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  • Joe Zangara, il calabrese che sparò a Roosevelt

    Joe Zangara, il calabrese che sparò a Roosevelt

    Il cinema, fin dalle sue origini, ha portato sul grande schermo le storie del sogno americano inseguito anche da milioni di italiani. Il teatro, invece, sembra essersi interessato poco a queste vicende, ma trova nell’attore e regista teatrale cosentino Ernesto Orrico un divulgatore di storie di migrazioni.
    Già con la regia di Malamerica, su una drammaturgia di Vincenza Costantino, aveva dato voce alle tribolazioni degli emigrati che non ce l’hanno fatta e i cui nomi si perdono nell’oblio della storia. Tra di loro, anche un anarchico, come i più noti Sacco e Vanzetti, finito sulla sedia elettrica nel 1933 dopo dieci giorni nel braccio della morte della Florida State Prinson di Raiford.
    Joe Zangara, protagonista dello spettacolo La mia idea. Memoria di Joe Zangara, era partito da Ferruzzano, in provincia di Reggio Calabria, nel 1923.
    L’opera trae spunto dal libro del 2020 La mia idea. Memoria di Joe Zangara, pubblicato nell’edizione italiana e inglese da Erranti nella collana La scena di Ildegarda e scritto da Ernesto Orrico, Massimo Garritano, tradotto da Emilia Brandi.

    Joe Zangara e l’attentato

    Giuseppe Zangara nasce nel 1900 in una terra che le logiche del latifondo costringono ad arretratezza e marginalità. Un’infanzia difficile la sua: perde troppo presto l’affetto materno e si ritrova a vivere tra la fame, la violenza di un padre padrone e una malattia cronica che gli procura forti dolori addominali, specchio del suo male di vivere.
    Dopo aver combattuto gli ultimi mesi del primo conflitto mondiale anche lui, come tanti, si lascia sedurre dal sogno americano e lascia per sempre l’Italia.

    È proprio su questa figura di perdente, nel suo aspetto più intimo, che Orrico si concentra. Un uomo condannato per aver attentato alla vita dell’allora Presidente degli Stati Uniti, Franklin Delano Roosevelt, procurando la morte del sindaco di Chicago, Anton J. Cermak.
    Zangara è realmente colpevole di un tentato omicidio e dell’assassinio di un uomo, una condizione che non gli consente riabilitazioni come per Sacco e Vanzetti.

    Due lingue e un flusso di coscienza in musica

    La mia idea Memoria di Joe Zangara prende spunto dal memoriale che lo stesso Zangara scrive pochi giorni prima che lo giustizino. Orrico e Garritano lo presentano come uno spettacolo/concerto.
    Il racconto in prima persona procede attraverso un linguaggio capace di fondere termini dialettali calabresi con un inglese/americano  forzato, ma mai stentato. Ed è proprio questo bilinguismo a sottolineare l’incapacità di adeguarsi completamente ad una nuova realtà sociale.

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    Orrico e Garritano sul palco (foto noteverticali.it)

    La mescolanza di termini evidenzia il voler rimanere ai margini di Joe Zangara, estraneo alla nuova vita che aveva scelto di seguire, così come lo era nella sua terra.
    Il piccolo emigrante calabrese è insoddisfatto della sua vita e lo racconta attraverso un flusso di coscienza che si intreccia con la sonorità degli strumenti a corda. Allora il bouzouki e il dobro non sottolineano pensieri, diventano essi stessi riflessioni, rabbia e dolore.

    Il sogno americano infranto

    In scena vanno i sentimenti di un uomo dal destino segnato. E, attraverso questi, l’umanità e lo sdegno di chi, lasciando la propria terra per scelta o perché costretto, si accorge che il Nuovo Mondo è solo il luogo della perdita del valore umano, minacciato dalla logica dei consumi o barattato con la promessa di una effimera ricchezza.

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    Franklin D. Roosevelt pochi istanti prima che Joe Zangara gli sparasse

    L’attentato di Joe Zangara a Roosevelt, il 15 febbraio 1933, rappresenta l’incapacità di adeguarsi a vivere in un sistema che ha bisogno di sfruttare la gente per far decollare l’economia americana dopo la Grande Depressione del 1929.
    Il New Deal per Joe Zangara si traduce in un sentimento di anticapitalismo, “la sua idea”, cui Orrico e Garritano danno corpo attraverso parole e musica nell’autobiografia più intima di un condannato a morte.

    Joe Zangara dagli States al Rendano

    Dal 27 ottobre al 5 novembre i due hanno riportato Joe Zangara negli States tra la comunità italo-americana in occasione della decima edizione del festival In Scena! Italian Theater Festival NY Fall Edition 2023, promosso da Kairos Italy Theater in collaborazione con Kit Italia e Casa Italiana Zerilli-Marimò at NYU, con il supporto del Ministero per gli Affari Esteri e la Cooperazione Internazionale.

    La kermesse, a cura di Laura Caparrotti e Donatella Codenescu, ha quindi raggiunto San Diego e Santa Rosa in California, poi Calgary e Lethbridge in Canada, con spettacoli teatrali per le comunità di origini italiane e incontri tra artisti italiani e internazionali rendendo concreto il senso più profondo del teatro che vuole essere un incontro, non solo tra pubblico e attori, ma tra comunità, tra culture e identità che si ritrovano oltre quell’oceano attraversato molti anni prima della loro nascita dai loro stessi progenitori.

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    Il Teatro Rendano di Cosenza

    Dopo il tour nordamericano, lo spettacolo torna adesso nei teatri della Calabria per il progetto speciale di Fondazione Armonie d’Arte, L’Altro Teatro e Nastro Mobius, nel cartellone di Un Giorno All’Improvviso .
    La mia idea. Memoria di Joe Zangara di Ernesto Orrico, con le musiche di Massimo Garritano, produzione Zahir/Teatro Rossosimona va in scena infatti nella Sala Quintieri del teatro Rendano di Cosenza venerdì 8 dicembre alle 19. L’ingresso è gratuito.

  • E il re del terrore diventò Diabolik sull’Isola di Dino

    E il re del terrore diventò Diabolik sull’Isola di Dino

    «Ho passato tutto questo tempo a dare la caccia a un fantasma. Però adesso stiamo per morire. Potresti dirmela la verità! Diabolik, chi sei?».
    E così insieme a Ginko-Valerio Mastandrea scopriamo che l’antieroe creato negli anni Sessanta dalle mitiche sorelle Angela e Luciana Giussani è cresciuto sull’Isola di Dino, di fronte a Praia a Mare. È la location scelta, insieme alla Tonnara di Palmi, per raccontare la sua infanzia e la sua adolescenza, nell’ultimo film della trilogia dei fratelli Marco e Antonio Manetti.

    I fratelli Antonio e Marco Manetti (foto Pietro Luca Cassarino, fonte Wikipedia)

    Diabolik-Chi sei?, prodotto da Mompracem e da Rai Cinema, è stato presentato al Citrigno di Cosenza nelle stesse ore in cui usciva in tutta Italia. In sala con Antonio Manetti, Giampaolo Calabrese, project management della Calabria film commission, che ha contribuito alla realizzazione, il presidente regionale dell’Anec Pino Citrigno e la giornalista Rosa Cardillo.
    «Le maestranze calabresi hanno una marcia in più, è incredibile», dice Antonio Manetti. «Lavoriamo sempre con la stessa troupe, siamo una famiglia, ma ogni tanto abbiamo incluso qualcuno proveniente da questa regione, ragazzi e ragazze non alfabetizzati cinematograficamente e che sono cresciuti in fretta; con il resto della squadra spesso siamo rimasti meravigliati dalle capacità dimostrate».

    Le riprese del film dei Manetti Bros sull’Isola di Dino

    Da neonato a criminale… sull’isola di Dino

    Nell’ultimo capitolo della saga si scava nel passato di Diabolik. Girato in un pezzetto di Calabria, a Bologna, Milano e Roma (tra la primavera e l’estate del 2022), è ispirato al numero 107 del fumetto, una storia che i cultori conosco bene.
    Giacomo Giannotti e Mirian Leone interpretano la coppia del crimine. Il loro è un grande amore come quello tra l’Altea di Monica Bellucci e il commissario di Clerville. Deliziosa Barbara Bouchet che appare nei panni di una contessa, mentre Carolina Crescentini, anche lei in una breve parte, ricorda un personaggio di Omicidio a luci rosse di Brian de Palma.
    Il futuro criminale viene salvato in mare, neonato, da un manipolo di criminali che lo porta sull’isola (di Dino) dove crescendo imparerà, grazie a chimici, medici e ingegneri pazzoidi, a costruire le maschere umane, a fabbricare trucchi meccanici rocamboleschi, a far scorrere fiumi di pentothal. E sono scene in bianco e nero con un sentore di espressionismo tedesco alla “dottor Caligari”. Sull’isola si aggira una pantera nera che semina il terrore e che tutti chiamano Diabolik. Una creatura che lo affascina, tanto da prenderne il nome.

    La giornalista Rosa Cardillo e il regista Antonio Manetti

    Palmi e il «film del cuore»

    I fratelli Manetti sono romani ma originari di Palmi da parte di madre. Amano e frequentano la regione dello Stretto da sempre. In questo momento seguono il montaggio di U.S. palmese, finito di girare la scorsa estate, con Rocco Papaleo, Claudia Gerini, Massimiliano Bruni (stessi produttori del terzo Diabolik, con in più il patrocinio della Lega Nazionale Dilettanti).
    Un’opera ottimista, «un film del cuore», confessa il regista, che segna il ritorno dei Bros all’abitudine di spaziare tra i generi.
    «E’ dall’incontro con Giampaolo Calabrese che è nata l’idea. Durante le location per Diabolik ci chiese “perché non fare un film interamente dedicato alla regione?”. Io e Marco avevamo una storia, un progetto già scritto e messo da parte. Gliel’abbiamo raccontata e lui ha risposto: “Facciamolo!”».

    Erano due ragazzini i Manetti, quando in un’osteria vicino allo stadio di Palmi, mentre mangiavano gelati, ascoltavano i racconti sulle imprese di un calciatore. «La squadra di calcio è una scusa per raccontare tante cose, è un film pieno di emozioni, sia sportive sia umane». Un film sulla Calabria migliore. «Vorremmo fare per questa terrà ciò che abbiamo fatto in Campania con il nostro Song’e Napule».
    Molta musica (nel caso della premiata opera napoletana quella dei neomelodici, con il Lollo Love di Giampaolo Morelli), tenerezza, ironia, affetto. Nel cast anche Max Mazzotta e Paolo Mauro, attori calabresi che hanno lavorato in diversi film, molto impegnati sul territorio.

