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  • Notte dei musei: un ponte tra Cosenza e Corigliano-Rossano

    Notte dei musei: un ponte tra Cosenza e Corigliano-Rossano

    Una conferenza stampa congiunta per la Notte dei musei 2025 ma anche una proposta unitaria due amministrazioni comunali di Cosenza e di Corigliano-Rossano con la direzione della Galleria Nazionale di Cosenza. Un dialogo promosso per presentare insieme tre grandi eventi culturali che il comunicatore strategico Lenin Montesanto, coordinatore dell’iniziativa di ieri mattina nella Sala Giorgio Leone di Palazzo Arnone, ha definito «una singolare proposta esperienziale, oggettivamente inedita per le due città, preziosa ed utile per iniziare a raccontare la Calabria come una destinazione dello spirito».

    Notte musei, il programma tra Cosenza e Corigliano-Rossano

    Ad illustrare in dettagli il programma ricco e di qualità che parte da oggi sabato 17 maggio nella città capoluogo e che proseguirà fino a domenica 25 nella Città d’Arte sullo jonio, sono stati Rossana Baccari, direttore della Galleria Nazionale di Cosenza; la presidente dell’Associazione Rossano Purpurea Alessandra Mazzei; il vicesindaco di Corigliano-Rossano, Giovanni Pistoia; il dirigente del dipartimento programmazione del Comune di Corigliano-Rossano, Giovanni Soda e Antonietta Cozza, delegata alla cultura del Comune di Cosenza.

    La Notte Europea dei Musei vedrà co-protagonista la Galleria Nazionale di Cosenza attraverso la mostra d’arte contemporanea HUMAN e coinvolgerà con un ricco percorso culturale serale, anche il Museo dei Brettii e degli Enotri, il Museo Multimediale Consentia Itinera e Museo Diocesano. – La quarta edizione 2025 di PATIR Open Lab – Patrimonio Comunità Visioni ed il Premio Patir Giorgio Leone si articolerà da venerdì 23 a domenica 25 maggio toccheranno il Complesso monastico di S.Maria del Patire (uno dei Marcatori Identitari della Calabria Straordinaria), il Palazzo San Bernardino ed il Palazzo Madre Isabella De Rosis, nel centro storico di Rossano insieme al Quadrato Compagna, nello storico borgo marinaro di Schiavonea. – Sono questi i tre momenti territoriali di qualità, culturali ed esperienziali, proposti da Cosenza e da Corigliano-Rossano per i due prossimi weekend di maggio.

    Ricordato l’intellettuale rossanese Giorgio Leone

    La Galleria Nazionale di Cosenza alle ore 20 di questa sera (sabato 17) aprirà le porte sulle opere di tre talentuosi artisti calabresi contemporanei: Salvatore Anelli, Francesco Minuti e Tarcisio Pingitore. Invitando a non perdere questa occasione, la direttrice Baccari ha ringraziato le due amministrazioni di Cosenza e Corigliano-Rossano, guidate dai sindaci Franz Caruso e Flavio Stasi e l’Associazione Rossano Purpurea per aver scelto di organizzare ed ospitare la conferenza stampa congiunta a Palazzo Arnone, nella sala che porta proprio il nome del compianto Giorgio Leone. Ricordando con emozione la figura dell’intellettuale rossanese che ha sostenuto la cultura materiale e immateriale del territorio, la Baccari ha salutato in sala Rita Leone, sorella dello storico dell’arte e docente Unical scomparso nel 2016. La direttrice ha concluso con un appello: le grandi città facciano squadra per il turismo di prossimità, promuovendo i rispettivi patrimoni culturali.

    Patir, ponte tra Oriente e Occidente

    Con la promozione di questo momento condiviso – ha detto la Mazzei – abbiamo provato ad unificare una proposta altrimenti frammentata. Fin dalla sua genesi – ha aggiunto – Patir ha unito diversi elementi attorno a un concept forte: il suo stesso nome richiama un bene territoriale simbolo, non solo di unione tra le due anime della città, ma dell’intera area della Sibaritide; è pensato come ponte tra Oriente e Occidente, tra mondo greco e latino, tra confini che sono stati anche la nostra storia; una storia in cui elementi diversi devono incontrarsi, non escludersi. È per questo che Patir viene riconosciuto come luogo e locus capace di tenere insieme le anime che definiscono questo territorio, nella sua memoria storica e nella sua attualità. L’evento coinvolge tutti ed è ispirato alla pace, intesa e vissuta, attraverso le parole di Papa Francesco, non solo come assenza di guerra, ma come armonia con se stessi, la natura e gli altri.

     Premio Leone a Mimmo Lucano

    Pistoia ha sottolineato l’importanza del conferimento del Premio Leone a Mimmo Lucano, definito icona di una umanità che non vuole disperdersi nella disumanità e, alla memoria, ad Amedeo Ricucci, storico reporter di guerra della Rai. Dobbiamo sforzarci di evitare lacerazioni a tutti i livelli e preferire – ha continuato – la massima collaborazione tra cittadini ed istituzioni, superando ogni ipotesi conflittuale con virtuosismi concreti, come l’originale iniziativa odierna. Oggi più che mai in passato –ha scandito – abbiamo bisogno di ispirare meraviglia, riflessioni e pace e la tre giorni di Patir risponde a pieno a questa esigenza del cittadino e del viaggiatore contemporaneo.

