere condanne per tutti gli altri.

    L’eterna lotta tra garantisti e “manettari”

    Un caso del genere ha fatto, ovviamente, ritornare in auge la disputa tra le posizioni più oltranziste nella lotta alla ‘ndrangheta e alle sue collusioni con i “colletti bianchi” e quell’ala che, da sempre, spinge per una visione più garantista delle cose. E che, anzi, invoca riforme strutturali della magistratura e dell’intero sistema giustizia.

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    Enza Bruno Bossio (foto A. Bombini) – I Calabresi

    Tra queste, una delle posizioni più note è quella di Enza Bruno Bossio, parlamentare del Pd e moglie dell’ex vicepresidente della Giunta Regionale, Nicola Adamo. Nel congratularsi con Principe per la vittoria giudiziaria, Bruno Bossio non manca di rilanciare uno dei suoi cavalli di battaglia: «Anche questa vicenda ci insegna quanto sia utile, urgente e necessaria una profonda rivisitazione del potere giudiziario e del sistema della giustizia. A quante sofferenze, a quante ingiuste detenzioni dobbiamo ancora assistere?», si chiede.

    L’assoluzione di Mimmo Tallini

    Temi che, evidentemente, sfondano portoni aperti in Forza Italia. Appartiene ormai al mito la lotta di Silvio Berlusconi contro le “toghe rosse”. Posizioni rimbalzata nelle ultime ore con la pesante richiesta di condanna nei confronti dell’ex premier per il caso Ruby Ter. Ma, ancor prima (e, ovviamente, con le dovute proporzioni) per il caso di Mimmo Tallini.

    Quella di Principe, infatti, è solo l’ultima delle assoluzioni che le cronache definiscono “clamorosa”. A metà febbraio, l’ex presidente del Consiglio regionale della Calabria, Mimmo Tallini, è stato assolto nel processo “Farmabusiness” dall’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa e scambio elettorale politico-mafioso.

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    Domenico Tallini (Forza Italia) ai tempi in cui presiedeva il Consiglio regionale

    Dopo essere scattata la custodia cautelare, la Dda di Catanzaro aveva portato a processo Tallini e chiesto una condanna a 7 anni e 8 mesi di reclusione nel processo incentrato sui presunti illeciti nella vendita all’ingrosso di farmaci di cui si sarebbe resa responsabile la cosca di ‘ndrangheta dei Grande Aracri di Cutro. Ma Tallini è stato assolto “perché il fatto non sussiste”.

    Se cittadinanza e politica abdicano alla magistratura

    Eterna lotta tra garantismo e giustizialismo. Ma anche una eterna deresponsabilizzazione di politica e cittadinanza che, ormai da decenni, tanto a livello locale, quanto a livello nazionale hanno scelto di delegare scelte e comportamenti da assumere alla magistratura, conferendole ruolo e importanza che la Costituzione non le assegna.

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    Il procuratore di Catanzaro, Nicola Gratteri (foto Tonio Carnevale)

    La cittadinanza, spesso incapace di esprimere un voto libero, coraggioso e indipendente, si fa scudo tramite la magistratura e tramite figure iconiche come Nicola Gratteri, per deresponsabilizzarsi, per avere con manette e condanne quella “pulizia” che potrebbe promuovere nella cabina elettorale.

    La classe dirigente, incapace di emendarsi, che tiene nei propri ranghi soggetti politicamente impresentabili, emarginandoli (magari temporaneamente) solo quando hanno le manette ai polsi, senza effettuare una selezione e, men che meno, un ricambio.

    Lo spauracchio della giustizia

    Emblematico, in tal senso, quanto accaduto alcuni anni fa a Cosenza, allorquando 17 consiglieri comunali firmarono le dimissioni dal notaio, paventando imminenti problemi giudiziari per l’allora sindaco Mario Occhiuto. Misure restrittive che, come la storia ha dimostrato, non sono mai arrivate. E con l’ex sindaco del capoluogo bruzio che, al momento, è uscito indenne praticamente da tutte le inchieste penali a suo carico.

    Mario Occhiuto e Mario Oliverio a Palazzo dei Bruzi

    La giustizia, quindi, come (spesso becera) arma di contesa politica. Speculare a quanto accaduto a Cosenza il caso del grande “nemico” di Occhiuto, l’ex governatore Mario Oliverio, ancora oggi imputato e scaricato dal Partito Democratico dopo i primi coinvolgimenti in inchieste giudiziarie.

    Il caso Caridi

    Quello tra ‘ndrangheta e politica è un rapporto inscindibile. La storia lo dimostra chiaramente. E, però, le assoluzioni di politici si moltiplicano. Nel luglio 2021, un altro episodio eclatante. L’assoluzione dell’ex senatore Antonio Caridi, nell’ambito del maxiprocesso “Gotha”, celebrato a Reggio Calabria contro la masso-‘ndrangheta.

    Antonio Caridi in Senato

    Caridi era accusato di essere lo strumento attraverso cui la componente occulta della criminalità calabrese avrebbe infiltrato le istituzioni, da quelle locali fino al Senato della Repubblica, appunto. A suo carico, diverse dichiarazioni di collaboratori di giustizia e anche le immagini che lo ritraevano entrare nella casa storica della cosca Pelle a Bovalino.

    Ma è stato assolto in primo grado “perché il fatto non sussiste” dopo essersi consegnato nel carcere romano di Rebibbia a seguito del voto favorevole di Palazzo Madama sulla sua carcerazione. Poi un anno e mezzo di detenzione in carcere, il lungo processo, con la richiesta di condanna a 20 anni di reclusione e l’assoluzione, per ora di primo grado.

    Femia e Cherubino, assolti dopo anni di detenzione

    Ma i due casi più inquietanti arrivano entrambi dalla Locride. Il primo riguarda l’ex sindaco di Marina di Gioiosa Ionica, Rocco Femia, arrestato dalla Polizia di Stato nel maggio 2011, con l’operazione “Circolo Formato”. Secondo l’accusa, Femia sarebbe stato il candidato sindaco sponsorizzato dai Mazzaferro nelle elezioni del 2008. È stato assolto nel marzo 2021, dopo aver trascorso cinque degli ultimi dieci anni in carcere.

    Rocco Femia

    Poco più di un anno dopo, il 6 aprile scorso, la Corte d’Appello di Reggio Calabria ha assolto dall’accusa di associazione mafiosa l’ex consigliere regionale Cosimo Cherubino nell’ambito del processo “Falsa politica” nato da un’inchiesta della Dda di Reggio Calabria contro la cosca Commisso di Siderno. Arrestato nel 2012 e trascorsi 4 anni in carcere, nel 2016, in primo grado, Cherubino era stato condannato a 12 anni dal Tribunale di Locri. I giudici d’appello lo hanno assolto “perché il fatto non sussiste”.

    Cosimo Cherubino

    I simboli che cadono

    Indagini spesso svolte in maniera approssimativa che portano a clamorosi errori giudiziari o, possibilità altrettanto grave, consegnano “patenti” di perseguitati a chi, forse, non la meriterebbe. Così, quindi, viene meno agli occhi di tanti la fiducia nella magistratura, per anni considerata l’unico argine allo strapotere delle cosche. A proposito di simboli che cadono.

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    Mimmo Lucano ascolta i giudici mentre lo condannano a 13 anni e 2 mesi di pena

    Casi a parte sono quelli di due sindaci icone di lotte molto sentite in Calabria. Il primo è quello di Mimmo Lucano, ex sindaco di Riace. Il suo processo d’appello è iniziato da pochi giorno dopo la dura condanna di primo grado, che ha suscitato sdegno e indignazione a livello nazionale.

