Tag: cosenza

  • Pallone d’Oro a Davide Dionigi: Wikipedia dà fiducia a Guarascio

    Pallone d’Oro a Davide Dionigi: Wikipedia dà fiducia a Guarascio

    [responsivevoice_button voice=”Italian Male” buttontext=”ASCOLTA L’ARTICOLO”]

    Non avrà inanellato grandi successi – pur difendendosi egregiamente con gli esoneri – in panchina finora, questo è certo. Ma Davide Dionigi un record può vantarlo (almeno per un po’): è l’unico giocatore di serie B ad aver vinto il Pallone d’Oro. Questo secondo la più nota delle enciclopedie online: Wikipedia. Qualche buontempone nel pomeriggio di oggi ha infatti messo mano alla voce relativa all’allenatore che Eugenio Guarascio ha voluto per guidare il Cosenza nella prossima stagione. I tifosi mugugnano per il curriculum da tecnico dell’ex bomber della Reggina? Un modo per farli ricredere prima che tocchi riuscirci ai risultati sul campo forse c’è.

    davide-dionigi-pallone-doro
    La pagina di Wikipedia su Davide Dionigi

    L’Italia da Pallone d’oro: dopo Cannavaro, Davide Dionigi

    E così, con buona pace di France Football che assegna il premio ogni anno, l’ex attaccante amaranto si è ritrovato nella lista dei più grandi del calcio europeo. Dopo Rivera, Rossi, Baggio e Cannavaro l’Italia ha scoperto un Pallone d’oro in più tra i suoi campioni, Dionigi. L’unico calciatore, tra l’altro, ad aggiudicarselo militando in serie cadetta. Non ce l’aveva fatta nemmeno Gheorghe Hagi, il Maradona dei Carpazi, nel suo periodo bresciano tra una parentesi al Real Madrid e una al Barça.

    Leo Messi e i suoi sette Palloni d’Oro, nessuno vinto giocando in squadre di serie B

    L’altro neo rossoblù, il ds Gemmi, nel presentare gli obiettivi per la prossima stagione e l’erede di Bisoli, aveva appena detto in conferenza stampa che c’è voglia di stupire i tifosi. Nessuno avrebbe mai potuto aspettarsi che di lì a pochi minuti Davide Dionigi avrebbe vinto un Pallone d’Oro (alla carriera?). L’unica sorpresa maggiore per i tifosi potrebbe essere vedere il Cosenza in ritiro con una rosa già completa o quasi, a questo punto. Ma i bookmakers ritengono più probabile che torni prima alla normalità la voce di Wikipedia sul mister dei Lupi.

  • L’artista e il calciatore: la cultura che fa rete a Cosenza

    L’artista e il calciatore: la cultura che fa rete a Cosenza

    [responsivevoice_button voice=”Italian Male” buttontext=”ASCOLTA L’ARTICOLO”]

    L’artista e il calciatore. Potrebbe essere il titolo di una canzone di De Gregori ma lui ci avrebbe stracciati con la fantasia.
    La coppia mica tanto per caso è composta da Adele Ceraudo e Franco Florio. Lei performer che ha fatto del disegno con la Bic e dell’uso espressivo del corpo una cifra stilistica unica. Lui ex giocatore prima del Cosenza, poi del Monza e del Treviso, e ora allenatore e imprenditore.
    Entrambi cosentini, li ha fatti incontrare la passione per l’arte. Insieme hanno creato un nuovo spazio nella città dei bruzi: Ac, galleria e laboratorio dell’artista (unici nel Mezzogiorno) con l’ambizione di diventare anche centro culturale e punto di riferimento per artisti che vivono, operano o transitano all’ombra dell’elmo.

    ceraudo-florio-artista-calciatore-creano-centro-culturale-citta
    Opere di Adele Ceraudo in mostra nella galleria Ac

    Florio: allenatore e collezionista

    La loro amicizia è nata sulla scorta della bellezza. «Mi sono innamorato delle opere di Adele, sono davvero potenti», racconta Florio, che ha da poco concluso l’esperienza di coach del Miami United Fc.

    franco-florio
    Franco Florio (primo da sinistra) con la maglia del Cosenza sfida la Lazio di Pavel Nedved in Coppa Italia

    Ora è vice allenatore del Crotone e gestisce un’impresa di costruzioni. Così innamorato che è diventato un collezionista dell’artista che vive e lavora a Milano.
    Alcuni dei disegni di “Lady Bic” hanno arricchito la collezione privata dell’atleta, che ha ricavato una galleria-atelier nel magazzino di un palazzo di famiglia, su corso Umberto, parallelo a via Rivocati. «Fin da bambino adoro andare nei musei e alle mostre, vedere opere d’arte, conoscere artisti. Ho una passione per le cose belle. Mi piace conoscere gli artisti e parlare d’arte con loro. Questo ti dà la possibilità di vedere le cose dal suo punto di vista e questo mi emoziona».

    ceraudo-florio-artista-calciatore-creano-centro-culturale-citta
    Adele Ceraudo e Franco Florio

    I corpi femminili e la censura

    Il punto di vista di Adele Ceraudo è estremamente femminile. Modella di sé stessa, il suo corpo è la matrice su cui compone opere di grande espressività. «Il corpo è il luogo della memoria, delle nostre cicatrici. Per me è il vero specchio dell’anima, dice esattamente chi siamo. Credo che il corpo sia non solo un tempio ma anche una forma di racconto». Così prosegue Ceraudo, che è stata ambasciatrice dell’arte italiana a Melbourne e ha esposto all’estero, oltre che in Australia, in Turchia, Giappone e Spagna.
    Al centro della sua arte sono la bellezza, appunto, e la forza femminile, che approdano su diversi supporti partendo dalle foto (di cui Ceraudo è interprete), passando per il disegno a inchiostro e poi attraverso la stampa digitale.

    Un nudo di Adele Ceraudo

    I soggetti sono spesso reinterpretazioni in chiave femminile di opere famose, molte rinascimentali (La David o La Donna vitruviana), anche d’ispirazione biblica (La Crista).
    Corpi molto realistici e potenti, spesso incappati nelle maglie della censura. «A Roma ho dovuto rinunciare ad una mostra importante perché la Crista non era gradita. In una mostra a Napoli mi hanno censurato alcune opere di natura biblica, oltre alla Crista, la Pìetas. Poi la censura sui social network è abbastanza talebana: io faccio nudi e mi bloccano continuamente per i capezzoli. Devo sempre metterci sopra le crocine».

    Ceraudo: l’arte come medicina

    «La mia arte è un modo per dire che le donne sono forti, che i loro corpi sono sacri», spiega Ceraudo, che usa la sua arte non solo come mezzo di comunicazione ma soprattutto come terapia.
    Disegnare è stato il suo modo per trasformare il dolore. Abusata da bambina, bullizzata a scuola, ha fatto entrare la droga nella sua vita. Impugnare la Bic e diventare artista è stata la sua rivincita sulla vita. Adele non ha dubbi: «L’arte è stata la mia medicina». Ma anche un atto di fiducia verso sé stessa: «In comunità, dopo l’ennesima ricaduta, circondata da uno staff di medici molto bravi, mi sono detta: sono un’artista e sono brava».

    ceraudo-florio-artista-calciatore-creano-centro-culturale-citta
    Adele Ceraudo in azione con la sua Bic

    La fiducia si è nutrita dell’inchiostro più pop che esista. La scelta della Bic è avvenuta un po’ per caso, un po’ per necessità. «Ho iniziato a usarla perché era in casa. Ma anche perché l’inchiostro è sempre stata la mia passione, infatti adoro i fumetti. E poi la penna Bic è versatilissima: a seconda di come la inclini fa delle sfumature belle e delicate o dei segni incisivi, marcati e potenti». Poi è arrivato l’uso della fotografia: «Un giorno ho chiesto a una mia amica fotografa, Ivana Russo, di farmi delle foto. Mi piaceva l’idea di trarre un disegno da una foto, non mi piace avere il modello dal vivo, mi piace poter vedere le ciglia, i pori della pelle, dettagli che si possono vedere solo con una fotografia». Così, nel 2007 è nata la sua prima collezione: L’anima del corpo.

