Categoria: Inchieste

  • Vent’anni di solitudine: l’ex Sin e la bonifica che non si fa mai

    Vent’anni di solitudine: l’ex Sin e la bonifica che non si fa mai

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    Cinquantaquattro conferenze dei servizi dopo, non è successo niente. Seguire le notizie sul Sin di Crotone può far venire un senso di nausea e ridondanza. Una serie infinita e sfiancante di proclami, promesse non mantenute, tavoli di discussioni mai conclusi, attese. E una tragica mancanza di progettualità, di visione del futuro per una zona immobile da troppo tempo.

    Il prossimo 26 novembre la città festeggerà un triste anniversario. Saranno 20 anni da quando l’ex zona industriale tra Crotone, Cerchiara e Cassano dello Ionio è finita nell’elenco dei Siti d’Interesse Nazionale. Sotto questo titolo si raggruppano le aree più inquinate del nostro Paese, contaminate ad un livello tale da essere un rischio per la salute umana.
    Pezzi d’Italia compromessi da sostanze nocive, che hanno bisogno di interventi di bonifica profondi prima di tornare alla comunità, quando è possibile farlo.

    Lo sviluppo che contamina

    A Crotone il sito più inquinato è stato il motore dello sviluppo economico per molti anni, dagli anni ’20 fino agli inizi degli anni ‘90.
    Un’illusione di crescita, in un luogo dove ora è tutto completamente fermo, improduttivo e contaminato. Una mancanza dal quale non è riuscita più a riprendersi.

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    Paolo Asteriti (WWF)

    «La città ha perso tutta la sua economia, basata sulle industrie, e ancora non si capisce cosa succederà su quel terreno di fronte al mare», ci spiega, con tono rassegnato, Paolo Asteriti, segretario provinciale del WWF, una delle tante associazioni ambientaliste presenti a Crotone che sta lottando per tenere alta l’attenzione sul tema delle bonifiche.

    Metalli pesanti

    Con il Sin di Crotone ci riferiamo, soprattutto, a 530 ettari di terreno che costeggiano lo Ionio poco al di fuori della città. Una grossa ex area industriale, legata al reparto chimico e al trattamento dei rifiuti, con una buona presenza di industrie alimentari. Gli impianti principali appartenevano all’ex Pertusola. In quegli stabilimenti si fabbricava soprattutto lo zinco: è stata la più grande fabbrica della Regione, fin quando è stata operativa. Inoltre, la zona comprende gli stabilimenti della ex Fosfotec, la ex Agricoltura, e la ex Sasol Italia/ex Kroton Gres.

    «Crotone è stata un’area particolarmente importante per tutta Europa per la produzione dello zinco dalle blende, nella zona dell’ex Pertusola. Però, è emersa la presenza di contaminazione legata alle industrie della produzione dell’acido fosforico, di ammoniaca e così via. Una sorta di contaminazione mista, legata soprattutto al tema dei metalli pesanti» ci spiega Mario Sprovieri, dirigente di ricerca del CNR e responsabile scientifico del progetto Cisas, il Centro Internazionale di Studi Avanzati su Ambiente, Ecosistema e Salute umana.

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    Mario Sprovieri

    Tra le tante cose, il centro ha portato avanti il progetto SENTIERI, lo studio epidemiologico più completo sui siti d’interesse nazionale, volto a monitorare gli impatti delle sostanze inquinanti sulle popolazioni circostanti. Stando alle rilevazioni, gli inquinanti presenti nel terreno e nel mare di Crotone sono soprattutto cadmio, zinco, piombo e arsenico: la zona del porto, inoltre, ha registrato alti livelli di mercurio, cromo e rame, così come di DDT2.

    Le bonifiche e la mappatura del Sin di Crotone

    Oltre alle aree industriali, il Sin di Crotone comprende una discarica e la fascia costiera, altri 1469 ettari di territorio da bonificare che si trovano a mare, tra la foce del fiume Passovecchio, a nord, e l’Esaro a sud. Una stima ottimistica, secondo gli esperti del Cnr. Infatti, ci spiega ancora Sprovieri, il Sin di Crotone ha una particolarità: a causa della conformazione costiera, forti eventi alluvionali possono «trasportare contaminanti presenti nell’area portuale, più contaminata rispetto alle altre, nelle aree più offshore».

    Crotone è circondata da colline di argillose che la dividono in due. © copyright Agostino Amato

    Il Sin, comunque, non si ferma a Crotone: l’area si estende anche ai comuni di Cassano allo Ionio e Cerchiara, dove si trovano tre discariche. Il quadro, però, non è completo. Secondo il report di Legambiente Liberi dai veleni del 2021, la mappatura del Sin è ancora al 50%. Di questa porzione, le bonifiche riguardano solo il 13% dei terreni, e l’11% dell’area marina. Praticamente niente.

    Una città ferita

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    Queste palazzine di edilizia popolare (Aterp) nella periferia di Crotone fanno parte dei siti “altamente contaminati”. © copyright Agostino Amato

    La contaminazione non si ferma alla sola area del Sin. Nel settembre nel 2008, con l’operazione “Black Mountains”, è venuto fuori che dagli anni ’90 gli scarti industriali dell’ex Pertusola, sono stati mescolati con materiali edili, utilizzati per le costruzioni in varie parti della città. «Il cubilot veniva regalato alle ditte, che lo prendevano, probabilmente ignare della tossicità», continua Asteriti.

    Questa miscela forma il Conglomerato Idraulico Catalizzato. Lo hanno utilizzato per costruire gli alloggi popolari “Aterp” nei quartiere Lamparo e Margherita, la scuola San Francesco ma anche per costruire vie, strade e persino il parcheggio della Questura.

    La questura di Crotone fa parte dei siti contaminati, come ricorda il cartello “Attenzione accertata la presenza nel sottosuolo di materiali che, se privi di copertura, potrebbero rivelarsi nocivi per la salute…” © copyright Agostino Amato

    Assoluzioni e prescrizioni

    Nonostante la scoperta, l’inchiesta s’è conclusa nel 2012 senza produrre alcun colpevole tra i dirigenti delle aziende coinvolte. Sia il gup di Crotone che, successivamente, la Corte di Cassazione hanno prosciolto tutti i 45 indagati, per i reati di disastro ambientale e avvelenamento delle acque. I reati legati alle discariche abusive, invece, sono caduti tutti in prescrizione.

    La questione del Sin, insomma, ha toccato tutta la città, che nel corso degli anni si è mobilitata più volte per protestare contro le condizioni ambientali e l’alta incidenza di tumori. La questione è così sentita da diventare politicamente decisiva: alle amministrative del 2020 ha trionfato l’ingegnere ambientale Vincenzo Voce, uno dei protagonisti dei movimenti ambientalisti e con una lunga storia di lotte per la bonifica del Sin. Col sostegno di una serie di liste civiche, tra cui Tesoro Calabria di Carlo Tansi, ha vinto con il 63,95% dei voti.

    Vent’anni e non sentirli

    La fetta più grossa delle bonifiche spetta a Eni Rewind, la società controllata del colosso dell’energia che si occupa di risanamento ambientale.
    Il processo di bonifica di quella fetta del Sin è partito solo nel 2010 e si è inceppato molto spesso, tra rimodulazioni e piani molto contestati.

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    Il silos della Pertusola Sud coperto da un murales commissionato dall’Eni, che dirige la bonifica della zona industriale. © copyright Agostino Amato

    In particolare, negli ultimi due anni lo scontro si è concentrato sulla rimodulazione del Progetto operativo di bonifica (POB) Fase 2, autorizzato nel marzo del 2020. Secondo gli attivisti ambientali – tra cui lo stesso Voce, prima di diventare sindaco – il piano da 305 milioni di euro mira alla messa in sicurezza permanente e non ad una vera e propria bonifica, che permetterebbe di riqualificare le aree.

    Le ultime notizie su questo fronte parlano di tavoli, intese e collaborazioni tra le autorità pubbliche e la società. Troppo poco, dopo tutto questo tempo.
    Di recente, sembra si stia muovendo qualcosa su uno dei temi più sentiti dalla città: il recupero dell’area archeologica dell’antica Kroton, che ricopre il 15% del Sin.

    In questo caso, la bonifica è di competenza del Ministero della Cultura: il sindaco Voce ha annunciato lo scorso 7 aprile di voler riaprire in tempi brevi il castello di Carlo V. Anche qui, però, le tempistiche sono incerte.
    Nella confusione di norme, competenze e territori sparsi, un dettaglio non va trascurato: dal 2018 manca un commissario straordinario alle bonifiche. Il Governo aveva nominato nel 2019 il generale Giuseppe Vadalà, ma non si è ancora insediato, tant’è che Voce ha scritto a Draghi per avere delucidazioni in merito.

    Le buone notizie

    Se c’è una buona notizia, in tutto questo, è che i dati non mostrano al momento un livello di inquinamento tale da essere un rischio per la popolazione. Secondo le analisi del progetto SENTIERI, «si può dire che il Sin di Crotone ha un impatto sulla popolazione ridotto, rispetto ad altre situazioni in cui i fenomeni di impatto sono più significativi».

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    Lungomare. Secondo uno studio effettuato nel 2004 da Legambiente e WWF nel mare di Crotone, durante il primo e il secondo semestre del 2002, sono stati rilevati, rispettivamente, 33.360 e 29.704 microgrammi per chilo di arsenico, mentre nel secondo semestre 2003 il dato era di 39.557. Il valore limite è 12.000. © copyright Agostino Amato

    Nello studio, i professori del Cisas hanno analizzato quattro matrici: l’aria, il suolo, i sedimenti marini ed il pesce. Una serie di fattori hanno permesso di abbassare il livello di inquinamento. Secondo Sprovieri, il più importante è stato, paradossalmente, un’alluvione: quella del 14 ottobre 1996.
    La grossa bomba d’acqua che si è generata ha causato una specie di «effetto di lavamento della falda e dei suoli. Ciò ha abbassato in maniera significativa la contaminazione proprio su queste due matrici. Alcuni inquinanti sono ancora presenti, ma con livelli di gran lunga inferiori rispetto a quelli che erano stati rilevati nel periodo precedente».

    I rischi legati al cibo

    Anche i dati sulla qualità dell’aria hanno registrato parametri nella norma. La questione che preoccupava di più gli studiosi del Cisas è quella legata al cibo: «I sedimenti all’interno dell’area portuale, ed in parte nell’area esterna, mostrano valori di concentrazioni soprattutto dello zinco, ma anche degli altri metalli pesanti, che sono importanti».

    Il rischio è che i pesci bentonici, cioè quelli che vivono a contatto con il fondo del mare, possano brucare i sedimenti depositati sul fondo del mare: in questo modo, gli inquinanti verrebbero assimilati dagli animali, per poi finire sui piatti dei consumatori. Anche in questo caso, però, i dati raccolti dagli studiosi del Cnr non hanno evidenziato nessuna contaminazione significativa: «Siamo stati contenti di poter verificare che sostanzialmente questi contaminanti oggi nei pesci non sono presenti nella maggior parte dei casi».

    I tumori e l’ex Sin di Crotone

    Non bisogna però illudersi. Le indagini epidemiologiche e d’impatto ambientale hanno bisogno di un salto di qualità, per avere il quadro completo della situazione.
    Tanti dubbi rimangono sull’incidenza dei tumori. Il gruppo di ricerca aveva scelto il Sin di Crotone proprio sull’eccesso di mortalità: i dati di SENTIERI registrano un numero superiore alla media di decessi per tutte le tipologie di tumore.
    Questo è il dato statistico. Il problema, in questi casi, è stabilire il nesso causale tra l’inquinamento e l’insorgere di una malattia.

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    In questa zona sorgevano le cosiddette Black Mountains dove venivano stoccati i rifiuti della Montedison. © copyright Agostino Amato

    Una questione già difficile di per sé, lo è ancora di più se non si riceve collaborazione nella ricerca. Il team del Cisas non ha potuto fare un’indagine epidemiologica specifica sulla popolazione di Crotone, lamenta Sprovieri. L’unica cosa che hanno potuto fare, a causa dei ritardi burocratici, è stata una collaborazione con un reparto pediatrico: un’indagine sulle coppie madre-figlio che deve ancora essere portata a termine.

    Il problema delle alluvioni

    Non dimentichiamo, inoltre, il tema delle alluvioni e dello spargimento dei sedimenti inquinati su altre zone marine. Un fenomeno che potrebbe estendere ancora di più l’area contaminata e danneggiare gli ecosistemi più delicati che non sono stati ancora toccati dalle scorie industriali.
    «Qual è il senso di procrastinare questa cosa, se non proteggere l’ENI? Non si è mai voluto parlare col le realtà del territorio», si chiede Asteriti, amaro. «Non ci arrendiamo, perché chi resta qua ama il suo territorio, e continua a lottare. È difficile trovare la luce dopo anni di buio. Magari c’è, ma noi non la vediamo».