    La copertina “stracult” del numero 107 di Diabolik

    Maschere, vintage e tanta musica

    Nel cast di Diabolik-chi sei? c’è Max Gazzè, un altro artista che da queste parti torna volentieri, grazie alla sua collaborazione con il musicista Checco Pallone e la sua orchestra. Interpreta il re del terrore che si traveste per una “missione” e indossa una maschera che ha la faccia… proprio di Gazzè.
    L’attore Paolo Calabresi fa il cattivo, è King, il capo supremo della comunità di geniali delinquenti che popolano l’isola. È il primo avversario di Diabolik. Chi la spunterà?
    Non spoileriamo, ma ci piace l’alleanza femminile tra Eva e la duchessa Altea di Vollenberg, per salvare i loro compagni dalle grinfie di una banda di rapinatori, talmente sopra le righe da provocare un effetto comico. Una parte della critica non è stata generosa con questo film. I Manetti pagano scelte coraggiose da apprezzare nel tempo. La loro trilogia è un’eredità importante per il cinema italiano.

    I personaggi sembrano realmente fumetti. La cinepresa gli sta addosso esaltandone centimetri fisiognomici e sguardi. Ironici e fedeli agli effetti meccanici più che a quelli speciali, gli autori sembrano divertirsi a creare un film dall’allure vintage. Una pellicola forse un po’ lunga, come tante altre delle ultime stagioni cinematografiche, ma che offre più punti di osservazione: uno spasso è scovare gli oggetti e gli arredi di scena: dallo show di macchine d’epoca, alle lampade, alla varietà di telefoni della Sip.
    Tutta la saga passerà l’esame dei botteghini degli States. I registi, che puntano sulla vena noir e su quel dna di cinema italiano apprezzato dagli americani.
    E poi c’è l’amata musica. La colonna sonora originale, uscita anche in vinile, è di Aldo e Pivio De Scalzi, con una soundtrack a base il funky. E vengono in mente L’ispettore Coliandro e altri lavori dei Manetti. Canta anche il re del falsetto degli anni Settanta Alan Sorrenti. Ti chiami Diabolik è il brano d’apertura firmato insieme con i Calibro 35.

    Da sinistra: Pino Citrigno, Antonio Manetti, Rosa Cardillo e Giampaolo Calabrese

    Un via vai di registi e attori

    «Abbiamo accolto la troupe e i Manetti con grande piacere e siamo orgogliosi – dice Giampaolo Calabrese della Calabria film commission, – di far conoscere il territorio attraverso una narrazione innovativa e di alta qualità». Inizia ad essere molto lungo l’elenco dei film realizzati nella regione in questi ultimi anni. La Fondazione avvierà corsi di formazione per personale specializzato, per poter rispondere alle richieste di produttori e registi che scelgono la Calabria. Partito da Cosenza Alessandro Gassman, dove ha soggiornato durante le riprese di alcune scene di A mani nude di Mauro Mancini, è arrivato l’attore americano James Franco, protagonista di Hey Joe di Claudio Giovannesi. Un magnifico via vai che si spera diventi una costante per una Calabria sempre più cinematografica.

  • Il talento spezzato di Achille Falcone

    Il talento spezzato di Achille Falcone

    Sui musicisti calabresi è stato scritto, si può dire, in modo più o meno scientifico e interessante. In qualche caso in modo ridondante, in altri casi solo per un pubblico di esperti e studiosi. Talvolta si legge un nome sconosciuto che diventa subito gradito ai giovani ricercatori che ne fanno bottino per impreziosire gli studi. Negli ultimi due decenni grazie alla digitalizzazione delle risorse bibliografiche, anche le fonti più inaccessibili e rare sono state portate alla luce.

    Per chi vive al Sud le due grandi Biblioteche musicali di Napoli e Palermo sono fonti inesauribili, ma pure il maestoso Museo internazionale e Biblioteca della musica di Bologna offrono gemme importanti della nostra produzione musicale. Studiosi e appassionati si ritrovano spesso in una corsa al dettaglio tecnico, al tassello mancante, al gossip storico-musicale da rintracciare nelle opere e nelle vicende che hanno segnato le vite dei musicisti. Cosicché, seppure non sia ancora la terra di Mozart e Beethoven, la Calabria fa registrare un interesse sorprendente per la musica dei secoli passati.

    L’ingresso della Biblioteca civica in piazza XV marzo, sede dell’Accademia cosentina

    La musica di Achille Falcone

    In questa temperie ipertecnologica non sorprende invece una figura che della tecnica contrappuntistica fece una sua cifra e un modello di smagliante distinzione, sebbene con poca fortuna. Achille Falcone era nato a Cosenza intorno al 1570 dal musico Antonio. Nel Dizionario biografico degli Italiani dell’Enciclopedia Treccani la voce Falcone è curata da Walter Marzilli, ma nel dopoguerra almeno due nomi storici della musicologia italiana hanno compiuto studi e approfondimenti sul compositore calabrese, si tratta di Ottavio Tiby e Luciano Bianconi. Il primo in alcuni articoli dedicati, tra il 1952 e il 1969, ai polifonisti siciliani, e il secondo in un importante studio del 1973 e un articolo del 1972 per la Rivista Italiana di Musicologia dal titolo Sussidi bibliografici per i musicisti siciliani del ‘500 e del ‘600. E infatti il giovane Achille Falcone fu maestro di cappella a Caltagirone e per lungo tempo si è pensato addirittura che fosse siciliano. La sua breve vita, invece, fu spesa quasi interamente a Cosenza dove, giovanissimo, era entrato a far parte dell’Accademia di Aulo Giano Parrasio fondata nel 1511.

    Fu chiamato in Sicilia dove gli accadde una vicenda clamorosa e dolorosa insieme, che forse contribuì alla sua morte prematura, avvenuta quando era appena alle soglie dei trent’anni, il 9 novembre del 1600. Si tratta di una storia che offre dati storico-musicali, storiografici e musicologici di grande interesse ma che risulta, sul piano umano, assai deludente per chi ancora vede nella musica la lingua dell’armonia e del dialogo. Per certi versi una storia di grande attualità in cui prepotenza e arroganza, ipocrisia e doppiezza sono la cifra di strane conventicole musicali al servizio del signorotto di turno.

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    Musiche di Sebastiano Raval per le Lamentazioni di Geremia

    La sfida al pentagramma col protetto del vicerè

    In realtà a quel tempo erano assai frequenti delle vere e proprie disfide musicali che vedevano contrapporsi virtuosi di uno strumento, cantori o compositori, e Falcone si trovò a duellare con Sebastian Raval, maestro della Real Cappella a Palermo e protetto del vicerè. Raval, spagnolo, nato a Cartagena nel 1550, era divenuto frate dell’ordine di San Giovanni di Gerusalemme dopo una gioventù che potremmo dire spavalda e avventurosa, e non era nuovo alle sfide musicali che lo vedevano sempre perdente (aveva già perso, tra le altre, una sfida a Roma col musico Nanini). Raval ci è raccontato ogni volta come un personaggio arrogante e permaloso ma soprattutto capace di covare un profondo livore nei confronti di chi musicalmente non lo riteneva competente. Un dato umano che con una certa sprezzante postura scientifica oggi è ritenuto secondario rispetto alla rivalutazione delle sue composizioni.

    Come spiegano in uno studio Massimo Privitera e Maria Antonella Balsano (Musica sbagliata, Université de Poitiers, 2020), pare che un musico e letterato siracusano, tal Vincenzo Mirabella, gli avesse fatto notare degli errori nelle sue opere. Raval, subito alterato, lo sfidò chiedendogli chi fossero i suoi maestri. Mirabella fece i nomi dei Falcone, padre e figlio, e lo spagnolo iniziò a covare un profondo rancore, specialmente nei confronti di Achille. Incontratolo a Palermo, cominciò a provocare le sue reazioni favoleggiando di aver composto un madrigale a cinque voci con delle soluzioni compositive alquanto complesse. Alle perplessità di Achille rispose con la sfida: il vincitore avrebbe vinto un anello d’oro da mostrare ogni volta come trofeo.

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    Un testo dello studioso Massimo Privitera

    Il contrappunto del cosentino

    Achille che era animato da grande fervore per il contrappunto virtuosistico, possedeva una forte padronanza tecnica e un’alta vocazione per le complessità polifoniche più ardite: si lasciò coinvolgere, vincendo inizialmente nonostante alcune mosse infingarde dell’avversario, che aveva cercato di falsificare i manoscritti (relazione di padre Toscano del 18 aprile 1600). Purtroppo lo spagnolo, non contento, volle nuovamente affrontarlo, tappezzando – pare- i “pontoni di Palermo” con una serie di manifesti che chiamavano apertamente alla sfida il trentenne. Anche questa volta, il domenicano Nicola Toscano evidenzia gli inganni di Raval (seconda relazione del 26 luglio 1600). Ma Raval pretende con prepotenza un giudizio a lui favorevole.

    La commissione, infine, probabilmente perché collusa e corrotta, dichiara vincitore ultimo il musicista spagnolo, come scrive il padre di Achille nelle sue memorie, e anche secondo quanto riportato da Giuseppe Baini, il musicologo che approfondì la vicenda tra Settecento e Ottocento. Una vicenda tristissima che durò alcuni mesi a partire dalla primavera del 1600 e che, con buone probabilità, influì sulla salute e sul benessere del giovane che tentò, rammaricato, un terzo grado di giudizio chiamando in causa alcuni musicisti romani.

    La morte nella sua Cosenza

    Rientrato a Cosenza, tuttavia, si ammalò e morì in autunno. Privitera e Balsano, non senza una punta di amarezza, fanno notare come nei concerti successivi il Vicerè chiamasse a raccolta tutti i musici che avevano contribuito al successo del proprio protetto, Raval. Fu così che il padre Antonio decise di onorare la memoria di Achille con la pubblicazione (1603) dei madrigali con i quali il musicista calabrese aveva partecipato alla sfida, accompagnandola con una cronaca della vicenda.
    La produzione di Achille Falcone è giocoforza ridotta: perché è scomparso in giovane età e perché qualcosa si è perso nei secoli. Ci giungono un madrigale per tenore e basso continuo pubblicato in edizione moderna a cura del professor Bianconi, mottetti, molti brani polifonici (in un volume sono raccolti una quindicina di madrigali composti per varie occasioni e altri madrigali a 5 voci che aveva composto per la sfida). Ma pure ci giunge un senso di profonda amarezza per la perdita di un talento così giovane che avrebbe potuto dare alla città di Cosenza e alla Calabria grande risonanza, e perché questa vicenda si fa testimonianza di come sia facile per il potere capovolgere giudizi ed evidenze anche nell’arte musicale.

    Viviana Andreotti

  • Il brigante calabrese che stregò Camilleri

    Il brigante calabrese che stregò Camilleri

    Nel 1952 il giovane Andrea Camilleri, ventisettenne neodiplomato all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica, dove successivamente insegnerà regia, compra un libro di un autore calabrese a lui ancora sconosciuto. Ad attirare la sua attenzione fu il titolo Antonello capobrigante calabrese, dramma in cinque atti di Vincenzo Padula, scritto nel 1850. L’aneddoto è raccontato dallo stesso Camilleri nel docufilm La penna di Bruzio, una coproduzione dell’associazione Stato delle Persone, Fondazione Vincenzo Padula e dalla CineDue dei fratelli Aragona, distribuito da RAI Storia. Il film, nato nel 2016 da un’idea di Mattia Scaramuzzo, per la regia di Giulia Zanfino, ha visto la partecipazione, oltre che dello scrittore empedoclese, anche di Carlo Verdone e Riccardo Iacona.