    Un centro culturale per i Rivocati

    Nello Spazio Ac di Cosenza campeggia un’enorme Paolina Borghese col corpo di Adele e altre opere celebri dell’artista, esposte nella sala mostre e acquistabili.
    Sul retro, il laboratorio dell’artista con tele in lavorazione (a luglio esporrà a Palermo alcune opere inedite nate durante il lockdown).
    Il centro, nel mese di giugno aprirà solo su appuntamento. In seguito (ancora non c’è un calendario definito) vi si svolgerà una serie di iniziative. «Una o due volte al mese organizzeremo eventi come presentazioni di libri, mostre fotografiche», spiega Florio, che ha già qualcosa e qualcuno in mente.

    La sede di Ac

    Il fotografo Francesco Bozzo, per esempio, cosentino che vive e lavora da 27 anni in Australia, sta per ultimare un libro fotografico sul centro storico di Cosenza. Ma i costi della stampa sono troppo gravosi e la casa editrice indipendente Coessenza (che ha da poco aperto una sede nello stesso quartiere dei Rivocati) a breve lancerà una campagna di crowdfunding. Poi si vedrà.

    In zona c’è anche l’artista Andrea Gallo, con la sua Officina Ovo, scuola d’arte e centro indipendente di promozione delle arti visive. Poco distante i gemelli Tucci, musicisti dei Lumpen, gestiscono un’osteria. «Vogliamo fare rete con altri artisti, vorremmo che Spazio Ac diventasse anche un punto di incontro». Sempre con un occhio al quartiere, che ospita anche l’atelier di un’altra artista, Luigia Granata e la sede di Tecne, studio musicale di Costantino Rizzuti. «È una zona bellissima, ormai considerata periferica eppure centralissima. Qui è cresciuto mio padre, ci sono molto legato», racconta Florio. Il quartiere dei Rivocati vuole rinascere. Bello che sia, anche, nel nome dell’arte e della cultura.

    Simona Negrelli

  • Cosenza vecchia, una legge da 275 milioni di euro per salvarla

    Cosenza vecchia, una legge da 275 milioni di euro per salvarla

    [responsivevoice_button voice=”Italian Male” buttontext=”ASCOLTA L’ARTICOLO”]

    Una legge nazionale per Cosenza vecchia. A presentarla è la deputata pentastellata Anna Laura Orrico, firmataria insieme ai colleghi Alessandro Melicchio e Carmelo Massimo Misiti della proposta n° 3544, “Interventi per la tutela, il risanamento ambientale e la rigenerazione urbana, sociale ed economica del centro storico della città di Cosenza”.
    È noto che il quartiere da tanti anni versa in uno stato di abbandono e incuria. Questo degrado non è solo paesaggistico. Miete vittime nelle case e sulle strade. È una situazione che costituisce inoltre una minaccia per la pubblica incolumità.

    cosenza-vecchia-legge-275-milioni-euro-per-salvarla
    Un angolo di Cosenza vecchia, tra antichi palazzi e crolli (foto C. Giuliani) – I Calabresi

    La proposta di legge per Cosenza vecchia

    Preso atto di questa immensa problematica e delle notevoli potenzialità che emergerebbero dalla sua risoluzione, il primo rigo della proposta di legge suona come un passionale squillo di tromba, un appello alle sensibilità. E contiene tutto lo spirito dell’iniziativa: «ONOREVOLI COLLEGHI! – Il centro storico di Cosenza rappresenta un patrimonio storico-culturale straordinario del nostro Paese».

    Chiara la finalità dell’atto politico, enucleata nell’articolo 1: «La coesione e l’inclusione sociale, la tutela e la valorizzazione dell’ambiente e del patrimonio storico e culturale del centro storico di Cosenza, favorendo il riuso di complessi edilizi e di edifici pubblici o privati, in stato di degrado, di abbandono, dismessi o inutilizzati, incentivandone la riqualificazione fisico-funzionale, la sostenibilità ambientale e il miglioramento del decoro urbano e architettonico complessivo».

    Poteri al prefetto e 275 milioni in tre anni

    Per il raggiungimento degli obiettivi, l’articolo 2 conferisce pieni poteri al prefetto e disegna anche la struttura organizzativa che avrà a disposizione, “composta dal commissario straordinario, dalla cabina di regia per il coordinamento istituzionale, dalla segreteria tecnica di supporto e dal tavolo permanente per il partenariato economico, sociale e territoriale”.
    Interessante “il coinvolgimento e la partecipazione di soggetti pubblici, privati, del Terzo settore e della cittadinanza attiva nei processi di coprogettazione degli interventi”, previsti dall’articolo 3.

    L’annosa questione degli edifici privati fatiscenti di Cosenza vecchia, sui quali l’amministrazione comunale non può o non vuole intervenire, è affrontata una volta per tutte all’articolo 10 della proposta di legge: «La struttura commissariale può procedere all’esproprio di beni immobili, fabbricati e terreni, situati all’interno ai sensi del comma 1 dell’articolo 6, che versano in stato di degrado, di abbandono o di rischio per la salute pubblica, quando, avvisati i proprietari, trascorsi inutilmente sessanta giorni dalla notifica, questi non comunicano l’intenzione di procedere al risanamento del bene. Le disposizioni di cui al primo periodo si applicano anche nel caso in cui i proprietari non sono rintracciabili».

    prefettura-cosenza-vecchia-legge
    La Prefettura di Cosenza (foto C. Giuliani) – I Calabresi

    Infine, il capitolo più delicato, relativo ai fondi pubblici da reperire e destinare alla maxiopera di risanamento e rilancio. È trattato nell’articolo 11: «È autorizzata la spesa di 150 milioni di euro per l’anno 2022, di 75 milioni di euro per l’anno 2023 e di 50 milioni di euro per l’anno 2024».

    La bella addormentata

    «Come mai tutti queste saracinesche sono abbassate?». Con teutonico accento e gli sguardi rivolti a corso Telesio, estasiate dalla bellezza della «Chìesa matre», appollaiate sul sagrato del duomo, due turiste tedesche interrogano Giulia, giovanissima studentessa calabrese di terza media, che con loro conversa in un perfetto inglese. La ragazza chiede supporto agli adulti: «Prof, questa non la so. Dimmi che cosa devo rispondere, così glielo traduco». Si rimane senza parole nel tentativo di spiegare ai forestieri com’è possibile che cotanta urbana bellezza sia appassita nel tempo.

    unita-italia-monsignore-duomo-cosenza-cattedrale-ritrovata
    Il duomo di Cosenza (foto A. Bombini) – I Calabresi

    E ci si aggrappa a quel poco che rimane in piedi e resiste: lo storico caffè Renzelli, la bottega di articoli religiosi di Umile Trausi e quella del maestro pittore Giuseppe Filosa, il rinato Shiva Shop del mitico “Rico” Mazzei, il palazzo Tarsia restaurato su iniziativa dei vulcanici e mai domi linguisti Marta Maddalon e John Trumper. Su corso Telesio e nei dintorni, quel poco di vita sociale e culturale che rimane è stato generato dalla libera e spontanea iniziativa di associazioni e privati cittadini.
    Ampie boccate d’ossigeno sono state originate dalle iniziative di Villa Rendano e dalla scuola estiva dell’Unical.