  • Cibo, riti e affari: le “mangiate” delle ‘ndrine

    Cibo, riti e affari: le “mangiate” delle ‘ndrine

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    C’è un menu degli uomini di ‘ndrangheta? Sì, ed è tutto sommato assai simile a quello sulle tavole calabresi nei giorni di Pasqua e Pasquetta. Le ‘ndrine, del resto, hanno sempre pescato a piene mani nella tradizione. Il cibo e le riunioni conviviali hanno sempre avuto un ruolo importante nelle dinamiche di ‘ndrangheta. Sono le cosiddette “mangiate”.

    Accordi ed equilibri a tavola

    Le più o meno affollate tavolate sono sempre state le occasioni dove le cosche di ‘ndrangheta hanno spesso stabilito accordi, creato alleanze, imbastito affari. Le cosiddette “mangiate” sono delle vere e proprie riunioni di ‘ndrangheta. Dei summit mafiosi, seri nei contenuti, ma intervallati da un bicchiere di vino rosso locale. E da succulenta carne di maiale, di capra, di agnello.

    Vale tanto sul territorio calabrese, quanto fuori dalla regione. Le ‘ndrine, infatti, ripropongono le medesime dinamiche. Che ci si trovi a Polsi, prima o dopo la processione della Madonna della Montagna. Oppure in Canada, dove da sempre è egemone il gruppo di Siderno. Oppure nell’Europa centrale – Svizzera, Olanda, Germania – dove i clan della Piana di Gioia Tauro e del Catanzarese sono egemoni. Ma anche in Australia, dove la ‘ndrangheta è capace di eleggere sindaci.

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    La processione in onore della Madonna della Montagna di fronte al Santuario di Polsi

    Dai traffici di droga ai candidati da sostenere, oppure le vicende da chiarire. Nell’inchiesta “Nuova Narcos Europa”, sui traffici del potente casato dei Molè di Gioia Tauro, convivono i metodi moderni delle nuove leve del clan, con l’arcaicità delle “mangiate” per dirimere questioni. Le “mangiate” possono essere risolutive. Oppure stabilire la fine di qualcosa o qualcuno. Anche nel maxiprocesso “Rinascita-Scott” c’è traccia delle “mangiate” organizzate dai membri della famiglia Lo Bianco, egemone nel Vibonese.

    Capretto e agnello al “battesimo”

    C’erano capretto e agnello sulla tavola quando Antonino Belnome entrò nella ‘ndrangheta. È lo stesso Belnome a raccontarlo, una volta divenuto collaboratore di giustizia. Per anni è stato uomo forte dei clan in Lombardia. Capretto e agnello arrostiti, mentre si fa entrare un nuovo uomo nell’organizzazione. Tradizione e futuro convivono perfettamente, come sempre, nella ‘ndrangheta.

    «Giura di rinnegare padre sorelle e fratelli fino alla settima generazione e di dividere centesimo per centesimo, millesimo per millesimo con i tuoi nuovi compagni e senza macchia d’onore o peggio di infamità a carico tuo e a discarico della società”. A quel punto dovevo dire “lo giuro” e tutti quanti dissero “lo giuriamo anche noi”» è scritto nel suo memoriale. E poi il taglio sulla mano e il sangue rosso che fuoriesce. Rosso come il vino con cui poi si accompagnano capretto e agnello.

    Bruciare santini e immagini sacre fa parte dei rituali di affiliazione alla ‘ndrangheta

    Il valore delle “mangiate” nella ‘ndrangheta

    Uomo della ‘ndrangheta lombarda, Belnome: «Non si poteva mangiare finché non si diceva ‘buon appetito’» spiega. Ed è proprio da una delle inchieste più note sulla ‘ndrangheta al Nord, che arriva una delle definizioni più lucide del valore delle “mangiate” in seno alla ‘ndrangheta. L’operazione “Fiori della notte di San Vito” scatta nel giugno del 1994: l’inchiesta della Dda di Milano porta all’iscrizione di quasi 400 persone. Tutte accusate, a vario titolo, di associazione mafiosa, traffico di armi, omicidio, spaccio e traffico di stupefacenti, rapine, estorsione, usura, minacce, favoreggiamento.

    Ricostruisce le dinamiche e gli affari delle cosche nelle province di Milano, Como, Lecco, Varese, Pavia e Brescia per circa un ventennio, dal 1976 al 1994. E proprio in quell’inchiesta, si legge: «Gli incontri denominati “mangiate” assumono particolare interesse investigativo, poiché permettono di documentare importanti momenti di crescita dei singoli affiliati (concessioni di doti) piuttosto che ricostruire gli equilibri interni delle strutture indagate». Anche negli incontri conviviali documentati ormai circa 30 anni fa, il piatto preferito era la carne di capra.

    In Calabria e ovunque

    Le indagini degli ultimi anni raccontano come sia ancora viva questa ritualità in Calabria e in Lombardia, ma non solo. Un’inchiesta sulle cosche di Giffone, infatti, ricostruisce una “mangiata” a base di carne di capra anche in Svizzera, a Zurigo. Siamo nel maggio 2020.

    E anche una delle ultime inchieste sulla ‘ndrangheta nel Lazio, quella che ha sconvolto i territori di Anzio e Nettuno, c’è traccia di questo tipo di ritualità. Un’indagine che ha fatto emergere le figure di Bruno Gallace, Nicola Perronace, Giacomo Madafferi che fanno riferimento alle ‘ndrine di Santa Caterina d’Aspromonte e di Guardavalle.

    Anzio vista dall’alto

    Proprio Belnome parla delle “mangiate di ‘ndrangheta” in quei territori: «Si mangiano alcuni determinati prodotti tradizionali del tipo capretto, e poi ci sono delle… tutte dei rituali, delle funzioni, delle regole, delle circostanze dove in quella mangiata poi scaturisce sempre in una riunione di ‘ndrangheta […] E ci sono rigide dove c’è il capo tavola che libera la tavola”.

    Il cibo delle ‘ndrine

    Pranzi (soprattutto) e cene dove il menu tipico è la carne di capra. Ma non solo. Anche l’agnello e il maiale. Le cosiddette “frittolate” nei tanti poderi di campagna a disposizione delle cosche. Lontani da occhi indiscreti. Almeno questa è l’intenzione.

    Ma, negli ultimi mesi, sono sempre più ricorrenti i maxisequestri di ghiri. Uno degli ultimi, ingente: diversi ghiri vivi in gabbia e ben 235 surgelati in freezer in oltre 50 pacchetti. I ghiri sono considerati animali di specie protetta. E molto gettonati sulle tavolate di ‘ndrangheta. Sempre in ossequio alla tradizione, dato che se ne cibavano anche già i legionari romani.

    I carabinieri di Reggio sequestrano centinaia di ghiri surgelati a Delianuova

    Bolliti nel sugo o arrosto, la consumazione del ghiro sarebbe una celebrazione di potere. Preparare e consumare i piatti a base dei roditori, nell’immaginario ‘ndranghetista, significherebbe legarsi a un patto indissolubile. Dalle intercettazioni captate dagli inquirenti, infatti, diversi pasti in cui doveva essere rinsaldata la pace tra famiglie e sodalizi sarebbero stati a base di ghiri.

    Una caccia diffusa in tutta la Calabria: in provincia di Cosenza, sul versante ionico (Rossano), ma anche sull’Altipiano della Sila (San Giovanni in Fiore) e sulla fascia tirrenica (Orsomarso). In provincia di Crotone nella zona di Castelsilano (Sila Piccola). Ma è nelle Serre, dove si incrociano le province di Catanzaro, Vibo Valentia e Reggio Calabria, che si trova la tradizione più radicata, nel territorio di Guardavalle, Santa Cristina dello Ionio, Nardodipace, Serra San Bruno, Stilo e Bivongi.
    E, in caso di dono, d’obbligo donare il roditore ancora provvisto di coda. Solo dalla coda, infatti, è possibile riconoscere che si tratta di un ghiro e non di un topo.

  • Province, cronaca di una morte (solo) annunciata

    Province, cronaca di una morte (solo) annunciata

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    Appena l’argomento, per qualche insondabile motivo, viene fuori in una discussione, la domanda scatta automatica: «Ma le Province non le avevano abolite?». A quel punto i più informati rispondono con il tono di chi la sa lunga: «Macché… hanno abolito solo le elezioni». Alla fine è così. Eppure delle Province si parla ancora. E se ne parla, con qualche ragione, molto male.

    Non è questione rimandabile all’antropologia dei campanili e nemmeno all’ormai discendente parabola anticasta. È che, evidentemente, anche nei suoi anfratti meno appetibili e più discussi, il potere attira sempre e comunque l’attenzione. Per comprendere le ragioni della lunga agonia di questi enti, intermedi e dunque transitori quasi per definizione, bisogna però andare oltre le gaffe e le liti spicciole a cui ci ha abituati la politica nostrana.

    Le Province dall’Italia preunitaria a oggi

    Senza addentrarsi in discussioni per feticisti dell’ingegneria istituzionale, è utile ricordare che le Province trovano fondamento nell’art. 114 della Costituzione, ma in realtà sono più vecchie della stessa Italia unita: le creò, quando ancora c’era il Regno di Sardegna (1859), Urbano Rattazzi, ministro dell’Interno del governo La Marmora, mutuando il sistema francese dopo l’annessione di alcune parti della Lombardia.

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    Un ritratto di Urbano Rattazzi: fu lui a istituire le Province in Italia

    Da 95 sono poi arrivate a essere 110. Oggi nelle regioni ordinarie sono 76, più 14 città metropolitane. A cui si devono aggiungere 6 liberi consorzi (le ex province della Sicilia non trasformate in Città metropolitane), 4 province sarde, le 2 province autonome di Trento e Bolzano, 4 del Friuli Venezia Giulia che servono però solo alla geografia e alla statistica non essendo enti politici autonomi.

    In Calabria erano 3 fino al 1992. Poi in quell’infornata – che comprendeva Biella, Lecco, Lodi, Rimini, Prato e Verbano-Cusio-Ossola – rientrarono anche Crotone e Vibo Valentia. Poco prima dello scorso Natale è arrivato il rinnovo dei loro consigli provinciali, come pure di quelli di Catanzaro e Cosenza. In quest’ultima, come a dicembre anche a Crotone, ora è cambiato anche il presidente. A breve ce ne sarà uno nuovo pure a Catanzaro.

    Il consiglio ogni due anni, il presidente ogni quattro

    A proposito di elezioni, dal 2014 in poi (riforma Delrio) sono arrivate un po’ di novità. Tra queste il fatto che i consigli provinciali si rinnovano ogni due anni mentre il presidente ogni quattro. La giunta provinciale non esiste più. E a eleggere sia i consiglieri che il presidente sono sindaci e consiglieri comunali del territorio, il cui voto “pesa” in base alla popolazione del Comune di appartenenza. È un aspetto che sembra bizzarro, ma non è certo quello più paradossale delle “nuove” Province, enti in cui spesso il fattore politico va oltre la classica dialettica maggioranza/opposizione.

    Centrodestra alla riscossa

    I risultati di queste ultime votazioni, in Calabria, pendono molto verso il centrodestra. A Cosenza c’era stato un sostanziale pareggio tra i consiglieri. Poi la Presidenza è andata alla sindaca di San Giovanni in Fiore (area Forza Italia) Rosaria Succurro. Divisioni e disastri targati centrosinistra hanno chiuso la partita già prima del voto anche a Crotone, dove ha vinto il sindaco di centrodestra di Cirò Marina, Sergio Ferrari. A Catanzaro, nonostante le divisioni già striscianti e ora esplose in vista delle Comunali, i consiglieri restano in maggioranza di destra. Nei prossimi mesi si dovrà scegliere il successore di Sergio Abramo. A Vibo ha trovato conferma  il peso forzista, ma ne ha acquistato parecchio anche Coraggio Italia.

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    Rosaria Succurro, fresca di elezione a presidente della Provincia di Cosenza

     

    Reggio in attesa di funzioni

    Poi c’è Reggio, dove la Provincia ha ceduto il posto alla Città metropolitana. Da novembre, cioè dalla condanna di Giuseppe Falcomatà per il “caso Miramare”, la regge il facente funzione Carmelo Versace, che è un dirigente di Azione di Carlo Calenda. In teoria le Città metropolitane avrebbero anche più funzioni delle Province. Quella di Reggio è però l’unica in Italia a cui la Regione non le ha ancora attribuite, nonostante debba farlo per legge.

