Tag: cosenza

  • Guarascio, il signore dei rifiuti andato nel pallone

    Guarascio, il signore dei rifiuti andato nel pallone

    Non ci sono più gli imprenditori di una volta. In provincia è finito il tempo in cui qualcuno inventava un prodotto o un servizio, lo lanciava sul mercato e se aveva successo ne traeva profitto, dando lavoro in maniera più o meno onesta a un po’ di persone. Dalla fine dello scorso millennio ovunque si è affermata una nuova leva di aziende che fanno dell’intermediazione il loro punto di forza. Assorbono risorse pubbliche per ruminarle in attività indipendenti dalla forbice tra domanda e offerta. In Messico li chiamano “coyote”.

    Le fonti di energia più o meno rinnovabili, lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani, il calcio e la sanità hanno tra di loro qualcosa in comune. Essendo beni e servizi che comportano una domanda inesauribile, le imprese impegnate in questi settori possono dettare le condizioni dell’offerta. È la più classica delle cornucopie.
    A quale delle due tipologie di imprenditori appartiene Eugenio Guarascio? A quella classica, dei produttori di farina, vino o liquori, che in provincia di Cosenza non sono mai mancati? Oppure alla nuova leva delle imprese sagaci? Egli stesso, nella sua autobiografia, così ama definirsi: «lungimirante».

    Calcio e spazzatura, un binomio ad alto rischio

    Tutti sanno che esiste un forte legame tra il football cosentino dell’era Guarascio e lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani. Proprietaria del Cosenza Calcio è infatti la 4el Group, con sede a Lamezia Terme. Come tutte le holding, essa controlla altre società che possono far parte di un unico processo produttivo oppure operare in settori indipendenti. Ed è proprio qui che sta il problema.

    L’errore più grave che il signor Guarascio abbia commesso in questi anni consiste nel “modus operandi”, per usare un termine caro a un’altra delle società da lui guidate: la Hexergia che mette a disposizione il suo «know how, come general contractor, per realizzare insieme alle imprese locali l’efficientamento energetico richiesto dal superbonus 110%».

    Sempre nobili propositi, quindi, subordinati però alla circolazione di fondi pubblici. Pensare di poter gestire una società di calcio come un’azienda di smaltimento dei rifiuti è un atto di presunzione. Già tanti, in altri contesti geografici, lo hanno pagato caro. E con essi, soprattutto, a farne le spese sono state le tifoserie legate ai colori di quelle società. Retrocesse, fallite, in alcuni casi cancellate dal panorama calcistico nazionale.

    La strana coppia

    Fu il sindaco Mario Occhiuto, all’inizio dello scorso decennio, a instradare male Guarascio. Gli propose di assumere la guida di un cammino, quello del Cosenza Calcio, che da ormai tanti anni sbandava tra fallimenti, inchieste giudiziarie e conduzioni avventuriere. L’appalto da circa 8 milioni di euro per lo smaltimento dei rifiuti, a suo tempo aggiudicato alla società Ecologia Oggi di Eugenio Guarascio, certificava la sua capacità potenziale di “far girare i soldi”. E chi, se non un uomo dotato di questa disponibilità economica, potrebbe accollarsi un’impresa ardua come una società calcistica dalla tormentata storia recente? Occhiuto ha però tralasciato di spiegare a Guarascio che il football è una cosa, l’immondizia un’altra.

    La trattativa tra Guarascio e… Guarascio

    Anche il calcio produce energia rinnovabile, ma è una fonte sociale. Oltre a denaro e pallonate sforna simboli, miti, relazioni, linguaggi e comportamenti non sempre monetizzabili. Ed è l’unico campo della vita pubblica e dell’economia sottoposto al controllo popolare. Se in Italia la politica, la sanità e la scuola riscuotessero lo stesso livello di attenzione e monitoraggio che la cittadinanza riserva al calcio, questo Paese forse potrebbe divenire una democrazia meno incompiuta. È improbabile che un gruppo spontaneo di cittadini si organizzi per studiare il bilancio del Comune di Cosenza. Di solito si delega questo compito ai consiglieri, la maggioranza dei quali lo fa poco e male.

    «È opportuno aver dato corso alla transazione su una parte di credito vantato dal Cosenza Calcio nei confronti di Ecologia Oggi, tuttora top sponsor della società, derivante appunto da sponsorizzazione, di ben 450mila euro? In pratica si è fatta una transazione con se stesso, del tutto lecita per carità, ma opportuna?»

    Invece nulla sfugge ai tifosi sinceri. Inchiodanti, tanto per formulare un esempio, sono le domande di recente poste dal blog La Bandiera rossoblù a Eugenio Guarascio in merito al bilancio della società rossoblu nel 2018: «È opportuno aver dato corso alla transazione su una parte di credito vantato dal Cosenza Calcio nei confronti di Ecologia Oggi, tuttora top sponsor della società, derivante appunto da sponsorizzazione, di ben 450mila euro? In pratica si è fatta una transazione con se stesso, del tutto lecita per carità, ma opportuna? […] Presidente, da un’attenta analisi dei conti societari si evince che, a fronte di un risparmio maniacale sul lato sportivo che ha contraddistinto il Suo operato da quando è amministratore del Cosenza Calcio, certificato dai budget più bassi della categoria che annualmente mette a disposizione dei Suoi collaboratori, si registra probabilmente uno spreco in altri settori, dove i costi per servizi e oneri diversi di gestione rappresentano quasi la metà delle uscite societarie e risultano essere di gran lunga superiori rispetto a società che hanno costi più consistenti».

    Mario & Eugenio, nemiciamici

    Ecco perché Occhiuto avrebbe dovuto essere più chiaro col suo amico Eugenio tanti anni fa, a costo di apparire brusco e perentorio. Invece, il loro sodalizio non è mai entrato davvero in crisi. I rapporti tra i due non si sono incrinati tutte le volte che Ecologia Oggi ha tardato nel retribuire i suoi dipendenti. Né quando la città ha vissuto giornate di emergenza nella raccolta dei rifiuti. Guarascio ha scaricato le responsabilità su Palazzo dei Bruzi, che in questi anni di soldini gliene ha versato tanti, al di là dei fisiologici e congeniti ritardi della pubblica amministrazione. La base d’asta del capitolato d’appalto prevede 6.696.321 euro solo per la retribuzione del personale. Ai costi di gestione delle attrezzature (mastelli, carrellati ecc.) sono destinate 152.943 euro. Soltanto per le buste se ne spendono 252.240 e 1.351.787 in automezzi.

    Il loro rapporto di amicizia si è ricomposto anche dopo lo scaricabarile in mondovisione, all’indomani della figuraccia galattica rimediata il 1° settembre 2018, quel Cosenza-Verona che avrebbe dovuto consacrare il ritorno della città in serie B, invece non si disputò e finì 3-0 a tavolino per gli scaligeri a causa dell’impraticabilità del manto erboso, un evento inedito nella storia del calcio italiano.

    Il progetto del nuovo stadio del Cosenza

    E Mario ed Eugenio non hanno litigato nemmeno quando il sindaco propose all’imprenditore un oneroso investimento nel project financing che avrebbe dovuto partorire il nuovo stadio “San Vito-Marulla” a gestione privata. Il progetto sfumò forse anche per l’incapacità di trovare un attore locale. Del resto, Guarascio era stato chiaro sin dall’inizio. Lui di calcio capisce poco e niente. Avrebbe svolto il suo “compitino” riportando la squadra nel professionismo ma lasciandola galleggiare. Si sarebbe guardato bene dall’effettuare spese pazze, badando soprattutto a mantenere in equilibrio il bilancio societario.

    Cambia la categoria, non il modus operandi

    La svolta è avvenuta inattesa, quasi per caso o comunque in conseguenza di quello che all’unanimità è stato definito un “miracolo sportivo”: la promozione in serie B del Cosenza 2017-18, allenato da mister Braglia. È stato a quel punto che Guarascio s’è reso conto di quanto possa divenire redditizio questo “settore” della sua holding.

    Peccato, però, che abbia coltivato l’assolutistica pretesa di mutuare il modus operandi dalla sua impresa attiva nello smaltimento dei rifiuti: poche le risorse impegnate nella valorizzazione del personale e nella comunicazione, scarsissimo rischio negli investimenti, strategia del salvadanaio, massimo del risultato da ottenere col minimo sforzo economico. Nei rifiuti questo è possibile, nel calcio no.

