Categoria: Interviste

  • Amianto, Calabria all’anno zero

    Amianto, Calabria all’anno zero

    È cancerogeno e la Legge 257 del 1992 lo ha messo al bando, ma in Calabria l’amianto è ancora molto diffuso. La nostra regione è in ritardo nello smaltimento rispetto al resto del Paese e questo ha causato numerosi decessi per tumore polmonare secondo le stime dell’Airc.
    A spiegarci meglio la situazione locale riguardo al censimento, la rimozione e la bonifica del territorio è Giuseppe Infusini, ingegnere chimico, vicepresidente dell’ONA, Osservatorio Nazionale Amianto.

    Cos’è cambiato in Calabria in merito alla presenza di amianto rispetto al passato?

    «Quando nel 2011 ci siamo insediati come sezione provinciale, ho constatato scarsa considerazione e mancanza di conoscenza sull’argomento. Abbiamo cercato di fare informazione, sensibilizzando la nostra comunità, anche con progetti didattici rivolti ai giovani. Il più grosso ostacolo è la lentezza delle istituzioni locali nel dare seguito alle norme nazionali, che risalgono alla prima metà degli anni ’90. La legge regionale del 2011 è arrivata molto in ritardo rispetto a quella delle altre Regioni. E il PRAC (Piano Regionale Amianto, ndr), pubblicato l’8 maggio del 2017, è assolutamente inefficace riguardo agli adempimenti di quella legge».

    Ci può fornire qualche numero?

    «Dal rilevamento regionale è emerso quanto avevamo riferito in Commissione Ambiente nel 2013 e nel 2016: 12 milioni mq di amianto, riguardanti solo il compatto, ossia un impasto cementizio a cui si aggiunge l’amianto per dare più consistenza. Come ONA vogliamo lavorare a fianco delle istituzioni, solo così si può risolvere una situazione tanto grave».

    Quanto è esteso e pericoloso il problema?

    «L’amianto è presente a macchia di leopardo in Calabria, soprattutto negli opifici e nelle centrali termoelettriche. È un materiale cancerogeno primario che causa tumori come il mesotelioma e il cancro ai polmoni. Dove c’è una copertura in degrado si sono verificate morti sospette. Anche se non c’è un nesso di causalità tra questi decessi e l’amianto, questo concorre comunque con altri fattori cancerogeni all’abbassamento delle difese immunitarie, dando origine a forme tumorali letali».

    Esiste un elenco delle morti correlabili ad esposizione all’amianto in Calabria?

    «In Calabria dal 1994 ad oggi ci sono stati 120 decessi per cancro, parlo dei casi censiti. Sicuramente è una sottostima del dato reale, denunciato da molti familiari. Non c’è una soglia al di sotto della quale la malattia non possa generarsi, per questo occorre eliminare il problema alla radice. Per usufruire dei finanziamenti statali, la Calabria avrebbe dovuto fare una mappatura dei siti da bonificare, ma non ha fatto il censimento delle zone su cui intervenire. La nostra Regione è stata l’unica a non avere inviato i dati al Ministero dell’Ambiente, non ricevendo pertanto alcun contributo».

    Applichiamo le disposizioni sulla valutazione del rischio, la manutenzione, il controllo e la bonifica dell’amianto?

    «Mai trovato un solo detentore di manufatto che abbia attuato il programma di controllo e di manutenzione previsto dal decreto del ‘94. Ricevuta una segnalazione di pericolo da un privato, in virtù del PRAC, il sindaco deve prima verificare se siano state eseguite le giuste misure, poi individuare le azioni da adottare. A differenza di altre Regioni che rilevano lo stato di degrado e di copertura periodicamente, qui siamo all’anno zero. Sono pochi i comuni in regola. Ma la lotta all’amianto è come una catena di montaggio dove tutti gli attori – Regione, Provincia, Comune e cittadini – devono fare la propria parte».

    E le norme e le procedure per lo smaltimento?

    «Nella nostra regione non ci sono siti di smaltimento dell’amianto. Ve ne sono in Puglia e in Basilicata e ho saputo di una discarica in Germania dove questi materiali, mediante degli impianti di inertizzazione, si riescono a denaturare. Dopo la nostra osservazione, il PRAC ha inserito un contributo del 60% per la rimozione dell’amianto, impegno a tutt’oggi disatteso. Questo favorisce lo smaltimento abusivo operato da balordi che interrano illecitamente tali rifiuti, mettendo in pericolo la salute di tutti i cittadini e l’ambiente.

    Nessuno ha ancora attuato è Piano Comunale Amianto, nonostante andasse fatto entro tre mesi dall’8 maggio 2017. Per usufruire dei finanziamenti regionali e statali è necessario che il Comune abbia effettuato censimento, mappatura e PCA, anche per stabilire un ordine di priorità di intervento».

    Ha notato maggiore attenzione nell’affrontare il problema a seconda di chi governava la Regione?

    «Rispetto alle altre Regioni siamo molto indietro. Nel 2020 ho inviato a tutti i governatori un programma con delle proposte operative per eliminare il rischio amianto dal nostro territorio. Proponevo attività che un Dipartimento regionale moderno dovrebbe avviare. Nessuno mi ha mai ricontattato».

    Crede sia un problema di risorse?

    No, i costi di bonifica sono facilmente ammortizzabili con i fondi europei e nazionali. È inammissibile come, pur essendoci un bando da 42 milioni di euro – il 100% di finanziamento – per la bonifica negli edifici pubblici, solo 28 comuni su 404 vi abbiano aderito. Anche dopo la rimodulazione del medesimo bando scaduto il 3 giugno scorso, ancora una volta, queste risorse non potranno essere utilizzate».

    Ci sono comuni calabresi che si sono distinti nella lotta all’amianto?

    «Posso parlare dei Comuni che hanno aderito all’Ona: Acri, Cerisano, Cerzeto, Mandatoriccio, molto attivo su questo fronte, Mormanno, Cassano, Saracena e Cosenza. Stanno tutti emanando le ordinanze necessarie per verificare la presenza di amianto degradato sul proprio territorio. Non è necessario attendere il sopralluogo dell’Asp, dell’Arpacal o del Prac, spesso in conflitto di competenza, per emettere provvedimenti sul punto. Gli altri Comuni sono ancora sprovvisti di un PCA: ne deduco che non abbiano neanche legiferato sul tema».

    Mirella Madeo

  • Sbranata dai cani, «Randagi o meno la tragedia era evitabile»

    Sbranata dai cani, «Randagi o meno la tragedia era evitabile»

    La tragedia di Simona Cavallaro? «Evitabilissima». Ma, quando una ragazza di vent’anni muore sbranata dai cani «ogni altra considerazione passa in secondo piano, perché c’è un evidente problema di sicurezza da cui non si può prescindere».
    Parole di Massimo Bozzo, ex assessore con deleghe alla Sanità, al Randagismo, al Personale e alla qualità della vita durante la prima amministrazione Occhiuto e poi consulente dello stesso Occhiuto per le emergenze igienico-sanitarie e il randagismo.

    Bozzo, sotto shock e indignato come tanti cittadini, interviene sulla vicenda di Satriano (Cz), culminata con la morte della ventenne, tuttora al vaglio degli inquirenti (che hanno puntato le proprie lenti su un pastore) ed espone il suo punto di vista sulla lotta al randagismo, maturato in circa dieci anni di esperienza. Non senza aver prima chiarito la propria posizione: «Non mi ricandiderò alle imminenti Amministrative di Cosenza, quindi in quel che dico non c’è alcuno scopo elettoralistico».

    Dunque, tragedia evitabilissima, dovuta a problemi di sicurezza

    «Quando un branco di cani scorrazza sul territorio senza alcun controllo, vuol dire che c’è una evidente lacuna nella sorveglianza. A quanto ho appreso dalla stampa, l’aggressione costata la vita alla povera Simona è avvenuta in un’area pic nic. Se le cose stanno così, mi chiedo: che ci facevano quei cani in una zona aperta al pubblico? Questa domanda vale sia se i cani erano randagi, come si è ipotizzato in un primo momento, sia se, come cercano di appurare gli inquirenti, erano semplicemente incustoditi».

    Insomma, forse quei cani dovevano custodire un gregge ma avrebbero dovuto essere custoditi a loro volta. È così?
    «Certo, altrimenti il pastore che ci sta a fare? Per sbrogliare meglio questa vicenda, è d’obbligo una domanda: la presenza di un microchip, che gli inquirenti cercano di appurare sui cani finora catturati, è essenziale per poter definire un animale proprietà di qualcuno o, semplicemente, randagio?
    Il microchip, quando c’è, consente di risalire al proprietario con la massima certezza. L’assenza di microchip rende l’animale tecnicamente randagio. Tuttavia, ciò non esclude che si possa risalire a un ipotetico possessore sulla base di dati di fatto».
    Quindi, tra la proprietà netta e il randagismo c’è uno stadio intermedio, che non esclude le responsabilità

    «Certamente, solo che nel caso del semplice possesso – cioè di un animale che può essere ricondotto a qualcuno anche in assenza del microchip – aumentano le responsabilità degli enti a cui spetta la vigilanza, sia sotto il profilo della sicurezza sia sotto quello sanitario. E cioè, il Comune, in prima battuta, e le autorità sanitarie. Senza contare il ruolo importante dei Carabinieri forestali, che spesso suppliscono alle carenze d’organico della Polizia municipale».

    E in che modo si declinerebbe questa responsabilità concorrente?