    Vibo e i conti che non tornano

    La Provincia di Vibo è famigerata per il disastro finanziario in cui è stata cacciata. Sta ancora cercando di uscire dal dissesto dichiarato nel 2013. Uno spiraglio di luce si era visto a novembre, quando la Commissione liquidatrice ha approvato il Piano di estinzione dei debiti: default chiuso con una massa passiva quantificata in 14,8 milioni di euro distribuiti a circa 1.200 creditori. A fine marzo però è venuto fuori che serve un nuovo Piano. Ci si è accorti che i prospetti contabili andavano aggiornati e che la massa passiva totale era in realtà di 25 milioni di euro. Dunque ne ce sono ancora altri 11 da liquidare.

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    Salvatore Solano stringe la mano a Papa Francesco

    La necessità di un aggiornamento l’ha segnalata alla Commissione lo stesso presidente della Provincia di Vibo, Salvatore Solano, finito nel processo “Petrolmafie”. Lui ha sempre dichiarato fiducia nella giustizi,a ma anche la sua totale estraneità alle accuse che gli vengono contestate. Forza Italia però, che pure lo aveva scelto nell’ottobre del 2018, lo ha scaricato politicamente.

    Catanzaro, da ente modello al rischio dissesto

    Problemi di natura diversa li ha invece Abramo, che si accinge a chiudere tra ben poche glorie il suo ciclo da sindaco e da presidente della Provincia di Catanzaro. L’ente che visse un’epoca descritta come d’oro con Michele Traversa e poi con Wanda Ferro era considerato infatti un modello di buona amministrazione. Fin quando, proprio con Abramo, è scoppiata la bolla dei derivati, operazioni di swap contratte nel 2007 (con Traversa) per oltre 216 milioni di euro e ora annullate in autotutela da Abramo. Che si ritrova con la grana dei ricorsi presentati al Tar dalle banche, e con il rischio del dissesto e di non riuscire a pagare nemmeno gli stipendi dei dipendenti.

    Sede_Provincia_di_CatanzaroSulle disgrazie politiche del centrosinistra un po’ ovunque e da ultimo a Cosenza, così come sull’esordio non felicissimo della presidente Succurro che ha subito assegnato un incarico (gratuito) al marito, non serve indugiare oltre. Può invece essere utile ragionare sui contorni del limbo politico-amministrativo in cui sono stati costretti questi enti, schiacciati tra Regioni e Comuni e menomati da interventi legislativi molto discutibili.

    Cinque miliardi in meno per le Province

    Partiamo dai tagli, iniziati già dal 2010 e dunque ancora prima della Delrio. Secondo uno studio della fondazione Openpolis ammontano a ben 5 miliardi di euro i trasferimenti statali decurtati negli anni. Con una conseguenza prevedibile: «Ciò ha portato ad una riduzione dei servizi e soprattutto negli investimenti (ad esempio infrastrutture di trasporto -65%)».

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    La sede dell’ex Provincia, oggi Città metropolitana, di Reggio Calabria

    La Calabria si contraddistingue per un forte accentramento verso la Regione delle funzioni che erano prima delle “vecchie” Province. Unica eccezione la Città metropolitana, che ne ha invece mantenute molte. Per farsi un’idea dell’importanza che invece hanno le poche funzioni rimaste oggi in capo alle “nuove” Province è sufficiente menzionare due settori chiave.

    Due settori chiave

    Innanzitutto la manutenzione dell’edilizia scolastica: si parla a livello nazionale di 5.179 edifici (che ospitano di 2,6 milioni di studenti), il 41,2% dei quali si trova in zona a rischio sismico. Nella nostra regione il 10,4% risulta vetusto, il 3,8% è in zona sottoposta a vincolo idrogeologico. E poi le strade provinciali, una di quelle cose che attirano su questi enti maledizioni e improperi perfino dai cittadini più morigerati. In Calabria le Province gestiscono 7.713 km di strade, molte delle quali in zone di montagna e disagiate: il 44,75% dei 2.578 km di strade della Provincia di Cosenza è sopra i 600 metri sul livello del mare, così come il 47,34% (su 1.690 km totali) di quella di Catanzaro, il 30,5% (su 818 km) di quella di Crotone, il 25% (su 875 km) di quella di Vibo e il 16,95% (su 1752 km) di quella di Reggio.

    Il paradosso delle nuove Province

    Dare risposte alle giuste rivendicazioni degli utenti, in queste condizioni e con pochi fondi a disposizione – le tasse principali che vanno alle Province sono quelle per Rc e trasferimento dei veicoli – diventa dunque complicato. E il problema del passaggio delle funzioni – e dei beni ad esse collegati – resta completamente irrisolto. La Delrio nasceva come norma transitoria verso il (poi fallito) referendum renziano del 2016 che avrebbe dovuto eliminare le Province dalla Costituzione. Invece quella legge, che doveva essere provvisoria, disciplina ancora oggi il funzionamento di questi enti.

    Nel frattempo la retorica dei tagli ha prodotto un altro paradosso: sono nati moltissimi nuovi enti (circa un migliaio tra unioni di Comuni, autorità di bacino, consorzi e quant’altro) proprio per aiutare i Comuni nella cogestione dei servizi. Un decennio di propaganda e di sperimentazioni normative sulle Province ha dunque generato un evitabile caos istituzionale. E un vuoto riempito solo dall’inettitudine delle classi dirigenti nazionali e locali.

  • Energia gratis contro il caro bollette? La Calabria ci prova

    Energia gratis contro il caro bollette? La Calabria ci prova

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    «Arrivare secondo inizia già a darmi fastidio, voglio arrivare primo nelle cose che faccio». Ha fretta Giuseppe Condello, sindaco di San Nicola da Crissa (VV). Il suo piccolo paese, “balcone delle Calabrie” alle pendici del Monte Cucco, è uno dei primi comuni nella regione che porterà a regime in tempi brevi una comunità energetica rinnovabile solidale, nel quartiere delle case popolari di Critaro.

    Qui le procedure amministrative sono state completate. L’istituzione della Comunità risale allo scorso 19 gennaio: nel giro di un mese, secondo i piani della giunta comunale, si procederà all’installazione degli impianti fotovoltaici. Le famiglie coinvolte sono 32. «Prima di Pasqua potremmo installare l’impianto, e ci vorranno 15 giorni. Contiamo di renderlo operativo entro maggio», ci spiega Illuminato Bonsignore, amministratore unico della 3E Environment Energy Economy s.r.l e sviluppatore della Comunità.

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    Un panorama di San Nicola da Crissa

    L’operazione vuole regalare ai cittadini energia pulita, il controllo dei propri consumi e bollette più basse. Stando ai dati del Comune, i beneficiari possono risparmiare tra i 250 ed i 300 euro all’anno. Tutto questo senza spese di installazione, grazie al finanziamento della BCC del vibonese. L’ambizione è quella di estendere la Comunità a tutti i 1000 abitanti del centro entro la fine dell’anno.

    Insieme ad altri Comuni, San Nicola da Crissa punta a diventare uno dei modelli per la transizione ecologica, specialmente nei piccoli comuni. E le Comunità Energetiche Rinnovabili (CER) saranno un pezzo molto importante di questa trasformazione.
    Si tratta di gruppi di soggetti, sia pubblici che privati, che decidono di produrre insieme energia elettrica tramite fonti rinnovabili da utilizzare per l’autoconsumo.

    I benefici delle Comunità energetiche

    Partiamo da una delle questione più sentite degli ultimi tempi, quella del peso in bolletta. I membri di una CER in funzione posso ottenere tre tipi di introiti. Il primo è il Ritiro Dedicato, cioè quello che si ottiene dalla semplice vendita dell’energia prodotta dagli impianti. Il secondo è l’incentivo sull’energia consumata nel momento della produzione, pari a 110 euro al MWh.

    È una questione di equilibrio: «Se produco 100 e riprendo 100, il bilancio non perturba il sistema», ci spiega Daniele Menniti, ordinario del dipartimento di Ingegneria Meccanica, Energetica e Gestionale dell’Unical.
    In questo caso, hanno un ruolo decisivo le tecnologie di monitoraggio in tempo reale dell’energia, così come i sistemi di accumulo, che permettono di conservare l’energia in eccesso ed ottenere l’incentivo durante le ore serali.

    Il terzo contributo è di circa 8 euro a MWh, che lo Stato restituisce perché gli utenti utilizzano meno la rete. Come funziona? I membri della CER continuano ad essere legati ai loro vecchi fornitori. Questi aggiungono in fattura i costi di trasporto dell’energia: lo Stato, però, sa che è stata autoprodotta, quindi restituisce i soldi ai beneficiari, per il tramite del Gestore dei Servizi Energetici (GSE).
    Non dimentichiamo, inoltre, che si tratta soprattutto di una lotta contro le emissioni. Le CER, secondo i dati di Legambiente ed Elemens, possono contribuire in Italia per il 30% degli obiettivi climatici per il 2030.

    Come si costituiscono

    Nel concreto, però, come si attiva una Comunità Energetica? A livello normativo, siamo in una specie di limbo: si possono fare, ma non si sa con che parametri potranno essere costituite in futuro.
    Le CER, infatti, sono state introdotte in Italia con l’art. 42 bis del Decreto Milleproroghe del 2019, con una serie di limiti restrittivi che dovevano essere superati con il Dlgs 199/2021, documento che recepisce in maniera completa la direttiva europea intitolata RED II.
    Il problema, però, è che ancora non sono stati stilati i decreti attuativi. Per ora, rimangono alcuni vincoli significativi, come la vicinanza fisica alla cabina secondaria o il limite di potenza degli impianti (attualmente di 200 KW).

    In attesa delle novità, e nonostante la mancanza di un piano energetico regionale, si può comunque creare una Comunità. Il primo passo è l’individuazione delle cabine secondarie, così da delimitarne il perimetro. «Con la normativa attuale possono far parte solo di una CER le persone il cui contatore è collegato a questa cabina», ci spiega Illuminato Bonsignore, che con la sua azienda ha reso possibile la creazione della Comunità di San Nicola Da Crissa. Nel paese, ad esempio, si è scelto di costruire l’impianto fotovoltaico sopra il tetto di una scuola, che era allacciata alla stessa rete del quartiere di Citrato.
    Delineato il perimetro, si può iniziare la ricerca dei membri della comunità, che dovranno fornire i dati dei consumi diurni. La parte più complicata, inevitabilmente, è l’installazione degli impianti. Sia per la lentezza della macchina burocratica, sia per la ricerca dei finanziatori.

    Il PNRR e il piano della Regione

    Il PNRR mette a disposizione 1,6 miliardi per i progetti di condivisione dell’energia nei comuni sotto i 5.000 abitanti: «Sebbene appaiono tanti, sono semplicemente il 10% di quanto ha speso il governo per tentare di combattere il caro bollette, senza neanche riuscirci», riprende Menniti. Se la Regione vuole finanziare i centri più grandi, invece, dovrà usare le sue risorse, come in parte già previsto dal nuovo POR 2021-2027.
    Una volta presentato il progetto e installate le tecnologie necessarie, la Comunità può entrare a regime.

    Le CER garantiscono dei vantaggi economici, ambientali e sociali, dando però una serie di responsabilità all’utente/gestore. «Non basta mettersi insieme, firmando un pezzo di carta. Dobbiamo far si che l’energia condivisa sia la massima possibile, ed essere capaci di consumarla nel momento in cui viene prodotta» ci ricorda Menniti.
    Nonostante l’enfasi da parte della politica, il professore chiede prudenza: «Bisogna stare attenti perché le comunità energetiche non sono la panacea di tutti i mali. Sono comunque un contributo importante, un primo passo verso la democratizzazione dell’energia» e la fine della dipendenza da fonti straniere.

    Di investimenti sulle comunità energetiche ha parlato anche di recente l’assessore regionale Rosario Varì. L’intenzione è di «sostenere i comuni che hanno più di cinquemila abitanti. Nell’ambito del Pnrr abbiamo soltanto per il supporto alle comunità energetiche 121 milioni di euro, la Regione Calabria ne ha stanziati circa 42 per il primo supporto e circa 41 per tutta la tecnologia a supporto», il suo annuncio. Seguito da quello di Roberto Occhiuto secondo cui la prima comunità energetica sorgerà proprio nella Cittadella: «Ho chiesto all’assessore che se ne facciano anche nei nostri aereoporti perché hanno bisogno di energia».

    Andamento lento

    La priorità delle varie amministrazioni deve essere l’installazione delle tecnologie rinnovabili, specialmente i pannelli fotovoltaici. Secondo il report di Legambiente Comunità rinnovabili: quale energia per una Calabria proiettata nel futuro?, la crescita degli impianti è stata costante, ma molto lenta: al momento, il tasso annuale di costruzione degli impianti è inferiore all’1%. Una lentezza che si accompagna a quella dell’intera nazione. Secondo il dossier Scacco alle Rinnovabili, per rispettare gli impegni internazionali presi, l’Italia dovrebbe installare almeno 6 GW di potenza da fonti rinnovabili ogni anno. Al 2021, non arriviamo a 1,8 GW.