    La legge, i progetti e… Cosenza vecchia si svuota

    Di recente, il neosindaco Franz Caruso ha annunciato «l’affidamento della progettazione degli ultimi quattro interventi del Contratto Istituzionale Sviluppo».
    Riguarderanno la riqualificazione della Villa vecchia e delle altre aree verdi del centro storico, la sua fruibilità turistica, la riqualificazione di Piazzetta Toscano e la riapertura della Biblioteca civica. La notizia è stata accolta dai cosentini col tradizionale scetticismo.
    È un’incredulità più che motivata. Ed è corroborata dall’inquietante censura sull’argomento, imposta dagli uffici locali di certi apparati dello Stato.

    cultura-cosenza-oggi-e-solo-citta-friggi-mangia
    L’ingresso della Biblioteca civica in piazza XV marzo, sede dell’Accademia cosentina

    Aleggia la convinzione che un serio intervento istituzionale sia imprescindibile. Lo invocano intellettuali e professionisti. Lo chiedono con dignità e rabbia le cosentine e i cosentini rimasti a vivere nell’antica città. Erano 10.028 nel censimento Istat 2011. Oggi pare siano ridotti a poco più della metà. Sanno bene che Cosenza vecchia non avrebbe nulla da invidiare a centri storici come quelli di Matera, Ragusa e Lecce. Se la proposta di legge per Cosenza vecchia presentata da Anna Laura Orrico e colleghi, in questa o nella prossima legislatura, trovasse perlomeno il sostegno degli altri parlamentari calabresi e meridionali, potrebbe contribuire a riaprire una finestra di speranza su uno dei luoghi più suggestivi del meridione.

  • Il lavoro quando c’è: nero e irregolare a Cosenza

    Il lavoro quando c’è: nero e irregolare a Cosenza

    [responsivevoice_button voice=”Italian Male” buttontext=”ASCOLTA L’ARTICOLO”]

    La polemica è stagionale come certi lavori: non appena arriva l’estate partono le lamentele di vari imprenditori contro il Reddito di cittadinanza.
    Alle quali si sono aggiunte, quest’anno, le perplessità sul Salario minimo, approvato da poco dall’Ue e a cui l’Italia dovrà adeguarsi.
    La domanda vera è: queste misure servono? E quanto?
    Di sicuro i dati che vengono dall’altro fronte, quello dell’impresa, non sono il massimo.

    Calabria maledetta?

    I casi eclatanti non mancano, da noi. E di alcuni I Calabresi hanno già dato ampio resoconto.
    Mancano, semmai, statistiche complete attendibili che diano il polso della situazione.
    Detto altrimenti: quanti sono i casi di sfruttamento, di lavoro nero “totale” o di lavoro “grigio”?
    Ancora: quanti sono i casi di evasione, assicurativa e contributiva, ai danni dei lavoratori? Ottenere questi dati è difficilissimo, per una serie di ragioni.
    La prima si chiama omertà: spesso il lavoratore è “colluso” col suo capo. E non sempre perché ne subisce il ricatto: la vita del “padrone”, in Calabria, può essere difficile come quella dei suoi dipendenti.

    I cantieri edili sono spesso luoghi-simbolo dello sfruttamento

    La seconda è dovuta all’inefficienza: gli uffici che dovrebbero vigilare, il più delle volte, non sono attrezzati a dovere, soprattutto a livello di organico.
    Tuttavia, qualche numero da cui partire c’è . Poco, ma quanto basta per mettere un piccolo punto fermo. E capire se siamo o no una terra maledetta.

    Lavoro nero e non solo: un anno di evasioni

    lavoro-nero-cosenza-ispettori-lanciano-allarme
    La sede dell’ispettorato

    I dati dell’Ispettorato del lavoro di Cosenza sono piuttosto parziali. Innanzitutto perché riguardano il solo 2021.
    Poi perché riflettono l’attività dell’ufficio, cioè tutti i casi che i funzionari conoscono in seguito a denunce o ispezioni.
    Eccoli.
    In tutto il territorio provinciale di Cosenza lo scorso anno ci sono state 492 richieste d’intervento, cioè denunce dei lavoratori.
    Sempre nello stesso periodo, sono emersi 434 casi di lavoro irregolare. Ovvero il cosiddetto lavoro “grigio”.
    I casi di lavoro completamente nero sono, invece, più ridotti: 273.
    A questo punto, arriviamo al girone peggiore: i lavoratori in nero che percepiscono il Reddito di cittadinanza. I casi denunciati nel 2021 sono solo 14.
    Ancora: nello stesso periodo, l’Ispettorato ha emesso 236 Diffide accertative (in pratica l’equivalente dei decreti ingiuntivi) per crediti vantati dai lavoratori.
    Il dato più grosso riguarda l’evasione assicurativa e contributiva, che arriva a 2.101.721, 94 euro.
    I casi risolti sono 737. Come valutare questi dati?

    La pagella di Cosenza

    Per quanto parziali, i dati sono gravissimi, perché incidono su un territorio enorme e problematico.
    La terza provincia d’Italia ha un tasso di disoccupazione altissimo (si parla di circa 58mila disoccupati per il 2021 e un tasso del 50% tra gli under 30), che di suo spinge alla fuga.
    Di più, questi dati emergono da un sistema economico essenzialmente terziario, in cui anche il bar sotto casa a gestione familiare è un’azienda.
    Ciononostante, i casi emersi nel 2021 restano pochi, come ammettono per primi proprio dall’Ispettorato.
    È il momento di specificare meglio ciò che si è detto prima sulle inefficienze, reali e presunte, di chi dovrebbe tutelare i lavoratori.

    lavoro-nero-cosenza-ispettori-lanciano-allarme
    Lavoratori in protesta contro lo sfruttamento

    Ispettorato azzoppato

    Si è già detto che i dati raccolti sono il frutto delle denunce dei lavoratori oppure delle ispezioni.
    Ma che verifiche può fare un ufficio spaventosamente sotto organico? Il fabbisogno di personale dell’Ispettorato del lavoro di Cosenza oscilla attorno alle cento unità, tra ispettori e funzionari.
    La disponibilità effettiva è quasi la metà, quindi del tutto insufficiente. Peggio ancora se si considerano anche le attività di polizia giudiziaria (ad esempio nell’infortunistica) che gravano sull’ufficio.
    Non a caso, la scorsa primavera i dipendenti dell’Ispettorato sono scesi in piazza per denunciare che tra le tante emergenze del lavoro c’è anche la loro.
    I dati sono veri, ma stimati in difetto: quelli reali potrebbero arrivare a quattro volte tanto.

    lavoro-nero-cosenza-ispettori-lanciano-allarme
    La manifestazione degli ispettori del lavoro a Cosenza

    Il Reddito è un rimedio?

    Un rimedio no, fanno sapere gli addetti ai lavori, che ammettono per primi che il Rdc è stato un mezzo fallimento.
    Tuttavia, resta un palliativo.
    Stesso discorso per il Salario minimo, di cui desta perplessità il fatto che è pensato su base oraria.
    Si prepara un’altra estate di polemiche. Poi, finite le esigenze stagionali, tutto tornerà più o meno a posto.
    Resta una domanda: quante saranno le irregolarità o le evasioni del 2022?

  • Quando le lucciole si presero Cosenza

    Quando le lucciole si presero Cosenza

    Una macchina del tempo speciale, la stampa d’epoca, restituisce un’immagine originale della storia e del costume della Cosenza ottocentesca.
    Entrambi rivisti da un’ottica particolare: la prostituzione. Un’attività che la dice lunga sulle abitudini dei cosentini.
    I protagonisti di questa storia, in cui le lucciole stanno in primo piano, sono Francesco Martire, avvocato di grido e sindaco, e Luigi Miceli, deputato radicale allora all’apice del potere.
    Le voci narranti appartengono, invece, ai giornali Il Fanfullino e La Tribuna.

    lucciole-cosenza-sindaco-martire-caccio-loro-quartiere
    Una lucciola d’epoca

    Una città noiosa

    La Cosenza degli anni ’70 del XIX secolo è una città piccola (quindicimila anime circa) e noiosa.
    Quel po’ di borghesia che vi resiste si ritrova al Gran Caffè o al Baraccone, un teatro ligneo che l’amministrazione comunale demolisce per far posto all’ara dei fratelli Bandiera.
    L’opera, che tuttora incide nell’immaginario cosentino, è commissionata allo scultore bolognese Giuseppe Pacchioni, già sodale dei fratelli veneziani e scampato per un soffio al disastro della loro spedizione.