    Ribaltare la narrazione della Calabria

    Questo esempio di collaborazione tra le due principali istituzioni pubbliche della  provincia di Cosenza – ha sottolineato Soda – può e deve rappresentare un punto di svolta. Corigliano-Rossano e Cosenza si uniscono in un ragionamento comune che può diventare tessuto condiviso tra due vaste ed importanti aree territoriali separate per soli 35 km in linea d’aria dalla grande Valle del Crati (l’unico fiume dell’Italia peninsulare a scorrere da sud a nord!) e che è archivio e deposito singolare di orizzonti, contenuti, biodiversità, storie e identità sulle quali ricucire – ha detto il dirigente facendo anche riferimento ai MID – narrazioni attrattive e competitive, L’entusiasmo sotteso a questa iniziativa nuova nel suo genere – ha concluso – rappresenta la conferma che c’è una nuova consapevolezza nelle comunità e nelle istituzioni locali, una nuova linfa che dobbiamo sapere accompagnare e sostenere, ribaltando tutti insieme il racconto della Calabria al quale purtroppo siamo stati abituati: non più quello di una terra abbandonata, isolata e predestinata, ma quella di un pezzo dell’Italia, non solo attraente ma dove si vive bene.

    Notte dei Musei, intesa Corigliano-Rossano con Cosenza

    Portando il saluto ed il messaggio di benvenuto del Sindaco Franz Caruso, la Cozza ha molto apprezzato lo spirito della conferenza stampa, auspicando che per il 2026 si possano anche calendarizzare iniziative ulteriori, senza sovrapposizioni e perfino promuovendo servizi di collegamento reciproco ad hoc dalle e per le rispettive comunità territoriali. L’intesa sulla cultura tra le città Corigliano – Rossano e Cosenza – ha concluso complimentandosi con la Mazzei per la qualità complessiva della tre giorni di PATIR Open Lab – rappresenta anche per noi punto di partenza ed un percorso significativo, un filo di seta che vogliamo continuare a tessere.

  • Vattienti, Calabria di sangue e Fede

    Vattienti, Calabria di sangue e Fede

    Sono le prime ore del Sabato Santo, e l’aria di Nocera Terinese, in questo piccolo paese della Calabria affacciato sul Tirreno, è densa di un silenzio che sembra vibrare. Il tempo pare sospeso, come se i secoli si fossero annodati in un eterno presente. Torno ogni anno, da quando ero uno studente universitario con un quaderno pieno di appunti e curiosità, attratto da una tradizione che non si può spiegare solo con le parole: il rito dei “vattienti”. È un viaggio che mi porta ogni volta a confrontarmi con qualcosa di antico, viscerale, che parla di religiosità e appartenenza.

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    Uno dei vattienti a Nocera Terinese in Calabria (foto Alfonso Bombini 2024)

    Venerdì Santo: l’odore del rosmarino e del sangue

    Il sole è sorto da poco quando, di solito, arrivo nella piazza centrale. Le strade strette, che si arrampicano, sono già animate da un brusio sommesso. Alcune donne, vestite di nero, si muovono come ombre verso la Chiesa dell’Annunziata, dove la statua lignea della Madonna Addolorata – la Pietà, come la chiamano qui – attende di essere portata in processione. È una scultura del Seicento, il volto della Vergine scavato dal dolore, il Cristo morto abbandonato sulle sue ginocchia. Ogni anno, guardarla mi genera un certo effetto.
    Mentre mi incammino verso una delle case ai margini del paese, sento un odore pungente: rosmarino bollito in una grande pentola, la “quadara”. Entro in un piccolo scantinato, accolto da un uomo, col quale diventeremo amici, uno dei “vattienti” di questa giornata. Il suo sguardo è un misto di determinazione e raccoglimento. «Lo faccio per mia madre, che ha ricevuto una grazia», mi dice, mentre si prepara. Indossa una maglia nera e pantaloncini corti, lasciando le gambe scoperte. Sul capo, un panno nero, il “mannile”, fermato da una corona di spine fatte di “sparacogna”, l’asparago selvatico che punge la pelle. Accanto a lui, un ragazzino, il suo “acciomu” – l’Ecce Homo – avvolto in un panno rosso, con una croce di canne sulle spalle. Sono legati da una cordicella, simbolo di un cammino condiviso.

    Vattienti, un rito collettivo di Calabria

    Mi mostra i suoi strumenti: la “rosa”, un disco di sughero liscio, e il “cardo”, un altro disco con tredici frammenti di vetro incastonati, che rappresentano Cristo e i dodici apostoli. «Prima riscaldo la pelle con la rosa» – spiega, «poi colpisco con il cardo. Non è solo dolore, è un’offerta». Lo guardo immergere le mani nell’acqua bollente al rosmarino, massaggiarsi i polpacci per far affluire il sangue. C’è qualcosa di sacro in questo gesto, ma anche di profondamente umano, quasi primitivo.
    Fuori, la processione sta iniziando. La banda di Amantea suona la “Jona”, una marcia funebre che sembra scavare nell’anima. La Madonna Addolorata avanza lenta, portata a spalle da uomini in camice bianco, anche loro con corone di spine. Improvvisamente, il mio amico “vattiente” esce dal suo scantinato. Si batte le gambe con la rosa, poi con il cardo. Il sangue schizza, macchia il selciato, si mescola all’odore del vino che un amico gli versa sulle ferite per disinfettarle e tenerle aperte. Poi alza lo sguardo e incrocia quello dell’anziana madre che lo segue dalla finestra di casa. È un’immagine cruda, che potrebbe turbare, ma qui nessuno si volta dall’altra parte. È un rito collettivo, condiviso e controllato. Mi unisco alla folla, seguendo mio amico che si muove per le vie del paese correndo, fermandosi davanti alle case dei parenti, alle edicole sacre, al passaggio della Madonna. Ogni colpo è un atto di devozione, forse. Ogni goccia di sangue un dialogo con il divino, forse.