    «È come se io dovessi regolare il traffico in un centro città, avendo le strade, le autovetture e tutto il resto. Allora mi pongo il problema di creare meno caos», spiega Menniti con un esempio. «Qui non siamo a questo punto. Qui ancora abbiamo installato i pannelli fotovoltaici giusto su qualche tetto, Non abbiamo esaurito la risorsa minimale, la più scontata, che non richiede di pianificare nulla».

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    Una centrale idroelettrica

    Infatti, su 10.438 GWh di energia elettrica prodotta in Regione, il fotovoltaico contribuisce solo con 681 GWh. In generale, il 36% dei consumi non sono prodotti da fonti rinnovabili, secondo i dati messi a disposizione dall’Unical. A farla la padrona sono ancora le fonti termoelettriche tradizionali, che sfruttano il gas: producono 13.000 GWh, 13 volte in più dell’idroelettrico.
    E se è vero che la nostra Regione genera un grosso surplus di energia elettrica rispetto a quella che consumiamo (+180%), bisogna ricordare che questo proviene dall’utilizzo del gas, una risorsa che prendiamo dall’estero, che inquina e sulla quale non abbiamo il controllo. Senza dimenticare che «il 90% per cento dei Comuni che hanno impianti a fonti rinnovabili hanno impianti che non funzionano perché non fanno la manutenzione».

    Le altre comunità energetiche

    San Nicola da Crissa punta a diventare la prima Comunità Energetica Solidale della Regione. «La differenza con quelle normali, fatte dai privati, è che questi investono per guadagnare. In questo caso, invece, nessuno investe. Le famiglie non mettono e non rischiano un euro, e guadagneranno. In questo modo si viene incontro alle famiglie che hanno difficoltà a pagare le bollette, perciò è solidale», specifica ancora Bonsignore.

    Ed è proprio per combattere la povertà energetica che a San Nicola si è scelto di creare la comunità nel quartiere delle case popolari. Il sindaco Condello si è voluto ispirare ad una delle prime esperienze in Italia, la CER solidale di Napoli Est, finanziata dalla Fondazione Famiglia di Maria e operativa dallo scorso 17 dicembre. Un modello che è stato citato anche dal New York Times.
    Gli esempi da cui prendere spunto non mancano nel nostro Paese. Già nel 2018, in Veneto, Coldiretti Veneto e ForGreen hanno iniziato a collaborare alla creazione di una comunità energetica agricola. Esperienza da non confondere con il filone dell’agrivoltaico, un modello che prevede l’installazione dei pannelli fotovoltaici direttamente sui campi agricoli.

    Napoli, i pannelli sui tetti della prima CER italiana

    I progetti in Calabria

    Tutte le regioni, poco alla volta, stanno iniziando a promuovere le comunità. Tornando in Calabria, San Nicola da Crissa non è l’unico progetto regionale che è quasi pronto per l’attivazione. L’Università della Calabria, da mesi, sta lavorando con i piccoli comuni calabresi. La prima convenzione tra Comuni, il dipartimento DIMEG dell’Unical ed il Consorzio Regionale per L’energia e la Tutela Ambientale (CRETA) ne ha coinvolti 16, che stanno vedendo i loro progetti realizzarsi. Dopo pochi mesi, il numero è salito a 60.
    Uno di questi è il comune di Panettieri, cittadina di poco più di 300 abitanti. Qui, un privato ha finanziato un grosso impianto fotovoltaico da 600 KW, che metterà a disposizione dei membri della CER, senza costi aggiuntivi.

    L’Università della Calabria

    Secondo Daniele Menniti, coinvolto direttamente nella loro realizzazione, «anche Francica è pronta. In dirittura di arrivo c’è pure il comune di Triolo, che fu uno dei primi a iniziare il percorso insieme a noi».
    Una strada simile a quella di San Nicola è stata battuta da Amendolara, in provincia di Cosenza. Qui, i costi della costruzione dell’impianto di Fotovoltaica Srl verranno coperti in parte da finanziamenti pubblici, ed in parte con il sostegno di alcune banche.
    Sul loro aumento, comunque, ci sono pochi dubbi. E non solo per motivi ambientali ed energetici, ma anche di opportunità politica. «Ci sono un po’ di movimenti anche su Catanzaro. Molti, in vista delle nuove elezioni, vogliono inserire nel loro programma amministrativo proprio il tema delle comunità energetiche», conclude Menniti.

  • Sì, la scuola è tutta un quiz. E neanche i prof di ruolo lo passano

    Sì, la scuola è tutta un quiz. E neanche i prof di ruolo lo passano

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    Maledette prove scritte del concorso per la scuola! Avrebbero voluto superarle in tanti: insegnanti precari in servizio già da anni, ricercatori universitari senza prospettive di carriera accademica, aspiranti docenti che si sono preparati all’esame negli istituti privati di formazione. Niente da fare. Non avranno una cattedra stabile. Sono stati bocciati quasi tutti e tutte.

    Come si svolge il concorso per la scuola

    In diversi edifici scolastici si svolgono in questi giorni gli esami per assumere i nuovi professori che occuperanno le cattedre calabresi: 431 nelle medie e 506 per le superiori. Cinquanta sono le domande a quiz; ciascuna risposta giusta vale due punti per un totale di 100. La soglia minima del punteggio per vincere è 70 punti. Quindi chi commette più di 15 errori è respinto.

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    Le classi di concorso presentano una varietà di quesiti attinenti ai contenuti delle rispettive materie didattiche. Per esempio, se si aspira a insegnare Lettere nelle scuole medie, bisogna individuare l’opzione giusta nel questionario a risposta multipla su argomenti di storia, geografia, letteratura, grammatica, informatica e inglese. In caso di superamento del test scritto, nell’orale il candidato dovrà impostare una lezione su un argomento estratto a sorte il giorno prima.

    Un esperimento con i docenti a tempo indeterminato

    Nella redazione de I Calabresi abbiamo ideato un esperimento, sottoponendo a 30 docenti già di ruolo la prova scritta dell’esame di Lettere nelle medie. Le nostre “cavie” sono insegnanti originari di varie zone del Paese, in servizio nelle scuole pubbliche di regioni differenti. A ciascuno abbiamo garantito l’anonimato e imposto due regole: rispettare i canonici 100 minuti di tempo per completare il quiz, astenersi dal consultare motori di ricerca e testi. Le domande scelte per l’esperimento non sono clonate dai tantissimi simulatori digitali presenti sul web, sui quali si sono esercitati i candidati nelle settimane precedenti la prova. I quiz simulati risultano spesso ingannevoli, perché troppo agevoli rispetto al concorso.

    Le domande poste da I Calabresi sono quelle vere, cioè mutuate dalla prova scritta effettiva, svoltasi in questi giorni. Il risultato è inquietante: soltanto quattro docenti di ruolo su 30 sono riusciti a superare la nostra simulazione d’esame. Tutti, compresi i pochi capaci di azzeccare le risposte giuste, hanno espresso forti perplessità sulla maggior parte dei quesiti.

    MAD, GPS: una vita da precari

    Dunque saranno davvero in pochissimi gli idonei a sostenere le prove orali. I volti dei candidati respinti già sprizzano rabbia, delusione, rammarico. In Calabria, come in altre regioni, non ce l’ha fatta la stragrande maggioranza dei partecipanti: tra l’80 e il 90%. Tantissimi sono meridionali, ma insegnano a intermittenza nelle scuole del nord, dove si sono trasferiti per trovare lavoro. Nei pullman e nelle macchinate che li riportano a casa, mugugnano gli aspiranti professori. Ricostruiscono a memoria il puzzle delle domande, individuano i grossolani errori commessi dagli esperti che hanno concepito alcune delle risposte opzionali.

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    Uno dei quesiti sbagliati presenti nel test

    Sono furiosi i reduci dal concorso. Li senti brontolare le farraginose etichette del sistema scolastico italiano. La maggior parte di loro proviene dalle GPS, che non sono il Global Position System, cioè un sistema satellitare, bensì le Graduatorie Provinciali Supplenze. L’omografia dell’acronimo rivela il dramma umano e lavorativo di doversi orientare in un guazzabuglio di punteggi, repentine convocazioni, sedi remote in cui catapultarsi per andare a effettuare una sostituzione poco remunerativa, eppur preziosa ai fini del punteggio.

    In provincia di Cosenza può capitare di fare lezione al mattino a Scalea e nel pomeriggio partecipare a un collegio docenti a San Giovanni in Fiore: un viaggio giornaliero di due ore e 15 minuti, con una differenza d’altitudine di 1049 metri. Tanti altri concorrenti hanno vissuto il calvario delle MAD, che tradotto dall’inglese significherebbe “pazzo”, ma in questo caso è la Messa a Disposizione ed esprime con efficacia il rischio di impazzire quando ci si avventura nel vorticoso cammino per divenire insegnante, passando dalla gavetta o addirittura, in alcuni casi, dal clientelismo.

    Concorso per la scuola: tutti contro i quiz

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    Andrew Bevacqua

    Frattanto gli uffici legali preparano i ricorsi e sui cosiddetti “social” impazzano le polemiche. I candidati dell’esame denunciano le astrusità e l’inadeguatezza delle domande a risposta multipla, trovando conforto nei pareri degli esperti di didattica. Per Andrew Bevacqua, redattore della rivista Registro Sconnesso e insegnante di Lettere nella secondaria di primo grado, «il reclutamento a queste condizioni è mortificante. Non c’è visione. Non c’è prospettiva».

    L’orale del 2018

    Cesare Lemme, docente di Storia e Filosofia nelle scuole serali, ricorda i termini in cui si svolse il concorso nel 2018: «Superai la prova scritta. All’orale mi chiesero la dimostrazione pratica che sarei stato capace di spiegare in classe i sofisti. Prima di esporre gli aspetti centrali della tematica, esordii dicendo che in chiave contemporanea i pensatori di questa corrente filosofica potrebbero essere rintracciati tra i giornalisti, gli spin doctor, i venditori della Vaporella e gli influencer. Non l’avessi mai detto! La commissaria aveva un approccio algoritmico, non la prese bene e mi intimò di attenermi ai contenuti, insinuando che io stessi giocando con le parole. Per sdrammatizzare, le feci notare che in fondo proprio questa pratica era uno dei nuclei focali della sofistica. A quel punto, lei minacciò di buttarmi fuori. Mi salvai in corner, elencando subito le date di nascita di Protagora e Gorgia, peraltro presumibili ma non certe. Vidi che negli occhi della commissaria si era accesa in extremis una luce di approvazione. Fui promosso. Non credo che fosse severa. L’avevano formata per valutare soprattutto il nostro livello di conoscenza nozionistica. A me però era parso un controsenso già il fatto di concepire domande a risposta multipla nell’esame scritto di filosofia».

    Con l’inglese non va meglio

    Dello stesso parere è Silvia Minardi, docente di Inglese nei licei, ricercatrice presso l’università per Stranieri di Siena, presidente nazionale dell’Associazione LEND, una degli esperti del Centro Europeo di Lingue Moderne del Consiglio d’Europa di Graz per il programma 2016-2019.

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    Silvia Minardi

    «A chi ha pensato che un test a scelta multipla fosse la soluzione migliore – spiega Minardi – diciamo che questa scorciatoia favorisce la “semplificazione” tanto cara ad alcuni ministri, ma non dà alcuna importanza ad aspetti importanti della professione. E soprattutto non sembra tenere in alcun conto il bagaglio di chi, magari, qualche esperienza nella scuola l’ha anche fatta. Ho avuto modo di vedere i quesiti del concorso ordinario per la lingua inglese. Io credo che sia importante conoscere il Quadro (QCER_CV) soprattutto nei suoi principi chiave. Si tratta di uno strumento fondamentale per noi docenti di lingua. Ma mettere tra i quesiti del test numerose domande sulle differenze tra B1.1 e B1.2 è del tutto inutile: un insegnante deve saperlo usare il Quadro, deve poterlo consultare ogni volta che serve per programmare, per preparare o adattare materiali, discutere con i colleghi di prove comuni e predisporre strumenti di valutazione coerenti con alcune scelte».

    Un’impostazione che non convince

    «A cosa serve – continua Minardi – saper riconoscere se un determinato descrittore appartiene ad un livello o ad un altro? E perché inserire quesiti sugli incipit di opere famose? Quanti degli aspiranti candidati insegneranno letteratura? E perché pensare oggi che insegnare lingua significhi necessariamente possedere una ampia erudizione letteraria Si tratta di una prova del tutto inutile – prosegue Minardi – che avrebbe dovuto essere sostituita da uno scritto volto a sondare la capacità di usare conoscenze in chiave didattico-metodologica: ma in questo caso, occorre ovviamente investire sulla correzione. Servono commissari disposti a correggere le prove accettando, come è accaduto nelle precedenti tornate, poco più che una pacca sulla spalla».

