Categoria: Inchieste

  • Incompiute di Cosenza, dieci tappe nella città in sospeso

    Incompiute di Cosenza, dieci tappe nella città in sospeso

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    Il pubblico arranca, il privato avanza. Da un lato cantieri che si trascinano da anni, dall’altro micro e macro colate di cemento che coprono fazzoletti anche minuscoli in centro città: è il caso della palazzina incastonata sul lato nord di piazza Bilotti o della mega-struttura sanitaria per ora segnalata solo dalla maxi-gru visibile tra via Alimena e l’isola pedonale all’incrocio di via Miceli.

    La struttura sanitaria privata che sta nascendo nel cuore di Cosenza

    Cosenza e le incompiute: il non finito bruzio

    Nel frattempo, di alcune incompiute non resta neanche la prima pietra, ma solo gli annunci a mezzo stampa: ricordate l’Ecovillaggio? Avrebbe dovuto trasformare il campo rom in una sorta di cittadella campanelliana. Un milione di euro (da fondi Pisu) destinato al “villaggio creativo” nell’ex mercato ortofrutticolo di Vaglio Lise («spazi e strutture attrezzate per favorire la nascita di un mercatino per la vendita di prodotti realizzati dai rom e per fornire occasioni di socializzazione, incontro e valorizzazione della loro cultura» si leggeva nelle cronache del 2011, anno 1 dell’EO, l’Era Occhiuto), con il vicino campo sosta e i box già in uso ai grossisti da convertire in alloggi da 40 metri quadri «con zona living, due camere da letto, bagno», ambienti «all’esterno colorati e con temi diversi per caratterizzarli» e la luce che «arriverà anche dall’alto». Wow.

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    Ombre di tutte le età si intrattengono tra tetti in eternit e box colorati nel Villaggio Rom progettato dal Comune

    Fanta-urbanistica. Undici anni dopo, nella città sospesa dove l’unica opera sbloccata – ammesso che di opera si possa parlare – è il tratto di via Roma riaperto al traffico tra le due scuole, il “non finito” bruzio parla di promesse, polemiche e fallimenti. Piccola ricognizione.

    1. Viale Mancini

    La madre di tutte le incompiute. In principio – dopo i tagli del nastro del sindaco eponimo – fu la voragine che si spalancò il 1° aprile 2005. E non era uno scherzo, anzi poteva scapparci il morto. Ne seguì un’inchiesta giudiziaria, poi il rifacimento e la riapertura, il tira e molla politico tra livelli istituzionali (Comune-Regione-Ue) sulla nuova destinazione d’uso con tanto di derby tra i due Mario O. (Occhiuto e Oliverio), la riduzione della carreggiata a favore di pista ciclabile durante il primo lockdown e l’ennesimo cantiere aperto – quasi per ripicca – a poche settimane dal voto che avrebbe incoronato Franz Caruso sindaco.

    Il tutto mentre continua ad aggirarsi lo spettro della metro leggera, argomento per tutte le stagioni elettorali come il nuovo ospedale, la corte d’appello e lo svincolo autostradale a Sud; e la nuova giunta annuncia come imminente – un po’ come la campagna di rifacimento del manto stradale che stiamo ancora aspettando – la ripresa dei lavori del parco del benessere intanto intitolato a Jole Santelli.

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    Il cantiere della metropolitana leggera su viale Mancini a Cosenza (foto Camillo Giuliani) – I Calabresi

    Livelli toponomastici che si stratificano, proprio come i rifiuti nelle aree transennate, rischi che pedoni e bikers corrono proprio per via dei pali arrugginiti che puntellano le reti di plastica arancione, cestini praticamente assenti e un senso di sospensione riassumibile nei semafori che lampeggiano da 5 anni nonostante le auto arrivino dal senso opposto. Soprattutto: il traffico già congestionato dal dimezzamento della carreggiata è aumentato dopo la riduzione a una sola corsia. Mentre la bretella che costeggia via Popilia resta un miraggio.

    2. La bretella che non c’è

    Ad osservare il rendering del Parco Urbano, che prevede la chiusura totale e definitiva del tratto di viale Mancini che va dai Due Fiumi alla sopraelevata, appare chiaro che si renderà vitale, più che consigliata, la bretella che correrà a est, parallela a via Popilia (da via Giovanbattista Lupia alla rotatoria del ponte di Calatrava), una volta venuta meno la principale via di accesso al centro città.
    Era il 2018 quando il Comitato Cs Viabilità Sicura raccolse migliaia di firme per sollecitare i lavori. Da allora solo annunci. E, ancora di più, imprecazioni degli automobilisti impelagati nel traffico, con disagi – anche filmati e rilanciati sui social – di ambulanze in file impossibili da “stappare”.

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    Il paradosso di via Buffone (foto Alfonso Bombini) – I Calabresi

    Nell’Accordo di Programma tra la Regione Calabria e il Comune di Cosenza fu prevista la realizzazione della viabilità alternativa (più un’ovovia nel centro storico). Ma la realtà parla di una discarica, sottoposta anche a sequestro. E di situazioni kafkiane come alcune traverse pronte, con tanto di segnaletica, ma inutilizzabili (vedi via Pierino Buffone): conducono a una strada che non c’è! Nel frattempo l’erba si fa largo sull’asfalto nuovo e già invecchiato.

    3. Piazza Bilotti

    Non è una installazione-impacchettamento alla Christo, eppure anche di arte si tratta visto che i Filosofi guerrieri di Giuseppe Gallo – dopo la vetrina nazionale della copertina de La Lettura del Corriere della Sera – sono costretti all’interno di un recinto di transenne. In origine si fantasticò di un intervento legato anche alla riqualificazione di piazza Autolinee (un futuribile sottopassaggio pedonale avrebbe dovuto portare all’autostazione…) e l’allora sindaco Mario Occhiuto rivelò di propendere per un tappeto verde piuttosto che per l’ammasso di laterizi attualmente visibile: le cose sono infatti andate diversamente.

    Sculture e transenne a piazza Bilotti (foto Alfonso Bombini) – I Calabresi

    Passati dieci anni, la vicenda giudiziaria del sequestro per motivi di sicurezza, dopo l’inchiesta che ha coinvolto la ditta esecutrice dei lavori e gli strascichi anche politici incombenti sulle due giunte Occhiuto, riduce la piazza più grande della città a non-luogo, o meglio luogo a metà: struttura dimezzata anche sotto il livello stradale, tra un Museo Multimediale chiuso e il McDonald’s e il parcheggio riaperti. Anche in questo caso, una bella sintesi per chi s’interroga sui motivi della prevalenza del privato sul pubblico.

    4. La piscina fantasma

    Doveva essere il progetto di punta del fu Parco fluviale poi ribattezzato con grandeur parigina Lungofiume boulevard – eventificio per due consiliature poi riconvertito a luogo di land art – infine Parco acquatico, quasi una risposta del capoluogo all’opera rendese. Invece sulla piscina coperta da 25 x 12,5 metri – inaugurata nella primavera 2011 e mai entrata in funzione – a inizio 2021 è stata anche aperta un’inchiesta dalla Procura di Cosenza: sei indagati tra tecnici comunali e rappresentanti della ditta appaltatrice (con la quale, nel 2017, Palazzo dei Bruzi ha rescisso il contratto stipulato 8 anni prima), ipotizzati i reati di truffa, falso e frode nelle pubbliche forniture.

    Per la struttura sportiva negata a una città che ne avrebbe bisogno una sorte più nebulosa dei Bocs Art, musealizzati nel complesso monumentale di San Domenico: come per il Mab, grande battage mediatico e innegabile seguito anche per queste strutture poste lungo l’agonizzante parco fluviale del Crati. Poi il nulla.

    5. Cupole geodetiche

    Il fantomatico quartiere fieristico è un altro tormentone, anzi manco quello. È uscito dai radar della politica da tempo. Le cupole geodetiche di viale Magna Grecia, sempre rileggendo il libro dei sogni del neosindaco Occhiuto 2011, rientravano nel progetto più complessivo della “porta dello sport e dell’expo” (il 2015 e le fascinazioni di Milano erano dietro l’angolo). L’idea era di eliminare le cupole per sostituirle con un unico spazio espositivo, «una struttura ovoidale, piuttosto avveniristica e realizzati con materiali dall’effetto rifrangente».

    Le cupole geodetiche poco prima della loro rimozione (foto Camillo Giuliani) – I Calabresi

    Di ovoidale si è potuto ammirare soltanto un cesso troneggiante nella variegata munnizza che colpiva il viandante avventuratosi sulla pista ciclabile e pedonale che unisce Cosenza e Castrolibero. Le tende sfondate delle cupole che negli anni ’80 ospitavano esposizioni e feste dell’Unità come simbolo della grande area urbana, altro refrain da campagna elettorale. Un monumento alla grande bruttezza.

    6. La città dei sottopassi

    Quando vuoi stupire o non sai come uscirne, tira fuori un sottopasso e il tuo interlocutore ne sarà spiazzato. La “porta commerciale” favoleggiata nell’area di via Popilia all’altezza di Vaglio Lise – che prevedeva l’interramento della strada statale 107 Silana Crotonese a favore di un’enorme piazza con verde attrezzato – avrebbe dovuto saldare la già agonizzante stazione e i quartieri popolari portando nuove attività commerciali, una sorta di quartiere fieristico bis per il quale venivano sventolati 100 milioni di euro già pronti. In dieci anni lo scalo ferroviario si è ulteriormente depotenziato a favore di Paola. L’unico intervento degno di nota è – manco a dirlo – un ennesimo polo della grande distribuzione (non proprio piccolo commercio di prossimità) subito dopo i palazzoni ex Carime e Provincia tirati periodicamente in ballo per il fantomatico nuovo ospedale.

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    La stazione di Vaglio Lise a Cosenza (foto Alfonso Bombini 2022)

    È un intervento strutturale piuttosto imponente per il quale si confida nell’intervento finanziario, attraverso risorse europee, della Regione. La sottopassaggite – branca dell’annuncite che colpisce indistintamente la classe politica locale – si manifestò poco prima del decennio occhiutiano anche dalle parti di viale Trieste (avrebbe dovuto snellire il traffico in zona ospedale) e, da ultimo, è tornata alla grande tra chi suggeriva un piano B alla spianata di via Misasi/largo Rodotà.
    Il tutto ha un sapore ancora più paradossale se si pensa che, a fronte di tutti questi non-sottopassi, c’è un ponte facile facile che potrebbe unire i due viali di Cosenza e Rende intitolati ai rispettivi ras socialisti: ma in questo caso, a parte recentissimi ulteriori sviluppi, non siamo neanche agli annunci.

    7. Museo di Alarico

    Nel “triangolo delle meraviglie” Ponte di Calatrava/Planetario/ Museo di Alarico, l’ex Hotel Jolly poi sede dell’Aterp è senza dubbio il manufatto messo peggio. Sulla confluenza, appena sopra la statua a cavallo con la quale Cosenza si presenta, per dirne una, agli automobilisti nella cartellonistica autostradale, questa sorta di castello dell’Innominato bombardato giace sventrato da anni.

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    I ruderi dell’ex hotel Jolly, abbattuto per far posto al museo dedicato ad Alarico (foto Camillo Giuliani)

    Per quanto era flessuoso e sinuoso il rendering propalato dall’amministrazione precedente, tanto spigoloso e urticante risulta la realtà di questo ex palazzone senape famoso per non essere dotato di balconi, in pieno stile brutalista. La vista su corso Plebiscito si è liberata a favore della chiesa di San Francesco di Paola dopo l’abbattimento dei sei piani. Ma la struttura museale su un piano o poco più che tutti aspetta(va)no sembra davvero lontana da arrivare.

