Categoria: Opinioni

  • Pioggia di milioni al Sud col PNRR: altre quantità, poche qualità?

    Pioggia di milioni al Sud col PNRR: altre quantità, poche qualità?

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    Scrivere su questo giornale comporta una seria assunzione di responsabilità, per l’alto numero di lettori che lo segue, per il buon livello dei contenuti che sono affrontati quotidianamente. Chi legge, pertanto, comprende lo spirito costruttivo che anima chi scrive e nei quali contenuti si identifica in forma positiva e con forme di civismo attivo.
    La riflessione di queste righe parte dal dibattito in corso sulle potenziali attribuzioni di fondi PNRR al Sud e alla Calabria e sugli esiti che questa significativa quantità di risorse finanziarie e conseguenti opere potrà produrre nel breve-medio termine. I fondi europei rappresentano una grande opportunità, non solo per il rilancio dell’economia ma anche per il ruolo dei professionisti nella progettazione.

    I contesti dimenticati

    Alle nostre latitudini, preme prima di tutto ricordare che un “difetto” di forma è insito nel PNRR. Quale? Questo Piano non ha i territori come sfondo sui quali depositare le proposte, bensì una sorta di mix di programmi di economia e finanza che guidano dall’inizio tutte le scelte. Una prassi negativa ormai consolidata nel nostro paese che ha sostituito il progetto per lo spazio delle relazioni e dei luoghi con la programmazione “sulla carta”.

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    Mario Draghi alla presentazione del PNRR

    Non avere reale contezza delle potenzialità e fragilità dei diversi contesti, se non con documenti programmatici e fin troppo pragmatici, al Sud in primis, lascia dedurre che non si tratta di piani pensati per i territori, bensì di ripartizioni, più o meno efficienti, delle risorse europee per macro aree socioeconomiche.

    La Calabria e il Sud al tempo del Pnrr

    Il PNRR è nato per fronteggiare la crisi pandemica e dare vita ad un paese – soprattutto al Sud, ancor più in Calabria – innovativo e digitalizzato; aperto ai giovani ed alle varie opportunità, rispettoso dell’ambiente, del paesaggio, delle bellezze, coeso territorialmente.
    Per questa ragione il rischio si palesa ancora più grave, nel momento in cui i comuni, ai quali giungono i fondi finali, soprattutto in Calabria, mancano di strumenti urbanistici solidi, visioni strategiche ampie, progettisti capaci di produrre un avanzamento di qualità piuttosto che ancora una volta una ennesima sequenza di quantità, quale frutto delle opere realizzate.

    Un bis dei fondi Por?

    Sappiamo che è stato così per i fondi POR, e rischia di essere altrettanto per i fondi PNRR, con il solito mantra per quasi tutti i sindaci, eccezione fatta per pochi, del “paniere della spesa” da riempire, ossia aver portato a casa un pò di risorse per fare opere pubbliche. Paniere in cui troppo spesso non conta affatto la qualità progettuale di queste opere pubbliche, la loro durata, il riscontro e approvazione da parte della comunità che le utilizzeranno, la capacità di generare nuova bellezza, così come è stato per secoli per le opere del passato che ancora oggi stupiscono per autentica originalità e qualità estetiche, urbane, costruttive.

    La Giunta regionale della Calabria discute dei fondi Por per il prossimo settennato

    Il tema è quanto davvero molti, disarmati team progettuali, all’opera per le fasi preliminari ed esecutive dei progetti, siano capaci di mettere insieme diverse competenze disciplinari, necessarie a garantire risposte attuali ed esaustive, soprattutto rispetto alla durata e attualità ambientale delle opere da realizzare, nonché alla vera capacità di intervenire per cambiare la società attraverso gli interventi con ricadute culturali, economiche, sociali.

    Il Pnrr dopo 15 anni di scempi al Sud e in Calabria

    Bisogna sottolineare l’importanza di questo piano che ha assegnato al nostro paese 191,5 miliardi da impiegare entro il 2026 e di come gli architetti, gli ingegneri, i comuni, in questo siano stati chiamati ad un grande sforzo per realizzare progetti in grado di rispettare i vincoli posti dall’Unione europea e i canoni del DNSH (do not significant harm/non causare danni significativi) secondo cui i lavori non debbono arrecare nessun danno significativo all’ambiente, pena l’esclusione dai finanziamenti, così come il rispetto, stringente, della tempistica.

    Una celeberrima incompiuta calabrese

    Non possiamo non essere allarmati, anche se lieti dell’opportunità, pertanto guardando la nostra realtà. Sono ancora oggi di fronte ai nostri occhi gli scempi edilizi, urbanistici, infrastrutturali compiuti in questi ultimi quindici anni, con la quantità di altre risorse comunitarie della programmazione straordinaria. Delusi, di fronte ai tangibili fallimenti di molte opere non completate, non utilizzate, mal gestite, senza manutenzione, capaci di generare un paesaggio degradato e degradante, sciatto, senza bellezza e senza nuovi significati.

    Un’opportunità da non perdere

    Possiamo provare a superare il paradosso di questa terra – e del Sud in generale – ovvero che la migliore urbanistica realizzata è quella della Magna Grecia? E ancora che l’architettura più straordinaria è quella che impregna oggi la parte più originale delle nostre città storiche, che ha radici nel Medioevo, nel Rinascimento a Sud, nelle chiese e nei conventi ancora oggi testimoni e custodi di gemme preziose?
    Vogliamo arrivare al giro di boa dell’appuntamento con l’Europa superando tutta questa mediocrità? Il PNRR al Sud può tradursi in grandi nuove sfide per i comuni, i progettisti, la società civile. Non sprechiamo ancora una volta questa imperdibile, forse unica, opportunità.

  • Dalla Campania con furore: i turisti mannari tornano nell’alto Tirreno

    Dalla Campania con furore: i turisti mannari tornano nell’alto Tirreno

    Sono arrivati i turisti mannari: i consumatori di fritture di gamberi e calamari, gli occupatori di spiagge e qualsiasi cosa sia fruibile per trascorrere una giornata estiva. Conoscono tutte le aree picnic lungo i fiumi, tutte le spiagge libere, le scogliere profumate di iodio. E si alzano la mattina presto per portarvi sedie a sdraio, ombrelloni, perfino barbecue. Tutto è privatizzato secondo questa mentalità che tende a togliere spazi pubblici – o comunque non propri – agli altri. Da decenni va avanti questa occupazione. Da decenni una popolazione intera si riversa dai propri territori originari a quelli vicini. Salta a pie’ pari aree di confine della Campania, come la costiera amalfitana e quella di Agropoli.

    Il motivo? Lì i prezzi sono alti da sempre. Poi il mare non ha la profondità e la trasparenza che ha nelle coste calabre. E qui si sentono padroni di ogni cosa. Perché hanno comprato casa trent’anni fa, perché i loro genitori venivano qui fin dagli anni ’70, perché qui pagano le tasse dell’immondizia e dell’acqua. Se non ci fossero loro moriremmo di fame, ripetono quando discutono con qualche commerciante o residente, e tutte le amministrazioni abbozzano. Ma qualcosa si sta rompendo. Il sindaco di Scalea ha cominciato a mettere dei paletti con un’ordinanza.

    Scalea e la guerra agli ombrelloni

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    Polizia municipale all’Ajnella

    La storica spiaggia cittadina dell’Ajnella, con una scogliera unica e l’acqua sempre pulita, era diventata inaccessibile a molti residenti e turisti. Sempre occupata da ombrelloni che vi rimanevano per mesi interi. Nessuno li spostava per non incorrere in risse o aggressioni, come avvenuto negli anni scorsi. Chi si alzava prima la mattina aveva privatizzato la spiaggia piantando file di ombrelloni per gli amici, i parenti ed anche per chi pagava dieci euro al giorno per farsi piazzare il proprio ombrellone.

    Le proteste e le denunce del passato si erano rivelate inutili. Ignorate, in nome del turismo e della gente che porta danaro qui e «non fa morire di fame i negozianti». Quest’anno la svolta con l’ordinanza del sindaco Perrotta. Chi vuole bagnarsi all’Ajnella potrà farlo solo con un telo da mare. Niente ombrelloni o sedie. E, soprattutto, niente barbecue.