    Cosa bisognerebbe fare allora? «Ad un sistema di questo tipo preferiamo un sistema basato su un reclutamento che avviene al termine di un percorso formativo ad hoc. Nel nostro Paese manca da anni un sistema di formazione iniziale degno di un Paese moderno: ogni governo e ogni ministro ha, di fatto, cambiato il sistema di reclutamento stravolgendo quanto fatto dal proprio predecessore, da quando l’allora ministro Gelmini chiuse le esperienze delle SIS, le scuole che, all’interno delle università, si occupavano di formare i futuri docenti. Questi oggi sono i risultati».

    Mariastella Gelmini

    Il vecchio concorso per la scuola

    Tra le docenti di ruolo in servizio da una ventina d’anni, che si sono prestate al nostro esperimento, c’è chi ricorda l’ultimo concorso svoltosi nel ‘900. «Nel ’99-2000 – racconta Emilia P. – ci sottoposero una prova scritta. Dovemmo sviluppare una classica traccia. Era una complessa analisi testuale, un saggio breve di semiologia. Bisognava davvero dimostrare di saper scrivere, conoscere gli autori, contestualizzarli, analizzarne le opere. Chi si era predisposto a copiare, non ci riuscì. Era difficile servirsi di cartucciere e cirannini.

    Per evitare che gli esaminatori favorissero i raccomandati, ci ordinarono di inserire le nostre generalità in una busta chiusa e separata dal foglio protocollo. Intimarono di astenerci anche dall’apportare minime correzioni al nostro compito. In presenza di segni che in qualche modo potessero risultare messaggi criptati e renderci riconoscibili dai membri della commissione, la prova sarebbe stata annullata. Bloccarono i cellulari all’ingresso. Non fu possibile lo schifo avvenuto pochi giorni fa: in tanti sono stati lasciati liberi di copiare dagli smartphone.

    Adesso non mi meraviglia che abbiano sostituito quel modello di esame con i quiz. Da almeno 20 anni nell’università si studiano spezzatini di materie. I classici non si leggono più. Gli studenti sono valutati a suon di crediti e debiti. E per capire se le scuole funzionino, bombardano i nostri alunni con le prove Invalsi.
    Così li addestrano pure per i test a risposta multipla che dovranno affrontare in futuro. Sulla conoscenza prevale l’algido requisito della competenza. Ai governi neoliberisti conviene due volte ricorrere ai quiz: risparmiano i soldi delle commissioni giudicanti e mantengono appesa una sacca di precariato scolastico, che costa meno e deve tappare i buchi».

  • Capitale della cultura 2025: la Locride sogna senza cinema, scuole e teatri

    Capitale della cultura 2025: la Locride sogna senza cinema, scuole e teatri

    «Superare gli stereotipi, rendere visibile il patrimonio materiale e immateriale di una terra unica al centro del Mediterraneo, ancora tutta da scoprire»: usa slogan intriganti la campagna di lancio per la candidatura della Locride a Capitale della cultura per il 2025. Slogan che parlano di territorio che «genera cultura» e che sperimenta «metodologie e buone prassi per il recupero e la valorizzazione del patrimonio culturale» ma che sembrano fare a pugni con la quotidianità di un territorio che negli anni ha visto diminuire – e di molto – l’offerta culturale destinata ai residenti e ai turisti che scelgono di passarci del tempo.

    Teatri con le porte sbarrate da anni o mai aperti, fondi librari lasciati a marcire in improbabili sottotetti, sfregi e violenze sul patrimonio architettonico e urbanistico ereditato da secoli di dominazioni diverse, persino i Rumori Mediterranei di Roccella jazz – per 40 anni massima espressione della “cultura diffusa” in tutto il territorio reggino – “ridimensionati” ed esclusi dai finanziamenti dei Grandi eventi regionali per opera dell’ex facente funzioni Nino Spirlì. Per non dire delle scuole, con buona parte dei micro paesi della Locride che, negli anni, hanno perso anche gli istituti primari o, nel migliore dei casi, li hanno mantenuti ricorrendo al sistema delle multiclassi.

    L’ex presidente facente fuzioni della Regione Calabria, Nino Spirlì

    Locride Capitale della cultura

    L’idea di avanzare la candidatura unitaria dei 42 paesi che compongono il territorio a Capitale italiana della cultura per il prossimo 2025, è venuta al Gal Terre locridee. Ha visto l’immediata adesione dei sindaci che, in ordine sparso, stanno firmando il protocollo d’intesa presentato nei mesi scorsi. Così come quella dell’assessore regionale all’agricoltura, Gallo, che ha garantito «il sostegno della Regione e il pressing sul Ministero». L’idea, si legge nel manifesto, è quella di costruire «un progetto unitario che attivi forme di resilienza, economia circolare, partecipazione, sostenibilità» lungo un percorso in grado di rappresentare la Locride «in modo complessivo come territorio che genera cultura, in modo coeso, partecipato e condiviso».

    Un’idea – l’ennesima – nel tentativo di rilanciare il territorio. «Sulla falsariga di quello che è successo a Matera – dice il presidente dell’assemblea dei sindaci Giuseppe Campisi – quando fu scelta come Capitale italiana della cultura. Ci saranno eventi, progetti e manifestazioni per sponsorizzare la nostra candidatura. Contiamo di fare conoscere meglio il nostro territorio con le sue particolarità e con le sue ricchezze, a partire da quelle archeologiche di Locri e Kaulon».

    Il passato glorioso della Locride

    Poco più di 150 mila abitanti distribuiti tra il mare e le montagne d’Aspromonte e delle Serre, la Locride ha maturato un rapporto quasi bipolare con le meraviglie naturali e storiche che ha avuto la fortuna di ritrovarsi. Un patrimonio – borghi medievali, monasteri arroccati, castelli e torri di guardia, oltre naturalmente ai resti delle civiltà magnogreche e romane – buono da esibire quando si tratta di vendere pacchetti turistici ma che si scontra con una realtà caratterizzata da inefficienze e sprechi. Come nel caso del parco archeologico di Monasterace, minacciato da anni dall’irruenza dello Jonio e che attende ancora il completamento della recinzione e l’istallazione dell’impianto di video sorveglianza. O quello della rupe su cui sorge Caulonia, che si disfa pezzo dopo pezzo in attesa dell’ennesimo intervento.

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    Il mosaico dei draghi e dei delfini nel parco di Kaulon

    E poi una serie di sfasci e storture che hanno riguardato decine di singoli beni un po’ in tutto il comprensorio. Come il settecentesco casino di caccia sulle colline di Stignano, privo di ogni controllo e vittima indifesa di graffitari dozzinali e zozzoni da gita fuoriporta. O come il balcone in cemento e mattoni costruito impunemente sulla cinquecentesca abitazione natale di Tommaso Campanella a Stilo. Un’oscenità denunciata durante un convegno sugli studi campanelliani nel 2019 e che la terna prefettizia alla guida del Comune, pochi giorni dopo, ordinò di rimuovere.

    Serbatoio di acqua sui ruderi del Castello di Caulonia

    Caulonia e gli scontri tra Comune e Soprintendenza

    E ancora Caulonia, borgo tra i più belli in Regione, che negli anni, non si è fatto mancare proprio niente. Dalla costruzione del serbatoio dell’acqua potabile, edificato negli anni ’50 in spregio a un migliaio di anni di storia, sui resti del castello normanno, all’invasivo restauro della cinquecentesca chiesa matrice, fino alla polemica sul recupero dell’affresco del Cristo Pantacreatore, testimonianza antichissima della lunga dominazione bizantina e vittima suo malgrado di un tira e molla tragicomico. Il Comune voleva farci attorno una piazzetta in cotto con contorno di colonne doriche; la Soprintendenza minacciò di staccare la pittura da ciò che resta dell’abside di San Zaccaria per portarlo “in salvo” all’interno di un museo.

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    L’orribile copertura in vetro che protegge il mosaico del Cristo Pantacreatore a Caulonia

    La polemica è durata mesi ed è finita con un’imbarazzante copertura in acciaio e vetro. La stessa soluzione che a Placanica, pochi chilometri a nord, è stata individuata per il nuovo ascensore esterno in dotazione al castello. Un intervento pesante e dal forte impatto visivo che consentirà l’accesso ai disabili ma che ha scatenato una montagna di polemiche che hanno coinvolto la stessa Soprintendenza.

    L’ascensore esterno in vetro e acciaio del Castello di Placanica

    Accesso negato

    E se il patrimonio ereditato dal passato – punto di forza della candidatura – continua a camminare su un terreno minato, il rapporto attuale tra il territorio e la possibilità di accesso e fruizione alla cultura, è altrettanto contorto. Solo due i cinema superstiti in tutto il comprensorio, uno a Locri, l’altro a Siderno, e trovare un film che non sia un giocattolo della Marvel o un cartoon della Pixar, non è cosa da tutti i giorni. Sulle dita di una mano di contano poi le librerie, fatte salve quelle che riforniscono i testi scolastici, e anche ascoltare della semplice musica dal vivo, tolti i canonici due mesi di stagione estiva, è diventato molto più difficile che in passato.

    Il fantasma del palcoscenico

    Capitolo a parte meritano i teatri. Se buone vibrazioni arrivano dai ragazzi di Fuorisquadro – che hanno recuperato e rimesso a nuovo a loro spese il vecchio cinema liberty del paese per riconvertirlo in un teatro da 90 posti – pessime notizie arrivano da Gioiosa, unica struttura “ufficiale” che era rimasta aperta al pubblico nella Locride. Problemi all’impianto elettrico hanno fermato il cartellone: «I lavori da fare – dice il direttore artistico Domenico Pantano – sono tanti, soldi non ce ne sono. Ad oggi non è possibile ipotizzare una data per la riapertura».

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    Il teatro mai finito di Siderno: in costruzione dal 2002

    E se a Gioiosa il teatro chiude, a Siderno non ha mai aperto. E dire che la prima pietra per l’opera risale ai primi anni del nuovo secolo. Un iter elefantiaco fatto di errori e ritardi che ha fatto salire all’inverosimile i costi dal progetto iniziale e che si nutre di continui nuovi finanziamenti: l’ultimo, 2 milioni di euro garantiti con delibera del Cipe del 2018, prevede il completamento del teatro e la sistemazione della piazza adiacente ma i tempi di realizzazione non sembrano brevi.

    Il collaudo in contumacia

    Surreale poi la storia del teatro comunale Città di Locri – centro che dalla sua può comunque vantare un antico cartellone estivo in scena nel parco archeologico – che non solo ha chiuso i battenti pochi mesi dopo essere stato inaugurato nel 2018, ma è finito, suo malgrado anche nelle aule del tribunale cittadino. Il montacarichi, indispensabile per spostare su è giù dal palco le attrezzature necessarie alla messa in scena degli spettacoli infatti, non era mai stato installato.

    Lo ritrovarono a casa di un privato cittadino che, ignaro, lo aveva acquistato al doppio del prezzo dallo stesso imprenditore che aveva vinto l’appalto per il teatro, e di cui era suocero. Una storia dai tratti surreali, finita con sei rinvii a giudizio e una condanna con pena sospesa in abbreviato. Alla sbarra, oltre all’imprenditore che avrebbe messo in moto il doppio raggiro, ci sono finiti anche i tecnici che hanno firmato il collaudo dello stesso montacarichi: una sorta di collaudo “in contumacia” visto che il piccolo ascensore era da un’altra parte.

  • Donne e ‘ndrine: ribelli, vittime… ma anche boss

    Donne e ‘ndrine: ribelli, vittime… ma anche boss

    Capimafia, a volte anche più spietate e sanguinarie degli uomini. Vestali di tradizioni da tramandare, di una famiglia preservare, di un “buon nome” da conservare. Ma, assai più spesso, schegge impazzite, capaci di sciogliere quel cappio che il familismo amorale della ‘ndrangheta mette al collo degli affiliati. Per dare un futuro migliore a se stesse e ai propri figli. Sono le donne della ‘ndrangheta.

    Il ruolo delle donne

    Forse più che di “ruolo”, si dovrebbe parlare quasi di “funzione”. Le donne possono preservare o minare l’unitarietà del nucleo familiare. Il che, in un sistema come quello ‘ndranghetista, è qualcosa di fondamentale. Hanno il compito di garantire la discendenza, di crescere i figli che saranno i futuri capi e, a volte, aizzano anche alle guerre contro i clan rivali. «Significa essere l’elemento che consente la prosecuzione del governo mafioso perché genera i figli maschi, perché insegna loro l’odio e come e perché va compiuta la vendetta quando si subisce un torto» scrivono Nicola Gratteri e Antonio Nicaso ne La malapianta.