    E, infine, la vicenda di Carolina Girasole, ex sindaco di Isola Capo Rizzuto, ritenuta una delle roccaforti della ‘ndrangheta. Per anni, Girasole verrà considerata un simbolo della politica che lotta contro la criminalità organizzata. Poi gli arresti domiciliari proprio con l’accusa infamante di connivenza con le ‘ndrine. Girasole verrà assolta definitivamente dalla Cassazione, dopo il ricorso presentato dalla magistratura inquirente, che ha insistito sebbene fosse stata già assolta sia in primo che in secondo grado.

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    Carolina Girasole
  • Occhiuto diffamò Marisa Manzini? Pronto lo scudo dell’immunità

    Occhiuto diffamò Marisa Manzini? Pronto lo scudo dell’immunità

    Le sorti di questa storia – che sarebbe tutta calabrese – si decidono a Montecitorio. Perché se una presunta diffamazione la commette un comune mortale deve andare a difendersi in Tribunale. Se il denunciato è invece un deputato o un senatore allora può scattare lo scudo parlamentare. Anche se l’accusato deputato non lo è più, ma lo era all’epoca dei fatti. Proprio come Roberto Occhiuto.

    Manzini va in Tribunale, ma Occhiuto e Mulè chiedono lo stop

    Il presidente della Regione è uno dei protagonisti della vicenda. L’altro è l’attuale sottosegretario alla Difesa Giorgio Mulè, all’epoca portavoce di Forza Italia alla Camera. A portare in Tribunale – o meglio, a provare a farlo – Mulè e Occhiuto è Marisa Manzini, già procuratrice aggiunta a Cosenza. Il suo atto di citazione risale al 3 dicembre 2019 e il procedimento è attualmente pendente al Tribunale civile di Salerno. Solo che ora della questione si sta occupando la Giunta per le autorizzazioni di Montecitorio. Perché Occhiuto e Mulè hanno chiesto che la Camera «voglia domandare la sospensione del procedimento».

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    Marisa Manzini

    Occhiuto e Mulè si rivolgono alla Giunta dopo il no del giudice

    Il nocciolo della vicenda riguarda l’articolo 68 della Costituzione: «I membri del Parlamento non possono essere chiamati a rispondere delle opinioni espresse e dei voti dati nell’esercizio delle loro funzioni». Il giudice di Salerno a gennaio ha rigettato la richiesta avanzata al Tribunale da Occhiuto e Mulè. I quali invece chiedono che venga loro applicata questa prerogativa costituzionale. E di fronte al diniego ora si sono rivolti alla Giunta della Camera richiamando la possibilità (prevista dalla legge 140/2003) che sia direttamente Montecitorio a chiedere al giudice la sospensione.

    I presunti rapporti tra Manzini, Morra e un maresciallo

    Secondo quanto riportato oggi in un breve articolo sul settimanale cartaceo di Tpi, la Camera sarebbe pronta «a salvarli». Con la motivazione che l’asserita diffamazione sarebbe avvenuta in una conferenza stampa che si è tenuta a Montecitorio. Proprio questa circostanza potrebbe garantire a Occhiuto e Mulè «l’ombrello dell’immunità». I fatti risalgono al 13 maggio 2019. Quando dalla sala stampa di Montecitorio e dalla web-tv della Camera i due deputati, affiancati dalla compianta Jole Santelli, parlarono dei rapporti tra il senatore M5S Nicola Morra, Manzini e un maresciallo della Guardia di finanza.

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    Il presidente della commissione Antimafia Nicola Morra

    L’intercettazione a casa Morra

    L’argomento è tutto cosentino e risale al febbraio del 2018. Ovvero una conversazione con l’ex segretario dell’allora sindaco Mario Occhiuto che Morra avrebbe registrato, a casa sua, portando poi alla Gdf il dvd con l’intercettazione. Ne sarebbe scaturita un’indagine che avrebbe coinvolto il fratello dell’attuale presidente della Regione, poi però assolto dalle accuse che riguardavano alcuni rimborsi per viaggi istituzionali (qui il Quotidiano del Sud fornisce i dettagli della vicenda processuale).

    Occhiuto su Manzini consulente dell’Antimafia

    Nella conferenza stampa romana da cui è scaturita l’azione legale di Manzini proprio Occhiuto (Roberto), secondo la magistrata, avrebbe avuto «il ruolo centrale». In particolare nel sottolineare i tempi insolitamente rapidi con cui Gdf e Procura avevano dato seguito all’iniziativa di Morra. I forzisti accusano: «Il maresciallo a cui ha consegnato il dvd e il pm che ne ha disposto la trascrizione (il riferimento è proprio a Manzini, ndr) sono diventati consulenti dell’Antimafia». Che non all’epoca dei fatti, ma poco dopo e ancora oggi, è presieduta da Morra.

    La sala stampa e l’attività parlamentare

     

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    La conferenza stampa tenuta alla Camera da Santelli, Mulè e Occhiuto

    Nel resoconto della Giunta si legge che un deputato del Pd (Alfredo Bazoli) ha sottolineato «l’esigenza di soffermarsi sulla possibilità o meno di qualificare gli interventi svolti durante la conferenza stampa medesima come attività parlamentare tipica».Il presidente dell’organismo, di FdI, pur «senza volere anticipare l’esame dei profili giuridici o il giudizio nel merito del caso in esame», ha fatto notare che «una conferenza stampa svolta all’interno di una sede istituzionale su temi di rilevanza politica dovrebbe essere comunque qualificata come espressione di attività parlamentare eseguita intra moenia». Non sorprende che si sia detto d’accordo sul punto Carlo Sarro di Forza Italia, che ha richiamato anche il fatto che la conferenza stampa sia stata affiancata da un’interpellanza parlamentare.

    Un lieto fine per Occhiuto e Mulè?

    L’orientamento del centrodestra è, ovviamente, abbastanza chiaro. Non è un dettaglio che dei 21 componenti della Giunta per le autorizzazioni, 11 facciano riferimento a partiti del centrodestra (Fi, Lega, FdI e Coraggio Italia), 8 al centrosinistra (Pd, M5S e LeU) e 2 sono di Italia Viva. L’organismo ha rinviato la trattazione della vicenda a un ulteriore esame. Ma il finale della storia sembra abbastanza scontato.

  • Figoli e il voto a Cirò: «Su di me solo illazioni»

    Figoli e il voto a Cirò: «Su di me solo illazioni»

    Nel servizio giornalistico dal titolo “Vuoi i voti della ‘ndrangheta? E a Cirò cala il silenzio” a firma di Alessia Bausone, leggo quanto segue:
    Oggi si vocifera con insistenza di un suo ritorno a Cirò nella qualità di vicesindaco della futura amministrazione Sculco. Ma solo se il cugino presente in lista, Andrea Grisafi, fosse il più votato tra i candidati. Certamente godrà dell’appoggio del responsabile dell’ufficio finanziario del Comune, lo zio di Dell’Aquila (fratello della madre), Natalino Figoli, recentemente finito nell’occhio del ciclone per presunte irregolarità nel concorso per gli autisti dello scuolabus e, prima ancora, per le tasse universitarie pagate dal Comune (circostanza citata nel decreto di scioglimento). Presente in lista anche una giovane parente del consigliere regionale del M5S, Francesco Afflitto, Martina Virardi con sostegno (almeno virtuale, con “like” social) dell’ex maresciallo dei carabinieri di Cirò, Diego Annibale, a processo per rivelazione di segreto d’ufficio proprio a favore del citato Figoli.