    Un frame del film di Giulia Zanfino su Vincenzo Padula

    Briganti, una mistificazione storica

    Camilleri racconta di essere stato catturato dalla suggestione delle parole capobrigante e calabrese, questo a causa di una sua personale e radicata convinzione, relativa a una mistificazione storica, avvenuta subito dopo l’unità d’Italia, in merito al problema del brigantaggio. Un vecchio specchietto riassuntivo del Comando militare per la repressione di Capua, sempre secondo il racconto di Camilleri, riportava un consuntivo dei briganti uccisi e arrestati dal 1861 al 1863; si trattava di circa 3780 morti e oltre 4000 detenuti. Proprio intorno a questi numeri che nasce il dubbio attorno al quale Camilleri si chiede se tutti i meridionali erano diventati briganti o se si tacciava di brigantaggio la rivolta contadina di chi chiedeva nient’altro che pane e lavoro.

    briganti

    Una riflessione che ci spinge a parlare delle cause di fenomeni sociali violenti all’indomani di una unificazione nata su presupposti politici e amministrativi ideologicamente divisivi. Non bisogna dimenticare che il nuovo Regno d’Italia presentava un’enorme disparità tra Nord e Sud e per unificare veramente il Paese c’era bisogno di infrastrutture, di un esercito, di leggi, di alfabetizzazione, di riforme agrarie e industriali. C’era anche la necessità di adottare le stesse unità di misura, la stessa moneta e una lingua capace di parlare a tutti. La complessa questione meridionale, strettamente connessa al fenomeno del brigantaggio, trovò con l’attuazione della Legge Pica del 1863, la legittimazione della violenza repressiva di un fenomeno sociale determinato da povertà, diseguaglianza, ma anche da brutalità di contadini rozzi e ignoranti.

    Vicenzo Padula: un intellettuale profondo

    Proprio sulla causa dei problemi e sulle azioni repressive di un fenomeno di portata storica come il brigantaggio si concentra il pensiero dell’abate Vincenzo Padula di Acri che, attraverso le pagine del giornale Il Bruzio, richiama l’attenzione sulle complesse situazioni della Calabria e di tutto il meridione post unitario. Padula, lungimirante intellettuale, ma anche scrittore ironico, attento giornalista, è stato definito più volte un antropologo, ma lui non è stato solo un attento osservatore della cultura del suo tempo, quanto un sociologo, o meglio ancora possiamo definirlo un etnologo che ha saputo considerare fatti e circostanze nei loro processi di trasformazione.

    Padula, nonostante l’isolamento culturale della Calabria, pur vivendo la realtà dell’entroterra, affronta i temi del suo tempo in una produzione letteraria in grado di concretizzarsi anche nella scrittura teatrale, cosa non usuale in una realtà senza nessuna tradizione drammaturgica. Antonello capobrigante calabrese è ambientato tra i monti della Sila, precisamente a Macchia Sacra. È lo stesso Padula a scrivere che i briganti agiscono nella foresta e, siccome in ogni paese d’Italia, dopo che i Borboni se ne sono andati, c’è gente che ruba e che uccide, nelle altre città, come in quelle del Piemonte, della Lombardia e della Toscana, azioni ancora più gravi di quelle che accadono in Calabria si concretizzano nelle case.

    Una rara edizione del racconto di Vincenzo Padula

    Una questione privata? Non proprio

    Le vicende narrate nell’Antonello sono quelle di un gruppo di briganti nascosti nei boschi della Sila, impegnati nel preparare il rapimento del ricco galantuomo Brunetti e di suo figlio Luigino. La storia è quella della giovane Maria, moglie di Giuseppe, che dopo aver subito violenza da parte di Brunetti si ritrova ad assistere all’omicidio del figlio neonato, soffocato dallo stesso Brunetti. In preda alla disperazione Maria convince Giuseppe a farsi uccidere e a quel punto il giovane, decidendo di farsi brigante, è accolto dal capobrigante Antonello tra i boschi della Sila.

    La narrazione di una storia in apparenza privata, si trasforma in una rivendicazione collettiva contro i soprusi di un potere destinato, davanti alla legge, a rimanere impunito. Il dramma non si limita a raccontare di una storia d’amore finita in tragedia, ma parla della condizione sociale in cui versava la Calabria, oppressa dal potere legato alle logiche del latifondo e che, inevitabilmente, si riflette nella tracotanza del ricco Brunetti. Emerge chiara la sfiducia verso la giustizia, quasi come se Padula volesse giustificare la rabbia di un gruppo di persone che, per la loro stessa natura di briganti, sono destinati a rimanere poveri. I giorni durante i quali si svolge l’azione sono quelli che passano tra la cattura dei fratelli Bandiera, avvenuta sul Colle della Stragola, nel territorio di San Giovanni in Fiore, la loro detenzione nel carcere di Cosenza e la fucilazione, insieme ad altri sette compagni, per volere di re Ferdinando II di Borbone, nel Vallone di Rovito il 25 luglio 1844. È lo stesso Antonello a far recapitare una lettera ad Attilio ed Emilio Bandiera, offrendo, senza successo, l’aiuto dei briganti per farli scappare dalla prigione.

    La locandina della pièce teatrale tratta dal racconto di Padula

    Vincenzo Padula e Lord Byron

    La figura di Antonello capobrigante riveste il ruolo di un eroe moderno, tormentato davanti alle ingiustizie del suo tempo, in questo non è difficile cogliere gli aspetti romantici di un byronismo presente nella letteratura di quegli anni. George Byron, tra il 1818 e il 1823 è in Italia per il suo personale Grand tour, è la sua poetica penetra anche nella letteratura calabrese. I punti di convergenza tra Padula e Byron sono proprio quelli che si riflettono nel personaggio del capobrigante Antonello: il sentimento di ribellione verso un contesto sociale guardato con disprezzo a causa di quei privilegi riservati a pochi, l’imperfezione stessa dell’eroe agitato da una passione distruttiva e non ultimo l’incapacità di portare avanti lotte collettive, quanto piuttosto animato da un individualismo tipico di ogni disperato che lotta solo per se stesso.
    La fortuna di Antonello capobrigante è stata quella di aver varcato i confini regionali e di essere stato rappresentato in diverse riduzioni teatrali, televisive e in un adattamento radiofonico del 1960 di Ottavio Spadaro, nel quale Aroldo Tieri interpretava la parte del possidente Brunetti.

  • Quel gran genio di Vincenzo Talarico

    Quel gran genio di Vincenzo Talarico

    Vincenzo Talarico, “chi era costui”? Nato ad Acri (Cs) nel 1909 e morto a Roma nel 1972, Vincenzo Talarico, in un’epoca di grandi passioni e di scarsi mezzi, ha rappresentato l’icona del giovane provinciale calabrese che tenta la fortuna e “il successo delle arti” nella grande città capitale, rivestendo in concreto i panni di una sorta di eterno idealtipus del calabrese in commedia. E certo, ai suoi tempi, che furono quelli che per la storia della nazione intercorrono tra il fascismo, il neorealismo, la ricostruzione e gli anni del boom economico non fu esattamente un Carneade.

    Calabresi della diaspora

    Talarico è stato infatti molte cose assieme: giornalista, critico teatrale, scrittore, sceneggiatore e attore. Un acrobata della parola scritta e dell’eloquio letterario, un uomo colto, divertente, dalla vita eccentrica e fantasiosa. Un personaggio che merita un posto tra gli indimenticabili, anche se oggi se lo ricordano in pochi. Talarico è infatti un altro di quei folli, geniali ed eccentrici calabresi della diaspora che assieme a grandi artisti, scrittori e comprimari come Mimmo Rotella, Leonida Repaci, Corrado Alvaro, Giuseppe Selvaggi e Raul Maria de Angelis, tutti vissuti Roma a cavallo tra le due guerre fino agli anni del boom, poterono diventare qualcosa e qualcuno solo fuori dall’asfissia provinciale dei paesi d’origine e dalle piccola società delle città provinciali della vecchia Calabria.

    Con Leopoldo Trieste, Talarico fu uno di quei “calabresi in commedia” del cinema italiano del dopoguerra; entrambi picari ingegnosissimi e stralunati, che hanno attraversato il secolo passato lasciando tracce di sé talvolta luminose e degne di ricordo non solo nel cinema popolare ma anche nella vita culturale del Paese, restando spesso ignoti tra le strade di casa, proprio laddove la loro avventura aveva preso l’avvio.

    Leopoldo Trieste

    A dispetto della biografia ricca di incostanti lampi di genialità e di smaglianti espedienti letterari, Talarico non era affatto un personaggio culturalmente effimero e valetudinario. Prima di tentare l’avventura rocambolesca del cinema, la sua penna di notista accreditato nei palazzi del potere era temuta per l’umore sarcastico e l’acuminata ferocia con cui sceglieva i suoi bersagli. Ai tempi del pieno consenso al fascismo i suoi strali non risparmiarono il Duce, che lo apostrofò come “ignobile libellista”.

    Il giornalista che amava la dolce vita

    A lungo giornalista e critico cinematografico per La Stampa, L’Europeo e L’Espresso, Talarico faceva parte di quel memorabile gruppo di intellettuali liberali che ruotavano attorno a Leo Longanesi, come Ercole Patti, Sandro De Feo e Mario Pannunzio, di cui Talarico divenne stretto divenne collaboratore per le pagine de Il Mondo.
    Talarico, come Leopoldo Trieste, amava il cinema e le belle donne; due buoni motivi per stare a Roma e attraversarla in lungo e in largo in quegli anni formidabili. Talarico visse la sua stagione di notorietà mentre a Roma la fabbrica dei sogni esplodeva nella pienezza cinica e gaudente degli anni della “dolce vita” e di via Veneto. Lo si ritrova assiduo frequentatore di tutti i santuari di strada della cultura del tempo. Trascorreva le sue giornate di “flanellista” tra il Caffè Aragno o in mezzo ai crocchi riuniti ai tavolini di Rosati o Canova.

    Qui lo si ritrovava a chiacchierare e far notte con gente come Emilio Cecchi, Roberto Rossellini e in confidenza con scrittori e artisti di primo piano della scena culturale romana di quegli anni come Palazzeschi, Cardarelli, Moravia, Ungaretti, Guttuso, Flaiano, Repaci, Brancati o Alvaro. Già giornalista satirico e critico teatrale, prima di diventare anche sceneggiatore di successo (vinse un Nastro d’argento per il soggetto e la sceneggiatura di Anni facili), Talarico, giovane avvocato mancato, fuggito presto dal tedio e dalle ristrettezze del suo paese calabro, aveva – soprattutto – una autentica fissazione per il cinema, e così fece di tutto anche per indossare al cinema anche i panni dell’attore. Ne vennero o fuori parti da caratterista formidabili e iconiche.