    Il procuratore di Catanzaro, Nicola Gratteri
    Il procuratore di Catanzaro, Nicola Gratteri

    Non c’è codice che tenga: «La ‘ndrangheta non ha mai guardato in faccia nessuno. Ma quando qualcuno ammazza una donna, non può pensare di sfuggire alla vendetta. Deve aspettarsi una reazione forte e rabbiosa», aggiungono nel loro libro.

    Le alleanze

    Una scelta consapevole e strategica delle ‘ndrangheta di allargare le proprie forze utilizzando le donne della propria famiglia, che vanno in matrimonio a uomini di un’altra ‘ndrina che così verrà cooptata entro l’orbita familiare del capobastone. Questo tipo di matrimoni aveva la forza di dare vita a un complesso mosaico di parentele caratterizzato da un intricato intreccio familiare, che è visibile un po’ dappertutto, ma che appare più evidente nei medi e nei piccoli comuni.

    Una struttura, quella delle famiglie di ‘ndrangheta, che, però, non ha comunque intaccato l’importanza della ritualità, che, anche tra parenti, ha continuato, infatti, a rivestire un valore cruciale in seno all’organizzazione: «Non deve sorprendere l’uso dei riti formali tra parenti, perché le cerimonie mafiose, alle quali partecipano anche membri che non sono parenti stretti del capobastone, hanno un alto valore simbolico e di suggestione […] per riconoscersi, per affermare e riaffermare gerarchie e supremazie«, afferma Enzo Ciconte nel suo libro ‘Ndrangheta.  Si creano così le alleanze.

    Le donne boss

    Dice ancora Ciconte: «Le donne hanno un ruolo centrale in questa realtà familiare non solo perché con i loro matrimoni rafforzano la cosca d’origine, ma perché nella trasmissione culturale del patrimonio mafioso ai figli e nella cura complessiva della famiglia, compresa la gestione diretta degli affari quando il marito è impossibilitato perché arrestato o limitato perché latitante, hanno via via ricoperto ruoli rilevanti».

    In un sistema patriarcale come quello delle cosche di ‘ndrangheta, peraltro, non mancano le donne che ricoprono ruoli apicali. Nelle inchieste portate avanti dalle varie Dda sono emerse, in diverse occasioni, donne che svolgevano il ruolo di cassiere o, addirittura, di vertice (magari temporaneo) del clan. «Il concetto delle donne, nella ‘ndrangheta, si intreccia, irrimediabilmente, con quello dell’onore e del potere che “è innanzitutto riposto nella inalienabilità dei beni che egli è riuscito a procurarsi o che gli derivano da fonti naturali. Al primo posto è la donna: moglie, figlia, sorella, madre, amante», come sostiene Sharo Gambino in La mafia in Calabria.

    Il caso di Aurora Spanò

    Un’inchiesta di alcuni anni fa fece emergere la figura predominante di una donna a capo della costola operante a San Ferdinando del potente casato dei Bellocco che, da sempre, divide con i Pesce il controllo su Rosarno. «Era lei che dirigeva e assumeva iniziative perché il gruppo si radicasse ancor di più nel territorio, assumendone un controllo capillare e costruendo con l’illegalità un impero, per usare le sue stesse parole» è scritto nelle motivazioni che hanno portato alla dura condanna nei confronti di Aurora Spanò per associazione mafiosa.

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    Aurora Spanò

    Una donna capace di terrorizzare chi si imbatteva sulla propria strada, di vessare con tassi usurai e richieste impossibili da essere soddisfatte. Proprio lei, sposata appunto con Giulio Bellocco, che, sebbene in secondo piano, “metteva il cappello” sull’operato della compagna: «La Spanò ne è pienamente consapevole: è l’apparentamento con i Bellocco, cui appartiene il compagno della sua vita, a fare di lei agli occhi della comunità non una “semplice” usuraia, ma la boss» è scritto ancora nelle carte giudiziarie.

    Il sacrificio di Lea Garofalo

    Se, da un canto, sono la conservazione, dall’altro, le donne di ‘ndrangheta sono anche la rivoluzione. Il caso più famoso ed emblematico, nella sua tragicità, è evidentemente quello di Lea Garofalo. Originaria di Petilia Policastro, nel Crotonese, verrà fatta scomparire e uccisa in Brianza. Pagherà la sua scelta di dare un futuro diverso per sé e per la figlia Denise. Sottoposta a protezione dal 2002, decise di testimoniare sulle faide interne tra la sua famiglia e quella del suo ex compagno Carlo Cosco. Pagando forse a caro prezzo anche l’incapacità dello Stato di difenderla da un ambiente familiare che aveva dato più avvisaglie del proposito finale sulla donna.

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    Giuseppina Pesce e Maria Concetta Cacciola

    Perché se i figli sono spesso la molla che spinge le donne a distaccarsi dagli ambienti malavitosi, spesso i figli sono anche l’arma di ricatto che il contesto familiare utilizza per riportare all’interno dei ranghi chi aveva deciso di cambiare vita.

    È il caso di Giuseppina Pesce e Maria Concetta Cacciola. La prima, figlia del boss Salvatore Pesce, coinvolta nell’operazione “All inside”, con cui i carabinieri decapitarono il potente casato di ‘ndrangheta. La Pesce firma diversi verbali d’interrogatorio e le sue dichiarazioni contribuiscono al sequestro di ingenti patrimoni nei confronti del clan di Rosarno. Ma poi si rifiuta di firmare il verbale finale che i collaboratori di giustizia devono sottoscrivere dopo 180 giorni.

    Giuseppina Pesce

    Inizierà una lunga e torbida vicenda in cui avranno un ruolo anche avvocati e stampa: l’obiettivo è quello di disinnescare la portata delle sue dichiarazioni, accusando anche i magistrati di averle estorte, e di riportare Giuseppina in seno alla famiglia. Le trame vengono però scoperte e Giuseppina riesce a salvarsi.

    Una lieto fine di cui non potrà godere la cugina Maria Concetta Cacciola. Anche lei, questa volta in qualità di testimone di giustizia, tenta di salvare i propri figli e incastra i clan di Rosarno e della Piana di Gioia Tauro con le sue dichiarazioni. Usando il ricatto di sottrarle i piccoli, però, la famiglia riesce a riportarla nella casa rosarnese, da cui non uscirà più. Verrà trovata morta per ingestione di acido muriatico. E per le sue ritrattazioni, per la campagna di stampa colma di falsità e illazioni sul suo conto, saranno anche condannati definitivamente i due avvocati del clan.

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    Maria Concetta Cacciola

    Le altre donne ribelli

    Spesso viste come l’anello debole della catena, le donne sono spesso quello più forte. Perché lo spezzano. E c’è chi riesce a spezzare le catene (talvolta, forse, anche materiali) che le legano alla ‘ndrangheta. Chi non fa in tempo. Chi viene risucchiata nel vortice. Le impedivano di uscire, la minacciavano di morte, le addossavano persino la responsabilità del suicidio del marito. La parola “prigioniera” suona quasi in maniera dolce rispetto alle violenze e ai soprusi subiti da Giuseppina Multari ad opera della famiglia Cacciola di Rosarno. Prima dal coniuge e poi, dopo il suicidio di questi, ancor più duri, ritenendola responsabile di quella morte.

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    Tita Buccafusca

    La giovane donna riuscirà a salvarsi dall’orrenda fine che spetterà, diversi anni dopo, a Maria Concetta Cacciola. O quella riservata a Tita Buccafusca, moglie di Pantaleone Mancuso, detto “Scarpuni”, boss dello storico casato di Limbadi, nel Vibonese. Decide di staccarsi da quel contesto di ‘ndrangheta, di collaborare con la giustizia. Ma, anche in questo caso, forse, la ‘ndrangheta è stata più veloce dello Stato, incapace di difendere una testimone di giustizia. Per fermare la volontà della donna si mobilita infatti l’intero casato: stessa fine, l’ingestione di acido muriatico. È la primavera del 2011, quando lo stesso marito, Pantaleone Mancuso, avvisa i carabinieri del ritrovamento della donna morta, con quelle stesse modalità.

    La simbologia

    Un rituale che si ripete. La morte per ingestione di acido muriatico è atroce per le modalità e le sofferenze che causa nelle vittime. Ma assume un significato inquietante che va oltre la morte stessa. Prima di morire, le vittime sono isolate, ricattate, delegittimate. Il cliché si è confermato tanto con Giuseppina Pesce, quanto con Maria Concetta Cacciola: farle passare per pazze, in modo tale da rendere inattendibili le loro dichiarazioni. Che invece erano dannosissime per la ‘ndrangheta: sia per i contenuti, sia per la portata simbolica.

    E allora le donne vanno soppresse con modalità che vanno oltre l’uccisione stessa. Anche inscenando un suicidio. In alcuni casi, come nel caso di Maria Concetta Cacciola, c’è una sentenza (senza colpevoli) che certifica che la giovane sia stata uccisa. E l’acido muriatico che brucia la gola ha il significato di voler mettere a tacere, di voler punire la bocca di chi ha parlato troppo. 

    Troppo ottimista, forse, l’affermazione formulata, diversi anni, fa, nel 1978, da Lucio Villari, rispondendo alle domande di Antonio Spinosa sul ruolo di rinascita che le donne potrebbero avere nella lotta alla ‘ndrangheta e ai suoi (falsi) valori: «Il nuovo ruolo della donna ha grande influenza nel provocare l’impoverimento del fenomeno mafioso. Il mafioso è un personaggio legato a schemi tradizionali della famiglia, ai miti maschilisti. Le donne calabresi si sono molto evolute, è anche attraverso loro che si scuotono tanti atteggiamenti mafiosi».

  • Asp di Cosenza, risparmio vietato: lo scandalo mense prosegue ancora

    Asp di Cosenza, risparmio vietato: lo scandalo mense prosegue ancora

    Il buco milionario nelle casse dell’Asp di Cosenza non è nemmeno quantificabile. L’ultimo bilancio approvato, sotto inchiesta della Procura che ipotizza numerosi falsi nella stesura del documento contabile, risale ormai a cinque anni (e otto commissari) fa. Una certezza però c’è: anche quest’anno si sborserà molto più di quanto accade nel resto della Calabria per i pasti dei degenti. La conferma arriva dall’albo pretorio dell’Azienda sanitaria provinciale, con due determine (la 140 e la 143) pubblicate nei giorni scorsi. Che confermano come la necessaria guerra agli sprechi per risanare i conti sia ben lontana dall’essere vinta. O, forse, combattuta.

    Due gare vecchie di quindici e più anni

    I due atti in questione riguardano, infatti, quella che, più che una gara, sembra una “maratona d’appalto” dal traguardo lontanissimo. Per comprendere meglio, però, bisogna fare un passo indietro e tornare al biennio 2006-2007. In Calabria la sanità territoriale è ancora materia per le Asl, destinate di lì a poco all’inglobamento nelle attuali macro aziende provinciali. In quegli anni si concludono due gare per la fornitura dei pasti ai degenti. La prima (2006) riguarda l’ospedale di Acri e se l’aggiudica la Orma, la durata del servizio prevista dal bando è di 36 mesi più altri 24 eventuali. Di mesi da allora ad oggi ne sono passati quasi 200, ma Orma – o, meglio, Eurorist, che ne ha rilevato il ramo d’azienda interessato – è ancora lì, proroga dopo proroga, in attesa di una nuova procedura d’appalto.

    L’ospedale di Acri

    Da Rossano a tutta la provincia

    La seconda, seppur successiva, ha implicazioni ancora maggiori sulle disastrate finanze dell’Asp. Stavolta siamo nell’ex Asl di Rossano, l’anno è il 2007. Ad aggiudicarsi la gara è una big del settore, la Siarc dell’ex presidente del Catanzaro Pino Albano. Anche qui la durata prevista da principio nel contratto è al massimo di cinque anni e, come nel caso precedente, il rapporto è ancora in essere dieci anni dopo la sua scadenza naturale. Con una differenza però: grazie a quell’aggiudicazione relativa alla sola area jonica, la Siarc si è vista assegnare anno dopo anno – senza, dunque, ulteriori procedure concorrenziali ad evidenza pubblica – i pasti per tutti gli altri ospedali (tranne Acri) di competenza dell’Asp di Cosenza.

    Non ci sono più addetti interni per le mense di Castrovillari e Lungro? Si allarga il contratto alla Siarc. Il problema si ripropone a Paola e Cetraro? Riecco la Siarc, e pazienza se i pasti vengono preparati a Castrolibero, cittadina confinante con Cosenza e a decine di km di distanza dai due ospedali. All’elenco si aggiungono progressivamente la Casa albergo di Oriolo, l’Hospice di Cassano allo Jonio, il Centro Dialisi di Cosenza e il Centro Salute mentale di Montalto Uffugo, i presidi ospedalieri di San Giovanni in Fiore, Trebisacce e Praia a Mare. Tutto senza mai una gara e a prezzi che nulla hanno di concorrenziale, anzi.