    La processione della Madonna a Nocera Terinese durante il Sabato Santo (foto Alfonso Bombini 2024)

    Vattienti Calabria: la processione infinita

    La processione della Madonna, lunga, solenne, si snoda fino al convento dei Cappuccini, in cima a una salita ripida che ti tira i polpacci e ti fa venire l’affanno. Oggi i “vattienti” sono più numerosi, forse ottanta, cento, come mi racconta un giovane studente, aspirante antropologo, che incontro lungo la strada. «Non è solo religione», mi dice, «è identità, (ma che cosa è l’identità? Penso io). Qui il sangue è vita, rinascita, un legame con la terra e con la comunità». Annuisco, pensando a quante volte ho cercato di decifrare questo mistero senza riuscirci del tutto.
    Seguo un altro “vattiente”, che si batte con una forza che sembra trascenderlo. Il suo “acciomu”, questa volta è un bambino di appena dodici anni, lo segue con occhi pieni di rispetto. Quando incrociano la statua della Madonna, il flagellante si inginocchia, colpisce le cosce con più vigore, il sangue scorre copioso. La folla tace, la banda si ferma. È un momento di sospensione, come se il “dolore” del “vattiente” e quello della Madre si fondessero.
    Le ore passano, e la processione sembra non finire mai. Le strade di Nocera sono segnate da strisce rosse, il sangue dei protagonisti di questa giornata, si mescola alla polvere. Eppure, non c’è caos, solo un ordine antico, regolato da una tradizione che resiste nonostante i divieti del passato, le critiche di chi lo considera barbaro, le ordinanze sanitarie recenti, quando il rito rischiò di essere sospeso per questioni igieniche, legato a una pandemia. La comunità si ribellò, raccolse firme, trovò un compromesso. «Non è solo un rito», mi disse allora un anziano del paese: «Questi siamo noi».

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    Vattienti a Nocera Terinese (foto Alfonso Bombini 2024)

    Vattienti Calabria, una tradizione che non si piega

    Quando la processione termina, nel tardo pomeriggio, la Madonna rientra molto lentamente nella Chiesa dell’Annunziata, gremita di gente. I “vattienti” si lavano le ferite con l’infuso di rosmarino, si rivestono, tornano alle loro vite. Io resto lì, seduto su un muretto, a guardare il tramonto che incendia il Tirreno. Ogni anno, da quando ero studente, mi chiedo cosa mi spinga a tornare. Non lo so. Forse è la forza di una tradizione che non si piega, che sfida il tempo e le convenzioni. O forse è il bisogno di toccare qualcosa di autentico, che non si nasconde dietro filtri o ipocrisie. Mi piace filmarlo, questo rito. Cerco sempre di scorgere sequenze nuove, inedite. Forse è per questo che ci ritorno ogni anno.

    I “vattienti” di Nocera Terinese non sono solo un rito pasquale. Sono un grido, un’offerta, una storia scritta col sangue. E io, ogni volta, mi sento un po’ più vicino per capirla, anche se so che non la afferrerò mai del tutto. Mentre lascio il paese, con il suono della “Jona” ancora nelle orecchie, so già che tornerò l’anno prossimo, per perdermi ancora in questo viaggio tra religiosità popolare e mistero.

  • Appunti di una prof europeista e pacifista

    Appunti di una prof europeista e pacifista

    Non pensavo che saltando in groppa a Zeus finivo per trovarmi nel Parlamento Europeo di Bruxelles. Eppure è successo e ne sono orgogliosamente felice.
    Quando, da prof, decisi di occuparmi della storia dell’Unione Europea, pensai subito di iniziare dal mito della principessa Europa, la figlia del re di Tiro, che, ammaliata e rapita da Zeus – trasformato per l’occasione in un candido e mansueto toro – si ritrovò a rappresentare un ponte fra due mondi, l’Oriente e l’Occidente, e a dare il suo nome alle terre a nord del Mediterraneo, allo spazio geografico che secoli dopo Victor Hugo immaginava come Stati Uniti d’Europa messi di fronte agli Stati Uniti d’America, pronti a “tendersi la mano al di sopra dell’oceano, scambiare fra loro merci, prodotti, artisti, scienziati”.

    Ecco, questa è la mia idea di Europa: un confronto costante, un nutrimento reciproco fra civiltà, un arricchimento socio-politico-culturale per tutti. E questo è quello che ho scritto anche nel mio libro Sguardi sull’Unione Europea – Le slide raccontano edito dall’Associazione culturale Libraries Inside.
    Per dare maggiore forza al mio racconto, mi sono fatta aiutare anche da grandi della letteratura che mi fanno compagnia da sempre, e quindi, fra gli altri, Dante, che ci insegna ad abbassar lo sguardo – «adima il viso» – per porci a favore di altri punti di vista e capire ciò che ancora non ci è «discoverto»; Shakespeare, con la sua lezione di umanità che fa recitare accoratamente a Shylock; Cervantes, che ci propone di andare verso l’altro come forma di riscatto per ricercare sé stessi; Joyce, la cui intera produzione letteraria ci fa riflettere sul nazionalismo esasperato che porta solo distruzione e morte; Virginia Woolf, che si è impegnata tutta la vita per dare dignità alle donne; Marguerite Yourcenar che, attraverso il suo Memorie di Adriano, ci insegna a riflettere sul significato della riconciliazione tra passato, presente e futuro.

    Sguardi sull’Unione Europea, sperimentato in classe in più occasioni, attira l’attenzione degli alunni perché usa linguaggi diversi: oltre a quello storico-letterario, racconta il tema col linguaggio dell’arte, col linguaggio cinematografico e con quello musicale. Tutto ciò ha contribuito ad affermare la mia convinzione del perché essere europeisti, del perché l’Europa deve «diventare un sentimento», come sostiene Bono Vox degli U2, per vivere insieme nella nostra unica casa e annullare definitivamente la minaccia della guerra, ricordando Bob Dylan, se Dio è dalla nostra parte, fermerà la prossima guerra: è stato possibile per 80 anni, facciamo in modo che lo sia per sempre, insieme. D’altronde, come potremmo competere da singoli stati con giganti quali gli Stati Uniti, la Russia, la Cina? Riflettiamo sulle parole dei padri fondatori e delle madri fondatrici dell’Unione Europea e proviamo a non sprecare il nostro tempo, le nostre vite, a non considerarci numeri da sommare o da sottrarre nei bilanci della nostra quotidianità anonima: proviamo a sentirci persone e impariamo il rispetto reciproco. Agiamo come il capitano del film del 1983 E la nave va di Federico Fellini, quando deve spiegare ai ricchi viaggiatori della sua nave la presenza di altre persone a bordo: le loro zattere si stavano rovesciando. Raccogliere queste donne, questi bambini, queste famiglie disperate, era un dovere al quale non potevo sottrarmi.