    Lucciole e tariffe

    Tolti questi due locali, ridotti a uno, resta un’alternativa per gli uomini che possono permettersela: le casupole di via Sant’Agostino, piccoli lupanari dove circa cinquanta lucciole esercitano il mestiere più antico del mondo. I più esigenti, invece, possono rivolgersi al bordello vicino a piazza Carmine.

    lucciole-cosenza-sindaco-martire-caccio-loro-quartiere
    La targa di un bordello d’epoca

    È solo una questione di tariffe, che comunque non sono alla portata di tutti: una “marchetta” a Sant’Agostino costa due lire, a piazza Carmine si sale a cinque.
    Per capire meglio, si pensi che le leggi dell’epoca davano il diritto al voto ai maschi venticinquenni che si dimostravano in grado di pagare 40 lire di imposta all’anno.
    Ad ogni buon conto, le casupole di Sant’Agostino restano frequentatissime fino al 1876, quando Francesco Martire le sgombera.

    Via le lucciole da Sant’Agostino

    La morale pubblica non c’entra, perché la prostituzione è legale, grazie ai decreti Cavour che ne regolano l’esercizio sin dal 1861.
    Lo sgombero di via Sant’Agostino è dovuto ai lavori di rifacimento della zona, in particolare all’allargamento della strada che deve collegarsi all’ara dei fratelli Bandiera.
    Questi lavori, che fanno parte di un pacchetto cospicuo di interventi, implicano la demolizione delle casupole.

    Il ribaltone e il sindaco

    A monte di queste iniziative, c’è un ribaltone di palazzo, che avviene proprio nel 1876, quando il sindaco Raffaele Conte, avvocato e patriota risorgimentale moderato, è costretto alle dimissioni.

     

    Luigi Miceli

    Conte, che ha programmato quasi tutte le opere allora in realizzazione, è gradito a quell’élite (poco più del 2% della popolazione) che determina col voto il destino della città. Infatti, la sua lista rivince.
    A questo punto interviene Luigi Miceli, il deputato di Longobardi, prossimo a una carriera ministeriale importante nei governi della Sinistra e uomo forte della Provincia. Miceli impone un suo uomo, Francesco Martire, approfittando del fatto che i sindaci sono nominati direttamente dal re.
    L’escamotage è un inciucio di rara raffinatezza: Martire diventa sindaco ma gli uomini di Conte entrano in giunta.

    Il giornalista e le lucciole

    E le lucicole? Per loro non cambia nulla: lo sgombero previsto da Conte lo farà Martire.
    L’onere (e il piacere) del racconto spettano a una penna di rara efficacia: quella di Alessandro Lupinacci.
    Scrittore, poeta e giornalista, Lupinacci è un moderato dall’ironia graffiante. Editorialista della Tribuna di Roma, fonda a Cosenza, nei primi ’70 dell’Ottocento, Il Fanfullino, un periodico di satira e cronaca che gli somiglia tantissimo.
    Sarebbe improprio definire Lupinacci un conservatore (come appare agli occhi di chi lo legge oggi): secondo i criteri dell’epoca, sarebbe un riformista.
    I passaggi che, con lo pseudonimo di Sandor, dedica allo sgombero sono gustosissimi.

    Il racconto

    «La strada che si sta costruendo lungo il quartiere di S. Agostino e la demolizione di quelle casupole, albergo infelice delle infelicissime generose, ha ricacciato molto più in dentro alla città quelle vittime della prostituzione con grave scandalo della onesta gente che abita in quella contrada, e della morale pubblica».
    Così, il 17 giugno del 1876, Sandor tira la sua brava staffilata sulla situazione.
    Non senza un sottinteso: prima, quando c’erano le casupole, si sapeva anche dove stavano le lucciole. Ora, dopo lo sgombero non lo si sa più.

    Il complesso monumentale di Sant’Agostino

    Ma tutto lascia pensare che la “colonizzazione” di Santa Lucia, che per decenni è stato il “cordone sanitario” della città (e tale è rimasto, anche dopo la legge Merlin) sia iniziato proprio allora.

    Le lamentele

    Dopodiché, Lupinacci si fa carico di una lamentela: «Io vorrei (per essere appagati i giusti reclami che mi giungono), dalla Pubblica Sicurezza, o da chi deve occuparsi di questo ramo di pubblico servizio, che si provvedesse opportunamente e con sollecitudine», prosegue l’articolo del Fanfullino.
    Ma anche il quartiere, dopo lo sgombero, non è messo bene, perché una cosa è demolire le casupole, un’altra bonificare la zona.

    L’Avanguardia, uno dei giornali che raccontarono la vicenda delle lucciole

    Infatti, denuncia ancora Lupinacci: «Nello stesso quartiere vi è dell’acqua stagnante che non trova scolo a causa del materiale gittato dalle demolizioni, acqua che nuoce colle sue fetide esalazioni alla salute degli abitanti».
    Il destinatario delle lamentele (e delle relative esortazioni) è Martire: «Giro questo reclamo all’onorevole sindaco».

    Un esercito di “laide Circi”

    Un anno dopo, la situazione non è risolta. Stavolta lo denuncia L’Avanguardia, il settimanale fondato dal giornalista e scrittore Mario Bianchi proprio nel 1877.
    Già, le lucciole si sono “disperse” in città e alcune di loro sono approdate a Santa Lucia. Ma altre sono tornate nel quartiere, dove danno un po’ troppo nell’occhio.
    Non a caso, L’Avanguardia del 17 giugno 1877 parla di «un esercito di laide Circi» che avrebbe invaso Sant’Agostino.
    Alla faccia della riqualifica…

  • Cosenza è una città “friggi e mangia”, altro che cultura

    Cosenza è una città “friggi e mangia”, altro che cultura

    Come ricominciare? Come riprendere il filo di certe conversazioni? Non è facile, certo non è facile. Il vuoto delle sale cinematografiche e le difficoltà dei teatri lo dimostrano.
    Dopo quasi tre anni di isolamento, dopo mesi e mesi di solitudine e di incontri surrogati come rinsaldare il desiderio di musica, di recitazione, di un ascolto collettivo per sentire un brivido che appartiene a tutti?

    Stare insieme, ascoltare, rincontrarsi mentre tutto il negativo ante pandemia è ancora presente e vivo, anzi pure peggio. E allora dove è un inizio possibile? La poesia dialettale e i suoi poeti diventano un sicuro riferimento perché il “il parlante è vicino al poeta” come Pasolini ebbe a scrivere in un illuminato saggio sulla poesia dialettale del ‘900, nel 1948.

    cultura-cosenza-oggi-e-solo-citta-friggi-mangia
    L’ingresso della Biblioteca Civica in piazza XV marzo, sede dell’Accademia cosentina

    Perciò Civicamica ha proposto ai Tridici Canali per il 7 giugno una serata, con l’adesione della Fondazione Giuliani, una serata di lettura di poesie in dialetto, proprio per scoprire se un inizio fosse ancora possibile in una città in cui l’offerta culturale nelle sue istituzioni pubbliche appare svilita, mortificata, con teatri chiusi o quasi, dove l’offerta di musica e di opera lirica è delegata alla iniziativa di privati o di associazioni (è una benedizione che ciò avvenga), giovani e adolescenti affollano le sale dei cinema solamente per gli spettacoli di film con effetti speciali di guerre e massacri, come a confermare l’oscena realtà della guerra a cui si è assuefatti: a corollario di una tale perniciosa circostanza la Biblioteca Civica è chiusa da tre anni, gli ultimi dipendenti senza stipendio da 45 mesi, il suo consiglio di amministrazione oppresso da una montagna di debiti, con il tenue barlume del finanziamento dei fondi Cipe.