    Tutta colpa dei cosentini

    Sia Guarascio che Occhiuto diranno che se in città la raccolta differenziata non sempre è svolta in modo “europeo”, e le nostre strade spesso sono punteggiate da mini-discariche condominiali, la colpa non è né del Comune né di Ecologia Oggi. Ma a entrambi bisognerebbe chiedere se le campagne di sensibilizzazione pubblica per favorire il corretto svolgimento della raccolta differenziata, previste e finanziate dal capitolato d’appalto, siano state effettuate davvero in modo incisivo. Perché è chiaro che se la cittadinanza fosse stata educata alle buone pratiche, maggiore sarebbe la domanda di mastelli, sacchetti per il conferimento e ritiro degli oli esausti a domicilio.

    Se la richiesta dall’utenza non c’è, sebbene il servizio sia predisposto, l’erogatore non è tenuto a procedere con l’erogazione del servizio, quindi può risparmiare sui costi di lavorazione. Quanti mastelli e quante buste rimangono “nella pancia” di Ecologia Oggi perché nessuno ne fa richiesta? Eppure appaltante e appaltatore dovrebbero avere interesse a incentivare la differenziata. Nel capitolato Palazzo dei Bruzi riconosce a Ecologia Oggi detrazioni per 668.450 euro di ricavi annui derivanti dal conferimento di materiali riciclabili alle piattaforme Conai.

    A beautiful mind

    Riversare questa “filosofia” da imprenditore stop and go nel football è il vero peccato mortale del signor Guarascio. Nello smaltimento dei rifiuti solidi urbani, quando un dipendente è inviso ai superiori o poco compatibile con l’azienda, lo si licenzia. Nell’impresa del pallone questa prassi è impraticabile. Contano i risultati sul campo, altrimenti l’enciclopedia mondiale del calcio non conterrebbe le sacre icone di Paul Gascoigne e George Best. E dalle nostre parti, non avremmo mai potuto osannare talenti come Michele Padovano e Marco Negri.

    Nella valorizzazione dell’immondizia si può fare a meno di una figura geniale come Ilenia Caputo che aveva contribuito notevolmente a costruire il brand Cosenza Calcio. E si può rinunciare ad assumere un direttore generale. Nel football del terzo millennio si ha bisogno più di siffatte figure che del pallone per giocare. Ma questo a Guarascio nessuno lo ha spiegato. E siccome egli stesso definisce la propria mente «brillante e carismatica», è chiaro che ritiene di non aver bisogno di consiglieri.

    È un vero peccato. Quel che manca a lui come a tanti imprenditori del nostro tempo è una formazione umanistica. Se l’ecologico patron avesse letto Pasolini, Galeano, Desmond Morris o i nostri Francesco Gallo e Francesco Veltri, chissà, forse il Cosenza avrebbe meritato sul campo la permanenza in serie B.

  • Genova per noi | Venti mesi di 20 anni fa in 20 parole: una cronologia minima tra locale e globale

    Genova per noi | Venti mesi di 20 anni fa in 20 parole: una cronologia minima tra locale e globale

    Antefatti
    17 marzo 2001, Napoli

    Scontri durante il vertice internazionale del Global forum. Violente cariche della polizia in assetto antisommossa, una sessantina di feriti tra i manifestanti che volevano raggiungere piazza del Plebiscito. Quattro mesi prima di Genova, arriva per la prima volta in Italia l’onda lunga partita tra giugno e novembre del 1999 a Colonia e Seattle. Prima la catena umana del movimento Jubilee2000 attorno all’edificio che ospita il G8, poi la protesta dei 50mila in occasione del Wto (Organizzazione mondiale del commercio). In seguito, altri scontri a Praga (settembre 2000, summit Banca mondiale – Fondo monetario internazionale) e Nizza (dicembre 2000, vertice del Consiglio europeo).

    Bernard
    25-30 gennaio 2001, Porto Alegre

    L’anno di Napoli e Genova si era aperto a Porto Alegre (Brasile) negli stessi giorni del Forum economico di Davos (Svizzera): del primo Forum sociale mondiale resterà una frase che farà da slogan per i movimenti a seguire («Un altro mondo è possibile», pronunciata da Bernard Cassen, presidente dell’associazione francese Attac).

    Canada
    21 aprile 2001, Québec

    Centinaia di arresti e decine di feriti dopo gli scontri tra forze dell’ordine e manifestanti: una barriera di persone circonda l’edificio che ospita il vertice dei capi di Stato riuniti per discutere del progetto di una zona di libero scambio nelle Americhe (Nafta).

    Danesi e tedeschi
    15 giugno 2001, Göteborg

    Ancora scontri tra polizia e attivisti: due feriti gravi tra i 20mila manifestanti accorsi in Svezia (da Danimarca e Germania, soprattutto) per contestare il vertice dei capi di Stato dell’Ue.

    Emigrazione
    19 luglio 2001, Genova

    La prima grande manifestazione del G8 di Genova è per rivendicare i diritti dei migranti: sfilano pacificamente in 50mila, portando l’agenda politica su uno dei temi caldi del movimento.

    Ferro
    20 luglio 2001, Genova

    È la giornata più tragica: scontri dalla mattina, si vedono i black bloc, manganellate e ferimenti, cariche contro i pacifisti della rete Lilliput in piazza Manin (60 feriti) e sul corteo delle tute bianche. In sede processuale si stabilirà che in questo secondo caso alcuni carabinieri hanno agito in modo illegale, senza coordinamento con la centrale operativa e, in qualche caso, con mazze di ferro e armi non di ordinanza.

    Giuliani, Carlo
    20 luglio 2001, Genova

    Le violente cariche in via Tolemaide si spostano tra via Caffa, via Tommaseo e piazza Alimonda. Qui, uno dei due Defender dei carabinieri in ritirata, rimasto senza lacrimogeni e bloccato da un cassonetto della spazzatura, viene attaccato dai manifestanti. Intorno alle 17,40 un carabiniere di 21 anni, Mario Placanica, spara due colpi di pistola, uno dei quali uccide Carlo Giuliani, 23 anni, che ha raccolto un estintore da terra. La camionetta passerà per due volte sul suo corpo prima di lasciare piazza Alimonda.

    «Hanno colpito la porta»
    notte del 21 luglio nella scuola “A. Diaz”, Genova

    «Era mezzanotte e dormivamo nei sacchi a pelo. Hanno colpito la porta gridando: polizia. D’istinto chi si è alzato è scappato di sopra. È stato un errore, certo, ma stavamo tutti dormendo. Ci hanno fatti stendere pancia a terra, hanno rovesciato tutto, spaccato ogni cosa, strappato documenti. Ci insultavano e picchiavano coi manganelli la gente distesa, urlando. Ho visto ragazzine svenire. Uno diceva: attenti che non muoiano. Io sono scappato quando hanno aperto per far uscire il primo massacrato» (testimonianza di Michael Gieser a Concita De Gregorio, La Repubblica, 23 luglio 2001)

    Inchiesta No global
    14 novembre 2002, Cosenza

    A pochi giorni dal festoso e pacifico corteo no global di Firenze, scattano le manette: “Retata no global, venti arresti al sud per cospirazione” titolano i quotidiani nazionali. Il blitz all’una di notte: i reati contestati sono associazione sovversiva, cospirazione politica e attentato agli organi costituzionali dello Stato. Cosenza al centro delle attenzioni mediatiche si prepara a vivere la sua settimana più importante, il movimento pulviscolare e litigioso per definizione si ricompatta attorno ai compagni in carcere. È il giorno in cui papa Wojtyla in parlamento chiede «clemenza per i detenuti» e Lina Sotis parla di «tendenza Cosenza» sul Corriere della Sera, paragonando la città di provincia a una piccola Parigi di cui in tanti non conoscono neanche l’esistenza. Per ironia della sorte, per molti proprio da quel giorno non sarà così.

    Liberateli
    15 novembre 2002, Cosenza

    genova-consiglio-comunale-cosenza-occupato
    L’aula del consiglio comunale di Cosenza occupata per solidarizzare coi no global arrestati

    Assemblea al cinema Italia per chiedere la liberazione degli arrestati: il movimento s’impone alla politica e un mini-corteo spontaneo muove verso il Comune dove è in corso una seduta del Consiglio. L’aula viene occupata e i lavori interrotti con il beneplacito del sindaco Eva Catizone, eletta appena 5 mesi prima. Accogliere i manifestanti sarà un primo modo per schierarsi: sfilerà in corteo e terrà aperte le finestre del Municipio, sempre illuminato, facendo tornare alla mente di molti l’accorato sostegno di Giacomo Mancini – il compianto sindaco che l’ha designata per la successione – dopo i blindati all’Unical di vent’anni prima.