    Tutto questo ho avuto il piacere di raccontarlo anche in un’aula del Parlamento Europeo di Bruxelles il 18 marzo scorso, sostenuta e incoraggiata da cinque miei alunni, ragazzi dell’Europa, anche loro con gli occhi e il cuore pieni di passione per la conoscenza e per il bello. Nonostante la stanchezza di una giornata intensa, l’aula del Parlamento Europeo a noi destinata, gremita soprattutto di giovani delle scuole del meridione d’Italia, era comunque attenta e desiderosa di ascoltare: il mio discorso si è rivolto soprattutto a loro, come sempre nel mio percorso di insegnante ormai da decenni, un discorso che vuole avere il sapore della speranza, dell’unione tra forze che insieme possono. Il racconto si è posato anche sul Manifesto di Ventotene, un esempio di progetto di costruzione in un periodo di assoluta distruzione; ho ricordato anche la fondazione della casa editrice Einaudi, nata proprio nel momento in cui la censura offendeva il pensiero libero dei giovani che vissero nel periodo fascista, e ho rievocato il recupero di alcune delle opere d’arte confiscate dalla furia ossessiva di Hitler grazie alla conoscenza della lingua tedesca da parte di una impiegata francese che sente e annota sul suo diario quanto basta per dire “anch’io ho fatto la mia parte”.

    E, a proposito della conoscenza delle lingue e della sua importanza, che bello poter assistere a come si lavora nel Parlamento Europeo con 24 lingue diverse! Un esempio concreto di diversità come ricchezza, non certo come ostacolo, input da lingue di partenza che si trasformano in output di nuova derivazione linguistica, un lavoro eccezionale oggi reso più semplice grazie alle tecnologie di ultima generazione le quali comunque, non dimentichiamolo, sono sempre affiancate dalle competenze straordinarie di traduttori professionisti, ognuno dei quali conosce perfettamente dalle quattro alle otto lingue almeno.
    Facciamo quindi in modo che, nei luoghi della democrazia per eccellenza, negli spazi che danno alla parola (da qui Parlamento) il suo giusto ruolo di protagonista, si avviino discorsi di costruzione fra le parti all’insegna di una identità comunitaria propositiva che vuole continuare a vivere in pace e vuole impegnarsi a risolvere quelle mancanze, quelle incompiutezze che ancora oggi oppongono resistenza al sogno di un’unione europea libera, democratica, sicura.
    L’Unione Europea, oggi più che mai, è come il pugile in difficoltà nel quadro Taking the Count di Thomas Eakins: ognuno nella propria parte deve aiutarlo ad alzarsi e, con dignità, deve portarlo alla vittoria.

    Fabiola Salerno

    Docente liceale di Lingua e letteratura inglese 

  • Casaula, il mio prof cinque birilli

    Casaula, il mio prof cinque birilli

    Sono passati tre anni dalla sua scomparsa, eppure il ricordo di Umberto Casaula è ancora vivo, come un’eco che non si spegne, un’immagine che si staglia nitida nella memoria di chi lo ha conosciuto. Per molti, Umberto Casaula è stato un nome scolpito nella storia del biliardo italiano, un calabrese fiero che ha portato la sua terra sotto i riflettori nazionali e internazionali. Per me, però, è stato molto di più: è stato il mio professore di matematica e scienze, una figura che ha attraversato la mia adolescenza con la grazia di un gentiluomo d’altri tempi e la profondità di un pensatore solitario.

    Casaula, il mio prof di matematica

    Lo rivedo ancora, elegante come sempre, con il suo portamento raffinato e quella disponibilità che lo rendeva unico. Erano gli anni ‘80, nell’edificio della scuola media di Trenta, una contrada dell’attuale Casali del Manco in provincia di Cosenza, entrava in aula con un sorriso appena accennato, il passo lento e misurato, e in pochi minuti trasformava la lavagna in un campo di battaglia di numeri e formule. Ma non era uno di quei professori che si perdeva in spiegazioni interminabili: dopo aver tracciato l’essenziale, si voltava verso di noi, sceglieva uno studente e gli affidava la lettura ad alta voce di un capitolo di scienze. Poi, quasi come un rituale, si allontanava dalla cattedra.

    Con una mano infilata in tasca e l’altra che reggeva una sigaretta accesa – una delle tante che lo accompagnavano come fedeli compagne – iniziava a passeggiare. Dall’aula al corridoio, avanti e indietro, il fumo gli sfuggiva dalle labbra in volute leggere, mentre i suoi occhi azzurri, profondi e magnetici, si perdevano nel vuoto. Sembrava disegnare traiettorie immaginarie nell’aria, come se la sua mente fosse altrove, forse già sul panno verde di un tavolo da biliardo.