    L’Arcomagno sotto attacco

    Il grido d’allarme arriva da Italia Nostra che con un comunicato stampa stigmatizza il comportamento dei turisti-mannari. In questo caso quelli che, come accadeva all’Ajnella, si piazzano armi e bagagli nella piccola spiaggetta suggestiva ed unica di San Nicola Arcella.

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    Turisti “mannari” sulla spiaggia dell’Arcomagno

    L’associazione chiede con una lettera al sindaco Eugenio Madeo, a che punto sia «l’affidamento del servizio di vigilanza, bigliettazione e pulizia inerente le visite controllate all’Arcomagno» per tutelarlo da comportamenti inadeguati. Italia Nostra auspica la scomparsa di «bivacchi, attendamenti notturni e diurni, ombrelloni», da sostituire con «visite guidate per piccoli gruppi, controlli, nel rispetto della fragilità ambientale del luogo».

    Madeo e la sua Giunta hanno già deliberato il 24 maggio scorso di affidare il «servizio di vigilanza, bigliettazione e pulizia inerenti le visite controllate all’Arcomagno e vigilanza serale e notturna». L’amministrazione ha approvato la proposta di una ditta di Belvedere e ora sono trascorsi i termini per l’acquisizione di una eventuale altra proposta migliorativa. A questo punto, chiede Italia Nostra, occorre di sbrigarsi, così da garantire «il modo migliore per valorizzare il patrimonio ambientale del nostro territorio, il modo migliore e moderno per fare turismo». Nonostante la lettera degli ambientalisti, l’occupazione dei turisti mannari continua indisturbata anche qui con pedalò e barbecue.

    Non c’è pace neanche per i fiumi

    La foce del Lao era diventata un’area picnic: c’era, addirittura, chi metteva i tavoli nell’acqua all’ora di pranzo e poi buttava i rifiuti nel fiume che li portava via. E così via, lungo l’Abatemarco e l’Argentino. Anche le aree picnic sono ad uso e consumo di chi si alza prima. Auto a pochi metri dal fiume, comportamenti da spiaggia, musica ad alto volume, giochi con pallone, divertimenti vari, compreso il lancio di pietre nel fiume.

    Calabria vs Campania

    Nei cartelloni estivi lungo l’Alto Tirreno cosentino non c’è traccia di cantanti, comici o attori calabresi. Qui primeggiano i napoletani, da Nino D’Angelo a Biagio Izzo o Gigi Finizio. In alternativa si può scegliere un Riccardo Cocciante alla modica cifra di 82 euro. In tutta la costa primeggia la neomelodica napoletana. La si sente ad alto volume nei lidi balneari o la sera negli improvvisati karaoke di fronte alle pizzerie prese d’assalto dal primo pomeriggio.

    Bisogna andare verso la Calabria del sud, a Palizzi e Bova per sentire la tarantella calabrese durante il festival Palearizza, che in calabro-greco significa “antica radice”. È un festival itinerante della musica e delle tradizioni popolari della Calabria greca, completamente gratuito. Si svolge di solito tra la fine di luglio ed il mese di agosto, nei borghi dell’Area Grecanica. Un’area che ancora è calabrese e dove si balla la tarantella tenendo i piedi per terra e le mani a coltello che circondano la donna.

    Una tarantella in costume grecanico

    È vietato il saltarello tipico della tarantella napoletana o pugliese. Lo testimonia un episodio a cui ho assistito a Riace Marina: durante un concerto dei Kumelca, il cantante scese dal palco per dire a due giovani ballerini di origine campana di smettere di fare il saltarello e seguire una coppia calabrese che ballava secondo tradizione. «Imparate la nostra tarantella, quando tornate a casa fate il saltarello», disse loro, fra gli applausi di tutti i presenti.

    Andando un po’ più a nord sulla linea jonica si distingue Roccella Jonica. Qui ogni anno un festival jazz attira turisti di qualità da ogni parte d’Italia. Si respira aria diversa, tranquilla, non invadente. Qualche anno fa l’intero festival fu dedicato a Frank Zappa: questo fa capire che tipo di turista si vuole e che tipo di cultura si pratica.

    Il Tirreno cosentino derubato della propria identità

    Una volta, pochissimi anni fa, non era così. Il Tirreno cosentino era solcato da pescatori, non da lussuosi yacht ormeggiati nei porti di Cetraro o Maratea. Erano tantissime le marinerie di Cetraro, Amantea, Diamante, Scalea, Cittadella del Capo. Ed erano loro, i pescatori, i padroni del mare. Quasi 70-80 in ogni paese. Uscivano in mare la notte e tornavano la mattina con carichi di pesce che vendevano direttamente ai turisti e ai residenti in attesa sulla spiaggia.

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    Una bella immagine della spiaggia dell’Arcomagno

    La strada del Tirreno cosentino era ancora quella costruita da Mussolini nel 1927 e solo nel 1970 fu costruita la variante SS 18. Ora è diventata intasatissima, teatro quotidiano di incidenti stradali con morti e feriti. Si viaggiava per forza di cose lentamente e gli incidenti erano rari. La mattina, il risveglio nei paesi della cosiddetta Riviera dei cedri profumava davvero di cedro. Oppure dello iodio profuso dalle scogliere ricche di ricci di mare e “capelli di mare” ormai scomparsi. Ora si sente il profumo dell’olio delle barche a motore, degli scarichi fognari clandestini, dei depuratori malfunzionanti.

    L’arrivo dei turisti mannari

    Gli unici turisti presenti erano quelli della “Cassa di Risparmio” di Cosenza, che mandava nella costa tirrenica i propri dipendenti in caseggiati appositamente costruiti per loro. Ai cosentini che avevano costruito ville a Diamante, Sangineto, Cittadella, si affiancarono turisti romani e così fu fino agli inizi degli anni 80. Poi arrivarono loro, i turisti mannari. Certo, non tutti sono turisti mannari. Esistono persone che hanno acquistato casa e si sentono calabresi, ma la maggioranza non rispetta il residente. Emblematica fu l’uccisione di un giovane cosentino, accoltellato a Diamante da un napoletano per futili motivi.

    Mafia e politica, Dc in primis, si allearono e cominciò la grande distruzione. Si cominciò a costruire ovunque. Senza legge. Senza ritegno. Derubarono le spiagge della sabbia per farne cemento. Colonizzarono i fiumi per realizzare impianti per il prelievo della sabbia. Le ruspe cominciarono ad abbattere ogni cosa per far posto a enormi villaggi turistici. Ed ecco che a migliaia acquistarono mini appartamenti di 30-40 mq. Tutti ammassati come formiche in condomini dai nomi bellissimi e ingannevoli. Niente venne risparmiato. E ora correre ai ripari invocando un turismo di qualità o un turismo sostenibile è pura fantasia. Questo è il Tirreno cosentino e questo sarà per i prossimi anni. Facciamocene una ragione.

  • Giufà, Grotowski e quel garage eretico: la buona compagnia di Antonante

    Giufà, Grotowski e quel garage eretico: la buona compagnia di Antonante

    Ci sono ricordi che contano molto, perché diventano fatti, luoghi, cerchie di persone. Ci sono persone che in mezzo a un corteo di amici, spiccano perché raccontano molto non solo di te e del tuo mondo, ma anche di una città e di un certo tempo della vita. A volte anche di più. Dato che ci sono figure che diventano (e sono, persino senza saperlo o volerlo) storia: senza le quali mai si sarebbe avverato un cambiamento, e mai sarebbe accaduto un vissuto collettivo e individuale.

    Una persona unica

    E ci sono luoghi che per questa via diventano movimenti, istituzioni, posture, compagnie, modi di essere. E quelle persone speciali che hanno fatto tutto questo e sono lo spirito di quei luoghi, le vorresti sempre con te. Te ne accorgi col tempo, a distanza. A cose fatte. Quando mancano di più. Antonello Antonante era uno di queste persone indispensabili e uniche, e il teatro dell’Acquario – che era casa sua-, uno di quei luoghi speciali. L’involucro che ha dato forma alle mille metamorfosi che il teatro rende possibili. Abbiamo tutti la nostra prima memoria teatrale. La mia risale alla fine dei ‘70 e ai primissimi anni ‘80, e mi riporta a Cosenza, lì, al Teatro dell’Acquario. Io ero uno studente di provincia, nemmeno ventenne, appena iscritto al primo anno di filosofia all’Unical.