    Magistratura democratica
    17 novembre 2002, Cosenza

    Md nota che gli stessi reati di cospirazione politica contestati ai 18 attivisti meridionali furono usati per incriminare Gelli e Mazzini, o i comunisti durante il Ventennio. I capi d’imputazione sono definiti «retaggio autoritario dell’epoca fascista». Da altri vengono evocati il codice Rocco e il teorema Calogero («il 14 novembre come un nuovo 7 aprile» in riferimento agli arresti del 1979).

    Il senatore comunista Francesco Martorelli scrive «L’operazione che ha portato alla cattura di molti giovani si segnala per “un errore di ortografia giudiziaria” e per un “insieme di errori maldestri”, come dice lucidamente, in un articolo sul Manifesto del 19 novembre, il giudice Giuseppe Di Lello. Il dato giudiziario è stato certamente sconvolgente perché espressione di “altra cultura” che si è manifestata in quegli uffici giudiziari. È proprio questa “altra cultura” che ci impensierisce» (Quotidiano della Calabria, 22 novembre 2002).

    Intanto, seconda partecipatissima assemblea al cinema Italia: con la delegazione cosentina che ha visitato i detenuti nelle carceri speciali ci sono anche il leader delle tute bianche Luca Casarini (che ai microfoni di Radio Ciroma dirà «spero nel carnevale di Cosenza, è questa la nostra potenza») e don Vitaliano Della Sala, il parroco di Sant’Angelo alla Scala «amico di disobbedienti e comunisti» che sarà poi sospeso a divinis per sei mesi. Quell’assemblea della domenica pomeriggio si chiude con un corale “Bella ciao”.

    «Non ci avrete mai…»
    22 novembre 2002, Arcavacata di Rende

    «… come volete voi». A una settimana dalla prima assemblea spontanea, il Movimento si conta nuovamente e si prepara al mega-corteo dell’indomani. L’ateneo si offre come collettore di storie e volti da tutta Italia. Alimentari e bar della zona offrono convenienti pacchetti take-away per i manifestanti, costo: 3 euro.

    Ottantenni
    23 novembre 2002, Cosenza

    È il giorno dei settantamila in piazza. Immagine simbolo: da un balcone di viale della Repubblica, al passaggio del serpentone, una ultraottantenne sventola una bandiera rossa dalla sua casa popolare del Ventennio. Dai balconi vengono esposte lenzuola bianche e lanciate rose, per strada banchetti con dolci fatti in casa offerti ai manifestanti. L’assessore Franco Piperno ha suggerito di sistemare arance e vino agli angoli delle strade percorse dal corteo (al prefetto dice «il tragitto dev’essere lungo, dobbiamo sfiancarli, mi creda me ne intendo di manifestazioni»).

    Qualche commerciante resta aperto, come il compagno Fuccilla, antifascista di lunga data, che vende elettrodomestici a un passo dal Comune, sul corso Mazzini non ancora pedonalizzato; a piazza XI Settembre il bar resta aperto senza problemi: «Tutti gentilissimi, si vede che sono forestieri…». Tornano in piazza le generazioni dei sessantottini, del 77 e del post-riflusso. Slogan: liberi tutti, siamo tutti sovversivi, disobbedire non è reato, il sud è ribelle, Presila sovversiva; si riaffaccia “un altro mondo è possibile” coniato quasi due anni prima a Porto Alegre. «Non avevo mai visto tanta integrazione tra una città e un corteo» (Pietro Fantozzi, docente di sociologia Unical, ai microfoni del tg di La7).

    Pinocchio

    «Un’operazione contro i no global? Mi si allunga il naso! Mi ha fatto impressione ricevere la notizia, ho fatto un saltello come quelli che fa il mio Pinocchio» (il commento a caldo di Roberto Benigni che mima il suo personaggio, da poco nelle sale).

    Qatar
    novembre 2001, Doha

    Piccolo flashback per riflettere su come, nel frattempo, gli attentati dell’11 settembre 2001 oscurarono i fatti di Genova e l’anno caldo dei movimenti anti-globalizzazione, collocando il terrorismo internazionale in testa alle priorità dell’agenda politica: la nuova assemblea della Wto – ora che il mondo ha iniziato a familiarizzare con un’altra sigla, simile: il Wtc delle Torri Gemelle di Manhattan – si tiene in un luogo lontano mentre «è cambiata la situazione del pianeta, per la comparsa di uno degli effetti più dannosi dell’interdipendenza: il terrorismo globale» (Joaquìn Estefanìa, El Pais, 10 novembre 2001). A due anni esatti dal Wto di Seattle, è come se si fosse chiuso un cerchio.

    Ros

    «Accade che il Raggruppamento Operazioni Speciali (Ros) dell’Arma dei Carabinieri si convinca che dietro i disordini di Napoli (7 maggio 2001) e di Genova (21 luglio 2002) non ci sia soltanto il distruttivo, nichilistico furore di casseur europei o il violento spontaneismo delle teste matte (e confuse) di casa nostra, ma addirittura un’associazione sovversiva. Concepita l’ipotesi, gli investigatori dell’Arma intercettano, spiano, osservano, pedinano. In assenza di contraddittorio, s’acconciano come vogliono cose, frasi, dialoghi, eventi, luoghi edificando una conveniente e coerente cabala induttiva. È il sistema che più piace agli addetti: “lavorare su materia viva, a mano libera”.

    Organizzato il quadro, occorre ora trovare un pubblico ministero che lo prenda sul serio. Alti ufficiali del Ros consegnano il dossier, rilegato in nero, di 980 pagine più 47 di indici e conclusioni ai pubblici ministeri di Genova. Che lo leggono e concludono che “quel lavoro è del tutto inutilizzabile“. Gli investigatori dell’Arma non sono tipi che si scoraggiano. Provano a Torino. Stesso risultato: “Questa roba non serve a niente“. Il dossier viene allora presentano ai pubblici ministeri di Napoli. L’esito non è diverso: il dossier, da un punto di vista penale, è aria fritta. Finalmente gli ufficiali del Ros rintracciano a Cosenza il pubblico ministero Domenico Fiordalisi. Fiordalisi si convince delle buone ragioni dell’Arma dei Carabinieri» (Giuseppe d’Avanzo, la Repubblica, 16 novembre 2002).

    Serafini, Alfredo
    novembre 2002, Cosenza

    Il procuratore capo del tribunale di Cosenza si scaglia contro il vescovo Giuseppe Agostino, lo stesso che nel 1970 aveva aperto ai “Boia chi molla” suoi concittadini e ora difende le ragioni della contestazione no global: «Senza conoscere neanche una delle 27.000 pagine del fascicolo processuale, giudica i soggetti basandosi solo su una loro conoscenza di tipo parrocchiale».

    Tortura
    1 luglio 2021

    Alla vigilia del ventennale dai fatti di Genova, nuove violenze nelle carceri riaprono ferite mai suturate. «Nei confronti di persone inermi tanto alla scuola Diaz quanto nella caserma di Bolzaneto attrezzata a centro provvisorio di detenzione, venne praticata la tortura: pestaggi violentissimi (la “macelleria messicana” descritta dall’allora vicequestore di Genova Michelangelo Fournier), atti crudeli come lo spegnimento di sigarette sui corpi dei detenuti, umiliazioni degradanti» (analisi di Riccardo Noury, Amnesty Italia, sul quotidiano Domani).

    Umanità

    «Li abbattiamo come vitelli (…) Domate il bestiame» (dalla chat degli agenti della polizia penitenziaria protagonisti delle violenze sui detenuti nel carcere di Santa Maria Capua Vetere il 6 aprile 2020). «Una orribile mattanza» (il gip sull’inchiesta che ha portato a 52 misure cautelari e 110 indagati).

    Vedere
    14 luglio 2021, Santa Maria Capua Vetere

    «Quando si parla di carcere, bisogna aver visto, come ci ricordano le celebri parole di Piero Calamandrei che sapeva bene cosa significasse la vita del carcere. Occorre aver visto. Occorre correggere una visione del diritto penale incentrata solo sul carcere» (Marta Cartabia, ministro della Giustizia, dal discorso pronunciato nel carcere teatro di violenze sui detenuti).