    Non ho subito alcuna condanna penale o civile in riferimento ai fatti elencati ed essendo la responsabilità penale del tutto personale non esiste alcuna ragione per essere coinvolto in fatti di cui sono totalmente estraneo e ignaro.
    Non si capisce inoltre che cosa possa comprovare la segnalata parentela con il figlio di mia sorella con il quale non ho nessun rapporto di lavoro o di relazioni, se non il fatto di essere mio nipote.

    Smentisco che il soggetto citato possa “godere dell’appoggio del responsabile dell’ufficio finanziario del Comune” come erroneamente e falsamente sostenuto, istillando nel lettore il dubbio che il sottoscritto possa compiere atti contrari al normale svolgimento delle proprie mansioni.
    Il tutto è frutto di illazioni e di conclusioni personali della giornalista, con approvazione del direttore responsabile, che non sono provate da nulla e di fatto diffamano la mia reputazione.

    Pertanto valuterò di rivolgermi alle Autorità precostituite a difesa e a tutela della mia onorabilità. Segnalerò inoltre all’Ordine dei Giornalisti Nazionale la condotta priva di ogni deontologia professionale della giornalista citata che mira non a informare il lettore ma a screditare ad arte e mestiere persone, come il sottoscritto.

    Cordialmente,

    Natalino Figoli

     

    *****

    La replica di Alessia Bausone a Natalino Figoli

    L’articolo, come chiunque può appurare dalle frasi che Figoli stesso cita, non gli attribuisce «alcuna condanna penale o civile in riferimento ai fatti elencati», per usare la sua espressione. Né tantomeno instilla dubbi su «atti contrari al normale svolgimento delle proprie mansioni»: dare il proprio eventuale sostegno elettorale a un parente – o avere un nipote – non sarebbe certo reato e sfugge in che modo ciò possa ledere l’immagine di Figoli.

    Ritengo sia curioso l’invio di una richiesta di rettifica proveniente non dalla mail personale dell’interessato ma dalla mail della ragioneria del Comune di Cirò, essendo, in quest’ultimo caso, tra l’altro, obbligatoria per legge (ex art. 53, comma 5 del DPR 445/2000) la protocollazione in digitale di tutte le comunicazioni in uscita, cosa non avvenuta.
    Nel merito, invito il diretto interessato ad una rilettura attenta del servizio giornalistico, che tocca, solo di sfuggita, le simpatie politiche di Figoli, platealmente manifestate nel profilo social Facebook che ha deciso di chiudere dopo la pubblicazione di questo articolo.

    Per meglio precisare fatti afferenti lo stesso Figoli, l’ex comandante dei carabinieri Diego Annibale, citato nel pezzo, risulta rinviato a giudizio per aver rilevato (sempre nell’ipotesi accusatoria al vaglio del Tribunale) informazioni secretate su un procedimento di riabilitazione ex art. 178 c.p. (cioè di “pulitura” del casellario giudiziario a seguito di condanna definitiva o decreto penale di condanna) promosso dallo stesso Figoli a suo favore.

    Inoltre, nella relazione prefettizia (redatta ai sensi dell’art. 143, comma 3, del D.lgs 267/2000 del 6 agosto 2013) in cui emerge la questione delle tasse universitarie pagate dal Comune, si legge chiaramente, anche, che nel 1999 è stata applicata su richiesta delle parti, nei confronti di Figoli, «la pena di reclusione di anni 1 e mesi 10, oltre alla sanzione pecuniaria, tra l’altro per i reati di ricettazione e soppressione di atti veri».
    Inoltre, nel predetto atto, si legge che Figoli, come specificato in relazioni di servizio dell’Arma dei Carabinieri, «è stato notato nel periodo che va dal 1992 al 1995 con esponenti al vertice della cosca cirotana» e che «a prescindere dall’esito giudiziario» questi  incontri hanno «una precisa significatività».

    Certa di aver fatto una operazione di ulteriore chiarezza a favore del pubblico e dello stesso Figoli, continuo con serenità la mia attività di inchiesta.

    Alessia Bausone

  • Istituzioni a porte girevoli, il caso Lamezia: più commissari che sindaci

    Istituzioni a porte girevoli, il caso Lamezia: più commissari che sindaci

    I sindaci, grazie anche ad una legge elettorale diretta che consente agli elettori di personalizzare la scelta, sono i parafulmini di tutte le problematiche di una città. Ma le istituzioni all’interno dello scacchiere politico cittadino giocano di fatto un ruolo ben più importante. L’autorevolezza di un vescovo, l’efficienza di un procuratore della Repubblica e dei dirigenti dei Carabinieri e della Polizia, rappresentano il vero valore aggiunto di una città “ordinata”.

    Il dato storico, fin dalla creazione di Lamezia

    Lamezia Terme è un caso significativo di questo assunto, non fosse altro per il fatto che già la sua stessa legge istitutiva venne favorita nell’approvazione dall’amicizia dell’allora vescovo Luisi con Aldo Moro (cit. storico Vincenzo Villella). Le istituzioni sottoposte ad un turn-over incessante, al di là dei meriti di chi occupa certe postazioni essenziali, sono un dato storico che comporta solo effetti negativi. Vediamo.

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    Una veduta di Lamezia (alla pagina Facebook Città di Lamezia Terme)

    Il recente addio del vescovo

    Dopo quasi tre anni, il vescovo della Diocesi di Lamezia Terme, Giuseppe Schillaci, ha lasciato la città e la comunità religiosa fino ad oggi rappresentata. Arrivato a Lamezia il 6 luglio del 2019, succedendo a Luigi Antonio Cantafora, il 23 aprile ’22 ha salutato tutti per la nuova destinazione di Nicosia. Il suo predecessore Cantafora ha prestato servizio dal 24 gennaio 2004 al 3 maggio 2019. È l’ennesimo turn over di cui fa esperienza Lamezia, una città difficile la cui caratteristica peculiare comincia ad essere questo fenomeno, il continuo avvicendamento nei posti chiave. Sembra quasi che quando qualcuno cominci a capire la città ed entrare dentro le sue problematiche debba o voglia cambiare sede.

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    Mons. Giuseppe Schillaci

    Dai commissari-burocrati al caos Sacal

    In una città sciolta tre volte e alla quale il Ministero degli Interni ha mandato spesso, è ormai storia non cronaca, commissari-burocrati non adeguati (almeno quanto i commissari calabresi alla sanità), il turn over sembra non finire mai. Le istituzioni soffrono di una “conversazione continuamente interrotta” perché gli attori attorno al tavolo cambiano di continuo. La stessa Sacal, l’ente che gestisce gli aeroporti di Lamezia Terme, Reggio Calabria e Crotone, negli ultimi due anni ha avvertito scosse nella governance e l’ultimo manager Giulio De Metrio si è appena dimesso. Nominato nel luglio 2020, era stato scelto dall’allora presidente della Regione, Jole Santelli, puntando su una figura esterna alla Calabria. Con l’arrivo del nuovo presidente Roberto Occhiuto e i nuovi indirizzi nella gestione della società aeroportuale, però, al posto di De Metrio è stato scelto un nuovo manager, Mario Franchini.

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    Gli avvicendamenti nelle forze dell’ordine

    Il Tenente Col. Sergio Molinari a settembre 2020 ha assunto il comando del Gruppo Carabinieri di Lamezia Terme subentrando al Ten. Col. Massimo Ribaudo, che si era insediato a fine agosto 2017. A settembre 2020 ha lasciato la città per altro incarico anche il 32enne Pietro Tribuzio, comandante della Compagnia dei Carabinieri di Lamezia, in città dal settembre 2016. Lo ha sostituito il Maggiore Christian Bruccia, di origini toscane. Un anno dopo, il 24 settembre 2021, viene presentato il maggiore Giuseppe Merola, nuovo comandante del Nucleo investigativo di Lamezia Terme. Il primo dirigente del Commissariato di Polizia di Lamezia Antonino Cannarella arriva l’1 luglio 2021 succedendo al primo dirigente Raffaele Pelliccia designato alla direzione del Commissariato di P.S. di Nola (NA).