    Reggio e Catanzaro risparmiano, l’Asp di Cosenza no

    Mentre via Alimena va avanti a colpi di proroga, infatti, la Regione prova a mettere a bando la fornitura dei pasti per tutti gli ospedali calabresi. Siamo già nel 2015 quando arrivano le prime aggiudicazioni: al Pugliese-Ciaccio di Catanzaro il cibo per ciascun paziente costerà da quel momento 10,99 euro netti, al Bianco-Morelli di Reggio si scende fino a 9,22. Siarc, che si era aggiudicata la vecchia gara del 2006 con un’offerta da 11,80 euro (Iva esclusa) a degente, nel frattempo è arrivata a chiederne 13,397 oltre Iva a Paola e Cetraro. Dove doveva restare per soli sei mesi del 2015 e dove è ancora oggi a tariffe immutate. Quei pochi euro di differenza, moltiplicati per i 365 giorni di ogni anno extra trascorso e tutti i pazienti transitati dalle strutture sanitarie del Cosentino, diventano milioni di euro che si potevano risparmiare.

    Poco importa che, anche di recente, la Corte dei Conti abbia bacchettato via Alimena spiegando che la proroga è «un istituto di carattere eccezionale e ad utilizzo estremamente circoscritto, non potendo rappresentare il rimedio ordinario per sopperire a ritardi e disfunzioni organizzative». O che abusarne si traduca, sempre secondo i magistrati, in potenziali «illegittimità» o, peggio, un «danno erariale».

    Il pasticcio del bando

    In realtà la vecchia gara della Regione, tra i vari lotti, prevedeva anche le forniture per Cosenza. Solo che quella parte del bando si è conclusa con un annullamento in autotutela da parte della Cittadella. Il Consiglio di Stato, infatti, aveva stangato la procedura valutandola «se non contraddittoria, quanto meno ambigua ed equivoca e, di conseguenza, tale da indurre in errore il concorrente nella formulazione dell’offerta». «Il bando – precisavano i giudici – non fa alcun cenno alla possibilità di proroga, il disciplinare la prevede in via eventuale e la fissa in un anno, il capitolato speciale la prevede come mera facoltà per la stazione appaltante per un periodo non tassativamente determinato, che può arrivare fino ad un anno». Insomma, un pastrocchio, curiosamente relativo al solo lotto cosentino, da risolvere con una nuova gara e un bando scritto a modo.

    L’Asp di Cosenza e i commissari in fuga

    Prima che si capisca chi, tra la Regione e l’Asp di Cosenza, debba organizzare il nuovo tentativo però passano, complici alcune modifiche normative a livello statale, altri cinque anni. Anni in cui a Cosenza si spendono circa 4 milioni di euro ogni dodici mesi per sfamare i pazienti. La nuova gara parte finalmente il 5 maggio 2020, la base d’asta soggetta a ribasso è di 2,7 milioni. C’è tempo fino al 30 ottobre per presentare le offerte, lo fanno in sei. Poi, il 22 dicembre dello stesso anno, l’Asp nomina la commissione giudicatrice. Tutto sembra andare finalmente per il meglio, ma dura meno di una settimana.

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    La sede dell’Azienda sanitaria provinciale di Cosenza

    Tre giorni prima di Capodanno, sei dopo la nomina, arrivano le dimissioni del presidente della commissione, Guglielmo Cordasco, «per impedimenti personali». A breve distanza lo segue la componente Maria Marano «per impedimenti oggettivi». Così, a inizio marzo 2021, arrivano a sostituirli rispettivamente Antonio Figlino e Rosa Greco. Figlino, però, resiste poco più del suo predecessore e dà l’addio il 14 aprile, sempre «per impedimenti personali». Al suo posto arriverà, il 12 maggio, Maria Teresa Pagliuso. Nel frattempo l’Asp chiude il 2021 sborsando per i pasti tre milioni di euro, 300mila in più di quelli che pagherebbe all’eventuale aggiudicataria se anche questa incredibilmente non offrisse un centesimo in meno della base d’asta.

    Nuovi addii e proroghe

    E così si arriva alle delibere 140 e 143 dei giorni scorsi. Con la prima si riconferma uno stanziamento di tre milioni di euro per i pasti dei degenti anche per il 2022 nelle more della conclusione della gara in corso. Soldi che si divideranno le solite Siarc ed Eurorist, «cui si aggiungono per le dialisi del CAPT di San Marco Argentano e il Poliambulatorio di Amantea procedure negoziate con ditte a livello locale».

    La 143, invece, registra l’ennesimo addio alla commissione giudicatrice. Stavolta, sempre per «impedimenti personali», a lasciare la terna è la presidente Pagliuso. Dopo aver resistito 10 mesi in sella, cede il suo posto a Eugenio D’Amico. Tocca ricominciare, la strada verso l’aggiudicazione (e il risparmio) torna ad allungarsi, il buco nelle casse dell’Asp di Cosenza ad allargarsi. Coi soldi risparmiabili magari si potrebbero offrire più servizi ai cittadini. Ma poco importa, tanto paga Pantalone.

  • ‘Ndrangheta e mafia russa: così lontane, così vicine

    ‘Ndrangheta e mafia russa: così lontane, così vicine

    I missili della Russia illuminano i cieli di Kiev e di altre città dell’Ucraina. Ma è un attimo. Un lampo. Subito dopo, il cielo si scurisce, la coltre di fumo si alza. Tutto torna grigio, nebuloso. Come tutto ciò che riguarda gli affari del mondo dell’Est. Quantità infinite di rubli, messi insieme da criminali e faccendieri. Dagli oligarchi divenuti bersaglio delle sanzioni comminate da USA ed Europa. Ma anche dalle mafie italiane. Dalla ‘ndrangheta soprattutto.

    La criminalità dell’Est in Italia

    La mafia russa, ma anche quella ucraina, fanno affari nell’Europa da tempo. E, quindi, anche in Italia. Ambienti chiusi, gerarchici, come da tradizione del blocco comunista. Su cui, quindi, non è semplice indagare. Ma i report investigativi sono chiari da tempo. Su quelle barche, che sfidano le onde per un approdo in Italia vi sono quasi sempre uomini, donne e bambine di origine pakistana, curda, irachena, iraniana e siriana. Ma gli scafisti, i mercanti di persone, sono, sempre più spesso, di nazionalità russa e ucraina. Vengono poi quasi sempre incastrati dalle testimonianze dei profughi, una volta giunti a riva o soccorsi in mare.

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    Una barca utilizzata per la tratta dei migranti arenata su una spiaggia della Locride

    Ma non è solo questo. Le mafie dell’Est – e soprattutto quella russa – si muovono già da tempo come una holding. Anche nel cuore dell’Europa occidentale. Anche in Italia. L’ultima relazione semestrale della DIA mette nero su bianco questo: “La criminalità proveniente dall’Europa dell’Est, con le caratteristiche evidenti delle organizzazioni mafiose, ha fatto delle attività di riciclaggio attraverso società off shore, con sede nei Paesi Baltici, Malta, Cipro o nella stessa Federazione Russa il suo canale d’affari principale, mostrando, allo stesso tempo, una spiccata vocazione sia imprenditoriale che delinquenziale”.

    La ‘ndrangheta e la mafia russa

    Dagli anni ’90 la ‘ndrangheta è in relazione con la mafia russa per quanto riguarda il traffico di droga e di armi. Ma non solo. L’indagine “Export” del luglio 2007 condotta dalla Procura della Repubblica di Palmi ha consentito il sequestro, nell’area portuale, di 135 containers carichi di rifiuti di diversa specie e qualità diretti in Cina, India, Russia ed alcune nazioni del Nord Africa. Per quanto concerne la partenza e l’arrivo di materiale illecito in affari (anche) con la Russia appare evidente che uno snodo cruciale sia rappresentato dal porto di Gioia Tauro. Da sempre la porta principale per l’ingresso di merce illecita in Occidente.

    Il porto di Gioia Tauro

    C’è una sentenza a dimostrarlo. È quella del procedimento “Maestro”, arrivato a una pronuncia definitiva alcuni anni fa. Quell’inchiesta, condotta dalla Dda di Reggio Calabria, dimostrò come la potente cosca Molè di Gioia Tauro fosse egemone sui traffici di merce contraffatta nello scalo. Emerse la figura dell’imprenditore, faccendiere e massone Cosimo Virgiglio, in seguito divenuto collaboratore di giustizia, rendendo dichiarazioni sui legami tra cosche, cappucci e compassi.

    Cosimo Virgiglio

    In una conversazione intercettata è proprio Virgiglio a parlare. Insieme a quel Pino Speranza che poi, nei racconti del pentito, verrà indicato come un elemento di congiunzione tra le cosche di Gioia Tauro e il mondo della massoneria deviata. Ma c’è un terzo interlocutore, Antonio Filippone, nato a Canolo, nella Locride, con vari precedenti penali per detenzione di armi, associazione a delinquere e ricettazione. Opera nel settore del commercio all’ingrosso di materiale edile e ceramico. Ed è fratello di Salvatore Filippone, già condannato per appartenenza alla ‘ndrangheta nello storico processo “Tirreno”.

    Affari coi rubli

    Non solo. Un’indagine della Procura di Locri di alcuni anni fa – denominata “Europa 1” avrebbe ricostruito il ruolo di Filippone in operazioni riguardanti la compravendita di rubli, dinari argentini, marchi tedeschi, ma anche in trattative riguardanti importanti aziende e strutture economiche nell’ex Unione Sovietica. Anche una banca a Leningrado. Come scrivono Nicola Gratteri e Antonio Nicaso in “Fratelli di sangue”, il loro primo successo editoriale: “Con la complicità di ‘nomi’ sparsi in ovattati istituti di credito svizzeri, lussemburghesi e austriaci, tramite banche del calibro del Crédit Lyonnaise e della Deutsche Bank aveva architettato di comprare catene di alberghi, casinò e piccole agenzie bancarie di Mosca. Addirittura a Leningrado aveva in mente di comprare un’acciaieria, una banca e un’industria chimica”.

    Il procuratore di Catanzaro, Nicola Gratteri
    Il procuratore di Catanzaro, Nicola Gratteri

    Le conversazioni sono captate all’interno dell’albergo di lusso “Villa Vecchia”, a Monte Porzio Catone, che sarebbe stato nella disponibilità della cosca Molè. I tre parlano di qualcosa di illecito relativo alle importazioni. Ed è qui che arriva la frase di Filippone, che fa proprio riferimento al fratello già condannato per ‘ndrangheta:«Filippone sa tutti i cazzi del mondo, c’è mio fratello che è ancora più meticoloso… Russia, Cina e altre parti…». Cosa che, peraltro, conferma quanto sostenuto ancora da Gratteri e Nicaso: “Contava agganci potenti fino all’entourage del ministro della difesa russo. Per realizzare il suo mega progetto era riuscito a rastrellare in una banca tedesca rubli per 2.600 miliardi di lire”.

    Il riciclaggio

    Non si tratta, quindi, solo di affari da ‘ndrangheta militare: droga, armi, rifiuti. Ma di un business molto più raffinato. Sono, soprattutto, le cosche della Piana di Gioia Tauro ad aver guardato sempre con grande interesse all’Est. E alla Russia, in particolare. In un’inchiesta di qualche anno fa sulla potente cosca Gallico di Palmi è infatti agli atti una comunicazione tra due avvocati ritenuti al servizio del clan.

    I due parlerebbero di una intestazione fittizia di beni e di riciclaggio per conto di terze persone con riferimento alla compravendita di navi. E uno dei due afferma di aver contattato il loro corrispondente di Londra, il quale aveva messo a loro disposizione le sue società per consentire l’incasso dei proventi della compravendita delle navi. E aggiunge, inoltre, che l’unico problema che avrebbe potuto sorgere era con la Banca Inglese, poiché per quanto riguardava i soldi provenienti dalla Russia e dalla Cina il controllo della provenienza dei fondi era molto rigoroso per eludere il riciclaggio di denaro. Pertanto, avrebbero potuto chiedere tutta la documentazione afferente le navi oggetto della compravendita.