    (Fonti: “Genova 2001”, Internazionale extra n. 15 – estate 2021; “Calabria in prima pagina. Un anno visto dal di dentro – il Quotidiano 10 anni dentro la Calabria”, 2005; “Novembre 2002: le giornate di Cosenza”, speciale Coessenza)

     

     

  • Metro e ospedale, prendi i soldi e spacca

    Metro e ospedale, prendi i soldi e spacca

    Molto rumore – e altrettanto denaro – per nulla, la storia recente di Cosenza ha per protagonisti i fantasmi delle opere pubbliche mai completate e le ambizioni personali dei politici che le hanno annunciate, spesso in concomitanza con appuntamenti elettorali. Simbolo principale (ma non unico) di questa stagione è la metro leggera, piatto forte dell’agenda politica bipartisan locale da un ventennio. L’idea risale a quando sulle due sponde del Campagnano regnavano Mancini e Principe. Socialisti entrambi ma rivali storici, per una volta si trovano d’accordo su una cosa: si fondano o meno in una città unica, Cosenza e Rende hanno bisogno di servizi integrati. Trasporto pubblico in primis, con buona pace delle aziende private che, di proroga in proroga, continuano a vedersi affidare dalla Cittadella i collegamenti tra i due comuni.

    Vent’anni dopo

    Da allora sono passati due settennati di programmazione Ue che consideravano strategica la metro, cinque presidenti in Regione (più due facenti funzioni), altrettanti alla Provincia, tre rettori all’università e quattro sindaci per ognuna delle due città, con quelli in carica entrambi al secondo mandato consecutivo. Dai circa 46 milioni di spesa ipotizzati a inizio millennio per realizzare la tranvia si è passati a 90, che sono diventati 160 al momento di fare la gara d’appalto . Ne servirebbero altri 50 però per completare l’opera, stando alle ultime comunicazioni tra Regione e Commissione europea, se mai lo si farà. Nessun binario montato finora, né alternative all’orizzonte. In compenso la sola progettazione definitiva è costata 3,9 milioni di euro fino al 2015. Ma andava completata ed ecco un altro milione e 630mila euro impegnato ad hoc nel 2016.

    Cambio di rotta

    Non un anno qualsiasi, ma quello della sfiducia al sindaco di Cosenza, Mario Occhiuto. Lascia Palazzo dei Bruzi a pochi mesi dal termine del suo primo mandato. Aveva cominciato nel 2011 proclamando di voler affiancare la Regione nel progetto della metropolitana e di sognare un viale Mancini attraversato dai tram. Si ripresenta agli elettori cinque anni dopo cavalcando l’onda anti-metro cresciuta in città. Nel nuovo programma scrive di voler sfruttare il vecchio rilevato ferroviario e non più il viale per il nuovo collegamento. Sono in tanti a credergli e votarlo per questo. Il sindaco rieletto blocca i tentativi della Regione di dare il via ai lavori, visto che nel frattempo un’Ati composta dalla ravennate Cmc e dalla spagnola Caf si è aggiudicata (da unica partecipante) la gara per la progettazione esecutiva e la realizzazione dell’opera.

    Il baratto tra Cosenza e Regione

    I ruderi dell’ex hotel Jolly, abbattuto per far posto al museo dedicato ad Alarico

    Va in scena il braccio di ferro tra Occhiuto e Mario Oliverio, all’epoca presidente della Regione. Quest’ultimo – insieme alla gauche locale, compreso il candidato democrat a sindaco Carlo Guccione – punta forte sulla metro in centro. Occhiuto, che coltiva ambizioni da leader politico della Calabria postoliveriana, parrebbe pensarla all’opposto. Ma nel 2017, tra lo stupore generale, baratta il suo ok al tram sul viale con altre opere complementari sparite quasi tutte dai radar poco dopo. Le uniche a partire saranno il museo dedicato ad Alarico nel centro storico e il Parco del benessere, proprio sul viale della discordia. Per il primo si è speso già quasi un milione e mezzo, impiegato per acquistare dall’Aterp e poi abbattere l’ex hotel Jolly, sulle cui ceneri dovrebbe sorgere, grazie ad altri tre milioni e mezzo, la struttura in onore del barbaro. Attirerà davvero turisti a Cosenza? Rivitalizzerà il quartiere? A quattro anni dall’accordo è un cumulo di macerie racchiuse tra le reti di un cantiere fermo. Lo scorso ottobre Palazzo dei Bruzi ha annunciato l’imminente ripresa delle attività. I fatti l’hanno smentito.

    Quer pasticciaccio brutto de viale Mancini

    Va peggio con il parco, che ha costretto a rimodulare a sua misura l’intero progetto della tranvia. Per ora pezzi aperti al pubblico senza collaudo si alternano ad aree chiuse e si è spesa già la metà dei 2,6 milioni previsti. Solo che l’altro milione e 300mila non basta più per finirlo. È recente la notizia di un nuovo impegno di spesa per ulteriori 2,8 milioni che dovrebbero permettere di consegnarlo alla città nel 2022. I cosentini lo attendono dal 2019. Scherzi del calendario, proprio l’anno in cui era attesa la sfida alle Regionali tra Occhiuto e Oliverio, entrambi trombati dai rispettivi alleati prima ancora del voto.

    I nuovi stanziamenti si aggiungeranno ad altri 5 milioni liquidati dalla Regione tra il 2018 e il 2020 per la metro che non c’è. E se quest’ultima saltasse definitivamente il conto rischia di aumentare parecchio, con Cmc e Caf a chiedere risarcimenti per i mancati guadagni legati all’appalto. In casi simili si parla sempre di almeno il 10% del suo valore complessivo, ossia un decimo dei 160 milioni alla base della gara vinta dall’Ati.

    I fondi dirottati

    Sventrare il viale ha creato non pochi problemi di traffico a Cosenza, forse li risolverà una bretella stradale parallela da 800mila euro rifinanziata insieme al parco. Puntare prima sul completamento di quella tornerebbe (o sarebbe tornato) più utile alla città? Chissà, per adesso il Comune pensa a completare il parco. Fatto sta che quest’ultimo, pur restando praticamente uguale, ha bisogno di essere riprogettato. Tant’è che il Comune ha affidato nelle scorse settimane un incarico da 17mila euro al fido – è stato già reclutato per progetti inerenti il verde pubblico e l’edilizia scolastica in passato- ingegner Antonio Moretti affinché provveda.

    Ma la metro si farà? Nel nuovo progetto sui lotti numero 1 e 2 del parco approvato dal Comune non ci sono riferimenti ai binari che dovrebbero attraversarlo. A difenderla pare rimasto solo Occhiuto, ormai agli sgoccioli di un’esperienza da primo cittadino in cui ha condotto il Comune ad un inedito dissesto. Il suo collega rendese Marcello Manna pare non contarci più e la Regione ha messo nero su bianco le proprie perplessità. Per ora le coperture finanziarie restano garantite da vecchi fondi Fsc, da cui si pensa di attingere anche nella programmazione 2021-2027 qualora si decida di perseverare. I soldi per la metro che erano nel Por 2014-2020, invece, sono stati dirottati (finora virtualmente) a Natale scorso sulla lotta al covid.

    Un tesoro per Cosenza nei cassetti

    Il progetto per il nuovo ospedale presentato nel 2016 da Occhiuto in campagna elettorale

    Denaro per la sanità cosentina, costretta ad affrontare la pandemia in condizioni disastrose, ce ne sarebbe stato comunque a iosa in realtà. È un tesoro da 375 milioni di euro destinato alla costruzione di un nuovo ospedale che sostituisca l’attuale, più altri 45 per trasformare il vecchio nosocomio. Anche su questo, però, la politica si è spaccata a ridosso delle scorse elezioni. Occhiuto voleva un polo sui colli che sormontano l’Annunziata, da demolire parzialmente e riconvertire in parco con annessa una facoltà di medicina che l’Unical non prevedeva ancora di istituire; il centrosinistra lo preferiva a Vaglio Lise lungo la statale Paola-Crotone, nei pressi della semideserta stazione ferroviaria, così da essere più baricentrico per l’intero territorio provinciale, con quello storico tramutato in una cittadella della salute dove raggruppare uffici e ambulatori di Ao e Asp oggi sparpagliati per la città.