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    Il palcoscenico del teatro dell’Acquario

    Il garage metropolitano ed esistenzialistico

    L’Acquario–Centro Rat era uno di quei posti in cui nasceva il cambiamento di questa regione difficile. Era sorto in mezzo ai palazzoni anonimi di una via secondaria discosta dal centro cittadino, quasi a bocca di fabbrica del vecchio stadio in cui giocava la Morrone, nella zona di espansione anni ‘60 di Cosenza. Un luogo che a cominciare dal nome evocativo, tra l’avanspettacolo e la cantina esistenzialista, di quei tempi tra i benpensanti cosentini si usava definire “off”. Di fatto aveva l’aspetto un po’ losco, anarchico e complice di un garage metropolitano (e come deposito-garage fino a poco prima era servito) in cui succedevano cose importanti e un po’ strambe, per Cosenza, per noi che eravamo giovani, per la Calabria di allora.

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    Il manifesto del Living Theatre a Cosenza

    Grotowski a via degli Stadi

    Era già l’incubatoio di tante novità che stavano per prendere vita. Era un teatro nato dal basso del Centro Rat di Antonante, con azioni teatrali che erano concepite per il fondale della strada, in mezzo alla vita quotidiana dei quartieri popolari, sorti dai laboratori della sperimentazione del “teatro povero”, senza palcoscenico, portati in giro sugli sterrati in mezzo ai casermoni di periferia di via Caloprese, via degli Stadi, via Panebianco. Ma c’erano già stati gli spettacoli memorabili su testi di Grotowski e Genet, e i mitici happening teatrali degli anarchici del Living Theatre di Julian Beck e Judith Malina.

    Il garage diventa teatro dell’Acquario

    Poi venne il teatro degli spettacoli sotto un tendone da circo era il tendone del Circo Marius, che Antonello comprò a Roma, in una specie di trattativa-svendita che era già teatro. Quel tendone di fortuna ospitò gli spettacoli sull’utopia di Campanella e la riattualizzione critica dei canovacci di “Mascare e Diavuli” della commedia dell’arte, conGiangurgolo in commedia” (e Antonello era lui stesso Giangurgolo), fino a quando il 7 marzo del 1981 non fu inaugurato in quel mitico garage-capannone, ex palestra polisportiva ed ex deposito, ripulito e riadattato a sala con sedute ricavate da panconi di legno e sedie pieghevoli, di via Galluppi 15-19, il Teatro dell’Acquario.

    Un teatro con gente libera e anticonformista

    Il primo spettacolo messo in scena fu «un Woyzeck bellissimo di Buchner, di Libera Scena Ensamble, per la regia di Gennaro Vitiello», ricordava Antonello. Erano tempi buoni per la cultura e il teatro nella Cosenza di allora, quando assessore alla cultura era stato chiamato uno come Giorgio Manacorda. Da quel 1981 il Teatro dell’Acquario cominciò a programmare con regolarità le sue produzioni e quelle delle compagnie «provenienti da ogni parte, dall’Italia e dall’estero». Anch’io da quel momento in poi presi a frequentare assiduamente quel posto magico, anche fuori dagli orari degli spettacoli. Di quel posto mi piaceva l’atmosfera confidente e alternativa, l’aria chiusa che sapeva di polvere e fumo, i rumori delle macchine di scena, il buio in cui ci si poteva calare a tutte le ore. La gente che ci trafficava, che stava intorno e dentro quel garage fuori mano per fare teatro, aveva qualcosa di speciale. Era attraente, libera, anticonformista. Recitavano, avevano storie strane, vivevano su un palcoscenico, viaggiavano.

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    La locandina del “Woyzeck” di Buchner

    Un po’ circo un po’ santuario

    L’Acquario aveva qualcosa che mi ricordava sempre un misto di odore di circo e di santuario. Bastava quello per dargli l’alone improrogabile di un’urgenza, una calamita: in quegli anni di fermenti, lotte e utopie all’Acquario si doveva andare. Per il teatro, per l’arte, per la politica, per le ragazze. Per tutto il resto che poi è diventato importante, importantissimo almeno per me. E io ci andai, come tanti, e cosi divenni spettatore di teatro. E scoprì lì che il teatro mi piaceva e da allora continua a piacermi. Compravo l’abbonamento agli spettacoli quando potevo permettermelo. Ci andavo (e ci vado) ogni volta che posso e adesso sempre meno di quanto vorrei.

    È uno di quei luoghi che col tempo è diventato indispensabile: arrivare lì ed entrare in quel luogo (anche se oggi che per sopravvivere alla morìa culturale di questa città è diventato teatro-bistrot, è molto cambiato rispetto ad allora) mi emoziona sempre; mi intimidisce, mi affascina, mi diverte, mi ci sdoppio. Come succedeva la prima volta, allora, quasi quarant’anni fa. Forse anche per questi motivi l’Acquario e la sua gente, Antonello e Dora su tutti, divenuti col tempo amici da quegli anni, col tempo non l’ho più persa di vista.

    La legge per riconoscere il Centro Rat

    Da consulente dell’assessore regionale alla Cultura Augusto Di Marco, alla metà degli anni ’90 mi adoperai per il varo di una legge specifica per il riconoscimento del Centro Rat (LR 27/’95), che ne istituzionalizzava la funzione di teatro stabile di produzione e sperimentazione teatrale. Ma anche successivamente a quella legge, la «classe politica di questa regione, distratta, arrogante, sonnacchiosa», come scrive lo stesso Antonello Antonante in una intervista del 2011 alla storica del teatro Valentina Valentini, lasciò quella legge lettera morta, decretando di fatto il declino del centro Rat e la crisi, in cui ancora oggi si dibatte senza trovare sbocchi, l’insieme del vivacissimo movimento teatrale cresciuto nel frattempo intorno all’esperienza teatrale fondata a Cosenza da Antonante.

    Per noi poi vennero altre cose. Tanti incontri e una consuetudine durata fino agli ultimi anni, quando mi chiedeva di venire gratis agli spettacoli a patto che gli scrivessi una recensione, poi i tanti progetti scritti e tentati, collaborazioni che poi per qualche motivo diventavano impossibili, e il rapporto sempre difficile con la città e e le istituzioni di questa regione che non ama la cultura e il teatro.

    Antonello Antonante con l’immancabile basco

    Giufà e il mare

    Poi libri, per me importantissimi. Come il ricco volume-memoriale Centro Rat Teatro dell’Acquario – Trent’anni di differenza di cui Antonello e Dora mi affidarono la curatela, con testimonianze, che raccoglieva tra gli altri di Giorgio Barberio Corsetti, Gianfranco Berardi, Alessandro Bergonzoni, Toni Servillo, Valentina Valentini, Valeria Ottolenghi, Saverio La Ruina, Alfredo Pirri, che feci uscire per Abramo editore nel 2011, quando la parabola dell’Acquario, privo di aiuti e di attenzioni dovute, scendeva purtroppo dentro la crisi istituzionale che ancora avvolge tutto il teatro di ricerca calabrese.

    Infine ci fu il bellissimo Giufà e il mare, un testo divertente e profondo frutto di uno spettacolo-ricerca realizzato per il teatro di Antonello, che lui stesso aveva condotto sulle fonti mediterranee di questo personaggio universale e concorde emblema dell’animo e della narrativa popolare, che pubblicai ancora per Abramo nella collana “Teatro in tasca”.

    La tribù dei teatranti

    Per me resta il fatto che l’ambiente che girava intorno al teatro dell’Acquario e al centro Rat, negli anni, è diventato ed è rimasto anche in mezzo alle crisi convulse alle trasformazioni catastrofiche degli ultimi anni, un punto archimedico nella mia vita. Li sono nate conoscenze, amicizie e storie che per ragioni diverse hanno avuto la forza di cambiare anche il corso della mia età d’uomo. Come scrivono in molti in queste ore dopo la sua morte, Antonello con la sua meravigliosa tribù di teatranti è stato un faro colto e cosmopolita in una città che si è via via rassegnata a restare piccola e chiusa. Lui e suoi spettacoli, il suo teatro, finché sono rimasti accesi hanno tenuto viva una speranza in questa città scaltra e annoiata, che senza luoghi e persone come lui e l’Acquario si ritrova adesso è ancora più buia e spenta di idee e di cose belle.