    «Rispondo con alcune domande: gli spostamenti del gregge dovevano o no essere controllati periodicamente? Inoltre, qualcuno ha mai verificato se assieme al gregge c’era il branco di cani? Ancora: se questi cani risultassero sprovvisti di microchip, come mai le autorità sanitarie – che comunque dovrebbero verificare le condizioni del gregge – non hanno fatto presente al pastore la necessità di microchippare gli animali? Ci sono molti punti che non tornano».

    Ricapitoliamo: ci sono tre tipi di responsabilità, in casi come questi. Una responsabilità prevalente del proprietario se gli animali sono microchippati, una responsabilità concorrente, tra proprietario e autorità pubbliche, qualora non abbiano microchip e una responsabilità totale delle autorità nel caso di randagismo.

    «Esatto. Per questo, mi sono mosso in maniera dura e determinata a Cosenza, dove il problema del randagismo ha raggiunto a più riprese livelli forti e, a volte insostenibili».

    Con che risultati?

    «Mi limito a esporre i numeri, che parlano da soli: in cinque anni abbiamo tolto oltre 1.200 cani randagi dalle strade della città, di cui siamo riusciti a farne adottare 1.100, previa sterilizzazione. Così facendo, abbiamo ottenuto anche un risultato economico non proprio irrilevante: la riduzione del 75% delle presenze nei canili-rifugio, per un risparmio complessivo di 300mila euro all’anno. Non mi pare poco nella nostra regione, in cui le spese totali dovute al randagismo ammontano a 20 milioni annui.
    Quindi Cosenza ha dato un bel contributo alla riduzione del fenomeno.
    È difficile dirlo in questo periodo, perché d’estate gli abbandoni di animali, che sono alla base del randagismo, tendono ad aumentare. I risultati concreti potremo verificarli in autunno, in seguito alle catture di animali randagi o incustoditi».

    Ma esiste una risposta definitiva al randagismo e, più in generale, all’incuria verso gli animali?

    «La sensibilizzazione dell’opinione pubblica. Chiediamoci come mai, dalla Toscana in sù, il randagismo è praticamente assente, e, allo stesso tempo, c’è una forte presenza di associazioni animaliste, che cooperano con le autorità. Il contenimento del randagismo che abbiamo praticato a Cosenza, con la partecipazione delle associazioni, dimostra come questo fenomeno si possa contrastare senza aggravi per le casse pubbliche ma, anzi, con risparmi importanti. Però è necessario che i cittadini si rendano conto e facciano le loro pressioni: in democrazia sono loro che fanno la differenza».

    Torniamo alla vicenda di Satriano. La povera Simona è stata uccisa da pastori maremmani, cani di grande stazza e, come li hanno definiti gli stessi inquirenti, molto aggressivi. Nei loro riguardi valgono le stesse raccomandazioni per la lotta al randagismo?

    «Microchippati o meno, erano incustoditi. Senz’altro la sterilizzazione è raccomandabile quando fanno branco: i maremmani sono cani dotati di un fortissimo senso del territorio che, unito alla loro missione biologica (la difesa del gregge) può trasformarli in armi, anche micidiali, date le dimensioni. Non devono essere sterilizzati solo i cani da riproduzione, cioè quegli esemplari di particolare pregio di cui si desidera conservare le caratteristiche genetiche».

    Simona è stata vittima, oltre che dei cani, di una sciatteria collettiva?

    «Non saprei dire, anche perché Satriano è un Comune attivo nel contrasto del randagismo. La risposta definitiva tocca all’autorità giudiziaria. Io mi sono limitato a dire cosa devono fare le amministrazioni per contrastare il randagismo e l’abbandono. Quindi per prevenire episodi tragici come quello di Simona».

  • Terme Luigiane, il sindaco spara a zero su Sateca: «Il 90% dei lavoratori d’accordo con me»

    Terme Luigiane, il sindaco spara a zero su Sateca: «Il 90% dei lavoratori d’accordo con me»

    Francesco Tripicchio è il sindaco di Acquappesa, uno dei due Comuni coinvolti nella querelle che ha portato alla chiusura delle Terme Luigiane. Di critiche in questi mesi ne ha subite parecchie, ma sulla strategia per respingerle la pensa come Gentil Cardoso: la miglior difesa è l’attacco. Secondo lui, tutta la polemica intorno alla vicenda sarebbe una montatura costruita ad arte dai gestori storici – sono lì dal 1936 ed era previsto ci rimanessero fino all’affidamento di una nuova concessione (attesa dal 2016, data di scadenza della precedente ottantennale) a chicchessia, loro compresi, da parte dei due enti pubblici – degli stabilimenti. Quanto alla responsabilità dello stallo venutosi a creare, con tutti i danni economici che ha comportato per l’economia del territorio, non sarebbe sua e del suo collega di Guardia Piemontese, Vincenzo Rocchetti. Né della Regione, apparsa ai più poco incisiva nella crisi che ha portato alla paralisi il compendio termale, abbattendo anche l’indotto che generava. A stabilire chi abbia ragione, come spesso accade da queste parti, finiranno per essere i tribunali.

    Tutti dicono che la politica ha fatto chiudere le Terme lasciando a casa 250 lavoratori, lei cosa risponde?

    «Che la politica non ha fatto chiudere proprio nulla: è stata fatta una proposta alla società che gestiva il compendio termale da 85 anni e quella l’ha rifiutata. Le è stato detto di proseguire le attività nel 2021 a un prezzo di 90mila euro, tenendo presente che fino all’anno scorso ne pagava 44mila».

    Il canone è più del doppio del precedente, non trova normale che abbiano rifiutato?

    «No, perché fino al 2020 spese come la manutenzione delle strade, l’illuminazione pubblica e i consumi elettrici erano a carico loro. Adesso sono passate ai Comuni, che per questo hanno chiesto soldi in più che corrispondono a questi nuovi costi. La società non ha accettato, la loro proposta era di darci 30mila euro all’anno per 40 litri al secondo di acqua calda. Le nostre sorgenti forniscono in totale 100 l/s, di cui proprio 40 di acqua calda.

    Guarda caso vogliono tutta quella calda loro: significherebbe che nel resto del compendio non si può lavorare. Capisco che chi ha avuto un monopolio lo difenda con le unghie e coi denti, ma non può averlo più. E poi chiedevano garanzie per il futuro che nessuno può dar loro perché parliamo di beni pubblici che vanno messi a bando. Quindi Sateca, come tutte le società del mondo, deve partecipare a un bando. E chi lo vince gestirà gli stabilimenti nel compendio».

    I Comuni però non hanno fatto un bando…

    «C’è una manifestazione d’interesse, è la stessa cosa perché l’articolo 79 del Codice degli appalti prevede le manifestazioni d’interesse con procedure negoziate. Hanno partecipato in sei. Compresa Sateca, che ha fatto pure ricorso».

    La procedura scelta non aumenta la discrezionalità degli enti nella scelta del nuovo gestore?

    «Non è così, nessuna discrezionalità. Anche così ci sono parametri e paletti che la pubblica amministrazione deve mettere a tutela dei beni comuni. Chi presenta e chi valuta le proposte si deve attenere a quelli, non c’è nessuna differenza».

    Perché allora nell’avviso parlate di 40 litri al secondo in cambio di 70mila euro annui e a Sateca ne chiedete 90mila per il 2021 e quasi 400mila per il futuro?

    «La base d’asta è di 70mila euro, aumentabili, più una percentuale sul fatturato pari all’1%. Sateca ha lasciato macerie, chi andrà a gestire dovrà investire almeno un milione per poter operare perché la società ha portato via perfino le vasche dallo stabilimento tornato in nostro possesso. Questo sarà oggetto di separata azione giudiziaria. Il canone, comunque, non si discosta di tanto dai 90mila euro chiesti a Sateca.

    Ma di parecchio dai 400mila euro futuri…

    Abbiamo fatto un calcolo sulla base di quanto stabilito nella Conferenza Stato-Regioni del 2006, considerando i valori medi. E i valori medi hanno dato un risultato di circa 370mila euro. Abbiamo dato la disponibilità per applicare il nuovo corrispettivo da dopo il 2022 per arrivare ai 370mila euro progressivamente nel giro di 5-6 anni. Perché Chianciano e Fuggi pagano un milione di euro e le Terme Luigiane, che hanno acque di qualità superiore, dovrebbero pagare cifre molto inferiori?».

    Forse perché lì si parla di acque minerali oltre che termali?

    «Questa, perdoni il termine, è una grande cazzata. Così come 85 anni di gestione indisturbata sono un caso unico al mondo».

    Nei rapporti del Mef degli anni scorsi sulle acque minerali e termali c’è scritto altro, però. Le acque termali e le minerali sono distinte, così come i loro prezzi, e la storia del termalismo italiano è zeppa di concessioni perpetue…

    «C’è differenza tra concessione e subconcessione: la prima la hanno i Comuni, che poi affidano a terzi il servizio».

    La vostra concessione dura fino al 2036, giusto?

    «Sì, perché qualcuno l’ha trasformata. Quanto alla subconcessione, gli enti pubblici possono stabilire, giustificandoli s’intende, i canoni. Addebitare a Comuni e Regione la chiusura del compendio termale è vergognoso: è l’azienda che ha chiuso, che non ha voluto proseguire, che dice di voler tutelare lavoratori ma non tutela nessuno.

    A proposito, i lavoratori non sono 250, secondo i bilanci sono 44. Questo pseudocomitato che scrive a nome dei lavoratori vorrei sapere da chi è composto: il 90% dei dipendenti sono incazzati con la società, mi arrivano tantissimi messaggi e telefonate in questo senso, posso dimostrarlo».

    Le manifestazioni di questi mesi mostrano parecchi lavoratori in protesta però, non le pare che questo contraddica la sua versione?