    Risultati «brillanti» ma poco tempo

    A quest’ultimo, che era arrivato a Lamezia da Catanzaro a fine gennaio 2020, il Questore, ha spiegato la stampa, “nel corso di una sobria cerimonia di commiato ha dato atto dei brillanti risultati ottenuti dall’Ufficio nel corso della sua, ancorché breve, permanenza, grazie anche al lavoro egregio svolto da tutto il personale che ha saputo dirigere con dedizione e competenza”. Il 25 settembre 2018 dopo oltre cinque anni alla guida del gruppo della Guardia di Finanza di Lamezia Terme, il tenente colonnello Fabio Bianco ha passato il testimone al tenente colonnello Clemente Crisci. Ad ottobre 2020 il tenente colonnello Luca Pirrera diventa il nuovo comandante del gruppo Guardia di Finanza di Lamezia Terme. Subentra al tenente colonnello Giuseppe Micelli, il quale prosegue nell’incarico di comandante del gruppo tutela entrate del nucleo di polizia economico-finanziaria di Catanzaro.

    Tutti amano Lamezia. Ma da lontano

    Il 13 dicembre 2016 Salvatore Maria Curcio, Sostituto Procuratore Generale presso la Corte di Appello di Catanzaro, diventa il nuovo Procuratore Facente Funzione presso la Procura di Lamezia, e il 28 giugno del 2017 diventerà il nuovo Procuratore della Repubblica. “Una decisione veramente sofferta per me ma avvenuta per fare spazio alla mia famiglia che troverò a Bologna”. A dirlo un commosso Domenico Prestinenzi nella sua breve cerimonia di commiato, che dopo quattro anni si congeda dalla Procura e dal Tribunale lametino. Al suo posto, sin quando non sarà nominato il sostituto, andrà Luigi Maffia. Prestinenzi ha svolto il suo ruolo a Lamezia dal 2012 ed era subentrato a Salvatore Vitello andato prima a ricoprire il ruolo di vice capo di Gabinetto del Ministro della Giustizia e poi il ruolo di Procuratore di Siena. Alla guida della procura lametina per tre anni, dal 2009 al 2012, poi vice capo gabinetto al Ministero della Giustizia, poi Procuratore capo a Siena, Salvatore Vitello si sente legato da un vincolo d’affetto alla città di Lamezia, “una città che sente come sua”. Tutti amano Lamezia, ma da lontano.

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    Il procuratore Curcio durante una conferenza stampa con i vertici della Guardia di finanza (foto da Lameziainforma.it)

    A Lamezia più commissari che sindaci

    Intanto la commissione toponomastica insediata dal consiglio comunale, oltre a decidere a chi intitolare la sala consiliare, che oggi si tiene in quella che de facto è la Sala Giorgio Napolitano, dal nome del Presidente che la inaugurò, potrebbe già pensare a come ricordare i nomi dei commissari prefettizi che hanno governato la città tra uno scioglimento e un altro. Dotati di poteri incontrollati essi hanno di fatto amministrato la città, sorta il 4 gennaio 1968, molto più in profondità dei 19 sindaci eletti dal popolo. In tutto sono stati 28, eccoli:

    • Gaetano Fusco e Treno Di Mauro dal 15/11/1968 al 9/10/1970
    • Orfeo Capilupi, Giuseppe Malena, Rocco Carotenuto, Giovanni Lombardo,
      Lucio Messina, dal 30/9/1991 al 21/11/1993
    • Raffaele Milizia, dall’ 8/7/1974 al 1/8/1975
    • Giovanni Manganaro, dal 20/12/1980 al 22/4/1982
    • Corrado Perricone, dal 3/12/1985 all’11/9/1986
    • Sebastiano Cento, Benito Greco, Pietro Lisi, Massimo Nicolò, Dino Mazzorana,
      dal 20/2/2001 al 13/5/2001
    • Sebastiano Cento, Concetta Malacaria, Elena Scalfaro, Giorgio Criscuolo, Paolo
      Pirrone, Mario Tafaro, Giorgio Bartoli, dal 5/11/2002 al 4/4/2005
    • Francesco Alecci, Maria Grazia Colosimo, Desiree D’Ovidio, Rosario Fusaro, dal
      24/11/2017 al 15/10/2021
    • Giuseppe Priolo, Luigi Guerrieri, Antonio Calenda, dal 16/12/2020 sino al 15/10/21

    La contesa milionaria tra il Comune e Noto

    Basti pensare alla vicenda Icom. Solo nel maggio 2017 con la sentenza della Corte di Cassazione, favorevole per il Comune di Lamezia, si concluse definitivamente la spinosa vicenda contro la società di Floriano Noto sulla mancata realizzazione dell’Outlet Center in via del Progresso, denominato “Borgo Antico”. Una vicenda sorta nei due anni e mezzo tra il 2002 e il 2005 (in cui il team commissariale Criscuolo ed altri aveva amministrato la città) e sfociata nella sentenza di primo grado del dicembre 2013. Conteneva una condanna del Comune di Lamezia a un risarcimento ultramilionario che avrebbe letteralmente decretato il fallimento economico della città, sventato in extremis dal sindaco Speranza. Una storia davvero incredibile riassumibile in poche parole: il terreno oggetto del contenzioso fu venduto dal vecchio proprietario per 50mila euro, ma lo stesso appezzamento venne riacquistato solo un mese dopo dall’ing. Noto per la cifra di 4 milioni e 800 mila. Il terreno era agricolo, per il Prg vigente, non edificabile o lottizzabile, inutilizzabile per altre destinazioni, come mai acquistò così tanto valore in poco tempo?

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    L’ex sindaco di Lamezia, Gianni Speranza

    La lotta in difesa del Tribunale

    L’unica eccezione positiva in questo quadro di turn over incessante è rappresentato da Giovanni Garofalo, il nuovo presidente del Tribunale di Lamezia Terme dal luglio 2021, che ha occupato il posto lasciato nel settembre 2020 da Bruno Brattoli andato in pensione e che era arrivato, da Roma, il 19 settembre 2012. Brattoli è stato alla guida del Tribunale per otto anni e si era insediato nel Palazzo di giustizia lametino in un periodo non facile, perché “si lottava” contro la sua paventata chiusura. L’allora presidente plaudì la forza dimostrata dai lametini, interni o esterni al Tribunale, che ne scongiuravano la chiusura con proteste, sit-in e flash mob. Prima di tutti il futuro sindaco avvocato Paolo Mascaro. Prima di Garofalo a ricoprire le funzioni di presidente f.f. è stata la dottoressa Emma Sonni. Il nuovo presidente Gianni Garofalo proviene dal Tribunale di Cosenza ma ha fatto il giudice al Tribunale lametino dal maggio 1991 all’aprile 2000. La cerimonia di insediamento è avvenuta nell’aula intitolata a Giulio Sandro Garofalo, padre del nuovo presidente.

    https://www.ansa.it/calabria/notizie/2021/07/07/giustiziagianni-garofalo-nuovo-presidente-tribunale-lamezia_898d5cfa-a75a-4216-8530-b8f5a877f31c.html

    L’alternanza tra Mascaro e… Mascaro

    Se l’avvicendamento nei posti chiave delle istituzioni è una costante lametina, non può sorprendere per niente la vicenda Mascaro, il sindaco che i lametini hanno eletto già due volte, nel 2015 e nel 2019, e che però sta amministrando alternandosi con i commissari prefettizi che nominano. Anche al Comune le porte sono girevoli, si entra e si esce come nelle commedie di Georges Feydeau. La prima volta vinse il 31 maggio 2015 sul medico Tommaso Sonni, con oltre 16mila voti e quasi il 60% delle preferenze. Ma già due anni dopo, il 22 novembre 2017, arrivò il definitivo scioglimento dell’Ente per presunte infiltrazioni mafiose emerse in seguito all’operazione antindrangheta “Crisalide” contro le cosche Cerra-TorcasioGualtieri.