    Il programma della stagione 1976/1977 della Tenda di Giangurgolo

    Un sorriso da vecchio marinaio

    Per molti della mia generazione il teatro non è stato il Rendano, con i suoi stucchi, le signore impellicciate ai galà delle prime, né le rappresentazioni classiche e paludate di autori noti e compagnie di grido. Ma la polvere, il buio, il fumo, le pensate astruse, i copioni stridenti, i commenti salaci e le risate oscene, le compagnie off e gli strani spettacoli dell’Acquario. Oggi di Antonello mi ritorna in mente la sua faccia da Giangiurgolo e il suo nasone a melanzana, il suo sorriso affabile e obliquo da vecchio marinaio d’avventure, sempre affabile, giocoso e arruffato come un vecchio Giufà. L’eredità che Antonello Antonante lascia a questa città immemore e a questa Calabria distratta è una eredità fragile e luminosissima.

    Ci dice che il teatro è una cosa viva, è un’azione costruita da persone che il teatro vivono. Esiste se lo fai esistere il teatro, insieme ad altri, se crei una comunità, e non puoi farlo mai vivere da solo. Ecco perché Antonante e l’Acquario sono stati (e restano) il primo teatro di questa regione e di questa città. Ma Antonello è però già adesso ben più di un ricordo in questo arido e terribile scorcio di estate.

  • Limardo non ci sta: anche Vibo Valentia può cambiare

    Limardo non ci sta: anche Vibo Valentia può cambiare

    Caro direttore, ho letto con molto interesse l’articolo pubblicato sulla sua testata riguardo alla città che oggi mi onoro di amministrare. Insieme all’onore, va da sé, mi porto dietro anche tutti gli oneri del caso, dei quali sono conscia e che affronto con lo spirito di chi ha la voglia e i mezzi per cambiare in meglio le cose.

    Niente più dei a Vibo Valentia, ma ancora tante persone oneste

    Il lungo articolo firmato dal professor Minervino ha avuto l’indubbio pregio di aprire un dibattito su cosa sia oggi Vibo Valentia. Su dove voglia andare. Su cosa voglia diventare. Di contro, però, mi permetto di dissentire sull’assunto di fondo dell’articolo stesso, che reputo oltremodo severo ed ingeneroso: a Vibo non abiteranno più gli dei, ma di certo vi abitano persone perbene, oneste, che hanno fatto della rettitudine morale la loro stella polare.

    Non bastano alcuni comportamenti esecrabili – che troviamo senza fatica anche a Reggio, Catanzaro, Cosenza o Bolzano, Milano e Roma – per marchiare un posto e chi vi risiede. Eppure è l’impressione che si ha nel leggere certe righe.
    Comprendo bene l’amarezza ed il disagio di chi, passando di qua, può imbattersi in brutture e storture. Sono i medesimi sentimenti che io stessa ho provato in passato nel vedere la mia gloriosa città perdere i suoi fasti e ritrovarsi in un presente tutto in salita. Ma la rotta, da tre anni ormai, l’abbiamo invertita.

    I passi avanti

    Senza tediare i suoi lettori, caro direttore, e ricollegandomi ad alcune problematiche sollevate nel pezzo, mi permetto qui di evidenziare gli enormi passi avanti compiuti in settori nevralgici ai fini della vivibilità: sul fronte ambientale, con una raccolta differenziata che supera il 70%. Con intere vie nuovamente asfaltate. Con la lotta all’abusivismo che passa dalle demolizioni, dalle revoche di determinate concessioni e dal controllo a tappeto di tutte le pratiche; con la regolamentazione urbanistica grazie all’approvazione del Piano strutturale comunale, che si attendeva da diversi lustri ed oggi è realtà; con l’avvio di importanti opere pubbliche, con interventi sostanziali sulle reti idriche per ridare ai cittadini un bene essenziale che è nel loro diritto vedere garantito; con un teatro, anche questo atteso da lustri, che presto verrà consegnato.

    In ambito culturale non posso tacere il riconoscimento di Capitale del libro, che nell’ultimo anno ha permesso ai vibonesi di godere di una kermesse letteraria tra le più importanti a livello nazionale. E poi la legalità: è doveroso rammentare la costituzione di parte civile dell’ente nei processi scaturiti dalle inchieste antimafia Rinascita-Scott, Rimpiazzo e Imponimento, primo passo tangibile verso il ripristino della legge in quei settori soffocati dalla protervia mafiosa. Ma soprattutto, e con questo concludo, con il lavoro certosino che abbiamo svolto sul fronte del risanamento finanziario, i cui frutti si vedranno non soltanto in un futuro lontano, ma in un futuro quanto mai prossimo, posto che abbiamo già incamerato circa 20 milioni a copertura del deficit e nel prossimo Consiglio potremo anche diminuire la Tari.

    Un domani migliore per Vibo Valentia

    Da qui passa il rilancio di Vibo Valentia, una città animata da persone che malgrado tutto hanno ancora la voglia di lottare per un domani migliore. È questa la mia Vibo, la Vibo che amo, la Vibo che non vuole etichette, la Vibo che sono orgogliosa di rappresentare, la Vibo che insieme alla mia gente sto cercando di costruire.

    Maria Limardo
    Sindaco di Vibo Valentia

    **********

    La risposta del direttore Francesco Pellegrini


    Gentile signora Sindaco,

    La ringrazio innanzi tutto per il suo commento cortese all’articolo del nostro collaboratore Mauro Minervino, antropologo di valore e, quando lo ritiene necessario, osservatore severo ma amante della nostra terra.
    Alla sua difesa legittima e apprezzabile della città da Lei guidata desidero rispondere con il massimo della sincerità, risparmiando a Lei e ai lettori gli stilemi delle repliche in uso nei giornali, grandi e piccoli.

    Personalmente ho letto e poi avviato alla pubblicazione l’articolo su Vibo Valentia con dolore, ma con la consapevolezza che – fatte le inevitabili specificità dei diversi territori, i mali, le manchevolezze, i veri e propri delitti (in senso lato) a danno dei cittadini onesti che quanto meno per un indice probabilistico rappresentano la grande maggioranza – l’articolo era un racconto triste e dolente sull’intera Calabria.

    Certo colpisce che a Vibo, ma non solo a Vibo, ci siano più logge massoniche che balconi sui palazzi che si affacciano sul corso principale. Fa rabbia e provoca sdegno che la ‘ndrangheta interferisca e inquini pesantemente la vita sociale, politica, economica della città. Ma, fatte le debite proporzioni, è un unicum nella nostra regione meravigliosa la massomafia vibonese? Non è cosi. Vibo Valentia non è un caso unico e irripetibile anche se, occorre dirlo, subisce gli effetti di questi fenomeni mefitici in misura particolarmente significativa.

    Lei ricorda le scelte coraggiose e innovative fatte dalla Sua amministrazione e i suoi cittadini gliene daranno atto e apprezzamento. Si evince dalle sue parole dettate da orgoglio e amore per la sua città che il cammino fatto è importante, ma è solo l’inizio di un percorso molto più lungo.
    Le istituzioni che non fanno il loro dovere, prima ancora che perseguite dalla magistratura, debbono essere sanzionate con il loro pubblico dissenso dai cittadini. 
    Le do atto che nella sua lettera non c’è alcuna volontà omissiva e negazionista dei mali presenti, ma sicuramente la determinazione a proseguire sul cammino della legalità e della trasparenza. I sui “giudici” saranno i cittadini onesti e in buona fede.

    Da ultimo, una considerazione che ci riguarda: I Calabresi sono nati per essere un giornale d’inchiesta, libero e rigoroso nelle fonti, che non è né sarà mai la velina dei poteri. Ce lo hanno riconosciuto i lettori sparsi in Italia e in Europa, perché noi calabresi abbiano il destino genetico all’emigrazione. Ed è stato rilevato e apprezzato da alcune autorevoli testate nazionali. Vibo, in persona del sindaco, ha parlato dei mali che deturpano la città, ma anche delle azioni messe in campo per progressivamente emanciparsene.
    Di noi, intendo dire del nostro progetto editoriale vincente e fedele al suo programma fondativo, che per via mediata è sotto attacco, non ha parlato quasi nessun esponente delle istituzioni e delle cosiddette élites, a differenza del caso di Vibo. Non ha parlato, seppure invitato a farlo, neanche il sindaco Franz Caruso. Parlo di Cosenza per essere chiari e non dare alibi a nessuno.