    «C’è chi si porta i parenti, chi gli amici, mica sono lavoratori delle Terme Luigiane! E in quelle manifestazioni non c’è nessuno di Guardia o Acquappesa, anche perché i posti di rilievo la Sateca li ha dati tutti a gente che non è di qui. I lavoratori veri che protestano sono 3 o 4, se fa un giro per strada e parla con la gente del posto le diranno quello che dico io, non quello che dicono l’azienda o quei 3-4 lavoratori».

    Lo abbiamo fatto e ci hanno detto cose diverse dalle sue. Compreso il parroco, che ci ha raccontato di minacce subite per aver criticato voi politici…

    «Al parroco porterò sostegno se davvero è stato minacciato. Ma io e il mio collega di Guardia stiamo pensando di denunciarlo perché in un video pubblicato dal Corriere della Calabria ha detto che io e Rocchetti siamo dei mafiosi».

    Nell’avviso parlate di 15 anni più altri 15, quindi di una (sub)concessione fino al 2051, ben oltre il 2036…

    «Parliamo di un’opzione per i successivi quindici anni. Nel momento in cui avremo dalla Regione il rinnovo della concessione – magari verrà fuori che è stato fatto un abuso e che è illegittimo non averla mantenuta perpetua (la Consulta ha stabilito nel gennaio 2010 che modifiche di questo genere sono a norma, nda) – ci potranno essere gli eventuali altri quindici. Certamente non ci potranno più essere altri 85 anni di monopolio assoluto».

    In altre terme, anche calabresi, la situazione sembra identica a quella che c’era da voi e lei contesta. Cosa ha da dire a riguardo?

    «Io mi occupo del mio Comune, non degli altri. E dopo 85 anni sto cercando di far rivivere le Terme Luigiane. Se responsabilità politica c’è nella situazione che si è creata, non è dei sindaci di Acquappesa e Guardia o di chi è ora alla Cittadella. Semmai è di qualche altro politico regionale precedente, che ha fatto ingerenze e interferenze degne dell’attenzione dell’autorità giudiziaria».

    L’assessore Orsomarso dalle colonne del Quotidiano del Sud ha parlato di «proroghe a ripetizione» prima del vostro avviso pubblico: quante sono state?

    «Due, nel 2016 e nel 2019. Qualcuno dice che i comuni non sono stati in grado di fare il bando negli ultimi cinque anni, ma non è così. I comuni hanno avuto la durata della concessione in loro favore il 18 dicembre 2019: prima cosa potevo mettere a bando se non sapevo per quanto avrei potuto affidare il servizio?. L’iter della trasformazione della concessione da perpetua a temporanea è iniziato in Regione nel 2015, sotto Oliverio».

    Che era stato appena eletto però, il tempo non lo avrà perso chi c’era prima ancora di lui? Si sapeva da 80 anni che la concessione sarebbe scaduta nel 2016

    «L’atto che reputo illegittimo lo ha fatto lui e per quasi cinque anni non ci ha dato la durata della concessione. Poi nel 2019 il sottoscritto si è messo ad andare quasi ogni giorno in Regione per ottenerla. Oliverio e i suoi hanno solo ostacolato i Comuni, l’ho detto anche all’autorità giudiziaria. Ho la coscienza pulita e non ho nulla da temere, faccio quello che la legge prevede di fare. Ora le Terme Luigiane devono rivivere, ma non a vantaggio di un privato che fattura 6 milioni di euro in 4-5 mesi e lascia nei Comuni 44mila euro, 25mila dei quali versiamo alla Regione. Per me i 370mila euro chiesti a Sateca sono pure pochi».

    Eppure anche Orsomarso nell’intervista contestava la vostra scelta di applicare i presunti prezzi medi e non quelli minimi…

    «Ripeto, per quest’anno chiedevamo 90mila euro. Orsomarso si riferisce agli anni dal 2022 in poi. Non c’entra nulla che le acque siano termali o minerali, noi abbiamo calcolato le somme per analogia, sulla base della Conferenza Stato-Regioni di cui parlavo, con il metodo di interpolazione lineare. I 370mila euro sono un prezzo più basso di quello che sarebbe venuto fuori con la media aritmetica».

    Il minimo auspicato dall’assessore, invece, a quanto ammonterebbe più o meno?

    «Circa 250mila euro. Io avrei optato proprio per il massimo, che sfiorava il milione di euro».

    Lei ritiene sia compatibile col mercato un prezzo simile?

    «Assolutamente sì. Solo di budget regionale per le prestazioni sanitarie accreditate Sateca prende da anni 2,7 milioni di euro, senza contare il non convenzionato. Che saranno 370mila euro a confronto?».

    Ci sono pure i costi per l’azienda però, quelli non li considera?

    «I costi li hanno anche gli enti, che peraltro hanno la Corte dei Conti a controllarli. Io ho il dovere di mantenere determinati parametri per evitare che la magistratura contabile mi contesti scelte».

    Il dissesto del suo Comune ha avuto peso nei calcoli sui nuovi canoni?

    «Se lo avesse avuto, avrei dovuto applicare il massimo. Anche sulle concessioni, come per le aliquote, i Comuni in dissesto dovrebbero applicare le tariffe più alte, ma considerando le particolarità del caso e le ricadute occupazionali sul territorio abbiamo chiesto di meno».

    Perché allora nell’avviso che avete pubblicato non si parla del mantenimento dei livelli occupazionali?

    «Una manifestazione d’interesse dà indicazioni generali. Poi, nella lettera d’invito ai partecipanti che hanno i requisiti si mettono una serie di parametri e in base a quelli si assegnano i punteggi. La lettera non è ancora partita, ma lì ci sarà il mantenimento dei livelli occupazionali come criterio premiale. Spero che al massimo entro una decina di giorni venga inviata».

    Come mai si è arrivati a uno scontro e allo stallo totale di fronte a ripercussioni economiche enormi per il territorio, tanto più in pandemia?

    «Nei mesi estivi qui c’è stato il pienone negli alberghi. Probabile che a settembre ci sia un calo, come lamenta qualcuno, ma ad agosto c’è stato un aumento delle presenze».

    Le Terme Luigiane però non lavoravano solo ad agosto…

    «Lo facevano 4-5 mesi all’anno. In base al bando che stiamo preparando dovranno restare aperte per almeno 8-10 mesi e, giocoforza, i livelli occupazionali aumenteranno».

    Altro problema: si parla di condotte a rischio danneggiamento per colpa della chiusura e di pericoli di inquinamento perché l’acqua sulfurea destinata agli stabilimenti ora finisce in un torrente. Cosa ha da dire a riguardo?

    «Il nuovo subconcessionario non utilizzerà quella condotta, perché quella riguarda proprietà della Sateca. In ogni caso al suo interno ci può essere qualche incrostazione di zolfo che con un minimo di pulizia si elimina, le tecnologie moderne lo permettono. Nessun danneggiamento quindi, né condotte da rifare ex novo».

    Quindi servono comunque nuove condotte se quella utilizzata finora è di Sateca?

    «No, quelle comunali ci sono già nel compendio. Abbiamo “chiuso l’acqua” nell’altra condotta per non farla defluire in una struttura privata che non aveva più un contratto in essere. Le pubbliche amministrazioni devono tutelare i beni pubblici e possono procedere anche senza l’autorizzazione dei giudici, come abbiamo fatto riprendendoci gli stabilimenti all’interno del compendio».

    Avete fatto almeno un’ordinanza prima di riprenderveli?

    «Non ce n’era bisogno procedendo con l’apprensione coattiva, tant’è che nessuno ci ha detto nulla. Non avevano contratto, l’acqua non gli spettava».

    E l’inquinamento potenziale?

    «Non c’è. Lo scarico utilizzato è quello storico, non si può neanche parlare di sversamento: chiusa la condotta va tutto lì, ma non è un agente inquinante, è quello che fuoriesce naturalmente dal sottosuolo. Se ci fosse stato pericolo d’inquinamento sarebbero intervenuti i carabinieri, no?».

    Le indagini spesso sono lunghe e gli interventi della magistratura arrivano dopo…

    «Al momento nessuno ci ha contestato reati ambientali. Se fosse stato illegale quello che facciamo la prefettura non ci avrebbe mandato forze di polizia a supporto quando abbiamo ripreso lo stabilimento comunale da Sateca».

    Gran parte delle strutture legate al termalismo in zona sono di Sateca, c’è il rischio che le Terme Luigiane muoiano se loro chiudono i battenti?

    «Lo stabilimento San Francesco d’ora in poi sarà di chi si aggiudica il bando e non è detto che gli impianti termali siano più piccoli degli attuali. Lo stabilimento ha tre blocchi, dipenderà dai progetti presentati. E i clienti potranno comunque andare in alberghi esterni, di Sateca come di altri. Se ci sono o meno loro, le Terme Luigiane vanno avanti lo stesso. Tant’è che se quest’estate la Sateca li avesse aperti avrebbe incassato: la gente è andata nei paesi vicini a dormire, avrebbero avuto ospiti come altri».

    Torniamo al “bando”: se Sateca perde e fa ricorso rischia di saltare anche la stagione termale 2022?

    «Chiariamo: io non ho problemi se vince Sateca. Loro cercano di mostrare la loro indispensabilità, ma tutti sono sostituibili al mondo. E i ricorsi possono arrivare da qualsiasi partecipante, non solo da Sateca, a prescindere da chi vinca la gara. Poi dipenderà dal Tar, se darà sospensive, se farà procedere a consegne in via d’urgenza o altro. Io mi auguro che non ci siano ritardi e farò di tutto perché si riparta a regime da subito».