    8. Planetario

    Tra le incompiute è la più compiuta: alla vigilia della pandemia veleggiava sull’onda dell’entusiasmo. Le domeniche di febbraio 2020 di divulgazione e intrattenimento con la collaborazione di studiosi dell’Unical raccolsero molto favore. Poi lo stop brusco, ancora più doloroso vista la partenza alquanto problematica. Da allora, iniziative sempre meritevoli e per ora estemporanee ma sempre seguite. La speranza è quella di orari definitivi e cartelloni meglio strutturati (e magari la possibilità di pagamenti digitalizzati).

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    Rifiuti davanti al planetario di Cosenza (foto Alfonso Bombini 2022)

    9. Biblioteca Civica

    Lo stallo di una delle più importanti istituzioni culturali del meridione è tra i cavalli di battaglia de iCalabresi. Se i tormenti del presente e ai dubbi sul futuro c’è poco da aggiungere.

    L’ingresso della Biblioteca in piazza XV marzo, sede dell’Accademia cosentina

    Ma forse giova qui riportare una nota trionfalistica di qualche anno fa: «Rassicurazioni e rinnovata fiducia. È ciò che Mario Occhiuto ha trasmesso personalmente ai dipendenti della Biblioteca Civica, storica istituzione culturale cosentina, attraverso la visita che, da neo presidente della Provincia, ha voluto compiere fra le prime uscite pubbliche proprio nel prestigioso edificio adiacente il teatro Rendano. La crisi che ormai da tempo ha colpito l’Ente gestito sia dal Comune che dalla Provincia, rientra nei primissimi punti dell’agenda che attende Occhiuto negli uffici di piazza XV Marzo. Lo aveva anticipato già prima dell’elezione il presidente, e oggi ha voluto ribadirlo direttamente ai dipendenti che subito dopo l’incontro hanno rimosso gli striscioni di protesta posti all’esterno. Mario Occhiuto, che ricopre il duplice ruolo di sindaco della città e massimo rappresentante della Provincia, ha dichiarato che affronterà i problemi in seno ai locali ricchi di un patrimonio vasto (come i manuali antichi di valore inestimabile) con un progetto di rilancio delle attività che potrebbe essere eventualmente legato a una modifica dello Statuto, necessario alla nuova vita della Biblioteca Civica». Era il 21 ottobre 2014. I commenti li lasciamo ai lettori.

    10. Le incompiute culturali

    A proposito di incompiute culturali, più nella gestione che nella struttura, lo stallo dei teatri storici cittadini risiede tutto tra il Morelli e l’Italia-Tieri, laddove almeno il Rendano ha una stagione, per quanto mainstream.
    Qui un’analisi ampia e dall’interno: dall’esterno basti dire che, dalle sponde opposte del Busento, i due teatri dirimpettai si guardano e aspettano Godot. Un po’ come tutta la città.

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    L’ingresso del Cinema-Teatro Tieri è da tempo rifugio per chi non ha un tetto
  • Taglia e cuci alla meno peggio: la Sanità malata in salsa bruzia

    Taglia e cuci alla meno peggio: la Sanità malata in salsa bruzia

    Li vedi entrare e uscire dai reparti, stremati da ritmi di lavoro estenuanti. Nell’ospedale dell’Annunziata di Cosenza, medici, infermieri e OSS attraversano silenziosi i corridoi e le stanze che fino a due anni fa pullulavano di gente. Prima della pandemia, più che un ospedale sembrava un fumetto di Jacovitti. Poi le misure anti-Covid hanno fatto sparire lo spumante e i pasticcini al varco di Ostetricia, le parmigiane di melanzane per i degenti a Geriatria, i capannelli intorno alle bottigliette piene di caffè fumante davanti alla sala operatoria. Insieme ai familiari dei pazienti, però, è sparita la maggior parte del personale tagliato dalle politiche di “austerità”.

    L’ingresso dell’ospedale dell’Annunziata a Cosenza

    Sanità a Cosenza, il dottore dov’è?

    Solo a Cosenza nella sanità non si bandiscono da anni concorsi per posti a tempo indeterminato. Ciò rende poco attrattiva la partecipazione di giovani medici e infermieri che trovano fuori regione le risposte che cercano in termini di sbocchi professionali. Il piano aziendale prevede per la Gastroenterologia 11 medici (10 + primario). Nel corso degli anni i medici sono rimasti in 6 (5 + 1) e non c’è stato avvicendamento tra pensionati e nuovi assunti. Questo ha portato a una riduzione delle attività ambulatoriali e a un dimezzamento dei posti letto. Ce n’erano 21, ora sono 11. Ciò comporta un mancato decongestionamento del Pronto Soccorso che non sa dove ricoverare le persone richiedenti cure specialistiche. Vi stazionano per giorni e giorni, con ovvi disservizi. Pochi giorni fa si è verificato che era presente un solo medico per 36 pazienti.

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    I sindaci della provincia durante la protesta velleitaria all’ingresso dell’ospedale di Cosenza (foto Alfonso Bombini)

    Il vero problema, dunque, è la mancanza di personale, aggravato da attrezzature obsolescenti, non sostituite. Alcuni dei medici dell’ospedale dell’Annunziata si sono formati per una metodica denominata ecoendoscopia per la quale l’azienda ha anche investito risorse economiche (stage all’Ismett e al San Raffaele), ma non è mai stato acquistato un ecoendoscopio. Altri reparti, come Medicina Interna, raggiungono risultati encomiabili in termini di prevenzione e diagnosi del tumore alla tiroide o al fegato, ma non potendo coprire un’utenza così vasta, migliaia di pazienti si riversano nelle strutture private. Molti devono recarsi spesso fuori regione o di recente a Reggio Calabria dove hanno investito in attrezzature e personale, realizzando i concorsi a tempo indeterminato.

    Possibile che nella stessa regione ci sia questa difformità? Ai commissari rotanti bisognerebbe chiedere quante sono le unità mediche e infermieristiche aggregate in totale nei vari reparti dell’ospedale di Cosenza, e in ciascuno di essi, dall’insediamento del presidente Occhiuto alla Regione, cioè dall’ottobre 2021 ad oggi. Quanti erano 5 anni fa e quanti sono adesso i medici e gli infermieri? Sono in programma acquisti di nuove strumentazioni per reparti come quello di Medicina Interna? A quanto ammontano le risorse impiegate negli ultimi 5 anni?

    Il vizietto del TSO

    In altri settori, come Psichiatria, si propongono in continuazione TSO e ricoveri ripetuti a brevissima distanza di persone con patologie croniche, che sul territorio non trovano risposte e contesti adeguati. La gestione dei pazienti è spesso completamente a carico delle famiglie, quasi sempre formate da genitori anziani. Ciò fa lievitare i costi e le patologie diventano sistemiche nel contesto familiare. Per quanto riguarda i posti convenzionati nelle cliniche, sono pochissimi. I malati psichiatrici non hanno lo stesso decorso degli anziani nelle RSA. Cinicamente parlando, non muoiono frequentemente, perché non soffrono di patologie organiche. Questo fa sì che i letti convenzionati siano un miraggio per chiunque, perché i posti non si “liberano” mai. Ciò crea una disuguaglianza enorme fra chi può pagare la retta e chi invece rinuncia al ricovero.

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    Vincenzo Carlo La Regina, commissario straordinario dell’Asp di Cosenza

    La rotazione dei commissari, disposta di recente da Occhiuto, ha fatto slittare l’audizione dei vertici di Asp e Ao in commissione regionale Sanità. Ai direttori La Regina e Mastrobuono non è stato quindi possibile chiedere quali siano stati negli ultimi anni gli interventi concreti (per esempio, assunzioni all’interno del Csm) per potenziare i servizi territoriali dedicati alla salute mentale. Quante sono nel territorio della provincia di Cosenza le unità operative nell’assistenza domiciliare e nel supporto alle famiglie dei pazienti psichiatrici? È in programma l’assunzione di nuovo personale?

    “Fascicolo sanitario? E che cos’è?”

    In questo delirio disorganizzativo, è passato inosservato il fascicolo sanitario elettronico. Sebbene sia stato attivato, nei reparti oncologici di ospedali come quello di Cosenza i malati di tumore devono ogni volta raccontare da capo ai medici la propria storia. In Calabria, per questioni di mera sopravvivenza, si ricorre all’autodiagnosi e all’anamnesi autogestita permanente, con immaginabili conseguenze. Sarebbe interessante sapere quali risorse abbiamo impegnato negli ultimi tre anni per formare il personale sanitario in materia di lavoro a rete e gestione della digitalizzazione dei dati.

    È evidente che tra di loro le diverse strutture sanitarie non comunicano. Inoltre numerosi esami diagnostici (per esempio, la calcitonina) sono stati sospesi. Disagi enormi in territori vasti come quello cosentino comporta l’assenza del reparto Senologia. In assenza di interventi istituzionali, la società civile si è dovuta organizzare da sola. Non è casuale che un’associazione come Onco MED, senza scopo di lucro e con obiettivi come la diffusione della cultura della prevenzione oncologica attraverso uno studio medico multidisciplinare gratuito per indigenti, nel 2021 abbia registrato 550 accessi in studio, 10 interventi domiciliari, 500 percorsi di cura e 528 esami diagnostici.

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    Volontari di Oncomed nel centro storico di Cosenza

    Mentre la pandemia si appresta ad andare in vacanza, la sanità pubblica in Calabria – specie a Cosenza – non smette di sanguinare. Dilaniato dal trasferimento di fondi e funzioni ai privati, mutilato da tagli alla spesa, affossato dai ripetuti commissariamenti, il sistema sanitario calabrese attende che diventino atti concreti i roboanti annunci della nuova giunta regionale. Gli ospedali di Trebisacce e Praia non hanno ottenuto riattivazioni di reparti. Dei centri Covid non ne è stato reso attivo neanche uno.

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    Il presidente della Regione Calabria, Roberto Occhiuto

    Il presidente della Regione, Roberto Occhiuto, ha detto che ci sarebbero risorse disponibili per coprire 2500 posti, ma le strutture amministrative burocratiche ospedaliere sono adeguate a sviluppare nei tempi dovuti i concorsi e le assunzioni? E la volontà politica c’è? Il commissario La Regina ha eseguito 87 stabilizzazioni. Sono la classica goccia nell’oceano, se pensiamo che nel 2022 nell’Asp di Cosenza sono programmati 300 pensionamenti.

    Sanità a Cosenza, il peccato originale di Adamo

    La provincia bruzia, per estensione e abitanti, da sola costituisce più del 40 per cento del territorio regionale. Dal 2007, da quando le aziende sanitarie e ospedaliere furono accorpate e da 11 passarono a 5, è sprofondata in un abisso. Tra gli artefici del provvedimento, Nicola Adamo, all’epoca vicepresidente della giunta regionale. Il provvedimento fu approvato di notte. L’Asp di Cosenza amministra 150 Comuni, quella di Crotone 27.

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    Nicola Adamo è stato anche vicepresidente della Regione Calabria

    La conclusione è che nessun essere umano può essere in grado di governare l’Asp (e la sanità) di Cosenza. Il direttore generale o commissario che dir si voglia ha infatti sotto di sé una pletora di personaggi che non prendono ordini da lui, bensì dai rispettivi protettori politici. L’emergenza quotidiana da gestire ogni giorno propone vertenze, carenza di fondi e visite della Guardia di finanza. C’è poi il problema dei costi. Una siringa non può costare un prezzo diverso in province differenti della regione. Gli ambiti territoriali sono vasti, disegnati male, ingestibili.