    Accenti antichi rievocano Padula, Ciardullo, Buttitta

    Dunque tre associazioni si mobilitano, su intenti comuni concordano un programma, un orario, il luogo: nel giardino del complesso monumentale di San Domenico avviene il miracolo di un crepuscolo, dove accenti antichi parlano di vicinato, di povertà e ricchezza, di emigrazione di ingiustizia e solitudine. Risuonano i versi affidati alle voci dei soci de I Tridici Canali, poeti loro stessi e fini dicitori rispettosi della pronuncia della ricchezza fonetica che “le parlate” calabresi hanno consegnato nei secoli.

    Il pubblico è numeroso, gode nel fresco del giardino di suoni inediti che portano a infanzie lontane o a suoni di contrade e quartieri ora abbandonati e quasi deserti, ma la magia conquista l’attenzione, consolida conoscenza di versi noti come quelli, tra gli altri, di Bendicenti, Padula, Ciardullo e Pane, così come di poeti napoletani o di Buttitta con la poderosa Littra a na madre tedesca. Serata perfetta, niente da dire? Torniamocene a casa tranquilli nel cuore e saturi di atmosfere di garbo e bon ton? Ma non mi passa pi ‘a capu! Ma nemmeno per un attimo.

    Cultura a Cosenza? Tutta “friggi e mangia”

    Lo sdegno monta e trabocca per come sono ridotte le sorti di Cosenza, città “friggi e mangia” già dal 2017, come ebbero a dire degli amici toscani in visita, quando si trovarono avvolti in una nebbia di fumo tra piazza 11 e piazza dei Bruzi: certo era il 23 dicembre e quel che succede, parafrasando Mozart, ben lo si sa.

    La proposta culturale pubblica in questa città non esiste da molto tempo: da quello che è passato come un grande evento “il concerto di Soler” a piazza Bilotti, nella dichiarazione del sindaco dell’epoca si legge che l’esibizione del cantante per la notte di Capodanno «rappresenta una parte importante del complessivo programma di rilancio della città sul piano dell’immagine e della visibilità», sicuramente un altro vanto congruo è stato la vendita di 10mila cornetti nella notte per il forno nella piazza.

    Peccato però che in contemporanea si sia registrato la rinuncia di progettazione per il Fus, l’abbandono di responsabilità diretta per il Rendano, lo stillicidio nella gestione degli altri teatri cosi come la delega al privato della programmazione di stagioni di prosa, appiattite sugli standard televisivi per il successo di audience.

    cultura-cosenza-oggi-e-solo-citta-friggi-mangia
    Il teatro Rendano vuoto

    Per fortuna (r)esistono enti privati, associazioni e fondazioni

    Non si può dire che la vita culturale della città abbia potuto registrare un indirizzo pubblico, come la norma prevede; che il Comune abbia un compito educativo, così come per altri gli enti locali, è ribadito da un apparato di norme a partire dalla nostra Carta, presente anche negli statuti degli enti stessi, evidentemente a chi tocca essere eletto, nella sbornia della vittoria passa di mente e il detto compito – dall’antichità il più importante -”exemplum”- si omette.

    In questi anni la stretta trama dell’offerta culturale è stata nelle proposte di enti privati, associazioni e fondazioni, che con propri e spesso pochi mezzi hanno presentato un panorama variegato, ampio, locale e nazionale dimostrando quante energie sono presenti nel territorio, quante teste pensanti e tante aspirazioni a promuovere conoscenza, partecipazione, divulgazione, gusto per il bello e culto verso ciò che appassiona come le arti e la scienza. Perché questo ampio spettro di attività e di pensiero non suscita l’attenzione di coloro che sono chiamati ad amministrare per proporre un programma di vasto respiro in tal senso? Mi si obietterà: non ci sono soldi, non sono possibili grandi produzioni.

    Le luci erano meglio della Biblioteca Civica?

    La pezza risulta peggiore dello strappo, i soldi ci sono stati, si è deciso di spenderli in un modo piuttosto che in un altro. Non per aprire menti e per allertare coscienze, ma per rassodare una omologazione che confermi sempre di più chi ha e chi detiene il potere… Sì, ancora un antico discorso, sempre attuale purtroppo. A proposito di scelte, per esempio, si è scelto di negare il contributo alla Biblioteca Civica ritenendola spesa non necessaria, mentre si è valutato l’apparato di luci come decoro urbano…  Sempre per rinsaldare la famosa “visibilità della città”.

    cultura-cosenza-oggi-e-solo-citta-friggi-mangia
    Palazzo dei Bruzi illuminato dai cerchi simbolo dell’amministrazione Occhiuto

    La città incolta che non ama il dissenso

    Risulta chiaro che “Tata non capisce” come dice il nostro ben noto canto, non capisce e non vuole capire, perché non è solito frequentare i teatri, andare al cinema, leggere libri di narrativa o di saggistica oltre il probabile dovere professionale, non accettare confronti sui dati reali, insofferente al dissenso, in fondo perché non coltiva alcuna passione se non il potere, per il puro purissimo gusto di esercitarlo per sé e per i suoi disegni ( si spera solo per questi) personali personalissimi. Non ciò che serve per migliorare, ma ciò che mi è utile per favorire, per avere voti, per “fregare” l’avversario etc etc… Così non la vedo solo io, ma è il comune sentire di chi poi agli appuntamenti partecipa e nota che gli “eletti” non ci sono quasi mai… Tanto per dirne una.

    Ma “ohi ca mi muoro mi muoro mi muoro” non lo cantiamo, Tranquilli Lor Signori, saremo sempre sulle vostre croste perché qualcuno alla città, a Cosenza ci tiene.
    Ma nell’attesa di ampliare il discorso alle cause più profonde della omologazione coltivata apposta, si affaccia un barlume di speranza: l’attuale amministrazione, da poco insediata, affronta problemi gravissimi per loro stessa ammissione. Al momento sta rilasciando segnali di attenzione, se pur di una certa flebilità (a parte i bandi per il centro storico e il recupero di piani in extremis), ma di questo se ne potrà parlare un’altra volta, sempre con sguardo angolare, senza sconti per nessuno.

    Gilda De Caro

    presidente Civicamica

  • Ospedale a Vaglio Lise: il fantasma prende corpo?

    Ospedale a Vaglio Lise: il fantasma prende corpo?

    [responsivevoice_button voice=”Italian Male” buttontext=”ASCOLTA L’ARTICOLO”]

    Ormai è una non notizia: il nuovo Ospedale di Cosenza si dovrebbe fare a Vaglio Lise.
    A otto mesi dal suo insediamento, la giunta a guida Franz Caruso ha provato a mettere un punto fermo al dibattito sul nuovo Hub.
    È solo un mezzo passo, intendiamoci, perché l’ultima parola spetta al Consiglio comunale.
    Tuttavia resta un segnale forte, sebbene l’idea non sia proprio originalissima.
    La scelta di Caruso, infatti, riesuma la vecchia proposta di Mario Oliverio.
    Ma meglio una riesumazione che niente.

    nuovo-ospedale-cosenza-snobba-ancora-rende-dimentica-occhiuto
    Quel che resta dalla stazione di Vaglio Lise a Cosenza

    La rivincita di Cosenza?