    Cos’ha da dire sulle voci che parlano di imprenditori locali “chiacchierati” che beneficerebbero dello scontro per prendersi le Terme Luigiane?

    «È un tentativo di diffamazione: se, tranne Sateca, alla manifestazione hanno partecipato solo aziende non calabresi quali dovrebbero essere gli imprenditori locali chiacchierati?».

    Chi ha risposto al vostro avviso però non si occupa di termalismo, non lo trova strano?

    «L’ho notato anche io, ma immagino che sia una strategia degli imprenditori. Esiste l’istituto dell’avvalimento: io partecipo a una manifestazione d’interesse, poi nella fase successiva posso dire con chi faccio l’avvalimento. Magari anche Sateca presenterà un progetto in avvalimento con qualcuno. Al momento, tra l’altro, sono loro quelli con i maggiori requisiti, dopo si vedrà».

    Quindi gli imprenditori discutibili potrebbero rientrare dalla porta di servizio, non va specificato dall’inizio che si opera con dei partner?

    «No, solo dopo aver ricevuto la lettera d’invito. E i progetti saranno valutati con la massima attenzione. Io penso che aggiudicheremo la subconcessione entro i primi di novembre. Quindi anche se ci saranno ricorsi in un paio di mesi sarà tutto pronto. La stagione 2022 alle Terme Luigiane si farà. Vogliamo aprirci al mercato e in futuro non escludo che a offrire cure termali possano essere i Comuni stessi, magari in società con qualche privato, con benefici per la comunità e non solo per dei monopolisti».

     

  • Afghani a Cosenza: adesso siamo salvi, familiari rimasti a Herat

    Afghani a Cosenza: adesso siamo salvi, familiari rimasti a Herat

    Dalla base italiana di Camp Arena ad Herat, fino a Cosenza, scappando dall’illusione di una vita di pace che minacciava di diventare un inferno. Gholam Hossain e Amir Ali, sono due interpreti del contingente italiano in Afghanistan che hanno dovuto lasciare il loro Paese con le loro famiglie, racchiudendo in pochi bagagli i frammenti di una vita che speravano fosse diversa e che invece l’arrivo tumultuoso dei talebani avrebbe cancellato del tutto.

    «Quando gli italiani si preparavano a smantellare la loro base, hanno chiesto a quanti in questi anni avevano collaborato con loro se volevano restare o andare via – racconta Amini – per noi non c’era scelta, dovevamo andare».

    Tre motivi per scappare

    I due sono hazari, sono sciiti e sono stati collaboratori degli occidentali, tre drammatiche ragioni per scappare, perché adesso esse corrispondono a tre condanne a morte. La loro esperienza con i militari italiani comincia 13 anni fa, quando il contingente di stanza ad Herat ha bisogno di interpreti e mediatori culturali. I due, che sono laureati in economia e in informatica, parlano bene l’inglese e hanno rapidamente imparato l’italiano, presentano il curriculum e vengono assunti.

    Munizioni ed armi per il militare italiano a destra, a sinistra l’interprete afghano
    Gli interpreti in giubbotto antiproiettile

    «Le nostre giornate di lavoro cominciavano alle otto di mattina e si concludevano alle sedici», dice Gholam Hossain andando indietro con la memoria e spiegando che il loro compito era di seguire l’addestramento delle forze afghane e trasferire informazioni e ordini dagli italiani ai loro connazionali. Si trattava di mediare tra due mondi diversi e lontani, di spiegare abitudini e culture e di farlo non solo stando al sicuro dentro i confini della base italiana, ma spesso seguendo le truppe in altre aree che erano pure affidate alla gestione dei nostri soldati, ma che erano ad alto rischio.

    Uno degli interpreti afghani che indossa un giubbotto antiproiettile, alle spalle militari con un cane specializzato nel ritrovamento di mine

    «Tra i caduti ci sono stati anche molti interpreti, perché lì la guerra non è mai davvero finita e non fa la differenza tra combattenti e non», dice con voce ferma Amini, che era abituato a passare disinvoltamente dalle pratiche d’ufficio all’ indossare un giubbotto antiproiettile seguendo a bordo dei gipponi i militari che quando arrivavano presso qualche sperduto villaggio avevano bisogno di una guida.

    Fratelli e genitori rimasti in Afghanistan

    Ora sono qui, a migliaia di chilometri da dove sono sempre stati, con mogli e figli, ma senza fratelli e genitori, per i quali sono assai preoccupati e con l’amara certezza che laggiù non torneranno più. Su questo i due si fanno poche illusioni, hanno conosciuto i talebani e sanno che questi in Afghanistan resteranno a lungo. Hanno il cuore lacerato come chiunque sia stato, per qualche ragione, costretto a lasciare le proprie radici, «perché per la nostra cultura la famiglia è tutto, noi passiamo tutta la vita assieme», ma a questo dolore si aggiunge il peso di un sogno svanito. Perché loro ci avevano creduto in un progetto di pace e democrazia, perfino forse di prosperità, «ma è stato come aver tentato di costruire una casa per venti lunghi anni e poi farla distruggere in pochi giorni».

    Restare in Afghanistan significava morire

    Quando è stata prospettata la necessità di scegliere, per i due non c’è stato molto a cui pensare, la decisone era nelle cose: restare significava morire, perché a noi occidentali sembra che tutto si sia consumato in una manciata di giorni, ma evidentemente tra chi invece era sul campo, era già forte la certezza dell’arrivo inarrestabile dei talebani. «E’ stato difficile decidere, ma non c’era alternativa», dicono quasi assieme, come per darsi reciprocamente una ragione ineluttabile per l’essere fuggiti da un destino crudele. E come sempre è la nostalgia a segnare il loro tempo, forse più ancora delle difficoltà materiali di chi vive da esule. La loro mente resta sempre ancorata ai luoghi e ancor di più alle persone lasciate indietro, che sono oggettivamente a rischio.

    Personale del contingente italiano e interpreti afghani in “missione” tra i banchi,
    La Kasbah a Cosenza provvede al loro sostentamento

    Il governo italiano ha scelto la loro destinazione, disperdendo in varie località il piccolo gruppo di collaboratori afghani che avevano affiancato i militari italiani. Ora sono affidati alle cure dell’associazione La Kasbah, che provvede al loro sostentamento e che, tra le altre cose, in questi giorni dovrà anche risolvere il problema dell’iscrizione delle loro bambine presso una scuola cittadina.

    Gli italiani avevano costruito scuole e ospedali

    Ma i problemi dell’oggi, per quanto assillanti e urgenti, ancora non riescono a prevalere sui ricordi e sui rimpianti. «Gli italiani avevano fatto molto, scuole, ospedali, ora è tutto perduto», dice scuotendo la testa Amir Ali  e pensando a quanti hanno perso la vita per quel progetto, «mentre i politici hanno rovinato tutto»

    Nati e cresciuti in guerra

    Il presente reclama un nuovo impegno e rinnovato coraggio, ripartire da zero, cercando presto, quando i documenti saranno a posto, un lavoro. «Vorremmo fare qualcosa legato alla nostra formazione, ma non ci facciamo illusioni», spiegano consapevoli della difficoltà della situazione, ma probabilmente per chi è venuto via da un luogo che non conosce la pace da oltre vent’anni, questo per adesso non è il problema più grande. I loro sforzi sono finalizzati alle loro famiglie, alle bambine in particolare, «perché noi siamo nati in guerra, siamo cresciuti in guerra e moriremo esuli», ma per i figli dovrà essere tutto diverso.

  • Il film-maker arbëreshë contro i luoghi comuni à la Muccino

    Il film-maker arbëreshë contro i luoghi comuni à la Muccino

    Davide Imbrogno è una delle menti artistiche più interessanti che siano sbocciate negli ultimi anni nelle Calabrie. Esperto di comunicazione e pubblicità, film-maker, scrittore, sceneggiatore, ha viaggiato tanto, mantenendo solidi legami con la propria terra d’origine. Di recente ha realizzato un cortometraggio nel quale in tanti vedono un’alternativa intelligente alla bucolica e pseudoromantica rappresentazione offerta dal costosissimo corto del regista Muccino, finanziato dalla regione Calabria.

    Il titolo del tuo cortometraggio Me Shëndet in arbëreshë significa “Con Salute”. È anche un messaggio augurale verso un pianeta che negli ultimi anni s’è riscoperto malato?

    «In lingua arbëreshë è usanza salutare il prossimo dicendo Rri mirë, ovvero “stammi bene”, e l’altra persona, come consuetudine risponde Me Shëndet” “con salute”. Infatti è proprio uno scambio di battute che ho riportato sul finale del corto. Augurare di star bene al prossimo credo sia un concetto di umanità, oggi più che mai da ribadire. È un pianeta ammalato sotto tutti i punti di vista il nostro: ecologico, salute delle persone – questa pandemia ne è l’esempio più lampante – ma soprattutto è ammalato nelle relazioni verso il prossimo. L’individualismo è forse la malattia peggiore. Mi piace pensare che ognuno di noi possa avvertire l’esigenza di augurare al prossimo di star bene».

    Davide Imbrogno, filmaker di San Benedetto Ullano
    Davide Imbrogno, film-maker di San Benedetto Ullano
     Cosa significa valorizzare luoghi e culture originarie in un tempo attraversato dal sovranismo identitario?