    Vincenzo Talarico. avvocato in “Un giorno in pretura”

    Nel cast di Un giorno in pretura

    È lui, infatti, avvocato davvero ma senza aver mai esercitato per un giorno neanche alla pretura del paese, che spesso indossa toga e tocco in camei indimenticabili ed esilaranti. Lo ritroviamo così nelle vesti di avvocato in numerosi film e commedie di grande successo popolare, come in Un giorno in pretura. In quella commedia del 1953, diretta da Steno, è lui l’avvocato magniloquente e sgarrupato che difende la causa davanti alla corte e ai giurati, ricorrendo ad effetti da leguleio di paese e a stralunate formule da azzeccagarbugli.

    Il suo assistito è il grande Alberto Sordi, che nel film è Nando Moriconi, il giovane tontolone di borgata detto l’americano, arrestato perché sorpreso nudo per strada. Talarico sul set cingeva la toga con così tanta maestria che a lui toccò quasi per antonomasia la parte dell’avvocato difensore che portava inevitabilmente alla condanna del povero imputato, come di seguito in altre commedie memorabili, Il bigamo o Il vigile.

    Totò gli stacca un orecchio a morsi

    Dotato di una notevole presenza scenica e di un aspetto da notabile borbonico, oltre che di una maschera teatrale naturale, caratterizzata da un difetto di vista che ne rendeva il volto e la mimica involontariamente comiche – aveva l’occhio sinistro fortemente strabico, negli anni cinquanta Talarico apparve come caratterista di lusso in numerose commedie per il cinema, alcune delle quali da lui scritte portavano la sua firma anche tra gli sceneggiatori. Per il pubblico popolare divenne subito un personaggio noto e perfettamente riconoscibile. E in carriera partecipò a decine di film.

    Con il suo eloquio prolisso, rotondo e polveroso “Don Vincenzino” fu anche l’emblema dei funzionari ministeriali vacui e ipocriti e dei notabili democristiani in ascesa, a cui diede numerose volte voce e volto. Lo si ricorda come comprimario di rilevo e caratterista enfatico anche in Dov’è la libertà?, un film commedia dal sapore malinconico e amarognolo, diretto nel 1954 da Roberto Rossellini da una sceneggiatura teatrale di Leopoldo Trieste (di cui Talarico fu al lungo amico), quando Totò, al culmine di una scenetta memorabile, gli stacca un orecchio a morsi.
    Fu poi l’onorevole Borgiani di un film culto di quella stagione come Un americano a Roma, in una scena dove Sordi fa polpette della sua rispettabilità; e ancora, il nuovo tipo del “funzionario Rai” che formula un giudizio avverso stigmatizzando il difetto del candidato Sordi che si presenta ai commissari sfoderando la sua sorridente dentatura equina in Dentone, episodio gustosissimo del film I mostri.

    VIncenzo Talarico in una scena di “Un americano a Roma!

    Una faccia da cinema

    Questi suoi piccoli ruoli da caratterista e i brillanti numerosi cameo impersonati col tempo fecero di Talarico un attore niente affatto improvvisato. Prova ne è che la sua voce stentorea e il suo volto stralunato compaiono in una lunga sequela di film e di commedie famosissime. I ruoli in cui Talarico eccelleva sono quelli del burocrate tronfio e intrigante o del retore che sfoggia la sua dotta scilinguagnola da notabile di paese, o quando impersona con le sue sghembe espressioni facciali da teatro greco, il vecchio satiro che punta la sua preda femminile con lo sguardo liquido di un rettile. Queste personalità multiple indossate con disinvoltura e divertimento per il cinema popolare in veste di caratterista, sono anche altrettante prove di una consapevolezza autoironica e di un sarcasmo intellettuale che non si dimenticano, e che in Talarico furono anche caratteristiche spiccate dell’uomo e dell’artista.

    In seguito Talarico si confermò soprattutto come sceneggiatore per il cinema, versatile tanto sul registro della commedia popolare (Pane, amore e gelosia, Il bigamo), sia per il suo impegno su pellicole che affrontavano temi meno facili, e in alcune prove d’autore dal piglio certo più polemico e aggressivo (Anni facili, Il moralista, Anni ruggenti). Dimostrandosi capace com’era anche con la scrittura di analizzare con asprezza e profondo acume critico lo spirito di qui tempi.

    L’ultima notte dei “casini”

    Amico di Vitaliano Brancati – scrivono insieme per il teatro La giornata del poeta -, Vincenzo Talarico nel 1953 firmò con proprio con Brancati la sceneggiatura di Anni facili, insieme a Luigi Zampa, a Sergio Amidei. E sempre in compagnia di Luigi Zampa e Sergio Amidei, Talarico, collaborò poi alla sceneggiatura di Anni ruggenti.
    Talarico era però essenzialmente un finissimo e colto uomo di lettere e un assiduo frequentare di ambienti letterari. Nella Roma che attraversa le guerre è amico di vecchia data di Cardarelli, di Ennio Flaiano e di Mario Soldati. Indimenticabile è un suo articolo in cui ricorda l’ultimo giorno di apertura dei casini, chiusi nel 1959 dalla legge Merlin, trascorso a fare un nostalgico giro per il passo d’addio alle “signorine” delle migliori case chiuse di Roma in compagnia di un ineffabile Mario Soldati. Ma in altri momenti Talarico partecipa con Maria Bellonci e Guido Alberti alla fondazione del Premio Strega, di cui è tra i primi prestigiosi promotori.

    Nomignoli per tutti

    E sarà sempre considerato da allora tra i giurati più valorosi e influenti. Figura critica sempre autorevole e presente alle carambole e alle scaramucce che vivacizzavano il mondo degli scrittori e dei giornalisti che contavano in quel rarefatto e stravagante mondo letterario romano. Oltre agli articoli e ai libri della penna di Talarico restano infatti memorabili proprio per certi suoi blasoni impietosamente affibbiati ai suoi sodali letterati.

    Faceva a gara in questo con un altro amico buontempone della sua cerchia, lo scultore emiliano Marino Mazzacurati. Nomignoli cinici e spassosi che scivolati dalla sua penna acuminata, restavano poi impressi per sempre sui personaggi che entrambi prendevano di mira. Come “Supercortomaggiore” (Leo Longanesi); “Cecchi dice sì, Cecchi dice no” (Emilio Cecchi); “Il più grande Poeta Morente” (Vincenzo Cardarelli); “L’Amaro Gambarotta” (Alberto Moravia); “Il brutto addormentato nel basco” (Alberto Savinio); L’incantatore di sergenti” (Filippo De Pisis); “La salma” (Ercole Patti); La picassata alla siciliana” (Renato Guttuso); “Il Cavaliere del Lavoro altrui” (Sandro De Feo).

    Vincenzo Talarico “il lepre”

    Non sfuggiva alla regola del soprannome neanche lui, Vincenzo Talarico. Per la sua cerchia di letterati, artisti e amici del cinema, “don Vincenzino” era “Il lepre”, nomignolo appiccicatogli per la sua stramba fisionomia: occhi fortemente strabici, nasone, faccia un po’ storta e sgrugnata, labbro superiore sporgente, ma il soprannome pare gli fosse stato appioppato anche per la rapidità con cui, alto e ben piantato, attraversava a grandi lunate piazza del Popolo spostandosi dal gruppo che sedeva davanti a Rosati a quello che si trovava da Canova, per puntare la nuova soubrettina che voleva comicamente concupire.

    Talarico ha vissuto quegli anni indimenticabili come un altro grande outsider intellettuale con cui condivise a Roma fama e avventure da picari di provincia, il grande Giancarlo Fusco. Come Fusco, Talarico ruppe fragorosamente l’argine di conformismo della società letteraria romana, passando allegramente da un campo all’altro di arti e mestieri con grande divertimento e talento; dal giornalismo alle sceneggiature, dalla narrativa alla critica fino ai soggetti per film, non disdegnando di rappresentare ironicamente se stesso in film comici che lo resero noto al grande pubblico.
    Ma la sua specialità era di fare della propria vita materia d’arte. Ancora oggi restano poco note e sottovalutate le sue doti di scrittore, la sua finezza culturale allegramente dissipata in mille imprese e dispendiosi rivoli vitali.

    Uno scrittore originale

    Qualità di scrittura e di calibro intellettuale che, in una rivista intitolata Confronto, gli viene riconosciuta invece già in quegli anni della dolce vita da una scrittrice criticamente seria ed esigente come Elena Croce, che riferendosi a Talarico ne scriveva così: «La figura di Talarico, così rappresentativa della Calabria come di una certa Roma degli anni Cinquanta e Sessanta, chiede di essere molto approfondita. Come tutti i grandi umoristi, Vincenzo Talarico, aveva una personalità molto riservata, quasi ermetica: non però al punto da non lasciare penetrare l’essenziale. E cioè la sua grande larghezza d’idee e il suo animo generoso, la sua gentilezza profonda, l’eleganza con cui non faceva mai pesare la sua grandissima cultura; e la mancanza di vanità per cui non pretese mai di essere riconosciuto per ciò che egli era: un prosatore squisito».

    Di lui oltre a un profluvio di critiche teatrali e cinematografiche e prose giornalistiche, restano anche alcuni notevoli e trascurati romanzi. Raccontò la sua fuga da Roma occupata nel 1943, assieme a Mario Soldati e Leo Longanesi, in un delizioso libro intitolato Otto settembre. Letterati in fuga (con disegni di Mino Maccari). Altri suoi libri sulla Roma degli anni Quaranta e Cinquanta, oggi sono quasi impossibili a trovarsi, come Mussolini in Pantofole, Pasquino insanguinato e I passi perduti. Meriterebbero tutti di essere ripubblicati.
    Chi legge questi libri oggi si rende conto di come Talarico fosse molto di più di un cronista e di un brillante perdigiorno mondano. Era uno scrittore originale che sapeva cogliere gli aspetti inquietanti e incongrui della realtà per alleggerirli con grazia e umorismo.

     

  • La breve vita infelice di Rocco Carbone

    La breve vita infelice di Rocco Carbone

    Un uomo inquieto, contraddittorio, dal carattere ruvido, aspro, spigoloso, peculiarità tutt’altro che affabili che provavano a mettere in secondo piano, a nascondere in maniera impacciata, come un consunto separé, un animo sensibile, fragile, afflitto da una profonda infelicità, di quelle infelicità oscure, che non hanno una origine ben chiara, legate a un episodio distinto della vita, ma che accompagnano l’individuo fin dalla nascita, come un gravoso lascito generazionale, uno scotto da pagare per essere venuto al mondo.

    Lo scrittore Rocco Carbone è stato questo, anche e probabilmente. Sì, perché sarebbe poco riguardoso e molto presuntuoso dare una definizione ultima a una persona che sfuggiva anche ai suoi affetti più stretti. Così complicato, così indecifrabile da restare cristallizzato, per sempre, coi tratti dell’enigma, come una di quelle tele rinascimentali di cui non si riesce a decriptare ogni particolare.