    L’onta del commissariamento

    Sarebbe bastato (adoperando il senno di poi) che nel giugno 2017 (senza aspettare novembre), allorché arrivò la commissione d’accesso al Comune, il sindaco Mascaro si fosse dimesso, obtorto collo e per protesta, per evitare alla città la lunga litania dei commissari. Nel giro di pochi mesi sarebbero state indette nuove elezioni, Mascaro si sarebbe presentato di nuovo e avrebbe ancora vinto facile magari lamentando il solito complotto. Invece no. Prima subisce l’onta (lui e la città) del terzo scioglimento per mafia, e poi comincia a chiedere ragione per via giudiziaria. Tutto lecito ma a spese di una città che resta attonita a guardare.

    Il record di entrate e uscite dal Comune

    Una prima vittoria di Pirro l’assapora quando il Tar del Lazio il 22 febbraio 2019 annulla lo scioglimento del Comune. “Riscattato l’onore di una città”, esulta su Facebook il sindaco. “Merito di una magistratura che ha combattuto e combatte la criminalità debellandola e sconfiggendola, di una comunità che ha contrastato e contrasta quotidianamente il malaffare, di tante donne e uomini liberi che dedicano e sacrificano, con coraggio e passione, la loro vita per il territorio che amano”. Ma tutto passa perché l’11 aprile la sospensiva accolta dal Consiglio di Stato presentata dall’Avvocatura contro la sentenza del Tar lo costringerà a lasciare per una seconda volta la guida della città. Insomma, una pratica che Mascaro già nel 2017 poteva definire con una dignitosa ritirata “tattica”, pur gridando ai quattro venti la sua estraneità alle vicende accusatorie, si trascina, ai danni della città, sino a metà ottobre 2021. Con un record di entrate e uscite dal Comune per quattro volte in meno di sei anni. Può un’amministrazione comunale calabrese sopravvivere ad un turn-over (o ad uno choc-stress) come questo?

    Mascaro festeggia la seconda vittoria elettorale nel dicembre del 2019

    La seconda vittoria e il “complotto”

    Il “complotto” contro Lamezia, secondo i sostenitori del sindaco, fa registrare la seconda tappa in data 25 novembre 2019. Quando l’avvocato Mascaro batte l’amico Ruggero Pegna con quasi il 70% delle preferenze. È la sua seconda vittoria dopo quella del 2015. A dicembre dello stesso anno i lametini dunque vedono tornare il sindaco per la terza volta in poco più di quattro anni a palazzo Madamme.

    Il nuovo stop e a Lamezia tornano i commissari

    Ma non è ancora finita perché passa un anno e il 16 dicembre del 2020 il Comune viene nuovamente commissariato. Il Tar dispone infatti la ripetizione del voto in sole 4 sezioni. Allora, mentre si discutevano confusamente i problemi di convalida di qualche consigliere comunale per pregresse posizioni debitorie nei confronti del Comune, nessuno credeva che il ricorso presentato dagli oppositori Massimo Cristiano e Silvio Zizza (M5S) per il riconteggio dei voti potesse essere accolto. E invece le vicende di una scheda ballerina fanno ottenere dal Tar la sentenza che sancisce (sia pure in modo parziale) il riconteggio dei voti in 4 sezioni (su 78). Una sentenza, quella del Tar, confermata a maggio 2021 dal Consiglio di Stato (a cui si era rivolto solo Zizza).

    Quattro volte sindaco in meno di sei anni

    Niente che in pratica possa sovvertire la vittoria del sindaco Mascaro. Ma è una ulteriore perdita di tempo per consentire il mini turno elettorale, dove si recano a votare (il 3 e 4 ottobre 2021) 1.113 elettori su 2.255 aventi diritto. Trecento giorni dopo lo scioglimento disposto dal Tar per brogli elettorali in 4 sezioni, l’avvocato Paolo Mascaro torna sindaco. È la quarta volta in meno di sei anni, un record. Nel bilancio di fine mandato, il commissario Giuseppe Priolo passando a lui le consegne, ha messo in risalto le “potenzialità di una grande città come Lamezia che per la posizione che occupa e per le infrastrutture dovrebbe essere la capitale della Calabria“. Bontà sua.

    Francesco Scoppetta
    Scrittore ed ex dirigente scolastico

  • Rende non è come Gomorra: assolto Principe, ora sono lacrime e paradossi

    Rende non è come Gomorra: assolto Principe, ora sono lacrime e paradossi

    L’assoluzione, poi le lacrime di commozione dell’assolto più importante: Sandro Principe.
    Tutto questo, adesso, è cronaca che impazza per la rete e di cui si attendono approfondimenti già nelle prossime ore.
    Ma, alla fine di un’inchiesta cominciata nella prima metà del decennio scorso e di un processo di primo grado iniziato quattro anni fa, resta un dato: il “Sistema Rende” non esiste.
    Non, almeno, come lo aveva ipotizzato la Dda di Catanzaro.

    Rende non è come Gomorra: assolto Principe, ora sono lacrime e paradossi
    Umberto Bernaudo, ex sindaco di Rende

    Non erano collusi con la ‘ndrangheta

    Secondo il collegio giudicante – presieduto da Stefania Antico e composto da Urania Granata e Iole Vigna – Principe, l’ex sindaco di Rende Umberto Bernaudo e l’ex assessore Pietro Paolo Ruffolo, non sono stati collusi con la ’ndrangheta cosentina, non hanno sollecitato voti né hanno fatto favori alle cosche. In termini giudiziari: il fatto non sussiste.
    Discorso più sfumato per Giuseppe Gagliardi, ex consigliere comunale di Rende ed ex assessore provinciale, finito a giudizio solo per corruzione elettorale e assolto anche lui.

    Rende non è come Gomorra: assolto Principe, ora sono lacrime e paradossi
    Pietro Paolo Ruffolo, ex assessore del Comune di Rende

    Rende non è Gomorra

    Rende non è Gomorra, sebbene il processo Sistema Rende avesse già i suoi condannati, tutti attraverso il rito abbreviato.
    Si tratta di Adolfo D’Ambrosio e Michele Di Puppo, ritenuti affiliati al clan Lanzino-Rua (quattro anni e otto mesi a testa), dell’ex consigliere regionale Rosario Mirabelli e di Marco Paolo Lento (due anni a testa).
    Rende non è Gomorra, tuttavia le cosche – e tutto il clima di veleni che ne accompagna la sola presenza – hanno pesato non poco nella vita (non solo politica) della città del Campagnano, ritenuta a lungo un modello civile e urbanistico.