    Umberto Casaula

    Casaula, il campione conosciuto in tutto il mondo

    Non era solo un insegnante, Umberto Casaula. Col tempo ho scoperto che dietro quel professore, dagli occhi celesti, di uno sguardo assorto si nascondeva una leggenda. Campione italiano di biliardo nel 1985 nella specialità dei 5 birilli, aveva calcato i palcoscenici più prestigiosi, come i campionati mondiali del 1987 a Milano. Negli anni ’90, il suo nome risuonava tra i 24 migliori giocatori al mondo, un riconoscimento che lo aveva portato nel circuito professionistico internazionale sotto gli occhi attenti dell’ormai spenta Tele+. La sua tecnica era impeccabile, la sua grinta contagiosa, la sua eleganza innata. Non era solo un giocatore: era un artista, un maestro che trasformava ogni colpo in una danza, ogni partita in un racconto. E quella passione, quel fuoco che lo animava, lo aveva trasmesso al figlio Aldo, che ne ha raccolto l’eredità diventando a sua volta un campione.

    Ripenso a lui e mi colpisce il contrasto tra l’uomo che conoscevo e l’icona che è stato. In aula, con noi, era silenzioso, quasi introspettivo, ma sul tavolo da biliardo si accendeva di una vitalità che pochi potevano eguagliare. Quei momenti in cui lo vedevo perso nei suoi pensieri, con la sigaretta tra le dita e lo sguardo lontano, oggi li immagino come attimi in cui riviveva le sue vittorie, o forse progettava nuove strategie per il prossimo incontro. Era un uomo di poche parole, ma ogni gesto, ogni sguardo, parlava per lui.

    Tre anni senza il prof Casaula

    Tre anni senza Umberto Casaula pesano come un’assenza che non si colma, soprattutto per i suoi avversari compagni di gioco . Non è stato solo un campione, non è stato solo un professore. È stato un simbolo di dedizione, un esempio di come la passione possa intrecciarsi alla vita quotidiana, trasformando anche i momenti più semplici – una lezione, una passeggiata in corridoio – in qualcosa di straordinario. Oggi, mentre il fumo delle sue sigarette si è dissolto e il suono della stecca sul panno verde si è spento, resta il ricordo di un uomo che ha vissuto con intensità, lasciando un segno indelebile in chi ha avuto la fortuna di incrociare il suo cammino. E nei miei occhi, quegli occhi azzurri continuano a brillare, persi in un orizzonte che solo lui poteva vedere.

  • Carchidi, chi era costui?

    Carchidi, chi era costui?

    Carchidi, chi era costui? Viene da scomodare Manzoni nel tentativo di analizzare il fermo del direttore di Iacchitè da parte della polizia cittadina e le relative immagini, passate in poche ore dalle chat su Whatsapp alla ribalta delle testate nazionali (molto meno di quelle locali). Siamo a Cosenza in via degli Stadi, Gabriele Carchidi è a terra, quattro agenti su di lui. Lo bloccano con modalità che a qualcuno hanno ricordato quelle fatali per George Floyd. La causa? Avrebbe rifiutato di farsi identificare, rendendo necessario secondo i poliziotti portarlo in questura – con le buone o con le cattive – per chiarire davvero chi fosse.
    Stando alle cronache, lo accusano di resistenza a pubblico ufficiale; a sua volta promette denunce per il trattamento ricevuto. La Procura ha aperto un fascicolo, Avs preannuncia un’interrogazione parlamentare.

    Ma chi è Carchidi? Difficile che a Cosenza qualcuno non lo sappia o non abbia un’opinione su di lui. Il ventaglio dei pareri è piuttosto ampio, come dimostrano i commenti che a centinaia hanno accompagnato la notizia sui social network. In estrema sintesi: si va dal bugiardo alla bocca della verità, dal diffamatore seriale all’eroico baluardo della libera informazione. Sono rare le mezze misure nel valutare ciò che appare sul sito che ha fondato, il più letto di nascosto della città (e non solo).
    Ancor più rare quelle utilizzate nei suoi scritti, che pure alla Questura – ubicata a pochi metri dalla sede di Iacchitè – hanno dedicato ampio e non sempre lusinghiero spazio. Senza dubbio più frequenti, invece, i suoi contatti con la polizia cittadina, non fosse altro che per la montagna di querele notificate in redazione dalle forze dell’ordine.

    Carchidi chi?

    Ed è qui che dovrebbe stare il punto fondamentale della vicenda, non nel proprio gradimento rispetto ai contenuti di Iacchitè. È più facile che un cammello passi dalla cruna di un ago che qualcuno che lavora in Questura a Cosenza non conosca (e riconosca) Carchidi. Potrebbe forse capitare a qualche agente in città da pochi giorni, magari ai due «giovani» di cui si legge nella ricostruzione dell’Agi. Ma che quattro di loro (finanche uno coi capelli bianchi) abbiano bisogno di documenti – o delle semplici generalità, sufficienti a qualsiasi cittadino in situazioni normali – per appurare che chi hanno davanti sia davvero lui a molti è apparso meno probabile di una promozione del derelitto Cosenza in Serie A a fine stagione. E suscita domande.

    Perché trascinarlo a terra? Perché ammanettarlo? Accantonando ogni dietrologia, giornalista o meno, Carchidi era un semplice cittadino a passeggio. La necessità di risalire alla sua identità con la forza lascia più di un dubbio che chi di dovere farebbe bene a chiarire prima possibile.
    E se domani dimenticassi i documenti a casa e succedesse anche a te?

  • Premio Sila: ecco i 10 finalisti

    Premio Sila: ecco i 10 finalisti

    Il Premio Sila  arriva alla sua 13° edizione ed entra nella sua fase più importante, quella che parte dalla presentazione dei dieci libri finalisti. Nella sede della Fondazione Premio Sila, nel cuore della città antica, il presidente Enzo Paolini, assieme alla direttrice Gemma Cestari e ai giurati Valerio Magrelli, Emanuele Trevi e Nicola Lagioia, hanno annunciato i titoli finalisti, sottolineando quanto complessa sia stata l’opera di selezione.