    I diritti possono attendere

    Liquidati finora 330mila euro per lo studio di fattibilità sulla sua migliore ubicazione (individuata a Vaglio Lise, che si è imposto sulla soluzione di Occhiuto e una a Campagnano), tutto si è fermato. Sulla costruzione dell’ospedale, il relativo studio e altri appalti hanno acceso i fari Gratteri e i suoi. L’inchiesta si chiama Passepartout e per adesso alle accuse della Procura hanno fatto seguito solo proscioglimenti e assoluzioni con formula piena.

    Poi, dopo decenni di discussioni, l’Unical ha annunciato l’istituzione ad Arcavacata dell’agognata facoltà di Medicina. E subito Marcello Manna ha colto l’occasione per dire che il nuovo ospedale dovrà sorgere a Rende visto che l’ateneo è lì. Occhiuto invece, considerato che suo fratello è dato per favorito tra gli aspiranti presidenti della Regione, a sua volta ha ritirato fuori il suo progetto per l’ospedale. La famiglia e/o i campanilismi contano più delle valutazioni dei tecnici lautamente pagati, si direbbe.

    Il paradosso è che nell’area urbana, tra litigi vecchi e recenti, un nuovo ospedale è sorto, proprio a Vaglio Lise. Quello dell’Esercito però, spedito dal Governo a montarne in fretta e furia uno da campo spendendo un milione. In quello di Cosenza lo spazio per i pazienti covid, infatti, non bastava più. Al danno poco dopo si è aggiunta la beffa di veder convertiti quei tendoni in centro vaccinale, mentre all’ingresso dell’Annunziata la fila di ambulanze cariche di positivi si faceva interminabile. Per garantire il diritto alla salute e quello alla mobilità nell’area urbana ci sono circa 600 milioni di euro. E, infatti, i quattrini scorrono a fiumi. Per realizzare cosa, si vedrà.

  • Alarico, da Mancini a Occhiuto la supercazzola continua

    Alarico, da Mancini a Occhiuto la supercazzola continua

    La questione Alarico è più trasversale e lontana nel tempo di quanto si pensi. La responsabilità di questa operazione di riapparizione del mito, una vera e propria supercazzola, è di «Giacomo Mancini e del festival Invasioni, ovviamente con scopi, senso e obiettivi diversi rispetto a quelli di Mario Occhiuto» – commenta l’antropologo Giovanni Sole, che ha persino scritto un libro (Il Barbaro buono e il falso beato, Rubbettino), dove racconta l’ossessione dei calabresi – dei cosentini in particolare – per gli invasori e l’odio riversato verso i figli più illustri.

    «Telesio è stato perseguitato da questa città rimasta essenzialmente simile a quella raccontata dai viaggiatori del passato». Una comunità capace di «odiare e boicottare – sostiene il docente dell’Unical in pensione – le sue menti migliori, perché i suoi abitanti sono fatti così, spacconi che scimmiottano le grandi metropoli, con una borghesia fondiaria desiderosa di conquistare quarti di nobiltà, senza nessuno spirito di innovazione e cambiamento. Altro che Atene della Calabria!». Giovanni Sole parla del passato per decifrare il presente. «Mario Occhiuto ha capito perfettamente la psicologia dei cosentini rimasta invariata nel corso del tempo e ne ha tratto benefici politici per se stesso». Lo studioso intravede una sostanziale continuità tra la città del leone socialista e quella dell’architetto di Forza Italia.

    Giovanni Sole, antropologo e docente universitario
    La leggenda del re marcatore

    Il tesoro di Alarico sta progressivamente diventando come quello di Tutankhamon. Porta male. Occhiuto fu sfiduciato (poi rieletto con percentuali bulgare) durante la prima consiliatura a metà febbraio del 2016. Il giorno dopo era previsto un convegno sul re dei goti con annesso film, mai girato, che avrebbe dovuto dare lustro a Cosenza e lavoro a un esercito di maestranze locali. Di recente è toccato a Fausto Orsomarso, assessore regionale con delega anche al Turismo, subire gli effetti della maledizione ed essere bersagliato su Facebook.

    Su un manifesto della sua #Calabriastraordinaria tra i marcatori identitari da promuovere è comparso il fantomatico tesoro di Talarico, con una ingombrante “t” in più. E, siccome «non si hanno notizie certe, di quello di Alarico» – sostiene ancora Sole – probabilmente l’autore del testo intendeva riferirsi al «re del morzello di Catanzaro», come si legge in uno dei tanti commenti ironici apparsi sui social. Altri ricordano il brand di cravatte di alta sartoria oppure un delizioso caciocavallo silano.

    Resta nelle cronache di questa città la brochure presentata alla Bit di Milano con l’immagine di Himmler, capo delle SS arrivato a Cosenza anche lui per trovare l’inesistente tesoro. Il sindaco Occhiuto e l’assessore alla Cultura del Comune di Cosenza, Rosaria Succurro, hanno cercato di difendere quella scelta. Come? Virando sul valore storico di quell’episodio e sul solito ritornello delle strumentalizzazioni politiche di avversari e odiatori di varia natura e genere.

    Alarico, il tesoro e il museo che non c’è
    La statua equestre dedicata ad Alarico. Alle spalle, quel che resta dell’ex hotel Jolly

    Il primo cittadino nel re barbaro ha visto, invece, un modo per fare marketing e per cercare di costruire un museo senza reperti, senza un monile o una pietra preziosa del tesoro. Giovanni Sole fa notare come esista anche una «segnaletica nella città vecchia con una freccia che fornisce indicazioni per raggiungere proprio il tesoro di Alarico». E che «le fonti su Alarico non hanno alcun valore storico».

    Poco importa, si direbbe. Gli scavi sono iniziati lo stesso. Poi però li ha bocciati il Mibact. Anche la demolizione dell’edificio destinato ad ospitare il museo è diventata questione per i tribunali. Un classico di Palazzo dei Bruzi in questi anni. Proprio come l’utilizzo di celebrità amiche per promuovere un progetto (Sgarbi, Luttwak o il sinologo Sisci) o il ricorrere di nomi legati ad altre vicissitudini comunali.

    A supportare il Rup della “Riqualificazione della confluenza dei fiumi Crati e Busento e realizzazione del museo di Alarico” è Mario Capalbo, architetto ex socio del sindaco. Occhiuto lo aveva messo al vertice dell’Amaco. Sotto la sua presidenza, però, la municipalizzata ha accumulato perdite per circa 3,5 milioni di euro. Occhiuto per premiarlo di cotanto successo lo aveva “promosso” dirigente del Comune, salvo fare marcia indietro nel giro di poche ore. Ma solo perché aver presieduto l’Amaco fino a poco prima rendeva Capalbo incompatibile col nuovo incarico in municipio. Non con quello da quasi 40mila euro legato ad Alarico però.

    Se ad affiancare il Rup è Capalbo, la direzione dei lavori del fantomatico museo dedicato al barbaro, invece, è stata invece affidata alla Sigeco Engineering. Tra i soci compare Antonino Alvaro, che risulta tra gli indagati dell’inchiesta sul collaudo di piazza Bilotti. Ad oggi sulla confluenza del Crati e del Busento rimane soltanto una statua equestre dedicata al condottiero e lo scheletro del piano terra del Jolly, mostro architettonico già sede dell’Aterp. Nulla più.

  • Oliverio cerca casa, Iacucci sfratta la sua fondazione

    Oliverio cerca casa, Iacucci sfratta la sua fondazione

    Da un po’ di tempo convivevano da separati in casa, poi Franco Iacucci ha sfrattato Mario Oliverio. Il consiglio provinciale di Cosenza, nell’ultima seduta, ha approvato la restituzione dei locali concessi dall’ente alla Fondazione Europa Mezzogiorno Mediterranea (FEMM). Quella, cioè, presieduta dall’ex governatore regionale.

    Il presidente della Provincia ha affidato a poche righe il suo punto di vista. «La attività culturali della Fondazione si sono ridotte nel tempo e non sono più attinenti alle funzioni fondamentali della Provincia. C’è necessità di reperire nuovi locali da allestire ad uffici per la gestione e l’attuazione delle misure provenienti dal PNRR».