    Rocco Carbone e la giovinezza a Cosoleto

    Rocco Carbone nacque a Reggio Calabria nel 1962 e trascorse la sua infanzia e adolescenza a Cosoleto, paesino alle pendici dell’Aspromonte, contornato da uliveti e affacciato sulla Piana di Gioia, fra quelli più colpiti dal flagello dell’emigrazione. Negli ultimi settant’anni Cosoleto ha perso quasi duemila abitanti, la popolazione attuale del comune non supera gli ottocento residenti.

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    Una strada di Cosoleto

    «Un posto – scrive Emanuele Trevi, scrittore e amico di Carbone, cui ha dedicato, parimenti a Pia Pera, il memoir Due vite, libro vincitore del Premio Strega nel 2021 – di gente dura, fiera, taciturna, incline a una rigorosa amarezza di veduta sulla vita e sulla morte».
    Tutti connotati propri dello scrittore calabrese, che portò con sé fino al termine dei suoi giorni, come la resistenza alle lunghe camminate, propensione vista al pari di un retaggio culturale e genetico assolutamente naturale in una terra come la Calabria, in buona parte tagliata fuori da una reale rete infrastrutturale.

    Gli studi e l’improvvisa morte

    Figlio di madre maestra elementare e di padre a lungo sindaco di Cosoleto, Rocco Carbone al principiare degli anni Ottanta si iscrisse a Lettere a Roma, vivendo nel Collegio dei frati silvestrini, in una cameretta spoglia affacciata su una distesa compatta di tetti fra cui spiccavano le cupole del Pantheon e della Chiesa di Sant’Ivo alla Sapienza.
    È nella Città Eterna che visse per gran parte della sua vita e in cui incontrò la morte, che segnò la sua ora nella notte fra il 17 e il 18 luglio 2008.
    Rocco Carbone si spense improvvisamente, a 46 anni, in un incidente stradale a bordo della sua moto, su cui era fatalmente salito in quanto gli era stata rubata l’automobile qualche giorno prima. Da poco era ritornato dagli Stati Uniti d’America, dove aveva preso parte a una serie di seminari.

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    Roma, il monumento a Scanderbeg in piazza Albania

    L’incidente avvenne in zona Ostiense, dinanzi alla statua equestre di Giorgio Castriota Scanderbeg di piazza Albania, l’eroe albanese celebrato nella natia Calabria, su una strada deserta dell’estate romana, proprio come quelle descritte nel suo romanzo Agosto, opera prima edita, dopo una contenuta, ma insopportabile per l’autore, tribolazione editoriale, nel 1993 da Theoria e adesso ripubblicata da Rubbettino.

    La ripubblicazione dell’opera di Rocco Carbone

    La casa editrice con sede a Soveria Mannelli ha infatti intrapreso il progetto di rimettere in circolazione le opere di Rocco Carbone, di dar loro nuovi lettori; disegno principiato dalla ripubblicazione de L’assedio, in cui nella misteriosa città di R. – il classico mondo non determinato, generico e universale dei romanzi dello scrittore nato a Reggio – il cielo diventa di colpo giallognolo e comincia a liberare una fitta pioggia di sabbia che lascia perplessi i suoi abitanti; un romanzo distopico ma coi piedi saldi sulla realtà e che parla a noi uomini contemporanei. Il prossimo testo in cantiere è Il comando, edito la prima volta nel 1996 per i tipi di Feltrinelli.

    I primi scritti

    Ultimata la prima fase di studi con una tesi di laurea incentrata sull’analisi semiologica, del mito e del romanzo, nell’86 Carbone riuscì a dare alle stampe la sua prima pubblicazione: Mito/romanzo. Semiotica del mito e narratologia. Dopodiché proseguì i suoi studi di semiotica dei testi letterari, ovverosia delle leggi che orientano il romanzo, con un dottorato a Parigi concluso con una tesi sullo scrittore e letterato Alberto Savinio (al secolo Andrea de Chirico, fratello minore del pittore Giorgio de Chirico).

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    L’ingresso del carcere di Rebibbia

    Rocco Carbone si avvicinò alla letteratura con dei versi presentati sulla insigne rivista Nuovi Argomenti. Oltre che su Nuovi Argomenti, scrisse per quotidiani come Repubblica, L’Unità e Il Messaggero. Negli anni pubblicò numerosi saggi fin quando, dal 1998, prese la decisione di insegnare al carcere di Rebibbia. Una esperienza intensa che si riverberò nella sua opera, un mondo letterario già caratterizzato dagli echi di maestri quali Jack London, Yasunari Kawabata (Nobel per la Letteratura nel 1968) e Patrick Leigh Fermor, ma anche Alberto Moravia, Carlo Emilio Gadda e Romano Bilenchi, autentici numi tutelari di Carbone.

    La scrittura rigida di Rocco Carbone

    Dai lavori di Carbone emerge una scrittura controllata, scrupolosa, testarda, uniforme e per nulla emotiva, da cui non traspare alcuna emozione; una scrittura lungi da eccessi e dall’adottare artifizi, anche mentre affronta i temi più angosciosi; fulminea e atemporale, quella del calabrese è una scrittura che valica le barriere del tempo, obiettivi che spesso non vengono neppure lontanamente presi in considerazione da tanta narrativa contemporanea.

    Non rincorreva le mode Carbone; la sua prosa scarna, disadorna, tutt’altro che ampollosa e straboccante di lemmi, percorreva altre strade rispetto a quelle in voga al tempo dei suoi titoli d’esordio. E questo certosino lavoro di sottrazione ed epurazione dei suoi scritti, fece di Rocco Carbone uno scrittore pienamente novecentesco anziché esponente della letteratura del secolo seguente, entro cui pubblicò gli ultimi suoi libri: L’apparizione (2002) e Libera i miei nemici (2005). Usciranno poi postumi Per il tuo bene – testo cui stava lavorando al momento del tragico incidente – e Il padre americano.

    La sua era «una lingua totalmente scritta», afferma Emanuele Trevi in Due vite, lettura essenziale per cercare di penetrare nell’animo enigmatico di Rocco Carbone, per metterne a fuoco alcuni aspetti. All’inizio della loro amicizia durata per un quarto di secolo, Trevi e Carbone frequentavano i circoli letterari romani, trascorrevano le serate per le vie della Capitale, presi a districarsi nella sua «ostentata e finta frivolezza» in cerca di avventure, di storie, di spunti che stimolassero la loro arte.

    Un’altra amicizia duratura fu quella con Edoardo Albinati, saggista, scrittore e redattore di Nuovi Argomenti al tempo della conoscenza con Carbone. L’autore de La scuola cattolica – libro vincitore dello Strega nel 2016 – sostiene che «Carbone era uno scrittore antiretorico», un artista della parola capace di portare il lettore nel discorso, nel cuore della storia raccontata, non di allontanarlo da essa innalzando una barriera.

    Il male di vivere di Rocco Carbone

    La scrittura di Rocco Carbone era senza dubbio indirizzata dalle sue inquietudini, dai suoi arcani demoni; le sue «furie», come le chiama Trevi.
    Carbone riservava soltanto alle persone più vicine il suo lato più socievole, mostrava loro il piacere di stare in compagnia, segnale di un uomo desideroso di quella serenità che potesse attenuare la sua irreversibile cupezza, il suo carattere introverso che non veniva affatto mitigato dal successo contenuto dei suoi libri – perlomeno non conforme alle elevate ambizioni dell’autore.

    «Nella storia mondiale della letteratura – scrive sempre Trevi che, nelle pagine del citato Due vite, marca invece la parziale infondatezza dello scontento editoriale dell’amico –, è difficile immaginare qualcuno che abbia preso ogni aspetto del lavoro di traverso come Rocco, dalle copertine alle vendite, dalla qualità delle recensioni ai rapporti con gli editori». Lui riusciva a essere critico verso i suoi lavori fino all’eccesso, ma non poteva soffrire che essi non venissero riconosciuti dai lettori e dalla stampa.

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    Trevi si aggiudica lo Strega 2021 col suo libro su Rocco Carbone

    Rocco Carbone e le donne

    Un altro ingrediente che gli risultò tossico fu la passione per le donne, che Carbone amava con tutto se stesso. Cciò lo conduceva nelle spire buie di quella primordiale possessività tanto tipica negli uomini del Sud. Contrasse matrimonio relativamente giovane con Samantha Traxler, col trascorrere delle stagioni spesso lo colsero violenti febbroni da innamoramento, ma in generale le sue relazioni non godettero mai di quella serenità che ci si augura possa portare con sé un amore.

    L’irrequietezza sentimentale finiva per corrompere ogni altro aspetto delle sue giornate, già irrimediabilmente segnate da quell’infelicità cronica, quella «orrenda e inutile succhiasangue» che ne prosciugava l’esistenza. A Rocco Carbone diagnosticarono una personalità bipolare, la capacità non sana di passare con disinvoltura da una incontenibile felicità a una acuta mestizia e che appesantiva il suo male interiore, il suo profondo imbarazzo di vivere.

    In pace sotto un ulivo

    Un’esistenza artistica e tragica, breve e infelice, diversamente dal Francis Macomber dei racconti di Hemingway, che trovava requie soltanto nell’appartamento spartano di via Lorenzo Valla in cui viveva, a Monteverde Vecchio, quartiere romano di suggestive viuzze e scalinate e villini d’ispirazione liberty sul lato occidentale del colle del Gianicolo.
    Anche il lavoro nel carcere di Rebibbia forse ne rasserenò lo spirito, rese più sostenibile quell’attesa di qualcosa che ne coronasse il lavoro letterario, tutti gli sforzi di una vita, ché, citando Cesare Pavese, «aspettare è ancora un’occupazione», ma è quando non si attende più nulla «che è terribile».

    Quel riconoscimento, però, non arriverà mai. L’attesa rimase insoddisfatta sino all’ultima notte, a quello scontro fatale che archiviò come insoluto il rebus Carbone, “condannando” noi lettori a perdere per sempre la trebisonda fra le pagine della sua opera.
    Sul luogo dell’incidente oggi sorge un ulivo, pianta endemica della terra natale dello scrittore, simbolo di speranza, pace, forza, amicizia e unione. Ai piedi dell’albero, in grado di resistere alle intemperie, tenace e cocciuto proprio come Rocco Carbone, si incontrano con regolarità le persone che gli hanno voluto bene.

  • STRADE PERDUTE | Le vie misteriose che portano a Castroregio

    STRADE PERDUTE | Le vie misteriose che portano a Castroregio

    Proviamo a fare sullo Ionio la stessa deviazione fatta recentemente sul Tirreno. Se ci addentriamo tra le colline, verso Castroregio, abbiamo due possibilità.