    Caro sindaco di Vibo Valentia, le faccio i migliori auguri. Operi al meglio delle sue possibilità, parli e scriva se necessario. I suoi cittadini, magari con qualche ritardo, le saranno grati. Dia il buono esempio ai taciturni di Cosenza.

    Francesco Pellegrini
    Direttore de I Calabresi

  • Lettere per Barbara Corvi: contro il potere maschile e mafioso

    Lettere per Barbara Corvi: contro il potere maschile e mafioso

    “Lettere per Barbara Corvi” nasce in seno all’Osservatorio regionale sulle Infiltrazioni e l’illegalità della regione Umbria. L’idea, che ha radici nella storia del movimento antindrangheta, si inquadra nel più ampio lavoro di accompagnamento, supporto e proposta a partire dalla storia della scomparsa di Barbara Corvi.

    In tal senso, l’obiettivo generale della proposta è rendere la memoria di Barbara Corvi una prassi condivisa coinvolgendo persone e associazioni nel territorio umbro e non solo. Si intende così favorire la consapevolezza pubblica e la conoscenza sulla storia di Barbara Corvi affiancando la famiglia Corvi, le associazioni e la società civile rivolgendo insistentemente la domanda “dov’è Barbara?”.

    ***

    La prima lettera per Barbara Corvi

     

    Cara Barbara,

    con questa lettera, nel giorno del tuo compleanno diamo inizio a un nuovo progetto- “lettere per Barbara Corvi” – perché la tua storia continui ad essere memoria collettiva di questo Paese.

    Una storia la tua di quelle che si “vedevano solo nei films” come ci disse tua sorella qualche anno fa. Già, nessuno avrebbe immaginato che nella tua vita avresti fatto esperienza di quello che poi avremmo chiamato potere maschile e potere mafioso. Noi, come osservatorio regionale sulle infiltrazioni mafiose e l’illegalità, abbiamo scelto già dal primo giorno del nostro insediamento di esserci, di accompagnare la tua famiglia e le istituzioni nel faticoso e doloroso percorso della ricerca della verità.

    Dal primo giorno abbiamo riconosciuto nella tua storia tracce di quel potere mafioso che si traduce in forme di violenza maschile e che si costruisce intorno a parole come onore, come ricchezza e riconoscimento. Abbiamo riconosciuto un modello di riferimento e un metodo, che ci riporta a storie lontane di donne scomparse, condannate a morte dalla ‘ndrangheta per le proprie scelte di vita.

    Abbiamo voluto con determinazione, che la tua storia diventasse memoria collettiva in Umbria, affiancando il prezioso lavoro che già le donne di Amelia con il Comitato Barbara Corvi avevano avviato con cura e passione. Piano piano il tuo nome è diventato una storia nella Storia, il tuo volto sorridente è apparso nelle piazze dei comuni della tua regione. Con una frase: verità ora. Chiediamo, cara Barbara, e ci rivolgiamo a coloro che si nascondono dietro silenzi troppo complici, verità: chiediamo dove sei adesso, chiediamo giustizia. E lo facciamo nel grande rispetto verso la tua famiglia, i tuoi genitori e le tue sorelle, che da anni danno a tutti noi, lezioni di dignità.

    Chiediamo a tutte e tutti coloro che potrebbero avere informazioni utili, ad Amelia e non solo, di contattare gli organi competenti: uno scatto di dignità e coraggio in un territorio che non dimentica e che con forza prende le distanze da dinamiche di questo tipo. La complessità della vicenda, legata anche al tema dei collaboratori di giustizia, impone cautela ma molta attenzione, per questo ci appelliamo anche a coloro che all’interno dell’organizzazione ‘ndranghetista, vogliano contribuire ad una scelta di umanità e di riscatto, raccontando la verità sulla scomparsa di Barbara. Continueremo a lavorare in questa direzione, senza cedere di un passo fino a quando non verrà ricostruita la verità.

    Ma accanto alla denuncia, abbiamo voluto lavorare sulla proposta politica, perché anche questo era ed è il nostro compito. Abbiamo voluto che quello che è accaduto a te, possa non accadere a nessun’altra donna. Per questo, dopo anni di studio, approfondimento, dopo anni in cui abbiamo scelto di radicare le nostre scelte nella tua memoria abbiamo voluto fortemente avviare la costruzione di una rete per l’accoglienza, il supporto, l’accompagnamento alle donne che sopravvivono alla violenza mafiosa e alla violenza maschile, e che intendono intraprenderne un percorso di uscita ed autodeterminazione.

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    La presentazione del protocollo “Libere di essere” a Perugia

    Da subito, insieme al Centro per le Pari Opportunità e alla rete dei centri antiviolenza Umbra, abbiamo lavorato a tessere una rete insieme alle Procure e alle Prefetture: una rete che da adesso è realtà. Stiamo completando gli ultimi passaggi burocratici, ma la sostanza è il “protocollo Libere di Essere” dedicato a te, alla tua memoria. Così l’Umbria diventerà la terra dell’accoglienza delle donne, diventerà la terra della possibilità concreta, e della speranza che diventa alternativa di vita.

    In tuo nome verrà data accoglienza, formazione, lavoro, verranno demolite le basi di quel potere- maschile e mafioso- che influisce sulla vita, sui corpi, sulle scelte delle donne.

    Donne che come te vogliono soltanto essere “libere di essere”.

     

    Osservatorio regionale sulle Infiltrazioni e l’illegalità della regione Umbria

     

  • In viaggio con Adele Cambria tra luoghi e memorie

    In viaggio con Adele Cambria tra luoghi e memorie

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    A volte mi trovo a curiosare tra gli scaffali dei rigattieri, o mercatini dell’usato, come li si chiama oggi.
    Resto affranto dallo spettacolo di tutti questi oggetti – tappeti, lampade, servizi per il thè – raccolti negli anni, acquistati forse a rate con sacrifici e rinunce, e custoditi nelle case dove il loro ingombro rende impossibile la vita. Oppure creano dissapori, per il costo eccessivo e il gusto non condiviso.
    Fino a quando, insieme ai mobili scuri ed enormi di vecchi arredamenti, finiscono in vendita a poco prezzo, segno che i loro proprietari non ci sono più.

    Oggetti morti, ricordi vivi

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    La copertina di Storia d’amore e schiavitù

    Sono visite istruttive, “didattiche”: mi riprometto sempre di non comprare più nulla, neanche un ombrello. La sociologia e la psicologia hanno cercato di spiegare il motivo per cui ci riempiamo di cose superflue (pare che la casa sia un’estensione, della tana primitiva).
    I tormenti maggiori mi vengono dai libri, specie quelli originali, raffinati, autografati dagli autori. In vendita per pochi spiccioli.
    Pure i libri vanno incontro al loro destino, e cerco di non comprarne, perché poi penso che verranno portati, di nuovo, dopo la mia prematura dipartita, dal rigattiere a rattristarsi.

    Un ricordo di Adele Cambria

    Ma davanti a un testo di Adele Cambria non ho resistito, l’ho comprato. Tre euro. Mi ha colpito la dedica autografa: «Ad Alessandra, con gratitudine per il suo contributo alla “piccola felicità” di questo mio soggiorno a Cosenza. Adele 19 aprile 2000».
    Si intitola Storia d’amore e schiavitù (Marsilio editore, 2000). Adele Cambria non ha bisogno di presentazioni, è stata una notissima giornalista e scrittrice, nata a Reggio Calabria nel 1931, scomparsa nel 2015.
    La Rai l’ha scelta tra le protagoniste della serie Donne di Calabria (prima puntata il 21 giugno su Rai Storia, alle 22,10). Un racconto del suo modo di vedere la vita affidato al ricordo di persone amiche, alla suggestione di vecchie foto.