    Il megafono di Oliverio

    La FEMM è stata costituita dalla Provincia di Cosenza nel 2005. Lo scopo? Promuovere lo scambio culturale, commerciale ed economico tra il territorio e i Paesi del Mediterraneo. Da più di un anno, però, è il megafono di Oliverio. Complice lo strappo politico (e non solo) avvenuto tra i due, i ben informati parlano di uno Iacucci su tutte le furie, tanto da essersi rivolto al prefetto di Cosenza per riuscire ad ottenere copia degli ultimi bilanci della Fondazione. Da quando tra i due ex sodali non corre più buon sangue l’ente provinciale è stato tagliato fuori da ogni comunicazione o partecipazione alle attività della fondazione. Lontani i tempi in cui era utilizzata da entrambi per fini e progetti comuni.

    La FEMM conta più di 23mila follower su Facebook. Un miracolo dei social, se non fosse che è frutto del cambio nome della pagina La Voce della Calabria, aperta il 1 settembre 2014 e riconducibile – come si evince dai primi post – all’omonimo sito di informazione diretto da Gianfranco Bonofiglio, ex socialista, ex leghista, ora vicino a Luigi de Magistris.

    La pagina diventa ufficialmente Fondazione Europa Mezzogiorno Mediterraneo il 10 ottobre 2020 e cambia l’immagine di profilo con il logo della FEMM il 16 ottobre 2020 (il giorno dei funerali di Jole Santelli). Da quel giorno al 29 aprile 2020 è un susseguirsi di post, interventi, video. Sono tutti incentrati sulla figura di Mario Oliverio e sulle sue proposte, ben lontane dagli obiettivi statutari di cooperazione tra i paesi del Mediterraneo.

     

    La cronologia della pagina della Fondazione mostra la modifica di precedenti intestazioni come La Voce della Calabria

    La Fondazione Europa Mezzogiorno Mediterraneo

    Ma facciamo un passo indietro. Il 20 settembre del 2004 l’allora presidente della Provincia di Cosenza Mario Oliverio ottiene dal Consiglio il via libera per la costituzione della Fondazione Europa Mezzogiorno Mediterraneo con una variazione urgente di bilancio di 200mila euro. Soldi pubblici da destinare a titolo di quota del patrimonio della personalità giuridica della Fondazione.
    Ufficialmente la FEMM nasce per incentivare «il dialogo tra le culture e le civiltà dei Paesi del Mediterraneo coinvolgendo Università Calabresi, Comuni, Regione, forze sociali e soggetti privati». Su 33 consiglieri provinciali presenti 22 votano a favore, 11 si astengono.

    La variazione di bilancio da 200.000 euro votata dalla Provincia per costituire la FEMM

    Ma il riconoscimento per la personalità giuridica non è automatico. La Prefettura di Cosenza interviene (con nota del 20 giugno 2005 prot. 187/3Area 5°) rilevando delle osservazioni sulla struttura organizzativa. La Provincia non può sostituirsi al Cda.
    Nella nota la Prefettura consente la partecipazione dell’assemblea generale della Provincia alla Fondazione, ma puramente come organo consultivo per approvare le linee di indirizzo dei programmi annuali e pluriennali. Tutto viene demandato al consiglio di amministrazione, ritenuto “organo fondamentale della stessa”.
    Il Consiglio provinciale il 26 giugno 2005 prende atto dei rilievi e approva le modifiche statutarie con voto unanime.

    Le modifiche allo Statuto della Fondazione approvate dopo i rilievi della Prefettura

    Le attività della fondazione hanno inizio ufficialmente il 2 settembre 2005 con la sottoscrizione a Napoli del protocollo d’intesa tra Oliverio, il segretario generale della MdM Walter Schwimmer e il presidente della “Fondazione Mediterraneo” Michele Capasso. La FEMM sarà la sede calabrese della Fondazione Mediterraneo. Negli anni si svolgono diversi eventi: “II meeting euromediterraneo”, la mostra “Stracciando i veli”, il “Premio Mediterraneo per le Scienze e la Ricerca”, il “Concerto euromediterraneo” e i seminari sul ruolo del Mezzogiorno nel Mediterraneo.

    Come il PCI degli anni ’50

    «Molte associazioni calabresi sono “progettate” dai politici e dai loro consulenti per strategie di interesse personale e non per l’interesse collettivo ne è il prototipo l’Associazione Europa Mezzogiorno Mediterraneo onlus, il cui Statuto – o meglio, l’organigramma sociale e l’organizzazione gerarchica all’interno dello Statuto – ricorda quello del Partito Comunista degli anni Cinquanta».
    Così, Saverio Alessio, sangiovannese e presidente di Emigrati.it commenta la nascita della FEMM.

    «Mario Oliverio, fondatore filantropo di questa associazione, ha pensato bene, appena insediatosi alla guida della Giunta provinciale di Cosenza, di operare – scrive in un suo intervento – una variazione di bilancio per trasformarla in fondazione. Tutto questo senza alcuna commissione scientifica a valutare l’effettiva validità delle attività svolte dal sodalizio. Se Mario Oliverio è davvero convinto che una fondazione euromediterranea, partorita dalla sua associazione onlus e da nessun’altra delle centinaia che esistono in Calabria sia assolutamente indispensabile per lo sviluppo futuro della nostra Regione, perché non investe i suoi soldi personali in tale ente privato anziché quelli dei contribuenti? E le associazioni onlus che lavorano davvero con quali soldi saranno finanziate se una consistente variazione di bilancio provinciale è stata dovuta all’associazione del presidente della Provincia?». Interrogativi tutti caduti nel vuoto, almeno fino ad oggi.

    Otto euro al mese

    Tutto cambia nella seduta del consiglio provinciale del 28 novembre 2013. Oliverio, con la mente già alla Cittadella, riesce a far approvare un nuovo statuto della Fondazione. Il documento introduce una norma che consente la partecipazione di banche locali e associazioni dei produttori. Un bel modo per finanziarsi l’imminente campagna elettorale.

    Il piano di Oliverio – avallato da Franco Iacucci, suo caposegreteria all’epoca – si compie nel 2014. Il politico sangiovannese è riuscito a imporre la sua candidatura a governatore, mancano pochi giorni alle elezioni regionali. Il 9 ottobre il Consiglio provinciale approva il cambio di sede della Fondazione dall’iniziale Corso Telesio n. 7 a Piazza XV Marzo n. 5. Per questa nuova sede la Fondazione dovrà versare alla Provincia un canone annuo di cento euro. Ovvero 8,33 euro al mese.

    A ratificare l’atto di concessione è il vicepresidente della Fondazione Mario Bozzo. Poco opportuna sarebbe stata infatti una firma da parte di Oliverio nella triplice veste di presidente della Provincia, della Fondazione stessa nonché candidato alla presidenza della Regione.

    FEMM fatale

    Tutto fila liscio per qualche anno. Poi, nel 2019, tra Iacucci e Oliverio qualcosa si rompe e la FEMM non contribuisce a ricucire i rapporti. Il 20 luglio 2020, infatti, Oliverio ritorna sulla scena politica attraverso la fondazione con tanto di conferenza stampa, apertura di sito internet (in manutenzione) e della pagina social, molto attiva fino a poco tempo fa. Meno, parrebbe, dopo la decisione di Iacucci di andare dal prefetto. L’attuale presidente della Provincia ha optato per le maniere forti – o, se preferite, i dispetti – contro il suo predecessore. E ora alla FEMM, dopo aver cambiato orizzonti trascurando il Mediterraneo per la più montana Palla Palla, toccherà cambiare anche casa. Al prezzo di prima non sarà facile trovarne una nuova.

     

  • Civica allo Stato? La politica si divide, l’Accademia sogna

    Civica allo Stato? La politica si divide, l’Accademia sogna

    Il presidente dell’Accademia cosentina, Antonio D’Elia, ne è convinto: la Civica si salva solo se si statalizza. Nei piani ottimistici dell’accademico entro due anni l’operazione si dovrebbe concludere con l’istituzione di una Sezione Civica della Biblioteca Nazionale di Cosenza. A spiegare il da farsi è l’avvocato Antonio Gerace: «Per poter avviare la procedura di statalizzazione è necessario saldare prima i debiti. Su questo lo Stato non transige. Posto che si riesca a sanare il deficit, il procedimento prevede cinque step: parere favorevole del Consiglio comunale e di quello provinciale; delibera dirigenziale Mibact o decreto ministeriale; parere del Cda della Civica; scioglimento dell’ente morale e trasformazione della Biblioteca in sezione Civica della Biblioteca Nazionale». Non esattamente il più rapido degli iter burocratici per una struttura ridotta alla canna del gas.