    Piano a: Castroregio via Albidona

    La prima scelta passa per Albidona. Allora vale la pena fare due passi fino alla cima del paese, almeno per dare un’occhiata a quello che fu, appunto, Palazzo Chidichimo, punto di partenza di tutti i vari rami della nobilitata famiglia originaria di Alessandria Del Carretto. Inclusi i rami che dal Novecento hanno fruttificato – eccome! – pure nel capoluogo.
    Il cuore di tutto. A proposito di cuore, aggiungo la solita curiosità araldica. Lo stemma dei Chidichimo ha sempre raffigurato un cuore rosso, caricato di due bande azzurre. Detto meno tecnicamente: un cuore fasciato.
    Se ne possono vedere vari esemplari sia ad Albidona che ad Alessandria. E questo stemma deve aver portato fortuna, visto che nel Novecento proprio Guido Chidichimo (figlio di quell’Ortensia da cui il nome della nota clinica cosentina) divenne luminare internazionalmente riconosciuto nel campo della cardiologia, primo ad operare un intervento a cuore aperto, nel 1964.

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    Lo stemma dei Chidichimo nella chiesa madre di Alessandria del Carretto (foto di L. I. Fragale)

    Piano b: Castroregio via Oriolo

    La seconda opzione è la strada che conduce ad Oriolo Calabro.
    In questo caso, è obbligatorio guardare sulle colline a destra del torrente Ferro, che serpeggia nella pietraia sotto di noi. A un certo punto si nota ciò che resta dalla Masseria dei nobili Camodèca (suggerimento: si distingue per un gran buco circolare sul tetto sfondato).
    Guardando invece a sinistra, scorgerete sul crinale la Pietra del Castello: una grande roccia che le leggende locali vorrebbero legata a curiose superstizioni. Si trova ad Amendolara, lungo la vecchia strada che conduceva ad Oriolo e che ora non porta quasi in alcun luogo: è massacrata in più parti da frane e, a tratti, chiusa sine die.
    Sempre se si sceglie questa seconda variante, c’è la possibilità di una digressione. In mezz’ora si raggiunge, attraverso una strada vicinale, la splendida e abbandonatissima Masseria Maristella (sempre dei suddetti Chidichimo).
    Dapprima si costeggia la rigogliosissima e tuttora attiva Masseria Acciardi, che custodisce una cappelletta in mezzo agli ulivi e un antico stazzo in pietra. Quest’ultimo è un esempio di quell’ormai rarissima tipologia di ricovero di forma semicircolare per le bestie. A proposito: ne ho scovato solo un altro, più piccolo, in un angolo più o meno irraggiungibile di campagna, tra Oriolo e Montegiordano.

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    I ruderi della masseria Maristella ad Albidona

    I portali di Castroregio

    In entrambi i casi preparatevi ad una salita estenuante: Castroregio (con una g e non due come si legge da anni e anni allo svincolo per Oriolo) è appollaiata come una specie di nido d’aquila irraggiungibile in cima ad un cocuzzolo.
    Ma non tanto irraggiungibile da non permettere di ritrovare anche qui un esemplare dei portali nobiliari costruiti nell’Ottocento dai fratelli Calienno e anche in questo caso si tratta del Palazzo Camodeca.
    Pensate solamente che da quassù si riesce a vedere nientemeno la lontana Timpa di Pietrasasso, ovvero ’u timbarìll’, l’ofiolite monumentale in territorio di Terranova di Pollino. Tornanti su tornanti, insomma, strettissimi e inevitabili: solo queste due strade conducono al paese e di conseguenza pure alla chiesa di Santa Maria della Neve, in mezzo alla foresta disseminata di quei megaliti cui si sono attribuite diverse funzioni, persino rituali, in epoca preistorica.

    Preti e magia a Castroregio e non solo

    Chiese, leggende, rituali preistorici: nulla di strano se i preti ottocenteschi di questo lembo di terra tra Calabria e Basilicata ricopiassero pazientemente formulari cinquecenteschi di magia colta.
    Al riguardo, va smantellata la tanto nota separazione fra la magia colta e quella magia popolare che proprio in Lucania aveva trovato il suo luogo d’elezione, anche a causa di un immaginario collettivo viziato degli studi di Ernesto de Martino.
    E va smentita la centralità di un luogo casualmente scelto dall’antropologo e poi assurto, assieme al Salento, a culla di forme superstiziose a sé stanti.

    I megaliti della foresta di Castroregio (foto Alfonso Morelli, Associazione Culturale Mistery Hunters)

    Due parole sull’Arbëria

    Cast’rringi in oriolese, Kastërnexhi in arbëreshë: se non s’è ancora capito – e non sia stato sufficiente citare i Chidichimo e i Camodeca – siamo in area italoalbanese.
    Allora è il momento di sfatare un luogo comune radicatissimo nella storia del Mezzogiorno: ovvero che le comunità albanesi fossero solo quelle stanziate nella solita arcinota sequela di paesi dichiaratamente legati a tali origini.
    Un’attenta lettura dei fatti storici, della diffusione dei cognomi e dei toponimi nelle nostre regioni dovrebbe maggiormente avvertire gli studiosi della falsità di questo dato. Già: gli albanesi erano pressoché ovunque e i loro cognomi sono molti di più di quelli generalmente ritenuti tali.

    Quanti sono gli arbëreshe?

    È senz’altro una colpa della storiografia locale, impigritasi nel tempo, l’aver spesso confuso alcuni dati. Volendo offrire un solo esempio, sfugge solitamente – pure ad eminenti studiosi – che alcuni nostri paesi non nacquero albanesi ma lo divennero (penso a San Benedetto Ullano, nel cosentino; o ad Àndali, nel catanzarese). Al contrario, vi sono paesi che non acquistarono mai un ufficiale status arbëreshe ma che albanesi furono anche profondamente, sebbene in parte.
    Penso a Roseto, Montegiordano, Amendolara, Albidona, Alessandria del Carretto, Noepoli, Senise, o soprattutto a Oriolo. In questi paesi il notabilato cinque-settecentesco è stato quasi più albanese che oriundo. Ciò grazie anche al fatto che quest’area fosse sede marchesale, legata agli albanofili Sanseverino. Basterebbe leggere le cronache seicentesche di Giorgio Toscano per rendersene conto in un attimo, o confrontarle con i toponimi rurali ancor oggi superstiti.

    L’archimandrita di Castroregio Pietro Camodeca

    Ritorno alla base

    Torniamo alla base. Si passa sopra all’orrendo viadotto Pagliara, cioè il brutto ponte che vi aspetta alla fine di una galleria, in forte pendenza sopra i tetti della marina di Trebisacce.
    L’ecomostro, opera certa di un pazzo, verrà demolito a breve. È l’unica notizia buona legata alla costruzione del terzo megalotto della nuova Ss 106 (Sibari-Roseto).
    Per il resto, quest’opera sta provocando soprattutto la cancellazione di ettari ed ettari di colline e boschi che si sarebbero potuti salvaguardare un po’ di più.
    Ma la velocità decide le cose. E non solo quella: ad esempio l’influenza di qualche grosso proprietario terriero, come ai bei tempi.

  • Un weekend da fanzine a Cosenza

    Un weekend da fanzine a Cosenza

    Sabato 7 e domenica 8 ottobre prossimi, presso gli spazi di Gaia, la galleria d’arte autogestita nel cuore del centro storico di Cosenza, si terrà il primo festival delle fanzine della storia della città.
    Più di 40 espositrici ed espositori provenienti da tutta Italia. Auto-produzioni, webzine, archivi digitali in mostra per due giorni, il tutto condito da talk tematici, momenti di socialità e dj set serali.
    Un’occasione unica per approcciare un mondo sotterraneo, ma che non intende nascondersi, un mondo vivo e creativo in grado di mettere in discussione i canali produttivi mainstream e ufficiali.
    Il festival è frutto di un’idea del collettivo informale “Zinèe”, ben intenzionata a diffondere sul territorio regionale (e non solo) la cultura dell’auto-produzione.
    Ma che cos’è una fanzine?
    La sua storia pare abbia inizio negli anni ’40 e non è altro che una pubblicazione indipendente prodotta e divulgata dallo stesso autore per diffondere la propria arte, per condividere un’idea o per sollecitare una dissertazione. La fanzine è un mezzo completamente libero perché consente l’autoproduzione dei propri progetti artistici e dei propri esperimenti creativi senza dover passare dai canali dell’editoria ufficiale.
    Scrive il collettivo, presentando l’iniziativa: «forse, il nostro desiderio di produrre creatività su carta stampata può apparire in controtendenza in questo momento storico, dal momento che immagini, testi e musica, ora, viaggiano a milioni sotto forma virtuale, ma è proprio per questo che sentiamo il bisogno di realizzare qualcosa di concreto e che possa essere toccato e condiviso».
    Un sodalizio tra due collettivi, Zinèe e Gaia, che, di certo, saprà sorprendere.
    L’ingresso sarà gratuito e la mostra sarà visitabile sabato dalle 16 alle 23 e domenica dalle 10 alle 18.
    Gaia si trova al numero 22 di via Galeazzo di Tarsia, tra il ponte dei Pignatari e piazza Piccola, lungo corso Telesio.

  • GENTE IN ASPROMONTE | Ripartire da Bova per salvare la cultura greca

    GENTE IN ASPROMONTE | Ripartire da Bova per salvare la cultura greca

    Bromu. Parpatulu: Pari ca veni d’a paddecaria. Zotico [Villano. Vagabondo. Sembra tu venga dalla terra dei greci. Zotico] : è la condizione in cui i grecanici hanno vissuto il progressivo sfilacciamento – e il vilipendio – della loro cultura.
    Bova, Vua, ne è la capitale, prima per tradizione, ora per vocazione. Raccontarla oggi non è semplice. Oltre al rispetto verso la sua storia, Bova è l’emblema del pieno e del vuoto, dei suoi conflitti. Dei suoi accatastamenti culturali. È simbolo dell’orgoglio delle minoranze, della lotta per la sopravvivenza contro il degrado, della fierezza del riconoscersi.
    A Bova ho viaggiato molto e ogni volta ho incontrato attori diversi: amministratori, attivisti, professionisti, operatori della cultura, commercianti e turisti.
    Ognuno mi ha fornito un punto di vista diverso per comprendere. Il mio intento era raccogliere storie di restati e ritornati per capire se esistesse davvero il “modello Bova” e se potesse essere utilizzato per ispirare strategie di sviluppo delle aree interne. Poi ho avuto il contatto di Alessandra e alle categorie dei restati e dei ritornati si è aggiunta quella degli arrivati.

    Alessandra Ghibaudi: da Genova a Bova

    «Vivo a Bova dal 2004, sono esperta di sviluppo locale e sono consulente del Gal (Gruppo di azione locale) Area Grecanica. Non sono un’oriunda. Sono nata a Genova e fino ad allora avevo vissuto a Como. Sono capitata qui per caso, dopo un master in sviluppo locale all’Università di Milano che offriva la possibilità di farvi uno stage. Poi ho deciso di rimanere. Adesso mi considero calabrese. Mio marito è un greco di Calabria».
    Nella sua casa, che è anche un b&b affacciato sui costoni dell’Aspromonte, Alessandra usa la prima persona plurale. Noi. E nelle sue parole si riflette lo sguardo di chi ha saputo guardare questo territorio isolato con gli occhi delle opportunità.