    L’ipotesi di Vaglio Lise è un compromesso tra le esigenze della città e quelle della provincia, comunque costretta a far capo all’Annunziata.
    Ma soprattutto è una risposta forte all’ipotesi opposta, coltivata a Rende in piena era Principe e rilanciata di recente dall’attuale sindaco Marcello Manna.
    Secondo questo progetto, il nuovo ospedale di Cosenza sarebbe dovuto sorgere nei pressi dell’Unical, magari per stimolare la realizzazione della tanto vagheggiata Facoltà di Medicina.
    E c’è da dire che questo progetto aveva ripreso quota con la recente istituzione, ad Arcavacata, di un Corso di laurea di Medicina e tecnologia digitale.
    Realizzare l’hub nei pressi di una delle Stazioni ferroviarie più inutili d’Italia è quindi un punto segnato nella trentennale contesa con Rende per la leadership della futura (e ipotetica) città unica. Un puntello più a Sud, che dovrebbe limitare le pretese di centralità d’oltre Campagnano.

    Uno schiaffo a Mario Occhiuto

    Un Mario (Oliverio) resuscita un po’, un altro Mario (Occhiuto) affonda un altro po’.
    La scelta di Vaglio Lise implica il rigetto più totale dell’ipotesi formulata dall’ex sindaco: tirare su l’Ospedale nuovo sulle macerie del vecchio.

    nuovo-ospedale-cosenza-snobba-ancora-rende-dimentica-occhiuto
    La giunta Caruso delibera in merito alla sede del nuovo Ospedale

    Qualcosa a metà tra il restyling l’opera nuova, che avrebbe dovuto coinvolgere in maniera più organica anche il Mariano Santo di Mendicino.
    A dirla tutta, un progetto ultracampanilista, basato soprattutto su esigenze urbanistiche: puntellare a oltranza la parte sud di Cosenza che, priva dell’Annunziata, rischia la desertificazione.

    Nuovo ospedale di Cosenza: anni di chiacchiere

    Fin qui, in pillole, la lunga storia della contesa sul nuovo Hub, che dovrebbe prendere il posto dell’attuale struttura, realizzata negli anni ’30 e prossima al secolo.
    Da quando fu elaborata la proposta di Vaglio Lise, sono passati due sindaci e un commissario a Cosenza, altrettanti più un commissario a Rende, due presidenti di Regione più un facente funzioni.
    Il problema non è il luogo, del quale a dispetto della decisione presa si continuerà a discutere. Ma il tempo.
    Meglio tardi che mai, si potrebbe dire se ci si ostinasse a vedere il bicchiere mezzo pieno. Peccato che per tanti aspetti sia tardi un bel po’.

    Medici scettici

    Per i medici ha parlato non senza un po’ di ironia maligna, il presidente dell’Ordine Eugenio Corcioni.
    Il quale ha lanciato qualche tempo fa un affondo che parte da un paragone ingeneroso tra Cosenza e Avellino, quando non era ancora orfana di Ciriaco De Mita.

    nuovo-ospedale-cosenza-snobba-ancora-rende-dimentica-occhiuto
    Il presidente dell’Ordine dei medici di Cosenza, Eugenio Corcioni (foto Alfonso Bombini)

    Due ex capitali politiche, sosteneva il presidente dei Medici, di cui una, quella campana, ha realizzato quattro strutture sanitarie, l’altra, Cosenza, trentacinque ologrammi.
    Il tempo ci dirà se la delibera della giunta Caruso, tra l’altro il primo atto forte dell’attuale amministrazione, è il primo passo verso la solidificazione dell’ologramma.
    Tanto più che i soldi per il gigantesco maquillage urbanistico-sanitario ci sono.
    Ma, anche in caso di realizzazione, il problema sarebbe risolto a metà, come aveva rilevato lo stesso Corcioni: mancano i medici.
    Fatto l’ospedale toccherà fare anche i camici. Ma questa è davvero un’altra storia.

  • Rende succursale di Cosenza? Malara non conosce la storia

    Rende succursale di Cosenza? Malara non conosce la storia

    L’architetto Empio Malara ci intenerisce. Non riesce proprio a rassegnarsi che l’attuale disegno urbano di Rende non corrisponde alle previsioni del PRG da lui redatto alla fine degli anni ‘60 del secolo scorso. Lo abbiamo dimostrato per tabulas in Consiglio comunale indicando più di cento opere da noi successivamente realizzate, non previste dal Piano Malara. Opere che hanno dato alla città l’attuale volto. Del resto, lo stesso architetto ammette di aver terminato la collaborazione con il comune di Rende a metà degli anni ‘80, ben 37 anni fa.

    La Rende di Malara e quella dopo di lui

    Ne è passata acqua sotto i ponti dell’Emoli e del Surdo. Seguire il Piano Malara avrebbe significato fermare la storia della nostra comunità a 60 anni fa. Quanto ai marciapiedi di Quattromiglia, Malara cerca il pelo nell’uovo e non lo trova, poi mangia l’uovo e il pelo gli rimane tra i denti. I limiti di alcuni tratti dei marciapiedi di Quattromiglia sono proprio figli della città di passaggio che lui aveva pensato, limiti che in quella zona abbiamo cercato di superare con la realizzazione della piazza pedonale “Santo Sergio” e con gli ampi marciapiedi del “Colosseo”.

    Ed, infatti, in altre zone della città, nate per trasformare Rende da tessuto urbano di passaggio in città di sosta, abbiamo realizzato marciapiedi larghissimi facendo ciò di cui Malara si è reso conto con un ritardo di oltre 50 anni (zona Metropolis, Roges, via F.lli Bandiera, piazza Matteotti, via Rossini, piazza Green etc. , interventi tutti fatti dai riformisti prima dell’avvento di Manna).

    Sì alla Città unica, no alle fusioni a freddo

    Quanto al progetto di Città unica, ripetiamo per l’ennesima volta che noi siamo per la Città Unica, ma non per una fusione a freddo e dopo aver sperimentato la gestione unitaria dei servizi più importanti, utilizzando le forme giuridiche che la legge consente.
    Certamente, ci opporremo con tutte le nostre forze ad una annessione pura e semplice, come vorrebbe Malara che scandalosamente, impudentemente e provocatoriamente parla di «accresciuta città di Cosenza» riferendosi all’unificazione dei tre comuni, senza Montalto Uffugo come, a nostro avviso, dovrà avvenire.

    Malara? Offensivo con Rende

    Malara, infine, parla in uno modo oggettivamente offensivo di Rende, ignorandone evidentemente la storia. Il libro La storia di Rende, di padre Fedele Fonte, era già in libreria mentre Malara e Larini confezionavano il PRG per fare di Rende una periferia, ma, certamente, l’architetto quel libro non lo ha letto, ignorando che la scienza urbanistica non può prescindere dalla storia.

    Mariapia Galasso
    Segretario Federazione Riformista di Rende
    Clelio Gelsomino
    Presidente Federazione Riformista di Rende
    Fabio Liparoti
    Vice segretario Federazione Riformista di Rende

  • Cosenza globale: il quartiere multietnico a due passi dal centro

    Cosenza globale: il quartiere multietnico a due passi dal centro

    Kasbah, borgo, villaggio: il quartiere dell’autostazione è un mondo a sé rispetto al resto di Cosenza. Contenitore di storie e di vite, migranti e stanziali. All’alba, nel silenzio della città che ancora dorme, il quartiere si sveglia prima degli altri tra i rumori dello scarico della merce, le saracinesche che si alzano e il furtivo guardarsi intorno di chi ha trascorso la notte sulle panchine e sa che deve dileguarsi prima che arrivi il primo autobus carico di pendolari.