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    Il presidente del Premio Sila, Enzo Paolini e la direttrice Gemma Cestari

    I dieci titoli finalisti

    La rosa dei dieci libri scelti include opere di grande spessore narrativo e saggistico che rappresentano un viaggio attraverso storie, idee e riflessioni sull’Italia contemporanea: Nicoletta Verna, “I giorni di vetro” (Einaudi); Sandro Veronesi, “Settembre nero” (La nave di Teseo); Emanuela Anechoum, “Tangerinn” (Ediz. E/O); Diego De Silva, “I titoli di coda di una vita insieme” (Einaudi); Pierpaolo Di Mino, “Lo splendore” (Laurana); Andrea Piva, “La ragazza eterna” (Bompiani); Linda Ferri, “Il nostro regno” (Feltrinelli); Marco Lodoli, “Tanto poco” (Einaudi); Giulia Corsalini, “La condizione della memoria” (Guanda) e Marco Ferrante, “Ritorno in Puglia” (Bompiani).

    Un Premio con una lunga storia 

    Il Premio Sila porta in sé un valore culturale, ma anche potentemente simbolico, ereditando e rivitalizzando una storia nobile, quella di un premio letterario nato nel 1949 come uno dei primi premi dedicati alla narrativa e alla saggistica impegnata sul piano sociale e politico. Il Premio è tornato a nuova vita nel 2010 grazie all’impegno della Fondazione Premio Sila e oggi rappresenta una iniziativa impegnativa e coraggiosa, che come ha ricordato Enzo Paolini, comporta un lavoro complesso, ma da cui scaturiscono «magnifiche occasioni», come quella che ha visto «Valerio Magrelli e Nicola Lagioia presentare al pubblico i dieci libri selezionati per questa edizione».

    Una selezione che comprende autori esordienti e nomi già affermati

    Anche Gemma Gestari, direttrice del Premio, ha sottolineato le difficoltà del lavoro svolto dalla giuria, ma anche la grande soddisfazione per una selezione che comprende «autori esordienti e autori consolidati: grande letteratura ma con una varietà che quest’anno è proprio evidente».

    Per nulla casuali, ma al contrario straordinariamente significative del ruolo che oggi svolge il Premio Sila  nel panorama culturale nazionale, sono state le parole di Nicola Lagioia, che ha sottolineato come il premio sia «un’occasione importante per riflettere sulla letteratura italiana in dialogo con i grandi temi sociali ed esistenziali».

     

     

     

     

  • San Leone a Saracena: un rito di identità e coesione sociale

    San Leone a Saracena: un rito di identità e coesione sociale

    Era il febbraio del 2018, quando con Giovanni Sole decidemmo di osservare e filmare, per l’ennesima volta la festa di San Leone a Saracena, un rito che dopo qualche settimana di montaggio delle immagini decidemmo di affidare ad un film corto dal titolo “Il santo e i maccheroni”, da sottoporre agli studenti di Antropologia religiosa e Storia delle tradizioni popolari all’università della Calabria. Le conclusioni furono affidate, invece, ad una voce off che recitava sulle immagini di un campo di papaveri, perché il risveglio della natura, nel ciclo delle stagioni, era ormai vicina. “Saracena è avvolta da un lento pallore e da un sonno profondo. Lontano i campi brulli, gli orti spogli e gli alberi scheletrici sono immobili, muti e desolati. Nel pomeriggio i fuochi rischiarano il buio e, scintillando, creano un’atmosfera calda e vivace. I paesani attraversano le vie suonando, cantando e invocando il nome del Protettore. Durante la notte si mangia e si fa festa: evviva san Leone con un piatto di maccheroni! Non è più tempo di privazioni e sacrifici: presto la terra si sveglierà e le spighe di grano cresceranno”.

    San Leone a Saracena: luce e prosperità

    La festa di San Leone a Saracena, celebrata ogni 19 febbraio a Saracena, è un evento ricco di significato antropologico e culturale. In questa occasione, la comunità si riunisce per onorare il proprio santo patrono, San Leone, arcivescovo di Catania nel periodo bizantino. Attraverso una serie di rituali e tradizioni, la festa riflette la profonda connessione tra i paesani e la loro storia religiosa e culturale. La festa è caratterizzata da una serie di elementi chiave come, ad esempio, la processione, che si snoda dalla chiesa principale e vede i partecipanti portare torce realizzate con una pianta locale intrisa di olio, chiamata “varvasca”. Questo rito, carico di simbolismo, rappresenta la luce che guida la comunità e la protegge dalle tenebre. In ogni rione del paese vengono accesi falò, che arderanno fino al mattino seguente. Il fuoco, elemento di purificazione e simbolo di rinascita, rappresenta la speranza e la forza della comunità. Intorno gruppi di giovani suonano organetti, tamburelli e “cupi cupi”, intonando canti in onore del santo.

     

    Cibo, vino e condivisione

    Il canto e i suoni generano un’atmosfera di festa e di condivisione. Le tavole imbandite con cibi locali, accompagnati dal vino e dal moscato, sono un elemento centrale della festa. La condivisione del cibo e bevande rafforza il senso della comunità e dell’appartenenza. C’è un significato antropologico profondo nella festa di San Leone a Saracena che rappresenta un momento di aggregazione sociale e di identità. Attraverso il rito, il popolo celebra la sua storia, la sua fede e il suo legame col taumaturgo. La festa è un esempio di come la religiosità possa fungere da catalizzatori di identità e coesione sociale, mantenendo vive le tradizioni e le credenze di una comunità. La festa di San Leone a Saracena è un evento ricco di significato, che unisce elementi religiosi cristiani a credenze popolari legate a elementi di natura. Attraverso la partecipazione collettiva al rito, la comunità rafforza i legami sociali e tramanda la propria identità alle nuove generazioni. La festa di San Leone rappresenta un patrimonio culturale immateriale prezioso, che merita di essere approfondito.