    La storia di un arrivo 

    «La dimensione a misura d’uomo, il patrimonio naturalistico e culturale, il fermento di rinnovamento che percepivo nei ragazzi del luogo mi hanno affascinata. Mio marito era uno di questi. Guida ufficiale del Parco Aspromonte, aveva realizzato la cooperativa San Leo che si occupa di ricettività, enogastronomia e trekking in montagna. Con lo stage mi è stato chiaro che Bova aveva una strategia di sviluppo. Ho capito che sarebbe diventata la mia nuova casa. Per chi sapeva oltrepassare le narrazioni discriminatorie e stereotipate che l’hanno caratterizzata, la Calabria, e quest’area in particolare, era una terra piena di opportunità inesplorate».
    Una narrazione poco mutata e ancora replicata che passa dai sequestri, alle maxi-inchieste, alle serie tv, al sottosviluppo.
    «Tutti i miei – continua Alessandra – biasimavano la mia scelta. Me ne sono fregata forte delle mie competenze sulla progettazione con i fondi pubblici. Sono stata fortunata, perché, a distanza di tempo, ho potuto constatare che la Calabria non è meritocratica e forse anche questa è una concausa dei suoi ritardi. Ma i valori di prossimità, la sussidiarietà tra le persone, il senso di comunità mi hanno rapita».

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    La Rocca di Bova

    Ospitalità internazionale made in Bova

    Una porta si apre. Entra un ospite straniero. Alessandra si alza e fornisce qualche indicazione sulla ristorazione in inglese.
    «Nonostante e proprio perché mi occupassi di sviluppo locale, con mio marito, abbiamo aperto un b&b. Questo ci permette di avere scambi interessanti con i tanti che scelgono Bova come meta di turismo, attratti dalla sua storia, la sua lingua, la possibilità di sperimentare itinerari di nicchia, quasi esotici, combinati con esperienze naturalistiche vissute in Aspromonte. È un elemento importantissimo per il nostro lavoro: ci aiuta a comprendere ciò che realmente un turista esperienziale cerca. Questo mi dà molti spunti per pianificare progetti a vantaggio di tutta la comunità. Mi fa mantenere lo sguardo sempre vigile e aggiornato sui bisogni e sulle opportunità».

    L’impegno nel Gal

    Alessandra è una progettista: traduce idee in processi, azioni, opere, servizi finanziabili.
    «Il mio è un lavoro che incide. Si opera in team per e con la comunità: Comuni, associazioni, enti del terzo settore, imprese. Gal Area Grecanica è una società consortile pubblico-privata che lavora come un’agenzia di sviluppo. Conta nella sua governance i Comuni dell’area, diverse aziende, associazioni del versante agricolo e culturale. Partecipiamo ai bandi regionali con approccio Leader. Questi assi riguardano lo sviluppo locale rurale: in particolare, la misura 19 dell’ultima programmazione regionale. Sono bandi tarati su piccoli territori, simili alle linee di intervento del Programma di sviluppo rurale. È essenziale sapere come muoversi. Il che significa non disperdere le energie applicandosi a tutte le call, ma individuare quelle che collimano con la strategia di sviluppo dei territori interessati. E Bova ha questa strategia».

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    Una targa in lingua grecanica

    Bova tra ieri e oggi

    Nonostante i suoi limiti, oggi Bova rappresenta un modello di proto-sviluppo.
    Ha solo 500 abitanti e i servizi essenziali a rischio chiusura. Non ha un presidio medico ma ha un endemico deficit del mercato del lavoro. Tuttavia, la piccola comunità grecanica è inserita nella rete dei borghi più belli d’Italia. Quindi è quella a cui “dovremmo guardare per capire come fare”.
    Mi hanno ripetuto questo refrain in quasi tutte le realtà con cui sono venuto a contatto.
    Arroccata a oltre 900 metri sul mare, la capitale dell’antica Bovesìa è il centro nevralgico della cultura della Calabria greca e un esempio cui molti operatori e amministratori dell’area grecanica guardano.
    Tra Bagaladi, Bruzzano Zeffirio, Cardeto, Ferruzzano, Montebello Ionico, Palizzi, Roccaforte del Greco, Roghudi, San Lorenzo e Staiti, Bova spicca. Fucina di contaminazioni in cui si incrociano Oriente e Occidente, cattolicesimo ed ebraismo, negli anni ha dimostrato come un paese sperduto dell’Aspromonte, con tortuose vie di accesso, abbia lavorato sul proprio rilancio.
    Oggi a Bova si fa turismo: è nata una rete di ospitalità diffusa. Inoltre, esistono due musei – quello della lingua greca dedicato a Gherard Rohlfs e quello della Paleontologia e delle Scienze naturali dell’Aspromonte -, una biblioteca, una giudecca e progetti per la rivitalizzazione del grecanico, di cui mi occuperò a parte.

    Bova e non solo: Naturaliter in prima linea 

    In questo processo è stata determinante Naturaliter, cooperativa con sede a Bova dedicata al turismo escursionistico, all’ospitalità e all’offerta di pacchetti cuciti su misura.
    La sua formula è inedita: il coinvolgimento attivo della comunità nelle dinamiche di accoglienza.
    In particolare vuole favorire e implementare la cooperazione tra le comunità locali nelle aree scarsamente popolate del Mediterraneo, sulla base di uno sviluppo eco-compatibile e di occasioni di interattività socio-culturale con i viaggiatori della natura.

    Andrea Laurenzano

    Il sentiero dell’Inglese

    Spiega Andrea Laurenzano, uno dei fondatori: «Il lancio del Sentiero dell’Inglese ha dato una grande spinta. Per noi è essenziale puntare sul coinvolgimento di chi abita i territori. Questo coinvolgimento consente un’esperienza immersiva a 360 gradi e dà impulso alle economie locali. In secondo luogo contribuisce a promuovere i territori ospitanti per chi arriva, dall’altra fa capire agli autoctoni il valore delle terre che abitano, invogliandoli a investire e a crederci. Perché se arrivano turisti dalla Svizzera, dalla Baviera o dal Nord Europa significa che qualcosa di bello ci deve essere. Qualcosa che a volte noi stessi non siamo più capaci di – o non siamo stati abituati a – vedere. Perciò, ad esempio, per i servizi logistici, preferiamo sopportare costi superiori, ad esempio per il noleggio di transfer, piuttosto che fornirci da una singola ditta. Ad oggi siamo una delle poche agenzie di viaggi a piedi con sede all’interno del Parco Aspromonte».

    Il ruolo muto dell’Aspromonte

    Che il Parco rappresenti un’opportunità è noto. Secondo i dati raccolti da Naturaliter nel 2013 (gli unici oggi disponibili) il nuovo turista è un viaggiatore adulto, esigente in termini di standard di qualità, con interessi legati a percorsi culturali, religiosi gastronomici e sensibile all’ecosostenibilità.
    Tra il 2013 e il 2014 le presenze turistiche sono balzate dalle 4 alle 5 mila presenze, così ripartite: 60% italiani, 20% francesi, 15% svizzeri e 5% americani, inglesi e tedeschi.
    Questi numeri, come conferma Andrea senza stime ufficiali, continuano a crescere. L’Aspromonte è il centro di questo movimento.
    «Bova è già all’interno del Parco ed è lo snodo di antichi sentieri che collegano tutti i paesi grecanici. Nel bene e nel male l’Aspromonte – dice Alessandra – è la storia di questo luogo. Una storia che ha permesso di vivere a queste comunità e nel frattempo le ha mortificate. Quando comunicavo a mia suocera che saremmo andati a fare un giro ai campi di Bova, per prima cosa si chiedeva quale disgrazia fosse successa. Credo che la nascita del Parco abbia lanciato un nuovo messaggio: pensiamo e agiamo questa montagna in modo diverso. Ho imparato, attraversandola, che non è un luogo scontato, con tappe obbligate, ma un posto in cui, quando raggiungi una meta, hai l’impressione di essere l’unico e il solo. E questo è il segreto del suo grande fascino. Tutti elementi che le nuove generazioni hanno compreso molto bene».

    Santo Casile alla Festa delle Pupazze

    Quale strada per Bova: il parere di Santo Casile

    Che Bova abbia saputo indicare un percorso è assodato. Filippo Paino, neo-sindaco di Condofuri e Presidente del Gal, indica un dato: «il reddito di Bova cresce».
    Su Bova fa il punto Santo Casile, primo cittadino e greco-parlante: «Ho in mente una strategia legata al turismo.
    Siamo già parte della rete dei Borghi più belli d’Italia e questo ci ha dato una grossa mano. Abbiamo una buona rete di ospitalità, il turismo escursionistico funziona bene e il bagaglio della cultura grecanica e della sua promozione fa il resto.
    Bova è inoltre beneficiaria di un finanziamento di 1.500.000 di euro sul Por 2013-2020 per il progetto Borgo della Filoxenia che stiamo finendo di implementare. Abbiamo movimentato investimenti pubblici per circa 5 milioni di euro. La metà dei lavori è stata già consegnata.
    Di questi 1 milione e 250 mila sono serviti a irregimentare le risorse idriche rurali. 2 milioni e 700 mila per interventi contro il rischio idrogeologico. Ma i problemi sono tanti e riguardano diversi aspetti. Con l’inverno demografico che stiamo vivendo, Bova sparirà in dieci anni. Come sta succedendo a Staiti, dove ha chiuso anche il museo delle icone bizantine. O a Roccaforte del Greco».

    Servizi a rischio e poco lavoro

    Dei 500 abitanti del paese, 140 sono ultraottantenni. Manca completamente un presidio medico stabile, i servizi, (le poste, ad esempio) sono a rischio chiusura perché il numero di abitanti rischia di andare sotto soglia.
    Il lavoro, organizzato in unità produttive e filiere scarseggia ed è una delle cause di una continua emorragia demografica che le statistiche hanno fotografato senza pietà: in Calabria in 10 anni la popolazione si è ridotta del 5,3% .
    Nel frattempo nell’ultimo decennio, secondo i dati della Snai (Strategia nazionale per le aree interne)-Area Grecanica, la Calabria ha perso il 21% di aziende agricole e i comuni grecanici sono arrivati a meno 25,12%.

    Un dettaglio del borgo di Bova

    Casile sottolinea che «L’unico investimento produttivo partito riguarda la filiera del suino nero di Calabria: 3 milioni e mezzo per installare un allevamento che, nelle migliori prospettive, creerà appena 20 posti di lavoro. Nel frattempo l’agricoltura resta al palo a causa della mancanza di acqua. E la persistenza di allevamenti è spesso solo dovuta al contributo statale dato agli allevatori: 1.200 euro per capo all’anno. I nostri cittadini reclamano una maggiore attenzione ai loro diritti costituzionali, come quello alla salute che è poco garantito. Con la Snai verrà realizzata una Casa della Salute in uno dei tre vecchi capannoni di un ex corpo di fabbrica del territorio. La paura maggiore riguarda gli anziani: in caso di emergenza, rischiano di morire perché non esiste un presidio medico vicino».
    Non dimentico nemmeno le parole di Pasquale Faenza che mi aveva ammonito su ristrutturazioni selvagge del patrimonio architettonico o sulla promozione di un greco più pubblicizzato che vivo. Questa denuncia non è nuova: l’aveva fatta anni addietro Paolo Martino nel suo articolo “L’affaire Bovesía: un singolare irredentismo”.