    I calabresi in Russia

    Insomma, la Russia e l’Ucraina sembrano, da sempre, esercitare grande fascino sui calabresi. Come dimostrerebbe il ruolo rivestito da quel Bruno Giancotti nel “Russiagate” che, un paio di anni fa, scosse il mondo della Lega. Il Carroccio, infatti, ha sempre guardato con ammirazione al potere di Vladimir Putin, che oggi ha scatenato la guerra in Ucraina. Nelle intercettazioni sui fondi russi alla Lega di Matteo Salvini spunta anche lui: Bruno Giancotti da Serra San Bruno, in provincia di Vibo Valentia. In Russia da circa 35 anni. Da quando, quindi, era ancora Unione Sovietica. L’affare è quello della compravendita di 3 milioni di tonnellate di gasolio finita al centro dello scandalo sui presunti fondi russi alla Lega. Ma, ovviamente, Giancotti ha sempre negato ogni ruolo in quella storia.

     

    «La politica bisogna saperla manovrare»

    E, nel panorama degli affari internazionali, non poteva mancare la cosca più potente della Piana di Gioia Tauro: i Piromalli. La famiglia che, insieme ai De Stefano, ha modernizzato la ‘ndrangheta, con i propri legami con il mondo della massoneria deviata.
    Protagonista, il faccendiere Aldo Miccichè, oggi deceduto. Uno dei soggetti chiave dell’inchiesta “Cent’anni di storia”, con cui il pm Roberto Di Palma metterà sotto scacco il potente casato gioiese: “Personaggio – scrivono i pm nella richiesta d’arresto del processo “Cent’anni di storia” – dai rilevanti trascorsi penali, tali da valergli un cumulo di pena di anni 25 di reclusione”.

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    Aldo Miccichè

    I guai giudiziari per Miccichè inizieranno comunque nel 1987. Il faccendiere, che sarebbe stato anche in contatto con la banda della Magliana, si rifugerà in Venezuela per sfuggire a un’altra, precedente, condanna per bancarotta fraudolenta. Le intercettazioni di quell’inchiesta aprono un mondo di interessi e di rapporti. In cui vi sarebbero legami con la politica, tanto venezuelana, quanto italiana. L’obiettivo di Miccichè sarebbe stato infatti quello di far revocare a Pino Piromalli la dura misura del 41-bis. Miccichè sarebbe un personaggio pienamente inserito sia nell’establishment nostrano che in quello del paese sudamericano: «La politica bisogna saperla manovrare» dice commentando gli sviluppi politici del Venezuela.

    I rapporti con Dell’Utri

    In Italia, invece, il politico più in vista con cui Miccichè avrebbe avuto un rapporto piuttosto significativo è l’allora senatore Marcello Dell’Utri, uomo di fiducia dell’ex premier Silvio Berlusconi fin dagli anni ’70, condannato definitivamente per i suoi rapporti con Cosa Nostra: «Vai da Dell’Utri, spiegagli chi siamo e cosa rappresentiamo», dirà Miccichè a Gioacchino Arcidiaco, l’emissario dei Piromalli che incontrerà il senatore nel marzo 2008.

    Aldo Miccichè sul piatto della bilancia avrebbe messo, tranquillamente, il voto degli italiani all’estero. E a proposito di estero, sarà lo stesso Dell’Utri a giustificarne la conoscenza, in un’intervista: «Lui in Venezuela si occupava di forniture di petrolio. Io ero in contatto con una società russa che ha sede anche in Italia, per cui conoscendo questi russi ho fatto da tramite…».

    L’uomo del gas

    E qui si inserisce anche la figura del giovane Massimo Marino De Caro, poi coinvolto nello scandalo dei preziosi libri trafugati alla Biblioteca dei Girolamini, di cui divenne (senza troppi titoli) direttore. Ad appena 34 anni, De Caro era diventato vicepresidente della Avelar Energy (gruppo Renova), che ha sede in Svizzera ma appartiene al magnate russo Viktor Vekselberg. Più ricco di Rupert Murdoch, Vekselberg acquisterà anche diversi beni in Italia, sul lago di Garda e a Rimini. Difficile spiegare perché il giovane De Caro raggiunga i vertici di una società così importante. La risposta arriverà dalle intercettazioni.

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    Marcello Dell’Utri

    Proprio alla presenza dei De Caro, Dell’Utri chiamerà Miccichè che, ovviamente si trova in Venezuela. Il faccendiere originario di Maropati gli consiglierà di acquistare greggio dalla compagnia venezuelana Pdvsa. Affari da diversi milioni di euro che sarebbero stati approntati sull’asse Mosca-Caracas, con in mezzo l’Italia, per volontà di Marcello Dell’Utri: «Io vado lì e dico: mi manda Picone, e quando dico Picone intendo Marcello…», dice Miccichè in una conversazione intercettata. Lo stesso Dell’Utri, secondo diverse intercettazioni, avrebbe “piazzato” Marino De Caro ai vertici della Avelar. A occuparsi proprio di quel gas che ora è uno degli argomenti principali nel conflitto tra Russia e Ucraina. Mentre la gente continua a morire sotto il cielo di Kiev.

  • Rap, break dance e street art: come la Calabria scoprì la poesia della strada

    Rap, break dance e street art: come la Calabria scoprì la poesia della strada

    Un tappetino disteso sull’asfalto, il radiolone con le casse sparate “a palla”. Quattro ragazzi si contorcono a turno. E il marciapiede sembra prendere vita nei loro corpi modellati in pose impossibili, al ritmo di una voce che perentoria declama versi su basi ripetute. È il rap, la poesia della strada. Mai vista prima una scena simile in Calabria e regioni confinanti. I cosentini si fermano, osservano incuriositi. È il 1984 quando in città compaiono per la prima volta i B-boy, la break dance, l’hip hop e la street art. I muri spogli di edifici periferici e centrali ospitano vistosi graffiti colorati che appaiono all’alba, suscitando l’interesse dei passanti e il furore di qualche capo-condomino.

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    La street art è arrivata in Calabria

    I pionieri di rap e hip hop

    «Si usciva con radio in spalla a ballare in strada nonostante la pioggia e il freddo. Qualcuno la chiamava ciutìa – racconta Carmelo Gervasi, uno dei pionieri calabresi di questa cultura – ma per noi era magia. Il nostro immaginario era ispirato a film come Flashdance, Electrik boogaloo, Wild style, Breakin’ e Beat street. Avevamo letto il libro Spraycan Art. Ascoltavamo dischi dei Melle Mel, Run Dmc, Whoudini. Per noi l’hip hop significava poter danzare sulle sonorità fuori dai canoni. Lo sport che praticavamo era scovare qualcun altro che avesse le stesso nostro sentimento. C’erano Ramon con la sua fibbia personalizzata e Lugi col capello afro, mezzo popiliano e mezzo etiope. Loro hanno fatto da catalizzatori. Ramon ha aperto la strada a tutti i graffitari, Lugi è da sempre un modello per i rapper nostrani. Se oggi si parla di street dance, graffiti o rap in Calabria si deve solo a loro».

    Le prime crew che fecero scuola

    Mentre gli altri interpreti locali delle sottoculture giovanili apparivano a volte statuari, bloccati nelle pose museali della piazza Kennedy degli anni Ottanta, i giovanissimi B-boy erano dinamici, creativi, carichi di significati inediti per le latitudini meridiane. «La prima crew fu la Southern Style, composta da Ramon, Rak e Dedo. Poi – spiega Amaele Serino – venimmo noi, prima Mexicani e poi Jolly artist crew composta da Tiskio, Simo e J.D. Tutto ruotava nei quartieri di via Panebianco, Bosco de Nicola e l’ultimo lotto di via Popilia. I nostri luoghi di riproduzione sociale erano piazza Kennedy, il C.S.A. Gramna e il garage di Simo. All’epoca ci sembrava strano fare rap in lingua italiana; ascoltavamo Public Enemy, Beastie boys, N.W.A, Run DMC».

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    Writers nel quartiere Bosco De Nicola

    «Le prime controversie – continua Amaele – nacquero tra noi Mexicani e i Portoricani di Commenda e alcuni nostri graffiti furono sfregiati. Oggi è tutto diverso. Il writing e il bombing hanno lasciato il posto alla street art, a un nuovo modo di lanciare messaggi, anche se noi lo abbiamo sempre fatto, la tag c’era, ma non aveva più il significato dell’esserci come individuo, originario del Bronx». Tra i breaker più qualificati spiccava Giannone che nel mondo ultrà assumerà un insolito nome di battaglia: Tonno Nostromo.

    Dai murales cancellati a Banksy e Jorit

    All’inizio, quando questa forma di arte apparve sui muri della città, ci fu pure chi si affrettò a cancellare i murales, addirittura considerandoli atti di vandalismo. E in alcuni casi i rapper cosentini furono costretti ad arrivare allo scontro fisico con altre “bande”. Oggi i graffiti riscuotono rispetto e ammirazione. Artisti come Banksy sono celebrati in tutto il mondo. C’è pure qualche amministrazione comunale che destina spazi alla street art e ne finanzia la realizzazione. Rende ha accolto un’opera del grande Jorit. Ma, all’opposto, il perbenismo strisciante e la mania del decoro urbano perseguitano i writer, cancellando i loro lavori e multandoli.

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    Il murales commissionato a Jorit dal Comune di Rende durante la fase di realizzazione

    Ramon ricostruisce le difficoltà dei primi anni: «Io ricordo due momenti fondamentali della nostra storia: anzitutto gli inseguimenti tra noi graffitari e gli agenti di polizia. E parlo di inseguimenti veri e propri, con alcuni di noi catturati e portati in centrale e qualche poliziotto che cadeva e si infortunava nella foga dell’inseguimento, e il mitico concerto al Gramna in cui suonarono i membri della posse di Bologna, i Sangue Misto, tra cui Neffa e Gruff. Quella volta noi facemmo una figura ottima».

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    Cosenza, il concerto del 1992 al Gramna

    Ampollino rap: la Woodstock di Calabria

    Negli anni Novanta il movimento si allargò. Coinvolse ragazzi geniali come il compianto Dj Marcio. Nacque la South Posse. Il festival Ampollino Rap fu la Woodstock di Calabria. Una sera salì sul palco Frankie hi-nrg mc. Su base sincopata declamò i versi della sua Fight da faida: «Cosenza Potenza carne morta in partenza consacrata alla violenza senza opporre resistenza». Il testo non piacque per nulla al numeroso pubblico che si sentì offeso. Fischi, insulti, qualcuno minacciò di salire sul palco per tirare giù con la forza il rapper torinese.

    Sangue Misto (e chillum) all’Ampollino Rap del 1994

    Balzò su Dj Lugi, chiese rispetto per Frankie e lo ottenne dai tantissimi ragazzi provenienti dalle terre più remote della regione. Poi, improvvisando, ingaggiò con lui una sfida a colpi di rime. Lo convinse che i suoi versi raccontavano il sud in modo superficiale, aderente al mainstream, distante dalla realtà. Potenza del Rap: la serata finì in un abbraccio collettivo e sincere strette di mano. Della capacità dell’hip hop di penetrare le coscienze si è accorto di recente pure qualche insegnante nelle scuole. Ci sono professori che lo adoperano come strumento didattico.

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    La South Posse

    Doctor M, un primario graffitaro

    A Cosenza i rapper storici, attivi all’interno del collettivo Brò Crew 360, sono protagonisti di attività istruttive imperniate sull’uso dello spray. Nei workshop tematici realizzati nella Città dei Ragazzi, docente d’eccezione è stato anche Mario Verta. Nell’arte di strada si chiama Doctor M e di giorno fa un delicato lavoro: primario del reparto Gastroenterologia nell’ospedale dell’Annunziata. «Mario è molto bravo nel catturare l’interesse dei ragazzi. Un giorno – prevede Amaele – l’hip hop diventerà materia di studio nelle scuole. Oggi più di prima ha una connotazione socio educativa. E dopo 50 anni possiede ancora, nella sua essenza, la potenza comunicativa del riscatto sociale».

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    La Brò Crew 360

    Animali di strada

    In questi giorni la Brò Crew 360 espone nella Galleria Arte Indipendente Autogestita su corso Telesio una mostra dal titolo ANIMALI, visitabile fino al prossimo 24 aprile. I temi sono quelli di sempre: nessuna discriminazione, lotta contro le ingiustizie, educazione del dissenso, salvaguardia dell’ambiente e delle altre specie viventi. La spray art riproduce su pannelli lo sguardo e il punto di vista che queste creature hanno maturato su di noi, cioè sulla specie cosiddetta sapiens.

    «La mostra – spiega la crew – dà voce agli animali che ci accompagnano lungo la nostra esistenza, non soltanto come compagni, ma come esseri viventi capaci di aprirci gli occhi e il cuore. Il nostro egoismo e il nostro specismo non ci autorizzano a dominare la natura e il mondo in maniera assoluta; anche noi siamo esseri viventi destinati a morire. Il bisogno di comunicare sarà sempre una priorità per il genere umano. Più crescerà il disagio, maggiore diverrà questo bisogno. Nella G.A.I.A. si espongono gli animali. Per loro non c’è giusto o sbagliato. Forse è ciò che cerchiamo anche noi».