    Oneri allo Stato, onori all’Accademia

    Morta la vecchia Civica, resterebbe in vita l’Accademia Cosentina. Che di lasciare il passo proprio non ne ha intenzione. Saldati tutti i debiti pregressi – salvo un provvidenziale e sperato condono – tutti gli oneri resterebbero in capo al Mibact (lavoratori, manutenzione, etc.) mentre gli onori all’Accademia. Che, estromessi Comune e Provincia, si aprirebbe all’associazionismo cittadino mantenendo il controllo sul patrimonio librario in qualità di comitato scientifico. Oltre alla valutazione di tutte le opere da acquisire, manterrebbe la paternità sui circa 250mila volumi attualmente presenti che resterebbero nella sede di piazza XV marzo perché beni vincolati dalla Soprintendenza e inalienabili. Il pennacchio sarebbe salvo, gli scempi delle passate gestioni a braccetto con gli enti locali un ricordo da non rinverdire.

    Il bluff a Santa Chiara per risparmiare sull’affitto
    L'ingresso del complesso di Santa Chiara
    L’ingresso del complesso di Santa Chiara

    Qualcosa di simile è già accaduto di recente. Il 24 luglio 2020 il Mibact-Segretariato regionale per la Calabria ha acquisito il Complesso di Santa Chiara, costola della Civica, dall’Agenzia del Demanio. Questo passaggio ha consentito alla Biblioteca di non avere più l’onere di versare i 7000 euro di canone di affitto mensile per la struttura. In che modo? Grazie a un successivo accordo, si è prevista la cessione per un controvalore simbolico di 79mila euro del complesso di Santa Chiara alla Provincia. Il patto non cancella i debiti nei confronti del Demanio, ma almeno non ne genera di nuovi. «Un bluff» lo ha definito il presidente della Provincia, Franco Iacucci, che, se fosse stato fatto per tempo, avrebbe consentito un risparmio di 600mila euro invece di creare un debito di pari entità. Nessuno, però, ci ha pensato prima, neanche Occhiuto che pure per un breve periodo ha guidato contemporaneamente sia il Comune che la Provincia. O, se lo ha fatto, ha aspettato a lungo prima di passare dalle idee ai fatti. Intanto il debito aumentava.

    Civica allo Stato? I debiti non si cancellano

    Il professore Gimigliano propone «l’iscrizione della Civica nel registro dell’Unesco come patrimonio culturale del mondo». L’ipotesi che sia ancora lo Stato a levare le castagne dal fuoco, d’altra parte, al momento non è affatto scontata come si potrebbe credere. Chiare a riguardo le parole di Anna Laura Orrico, ex sottosegretario di Stato ai Beni e le Attività culturali del Governo Conte: «La statalizzazione non risolve la problematica debitoria pregressa. Tale evenienza può verificarsi solo nel momento in cui i soggetti che governano la Civica esprimono in maniera formale una volontà precisa in tal senso». Il Governo ha già stanziato 10 milioni per la biblioteca, chiedere anche che a Roma rinuncino agli affitti arretrati sembrerebbe troppo. Se l’unica speranza a cui aggrapparsi secondo l’Accademia è il trasferimento della biblioteca allo Stato, non sembrano del tutto d’accordo però gli altri soci.

    Municipalizzare la Civica: l’idea c’è, i soldi no

    Il meno intransigente è il presidente della Provincia, Franco Iacucci. «Anche se come ente non abbiamo più la delega alla Cultura, alla statalizzazione pura preferirei una formula mista». Mario Occhiuto, invece, ad aprile 2020 si è rivolto a D’Elia dicendo di essere stanco di foraggiare la Civica, dimenticando forse che Palazzo dei Bruzi non versa un centesimo da un paio d’anni. Poi ha avanzato l’ipotesi di una municipalizzazione dell’ente morale. Se la Biblioteca fosse del Comune – questa la posizione del sindaco – sarebbe possibile un «nuovo indirizzo gestionale». A quello, sosteneva, seguirebbero le «attività propedeutiche al suo effettivo rilancio».

    Non semplice, però, secondo il parere del dirigente comunale del settore Cultura, Francesco Giovinazzo. Che a novembre 2020 ha spiegato ai consiglieri che nel bilancio post dissesto al vaglio del Governo «quello alla Biblioteca è stato considerato come un contributo. Come tale non rappresenterebbe una spesa obbligatoria. Il servizio che ne deriva è catalogato tra quelli non essenziali». Una dichiarazione che, se dovesse trovare conferma, metterebbe una seria ipoteca sul futuro della Civica. Sempre Giovinazzo: «Va sviluppato un ragionamento per stabilire se si configura a carico del Comune un obbligo di partecipazione, se si tratta veramente di un contributo e come è possibile prevedere somme che nel bilancio stabilmente riequilibrato non ci sono». Con la municipalizzazione si troverebbero? Visti i recenti investimenti sulla cultura è difficile dirlo.

    Barricate bipartisan

    Rigida la posizione della consigliera comunale di opposizione Bianca Rende, che boccia la statalizzazione e tira in ballo la Regione. «Per me i volumi della Biblioteca Civica sono inalienabili come i Bronzi di Riace. Difendere la Civica è difendere il genoma di Cosenza. Serve una classe dirigente che pensi alla cultura, nessuno ha ancora portato a compimento la legge regionale che istituisce un sistema unico delle Biblioteche regionali».
    Sulla stessa barricata la collega di maggioranza Annalisa Apicella. «Non si può rinunciare a un patrimonio identitario di Cosenza e di tutta la provincia. Bisogna avere il coraggio di affrontare il tema, anzitutto partendo dallo statuto e senza pregiudizi ideologici, altrimenti non ne usciremo».
    Agli oltranzisti dell’inamovibilità dei libri, la direttrice della biblioteca, Antonella Gentile, ha replicato con sconsolata ironia. «A lasciare deperire e perdere definitivamente il patrimonio librario preferisco un trasferimento ovunque purché i libri siano tutelati e valorizzati».

  • Guarascio, tasche piene e pallone sgonfiato

    Guarascio, tasche piene e pallone sgonfiato

    Per i suoi concittadini – è nato a Parenti ma vive a Lamezia Terme – Eugenio Guarascio è un po’ un oggetto misterioso. Lo conoscono di più, loro malgrado, i cosentini. Non tanto per l’azienda che si occupa della spazzatura in città, quanto per essere il patron della loro squadra di calcio. Che davano per retrocessa in serie C e ora potrebbe trovarsi miracolosamente ad affrontare la quarta stagione consecutiva nel campionato cadetto. Lo scorso 15 luglio il Consiglio federale ha infatti deliberato la mancata iscrizione del Chievo Verona aprendo, per adesso ufficiosamente, le porte alla riammissione in B dei lupi. La società Cosenza Calcio ha dunque rotto un lungo silenzio e ha fatto sapere di essere «in procinto di depositare tutta la documentazione necessaria per la riammissione al Campionato di Serie B 2021/2022 comprensiva della fideiussione di 800mila euro».

    La fortuna e il Chievo tornano in soccorso

    Uno scenario inaspettato che ha dato la stura all’ironia social sulla fortuna di Guarascio. Per la società si tratta del «risultato di una gestione societaria decennale improntata sui principi di legalità, trasparenza e sul rispetto delle norme e dell’equilibrio economico». Ma nessuno può davvero sapere se in cuor suo il patron sia contento. Non è mai sembrato uno sfegatato ultras rossoblu, d’altra parte. Tant’è che c’è chi pensa che sotto sotto possa essere quasi contrariato per l’impegno economico che la B imporrebbe.

    guarascio-portafortuna
    L’ennesimo colpo di fortuna di Eugenio Guarascio ha scatenato l’ironia del web: qui il suo santino portafortuna circolato in rete

    Certo è che il rapporto con la piazza sembra compromesso irrimediabilmente, a prescindere dalla categoria. Salvata, se il verdetto del Consiglio federale trovasse conferma, di nuovo solo grazie ai veronesi. Già nella penultima stagione, infatti, era stato un goal del clivense (ma cosentino doc) Garritano ad assicurare ai lupi una miracolosa permanenza nella serie cadetta.

    C’è poi chi instilla il dubbio, sulla scia di quanto dichiarato pubblicamente da un assessore comunale già prima dell’ipotesi ripescaggio, che questo ulteriore impegno per la squadra bruzia possa magari tradursi in un potenziale vantaggio da ottenere in veste di imprenditore dei rifiuti. Le solite malelingue che dicono tutto e il contrario di tutto.