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    Eleonora Giovanardi interpreta Adele Cambria in Donne di Calabria

    Critiche dure, provocazioni innocenti

    Non conosco bene i suoi scritti, ho trovato divertente l’articolo che l’ha resa famosa, giovanissima, quando prese di mira le ragazze col Cantù.
    Cioè le ragazze meridionali di buona famiglia, titolari di ampi corredi in vista delle nozze. Questi corredi che dovevano assolutamente comprendere vari capi di pizzo delle pregiate manifatture di Cantù.
    Lei invece desiderava diventare giornalista, perciò dopo la laurea in legge andò a Roma, presentandosi in varie redazioni (ha anche raccontato che avrebbe desiderato fare il magistrato, ma all’epoca le donne non erano ammesse al concorso).

    Il mistero della dedica

    La dedica attesta una sua presenza a Cosenza, probabilmente per la presentazione di questo libro. Ho trovato alcuni video in rete, che si riferiscono ad altre occasioni, a Cosenza e a Reggio Calabria, per i suoi ultimi libri, Nove dimissioni e mezzo (Donzelli, 2010) e In viaggio con la zia (Città del Sole, 2012).

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    Una delle ultime immagini di Adele Cambria

    Non sono riuscito a trovare immagini di questa giornata, del 19 aprile 2000, anche se credo di avere individuato la destinataria della dedica, ma non penso sia importante qui.
    Piuttosto ci sono rimasto male perché nel 2000 ero spesso presente agli eventi, dunque ho cercato di ricostruire perché non c’ero.

    L’invito mancato

    Il 19 aprile 2000 era mercoledì, prima di Pasqua (ho controllato). All’epoca ancora si usavano i manifesti, gli inviti spediti per posta.
    Non mi hanno invitato, evidentemente (mi mancava l’iscrizione a qualche circolo esclusivo). Conservo molti ritagli di stampa locale e non. Non trovo niente sul 19 aprile 2000. Forse, approfittando delle vacanze scolastiche, ero partito per qualche giorno? I posteri avranno grossi problemi a ricostruire la mia biografia, se già io non mi raccapezzo.

    In giro con gli scrittori

    Mi dispiace non esserci stato perché accogliere e accompagnare scrittori in visita nella propria città può essere un’esperienza. A scuola, con altri colleghi, per parecchi anni abbiamo scortato e portato a spasso l’autore di turno, per l’annuale incontro con gli alunni.
    Roberto Pazzi fu colpito dalla toponomastica locale, si soffermò davanti al monumento ai fratelli Bandiera, al vallone di Rovito (contò i cipressi e annotò altri dettagli).
    Dacia Maraini aveva sofferto il viaggio e fu condotta con tutti gli onori a fare un massaggio che la rimise in sesto per affrontare i giovani lettori.

    Dacia Maraini, altra importante icona della scrittura al femminile

    Un altro noto romanziere scroccò la macchina a una collega molto gentile e se ne andò al mare, esonerandoci dai nostri doveri.
    Dante Maffia ci raccontò del metodo di lavoro di Elsa Morante, che aveva frequentato a Roma.
    Ettore Masina mi inviò due romanzi in regalo, lo avevo salvato dal congelamento portandolo in albergo (aveva un abito estivo, ma era una primavera cosentina gelida anche per lui che era nato in Valcamonica).

    Il ritorno in Calabria in punta di penna

    Chi si è occupato di Adele Cambria? Cosa avrà chiesto prima dell’incontro? Avranno organizzato una cena in suo onore?
    Sembrerebbe di sì: nella dedica esprime gratitudine per il soggiorno in città, e non suonano come parole di circostanza.
    Adele Cambria aveva fatto ritorno in Calabria con gli ultimi romanzi, collocandovi storie e personaggi.

    Un’immagine iconica di Adele Cambria

    Forse per fare i conti con le sue radici, come accade a tutti, anche a quelli che non scrivono libri. In Storia d’amore e schiavitù parla di una famiglia benestante, colta, che potrebbe anche essere la sua, di una nonna che nel 1891, appena quindicenne, riceveva lettere appassionate da un giovane brillante e geloso. Un amore contrastato ovviamente.
    E poi racconta del terremoto del 1908, che sconvolge quel mondo e della vita della figlia e della nipote di quella ragazzina, chiusa in casa e sorvegliata a vista fino al matrimonio. Vengono rappresentati gli ultimi decenni del secolo scorso, attraverso la vita di tre generazioni d donne, le libertà conquistate dalle più giovani, ma anche la devastazione del territorio ad opera della ‘ndrangheta.

    Gli occhi di un viaggiatore

    Guardare la propria terra attraverso gli occhi di un viaggiatore ci aiuta a riflettere, ci fa notare particolari a cui non abbiamo prestato attenzione. La Calabria mi sembra ancora poco raccontata, e sta correndo il rischio di diventare lo sfondo cinematografico di nuove, insopportabili saghe criminali.
    Altri libri di Adele Cambria, pubblicati successivamente, portano in Calabria. Ad esempio In viaggio con la zia. Una zia con due ragazzine in giro per la Magna Grecia, tra Calabria e Sicilia, ad esplorare luoghi e miti e culti. Anche qui storie di donne, di case e famiglie viste da una sensibilità femminile.
    Insomma forse non è male andare per rigattieri. Con tre euro si può viaggiare. Se ci torno potrei trovare qualche pizzo di Cantù, da mettere accanto ai libri della Cambria. Come citazione.

  • Grazie ai medici dell’Annunziata ora posso riabbracciare le mie figlie

    Grazie ai medici dell’Annunziata ora posso riabbracciare le mie figlie

    [responsivevoice_button voice=”Italian Male” buttontext=”ASCOLTA L’ARTICOLO”]

    Ho trentasette anni e sono la mamma di due bellissime principesse, rispettivamente di sei e un anno. Posso ancora abbracciarle e fare loro le coccole grazie a una pagina di buona Sanità della neurochiurgia all’ospedale di Cosenza, fatta di umanità e competenza, che merita di essere raccontata a quante più persone possibile.

    L’inizio del calvario

    La mia storia è iniziata con un semplice mal di schiena, mentre allattavo Noemi, la mia piccola di un anno. All’istante non mi sono allarmata, quindi non non ho fatto cure mediche, ma mi sono rivolta un chiropatico per alleviare i dolori.
    Tuttavia, dopo la seconda manipolazione, i dolori sono cresciuti, tant’è che ho chiesto aiuto, lo scorso 26 maggio, alla guardia medica.
    Mi hanno somministrato il Voltaren, sono rimasta a letto per due giorni perché non mi reggevo in piedi e avevo perso la sensibilità nel bacino.

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    Medici in azione all’Annunziata di Cosenza

    L’arrivo in Ospedale a Cosenza

    I giorni seguenti ho tentato una cura cortisonica ma, non avendo alcun miglioramento, il 31 maggio sono andata in Pronto soccorso. Da lì, mi hanno inviata al reparto di Neurochirurgia per fare una consulenza e lì, per fortuna, ho trovato un angelo.
    Non finirò mai di ringraziare la dottoressa Donatella Gabriele per aver preso a cuore la mia situazione sin dall’inizio senza mai abbandonarmi.

    La diagnosi

    La dottoressa mi ha diagnosticato la cauda equina, cioè una patologia neurologica causata da una lesione delle radici nervose contenute nell’ultima porzione del canale vertebrale, che decorre all’interno della colonna vertebrale.
    Questa patologia si manifesta con un insieme di sintomi che riflettono la compromissione dei nervi spinali inferiori. E quindi può comprendere deficit sensitivi e motori alle gambe e disturbi sfinterici.
    Il dolore si può irradiare a partire dalla zona lombare e sacrale fino agli arti inferiori. Al dolore segue la diminuzione o, peggio, la perdita della sensibilità a livello degli arti inferiori e della regione perineale. Questo sintomo, a causa della sua particolare distribuzione, è detto “anestesia a sella”.
    E può esserci di peggio: un deficit di forza che può portare a una paralisi degli arti inferiori.
    Io avevo tutti questi malesseri.

    L’intervento in neurochirurgia

    Il 5 giugno sono stata ricoverata e la mattina del 7 ho subito l’intervento all’ospedale di Cosenza.
    Il mio ringraziamento va a tutto il personale di Neurochirurgia: purtroppo non conosco i nomi di tutti. In particolare, ricordo l’infermiere Giuseppe Grandinetti.
    E non finirò mai di ringraziare il dottor Salvatore Aiello, direttore di Neurochirurgia, e i suoi collaboratori per la loro competenza e per l’umanità e la sensibilità che hanno mostrato nei miei confronti.
    Durante la degenza, grazie a loro, non mi sono mai sentita sola.
    Ho sperimentato in prima persona che una Sanità di alto livello esiste anche alle nostre latitudini ed è fatta di uomini e donne che lavorano, spesso lontano dai riflettori, con un enorme spirito di sacrificio.