    Intanto a Rossano proseguono i lavori per la realizzazione dell’ospedale “della Sibaritide”. Bisognerà capire da dove arriveranno le risorse per attivarlo. I fondi per il cemento sono stati reperiti. Quelli per i medici mancano da anni. I nuovi (molti dei quali, vecchi) commissari nominati per le varie aziende sanitarie e ospedaliere avranno gli strumenti per fornire risposte alle tante domande dei calabresi senza sanità? Oppure continueranno a lasciarsi cullare dall’ignavia? E che fine ha fatto il progetto del nuovo ospedale finanziato da anni?

  • Co.co.co. alla Regione: la grande abbuffata

    Co.co.co. alla Regione: la grande abbuffata

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    La spesa per il personale (gli ormai arcinoti contratti Co.co.co.) dei gruppi politici in Consiglio alla Regione Calabria nella dodicesima legislatura è pari a 1.388.574,01 euro, in aumento rispetto alla precedente. Sono 44.792,71 gli euro annuali a consigliere regionale per stipulare i contratti previsti dalla legge regionale 13 del 2002.
    Una normativa molto chiara che rimarca nel suo articolo 5 il divieto di finanziamento, anche indiretto, ai partiti e, quindi, a finalità estranee a quelle dei Gruppi.

    Regione Calabria, più Co.co.co. per tutti

    Peccato che tra i vari beneficiari di questi compensi pubblici vi siano parecchi con un curriculum quantomeno inconsueto per qualsiasi ipotetica attività di supporto ai gruppi consiliari (fisioterapisti, babysitter, modelle, commessi, braccianti agricoli, ecc.). Oppure che figurino persone che con “il contrattino” vengono fidelizzate, come amministratori locali ed esponenti vecchi e nuovi dei partiti politici. O, ancora, grandi elettori che vengono così “ringraziati” per l’apporto offerto in campagna elettorale. Una distorsione se si pensa che non sono chiare le mansioni che questi “collaboratori” svolgano effettivamente. Né gli orari di lavoro. Né, addirittura, se mai abbiano messo o metteranno piede nelle istituzioni regionali che li stanno retribuendo.

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    La sede del Consiglio regionale

    Se fino a due anni fa quello dei Co.co.co. si poteva definire un circo, ora possiamo affermare che l’erogazione quasi selvaggia di questi compensi pubblici arrivi a “beneficare”, come si suol dire, cani e porci. E nessuna forza politica è esente, inclusi gli “ex anti-sistema” di Dema e il M5S. Come vedremo, tra i 155 contratti di collaborazione c’è anche la loro firma.

    Udc: Unione dei Co.co.co.

    L’Udc di Giuseppe Graziano è divenuta negli anni scorsi un caso paradigmatico noto a livello nazionale in merito a questi contratti di collaborazione, soprattutto per l’assunzione di una proprietaria di un hotel di Rossano che nel curriculum pubblicato sul sito del Consiglio regionale vantava di aver vinto un abbonamento a Topolino per un anno per aver vinto un concorso di disegno all’età di sei anni. In quello scandalo, finito a Le Iene, c’era anche un parrucchiere di Belvedere Marittimo, Giuliano Stumbo, oggi riconfermato nel suo contratto di collaborazione. Riceverà 2.204 euro lordi totali fino a fine luglio.

    Giuseppe Graziano (foto Alfonso Bombini/ICalabresi)

    Presente anche il consulente immobiliare di Corigliano-Rossano, Gianfranco Gallo, che per lo stesso lasso temporale guadagnerà 2.432 euro lordi; stessa somma per Giovanni De Simone, ex consigliere e assessore comunale di Rossano, oggi vicecoordinatore Udc cittadino e per il consigliere comunale di Corigliano-Rossano, Alfonso Pietro Caravetta. Saranno 2.420 euro, invece, per lo studente di economia (a Perugia) Gianni Beschin.

    Lega sprecona

    Lo scorso ottobre il commissario regionale della Lega, Giacomo Saccomanno, rivendicava pubblicamente il «modello virtuoso di gestione del gruppo consiliare che ha lasciato il segno nella politica di palazzo Campanella» operato dal suo partito che ha risparmiato 110mila euro di spese dei gruppi consiliari. Ora la rotta pare essersi invertita, dato che, oltre all’incetta di portaborse, sono presenti pure i “contrattini” leghisti.
    In quota Simona Loizzo, troviamo il neodiplomato perito informatico Francesco Bartolomeo, che nel curriculum pubblicato precisa di essere “iscritto alle liste di collocamento della Provincia di Cosenza”. Una mera opera di bene? Non proprio, perché è figlio dello storico consigliere comunale e provinciale di Cosenza (Udeur, poi Pdl) Roberto Bartolomeo. Il figlio prenderà un compenso pari a 13.230 euro lordi per una collaborazione fino a fine dicembre.

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    Il consigliere regionale della Lega, Simona Loizzo (foto Alfonso Bombini)

    Della stessa durata, ma con un compenso pari a 6.737 euro lordi ciascuno, tornano in quota Lega gli ex autisti dell’ex presidente f.f. della Regione Nino Spirlì, Luca Bongiovanni e Vincenzo D’Agostino.
    In quota Pietro Raso è presente il leghista lametino Giuseppe Antonio Folino, che avrà un compenso di 4.788 euro lordi per una collaborazione fino a fine agosto.

    Alla militante Angela Isabella andranno invece 6.070 euro lordi per una collaborazione fino a fine dicembre.
    Presenti anche gli “amici” del presidente del Consiglio regionale, Filippo Mancuso. Riceverà 2.869 euro lordi per una collaborazione fino a fine luglio, Maria Madia, moglie di Rosario Marziale, portaborse in carica dello stesso Mancuso, mentre per una collaborazione fino alla fine di dicembre, il giovane presidente del consiglio comunale di Cropani, Dario Mercurio, riceverà 8.395 euro lordi.

    Regione Calabria e Co.co.co: l’ipocrisia a 5 stelle

    L’attuale capogruppo regionale del M5S, Davide Tavernise nel maggio del 2018 (all’epoca era consigliere comunale di Crosia), presentò la proposta di legge “taglia privilegi” unitamente ai parlamentari Alessandro Melicchio, Riccardo Tucci e Federica Dieni cui seguì una raccolta di migliaia di firme. Veniva proposto proprio il taglio delle spese per i gruppi consiliari. Oggi, da capogruppo in Regione, oltre ad essere colui che ha completato per primo la “maxi struttura” con ben 8 portaborse, autisti inclusi, è anche il primo grillino ad aprire la stagione dello spreco con i Co.co.co., nel silenzio imbarazzato del partito.

    Tra i “selezionati” ci sono gli ex candidati alle elezioni regionali del 2020, Guglielmo Minervino, che avrà un compenso di 1.800 euro lordi fino a fine maggio, e Valentina Pastena (attualmente candidata consigliera a Lungro con la lista “Rinascita” a sostegno di Carmine Ferraro), con un compenso di 3.600 euro lordi per una collaborazione fino a fine agosto. Oltre a loro, è presente l’ex collega bagnino di Tavernise al Futura Club Itaca Nausicaa di Corigliano Rossano, Emilio Capristo di Mirto Crosia, che avrà anch’esso un compenso di 3.600 euro lordi per una collaborazione fino alla fine di agosto. Non è la prima volta che Tavernise assume ex colleghi. Tra i portaborse, difatti, c’è Patrizia Pace, anch’essa di Mirto Crosia ed ex collega nel medesimo villaggio vacanze.

    Davide Tavernise (M5S)

    Stessa somma, sempre per collaborare fino alla fine di agosto, andrà a Marco Lucio Pace, “aiuto casaro” al caseificio Fazio di Crosia. Nel suo curriculum, tra le competenze, ci sono il “taglio, porzionatura e confezionamento dei prodotti” e la “gestione delle operazioni di detersione e sanificazione di superfici”. Chissà se quest’ultima skill sarà utile a pulire anche la coscienza politica di Tavernise e del M5S, rispetto alle plateali promesse pre-palazzo sul taglio dei costi della politica.

    Il solito Pd

    Fiumi di collaborazioni anche in casa dem. Giovanni Brindisi, ex portaborse di Giuseppe Aieta, otterrà un compenso di 4.063 euro lordi per una collaborazione fino alla fine di settembre, mentre Antonio Vincenzo Leotta, già portaborse del consigliere regionale Mimmetto Battaglia del Pd, riceverà 3.028 euro lordi per una collaborazione fino a fine luglio.
    Presente anche Gianmaria Molinari, figlio di Antonio, per anni direttore generale della Provincia di Cosenza con Mario Oliverio e poi capo di gabinetto di Mario Occhiuto a Palazzo dei Bruzi. È stato portaborse del capogruppo del Pd Mimmo Bevacqua l’anno scorso e ora prenderà 7.590 euro lordi per una collaborazione fino alla fine di settembre.

    A Giuseppe Ciancio, componente dell’assemblea provinciale del Pd di Vibo e figlio dell’ex sindaco di Sant’Onofrio, Franco, andranno 5.332 euro lordi per una collaborazione fino a fine dicembre. Poi c’è l’ex sindacalista della Cgil, Giovambattista Paola di Gizzeria. Avrà, in quota Raffaele Mammoliti, 6.389 euro lordi per una collaborazione fino alla fine di dicembre.
    Per lo stesso periodo e sempre in quota Mammoliti entra il fisioterapista di Strongoli, Ercole Caligiuri, con un compenso di 5.314 euro lordi. Spicca anche Piero Corigliano, figlio di Pepè Corigliano, storico esponente del Pd di Rocca Di Neto ed esponente della Fondazione Enrico Berlinguer di Crotone. Per il rampollo 4.542 euro lordi di compensi pubblici per una collaborazione fino alla fine di settembre.

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    Un santino elettorale di Raffaele Mammoliti

    Presente anche Giuseppe Dell’Aquila, ex portaborse dell’assessora regionale al lavoro dell’era Oliverio, Federica Roccisano, nonché ex Presidente f.f. della Provincia di Crotone e oggi consigliere provinciale del Pd e consigliere comunale a Cirò Marina, in lizza per diventare a breve vicesindaco di Cirò (sul punto ci ritorneremo). Per lui 6.813 euro lordi, fino alla fine di dicembre.
    Riceverà 2.482 euro lordi, invece, Rosario Frosina, già portaborse del portavoce dell’allora presidente del Consiglio regionale Nicola Irto, per una collaborazione fino alla fine di luglio.

    Non manca più nessuno…

    Nell’elenco dei “contrattini” sono presenti anche esponenti di Coraggio Italia. Toccheranno 3.402 euro lordi per una collaborazione fino alla fine di agosto al presidente del Consiglio comunale di Sant’Onofrio e studente Unical, Giuseppe Alibranti. Stessa cifra per lo stesso periodo a Sara Lucia Borello, già titolare del Winner Bar di Serra San Bruno e moglie dell’ex assessore comunale Cosimo Polito. Idem per il campione di Judo vibonese, Bruno Giovanni Carè, espressione dei giovani del Partito.
    Presente anche Francesco Maria Meduri, responsabile regionale organizzazione di Coraggio Italia. Percepirà un compenso di 3.251 euro lordi per una collaborazione fino alla fine di settembre.

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    Antonio Lo Schiavo

    Con il consigliere regionale di De Magistris Presidente, Antonio Lo Schiavo, vengono contrattualizzati in due. La prima è Valentina Carmen Ferraro, con un compenso di 3.000 euro lordi fino a fine luglio, figlia dell’ex sindaco di Rombiolo, Mario Ferraro e cugina dell’ex consigliere regionale Antonio Billari. Il secondo è Cosimo Silipo, figlio della consigliera comunale di Vibo Valentia, Loredana Pilegi e del professore ordinario dell’Unical, Damiano Silipo. Per lui 3.250 euro lordi fino a fine luglio.

    Regione Calabria, il centrodestra e i Co.co.co.