    Rende non è come Gomorra: assolto Principe, ora sono lacrime e paradossi
    Giuseppe Gagliardi, ex consigliere comunale a Rende ed ex assessore provinciale

    Sistema Rende

    I preliminari dell’inchiesta Sistema Rende sono iniziati nel 2012, subito dopo l’arresto di Ettore Lanzino, boss e “primula” delle cosche cosentine, beccato dai carabinieri del Ros proprio in un appartamento di Rende.
    L’arrivo della Commissione d’accesso antimafia in municipio fu questione di pochi mesi. E da quel momento in avanti prese il via uno stillicidio pesantissimo, a livello politico e poi giudiziario.
    Sono coincidenze, ci mancherebbe. Ma è doveroso rilevarle comunque: nel 2013, mentre la Commissione spulcia le carte del Comune, il sindaco Vittorio Cavalcanti, sostenuto (o, se si preferisce, imposto) da Principe, getta la spugna e Rende finisce commissariata.
    L’anno successivo, arrivano altri due stop per Principe: nella primavera 2014 i riformisti perdono clamorosamente contro la coalizione di centrodestra, guidata da Marcello Manna, e nell’autunno seguente il Pd nega la ricandidatura dello stesso Principe al Consiglio regionale.
    In tutto questo hanno pesato i sospetti di mafiosità? Impossibile dirlo. Ma occorre ricordare che l’inchiesta Sistema Rende ricostruisce gli ultimi anni ruggenti della leadership di Principe, che tocca il culmine nelle provinciali del 2009, con l’elezione di Ruffolo, Bernaudo e Gagliardi, e nelle amministrative del 2011, quando Cavalcanti diventa sindaco al posto di Bernaudo.

    Voti infetti?

    Secondo le ipotesi dell’accusa, rappresentata nel processo dall’attuale procuratore capo di Paola Pierpaolo Bruni, i voti delle cosche avrebbero avuto il loro ruolo in questi exploit. E, viceversa, gli amministratori di Rende avrebbero agevolato non poco le “coppole”.
    Queste accuse hanno raggiunto il massimo nel 2016, con l’arresto eccellente di Principe, poi revocato dal Riesame. Rende, a partire da quell’anno, non è più l’isola felice.

    Il paradosso Lanzino

    Nel 2012, quando finì in manette Ettore Lanzino, Marcello Manna non pensava di candidarsi a sindaco di Rende. Si limitava a fare manifestazioni coi Radicali e navigava in quell’area liberalsocialista a cavallo tra centrodestra e centrosinistra.
    Soprattutto, era l’avvocato di Lanzino, che avrebbe difeso fino al 2018, cioè fino al rinvio a giudizio di Principe.
    Ovviamente non c’è alcuna relazione tra la professione (e gli assistiti) e il ruolo politico di Manna. È solo un paradossale gioco di porte girevoli, grazie al quale un leader finisce in manette per presunte collusioni con un boss e l’avvocato di quest’ultimo gli fa le scarpe a livello politico.
    Di più non è possibile (né bello) dire, perché c’è di mezzo la democrazia. E la democrazia dice che i rendesi hanno scaricato da otto anni in qua il meccanismo politico creato da Principe.

    Il paradosso salernitano

    Il discorso è speculare per Marcello Manna, su cui pende tuttora la richiesta di rinvio a giudizio per corruzione in atti giudiziari presso il Tribunale di Salerno per la nota vicenda dell’ex giudice Marco Petrini.
    Questa vicenda, sia chiaro, riguarda l’attività professionale di Manna e non il suo ruolo di sindaco. Che sia così lo hanno ribadito i magistrati che si occupano di questo delicatissimo procedimento, con la conferma dell’interdizione dall’esercizio dell’avvocatura a Manna, ma senza alcuna conseguenza politica. Una beffa del destino.

    Rende non è come Gomorra: assolto Principe, ora sono lacrime e paradossi
    Il sindaco di Rende, Marcello Manna (foto Alfonso Bombini)

    Le porte girevoli

    Marzo è il mese pazzo per eccellenza. Ma maggio può fare scherzi peggiori. Il mese è iniziato con tre scenari possibili.
    Il primo: proscioglimento di Manna e condanna di Principe. Quest’ipotesi avrebbe comportato senz’altro la fine del riformismo rendese e avrebbe fatto colare un bel po’ di fango anche sulle sue innegabili realizzazioni
    Secondo scenario: proscioglimento di Manna e Principe. Ormai è un’ipotesi astratta, anche se bella. Se si fosse realizzata, tutto sarebbe finito in un pari e la parola sarebbe ritornata alla politica.
    Terzo scenario: assoluzione di Principe e rinvio a giudizio di Manna. Non ci si pronuncia per elementare e doveroso garantismo. Tuttavia, visto che Manna ancora non ha deciso se optare per il rito abbreviato o per quello ordinario, quest’ipotesi è quasi certa e potrebbe rimescolare non poche carte.
    Di sicuro il sindaco ne uscirebbe indebolito di fronte al tribunale dell’opinione pubblica, l’unico che conti per un politico. Principe, al contrario, si rafforzerebbe. Anche a dispetto di alcune figuracce (ricordate la storia del “lazzo”?) che gli sono costate le elezioni del 2019 e che sono passate di prepotenza negli annali del trash.

    Rende non è come Gomorra: assolto Principe, ora sono lacrime e paradossi
    Una veduta aerea di Rende

    La città nel mezzo

    Stanco, commosso e insolitamente pacato, Sandro Principe ha rilasciato una dichiarazione un po’ confusa non appena lui e i suoi sodali sono stati assolti con formula piena.
    Ma nel mezzo di questa vicenda decennale, iniziata con un arresto eccellente, e trascinatasi tra tante contraddizioni, resta Rende, che non è più quella degli anni d’oro.
    Il bilancio non è evaporato come quello di Cosenza, ma resta a forte rischio e la fama di oasi è un ricordo.
    La città è passata da “modello” a “sistema” e resiste come può al declino, che c’è anche se è meno visibile rispetto al resto dell’area urbana.
    Tuttavia, la sentenza di primo grado emessa dal Tribunale di Cosenza fa chiarezza su un punto: la poltrona di sindaco a Rende non scotta più. E di questi tempi non è poco…

  • Mimmo Lucano, al via l’appello

    Mimmo Lucano, al via l’appello

    Non è in aula Mimmo Lucano quando, poco dopo le 10, prende formalmente il via il processo d’appello che lo vede coinvolto assieme ad altri 17 imputati. «Non cerco alibi ma non rinnego niente di quanto ho fatto. Credo nella giustizia, ma nella giustizia degli ultimi, in quella giustizia che una volta si chiamava giustizia proletaria»: dal palco di una manifestazione targata Cgil a Chiaravalle, l’ex sindaco di Riace continua a tirare dritto per la sua strada. Rivendica il lavoro fatto nel “laboratorio” del paese dell’accoglienza. E difende alcune scelte – come quella di non allontanare i migranti alla scadenza dei sei mesi previsti dai regolamenti dei progetti d’accoglienza – che gli sono costate, almeno in parte, la pesante condanna emessa dal Tribunale di Locri.

    Entrerà comunque nel vivo solo nell’udienza del prossimo 6 luglio il processo di secondo grado relativo all’indagine Xenia. Sarà allora che i giudici relazioneranno sulle posizioni dei presunti capi dell’associazione a delinquere che avrebbe compiuto «un arrembaggio» fatto di «meccanismi illeciti e perversi, fondati sulla cupidigia e sull’avidità» sulle risorse che arrivavano in paese per i numerosi progetti di inclusione e accoglienza che avevano fatto di Riace un miracolo da studiare all’università.

    La condanna

    Saranno i giudici di piazza Castello a decidere se, come dicono le oltre 900 pagine di motivazioni alla sentenza del primo giudice, Mimmo Lucano sarebbe a capo di «un’organizzazione tutt’altro che rudimentale che rispettava regole ben precise a cui tutti puntualmente si assoggettavano». Un’associazione che avrebbe agito alle spalle degli stessi migranti, riducendo l’intero progetto «a forma residuale e strumentale… così alimentando gli appetiti di chi poteva fare incetta di quelle somme senza alcuna forma di pudore».