    «La parola identità è un termine bellissimo. Attraverso l’identità ognuno di noi si distingue dall’altro. Le persone, i luoghi, le comunità, senza identità non avrebbero la propria cultura, le proprie tradizioni. Ma oggi la parola identità viene strumentalizzata spesso dalla politica. L’identità viene confusa con il concetto di difesa dei confini e questo ci induce a pensare, e credere, che le identità altrui siano quasi una minaccia per la nostra. Credo che bisogna solo essere consapevoli di ciò che siamo, e, questo, deve portarci ad esser consapevoli di comprendere il prossimo. Nel corto ho parlato di accoglienza, di confronto. Non a caso partendo dall’identità arbëreshë – ho voluto inserire all’interno del film altre culture, altre storie – apparentemente differenti dalla nostra. La comunità di San Benedetto Ullano da anni accoglie il prossimo, ne è un esempio il lavoro magistrale che sta compiendo lo Sprar accogliendo ragazzi provenienti da tutto il mondo. E anche loro sono stati protagonisti del corto. San Benedetto è stato un luogo che cinquecento anni fa ha accolto gli arbëreshë in fuga, oggi accoglie ragazzi che provengono dall’Africa, dal Pakistan ecc. Credo che questo sia uno degli aspetti principali dell’identità di San Benedetto Ullano: accogliere il prossimo. Non trovi meraviglioso tutto questo?».

    Personaggi del corto di Imbrogno in costume tradizionale di San Benedetto Ullano
    Personaggi del corto di Imbrogno in costume tradizionale di San Benedetto Ullano
    Non sono pochi i registi teatrali e cinematografici, nonché i fumettisti – mi riferisco a quelli non indigeni -, che negli ultimi anni sono venuti quaggiù a descrivere le Calabrie o ad ambientarvi i loro lavori. Riproponendo scenari da Grand Tour, alcuni ne hanno inquadrato la componente selvatica, altri quella malavitosa, pochi sono andati però alla ricerca di una bellezza scevra da riflessi esotici o maligni. Ma è davvero così complesso ascoltare e far parlare questi territori?

    «Non credo sia così complesso, dipende da ciò che si vuole narrare. Credo che si possa fare del marketing territoriale senza cadere nello stereotipo dei paesaggi – stile servizio televisivo da trasmissione pomeridiana come “Geo e Geo” (con tutto il rispetto per la trasmissione). I paesaggi, le bellezze mozzafiato le possiede la Calabria, e le possiedono i luoghi di tutto il mondo. Puoi far vedere ogni bellezza, da quella paesaggistica a quella culturale, cercando di raccontare il tutto con un punto di vista differente da quello comune. Altrimenti rischiamo di finire nello stereotipo. Non è ciò che fai vedere o ciò che racconti, la differenza sta nel “come” esponi un luogo. Non sono un documentarista e non sarei capace di realizzare un documentario. Amo raccontare un luogo attraverso le sensazioni che quel luogo mi trasmette. Ad esempio nel film, a metà racconto, la protagonista si imbatte in un sogno. Per uno spettatore che non conosce San Benedetto Ullano e la cultura italo-albanese può apparire che quelle immagini siano frutto della mia fantasia. In realtà quelli sono luoghi, tradizioni, persone, costumi, canti arcaici appartenenti alla nostra cultura. Avremmo potuto far vedere il tutto attraverso delle immagini di reportage. Invece lo abbiamo fatto attraverso un linguaggio onirico. Magari piacerà, o magari no, ma il concetto non è se piace o non piace, il concetto è quello di mostrare le cose attraverso la scelta di un lessico che sia differente rispetto a quelli usati e strausati fino ad oggi. Questo crea la differenza tra un’opera o un’altra. Al di là di qualsiasi valore estetico».

    L'incrocio tra culture raccontato nel cortometraggio di Davide Imbrogno
    L’incrocio tra culture raccontato nel cortometraggio di Davide Imbrogno
    Questo tuo ultimo film, al di là di qualsiasi tentazione polemica, rappresenta anche una risposta al cortometraggio del regista Muccino. Ti è piaciuto il suo lavoro commissionato dalla Regione?

    «Non era la mia intenzione dare una risposta al corto di Muccino. Sarei un megalomane se pensassi questo. In primis vista la differenza di budget e quindi di strumentazione, produzione ecc. e di esperienza e talento che un regista come Muccino possiede. Detto ciò… il corto di Muccino non mi è piaciuto. E non solo per tutti gli stereotipi presenti nel racconto, ma soprattutto perché c’è sempre il concetto che dobbiamo essere noi “calabresi” a spiegare al prossimo cosa siamo e chi siamo – il personaggio di Raoul Bova che rientra in Calabria spiega e mostra alla compagna la nostra terra. È forse questo lo stereotipo più grande: spiegare agli altri chi siamo e cosa possediamo, facendolo apparire migliore rispetto a tutto il resto. Il bergamotto lo abbiamo solo noi e nessun altro! Penso che non ci sia forma di campanilismo peggiore».

    Se fosse toccato a te il compito di realizzare il corto di Muccino, quali linguaggi e contenuti avresti scelto?

    «Lo avrei raccontato attraverso “gli altri”. Non attraverso i calabresi. Mi sarebbe piaciuto fare una ricerca di tutte quelle persone, donne e uomini, provenienti da altre parti del mondo che hanno scelto per un motivo di vivere qui. Perché lo hanno fatto? Mi sarebbe piaciuto fare un corto sulle scelte altrui. Perché hai scelto di venire a vivere in Calabria? E attraverso le loro risposte, sono sicuro che si sarebbero mostrati paesaggi, cultura, luoghi, atmosfere, amore – perché ognuno di questi aspetti magari rappresenta il motivo di una scelta. Vedi, nel cortometraggio Me Shëndet tra i protagonisti c’è il mio amico Josh Gaspero, editore statunitense. Che dopo aver trascorso una vita in giro per il mondo, frequentando il jet set di New York, Los Angeles ecc. vent’anni fa ha scelto di venire a vivere ad Altomonte (CS), abbandonare la sua vita, la sua nazione, per trasferirsi in un borgo della Calabria. Penso che ci siano tante storie simili a quella di Josh. Sarebbe bellissimo raccontarle, e spiegare il perché di queste scelte. Perché si possa scegliere di vivere in un luogo piuttosto che in un altro, a maggior ragione se quel luogo non ti ha dato i natali».

    Posso chiederti quanto è costato produrre “Me Shëndet”?

    «È un corto low budget. Il comune di San Benedetto ha aderito ai contributi per la tutela e la valorizzazione delle lingue e del patrimonio culturale delle minoranze linguistiche e storiche della Calabria – il contributo è stato di circa duemila e quattrocento euro. Il resto ho deciso di co-produrlo io, ringraziando anche tutto il cast tecnico ed artistico – che hanno creduto nel progetto e mi hanno agevolato nella realizzazione del film, condividendo il progetto. È un’opera realizzata con meno di 10 mila euro totali».

    In quali contesti circolerà? Dove e come sarà visionabile?

    «Per prima cosa la divulgazione sul web. Oggi è la forma di divulgazione mediatica che con costi bassi ti permette di divulgare al meglio, geo localizzando e “targettizzando” il tuo pubblico di riferimento. Inoltre abbiamo l’intenzione di portare il corto fuori attraverso la partecipazione a festival e non solo, ma anche coinvolgendo centri linguistici e multiculturali esteri».

    Di recente hai sposato la bellissima Sonia Tiano. Auguri! La tua musa è cantante ricca di talento e musicoterapeuta. Nella cura delle ataviche malattie sociali della Calabria, quanto possono contribuire la musica e le arti in genere?

    «Sarà felicissima mia moglie per questa domanda! Ti ringrazio. Credo che le arti siano non uno dei rimedi, ben sì siano il “Rimedio”. L’arte, non solo per coloro che la producono, ma soprattutto per coloro che ne usufruiscono (traendone beneficio), è lo strumento che può far scaturire nell’essere umano la curiosità. La curiosità è la chiave di volta. Pensa al mito della Caverna di Platone, pensa ad Ulisse. Platone faceva dire a Socrate, nell’Apologia “senza curiosità l’esistenza non è umana vita…”. Solo attraverso di essa possiamo approfondire, capire e cercare le soluzioni a tutte le malattie sociali che ci circondano. Auguro a tutti noi tanta curiosità, e che essa possa scaturire dall’arte, dalla cultura e dalla consapevolezza priva di qualsiasi forma di campanilismo di ciò che siamo e di ciò che vogliamo divenire».

  • Mangia e bevi, Calabria snobbata dai gourmet

    Mangia e bevi, Calabria snobbata dai gourmet

    Basta una rapida sbirciata alle guide gastronomiche autorevoli per capire quanto la Calabria sia poco presente nel mangia e bevi che conta.
    Chiediamo il parere al guru del gusto italico a tavola Antonio Paolini, già in passato nelle guide dell’Espresso, co-fondatore di Vino da bere e ora coordinatore delle guide del Gambero Rosso.

    Come mai la Calabria, nonostante il suo meraviglioso territorio e la ricchezza di prodotti, è cosi assente dalle guide?

    «Ci sono regioni – penso anche al mio Abruzzo oltre alla Calabria e la stessa Puglia fino a non molto tempo fa – rimaste, diciamo così, ai margini dei flussi di interesse nazionale. Per motivi strutturali, come la storia emblematica della Salerno-Reggio o quella, più fresca, dell’alta velocità. Ma anche contingenti e in parte legati alla mentalità e capacità di chi le ha amministrate. Per dirtene una: l’ultima campagna pro turismo della mia regione, appena lanciata, estate 2021, ha come unici protagonisti gli arrosticini di pecora. Nella regione appunto che, alla fine, può vantare tra l’altro, oltre a una schiera di chef e ristoranti protagonisti ogni anno nei congressi nazionali e internazionali, anche il 3 stelle Michelin più meridionale d’Italia. Unico sotto Roma».