    Non sono esenti nemmeno Fdi, Forza Italia, Forza Azzurri. Insomma, ci sono tutti. In quota Fratelli D’Italia, 5.528 euro lordi per una collaborazione fino a fine luglio andranno a Nicola Caruso, esponente cosentino di Gioventù nazionale, 2.648 euro lordi al consigliere comunale di Lamezia Terme, Antonio Lorena, 2.456 euro lordi alla vicesindaca di Casali del Manco, Federica Paura e 3.857 euro per l’assessora comunale di Simeri Crichi, Caterina Zangari.

    In quota Fi, con un compenso di 4.232 euro lordi fino alla fine di luglio, è stata contrattualizzata Regina Chinigò. È la moglie dell’ex consigliere comunale e provinciale di Forza Italia, Giuseppe Eraclini, indagato nell’ambito dell’inchiesta recente sui brogli elettorali a Reggio Calabria. La figlia Stefania, anch’essa già consigliera comunale, è attualmente portaborse della vicepresidente della Giunta, Giusy Princi.
    Al consigliere comunale di Lamezia Terme, Matteo Folino, invece, andranno 1.837 euro lordi. Per lui una collaborazione fino a fine luglio.

    Qualcuno sembrerebbe averlo piazzato anche il presidente Roberto Occhiuto. Massimo Bozzo, ad esempio, amico di vecchia data ed ex consigliere ed assessore a Cosenza quando era sindaco il fratello del governatore. Oppure il sempreverde Mario Campanella, ex gentiliano Docg, votatosi alla causa dei fratelli forzisti e della compianta Santelli negli ultimi anni (con relativi incarichi al Comune e in Regione). Il primo prenderà 5.104 euro fino a luglio. Molto più ricco il piatto per il secondo: 14.089 euro fino al 31 dicembre.

    I più bizzarri

    Sfogliando i vari curriculum rileviamo, infine, che andranno:

    • 3.795 euro lordi ad Anna Maria Pia Ardito, insegnante di Yoga reggina e aspirante osteopata;
    • 2.574 euro lordi alla docente di musica di Rende, Rosa Audia;
    • 3028 euro lordi al bracciante agricolo (che tra le esperienze lavorative inserisce la “raccolta di mele”) Giuseppe Carbone;
    • 3.600 euro lordi alla baby sitter di Corigliano-Rossano, Bina Cariati;
    • 2.432 euro lordi al tabaccaio di Spezzano Albanese, Damiano Carnevale;
    • 5.411 euro lordi alla O.s.s. lametina Teresa De Fazio;
    • 3.000 euro lordi al cameriere di Tropea, Gaetano Navarra;
    • 2.730 euro lordi all’estetista di Locri, Caterina Palamara;
    • 5.965 euro lordi alla logopedista crotonese Roberta Pignolo;
    • 2.730 euro lordi alla wedding planner catanzarese Valentina Maiolo;
    • stessa cifra per la lametina Cinzia Fabiano, già responsabile gastronimica di “Crudo e Cotto” e cassiera della Conad.
    • 2.947 euro lordi andranno a Gaetana Miduri, collaboratrice della ditta Pilò s.r.l., che ha l’appalto delle pulizie del Consiglio regionale.

    Dulcis in fundo, 2.279 euro lordi al giovane catanzarese, classe 2000, Dino Fera. Nel suo profilo Facebook scrive: “lavora presso…nel letto”. Insomma, lo spreco è servito.

     

     

  • Scalea, la Rimini senza Rimini che campa coi rubli

    Scalea, la Rimini senza Rimini che campa coi rubli

    Nell’estate del nostro scontento – acqua mai mediamente così sporca lungo tutto il Tirreno cosentino già da inizio luglio –, nei giorni del «sembra merda ma non è» dell’assessore Fausto Orsomarso, facciamoci del male e andiamo a Scalea. Ma non per vedere la celeberrima e infatti già celebrata «fioritura algale» (su social e battigie è già più citata del “mare da bere” dell’allora governatore Mario Oliverio, ancora alquanto in voga a dire il vero), bensì a caccia. Sempre di «merda», però per strada.

    La fioritura “munnizzale”

    Qui il mese di agosto è iniziato con lo spauracchio di 250 tonnellate di rifiuti riversate per le strade cittadine. E con la conseguente richiesta del sindaco Giacomo Perrotta, il quale ha rispolverato il sempreverde «invio dell’esercito» per risolvere la situazione.
    Et voilà: è il 30 luglio, un venerdì pre-maxiesodo, e le strade di Scalea sono pulite. L’esercito è già passato di notte e ha spazzato via la fioritura “munnizzale”, evidentemente.

    E dunque per rendere il viaggio meno inutile e deludente torniamo nella località cantata da par suo da Tony Tammaro («Scalea, Scalea / Ma come mi arricrea», rima intergenerazionale, meno di due minuti di video e oltre un milione e 300mila visualizzazioni su YouTube) 35 stagioni dopo il reportage di Michele Serra in Panda per l’Unità.
    La «selva di pubblicità immobiliari» che «quasi fa ombra alla strada» ha lasciato il posto ai cartelloni della grande distribuzione e dei marchi in franchising.

    Se a metà anni Ottanta si doveva pubblicizzare il Villaggio Maradona di Domenico Fama, negli anni della massificazione dei consumi e della democratizzazione del cibo ecco i loghi Conad, MD, EuroSpin, InterSpar. Cartelli e 6×3 che fanno da contraltare alle molte serrande abbassate degli empori vecchia maniera, generi alimentari e negozi-di-tutto dove trovavi dai braccioli agli accendini, al tagliaunghie, ai souvenir con la calamita per il frigorifero con la torre Talao o la vicina isola di Dino.

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    Una gelateria ormai chiusa alle spalle della Torre Talao, simbolo di Scalea
    Accenti toscani, annunci in cirillico

    I tempi di Serra, il cuore del ventennio di cemento ovvero il sacco della costa tirrenica, erano evidentemente quelli dei cartelloni che annunciavano tramite rendering i rassicuranti villaggi che avrebbero di lì a breve sbranato la terra. Il “consumo di suolo” era ancora di là da venire, almeno nei dossier di Legambiente, benché fosse già felicemente al galoppo.

    Oggi dominano le agenzie immobiliari (sul tratto di statale che attraversa Scalea se ne contano 10 in poco più di 50 metri, altre sono nelle strade interne: per numero competono con Cosenza) sparse nel campionario comune a tutte le altre città italiane di finanziarie, agenzie di scommesse e outlet. Un unico panorama cromo-iconografico come quello che per terra vede vicini un gratta e vinci grattato e una bustina di Gaviscon svuotata cui da un anno e mezzo si è aggiunta una mascherina usata.

    Tra accenti toscani (sorpresa!) e annunci in cirillico, curiosiamo tra gruppetti di russ*, ma sono soprattutto donne in questo che sembra un business a trazione matriarcale. Larghe, bionde e mediamente sorridenti stanno sedute davanti alle vetrine, su sedie di plastica o impagliate come da postura classica in modalità vilienza calabra.
    Ci sono le agenzie russe ma anche una Gabetti, espongono foto e info sulle varie metrature. Si va dal monolocale a 200 metri dal mare (19mila euro, ma se ne trovano anche a 13mila) alla tipologia 60 mq a 38mila, c’è un bilocale 30 mq a 15mila euro, praticamente una utilitaria. A Santa Maria del Cedro prezzi ancora più bassi, a Grisolia e Maierà stracciati proprio.

    Insegne ibride Scalearealty.ru e I❤ Russiascalea.ru (РУССКАЯ СКАЛЕЯ) competono con i localissimi Riviera-italiana e Larcoimmobiliare.com. Ma confrontare le homepage è capire esattamente il diverso immaginario di chi conosce questi posti per esserci nato e chi ci arriva con chissà quali aspettative. L’esotismo di un litorale che in foto sembra Miami (siti russi) si scontra con fotogallery tutte piscine e corpi abitativi brutalisti e soprattutto mare ripreso da lontano (nei siti italiani).
    Sottotesto: in caso di mare inquinato o fioritura algale ci sono valide alternative, tranquilli.

    Rimini senza Rimini (però ci sono i lidi)

    Un anziano gira con il Mattino sottobraccio, giusto per ricordarci che Tammaro è ancora attuale. Palme e verde sono curatissimi, i muletti della ditta Ecoross macinano chilometri a caccia di antiestetici e maleodoranti cumuli.
    Via Michele Bianchi (il primo segretario del Partito Nazionale Fascista che vanta un sacrario nella natia Belmonte), porta alla piazza-parcheggio con il monumento ai caduti. A pochi metri ecco la casa (abbandonata) in cui Gregorio Caloprese «insegnò a Pietro Metastasio la filosofia del Cartesio» (dopo due secoli Gaetano ed Alfonso Cupido posero 1920, recita la lapide). Il gazebo della Pro loco propone la sagra del pesce spada, l’eventificio pre-Covid e gli assembramenti alla leggendaria discoteca Acadie sembrano appartenere a un’altra era.

    Settemila abitanti d’inverno e 300mila in estate (annotava Serra, oggi i numeri parlano di 11mila contro oltre 250mila presenze compresi i turisti), senza piano regolatore e uno sviluppo edilizio «selvaggio e abnorme», un «boom canceroso», una «metastasi di cemento» formatasi tra speculazione e abusivismo.
    Oggi, guardando verso monte dalla marina, non si possono non notare alveari in laterizio appoggiati sulla “scalea” che dà il nome al borgo: uno in particolare sembra l’orologio di Dalì, una mega-costruzione spalmata sul declivio quasi fosse liquefatta o in via di scioglimento, come se si volesse renderla meno invasiva per l’occhio.

     

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    […]Uno in particolare sembra l’orologio di Dalì, una mega-costruzione spalmata sul declivio quasi fosse liquefatta o in via di scioglimento, come se si volesse renderla meno invasiva per l’occhio […]

    Trenta metri quadrati comprati a inizio Ottanta per 15 o 20 milioni di lire (l’inviato riportò la paga quotidiana degli operai edili a nero: 2 o 3mila lire al giorno), ma fognature che scoppiavano perché le varie lottizzazioni avevano fatto confluire i collettori dentro le vecchie tubazioni. E la merda in acqua, appunto (Orsomarso in quel 1985 aveva ancora 14 anni e non si occupava di fioriture algali).
    Sì, nei quattro decenni a seguire non sembra sia cambiato molto.

    «Tortora, Praia a Mare, Scalea, Santa Maria del Cedro, Diamante, Belvedere, Cetraro, giù giù fino ad Amantea: la costiera cosentina è assassinata dal cemento. In buona parte cemento mafioso. (…) I soldi sporchi della camorra napoletana e della ‘ndrangheta calabrese sono scomparsi anche nei milioni di metri cubi costruiti da queste parti. Comodamente riciclati in un mercato edilizio completamente al di fuori del controllo pubblico. Perché la mafia non ammazza soltanto i cristiani: ammazza anche i paesi, la terra, i paesaggi, le tradizioni, la storia, la cultura», scriveva Serra. Che definì Scalea «un villaggio» divenuto «mostro» con «una spiaggia meravigliosa, oggi trasformata in un allucinante carnaio», «una folla riminese ma senza Rimini, senza strutture, senza servizi, senza niente».

    La storia si ripete

    Sdraio e ombrelloni affittati senza licenza, il Comune che chiude tutti e due gli occhi in cambio dei voti, si doleva il cronista. Oggi almeno i lidi, non solo a Scalea, sono una materia normata, mentre sul voto di scambio in Calabria si scrivono ancora ordinanze e articoli di cronaca.
    Nell’estate 2021, la seconda covidica, quella dei vaccini e del Green pass che dovevano rappresentare il lasciapassare alla socialità e al rilancio dell’economia e del turismo, nuove e vecchie emergenze cioè alghe e spazzatura alimentano i discorsi più o meno ironici, più o meno incazzati nei tavolini distanziati dei bar.