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    Mimmo Lucano ascolta i giudici mentre lo condannano a 13 anni e 2 mesi di pena

    Motivazioni pesanti come macigni e attraverso cui, il collegio locrese ha determinato, nei confronti di Lucano, una condanna a 13 anni e rotti di carcere per i reati di associazione a delinquere, falso in atto pubblico, peculato, abuso d’ufficio e truffa: 21 reati contenuti in 10 capi d’accusa (sui 16 totali di cui era imputato). Una condanna andata ben oltre le richieste dei pm dell’accusa, che in sede di requisitoria avevano avanzato per l’ex sindaco una richiesta a 7 anni e 10 mesi di reclusione. E che di fatto ha scritto la parola fine sull’intero progetto d’accoglienza che, scrivevano i giudici di primo grado, si era ridotto ad un “baraccone” «per alimentare l’immagine di politico illuminato che egli ha cercato di dare di sé ad ogni costo».

    Mimmo Lucano in appello

    E se durissime erano state le motivazioni redatte dal collegio locrese, altrettanto dura era stata la richiesta d’Appello presentata dai legali dell’ex primo cittadino di Riace, Giuliano Pisapia e Andrea Daqua, che quella stesa sentenza l’avevano bollata come «macroscopicamente deforme rispetto a quanto emerso in udienza». Ben 140 pagine di argomentazioni dettagliatissime che il collegio difensivo del “curdo” aveva utilizzato per provare a smontare pezzo per pezzo la verità venuta fuori dal primo grado di giudizio. Sia dal punto di vista del riscontro politico che da quello giudiziario.

  • Rocco Morabito, il Brasile conferma l’estradizione del re della coca

    Rocco Morabito, il Brasile conferma l’estradizione del re della coca

    Rocco Morabito deve tornare in Italia. La prima sezione della Corte suprema federale (Stf) del Brasile ha confermato l’autorizzazione all’estradizione del narcotrafficante della ‘Ndrangheta. Morabito, detto U Tamunga, era uno dei criminali più ricercati al mondo. La notizia dell’estradizione del boss arriva dall’Agência Brasil. Rocco Morabito, dopo una rocambolesca fuga da un carcere uruguaiano, era stato arrestato nel maggio dello scorso anno dalla Polizia federale a João Pessoa. Da quel momento è rimato dietro le sbarre del penitenziario federale di Brasilia.

    Rocco Morabito scortato dalla polizia federale brasiliana

    Un primo ok all’estradizione era arrivato a marzo di quest’anno. Ieri il tribunale ieri ha confermato quanto già deciso. Respinto il ricorso dei legali della difesa di Rocco Morabito che avevano sostenuto l’illegittimità delle procedure. Unanime il rigetto dell’istanza da parte dei giudici, che hanno quindi disposto la fine del processo di estradizione. Ora sarà il governo federale a consegnare il boss alle autorità italiane.

    Nella sentenza la Corte suprema brasiliana ha ricordato all’Italia che dovranno essere rispettati alcuni requisiti previsti dalle leggi brasiliane. In primis, la sottrazione da una eventuale condanna della detenzione già scontata in Brasile e l’applicazione di una pena massima di 30 anni di carcere. I nostri tribunali avevano già condannato in più occasioni Morabito, affibbiandogli oltre 100 anni di reclusione per traffico internazionale di droga.

  • Delle Chiaie a Capaci? I legami oscuri del leader di Avanguardia Nazionale

    Delle Chiaie a Capaci? I legami oscuri del leader di Avanguardia Nazionale

    Sono passate appena poche ore dalla messa in onda della puntata che Report ha dedicato ai 30 anni dalla strage di Capaci. Gli uomini della Direzione Investigativa antimafia bussano alla porta del giornalista Paolo Mondani. Inviati dalla Procura di Caltanissetta, gli uomini della DIA perquisiscono l’abitazione del giornalista e sequestrano atti riguardanti l’inchiesta nella quale si evidenziava la presenza di Stefano Delle Chiaie, leader di Avanguardia nazionale, sul luogo dell’attentato di Capaci.

    L’inchiesta di Report e Delle Chiaie

    Nel corso della perquisizione, gli investigatori hanno cercato atti sul cellulare e sul pc di Mondani. Una scelta forte, quella dei magistrati, che arriva all’indomani dell’inchiesta di Report. E che riaccende le polemiche sulla tutela delle fonti che dovrebbe essere sempre garantita ai giornalisti.

    La procura di Caltanissetta, attraverso il capo dell’ufficio Salvatore De Luca, ha precisato che la perquisizione «non riguarda in alcun modo l’attività di informazione svolta dal giornalista (che non sarebbe indagato, ndr), benché la stessa sia presumibilmente susseguente a una macroscopica fuga di notizie, riguardante gli atti posti in essere da altro ufficio giudiziario».

    Riecco “Er Caccola”

    Nel giorno del trentennale della strage di Capaci, con la puntata “La bestia nera”, Report ha provato ad aggiungere un tassello di verità. Almeno a porre domande e instillare dubbi sui mandanti esterni, su quelle connivenze tra mondi diversi e occulti che avrebbero animato la strategia stragista che, nel 1992, toccherà il culmine con le stragi di Capaci e via D’Amelio in cui perderanno la vita i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

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    I giudici Falcone e Borsellino uccisi dalla mafia

    E spunta fuori il nome di Stefano Delle Chiaie. Anzi, rispunta. Sì perché Delle Chiaie entra ed esce da inchieste giornalistiche e giudiziarie da decenni. Deceduto nel 2019, si tratta di uno dei soggetti più oscuri della storia d’Italia. Detto “Er Caccola”, è stato accostato a stragi di matrice terroristica, alla P2 di Licio Gelli e alla criminalità organizzata. Con la sua inchiesta, Report ipotizza e sospetta legami con Cosa Nostra e fatti siciliani. Ma da anni sono presenti agli atti elementi che collegherebbero Delle Chiaie alla ‘ndrangheta.

    Il summit di Montalto

    Uno dei primi a parlarne è il collaboratore di giustizia Stefano Serpa, uomo influente della ‘ndrangheta degli anni ’70 e ’80. Serpa colloca Delle Chiaie in Calabria in uno degli eventi più iconici della storia della criminalità organizzata calabrese.

    Un summit di ’ndrangheta. Anzi, probabilmente il summit di ’ndrangheta per eccellenza. Cui, però, stando al racconto del collaboratore partecipano anche elementi importanti della Destra eversiva, quali Stefano Delle Chiaie, appunto. Ma anche Pierluigi Concutelli, esponente di spicco della Destra eversiva e condannato per l’omicidio del giudice Vittorio Occorsio, avvenuto il 10 luglio 1976 a Roma, col movente di impedire al magistrato di proseguire le proprie delicate indagini sul terrorismo nero.

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    Pierluigi Concutelli

    Una riunione fondamentale nella storia della ’ndrangheta, perché si incastra proprio negli anni più caldi della storia di Reggio Calabria, quelli della rivolta del Boia chi molla. Borghese, Delle Chiaie, Concutelli e gran parte della colonna di destra eversiva del tempo a Reggio Calabria, in quegli anni, sarebbero stati di casa.

    La circostanza viene raccontata anche da Carmine Dominici, ex membro di spicco di Avanguardia Nazionale, poi divenuto collaboratore di giustizia: «Vi fu, nel settembre 1969, un comizio del principe Borghese a Reggio Calabria che fu proibito dalla Polizia. In quell’occasione c’era anche Delle Chiaie e il divieto da parte della Questura provocò scontri a cui tutti partecipammo. Vi fu anche un assalto alla Questura per protesta».