    Snai Area Grecanica: una goccia nel mare

    Bova e l’intera area grecanica rappresentano un pezzo importante della Snai.
    Sono una delle aree pilota in cui il governo investe con fondi regionali, nazionali e comunitari. A questi si aggiunge il Pnrr.
    Filippo Paino chiarisce: «La Snai locale, a rilento nell’attuazione, punta a rafforzare i servizi essenziali che negli anni sono scomparsi. La domanda di fondo è: riusciamo a rallentare e invertire la desertificazione? Nella nostra idea questi fondi devono creare le condizioni per cui sia di nuovo appetibile abitare queste aree.
    L’obiettivo a lungo termine è riportare residenti. Cerchiamo di farlo investendo nel potenziamento dei servizi sanitari e scolastici e, parallelamente, finanziando infrastrutture di collegamento tra i territori.
    Un esempio per tutti è il progetto di Smart School a Bagaladi: una struttura che rafforza l’offerta scolastica per l’intero comprensorio in termini di prestazione, qualità e prossimità. E con la quale coprire il fabbisogno di istruzione della zona del Tuccio. Bagaladi dovrebbe ospitare studenti di Roccaforte, Chorìo e Fossato. Perciò abbiamo previsto un finanziamento che realizzi una strada tra quel paese e Fossato con una coerenza negli investimenti.
    A prescindere dal criterio di economicità. Bova oggi, con la nuova strada, è meglio collegata alla marina. Arrivarci e spostarsi è più agevole e veloce. Però bisogna anche avere l’ardire di restare e di dare il buon esempio».

    Carmen Barbalace

    Le condizioni per restare

    Per restare, tuttavia, serve il lavoro. Che manca.
    Nonostante Paino mi abbia annunciato che il Gal ha promosso 2 cooperative di comunità e che altre 5 siano pronte a essere finanziate, Casile dice di non vedere al momento altra strada percorribile se non il turismo. Che comunque non può arrivare a creare massa critica per lo sviluppo strutturale di un territorio.
    La vera strategia sarebbe diversificare, puntando su settori complementari.
    Carmen Barbalace, dirigente della Regione Calabria per il settore Borghi, è molto chiara: «Dobbiamo fare in modo che i fondi già spesi o in procinto di esserlo per gli interventi programmati rappresentino davvero un investimento senza diventare una mera spesa che poi resterebbe un vuoto a perdere. Abbiamo necessità di definire in modo chiaro cosa è un borgo, che è quello che è mancato nella vecchia programmazione. Dobbiamo perseguire la formazione e la transizione digitale».
    Ma per operare nell’economia digitale servono le infrastrutture: copertura capillare della rete e banda larga. In Calabria il progetto Bul punta a dotare la Regione della banda larga. Ma, i dati di Infratel sull’avanzamento al 31 agosto 2023, raccontano un forte ritardo per l’area.
    Tra i comuni collaudati per l’area grecanica c’è solo Condofuri.

    Veduta di Gallicianò

    Ripartire dagli stranieri per riportare gli altri

    Attendere la realizzazione e l’impatto degli investimenti programmati potrebbe voler dire arrivare troppo tardi. I tanti braccianti o invisibili immigrati che vivono nelle aree interne potrebbero rappresentare un tassello importante.
    Senza buonismi o pauperismi. Con il pragmatismo che serve a elaborare un piano di inclusione reale: ad esempio partendo dal loro coinvolgimento, insieme ai pochi giovani rimasti, nei progetti di aging attivo già sperimentati con successo dalla Regione. O dalla promozione di cooperazione mista tra italiani e stranieri per creare posti di lavoro. Nei piccoli paesi, colmi di terre abbandonate o a rischio abbandono, nei piccoli centri dove è più facile instaurare solide relazioni sociali all’insegna dell’apprendimento e del riconoscimento reciproco, forse questa potrebbe essere una via per fermare il trend. In attesa che investimenti, opere, servizi ed effetti delle attuali strategie portino il resto dei loro frutti.

  • Capitano, mio capitano

    Capitano, mio capitano

    Matteo Garrone con il suo Io Capitano, dopo la Mostra Internazionale del Cinema di Venezia è arrivato anche a Cosenza per la decima edizione del Festival della Primavera del Cinema Italiano. Durante la proiezione della pellicola è giunta la notizia che il film avrebbe rappresentato l’Italia nella corsa agli Oscar. Magari, dopo il Nastro d’argento per la miglior regia, il Premio Mastroianni come miglior attore al giovane Seydou Sarr e il Green Drop Award, Garrone riuscirà a portare a casa la quindicesima statuetta del cinema italiano, assegnata l’ultima volta, nel 2014, a Paolo Sorrentino per La Grande Bellezza.

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    Il regista Matteo Garrone sul palco della “Primavera del cinema italiano” a Cosenza (foto Alfonso Bombini 2023)

    Il viaggio

    Il tema, privo di quegli elementi di retorica paternalistica difficili da digerire, è quello dei migranti, il viaggio di milioni di persone verso la speranza di una vita nuova; verso quel sogno europeo che tanto ricorda il grande sogno americano inseguito da milioni di persone del vecchio continente. Come allora, spesso, il mare si trasforma in luogo di morte, oppure i sogni si infrangono davanti alle coste italiane, proprio quando, sembra di poter toccare Lampedusa solo stendendo il braccio, proprio come succedeva a Ellis Island, quando molte delle persone sbarcate venivano rimandate indietro.
    Seydou e Moussa sono cugini, vogliono raggiungere l’Europa partendo dal Senegal. Non fuggono dalla guerra e neanche dalla fame, vogliono solo partire, magari per fare successo e chi lo sa, un giorno firmare «autografi ai bianchi». L’Europa, per chi scappa dalla povertà, a causa del trattato di Schengen, operativo dagli anni novanta, è diventato un posto difficile da raggiungere, ce lo ricordano i continui naufragi e quello di Cutro è una ferita ancora aperta.

    L’odissea di Seydou

    Garrone racconta il viaggio dal punto di vista di chi parte, di chi non è un numero, ma ha un nome, una famiglia, un villaggio, un’identità.
    Per raccontare i drammi dei migranti dovrebbero essere usati più nomi, più storie personali e meno numeri, questi ultimi non definiscono mai individui, ed è proprio questo a fare la differenza tra ciò che consideriamo emergenza politica e quella che in realtà dovrebbe essere trattata sempre e solo come emergenza umanitaria.
    Seydou, il protagonista, è un ragazzo di sedici anni, uno come tanti che sogna la libertà di poter viaggiare; Garrone ha costruito il suo personaggio raccogliendo più storie, racconti di viaggi atroci in cui, ogni essere umano, diventa solo merce di scambio monetario e corpi sui quali accanirsi.

    Seydou è un ragazzo ingenuo che, nel corso del viaggio, diventerà un uomo capace di conservare il suo lato umano nonostante la bestialità e la crudeltà degli altri uomini. Anche questo significa salvarsi, indipendentemente dal riuscire a raggiungere le coste europee. Il film di Garrone è un racconto a lieto fine, per questo ricorda la struttura della favola. Fiaba per la sua modalità di racconto in cui compaiono figure antropomorfe che accompagnano voli onirici per un ritorno alle proprie radici, al mito che ha sempre a che fare con quella lotta fra la vita e la morte, agli archetipi della propria cultura, inseparabili dal proprio inconscio.

    Quasi un racconto-apologo che nelle sue allegorie persegue il fine pedagogico, quello di insegnare che il mondo è un posto pericoloso anche quando la comunicazione digitale racconta altro, una mistificazione che può trasformarsi in una trappola mortale. Lo stregone del villaggio e gli spiriti da interrogare prima di partire, fanno parte di quel mondo legato a una ritualità e ad un folklore di un universo non ancora contaminato totalmente dalle strutture del capitalismo, ma che, inevitabilmente, di questo subisce le conseguenze a causa di una marginalizzazione dovuta spesso ad uno sfruttamento economico indiscriminato.

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    “La passeggiata” di Marc Chagall

     

    Chagall nel deserto

    La dimensione onirica di alcune scene sottolinea il rapporto con la fiaba, con il mondo sovrannaturale e con la sfera delle emozioni. Nel deserto, accanto ai tanti corpi senza vita, Seydou sogna di prendere per mano una donna ormai in fin di vita, stremata dalla fatica e di farla volare, sostituendo così la gioia e l’amore ad una forza di gravità che attira i corpi verso una terra che troppe volte si rivela matrigna. Un’immagine che ricorda La passeggiata di Marc Chagall, il dipinto in cui due personaggi si tengono per mano, mentre la donna è libera di volare, in un contesto felice e luminoso.

    Di certo a Garrone non è sconosciuta la poetica del Fauvismo, il movimento pittorico nato in Francia agli inizi del ‘900, che esprimeva la sua poetica attraverso forme semplici e colori puri e vividi. Scene come pennellate pittoriche, colori che esprimono la forza dei corpi e delle emozioni e sogni che si aprono verso un mondo libero e immaginifico.

    Il film girato in lingua wolof, parlata in Senegal, diventa un linguaggio universale, perché l’umanità per essere raccontata non ha bisogno di traduzioni. La scelta di Garrone, di sottotitolare e di non doppiare, si rivela vincente per raccontare il punto di vista di una cultura che, solitamente, è interpretata secondo riferimenti culturali occidentali, disperdendo così l’essenza di una realtà che andrebbe raccontata con i propri codici linguistici e identitari.

    Una pellicola politica

    Garrone, nelle varie interviste e nel suo intervento al cinema Citrigno, afferma che Io Capitano non è un film politico, ma solo un racconto, una storia che lui ha voluto narrare. Dal mio punto di vista, invece, il film è politico nella misura in cui tratta un tema complesso a cui la politica internazionale non riesce a dare risposte dignitose. Il suo essere politico è nella percezione che ne deriva dello stesso fenomeno, nella sua capacità di far scaturire un’ideologia in grado di parlare e determinarsi.

    Per Hegel il motivo dell’arte è la coscienza dei bisogni, se questo è vero, e il film di Garrone può essere considerato sicuramente arte, le urgenze individuate nel suo racconto non possono che essere inserite in una dimensione storica che, collegata inevitabilmente alla storia del passato, cerca, per non rimanere nell’astrattezza, di risolvere ciò che per il momento rimane ancora irrisolto, investendo per questo sempre la sfera della percezione. Oltretutto è lo stesso Garrone a parlare di opera epica e questa è da intendere sempre come portatrice di necessità fortemente politiche. Alla base di un’opera epica c’è sempre un conflitto politico che, indubbiamente, si riversa anche in un tormento e in un processo di crescita interiore, ma che attraverso dei racconti di piccoli e grandi eroi, prendono corpo le avventure dei tanti Seydou, Moussa e di quanti attraversano il tempo della metastoria.