    «L’apatia, ecco il grande problema della mia gente. E l’abbandono da parte di tutti». Cosa resta di queste parole di Gennaro Serra, il pittore che segnalò il sacco di Scalea a sovrintendenza e pretura e nel 1975 sentì esplodere una bomba sotto casa? Resta l’apatia, il senso di abbandono forse meno: perché si sa che almeno ci sono un sacco di russi che a Scalea hanno trovato il loro eden.

  • Termovalorizzatore: la Danimarca fa marcia indietro, la Regione Calabria vuole raddoppiarlo

    Termovalorizzatore: la Danimarca fa marcia indietro, la Regione Calabria vuole raddoppiarlo

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    Lo scorso 10 maggio, il presidente della Regione Roberto Occhiuto e i rappresentanti della città metropolitana di Reggio Calabria si sono riuniti alla Cittadella per parlare del raddoppio e l’ammodernamento dell’unico termovalorizzatore di Gioia Tauro.
    Due ore d’incontro, per accordarsi sull’essere in disaccordo.
    Un intervento che la Regione ha voluto inserire nel nuovo piano rifiuti, per liberarsi dalla dipendenza dalle discariche ed evitare accumuli di rifiuti prima della stagione estiva, oltre che per migliorare l’impatto ambientale della struttura.

    Gli amministratori e le comunità della Piana non ne vogliono sapere. «Serve una politica seria, nero su bianco, che ponga come ultima fase la chiusura degli impianti di termovalorizzazione. Se ti dai questo obiettivo, diventi credibile» ci dice, polemico, Aldo Alessio, sindaco di Gioia Tauro, che era presente all’incontro. Qualche giorno prima, il 7 maggio, nella città c’è stata una prima manifestazione di protesta.

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    L’Azienda sanitaria provinciale di Reggio Calabria

    Il territorio di Gioia è particolarmente sensibile al tema della salute. Nel 2018, uno studio dell’Asp di Reggio insieme ad Arpacal e all’Irccs di Bari ha attestato un tasso più alto di incidenza e di mortalità per le neoplasie polmonari nella città e, in generale, nell’area tirrenica. Se non è possibile collegarlo direttamente all’impianto, è vero che la zona della Piana presenta più siti ambientali a rischio.
    Gli impianti di nuova generazione danno più garanzie, da questo punto di vista. Ma rimangono tanti dubbi sulle emissioni e sul ruolo che possono avere nel compromettere lo sviluppo della raccolta differenziata sul territorio.

    Gioia Tauro, un termovalorizzatore a mezzo servizio

    La gestione dell’impianto è la croce più grande che la città si è dovuta caricare sulle spalle, secondo il sindaco Alessio: «Non sono state fatte a dovere né le manutenzioni ordinarie né le straordinarie. E ora ci raccontano la barzelletta che con le nuove misure dovrebbe andare tutto bene. Perché dovrei credergli?». Le due linee che lo costituiscono sono ormai obsolete, sorpassate dagli impianti di nuova generazione, che permettono un controllo più stretto su cosa si brucia, e di inquinare meno.

    A confermare il quadro tragico del termovalorizzatore in contrada Cicerna è un documento tecnico del dipartimento regionale Ambiente che è stato allegato alla manifestazione d’interesse per il project financing. Il documento parla di «continui fermi d’impianto» e di una produzione bassa. Le linee inceneriscono «quantitativi molto inferiori rispetto alla potenzialità autorizzata», che si attesta sulle 120mila tonnellate ogni anno.

    Alessio non si fida più delle promesse: «Ci stanno raccontando delle favole. E le favole sono tutte belle. Anche 22 anni fa, quando sono state costruite la prima e la seconda linea, la favola era che non avremmo respirato sostanze nocive. E che avremmo avuto il teleriscaldamento. Ormai nessuno ne parla più».
    La gestione dell’impianto attuale non è mai stata chiara. «Non c’è mai stata una gara pubblica con un assegnamento definitivo. La Regione l’ha consegnata ai privati. Rimaniamo nella transitorietà: le cose funzionano così in Calabria. E non fa scandalo, qui è tutto normale».

    I nuovi impianti abbattono i rischi per la salute

    Secondo molti studi sul tema, le nuove tecnologie permettono di ridurre significativamente sia le emissioni che i rischi per la salute, legati soprattutto agli impianti obsoleti ancora in funzione.
    La pericolosità degli inquinanti per i cittadini è forse il tema che sta più a cuore alla comunità di Gioia Tauro. Come accennato all’inizio, da tempo si denuncia un aumento dell’incidenza e della mortalità di alcuni tipi di tumore. È complicato, però, trovarne le cause profonde.

    Gli impianti di nuova generazione, da questo punto di vista, potrebbero essere un grande passo in avanti. Come si legge nel libro bianco italiano sull’incenerimento dei rifiuti, pubblicato nel 2021, «è scientificamente riconosciuto che le preoccupazioni sui potenziali effetti sulla salute degli inceneritori riconducibili a inquinanti potenzialmente presenti nelle emissioni, quali metalli pesanti, diossine e furani, sono da ricondurre a impianti di vecchia generazione e a tecniche di gestione utilizzate prima della seconda metà degli anni Novanta».

    L’ingresso del campus dell’Imperial College di Londra

    Una conclusione simile a quella di Anna Hansell, scienziata dell’Imperial College di Londra. In una ricerca, la professoressa non aveva escluso del tutto che i nuovi impianti possano avere delle conseguenze sulla salute (un’affermazione che sarebbe comunque difficile da verificare, a livello scientifico), ma «gli inceneritori moderni e ben regolamentati possono avere un piccolo, se non addirittura impercettibile, impatto sulle persone che vivono nelle loro vicinanze».

    I dubbi sulle emissioni del termovalorizzatore di Gioia Tauro

    Nella visione della Regione, le nuove linee abbatterebbero anche le emissioni di anidride carbonica. Occhiuto insiste soprattutto su un dato: il raddoppio del termovalorizzatore di Gioia Tauro, secondo i calcoli effettuati dagli uffici della Regione, potrebbe abbattere le emissioni inquinanti dell’88% rispetto a quelli attuali. Questi ultimi rimarrebbero comunque in funzione, quindi è un dato da prendere con le pinze.
    Ma è vero che gli impianti di nuova generazione inquinano molto meno? La risposta breve è… .

    Ci sono tanti fattori da considerare. In primis, abbiamo un problema di metodo. Di solito, i dati contano solo le emissioni di CO₂ fossile, come quello emesso quando viene incenerita la plastica, ad esempio. Ma esiste un altro tipo, la CO₂ biogenica, che deriva da fonti naturali, come il legno. Anche questa inquina, eppure non viene conteggiata nelle statistiche: una falla che non permette di capire realmente gli impatti di questi impianti. Inoltre, è difficile quantificarne l’impatto ambientale, se non si sa cosa verrà bruciato. Anche accettando il fatto che le emissioni di anidride carbonica e altri inquinanti calino con i nuovi impianti, è vero che non esiste l’impatto zero. Queste strutture continueranno ad inquinare.

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    Gioia Tauro ha un altro problema, molto più concreto: ci vorranno anni per finire l’allargamento del termovalorizzatore. Nel frattempo, le prime due linee continueranno ad inquinare, con una produzione aumentata.
    Durante l’ultimo incontro, i sindaci della Città Metropolitana hanno portato una controproposta: dismettere le prime due linee del termovalorizzatore, quando le nuove saranno pronte. È stata bocciata.

    C’è chi ha già cambiato idea: il dietrofront della Danimarca

    Allargando lo sguardo, vediamo che la discussione sui termovalorizzatori tende a riproporsi nei contesti più vari. Negli ultimi giorni se ne sta parlando anche a Roma, dove la proposta ha un consenso decisamente più largo rispetto alla Calabria.
    Anche a livello internazionale, la pressione per la costruzione di nuovi impianti è forte. Molti stati vogliono fare in fretta, per liberarsi delle proprie discariche e aumentare la produzione di energia elettrica. Ma non mancano i ripensamenti.

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    Amager Bakke, il termovalorizzatore di Copenhagen celebre per ospitare una pista da sci

    Uno degli stati più “entusiasti” ha fatto una brusca marcia indietro. La Danimarca, infatti, è uno dei paesi europei che ha investito di più nei termovalorizzatori. 23 impianti generano il 5% dell’energia elettrica prodotta nel paese, ed un quinto del teleriscaldamento.
    I danesi, però, non producono abbastanza rifiuti da tenere in funzione le centrali. Ed è qui che si genera il paradosso: la Danimarca è costretta ad importare i rifiuti dall’estero, spingendo la produzione più in alto possibile e compromettendo i propri obiettivi climatici.

    Se il termovalorizzatore inquina di più: il caso del Regno Unito

    Come ha raccontato nel 2020 a Politico il ministro danese per il Clima Dan Jørgensen: «Importiamo rifiuti ad alto contenuto di plastica per utilizzare l’energia in eccesso generata dagli impianti. Il risultato è un aumento delle emissioni di CO₂».
    Per questi motivi, il governo danese ha invertito la rotta. Nel prossimo decennio, verranno chiusi 7 inceneritori (su un totale di 23). Inoltre, la capacità di incenerimento dovrà scendere almeno del 30%. L’alternativa di lungo periodo è di puntare sul rafforzamento della raccolta differenziata.

    Può anche succedere di scoprire dopo anni che gli impianti che utilizzi siano più inquinanti di quello che pensi. È quello che è successo in Regno Unito.
    Secondo un report della società di consulenza Eunomia per ClientEarth, la produzione di energia dai termovalorizzatori inglesi è più inquinante di quella creata utilizzando il gas. Insomma, servirà un monitoraggio molto preciso, se vogliamo misurarne gli effetti sull’ambiente.

    Il colpo di grazia alla raccolta differenziata?

    Il problema più grosso è che i termovalorizzatori diventano un grosso ostacolo per la raccolta differenziata e, in generale, per l’idea dell’economia circolare.
    Una volta creato un impianto, bisogna tenerlo in funzione. È difficile che venga dismesso dopo pochi anni.
    Di solito, sono progettati per rimanere in attività per almeno 20 anni, e ci sono dei contratti da rispettare. Le scelte degli amministratori rischierebbero di essere vincolate al mantenimento degli impianti, e non agli obiettivi ambientali. Esattamente com’è successo in Danimarca.

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    L’ultima emergenza rifiuti nel centro storico di Cosenza (foto Alfonso Bombini)

    Sappiamo, inoltre, che le alternative sono poche: dobbiamo ridurre la produzione di rifiuti. Per rispettare gli impegni degli accordi di Parigi, in Italia bisognerà riciclare almeno il 55% dei rifiuti urbani entro il 2025, e il 65% dei rifiuti da imballaggio. Percentuali che hanno soglie più alte per i 10 anni a venire.
    In questo ambito, la Calabria è molto indietro. Tra le Regioni d’Italia, è la penultima per raccolta differenziata. Una percentuale intorno al 50%. E pensare che l’obiettivo regionale per il 2012 era quello di raggiungere il 65%.
    Sarà fondamentale investire bene i fondi europei, per creare degli impianti che ci permettano di rispettare i nostri obiettivi. Sul termovalorizzatore si può anche discutere, ma non c’è alternativa al riciclo.