    Delle Chiaie e la ‘ndrangheta

    Ma non si tratterebbe solo di politica. Anche perché Serpa non è l’unico collaboratore di giustizia che tira in ballo Delle Chiaie e la sua vicinanza, non solo al territorio calabrese, ma anche alla ‘ndrangheta.  A parlare, infatti, è uno dei collaboratori di giustizia storici: quel Giacomo Ubaldo Lauro che, insieme a Filippo Barreca, sarà tra le principali fonti dei giudici che imbastiranno il maxiprocesso “Olimpia”.

    Le dichiarazioni di Lauro, quindi, aprono squarci di luce (che, va detto, non avranno particolari sbocchi di natura giudiziaria) sul legame tra ’ndrangheta e Destra eversiva: «[…] nell’epoca dei moti di Reggio, io capitai due volte detenuto nella stessa cella, lo presi con me a Carmine Dominici. Una volta perché aveva messo una bomba, e che poi è stato assolto da questa bomba e fece un paio di mesi, un’altra volta per il sequestro Gullì assieme a Domenico Martino. Dalla bocca di Carmine Dominici […] mi disse a parte che io lo sapevo già che “Er Caccola” non mi ricordo ora come si chiama dunque Delle, Delle Chiaie era stato a Reggio nel ’70 ospite, ospite suo di lui e di Fefè Zerbi».

    Zerbi, Delle Chiaie e De Stefano

    Il marchese Genoese Zerbi era, a detta di tutti, il coordinatore dei gruppi di estrema destra in quel periodo assai caldo vissuto dalla città, in lotta dopo l’assegnazione del capoluogo di regione a Catanzaro. Una rivolta che, secondo taluni, avrebbe subito la strumentalizzazione della ‘ndrangheta, in un accordo tra gruppi estremisti e boss. Stando al racconto di Lauro, Delle Chiaie ebbe contatti con la ’ndrangheta e, in particolare, proprio con Paolo De Stefano, in quel periodo capo della famiglia che, più di tutte, avrebbe modernizzato la ‘ndrangheta grazie ai suoi rapporti promiscui: «Nella seconda carcerazione […] io mi ritrovai detenuto dal ’79 e c’era anche lui. […] Da Dominici seppi che […] praticamente Fefè Zerbi fece conoscere a Delle Chiaie a Paolo De Stefano e ad altri […]».

    L’uomo dei misteri

    Nomi che si intrecciano con la storia più oscura d’Italia, fatta di complotti, accordi e trame messi in atto tra Destra eversiva, criminalità organizzata e Servizi Segreti deviati. Delle Chiaie è uno dei personaggi più controversi della storia d’Italia. Fondatore di Avanguardia Nazionale, movimento della Destra eversiva negli anni Settanta, Delle Chiaie si segnala per la propria appartenenza a organizzazioni e movimenti di natura fascista fin dagli anni Sessanta. Particolarmente inquietanti sono i contatti con il Fronte Nazionale del principe Junio Valerio Borghese. Sì, proprio l’ex gerarca fascista promotore di un tentato colpo di Stato nella notte tra il 7 e l’8 dicembre del 1970.

    Junio Valerio Borghese

    Un dato molto significativo, emerge dalla sentenza della Corte d’Assise di Bologna sulla strage della Stazione, che condanna i neofascisti Giusva Fioravanti e Francesca Mambro: «Stefano Delle Chiaie si muove con grande disinvoltura nell’Argentina dominata dal regime militare. Da latitante qual è, frequenta liberamente vari ambienti e compare a cena a fianco del console italiano. Reduce dall’esperienza cilena, dopo un primo momento di difficoltà, comincia a prosperare, raggiungendo l’apice della sua fortuna nel periodo in cui le forze governative argentine – il che, tenuto conto di quella realtà, equivale a dire gli apparati militari – appoggiano, assieme a quelle cilene, il colpo di Stato militare boliviano». La sua presenza in Sud America si registra già con la vicinanza al regime di Augusto Pinochet alle riunioni della Dirección Nacional de Inteligencia (DINA) di Manuel Contreras e in seguito nell’Operazione Condor per la persecuzione dei dissidenti.

    Delle Chiaie e Licio Gelli

    Ma, come paventato peraltro anche dalla trasmissione Report, Delle Chiaie sarebbe stato vicino anche ad ambienti occulti. E, in particolare, alla P2 di Licio Gelli, quel progetto massonico e criminale che doveva sovvertire l’ordine costituito in Italia.  Per questo, scrivono infine i giudici di Bologna «“il collegamento Gelli-Delle Chiaie non si presenta come una possibilità, più o meno plausibile, ma costituisce una necessità logica».

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    La sala d’attesa della stazione di Bologna sventrata dalla bomba

    Il nome di Delle Chiaie è stato accostato alle grandi stragi degli anni Settanta, come piazza Fontana o Bologna, e a omicidi eccellenti, come quello del giudice romano Vittorio Occorsio, ma i processi lo hanno sempre visto assolto per “non aver commesso il fatto” o per “insufficienza di prove”.

    I “Sistemi Criminali”

    Entra ed esce da inchieste giudiziarie da decenni. E fa parlare di sé anche ora che è deceduto da circa tre anni. Spiccava la sua presenza tra gli indagati dell’inchiesta sui Sistemi Criminali, condotta alcuni anni fa dal pubblico ministero Roberto Scarpinato sulla strategia della tensione dei primi anni Novanta, ma sfociata in un’archiviazione complessiva per personaggi del calibro del gran maestro della P2, Licio Gelli, i boss mafiosi Totò Riina e i fratelli Graviano, l’avvocato mafioso Rosario Pio Cattafi, altro soggetto che lega il proprio nome ad alcune delle vicende più oscure d’Italia.

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    L’avvocato Paolo Romeo

    Ma anche l’avvocato Paolo Romeo, avvocato reggino condannato in via definitiva per mafia nel processo Olimpia e considerato un’eminenza grigia delle dinamiche ’ndranghetiste, condannato in primo grado a 25 anni nel maxiprocesso “Gotha”. Quanto all’inchiesta “Sistemi Criminali”, invece, sarà la stessa accusa a richiedere l’archiviazione.

    Le accuse respinte dalla moglie di Delle Chiaie

    Un altro processo da cui Delle Chiaie uscirà pulito. L’ennesimo. Come quello per la strage di Bologna, che ha visto recentemente la condanna di Paolo Bellini. L’inchiesta di Report tira in ballo anche lui. «Tutta l’inchiesta si fonda su una dichiarazione fatta in un colloquio investigativo di 30 anni fa, che quindi non può essere utilizzata. Il mio assistito è stato implicato in quella storia nel ’92, ’93 ed esaminato da Giovanni Melillo, oggi procuratore nazionale antimafia. Lo vogliono rimettere in mezzo? E lo rimettano in mezzo. Ma, ricordiamolo, è stato archiviato» afferma l’avvocato di Bellini.

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    I funerali di Stefano Delle Chiaie

    E anche Delle Chiaie ha sempre respinto al mittente le accuse. Così come i riferimenti effettuati da diversi collaboratori di giustizia agli intrecci con la ’ndrangheta. Ora, deceduto da quasi tre anni, secondo qualcuno ha portato con sé tanti segreti. Secondo altri, invece, non può più difendersi e quindi lo infangano. Lo afferma Carola Delle Chiaie, moglie e vedova dell’ex avanguardista: «Una formazione che si può accusare di tante cose, ma non di connessioni con gentaccia come la mafia e tanto meno con la massoneria, che mio marito detestava come poche altre cose», dice. E conclude: «Si permettono di inserirlo in uno scenario incredibile. Dopo quanti anni scoprono che Delle Chiaie era a Capaci, che addirittura ha dettato la strategia delle stragi? È una follia, non c’è altra spiegazione».