     

     

  • Unical e I Calabresi: quando giornalismo e università lavorano insieme

    Unical e I Calabresi: quando giornalismo e università lavorano insieme

    «Tutto quel che è solido si dissolve nell’aria», avvisano Berman e, ben prima di lui, Marx. Non è una bella cosa che quelle quattro certezze cui proviamo da attaccarci siano anche esse destinate a svanire, ma questo è quanto succede. E dentro questi accadimenti, spesso tumultuosi, vogliamo stare per comprenderli e interpretare la complessità dei fatti.
    Per riuscirci ci siano attrezzati al meglio: il nostro giornale, I Calabresi, ha avviato una collaborazione con il Dipartimento di Scienze politiche e sociali dell’Unical. Una idea lungamente coltivata, poi diventata progetto e finalmente giunta a compimento grazie alla sensibilità del direttore del Dipartimento, Ercole Giap Parini e alla disponibilità dei docenti dei vari corsi di laurea.

    L’Unical e il nuovo percorso per I Calabresi

    Per I Calabresi è l’occasione per esplorare un nuovo sentiero, stavolta da percorrere insieme all’Unical, e nel corso di questo cammino comune vogliamo caratterizzarci come un giornale attento alle dinamiche sociali, all’osservazione dei fenomeni economici e politici, ai mutamenti dell’agire collettivo, seguendo la bussola della interdisciplinarità, che oggi appare il solo strumento in grado di offrire l’opportunità di cogliere le molte sfumature della realtà e la complessità dentro cui ci muoviamo.
    Di qui l’ambizione di avviare un dialogo con tutti gli ambiti di ricerca, sempre più necessari a fornire uno sguardo differente, eppure ineludibile al fine di governare gli eventi cogliendone il senso e la radice. Un impegno di ricerca che parte dai cubi del Dispes, ma vuole correre lungo tutto il Ponte Bucci, cercando di coniugare le Scienze sociali e politiche con le Stem, la sensibilità sociologica con la scommessa dell’IA, l’economia con i territori.

    La terza missione

    I fenomeni migratori, il mutamento della costruzione del consenso sociale, la difesa degli spazi di autodeterminazione personale e comunitaria, le forme della comunicazione nell’era digitale e della post verità, le relazioni possibili tra l’umano e il post umano, saranno alcuni degli argomenti cui ci piacerà rivolgere lo sguardo curioso e autorevole, perché basato sul lavoro di ricercatori e accademici di vaglia.
    In questo modo I Calabresi si candida a diventare spazio di confronto, luogo didattico, palestra di scrittura, estensione delle aule, strumento di divulgazione di iniziative, seminari e ricerche, provando a dare un contributo alla realizzazione della Terza missione dell’Unical.
    Perché solo il sapere condiviso è davvero potente e cambia i destini delle persone e dei luoghi.

  • Quando i fatti li costruiscono i social: un rapimento (finito bene) e il suo racconto

    Quando i fatti li costruiscono i social: un rapimento (finito bene) e il suo racconto

    «La bambina sarà restituita presto alla “braccie” (testuale, nda) dei genitori» annunciava fiero il giornalista, quando ormai era certo che la neonata fosse stata ritrovata. Quello che lui non sapeva è che intanto i social, nel corso del tempo durante il quale ancora non si conosceva l’esito del rapimento, avevano scatenato l’inferno.
    La storia della bambina rapita a Cosenza e tempestivamente ritrovata si è presentata sin da subito come un esperimento sociale che alla fine ha decretato la morte o, almeno, le gravi condizioni del giornalismo.

    La notizia viaggia su Whatsapp

    Dopo pochissimo tempo dal rapimento consumatosi in una clinica cosentina, sono stati i social e particolarmente i gruppi whatsapp a marcare la notizia, dando vita a un fenomeno non nuovo e tuttavia non di meno particolarissimo, secondo il quale chi dà la notizia è al tempo stesso destinatario della notizia stessa, una sovrapposizione tra chi informa e chi viene informato, tra chi forgia l’opinione pubblica e l’opinione pubblica stessa, in un vortice di racconti, ricchi di dettagli e però quasi sempre del tutto inaffidabili, generati e diffusi con la bramosia di conoscere la storia, ma anche di partecipare alla sua costruzione e al suo racconto. Tutti consumatori e produttori di fatti che viaggiavano sui cellulari senza alcuna possibilità di conferma.
    È accaduto così che gli eventi venissero divulgati con la inscalfibile certezza della verità, per poi trovare smentite altrettanto aleatorie e tuttavia spacciate per certe. Ma non poteva bastare.

    E infatti accanto alla divulgazione di notizie su come e su chi avesse compiuto l’esecrabile crimine, ecco comparire la vena da consumato opinionista che abita in ogni individuo. Di qui i giudizi, espressi sempre con il tono di chi ha capito ogni cosa, sulla clinica, sulla trascurabile sicurezza della struttura, sull’etnia dei rapitori. Che uno di loro fosse di un colore diverso dalla maggior parte di noi, è stato sin da subito un boccone troppo ghiotto per essere trascurato.
    «L’hanno trovata», gridava su un gruppo whatsapp qualcuno comprensibilmente entusiasta, aggiungendo che «a chiru merda du nivuru l’hanno minato», ottenendo grandissimo consenso.

    Il giornalismo dei telefonini e la bambina rapita a Cosenza

    Quello della bambina rapita a Cosenza è stato il trionfo e la sciagura del citizen journalist.
    Il trionfo perché l’attenzione della maggior parte dei cosentini era mirata sugli schermi dei telefonini, da dove si generavano e si divoravano informazioni, mentre le testate giornalistiche, salvo una maggiormente presente sul fatto, attendevano sviluppi certi per annunciarli.
    Ma pure la sciagura, perché nessuna delle notizie che circolavano senza controllo appariva sufficientemente autorevole, venendo da chi parlava per sentito dire, masticando notizie di seconda mano, aggiungendo dettagli con il solo scopo di apparire informato, amplificando giudizi che erano nella maggior parte dei casi luoghi comuni privi di sostanza, buoni sentimenti venduti a saldo, odio e aggressività a piene mani contro i criminali da sottoporre alle pene più sadiche possibili.