  • Viscomi come Renzi? Entopan, un business di sinistra

    Viscomi come Renzi? Entopan, un business di sinistra

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    Porte girevoli, conflitti di interesse e lobbying. Sono tutte questioni che tengono banco nel dibattito pubblico di questi mesi, soprattutto a seguito delle attività extraparlamentari del leader di Italia Viva e senatore Matteo Renzi. In particolare, destò molto scalpore la nomina dell’ex presidente del Consiglio nel Cda della Delimobil, società di car sharing operante in Russia, partecipata dalla banca statale Vtb. Certo, appena scoppiato il conflitto in Ucraina, Renzi lasciò quel Cda, ma l’assenza di una regolamentazione di queste attività per i parlamentari continua ad essere evidenziata dagli addetti ai lavori e non solo.

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    Il leader di Italia Viva, Matteo Renzi

    Lobby e silenzi

    Manca prima di tutto una legge sulle lobby. In Calabria ne venne approvata una nel 2016, ma non è mai stata applicata. Per i deputati della Repubblica, invece, il 12 aprile 2016 è stato approvato dalla Giunta per il Regolamento un codice di condotta che dispone “Qualora un deputato assuma una carica o un ufficio successivamente alla proclamazione, deve renderne dichiarazione (al Presidente della Camera, ndr) entro il termine di trenta giorni”. In caso di violazione di quanto disposto, è previsto che ve ne venga dato annuncio in Assemblea con conseguente pubblicazione della violazione sul sito web della Camera dei Deputati. Insomma, un corpus normativo molto flebile, a fronte di situazioni che possono essere più che rilevanti.

    Il Viscomi dimezzato: parlamentare e lobbista

    Antonio Viscomi, deputato del Pd ed ex vicepresidente della Regione Calabria rappresenta un caso emblematico. Possiede dal 31 marzo (deposito atto il 20 aprile) di quest’anno 50mila euro di quote della Entopan Innovation srl, società di progettazione, sviluppo, gestione e startup di interventi di innovazione tecnologica. Di questa società, dal novembre 2019 è anche consigliere di amministrazione, così come lo è dal gennaio 2020 di un’altra società che partecipa con quote alla prima, la Entopan srl.

    Dall’ottobre 2019 al gennaio 2020, Viscomi è stato anche nel Cda di Ehic srl; inoltre, dall’ottobre 2019 al marzo 2022 è stato nel Cda di Harmonic Innovation Hub srl; dall’ottobre 2021 al marzo 2022, poi, è stato presidente del Cda di Harmonic Innovation Research srl, tutte società “satelliti” di Entopan. Tra le dichiarazioni sulle cariche ricoperte sul sito della Camera, però, tutte queste cariche non risultano contenute in atti pubblicati ed è ipotizzabile, quindi, che Antonio Viscomi non abbia provveduto a dichiararle come previsto dalla citata normativa parlamentare.

    Entrambe le società in cui Viscomi ha attualmente cariche del Cda (Entopan e Entopan Innovation) si occupano, tra le altre cose, di instaurazione di regolari rapporti di collaborazione con Università e/o centri di ricerca, istituzioni pubbliche e partner finanziari. Tra le attività svolte, risulta anche lo svolgimento di attività di reti di relazioni, lobbying e marketing. Si legge nelle relative visure camerali, che le attività della società “si rivolgono alle imprese, agli enti, ai territori, alle comunità ed alle competenze che intervengono nelle diverse fasi che compongono l’intera filiera della ricerca e dell’innovazione”.

    I potenziali conflitti d’interesse di Viscomi

    Un business redditizio perché a fine 2020 Entopan Innovation srl, con un capitale sociale di oltre 4 milioni e 300 mila euro, ha fatturato 1milione e 971mila euro, mentre la Entopan srl, con un capitale sociale di 380mila euro, a dicembre 2019 aveva un fatturato di 1milione e 652mila euro.
    Certo, nel 2021 Entopan Innovation ha avuto il ruolo di advisor nell’ingresso di Cdp Ventura Capital Sgr spa (Fondo Nazionale Innovazione) – società del gruppo Cassa Depositi e Prestiti partecipata al 70% dalle società pubbliche Cdp Equity e al 30% da Invitalia – nella società calabrese Altilia srl, con un investimento di quasi 3 milioni di euro nel campo dell’intelligenza artificiale.

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    La sede di Cassa Depositi e Prestiti

    Nello stesso anno, la Entopan Innovation ha ricevuto un affidamento diretto dal Ministero della Cultura (a guida dell’esponente Pd, Dario Franceschini), per un importo certamente più modesto, 2800 euro oltre Iva. In entrambi i casi, però, la presenza del parlamentare Pd Antonio Viscomi nel Consiglio di Amministrazione della società, pare rappresentare un elemento di forte conflitto di interesse.

    Gli amici di sinistra…

    Viscomi non è l’unica presenza politica in questa galassia societaria. Già, perché presidente di Entopan srl è Francesco Cicione, molto vicino all’ex sottosegretario e deputato verdiniano Pino Galati. Cicione è stato vicesindaco di Lamezia Terme nella giunta di centrosinistra di Gianni Speranza dal 2008 al 2014. «Fare impresa è fare politica, e fare impresa così come la facciamo è la più alta forma di Carità» ha dichiarato il fondatore di Entopan Francesco Cicione in una intervista. «Operiamo in favore di imprese, start-up, spin-off, territori e comunità, accompagnando i processi lungo l’intera filiera dell’innovazione».

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    L’ex sottosegretario Pino Galati

    Con lui tra gli amministratori di Entopan, oltre alla moglie, Brunella Chiodo, c’è un altro innesto della citata Giunta Speranza, l’ex assessora Giuseppina Crimi, che è stata anche consigliera comunale a Lamezia dal 2002 al 2014. Nel Cda, inoltre, risulta anche lo stesso ex Sindaco Gianni Speranza.
    Tra gli “advisoring” della società, invece, è presente l’ex parlamentare dei Ds, Nuccio Iovene.

    …e i “Calabresi nel mondo”

    Gli ex assessori comunali di Lamezia, Cicione e Crimi, sono stati al centro del polverone sulla Fondazione “Calabresi nel Mondo”, sul quale pende ancora il processo di primo grado a carico dell’ex Presidente, appunto l’ex deputato Pino Galati, per la presunta gestione illecita e clientelare delle assunzioni.
    Oltre alle assunzioni di Crimi (che ne portò alle dimissioni da assessora comunale) e Cicione, risultavano anche quelle del cognato di quest’ultimo, Paolo Strangis e dei rappresentanti di Arci, Gennaro Di Cello e Francesco Falvo D’urso, oggi rispettivamente vicepresidente e graphic designer di Entopan srl.
    Nell’elenco degli assunti c’era anche Giandomenico Ferrise, figlio di Aldo Ferrise, anche lui assessore comunale a Lamezia Terme nella Giunta Speranza e oggi socio di Entopan Innovation srl.

    «Prima di entrare in Entopan conosceva già Francesco Cicione con cui condivideva valori ed alcune esperienze lavorative. Fondamentale, per la sua scelta di diventare socio di Entopan, è stata la collaborazione comune ad un progetto del 2012: Calabresi nel mondo. Lì è maturata la consapevolezza di avere un bagaglio condiviso di esperienze e valori e la voglia di iniziare insieme un percorso professionale» viene raccontato su Gennaro Di Cello su Effedi.

    La galassia societaria di Entopan

    Ricapitoliamo: Entopan srl è socia di Entopan Innovation srl (delle quali Antonio Viscomi è componente di Cda). In quest’ultima risultano anche soci oltre, appunto, al parlamentare Viscomi e all’ex sindaco Speranza e i suoi ex assessori Ferrise, Crimi e Cicione, anche la direttrice reggente dell’autorità regionale dei trasporti della Calabria, Filomena Tiziana Corallini, il costruttore Angelo Ferraro, vicepresidente della squadra di calcio Lamezia F.C. e già presidente dei “galatiani” di Alternativa Popolare di Lamezia Terme, l’ex Co.co.co. regionale Vera Tomaino, la cooperativa sociale Inrete (che ha il vicepresidente di Entopan come residente ed il già citato Francesco Falvo D’Urso nel Cda) e l’ex Prorettore dell’Unical, Luigino Filice.

    Abbiamo anche la società, iscritta nel registro delle imprese come startup innovativa, Harmonic Innovation srl. «La società ha per oggetto e con carattere prevalente la ricerca di base e pre competitiva, la progettazione, la prototipazione e lo sviluppo di concept e processi edilizi, tipologici ed architettonici, ad alto tasso di innovazione tecnologica, strategica e sociale». «La società, inoltre, potrà realizzare e commercializzare in proprio eventuali interventi immobiliari complessi finalizzati alla valorizzazione della ricerca sviluppata», si legge nella visura camerale.

    Le partecipazioni societarie

    Le partecipazioni societarie sono, tra le principali, quelle di Entopan srl per 155mila euro, la 2Effe Holding s.r.l. per 117mila euro (del citato Angelo Ferraro, col parente Antonio), 66mila euro di Valerio Barberis, assessore comunale del Pd di Prato (e nome papabile quale futuro Sindaco) e 17mila della Seshat s.r.l. che ha come amministratore unico Pietro Grandinetti, direttore tecnico della Ferraro spa.

    Harmonic Innovation hub srl, anch’essa registrata come startup innovativa, ha un capitale sociale più ingente, di quasi 2 milioni di euro. Entopan srl partecipa con quasi 1milione e 300mila euro, 255mila la 2Effe Holding s.r.l. dei Ferraro e 200mila l’ex parlamentare del Pdl, Santo Versace. Presidente del consiglio di amministrazione è un altro ex sindaco di Lamezia Terme, Pasqualino Scaramuzzino (il cui Consiglio venne sciolto per infiltrazioni mafiose), già candidato con “Forza Azzurri” alle ultime elezioni regionali.

    Insomma, tra partecipazioni, incarichi ed esponenti pubblici, la galassia di Entopan risulta un incubatore (redditizio) non solo di start-up, ma anche di interessi che certamente metteranno (almeno) in imbarazzo Antonio Viscomi, quale deputato in carica e membro della commissione Lavoro. Oltre che come esponente di quel Partito Democratico che nei mesi ha criticato Matteo Renzi a tutto tondo per i suoi affari extraparlamentari.

  • Aspromonte, il paradiso può attendere

    Aspromonte, il paradiso può attendere

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    A distanza di quasi un anno dagli incendi che hanno saccheggiato l’Aspromonte al ritmo di un paio di focolai al giorno, si va avanti a vista, confidando anche nelle statistiche che segnano sempre un intervallo di una manciata di anni tra un disastro e l’altro. Quattro morti, settemila ettari di area protetta andati in fumo, decine di sentieri cancellati dalle fiamme e intrappolati dalle frane che ne sono figlie, e un paio di paesi che hanno seriamente rischiato di essere devastati dai roghi: l’estate del 2021 verrà ricordata come l’estate della devastazione. Devastazione che ha avuto il suo epicentro nella provincia di Reggio e che ha visto il Parco nazionale d’Aspromonte pagare un prezzo altissimo al tavolo dei piromani che per quasi un mese hanno messo a ferro e fuoco uno dei polmoni verdi della Calabria.

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    Quel che resta degli alberi bruciati in Aspromonte (foto 2021)

    Cronologia di un disastro

    Una ventina di giorni, quelli compresi tra il 29 luglio e il 17 agosto: sono queste le date che segnano il passo degli incendi e che registrano almeno un nuovo fronte di fuoco. Fronti che, a leggere i primi dati raccolti attraverso il sistema Copernicusil programma satellitare di osservazione della Terra coordinato e gestito dall’Unione Europea – sono scoppiati praticamente in contemporanea a distanza di decine di chilometri l’uno dall’altro. I primi episodi, sporadici, si registrano nei primi giorni di luglio a monte di Mammola e San Luca. Ma è con la fine del mese che le cose precipitano.