    E in Calabria cosa succede?

    «L’unica campagna calabrese che ricordo è una con grandi 6×3 in aeroporto e Gattuso come testimone. Simpatico. Ma per chi non ama il calcio? Insomma, parliamo di isolamento endemico con l’aggravante della complicità, o almeno l’acquiescenza, locale (e anche di altri ordini di problemi assai seri che pure conosciamo, e per fortuna ora pesano molto meno). Il tutto in posti, bada bene, in cui questo isolamento paradossalmente alla fine ha aiutato a salvare, mantenendo bassa antropizzazione, industria e relativa pressione inquinante, risorse uniche. E che dunque oggi sono posti puliti, naturali, spaziosi».

    Quindi perfetti per l’offerta post Covid…

    «Sì, perfetti per essere proposti ai nuovi flussi post Covid. E ricchi di prodotti autoctoni genuini ed eccezionali. Che c’erano anche prima. E che in alcuni casi – da voi la liquirizia, il peperoncino – attori forti e lungimiranti, ma rimasti figli unici, sono riusciti a portare a proscenio. E qui torno al punto. La mancanza di sistema anzitutto, e poi di certezze imprenditoriali, di flussi turistici forti e di good spender, quasi inesistenti nelle zone interne, e il paradosso che a casa si mangia bene/benissimo ha ridotto ovviamente la spinta a creare locali competitivi e “raccontabili”. E se mi permetti, le guide con le loro non immense forze hanno fatto per queste regioni anche più di qualche notabile».

    Posso chiederti da quanto tempo manchi per servizio dalla Calabria, giacché normalmente so che torni a casa solo per cambiare i vestiti?

    «Personalmente da tre anni e per un periodo vero e lungo da cinque. Ma i nostri ispettori si muovono ogni anno. E quest’anno in Calabria è in azione di rinforzo uno dei nostri – diciamo così – nuovi “cavalli” di punta. Aspettatevi belle cose».

    Quali sono le “tavole” da tenere d’occhio?

    «Questo chiedimelo a ottobre inoltrato, per favore. Dirtelo ora sarebbe spoilerare la Guida. Diciamo in generale che il coraggio di protagonisti più giovani che negli ultimi cinque anni hanno affiancato pilastri storici quanto isolati ha generato un manipolo di indirizzi ormai noti nel giro e fuori. Ma altri – ci pare e speriamo – stanno spuntando».

    Cosa consigli ad un nuovo e giovane ristoratore?

    «Di provare a essere il migliore interprete della cucina “profonda” e dei giacimenti veri della sua terra. Senza rinunce ad ambizioni e creatività, ovviamente. Ma partendo dal cimentarsi sulla sua palestra di roccia, lavorando sui sapori che ha nel Dna e le cose che gli crescono attorno, mescolandole magari con i suoi interessi e le cose che ha imparato in giro. Per capirci: provare a diventare il miglior cuoco e ambasciatore e interprete della Calabria non è un ostacolo a diventare un grande a livello nazionale o internazionale. Anzi. È un trampolino. Rende visibili e soprattutto unici. Copia di nessuno».

    Vorrei sapere data e ora in cui varcherai il confine calabro

    «Vorrei saperlo anch’io. Mentre mi intervisti sono di in treno per Milano, le prossime settimane tutte già piene. Noi siamo un po’ come i carabinieri. Andiamo dove ci mandano e dove serve con più urgenza per la pubblicazione che curiamo. Non dove vorremmo andare. Ma io spero davvero di venire – e stare, non per un evento o per un mordi e fuggi – presto».

    Stefania Monaco

  • Il sindaco del rione via Popilia

    Il sindaco del rione via Popilia

    Quanto è distante via Popilia da Palazzo dei Bruzi? E quanto cammino si deve affrontare per arrivare dal quartiere più popoloso della città fino allo scranno di sindaco? La fatica si misura non in passi, ma nella capacità di aggregare consenso e i modi sono sostanzialmente sempre uguali: promettere il riscatto del quartiere.

    Via Popilia ha sempre rappresentato il campo dove si vincono o si perdono le elezioni a Cosenza. Per il grande numero di famiglie che vi abitano, ma anche per ragioni storiche e sociali che ne hanno fatto nel tempo terreno di caccia per costruire gli imperi clientelari delle ben note famiglie politiche cosentine.

    I soliti noti

    Nell’avvicinarsi inesorabile delle prossime elezioni comunali, si prepara la consueta schiera di chi minaccia o medita di candidarsi a sindaco e tra questi è difficile scorgere autentici segni di novità. Non è nuovo Francesco Caruso, organico all’esperienza dell’amministrazione Occhiuto e che proprio nell’architetto che ha governato la città potrebbe avere il suo vice sindaco.

    A Cosenza già girano gustose battute sulla “Strana coppia”, (senza riferimenti a Walter Matthau e Jack Lemmon, che nel confronto risulterebbero comunque vincenti), con Caruso succube di un esuberante Occhiuto per nulla intenzionato a levare le mani dalla città. Anche la scelta di prendersi come vice chi ha trascinato nell’abisso del dissesto il capoluogo, se dovesse trovare conferma, pare chiaramente il frutto di un patto a tavolino separato dai bisogni dei cittadini.

    Certamente non è nuovo Marco Ambrogio, che si candida con la benedizione dei fratelli Occhiuto ed evidentemente pensa che un sindaco in famiglia non basti. Nella sinistra ancora c’è incertezza, altrimenti non sarebbe la sinistra. Quella movimentista cerca un nome in grado di rappresentare il disagio e la sofferenza sociale generati da dieci anni di indifferenza verso i bisogni reali delle persone, mentre il centrosinistra dibatte inutilmente, facendo ogni tanto affiorare la proposta di Franz Caruso, ex giovane socialista, il cui nome ciclicamente viene annunciato.  

    Via Popilia alla riscossa

    A ben guardare la novità viene proprio da via Popilia, da dove si muovono tre candidature: Francesco De Cicco, Francesco Civitelli e Luigi Bevilacqua. Mai accaduto prima. De Cicco per la verità nuovo non lo è per nulla, ma la sua appartenenza allo strategico quartiere lo pone all’attenzione. Per anni assessore di Occhiuto – che giura di non sentire da «oltre un anno e mezzo», proprio a volerne marcare la sopraggiunta distanza –  ha tenacemente presidiato ogni buca nell’asfalto, ogni tombino ostruito, chiamando celermente squadre di operai per le riparazioni, spesso supervisionando e partecipando lui stesso ai lavori. È anche in questo modo che ha lentamente costruito un consenso popolare, proiettando di sé l’immagine dell’uomo del fare. 

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    Francesco De Cicco amava definirsi l’assessore “pala e pico”, in contrapposizione (e rima) con la passione di Occhiuto per la figura di Alarico

    Lo dichiara lui stesso, quando avvisa che «dal basso sto lavorando da tempo al programma», preparando «sette liste vere» e l’aggettivo vorrebbe sottolinearne la potenza e il radicamento. La sua visione della città non vola altissimo, ma si basa su un buon proposito, «quello di togliere il muro tra i cittadini e la politica». E il suo stare sempre «sul marciapiede» vale a dire a diretto contatto con «la gente», gli sembra il modo più efficace per superare le distanze.

    Le multe a Guarascio

    Sul concreto De Cicco pare avere le idee chiare, «col Comune in dissesto, non si può fare molto, chiunque prometta il contrario mente». Tuttavia un piano ce l’ha e sulle grandi opere, vanto della stagione del sindaco Occhiuto, aggiunge che “«certamente non si possono demolire, ma molte cose si possono aggiustare». De Cicco sa di parlare al cosentino medio, quello che smadonna chiuso in macchina nel traffico bloccato e gli promette di «allargare il tratto stradale di viale Parco, aggiungendo anche parcheggi con strisce bianche, creare una variante su via Molinella e sbloccare così via XXIV Maggio». Poi il suo sguardo si volge a via Roma e aggiunge che «pure la villetta davanti alle scuole può essere modificata, con l’uso di semafori si può consentire il traffico stradale lineare e scorrevole».

    Da uno che parte da via Popilia ti aspetti attenzione verso i quartieri, ed ecco che De Cicco vuole ridare fiato «alla consulta dei quartieri». Se il ruolo assegnato nel programma alle aree periferiche e popolari vi pare troppo vago, molto decise sono invece le parole sui rifiuti e chi ne gestisce la raccolta.
    «Guarascio se ne deve andare», e la richiesta del candidato non riguarda solo il calcio. «Se fosse per me rescinderei il contratto, paghiamo milioni e la città è sporca. Gli ho fatto fare multe per mancata raccolta dei rifiuti, ma nessuno si è preoccupato di esigerne il pagamento», spiega sconsolato. Poi aggiunge che «per via del fatto che ha il Cosenza calcio nessuno osa «parlarne male»

    El pueblo unido ma non troppo

    Il percorso di avvicinamento più lungo verso una candidatura è forse quello di Luigi Bevilacqua, rom cosentino da tempo impegnato in iniziative a favore delle aree periferiche e delle marginalità sociali. «Stiamo lavorando da tempo per concretizzare un impegno e, nello specifico, realizzare una lista civica dal nome “Orizzonti futuri”», spiega Bevilacqua. Nel cammino, aggiunge, sarebbe utile trovare compagni di viaggio per non disperdere energie.

    Dunque ecco la necessità di «dialogare con altri candidati che provengano dai quartieri periferici, per portare un unico programma e restare compatti in questa tornata elettorale». E quando Bevilacqua si guarda attorno per cercare compagni di viaggio, aggiunge «con Civitelli non penso sia possibile, con De Cicco si potrebbe fare».