    «Sono i social, bellezza, e non puoi farci niente» potremo dire parafrasando Hutcheson – Bogart, è la surmodernità della realtà manipolata, dove i fatti perdono la loro durezza per essere sconfitti dalle narrazioni narcisistiche di chi rivendica il proprio bottino di like.
    Ma dentro questa storia c’è pure la immortale potenza dell’arcaico, del mondo antico che resiste a ogni forma di declinazione della modernità e si prende il suo posto: il mito dell’uomo nero che rapisce i bambini.

    Vecchie paure e nuove tecnologie: l’Uomo nero finisce sui social

    In questa storia si sono sovrapposti metodi narrativi dei fatti capaci di coniugare tecnologie sofisticate e antiche forme di persuasione di massa, assieme a suggestioni ataviche e paure collettive capaci di scatenare rancori sociali, sempre utili a costruire un nemico comune, alimentare odio e basse emozioni. Il trionfo di tutto quanto è nella folla festante munita di telefonini che ha atteso davanti alla clinica l’arrivo delle forze dell’ordine con la bambina. I selfie obbligatori per dimostrare di esserci, i video per provare di aver fatto parte di una storia e per poter dire “io c’ero”, la conquista di un like che diventa “l’amen digitale” – come scrive Byung-chul Han –  su una vicenda finita bene e che racconta come siamo diventati.

  • Grande città, grande bottino

    Grande città, grande bottino

    Ci avviamo rapidamente verso il referendum più farlocco della storia dei referendum, costruito apposta da chi vuole che prevalga il Sì disinnescando ogni remota possibilità che le cose vadano diversamente dai loro desideri. Senza il quorum, levato per eliminare le conseguenze di una scarsa adesione al voto, che comunque è solo consultivo quindi privo di un autentico potere decisionale, ci chiamano a decidere se unire il capoluogo a Rende e Castrolibero dando vita alla grande Cosenza. I cosentini, dentro questa visione sbagliata, potrebbero dare sfogo al loro ancestrale campanilismo e cedere alla tentazione  di scrivere Sì, mentre i cittadini di Rende e Castrolibero sembrano comprensibilmente piuttosto resistenti a questa idea di allargamento che sa di conquista. A vincere alla fine sarà solo quella casta che vuole famelicamente allagare il territorio da controllare. Si tratta di un grumo di potere trasversale e da parecchio egemone in città e nella Regione, responsabile, in maniera diretta o indiretta, di alcune delle maggiori sciagure toccate in sorte ai Calabresi, dallo sfacelo della Sanità, al dissesto del Comune di Cosenza, all’impoverimento materiale e immateriale della popolazione.

    I miti della modernità e del progresso

    Le facce e i nomi sono lì da un tempo così lungo che potrebbe dare l’illusione dell’eternità. Attorno a loro ci sono vecchi vassalli e nuovi sacerdoti chiamati a magnificare le gesta e le idee di chi sta al comando. Nemmeno le parole d’ordine da usare contro chi prova a spiegare le ragioni del No sono particolarmente innovative, infatti il processo di unificazione viene maldestramente annunciato come un ineludibile passo verso la modernità, una tappa dell’urgente progresso che condurrebbe nella direzione della buona amministrazione dei territori. Concetti espressi da chi ha governato e governa da tempo e che fanno accapponare la pelle. Eppure le idee di città “grande”, di metropoli, come luoghi ottimi dell’abitare sono declinate da tempo, lasciando lo spazio alla salvaguardia del “piccolo”, della città maggiormente a dimensione di cittadini, con servizi rapidamente fruibili  e spazi goduti. I cosentini che non vedono l’ora di votare Sì commetterebbero un errore a immaginare un potenziamento della loro città. Cosenza a seguito della unificazione dei comuni rischia di essere destinata a una marginalità tale da condannarla a un ruolo infimo.

     Cosenza  e il rischio di diventare periferia

    A causa della necessità di rendere maggiormente baricentrica la nuova creatura urbana, Cosenza potrebbe perdere molti dei servizi fondamentali e anche le residue realtà economiche migrerebbero verso territori maggiormente attraenti e vantaggiosi, accelerando lo spopolamento del capoluogo. Non c’è chi non veda come Rende appaia da subito il luogo dove si concentreranno le attenzioni della speculazione edilizia, anche se già adesso sono numerosissime le abitazioni vuote. Dietro la potente volontà del Sì manca tuttavia una rigorosa programmazione, dentro le 481 pagine dello studio di fattibilità – leggerle tutte è una sfida titanica – ci sono solo buone intenzioni senza il sostegno di dati reali, tanto che al confronto la Città del Sole di Campanella sembra meno utopica e comunque sarebbe più bella. E nemmeno i conti degli ipotetici vantaggi economici sembrano avere concretezza reale, ma piuttosto l’evanescenza del desiderio. La percezione dominante è che andranno a votare in pochi e che di misura prevarrà il Sì.

    Una nuova città fatta per i cittadini, non per la speculazione.

    A questo punto sarà necessario che si avvii un ragionamento su come i cittadini possano davvero esercitare una qualche forma reale di potere, oltre quello mistificatorio e privo di valore del referendum. Costruire una città nuova, fatta da persone e non solo palazzi, magari prendendo in prestito l’idea di diverse municipalità, non esattamente forme di decentramento, ma di governo diretto di aree più piccole dentro un macro territorio.  Le città o sono lo spazio dei cittadini, oppure sono il luogo del mercato. Nel primo caso vincono le persone, nel secondo vince il saccheggio.