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    In rosso le zone interessante dagli incendi nel 2021 in Aspromonte

    Il 29 il fuoco attacca l’entroterra di Gerace mangiandosi quasi 10 ettari di foreste. Poi, in un’escalation tremenda dove è difficile non individuare la mano dell’uomo, le fiamme aggrediscono i territori di Condofuri, di nuovo San Luca, Mammola e Oppido. Quindi si allungano fino ai confini estremi di Reggio. Ancora poche ore, e nella notte tra il 4 e il 5 agosto le fiamme prendono piede nell’area di San Lorenzo. Dalle campagne del piccolo paesino dell’Aspromonte grecanico i roghi scendono e risalgono i costoni della montagna portando devastazione e morte in tutta l’area. Minacciano da vicino anche l’abitato di Roccaforte del Greco e quello di Bagaladi.

    Non c’è pace fino a settembre

    All’alba di ferragosto, quando il fronte ha ormai distrutto quasi ogni cosa gli si parasse davanti spostandosi più a sud verso la diga del Menta, si conteranno più di 6mila ettari di boschi, in area sottoposta a tutela, completamente distrutti. E mentre le fiamme corrodono i boschi secolari di “pino calabro”, i nuovi fuochi continuano ad aggredire le ricchezze del parco.

    Il 5 è la volta di Oppido. Poi il sette di nuovo a San Luca in quello che, probabilmente, è il fronte (850 ettari andati in fumo) che ha minacciato da vicino le foreste vetuste di Faggi, a quota 1200 metri di altezza: l’Unesco le aveva dichiarate patrimonio dell’Umanità appena una manciata di mesi prima. E ancora Martone, Cittanova e Grotteria il dieci agosto e di nuovo San Luca – il paese che presenta la maggiore estensione territoriale in tutta la provincia – Canolo e Mammola in un inferno di fuoco che s’interromperà solo nei primi giorni di settembre.

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    I sentieri distrutti dalle fiamme nel 2021 in Aspromonte

    Paradiso perduto

    Sono le guide ufficiali del Parco a certificare lo stato di devastazione causato dagli incendi. Loro lo studio che compara i dati Copernicus con le carte che mappano la biodiversità vegetale presente sul territorio. E sono sempre loro a battere la montagna annotando nuove frane sui percorsi noti e a toccare con mano l’entità del disastro.

    Sono stati i boschi più pregiati a pagare il prezzo più alto dell’estate degli incendi, soprattutto nella zona compresa tra i centri di Bagaladi, San Lorenzo e Roccaforte del Greco. Qui, il report stilato dalle guide del Parco, certifica come siano oltre 1700 gli ettari di “pino calabro” – uno degli alberi che maggiormente caratterizza la vegetazione autoctona e le cui foreste erano vecchie di secoli – andati completamente perduti. Un patrimonio inestimabile a cui si devono aggiungere le foreste di faggi, castagni e lecci (circa 550 ettari) e quelle venute fuori dal rimboschimento di conifere e ormai evaporate (quasi mille ettari).

    Animali e sentieri 

    E ancora boschi di ginestre, pascoli e decine di fondi coltivati a uliveto. Per non dire degli animali. Tassi, faine, scoiattoli e martore che non hanno trovato scampo come cinghiali, volpi e lepri. Confusi dal fumo e circondati dalle fiamme, sulle loro carcasse hanno banchettato per giorni corvi e cornacchie.

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    Mucche in quel che resta dei pascoli dopo l’incendio di agosto 2021

    Nel lungo elenco dei danni ancora in corso di realizzazione sono finite anche le aziende e le associazioni che il parco d’Aspromonte lo vivono e lo fanno vivere ai turisti. Sono decine i chilometri di sentieri e stradine interessate dagli incendi su tutti i versanti della montagna, che fanno parte dei consueti percorsi turistici. Dal sentiero “Italia” nel tratto che collega Reggio a Gambarie e poi più a nord in quello che collega Montalto – la cima più importante d’Aspromonte – con San Luca. E, ancora, i percorsi che scavalcano le vette e collegano Bova nell’area grecanica con Delianuova sul versante tirrenico e tra Samo e il cuore della montagna.

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    La moria delle Api a causa degli incendi in Aspromonte (foto 2021)

    Aspettando Godot

    Se la reale portata degli incendi non è ancora del tutto chiara, buona parte del problema viene dai comuni (37 in tutto) che ne compongono il cuore. Spetta a loro il compito di censire dettagliatamente i confini dei roghi che hanno interessato i rispettivi territori. È un lavoro che andrebbe eseguito nelle immediatezze degli eventi. Serve, infatti, per avere una visione chiara delle aeree in cui intervenire e la priorità degli interventi da mettere in campo oltre che a progettare un adeguato piano di difesa. Nessuno (o quasi) dei centri del Parco ha ancora consegnato le planimetrie dei censimenti. Così nei giorni scorsi gli uffici amministrativi dell’Ente sono stati costretti a inviare una comunicazione ufficiale a ogni comune nel tentativo di capire quanto fatto finora.

    E sono sempre i comuni a dovere garantire la pulizia dei fondi – soprattutto quelli nelle immediate vicinanze dei centri abitati – in modo da creare delle zone taglia fuoco in grado di proteggerli. Anche in questo caso la situazione attuale registra un preoccupante ritardo, nonostante la scorsa estate le fiamme siano arrivate a toccare le prime case di Grotteria e di San Giovanni di Gerace.

    I cittadini si improvvisano pompieri d’Aspromonte

    In quell’occasione furono anche gli abitanti dei due piccoli centri a dare una mano alle squadre antincendio: incuranti delle ordinanze sindacali che disponevano l’evacuazione decine di semplici cittadini si diedero da fare con pale, rastrelli e sifoni da giardino per domare le fiamme che avevano attaccato la rupe su cui si affacciano il comune di Grotteria e la chiesa di San Domenico, da cui un drappello di fedeli aveva “evacuato” per precauzione la statua del Santo protettore. L’incendio che lambiva l’abitato ebbe anche la conseguenza di “dirottare” l’unico canadair presente in quei giorni sulla montagna che, come ordine di servizio, deve dare priorità ai centri abitati.

    Soldi e bandi pubblici dove sono finiti?

    Da una parte i comuni, a loro difesa, mettono sul piatto una pianta organica ridotta all’osso, che dilata i tempi e complica le cose. Dall’altra provano a battere cassa, indicando i costi pesanti dell’affidamento a società esterne per il censimento degli incendi passati.

    Eppure di soldi legati ai bandi pubblici ne sono girati. E ne continuano a girare. Soldi, come quelli del bando “Clima 2021” che hanno preso varie strade, previste dai bandi ma solo “adiacenti” a quelle che ci si immaginerebbe dopo il disastro dell’anno scorso. Quello che i fuochi del 2021 hanno mostrato è infatti la drammatica carenza di strutture, mezzi adeguati e uomini preparati ad affrontare eventi così imponenti.

    Sono circa una quindicina, ad esempio, i punti di rifornimento di acqua a cui possono accedere i mezzi antincendio impegnati sul territorio. Punti disseminati a macchia di leopardo dentro i confini del parco – tra reti idriche, piccoli laghetti e, sparute, vasche antincendio – ma che sono risultati decisamente insufficienti alla prova dei fatti.

    Solo un milione su 4 per le vasche antincendio

    Degli oltre 4 milioni di euro garantiti dal ministero della Transizione ecologica e veicolati attraverso il Parco nazionale, però, solo uno dei nove progetti finanziati prevede la costruzione di una vasca antincendio. Succede nel comune di Cosoleto, che ha chiesto e ottenuto 200mila euro per allestirne una a cui possano “abbeverarsi” i mezzi spegni fuoco.

    Il resto dei soldi è andato invece, legittimamente, per la ristrutturazione e l’efficientamento energetico dei municipi di Bova, Gallicianò e Cinquefrondi. Mentre a Cittanova serviranno per la ristrutturazione dell’ostello della gioventù e per la costruzione di un vivaio forestale. Questione di priorità, anche alla luce del fatto che quello degli accessi all’acqua durante gli incendi è stato uno dei problemi maggiori riscontrati la scorsa estate per gli interventi da terra.

    In ballo ci sono poi i finanziamenti per altre vasche. Attendono il via libera per il progetto definitivo i comuni di San Luca, Oppido, San Giorgio Morgeto e Mammola. Ma i tempi sono quelli della burocrazia calabrese. Toccherà incrociare le dita.

    I fantasmi dell’Afor sull’Aspromonte

    Sul campo però, oltre ai vigili del fuoco e alle associazioni, a cui come da piano Aib è andata la gestione di 15 delle 16 zone in cui è stato diviso il territorio protetto (una resta invece di competenza dello Stato e viene gestita direttamente dal reparto dei carabinieri per la biodiversità), vanno le squadre di Calabria Verde.

    Una settantina quelle disponibili in tutta la provincia. Sono formate per lo più da gruppi di 3-5 persone, ma alcune sono più numerose. Oltre a tenere a bada le fiamme dovrebbero anche garantire la manutenzione delle strade e la ripulitura del sottobosco in Aspromonte.

    Passati i tempi dell’elefantiaca pianta organica dell’Afor, però, i numeri degli addetti sul campo sono crollati drasticamente. Tenere a bada i 67mila ettari dell’Aspromonte è semplicemente impossibile. Un problema, quello della scarsità d’organico, che si riflette anche sui tempi di intervento. Capita che i mezzi antincendio, privi degli operai che conoscono la montagna, si perdano tra le mille stradine sterrate del territorio.

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    Anche un piccolo parco giochi per bambini divorato dalle fiamme in Aspromonte nel 2021

    Gara deserta

    E se gli uomini mancano, lo stesso discorso si può fare per quanto riguarda i mezzi. Sei le autobotti di Calabria Verde in provincia, due delle quali stanziate fuori dai confini del Parco. Dal 2018 avrebbero dovuto aggiungersene altre fra le 10 messe in cantiere dalla società regionale. Peccato che le gare – subissate da richieste di chiarimenti sul bando da parte dei concorrenti – continuino ad andare deserte da quattro anni.

    L’ultima è stata dichiarata «infruttuosa» lo scorso 14 aprile e ha costretto Calabria Verde a virare verso un “procedura negoziata”. Con un tetto massimo di poco più di 200mila euro, dovrà rimpolpare il parco automezzi con cinque nuove autobotti da prendere con il principio dell’offerta economicamente più vantaggiosa. Tempi previsti: 120 giorni dalla stipula del contratto. Speriamo che i piromani aspettino.

  • Deserto blu: meglio mangiare bianchetto oggi o pesce domani?

    Deserto blu: meglio mangiare bianchetto oggi o pesce domani?

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    «È dal 15 gennaio che non facciamo pescato, tra maltempo e altro. Ad andare con 200 nasse, spesso non prendiamo nemmeno un gambero». In circa 50km di costa, tra Capo Spartivento e il Golfo di Squillace, Nino ormai non prende quasi più niente.
    Da qualche anno è cambiato tutto. L’abbondanza di una trentina d’anni fa è finita. Niente più banchi di cefali. Niente più sacchi di polpi, come era abituato il vecchio Turiddu: «Non aveva secchi, né casse: portava solo dei sacchi. Li riempiva con i polpi, 100 chili tutti i giorni, era normale per lui un pescato del genere. Ora, anche il polpo… Negli ultimi 7 anni, vedrà circa 10 esemplari in tutto l’anno. È una situazione drammatica».

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    Pescatori sullo Jonio

    Sostenere i costi della sua attività, la cooperativa Argonauta a Marina di Gioiosa Ionica, è sempre più difficile. «Io l’inverno e in primavera riuscivo a lavorare, tempo permettendo. C’è stata una volta in cui sono stato in mare per 260 giornate. Adesso molte meno, con la scusa del maltempo. Ma la verità è che manca il pescato».
    E quando non si trova il pesce, i giri a vuoto sono sempre più frequenti. E costosi. «Qualsiasi cosa fai non sai se ti conviene. Le spese aumentano esponenzialmente. Un esempio, andare con i palangari. Servono almeno 10 casse di sarde: sono 200 euro solo per le esche».