    Dalle baracche al Palazzo

    Rispetto a De Cicco, Bevilacqua ha una visione della città più concretamente legata al sociale e le sue battaglie ne sono la testimonianza. Con orgoglio rivendica le sue origini, nella desolazione delle baracche di via Reggio Calabria, fino alle conquiste come quella per la tutela della minoranza linguistica ottenuta con la legge n°41 del 2019 della Regione Calabria.

    Anche per lui il problema è il superamento della separazione della città in due parti che sembra non si appartengano. Sembra assai consapevole delle difficoltà e infatti spiega che «non abbiamo la velleità di vincere, ma di cominciare il cambiamento». Per questo il welfare e la distribuzione delle risorse sono un punto centrale del programma, anche per porre rimedio a dieci anni di Occhiuto, «contro cui mi sono sempre opposto, anche con esposti in procura». La Cosenza che immagina Bevilacqua è diversa dagli estetismi di chi ha governato fin qui. «A lui piace il bello – spiega riferendosi ad Occhiuto – ma ha prodotto due città separate e ingiuste». 

    La barriera invisibile

    Civitelli si era candidato a sostegno di Enzo Paolini cinque anni fa, ottenendo 268 preferenze, salite a 747 alle Regionali 2020. Anche per lui si deve passare dall’effimero che sembra aver dominato questi anni al concreto dei bisogni della città. Dunque «niente statue, né feste, ma strategie per la viabilità, parcheggi gratis, ciclovie fuori dal centro urbano». Un programma radicale, che probabilmente non dispiacerà a chi passa la giornata imbottigliato nel traffico.

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    Il vecchio rilevato ferroviario che separava via Popilia dal resto della città

    La sua corsa è cominciata nel 2016, «quando abbiamo visto chi aveva vinto e abbiamo capito che non ci sarebbe stata alcuna opposizione ad Occhiuto». Di qui l’esigenza di organizzarsi, ponendosi anche la questione dell’unità del nucleo urbano. «Quando c’era il rilevato ferroviario esisteva una vera barriera. Ora non c’è più, ma la separazione è rimasta. Lo scopo è quello di fare della città un solo corpo organico».

    Tra poco ci sarà un fiorire di liste e programmi, e come avvisa De Cicco, che forse di queste cose ne capisce, «molti candidati mirano solo ad un accordo». Alla fine ne resterà uno, potrebbe essere il più forte, non necessariamente il migliore. 

  • Turismo e comunicazione, la Calabria non impara mai

    Turismo e comunicazione, la Calabria non impara mai

    «Il turismo è una cosa complessa», sussurra Sergio Stumpo, cosentino, Ceo di Target Euro, società che si occupa di consulenze per realizzare progetti di sviluppo, con uno sguardo mirato al turismo, impegnata in 60 paesi con 120 professionisti in rete.
    Il concetto da cui partire e che Stumpo ripete come un mantra è: collaborazione e partecipazione attiva, strumenti necessari per competere e crescere sul piano sociale ed economico. Non esattamente quel che accade in Calabria.
    «Qui c’è una separazione tra il tessuto imprenditoriale e la politica», comincia a spiegare Stumpo, al punto da sospettare una forma di bipolarismo. «Senza condivisione, senza convergenza, non si va da nessuna parte». E se manca un progetto cui aderire, la partita è persa sin da subito.

    La bellezza non basta

    Eppure, magari pochi lo ricorderanno, il turismo in Calabria ha conosciuto una stagione di crescita. «Erano gli anni settanta – rievoca Stumpo – e la voglia di crescere era tanta. Scalea, Copanello, Tropea, si proiettarono verso lo sviluppo turistico». Quella spinta si fermò presto, naufragando, nella maggior parte dei casi nella speculazione edilizia, nella conurbazione esagerata, nel saccheggio dei territori. Si mandò in fumo la bellezza e con essa il futuro.
    Tuttavia «promuovere la bellezza non serve a nulla», dichiara lapidario Stumpo, che vede le opportunità costruite sulla progettualità. Avere spiagge da sogno può risultare paradossalmente inutile, se a sostenere la promozione di quella bellezza manca una idea strutturata.

    Uno è meglio di cento

    A mancare di progettualità sembrerebbe solo chi ci governa, invece Stumpo su questo aspetto è apparentemente indulgente. Spiega che «la classe politica è il prodotto del meccanismo democratico». L’accusa, dunque, pare rivolta anche a chi l’ha nominata quella classe politica. Eppure questo legame si dissolve, perché «la politica non vede ciò che dovrebbe rappresentare».
    Oggi, piuttosto tardivamente, chi governa la Regione propone 100 marcatori identitari. Ma Stumpo storce la bocca. «Sono troppi, creano confusione. Ne basterebbe uno: su cosa si vuole puntare? Cultura, paesaggi, storia?».

    Questo errore, che possiamo definire generalista, emerge pure nelle parole di Aldo Presta, docente di Comunicazione visiva all’Unical, responsabile dell’Identità visiva dello stesso ateneo ed Art Director designer.
    «Lo spot di Muccino, ma pure quelli precedenti, parlano di una Calabria indistinta e confusa», e comunque arrivano troppo tardi, sempre a ridosso dell’estate.
    Un approccio fragile ad un mondo competitivo come quello turistico, una realtà aggravata dal post Covid, che «impone riposizionamenti e marketing territoriali accurati», prosegue Stumpo.

    Il richiamo della Calabria poco efficace

    I due sguardi, quello dell’economista che crea progetti di sviluppo e quello del comunicatore che costruisce trame per veicolare le idee, convergono nel giudizio sconfortante. «Qual è l’idea di Calabria? Promuoviamo oggetti, non progetti», continua Stumpo, ponendo l’attenzione sulla grande assenza: una strategia.
    Si punta sulla presunzione di bellezza, illudendoci che questo basti a richiamare eserciti di turisti. Invece il richiamo resta vago, destinato a perdersi tra le offerte dei competitor, mirate, precise, facenti capo a un piano ben studiato.
    «Un progetto per il turismo – spiega Presta – deve partire da una analisi di ciò che si deve comunicare» e in Calabria non sappiamo se questa analisi esiste. Il turismo è un fenomeno complesso e il successo o l’insuccesso sono determinati da quello che fanno tutti i protagonisti di un territorio. Avere un albergo bellissimo, ma con la spazzatura sulla strada, vanifica ogni sforzo. «Se dichiari di avere in Sila l’aria migliore, allora i quad e i fuoristrada devono restare fuori, dando spazio alla montagna dolce, ai cavalli».

    Dal turismo ai turismi

    Ma c’è una difficoltà in più. Come avvisa Presta, «oggi parliamo di turismi, al plurale, e dobbiamo scegliere su quale puntare per potere individuare i soggetti cui parlare». E oggi i soggetti del turismo usano lingue differenti, al punto che non si parla più di target, ma di tribù, comunità che si raccolgono attorno a pratiche sportive, passioni gastronomiche, istanze culturali.
    «Con i soldi dati a Muccino si sarebbero potuti finanziare quattro progetti finalizzati a differenti obiettivi», prosegue Presta sconfortato.
    Un’altra difficoltà attende la promozione del turismo in Calabria. Nell’era della Rete il digitale non perdona e se i servizi sono deludenti rispetto all’offerta, allora sei spacciato.

    Il turismo calabrese sembra imprigionato nello stereotipo che è nella testa dei politici. «La responsabilità è del committente, non dell’efficacia della comunicazione ed è inutile inseguire nomi famosi, da Toscani a Muccino. Se quella è l’idea della Calabria, ogni sforzo è destinato al fallimento», conclude Presta.
    Stumpo va oltre: «Siamo abituati a ricevere i turisti, non a conquistarli. La Spagna, la Grecia sono avanti, hanno progettato le isole Covid Free. Qui da noi nessuno parla di progetti turistici, eppure le prossime elezioni regionali sono alle porte».

  • Alarico, da Mancini a Occhiuto la supercazzola continua

    Alarico, da Mancini a Occhiuto la supercazzola continua

    La questione Alarico è più trasversale e lontana nel tempo di quanto si pensi. La responsabilità di questa operazione di riapparizione del mito, una vera e propria supercazzola, è di «Giacomo Mancini e del festival Invasioni, ovviamente con scopi, senso e obiettivi diversi rispetto a quelli di Mario Occhiuto» – commenta l’antropologo Giovanni Sole, che ha persino scritto un libro (Il Barbaro buono e il falso beato, Rubbettino), dove racconta l’ossessione dei calabresi – dei cosentini in particolare – per gli invasori e l’odio riversato verso i figli più illustri.

    «Telesio è stato perseguitato da questa città rimasta essenzialmente simile a quella raccontata dai viaggiatori del passato». Una comunità capace di «odiare e boicottare – sostiene il docente dell’Unical in pensione – le sue menti migliori, perché i suoi abitanti sono fatti così, spacconi che scimmiottano le grandi metropoli, con una borghesia fondiaria desiderosa di conquistare quarti di nobiltà, senza nessuno spirito di innovazione e cambiamento. Altro che Atene della Calabria!». Giovanni Sole parla del passato per decifrare il presente. «Mario Occhiuto ha capito perfettamente la psicologia dei cosentini rimasta invariata nel corso del tempo e ne ha tratto benefici politici per se stesso». Lo studioso intravede una sostanziale continuità tra la città del leone socialista e quella dell’architetto di Forza Italia.