    Jole Esposito

  • Mobilità sostenibile: il sogno di Cosenza senz’auto

    Mobilità sostenibile: il sogno di Cosenza senz’auto

    Sono le sette del mattino del 25 giugno 2032, la temperatura è gradevole.
    Cosenza, di solito bollente d’estate, sembra più fresca del solito. Sulla mia bici percorro via Roma fino a piazza Loreto. Le auto parcheggiate ovunque, le doppie e triple file, sono un ricordo del decennio precedente.
    Mi sovviene, quando nel 2021, sono ritornato a Cosenza, quanto invivibile e zeppa di auto, smog, traffico, fosse questa piccola città. Oggi è trasformata in un giardino:  ovunque piste ciclabili, parchi verdi, piazze piene di alberi, percorsi pedonali e autobus pubblici a idrogeno che trasportano cittadini da una parte all’altra.
    Mi sono trasferito a Cosenza Vecchia, come da sempre viene chiamata la parte alta della città. Ma di vecchio qui è rimasto poco, se non le mura restaurate di case e palazzi.

    Cosenza futuribile e bella

    Le strade, i vicoli, le piazzette, si sono rianimate. Sono piene di gallerie d’arte, negozi selezionati, ristoranti biologici e vegetariani, nuovi artigiani digitali, centri di ricerca, giovani studenti di Accademie e luoghi per la creatività e l’innovazione.
    Mi sorprendo a pensare che i fondi del Pnrr sono stati spesi bene al Sud. Che il New Green Deal e il New European Bauhaus sono serviti non solo a cambiare i luoghi, ma anche le coscienze di cittadini e amministratori

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    Traffico su via Misasi

    Un brutto risveglio

    Mi sveglio: sono le sette del mattino del 25 giugno 2022, e mi sorprendo a pensare, che bel sogno che ho fatto. Ma non so ancora, incredulo, se davvero affacciandomi non sia accaduto qualcosa di magico, miracoloso nella notte.
    Mi rompe un timpano l’ennesimo clacson di un autobus bloccato dal solito villano parcheggio in doppia fila, negli spazi della caotica piazza Riforma, un folle crocevia di auto in quantità assurde, smog e caldo. Purtroppo ho sognato: la realtà amara è sotto i miei occhi e orecchie!
    E torno a riflettere su quanto questa pregevole località calabrese, potenziale capofila di un radicale rinnovamento dei modelli urbanistici meridionali, sia sorda ai tantissimi campanelli di allarme che provengono dalla grande massa di auto.

    Inquinatori e incivili

    Le macchine fendono le vie ogni giorno, occupano con prepotenza spazi pedonali, inquinano, non rispettano le – estinte – strisce pedonali.
    Provocano enorme disagio a chiunque desideri, già oggi, muoversi in maniera ecologica: a piedi, in bici, coi pochi mezzi pubblici.
    Nel caos degli innumerevoli fioristi, fruttivendoli (ma davvero i cosentini consumano tutti questi ortaggi?) legali e abusivi, nello slalom tra plateatici di bar, caffetterie, friggitorie e parcheggi assurdi, la città muore, letteralmente soffocata. E vedere un vigile urbano che provi a snellire solo qualcuna di queste situazioni è come trovare un terrestre su Marte.

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    Polizia municipale in azione

    Ribadire che sulla mobilità si gioca il presente e futuro delle città e delle comunità urbane, non è affatto scontato. Sembra uno dei tanti problemi, invece questo è: il problema. A Cosenza, a Catanzaro, a Reggio. Ovunque le città abbiano assunto dimensioni disumane e sproporzionate rispetto alle reali esigenze abitative e di spostamenti.

    Cattive abitudini

    Alcuni dati inconfutabili: solo il 26,40% dei cittadini di Cosenza-Rende si muove a piedi o in bici, ben il 60,90% lo fa in automobile, e circa un ulteriore 12,86% usa i mezzi pubblici.
    A Cosenza il verde pubblico occupa appena il 2,2% dell’area urbanizzata. Lo standard per abitante è pari a 11,9 metri quadri, ma questo perché parte della superficie comunale ha zone naturalistiche (il Crati, il Busento, aree agricole, orti, ecc.).
    Nella realtà, il verde è ben al di sotto dello standard minimo urbanistico e sotto la media per densità di tutte le tipologie di aree verdi (dati Istat e Por Calabria 2014-2020).

    Le auto sono la principale fonte di inquinamento da polveri sottili a Cosenza

    Tra le 8 e le 12 e tra le 17 e le 19, i picchi di traffico hanno impennate preoccupanti. Creano caos, con quantità significative di autobus extraurbani e mezzi in entrata e uscita da Cosenza per raggiungere le attività di rango provinciale del capoluogo.
    Il parco auto è vetusto e presenta un 54,70% di auto a benzina, il 41,12 diesel, il 3,78% tra metano e gpl, e solo lo 0,4 ecologico.

    Allarme polveri sottili

    Un dato preoccupante emerge dai dati atmosferici, che collocano Cosenza tra le categorie A e B, le più instabili. Infatti, la percentuale di pm (polveri sottili) va oltre i 2,5 micron e in alcune zone, tocca i 10. Ciò, come provato, significa che le particelle da 10 micron sono inalabili e si accumulano nei polmoni. Quelle da 2,5 micron, invece, possono finire nel sangue e raggiungere varie parti dell’organismo (fonte Ministero Salute).
    Da questa lettura impietosa deriva la necessità di una Agenzia della Mobilità Urbana di Cosenza, dedicata esclusivamente a questa delicata tematica. Un rimedio che va ben oltre un generico assessorato o un ulteriore carico di personale già sovraccarico.

    Ripensare la città

    Ma esso non può essere scollegato dal ripensamento complessivo della struttura urbanistica della città. Ragionando a compartimenti stagni e solo per specialismi, si torna sempre al punto di partenza. Cioè, si risolvono in forma parziale e non organica i problemi urbanistici generali.

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    Una panoramica di Cosenza

    Non è una città perfetta quella cui aspirare, ma una rinnovata comunità in equilibrio, educata e rieducata, anche con robuste campagne di marketing urbano-civico. Per realizzarle, occorre che l’auspicata, necessaria, Agenzia si dia un tempo (una legislatura) per progettare e poi testare (una seconda legislatura) il nuovo sistema di mobilità sostenibile.

    Un obiettivo minimo

    Concretamente: per stare nei parametri europei Cosenza deve raggiungere, entro dieci anni, il 35% di auto circolanti, il 35 % di pedoni e bici.
    Inoltre la città, si deve dotare in maniera corposa di ciclovie, pedovie, parchi urbani e un 30% di mezzi pubblici elettrici (ancora meglio a idrogeno) con nuove linee dedicate e parcheggi di interscambio per ridurre l’ingresso di mezzi privati in città. Infine, serve una robusta cura di verde. Ovunque. Comunque.

    La volontà oltre gli ostacoli

    Una rivoluzione sostenibile a Cosenza (e altrove) è possibile solo se esiste il desiderio collettivo di sfidarsi. Oltre la normalità quotidiana, oltre la rinuncia e la rassegnazione, oltre la banalità dell’impossibile.
    Oltre quel generico «non si può fare», «non ce la faremo mai», pretesto sempre buono per non fare davvero nulla.
    I sogni si realizzano solo con una ferrea volontà politica e civica. Al 2032 mancano dieci anni, tanti per sperare, per fare, per cambiare.

  • Rende succursale di Cosenza? Malara non conosce la storia

    Rende succursale di Cosenza? Malara non conosce la storia

    L’architetto Empio Malara ci intenerisce. Non riesce proprio a rassegnarsi che l’attuale disegno urbano di Rende non corrisponde alle previsioni del PRG da lui redatto alla fine degli anni ‘60 del secolo scorso. Lo abbiamo dimostrato per tabulas in Consiglio comunale indicando più di cento opere da noi successivamente realizzate, non previste dal Piano Malara. Opere che hanno dato alla città l’attuale volto. Del resto, lo stesso architetto ammette di aver terminato la collaborazione con il comune di Rende a metà degli anni ‘80, ben 37 anni fa.