    Gli affari a Gioia Tauro e nella Locride

    In provincia di Reggio Calabria, specie al porto di Gioia Tauro e nella Locride, la sua creatura imprenditoriale Ecologia Oggi – nata nel lontano 1987, divenuta poi Srl e dal 2008 Spa, oggi parte della holding 4EL Group – è nota per avere una buona fetta di appalti sui rifiuti. Nello scalo portuale della Piana gestisce un centro che tratta anche gli scarti che arrivano dalle navi e i rifiuti sanitari infetti provenienti dal circuito internazionale di natura organica.

    Sulla sponda jonica reggina invece la sua azienda rappresenta il partner privato della “Locride Ambiente S.p.a.”, una società mista che si occupa della raccolta differenziata, del trasporto e del conferimento. I soci pubblici sono i Comuni di Bagnara, Bovalino, Condofuri, Grotteria, Melito di Porto Salvo, Monasterace, Palmi, San Luca, San Pietro di Caridà e Siderno. In questa zona i disservizi sui rifiuti non mancano, soprattutto nei centri più popolosi come quello sidernese, ma la società mista che se ne occupa fa notare che i problemi – come in verità in molte altre aree della Calabria – sono dovuti alla saturazione di impianti e discariche.

    Guarascio e Cosenza, 10 anni di appalti milionari

    Più complesso – e per certi versi misterioso – è il rapporto che lega da ormai un decennio il Comune di Cosenza e l’azienda di Guarascio è presidente del Cda e socio di maggioranza. Il primo appalto viene aggiudicato il 20 maggio del 2011 e, tra le due ditte ammesse, lo vince “Ecologia Oggi” per un importo di poco superiore ai 40 milioni di euro. Appena dieci giorni dopo Mario Occhiuto sarebbe stato eletto sindaco al ballottaggio per la prima volta.

    Il secondo appalto con “Ecologia Oggi” – tra la scadenza naturale del primo, le successive proroghe e soprattutto i primi alti e bassi nei rapporti con l’amministrazione comunale – ottiene il via libera da Palazzo dei Bruzi nell’agosto del 2017. È più oneroso (circa 10 milioni di euro all’anno per 5 anni), viene aggiudicato con un ribasso dello 0,79% e, secondo qualcuno, prevederebbe meno servizi del primo.

    Al di là dei tecnicismi, sull’efficienza del servizio i cittadini possono giudicare con i loro occhi. Le condizioni di lavoro degli operatori, invece, sono materia di rapporti spesso burrascosi con i sindacati. Tra i lavoratori, in verità, Guarascio non sembra essere malvisto. Discorso diverso per quanto riguarda la dg Rita Scalise – il suo braccio destro sui rifiuti cosentini – che spesso si è scontrata con i rappresentanti delle tute gialle.

    Guerra e pace

    Il rapporto altalenante tra Palazzo dei bruzi e la società resta comunque il vero nodo della questione. Se ne occupa una sorta di triumvirato composto dal sindaco Occhiuto e due assessori: uno più compassato (Carmine Vizza), l’altro più battagliero (Francesco De Cicco). I problemi affiorano a inizio del 2018. A Palazzo dei Bruzi arriva un decreto ingiuntivo di “Ecologia Oggi” per il pagamento di 9,2 milioni di euro per «non meglio specificati servizi di igiene ambientale». Il Comune impugna il decreto. Ma, soprattutto, chiede alla società di Guarascio 4,4 milioni di euro «a titolo di sanzioni amministrative comminate per disservizi contestati nel corso di un rapporto di fatto». Poi, in un caldo consiglio comunale di giugno 2019, alla presenza dei lavoratori in stato di agitazione, per la prima volta è lo stesso Occhiuto ad ammettere apertamente che «la qualità del servizio è peggiorata».

    Oggi il centrodestra – e in particolare Salvini – ha concesso al fratello Roberto ciò che ha negato a lui. Ma all’epoca Mario è attivissimo nella prospettiva di diventare «il sindaco della Calabria». Dunque si capisce che in ballo c’è una fetta importante di consenso sociale in cui si incastra anche il destino calcistico del Cosenza. Comunque: Guarascio vuole oltre 9 milioni dal Comune, che risponde che invece è lui che deve pagarne quasi 4,5. Il contenzioso finisce con una sentenza del Tribunale civile di luglio 2020. Nessuna istruttoria e, dopo vari rinvii per tentare una definizione bonaria, le parti si mettono d’accordo. Decreto ingiuntivo ritirato e silenzio sulle sanzioni.

    Il Cosenza come “contentino”?

    Ma è recente una coda politica che forse è un po’ passata sotto silenzio. L’autore è l’assessore De Cicco che adesso, con Occhiuto in scadenza del secondo mandato, vuole candidarsi a sindaco. In una dichiarazione pubblica, commentando la parabola calcistica del Cosenza, dice: «Al presidente Guarascio interessava l’appalto della raccolta differenziata a Cosenza e l’ha ottenuto per la quinta volta. Assumere il comando della squadra è il classico “contentino”». Affermazione grave: sobbarcarsi la squadra, secondo un assessore in carica, sarebbe stato una sorta di piccolo sacrificio in cambio dell’appalto per i rifiuti. Non si ha notizia, al momento, di smentite o repliche.

    Il mantra di Guarascio: la «legalità»

    Nel curriculum consultabile sul suo sito personale, dopo la stringata voce “Istruzione e formazione” («completa gli studi tecnici»), c’è quella identificata come “capacità e attitudini”. E lì si legge: «Sostenitore della trasparenza e legalità, principi cardine del percorso personale ed imprenditoriale». La parola «legalità» compare più volte, quasi come un mantra, nella descrizione del profilo dell’imprenditore. Non c’è motivo di dubitare che ne sia un indefesso sostenitore, ma un episodio recente e uno più datato vanno citati per completezza d’informazione.

    Il fatto più vecchio riguarda notizie di stampa su alcune dichiarazioni del collaboratore di giustizia lametino Gennaro Pulice. Ritenuto in generale attendibile anche dalla Cassazione con la sentenza “Andromeda”, Pulice avrebbe riferito agli inquirenti di una presunta e mai dimostrata protezione dell’imprenditore da parte del clan Pesce di Rosarno. Va però chiarito che si tratta di una dichiarazione di un killer pentito che non ha avuto, per quel che se ne sa, nessuna conferma in sede giudiziaria finora.

    Più recente è invece la richiesta di rinvio a giudizio per il caso Santapaola. Guarascio è imputato per maltrattamenti di cui, secondo la Procura di Cosenza, sarebbe stato vittima Pietro Santapaola, calciatore 17enne che è stato messo alla porta dalla società che lo aveva sotto contratto. Pur avendo un cognome e parentele ingombranti, il ragazzo non avrebbe nulla a che fare con la criminalità organizzata siciliana.

    In missione per conto di Doris

    A Lamezia, dove è anche editore di un quotidiano online molto seguito in città e nell’hinterland, Guarascio è più in vista come politico che come imprenditore. Sul territorio la sua azienda ha un impianto di termodistruzione e una piattaforma di stoccaggio. Le sue attività nel settore dei rifiuti, però, hanno avuto un boom altrove. Non sono note sue iniziative rilevanti in campo sportivo e in molti, infatti, gli contestano di non essersi interessato alla Vigor nei momenti in cui la società ha attraversato forti difficoltà. A novembre del 2019 si è candidato a sindaco, però, a capo del movimento “Nuova era”.

    Nella corsa alle Comunali ha avuto anche il sostegno ufficiale del Pd, ma non è bastato. Alla fine, è arrivato terzo dopo il sindaco (al momento sospeso) Paolo Mascaro e il candidato del centrodestra “ufficiale” Ruggero Pegna. In consiglio comunale non è certo un baluardo dell’opposizione dura e pura. E anche nei lavori delle tre commissioni di cui fa parte è spesso assente. Tutti, a mezza bocca, concordano sul fatto che il suo principale sponsor politico sia Doris Lo Moro, già magistrato, senatrice e assessore alla Sanità dell’era Loiero. Ultima curiosità: la sede legale di “Ecologia Oggi” e lo stesso domicilio di Guarascio si trovano in una via in cui sorgono immobili che, dicono a Lamezia, sarebbero stati almeno in passato di proprietà del marito della senatrice.