    Il buongiorno multietnico dell’autostazione di Cosenza

    Una pattuglia della polizia è all’ennesimo giro di controllo e avanza lenta tra le corsie ancora deserte. Nel Buongiorno si intrecciano le lingue. Ognuno ringrazia il suo dio. Il bar sforna cornetti, prepara i primi caffè e comincia svogliatamente a popolarsi. Davanti al money transfer prende forma la mesta processione di chi è in attesa di un aiuto economico da familiari lontanissimi e chi conta i soldi che oggi invierà a casa.

    autostazione-cosenza-quartiere-multietnico-due-passi-centro
    Crocevia di storie e persone: l’autostazione di Cosenza

    Il cinese Chang diventa Ciccio 

    In una città in cui i pochi turisti restano incompresi e ci si affida ai gesti per comunicare, il paradosso è che qui i negozianti, anche i più anziani, si sono assicurati un repertorio di frasi per interagire in inglese con clienti di tutte le nazionalità. Nella dimensione comunitaria del borgo i nomi, quelli impronunciabili, si reinventano in chiave cosentina. E così Kaunadodo, che arriva dal Mali, per qualche bizzarra associazione diventa Tonino, mentre Chang che è cinese, per tutti è Ciccio. Il tempo è scandito da arrivi e partenze. I ragazzi nordafricani con i dreadlock, belli come statue, si mischiano agli studenti che a partire dalle sette scendono dai bus in arrivo dai paesi della provincia, incrociano le badanti col velo che tornano a casa dalle notti trascorse ad accudire gli anziani.

    autostazione-cosenza-quartiere-multietnico-due-passi-centro
    Mamma africana con il suo bambino tra le corsie dell’autostazione di Cosenza

    Degrado o luogo come un altro?

    I viaggiatori di passaggio vanno ad acquistare nei bazar gestititi dai cinesi, la comunità araba mangia il kebab dall’egiziano e fa la spesa nelle macellerie halal e nei supermercati che vendono prodotti internazionali. Le ragazze nigeriane si sistemano le treccine con i cosmetici acquistati all’african shop. Qui acquistano prodotti specifici per la loro pelle e trucchi che valorizzano l’incarnato. Ci sono sguardi indignati e sguardi indulgenti. Per alcuni questa babele è causa di degrado e criminalità, per altri è un luogo come un altro.

    I cosentini non si sentono al sicuro

    Il dato di fatto è che i residenti non si sentono al sicuro. Nei condomini quasi tutti hanno potenziato sistemi di allarme e telecamere. «Guardi qui», Anna mostra il suo cellulare, «24 ore su 24 controllo dal mio telefono cosa accade davanti alla porta di casa. Se c’è qualcuno un beep mi avverte. Viviamo così, con la paura costante di rientrare nel portone o nel parcheggio e trovare qualche malintenzionato». I palazzoni che fanno da cintura intorno all’autostazione sono edifici eleganti con appartamenti di metrature smisurate rispetto agli standard attuali. Ogni amministrazione comunale che si è succeduta ha promesso il trasloco delle corsie dei bus con il loro pesante carico di inquinamento atmosferico. «Argomenti buoni solo in campagna elettorale – sbotta una signora davanti al supermercato – ormai abbiamo smesso di crederci. Questo era un quartiere di famiglie, professionisti, negozi. Adesso abbiamo spazzatura, traffico, degrado, prostitute, ubriaconi e risse».

    Autostazione Cosenza: l’amicizia possibile e il compare cinese

    I nomi sui citofoni, cancellati e sovrascritti, dicono qualcosa della geografia di questi condomini multietnici in cui al profumo del soffritto preparato dalla vecchietta del primo piano si mescola l’odore dell’aglio dell’adobo filippino. Arriva su, fino al quinto piano, dove incontrerà le note speziate del pollo in padella affondato nel riso basmati della tradizione pakistana. È tutto un dualismo, un alternarsi, passato e presente, nuovo e antico, prossimità e lontananze. Molti negozi storici resistono, convivono muro e muro con i negozi che aprono come funghi per assecondare le esigenze della popolazione multietnica che gravita intorno all’autostazione. Certe volte i rapporti si trasformano in amicizia, un commerciante cinese ha dato al figlio il nome di un collega italiano e gli ha chiesto di battezzarlo. Certo non è sempre così, ci sono situazioni di conflitto sempre sul punto di esplodere. Bande rivali che ogni tanto seminano il panico.

    «Sono i ragazzi cosentini a darmi fastidio»

    «Questo è un porto – dice un esercente che non vuole esporsi e chiede di restare anonimo – e nei porti si sa, arriva di tutto: la gente per bene e i disperati. Ma se vuole saperlo a me danno più fastidio gli italiani, i cosentini, i ragazzi che ho visto crescere nel mio quartiere e che oggi sono diventati degli sbandati. Mi presentano la tessera del reddito di cittadinanza e pretendono non la spesa ma i soldi. È una continua richiesta, snervante, ossessiva. Gli rispondo: ma c’è scritto banca sull’insegna? Che rabbia. Certe volte sono costretto a chiudere prima, è l’unico modo che ho per sfuggire. A questo siamo arrivati».

    Nel “porto” cosentino c’è tutto un flusso di migranti in partenza e in arrivo, che segue le rotte del lavoro o della sua ricerca, dalla raccolta nei campi alla vendita ambulante. E c’è un indotto cospicuo, di cibo e servizi, dalle ricariche telefoniche al trasferimento di denaro, dal parrucchiere specializzato nelle acconciature afro al disbrigo pratiche burocratiche e interpretariato.

    La vecchia trattoria si trasforma in supermercato multietnico

    «Quando ho aperto, i miei colleghi mi guardavano male. Mi accusavano di aver reso questo posto più pericoloso perché frequentato dagli stranieri. Oggi devono riconoscere che sono stato un imprenditore lungimirante. Avevo visto lungo«. Massimo De Luca ci è cresciuto tra le corsie dell’autostazione, dove gestisce un supermercato di prodotti internazionali “I cinque continenti”. Oggi vende tapioca e aringhe essiccate negli stessi spazi in cui suo padre, negli anni ’60 serviva ai tavoli della sua trattoria i viaggiatori che arrivavano a Cosenza con la littorina, quella col portapacchi sul tettuccio. «C’erano diverse trattorie in questa zona ed erano una tappa obbligatoria per i pendolari. Venire a Cosenza significava godere della gioia di mangiare un piatto caldo prima di ripartire».

    autostazione-cosenza-quartiere-multietnico-due-passi-centro
    Tra gli scaffali di “Cinque continenti”

    Serve uno sforzo notevole per immaginare questo posto e ricostruire lo scenario completamente diverso che ruotava intorno alle corsie della stazione degli autobus: l’alimentari-trattoria Scarpelli, il deposito del pastificio Amato, Forgione Calzature, il Paradiso dei Piccoli, il Salone del lampadario. L’ultimo ad abbandonare la sua storica sede è stato Giordano il Musichiere, mentre la trattoria De Luca ha cambiato pelle e si è adeguata ai tempi. Prima Conad Margherita e poi supermercato multietnico. «Tutto è iniziato quando ho cominciato a vedere che la clientela si stava modificando – racconta De Luca – . Cinesi e filippini mi richiedevano dei prodotti, ho cominciato ad ordinarli, poi ho capito che la mia strada era proprio quella di differenziarmi, di rendermi indipendente”.

    Dopo filippini e cinesi con l’istituzione dei i centri di accoglienza legati allo Sprar (Sistema di protezione richiedenti asilo e rifugiati) sono arrivati i nordafricani, tantissimi. Ragazzi e ragazze, intere famiglie. Hanno un disperato desiderio dei profumi e dei sapori dei loro paesi d’origine: il cibo è il ponte che tiene saldi i legami, li ancora alle loro origini. «Qui c’è un movimento di persone incredibile – spiega De Luca – puoi averne contezza solo se lo vivi come me dall’interno». E non solo nordafricani, cinesi, filippini. «Argentini, venezuelani, brasiliani sono in forte aumento. E non dimentichiamo il flusso degli studenti Erasmus».