    La Rende di Malara e quella dopo di lui

    Ne è passata acqua sotto i ponti dell’Emoli e del Surdo. Seguire il Piano Malara avrebbe significato fermare la storia della nostra comunità a 60 anni fa. Quanto ai marciapiedi di Quattromiglia, Malara cerca il pelo nell’uovo e non lo trova, poi mangia l’uovo e il pelo gli rimane tra i denti. I limiti di alcuni tratti dei marciapiedi di Quattromiglia sono proprio figli della città di passaggio che lui aveva pensato, limiti che in quella zona abbiamo cercato di superare con la realizzazione della piazza pedonale “Santo Sergio” e con gli ampi marciapiedi del “Colosseo”.

    Ed, infatti, in altre zone della città, nate per trasformare Rende da tessuto urbano di passaggio in città di sosta, abbiamo realizzato marciapiedi larghissimi facendo ciò di cui Malara si è reso conto con un ritardo di oltre 50 anni (zona Metropolis, Roges, via F.lli Bandiera, piazza Matteotti, via Rossini, piazza Green etc. , interventi tutti fatti dai riformisti prima dell’avvento di Manna).

    Sì alla Città unica, no alle fusioni a freddo

    Quanto al progetto di Città unica, ripetiamo per l’ennesima volta che noi siamo per la Città Unica, ma non per una fusione a freddo e dopo aver sperimentato la gestione unitaria dei servizi più importanti, utilizzando le forme giuridiche che la legge consente.
    Certamente, ci opporremo con tutte le nostre forze ad una annessione pura e semplice, come vorrebbe Malara che scandalosamente, impudentemente e provocatoriamente parla di «accresciuta città di Cosenza» riferendosi all’unificazione dei tre comuni, senza Montalto Uffugo come, a nostro avviso, dovrà avvenire.

    Malara? Offensivo con Rende

    Malara, infine, parla in uno modo oggettivamente offensivo di Rende, ignorandone evidentemente la storia. Il libro La storia di Rende, di padre Fedele Fonte, era già in libreria mentre Malara e Larini confezionavano il PRG per fare di Rende una periferia, ma, certamente, l’architetto quel libro non lo ha letto, ignorando che la scienza urbanistica non può prescindere dalla storia.

    Mariapia Galasso
    Segretario Federazione Riformista di Rende
    Clelio Gelsomino
    Presidente Federazione Riformista di Rende
    Fabio Liparoti
    Vice segretario Federazione Riformista di Rende

  • Rende senza Cosenza è soltanto un paese

    Rende senza Cosenza è soltanto un paese

    Sono orgoglioso di essere “cittadino onorario” di Rende, di aver ricevuto da parte dell’Amministrazione e dal sindaco Marcello Manna un così importante attestato di stima per il mio contributo nel disegno della città, per avere svolto il ruolo di urbanista condotto di Rende dalla metà degli anni sessanta alla metà degli anni ottanta del secolo scorso.

    Per mettere in chiaro il mio pensiero e contribuire ad affrontare la complessa realtà di Rende – l’unico vero giardino nel quale posso coltivare pensieri alti – è doveroso da parte mia affermare decisamente le mie valutazioni urbanistiche per migliorare gradualmente la città e favorire autentiche relazioni con Cosenza, la città dove sono nato. (Quanti cittadini di Rende sono nati a Cosenza?).

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    L’urbanista Empio Malara

    Rende? Una città che si giudica dai suoi marciapiedi

    Un esercizio che ogni abitante può compiere a Rende, nella città definita di sosta, è di passeggiare e ammirare le vetrine dei negozi. Peccato che a Rende e in particolare nella frazione di Quattromiglia – il quartiere più vicino all’Università – la maggior parte dei marciapiedi siano risicati, sconnessi, con pavimentazioni una diversa dall’altra. A ben guardare pochi sono i tratti di larghi marciapiedi che meritano di essere catalogati come tali. Se Rende la si potrà definire città di sosta dipenderà dall’amministrazione comunale se riuscirà a promuovere, di concerto con i proprietari degli immobili, quartiere dopo quartiere, frazione dopo frazione, il ridisegno dei marciapiedi: una città si giudica anche camminando sui suoi marciapiedi.

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    Franz Caruso e Marcello Manna, sindaci rispettivamente di Cosenza e Rende

    Le relazioni funzionali tra Rende e Cosenza

    Passando ora alle relazioni con Cosenza mi riferisco alle strategie territoriali intuibili leggendo le fredde zonizzazioni dei piani di Cosenza e Rende del 1974. Come giustamente ricordato da Francesco Forte nel suo saggio sulla grande Cosenza (2015), esse segnalavano già il rafforzamento delle relazioni funzionali tra Cosenza e Rende. Le varianti successive non ne hanno alterato il contenuto. La città reale e gli impeti edilizi auspicavano e auspicano politiche convergenti e l’attuale iniziativa del sindaco di Cosenza, Franz Caruso, con l’adesione del sindaco di Rende, Marcello Manna e del sindaco di Castrolibero, Giovanni Greco, merita di essere sostenuta e seguita con molto interesse.

    La programmazione culturale con Pina e gli altri

    In particolare suscita attese la programmazione coordinata degli eventi culturali da parte dei responsabili dei tre Comuni con la partecipazione del delegato all’area urbana di Cosenza Pina Incarnato. C’è bisogno di nuove politiche culturali e urbanistiche, innanzitutto coerenti, e idonee a rigenerare e sostenere la vitalità e la creatività dei magneti urbani di città Alta di Cosenza e dell’Università della Calabria per realizzare gradualmente l’unione tra Cosenza, Rende e Castrolibero.

    Rende senza Cosenza non è una città

    Per essere chiaro, a mio avviso, la questione di fondo che interessa Rende è tutto sommato semplice, se vuole diventare città, una vera città, deve coniugarsi con Cosenza, altrimenti, nonostante l’impegno delle Amministrazioni, resterà un paese della provincia di Cosenza. La creazione dell’organismo di pianificazione strategico ed integrato di funzioni e servizi nell’ambito territoriale, promosso da Franz Caruso, può essere un primo gradino di una breve scala unificatrice che gli Amministratori di Rende e Castrolibero dovrebbero apprezzare e volgere a favore dell’unificazione a tutto vantaggio degli abitanti dei tre Comuni.

    Cosenza vecchia centro propulsivo

    Rende e Castrolibero sono di fatto entrambi “cosentini”. Entrambi se unificati a Cosenza potrebbero essere parti significative della più estesa città, avendo in comune il patrimonio da rivitalizzare di Cosenza vecchia (la loro antica capitale) e l’Università della Calabria da sostenere e incrementare. I bandi del contratto istituzionale di sviluppo del centro storico di Cosenza per il restauro e la riqualificazione paesaggistica dell’antica capitale sono stati tutti emessi. Il percorso di investimento e rigenerazione culturale è iniziato e può essere alimentato oltre che dallo Stato, dalla Regione Calabria, dalle amministrazioni comunali e dai privati.

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    L’Università della Calabria e, sullo sfondo, Cosenza, Rende e i monti della Sila

    Una città unica che vale 100mila abitanti

    Se si farà l’unificazione dei tre Comuni, l’accresciuta città di Cosenza, con più di 100mila abitanti, potrà provvedere con maggiore forza a valorizzare il più integro insediamento storico della Regione Calabria ereditato dal passato, e potrà con maggiori motivazioni coinvolgere l’Università della Calabria a partecipare attivamente alla crescita culturale della rinnovata città di Cosenza senza trascurare il vantaggio di risiedere nel territorio della città a cui l’università era stata assegnata.

    Cosenza potrebbe essere capitale culturale ed economica della Calabria

    Se si farà l’unificazione, la città di Cosenza potrà affrontare il compito di definire i rapporti con i Comuni dell’intorno circolare, con quelli a forte valenza turistica (mari e Sila) e con le città delle Regioni confinanti della sua provincia. Rapporti necessari e utili per ambire al traguardo di capitale culturale ed economica della regione.

    Empio Malara

    architetto e urbanista