    Giovanni Sole, antropologo e docente universitario
    La leggenda del re marcatore

    Il tesoro di Alarico sta progressivamente diventando come quello di Tutankhamon. Porta male. Occhiuto fu sfiduciato (poi rieletto con percentuali bulgare) durante la prima consiliatura a metà febbraio del 2016. Il giorno dopo era previsto un convegno sul re dei goti con annesso film, mai girato, che avrebbe dovuto dare lustro a Cosenza e lavoro a un esercito di maestranze locali. Di recente è toccato a Fausto Orsomarso, assessore regionale con delega anche al Turismo, subire gli effetti della maledizione ed essere bersagliato su Facebook.

    Su un manifesto della sua #Calabriastraordinaria tra i marcatori identitari da promuovere è comparso il fantomatico tesoro di Talarico, con una ingombrante “t” in più. E, siccome «non si hanno notizie certe, di quello di Alarico» – sostiene ancora Sole – probabilmente l’autore del testo intendeva riferirsi al «re del morzello di Catanzaro», come si legge in uno dei tanti commenti ironici apparsi sui social. Altri ricordano il brand di cravatte di alta sartoria oppure un delizioso caciocavallo silano.

    Resta nelle cronache di questa città la brochure presentata alla Bit di Milano con l’immagine di Himmler, capo delle SS arrivato a Cosenza anche lui per trovare l’inesistente tesoro. Il sindaco Occhiuto e l’assessore alla Cultura del Comune di Cosenza, Rosaria Succurro, hanno cercato di difendere quella scelta. Come? Virando sul valore storico di quell’episodio e sul solito ritornello delle strumentalizzazioni politiche di avversari e odiatori di varia natura e genere.

    Alarico, il tesoro e il museo che non c’è
    La statua equestre dedicata ad Alarico. Alle spalle, quel che resta dell’ex hotel Jolly

    Il primo cittadino nel re barbaro ha visto, invece, un modo per fare marketing e per cercare di costruire un museo senza reperti, senza un monile o una pietra preziosa del tesoro. Giovanni Sole fa notare come esista anche una «segnaletica nella città vecchia con una freccia che fornisce indicazioni per raggiungere proprio il tesoro di Alarico». E che «le fonti su Alarico non hanno alcun valore storico».

    Poco importa, si direbbe. Gli scavi sono iniziati lo stesso. Poi però li ha bocciati il Mibact. Anche la demolizione dell’edificio destinato ad ospitare il museo è diventata questione per i tribunali. Un classico di Palazzo dei Bruzi in questi anni. Proprio come l’utilizzo di celebrità amiche per promuovere un progetto (Sgarbi, Luttwak o il sinologo Sisci) o il ricorrere di nomi legati ad altre vicissitudini comunali.

    A supportare il Rup della “Riqualificazione della confluenza dei fiumi Crati e Busento e realizzazione del museo di Alarico” è Mario Capalbo, architetto ex socio del sindaco. Occhiuto lo aveva messo al vertice dell’Amaco. Sotto la sua presidenza, però, la municipalizzata ha accumulato perdite per circa 3,5 milioni di euro. Occhiuto per premiarlo di cotanto successo lo aveva “promosso” dirigente del Comune, salvo fare marcia indietro nel giro di poche ore. Ma solo perché aver presieduto l’Amaco fino a poco prima rendeva Capalbo incompatibile col nuovo incarico in municipio. Non con quello da quasi 40mila euro legato ad Alarico però.

    Se ad affiancare il Rup è Capalbo, la direzione dei lavori del fantomatico museo dedicato al barbaro, invece, è stata invece affidata alla Sigeco Engineering. Tra i soci compare Antonino Alvaro, che risulta tra gli indagati dell’inchiesta sul collaudo di piazza Bilotti. Ad oggi sulla confluenza del Crati e del Busento rimane soltanto una statua equestre dedicata al condottiero e lo scheletro del piano terra del Jolly, mostro architettonico già sede dell’Aterp. Nulla più.

  • Muccino, il trucchetto della Regione per non parlarne più

    Muccino, il trucchetto della Regione per non parlarne più

    L’interrogazione che si era persa e poi fu annullata. Sarebbe il titolo efficace per una ipotetica sceneggiatura sul destino di “Sul cortometraggio Calabria terra mia, del regista Muccino”. Presentata il 21 ottobre del 2020, smarrita nell’oblio delle mille carte della Regione Calabria, ricomparsa dopo otto mesi col destino di essere annullata “per assenza del proponente”.
    Il proponente era Francesco Pitaro. Eletto in una lista che sosteneva Callipo, è passato poco dopo al gruppo Misto. Pitaro alla versione fornita da Giovanni Arruzzolo, presidente del Consiglio regionale, proprio non ci sta.

    Il consigliere c’è, ma non si vede

    «Quel giorno ero presente in aula e ho tenuto anche degli interventi» racconta come prova del suo impegno. In effetti sulla pagina della Regione è riportato il video del suo intervento, con cui annuncia voto contrario ad alcuni provvedimenti che l’opposizione considerava inammissibili.

    «Mi ero allontanato dall’aula – prosegue – perché il mio naturale interlocutore, cioè il presidente Spirlì, era assente. Dunque non avrei avuto nemmeno in quella occasione risposta alla mia interrogazione». Nella seduta precedente, il 18 Giugno, proprio Spirlì aveva chiesto di rimandare la discussione perché non del tutto preparato a fornire informazioni. E «per cortesia istituzionale avevo acconsentito», sostiene Pitaro.

    pitaro-francesco
    Francesco Pitaro, consigliere regionale del gruppo Misto

    Fuga dalla risposta

    Sembra un giochino un po’ infantile, costruito attorno alle pieghe del regolamento per sfuggire all’obbligo istituzionale di dare risposte su un tema che ha fatto sorridere molti. E che, però, ha anche rappresentato una scelta “strategica” e molto orgogliosamente propagandata dell’amministrazione Santelli. In realtà è la misura di una pratica politica che sceglie la furbizia a discapito dell’impegno responsabile, lo sgusciare rispetto alla difesa delle proprie scelte. O, forse, l’unica soluzione per una classe dirigente consapevole dell’indifendibilità di certe operazioni.

    Viene da immaginare gli assessori riuniti e un po’ seccati, in cerca della via di fuga meno imbarazzante per evitare di parlare ancora del corto di Muccino. Poi il colpo di genio di Arruzzolo, che scorgendo vuoto il banco di Pitaro si affretta a dichiarare decaduta la questione. Tattiche elusive, davanti a un argomento imbarazzante dopo la magra figura rimediata dal video. Doveva promuovere la Regione, ha scatenato ilarità e critiche sui social, tra congiuntivi torturati a morte e stereotipi consunti di coppole e bretelle indossate da giovani in improbabili piazze di paesini.

    Uno scontro più corto del filmato

    Il seguito della storia è uno scontro tra il committente e il regista, accusata di aver divulgato il prodotto realizzato senza le necessarie autorizzazioni, con conseguente minaccia di non eseguire il pagamento della cifra pattuita.
    Sembrava il via di una battaglia legale e invece si è giunti presto ad un accordo piuttosto banale: uno sconto, nemmeno sostanzioso. Il Burc racconta che dal milione e 600 mila euro del costo iniziale si è scesi ad un totale di 1.382.729,90 euro.

    Del video intanto non c’è traccia. Scomparso dai social e mai usato sui canali istituzionali, né su quelli destinati alla promozione del territorio. Il presidente facente funzioni ha chiesto al regista alcuni aggiustamenti, mai chiaramente definiti. Pare che sparirà il finocchietto dalla soppressata.

    Pitaro tenta il bis

    Intanto Pitaro non si è arreso. E dopo aver visto decadere la sua interrogazione per una assenza mai davvero avvenuta ha ripresentato il quesito. Certo nemmeno lui è sembrato particolarmente insistente. Da ottobre del 2020, data di presentazione della prima interrogazione, fino a giugno 2021 non risulta abbia marcato stretto la Giunta per sollecitare repliche. «Non avrei potuto fare altro, le regole a riguardo sono stringenti. Il consigliere che propone una interrogazione – spiega – può solo attendere la risposta».

    Intanto, perché in Calabria non ci facciamo mancare niente, dalla graduatoria relativa al finanziamento di grandi eventi culturali sono scomparsi alcuni festival storici. E anche su questo l’implacabile Pitaro ha avanzato richiesta di accesso agli atti.
    «Il 17 giugno ho fatto richiesta di tutti i verbali della Commissione di valutazione. Tuttavia ne sono stati consegnati solo alcuni e non quelli precedenti la fase di annullamento della graduatoria», racconta.  E il materiale pervenuto «non è sufficiente» per poter svolgere il suo mandato.

    Il rimpianto che non ti aspetti

    Le preoccupazioni di Pitaro sembrano ben fondate. Alcuni eventi culturali esclusi sono assai rappresentativi di fermenti culturali vivaci, importanti ed apprezzati. Nell’elenco figurano il Peperoncino Jazz festival, il Festival d’Autunno e gli eventi della Fondazione Trame, cancellati proprio nell’anno in cui Vibo è “Capitale italiana del libro“.

    Al netto delle motivazioni, sono scelte che appaiono come scarsamente sensibili verso le realtà dei luoghi e al successo di certi eventi. Al punto da far affiorare una inattesa nostalgia, quella dei tempi di Oliverio. Sembra un’eresia, eppure è il consigliere Giuseppe Aieta a spiegare che l’allora governatore destinò 7 milioni di euro agli eventi culturali nel triennio 2017/19. L’attuale Giunta ha stanziato per i grandi festival solo un milione e 300 mila euro. Meno dei soldi sborsati per un cortometraggio senza sapore.