    Quasi tutti bravi ragazzi, poche teste calde e qualche amico

    De Luca difende la multietnicità dell’autostazione. «Sono quasi tutti bravi ragazzi, a parte qualche sporadica testa calda. Mai avuto un problema nel mio negozio: entrano, comprano, pagano. E spendono anche nei negozi intorno, non solo qui. Dobbiamo vedere la presenza dei migranti come una risorsa, non come un problema». De Luca critica però la gestione dell’area: «Per contrastare il degrado non serve togliere i servizi. È stata eliminata la sala d’attesa, hanno tolto le panchine. A cosa è servito?».

    Ciccio Caruso è diventato adulto dietro il bancone di generi alimentari che gestisce fin da quando era un ragazzo. Il suo core business sono i panini imbottiti, è riuscito a convertire alla schiacciata piccante anche i suoi amici cinesi del vicino ristorante orientale. Ma è anche amico dei ragazzi arabi che gestiscono il piccolo market halal alla sua sinistra. «Siamo tutti sulla stessa barca – scherza – alla fine andiamo oltre la nazionalità e la lingua. Siamo colleghi e in qualche caso anche amici».

    autostazione-cosenza-quartiere-multietnico-due-passi-centro
    arabo e italiano: due lingue che si mescolano all’autostazione di Cosenza

    Serve un posto di polizia permanente

    Per Caruso la questione da affrontare riguarda l’afflusso di pendolari. «Gli autobus arrivano nelle corsie dell’autostazione già vuoti, fanno scendere i viaggiatori, in particolare gli studenti prima di arrivare qui. Questo per me significa perdere la parte più cospicua dei miei potenziali clienti. Bisogna migliorare i servizi – dice – rendere quest’area più accogliente e quindi più sicura, magari con un presidio permanente delle forze dell’ordine».

    Quando gli ultimi autobus abbandonano le corsie, restano cumuli di spazzatura, gli ambulanti trascinano la merce verso casa. Si sentono le risate di un gruppo di ragazzi fermi sul muretto con una birra in mano. Il lampeggiante annuncia un nuovo stanco giro di perlustrazione. È tutto a posto. O almeno così sembra.

  • Rende senza Cosenza è soltanto un paese

    Rende senza Cosenza è soltanto un paese

    Sono orgoglioso di essere “cittadino onorario” di Rende, di aver ricevuto da parte dell’Amministrazione e dal sindaco Marcello Manna un così importante attestato di stima per il mio contributo nel disegno della città, per avere svolto il ruolo di urbanista condotto di Rende dalla metà degli anni sessanta alla metà degli anni ottanta del secolo scorso.

    Per mettere in chiaro il mio pensiero e contribuire ad affrontare la complessa realtà di Rende – l’unico vero giardino nel quale posso coltivare pensieri alti – è doveroso da parte mia affermare decisamente le mie valutazioni urbanistiche per migliorare gradualmente la città e favorire autentiche relazioni con Cosenza, la città dove sono nato. (Quanti cittadini di Rende sono nati a Cosenza?).

    rende-senza-cosenza-restera-soltanto-un-paese
    L’urbanista Empio Malara

    Rende? Una città che si giudica dai suoi marciapiedi

    Un esercizio che ogni abitante può compiere a Rende, nella città definita di sosta, è di passeggiare e ammirare le vetrine dei negozi. Peccato che a Rende e in particolare nella frazione di Quattromiglia – il quartiere più vicino all’Università – la maggior parte dei marciapiedi siano risicati, sconnessi, con pavimentazioni una diversa dall’altra. A ben guardare pochi sono i tratti di larghi marciapiedi che meritano di essere catalogati come tali. Se Rende la si potrà definire città di sosta dipenderà dall’amministrazione comunale se riuscirà a promuovere, di concerto con i proprietari degli immobili, quartiere dopo quartiere, frazione dopo frazione, il ridisegno dei marciapiedi: una città si giudica anche camminando sui suoi marciapiedi.

    rende-senza-cosenza-restera-soltanto-un-paese
    Franz Caruso e Marcello Manna, sindaci rispettivamente di Cosenza e Rende

    Le relazioni funzionali tra Rende e Cosenza

    Passando ora alle relazioni con Cosenza mi riferisco alle strategie territoriali intuibili leggendo le fredde zonizzazioni dei piani di Cosenza e Rende del 1974. Come giustamente ricordato da Francesco Forte nel suo saggio sulla grande Cosenza (2015), esse segnalavano già il rafforzamento delle relazioni funzionali tra Cosenza e Rende. Le varianti successive non ne hanno alterato il contenuto. La città reale e gli impeti edilizi auspicavano e auspicano politiche convergenti e l’attuale iniziativa del sindaco di Cosenza, Franz Caruso, con l’adesione del sindaco di Rende, Marcello Manna e del sindaco di Castrolibero, Giovanni Greco, merita di essere sostenuta e seguita con molto interesse.

    La programmazione culturale con Pina e gli altri

    In particolare suscita attese la programmazione coordinata degli eventi culturali da parte dei responsabili dei tre Comuni con la partecipazione del delegato all’area urbana di Cosenza Pina Incarnato. C’è bisogno di nuove politiche culturali e urbanistiche, innanzitutto coerenti, e idonee a rigenerare e sostenere la vitalità e la creatività dei magneti urbani di città Alta di Cosenza e dell’Università della Calabria per realizzare gradualmente l’unione tra Cosenza, Rende e Castrolibero.

    Rende senza Cosenza non è una città

    Per essere chiaro, a mio avviso, la questione di fondo che interessa Rende è tutto sommato semplice, se vuole diventare città, una vera città, deve coniugarsi con Cosenza, altrimenti, nonostante l’impegno delle Amministrazioni, resterà un paese della provincia di Cosenza. La creazione dell’organismo di pianificazione strategico ed integrato di funzioni e servizi nell’ambito territoriale, promosso da Franz Caruso, può essere un primo gradino di una breve scala unificatrice che gli Amministratori di Rende e Castrolibero dovrebbero apprezzare e volgere a favore dell’unificazione a tutto vantaggio degli abitanti dei tre Comuni.

    Cosenza vecchia centro propulsivo

    Rende e Castrolibero sono di fatto entrambi “cosentini”. Entrambi se unificati a Cosenza potrebbero essere parti significative della più estesa città, avendo in comune il patrimonio da rivitalizzare di Cosenza vecchia (la loro antica capitale) e l’Università della Calabria da sostenere e incrementare. I bandi del contratto istituzionale di sviluppo del centro storico di Cosenza per il restauro e la riqualificazione paesaggistica dell’antica capitale sono stati tutti emessi. Il percorso di investimento e rigenerazione culturale è iniziato e può essere alimentato oltre che dallo Stato, dalla Regione Calabria, dalle amministrazioni comunali e dai privati.

    rende-senza-cosenza-restera-soltanto-un-paese
    L’Università della Calabria e, sullo sfondo, Cosenza, Rende e i monti della Sila

    Una città unica che vale 100mila abitanti

    Se si farà l’unificazione dei tre Comuni, l’accresciuta città di Cosenza, con più di 100mila abitanti, potrà provvedere con maggiore forza a valorizzare il più integro insediamento storico della Regione Calabria ereditato dal passato, e potrà con maggiori motivazioni coinvolgere l’Università della Calabria a partecipare attivamente alla crescita culturale della rinnovata città di Cosenza senza trascurare il vantaggio di risiedere nel territorio della città a cui l’università era stata assegnata.

    Cosenza potrebbe essere capitale culturale ed economica della Calabria

    Se si farà l’unificazione, la città di Cosenza potrà affrontare il compito di definire i rapporti con i Comuni dell’intorno circolare, con quelli a forte valenza turistica (mari e Sila) e con le città delle Regioni confinanti della sua provincia. Rapporti necessari e utili per ambire al traguardo di capitale culturale ed economica della regione.

    Empio Malara

    architetto e urbanista