    Estinzione di massa

    Quella di Antonino non è la prima, né l’ultima storia di pescatori che stanno arrancando, che non sanno come si evolverà il proprio lavoro nel giro dei prossimi anni. Un’incertezza che ci porteremo dietro per molto tempo. Uno studio della rivista Nature rivela che non rispettare i limiti alle emissioni di gas serra previsti dagli accordi di Parigi potrebbe innescare un’estinzione di massa della vita marina nel giro di due secoli, così grande da avere effetti simili alle cinque estinzioni di massa già avvenute sulla terra.

    Senza dimenticare quello che già sappiamo su quello che sta avvenendo all’oceano. L’IPCC, nel report dedicato a Impatti, adattamento e vulnerabilità, ha evidenziato come il Mar Mediterraneo ha registrato temperature in aumento ed un innalzamento del 1,4 mm l’anno nel corso di tutto il XX secolo. Un quadro che mette a rischio anche una lunga serie di città costiere.
    In tutto questo, come sta il Mar Jonio?

    Pochi pesci nello Jonio?

    La prima cosa da chiedersi è se la popolazione ittica è veramente diminuita nel corso degli ultimi anni. La risposta, come al solito, è complessa. «C’è una spinta naturale al ripopolamento, accompagnata invece una pressione antropica che genera un equilibrio in diminuzione. Questo è il combattimento quotidiano che avviene lungo le coste ioniche».

    A spiegarci cosa succede è Emilio Cellini, direttore del Centro Ragionale di Strategia Marina, la struttura dell’Arpacal dedicata allo studio delle condizioni del mare e della costa.
    Da un lato, ci sono delle dinamiche naturali che spingono verso il ripopolamento. In generale, il Mar Jonio ha acque povere di nutrienti. Un fenomeno che, da circa un decennio, sta vedendo un capovolgimento: «Le acque superficiali del mar Jonio si stanno arricchendo di nutrienti, perché si sta osservando il movimento di acque di risalita dei fondali dello Jonio».

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    Guardavalle, fondale sabbioso con relitto che diventa oasi/tana per i pesci (foto Wolfgang Poelzer, per gentile concessione della Megale Hellas Diving Center di Marina di Gioiosa Ionica)

    È la morfologia della zona a scatenare questi fenomeni di upwelling. Lo Jonio calabrese è caratterizzato da grandi canyon, come quello del Golfo di Squillace. «A queste profondità, si parla di canyon di oltre 1300 metri di profondità, c’è un meccanismo di risalita di acque fredde levantine provenienti dalla Grecia, cariche di nutrienti». Stavolta, a parlarci è Silvio Greco, direttore della sede calabrese della Stazione Zoologica Anton Dohrn, uno dei più importanti centri di biologia marina al mondo.

    Tutto questo rende l’acqua più ricca di fitoplancton e altri nutrienti che permettono alla vita marina di sostenersi e prosperare. Oltre a rendere le acque più pulite: «Nello Jonio si arriva subito sul fondo, e questi fenomeni permettono alle sue acque di avere un forte idrodinamismo. Sul Tirreno, dove la piattaforma è più lenta a scendere, è più complicato, l’impatto dei contaminanti è diverso».

    Pescare meno, pescare meglio

    Abbiamo una risorsa che ha una spinta naturale ad essere molto più abbondante. Perché allora le nasse dei pescatori sono vuote?
    «L’overfishing, accompagnato dall’inquinamento, ha portato a un crollo delle risorse di pesca negli ultimi 20 anni». Per Silvio Greco, i dubbi sono pochi: la risorsa è stata gestita malamente. «Fino a pochi anni fa, la logica del pescatore era quella di pescare il più possibile. Usciva la mattina per prendere tutto quello che trovava».

    La pesca eccessiva ed illegale ha un grosso peso, ma misurarne l’impatto non è semplice. Secondo l’ultimo report Mare Monstrum di Legambiente, solo nel 2020 sono stati sequestrati più di 40 mila chili di prodotti ittici pescati illegalmente.
    La Calabria sarebbe la quarta regione d’Italia per numero di infrazione, pari al 7,2% del totale italiano. Sono numeri in calo, ma che risentono degli effetti della pandemia. Inoltre, è molto complicato individuare le infrazioni.

    Il futuro dello Jonio? Siamo fritti

    In particolare, i calabresi stanno pagando a caro prezzo la loro passione per il bianchetto (o sardella o rosamarina che dir si voglia). È una passione particolarmente distruttiva. Qualche chilo di novellame di alici e sarde corrisponde a quintali di pesci adulti: sono cicli di vita che vengono interrotti prima che possano fiorire e riprodursi. Una perdita immensa, sotto forma di frittella. La loro pesca è illegale dal 2006, da quando è entrato in vigore il regolamento europeo 1967/2006.
    Lo stesso Nino è convinto: «Nel dicembre del ‘91 andavo al mercato di Crotone. Quello che mi colpiva è che tutte le sere ogni barca portava almeno 20 casse di scampetti, che saranno stati della dimensione di un mignolo. Quel ciclo è stato distrutto, te lo posso garantire. E chissà quante altre volte è successo».

    Frittelle di bianchetto

    Uno sfruttamento che ha colpito duramente proprio i pescatori. O almeno, le generazione più giovani di pescatori. Secondo Greco, è emblematico il crollo delle registrazioni nel registro barche e natanti negli ultimi 20 anni: «Per ogni attrezzo e imbarcazione, si registra una forte riduzione. E senza i pescatori, si perde anche un patrimonio materiale di conoscenza, saperi, che spariscono insieme a loro».

    Gli scarichi abusivi e l’emergenza depurazione

    Se è vero che non mancano le storie di inquinamento industriale in Calabria, come l’infinita epopea del Sin di Crotone, a caratterizzare il Mar Jonio è soprattutto l’inquinamento microbiologico, dovuto alle acque di scarico non controllate e non depurate. Piccole emergenze sparse, che ne fanno una gigantesca.
    Per Cellini, quella delle acque reflue è la questione che va attaccata con più decisione: «Il problema principale è questa selvaggia politica di non governo degli scarichi abusivi, reflui che vengono rilasciati in mare da impianti di depurazione non funzionanti. Ed è anche e soprattutto un’emergenza culturale».

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    Carabinieri in azione durante la recente operazione Deep

    La condizione dei depuratori sarebbe tragica in tutto il territorio. «Le posso dire che su dieci impianti costieri, saranno solo 2 o 3 quelli efficientati. Gli altri vanno assolutamente sotto stress». Questo perché molto spesso gli impianti sono stati concepiti per coprire un numero di abitanti inferiore rispetto al carico estivo.
    In quest’ambito, la Regione sembra aver preso il toro per le corna. Proprio la stazione zoologica Anton Dohrn, a novembre del 2021, ha stipulato un accordo per la tutela del mare calabrese con la giunta regionale di Roberto Occhiuto: il centro si occupa soprattutto del monitoraggio del sistema di depurazione. Nello stesso periodo, la Stazione ha firmato un protocollo d’intesa con la Procura di Vibo Valentia.

    L’invasione aliena

    Con l’aumentare delle temperature, si sta rimescolando la popolazione ittica. Pesci tropicali, che non dovrebbero arrivare nel mar Jonio, iniziano a farsi largo e a competere per il predominio sul territorio con quelli autoctoni.
    Secondo il WWF, in tutto il Mediterraneo sono entrate quasi 1.000 nuove specie invasive. In certe zone, le specie locali sarebbero crollate del 40%. Non solo: le specie aliene intaccano profondamente gli ecosistemi che invadono.
    In Turchia ed in Grecia, ad esempio, i pesci coniglio hanno ridotto del 65% le grandi piante marine, ed il 60% delle alghe. L’impatto si è sentito su tutta la fauna: la popolazione ittica è calata del 40%.

    Aplisia dagli anelli, specie atlantica, in un fondale sabbioso del basso Jonio (foto Wolfgang Poelzer, per gentile concessione della Megale Hellas Diving Center di Marina di Gioiosa Ionica)

    Le specie aliene hanno due ingressi naturali sul Mar Jonio: il canale di Suez, e lo stretto di Gibilterra. «Stiamo registrando da circa 40 anni, grossomodo da quando ho iniziato lavorare, un aumento delle cosiddette specie aliene invasive. Abbiamo registrato almeno duemila specie aliene tra crostacei, molluschi e alghe. Molte di queste sono diventate specie commerciali», racconta Silvio Greco.
    Un esempio è la vongola. «Quando mangiamo gli spaghetti alle vongole pensiamo di mangiare delle vongole mediterranee, in realtà molto spesso sono filippine», spiega di nuovo Cellini. La Ruditapes philippinarum, infatti, è diventata molto più popolosa della vongola verace italiana

    Antonino, in questi anni, ne ha visti di tutti i tipi: «Saranno almeno 15-20 anni che troviamo il pesce palla. Così come mi è capitato spesso di pescare dei barracuda. Quando ho lavorato su Bagnara, avrò visto un banco di 15-20 quintali, che pesavano almeno 15 chili».
    Oltre alle “frontiere” naturali che possono attraversare, i pesci possono sfruttare le cosìddette ballast waters, le acque di sentina delle navi. «Quando arrivano, per esempio, nel porto di Livorno, scaricano quell’acqua e caricano i container con i materiali. In quell’acqua, però, c’è di tutto. È successo che una di queste navi scaricasse un’alga, la Ostreopsis ovata, che era tossica e creava problemi di tossicità ai bagnanti che erano sulla spiaggia», ci racconta Greco.

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    Granchi blu pescati da Nino. Il Callinectes sapidus è originario dell’Atlantico: non dovrebbe trovarsi nello Jonio

    Jonio, quello sconosciuto

    Nonostante tutto, Cellini ci ricorda che «le condizioni ambientali dello Jonio, fatta salva come dicevo la contaminazione microbiologica dovuto ad acque reflue non trattate, è un mare che ha tutto il carattere delle eccellenze».
    Se, da un lato, il quadro sembra rassicurante, va ricordato che è un equilibrio delicato, precario, in cui il cambiamento climatico continuerà ad avere un ruolo decisivo, stravolgente.

    Inoltre, non abbiamo mai avuto il quadro completo. «Noi abbiamo in generale una abissale ignoranza sui mari italiani, che diventa ancora più profonda quando si va a parlare di Mar Jonio. Abbiamo mappato meno dello 0,1 % dei fondali marini del paese» lamenta Silvio Greco.
    Una mancanza di expertise e conoscenze che abbiamo pagato nel tempo. Non esiste nemmeno una facoltà di biologia marina in tutta la Regione. Per Cellini, «la Calabria, per troppi anni, ha voltato le spalle al mare, guardando più ai monti e alle colline».

     

    Il primato alla rovescia dell’Arpacal

    Per non parlare delle risorse. Cellini ha voluto sottolineare i passi in avanti degli ultimi anni, ma c’è ancora tanto da fare. L’Arpacal, ad esempio, è una delle poche Arpa d’Italia che non ha a disposizione un battello oceanografico: «Tutte le Arpa d’Italia hanno una barca dedicata allo studio degli impatti e della valorizzazione dell’ambiente marino, la Calabria no». Un problema condiviso con lo stesso Silvio Greco, che si sta impegnando per lasciare un batiscafo al centro di Amendolara.

    Potenziare il monitoraggio sarà fondamentale per gestire il futuro della pesca, e dei territori in generale. Per il direttore Cellini basterebbe che li mettessero in condizione di poter fare nel migliore dei modi quello che già fanno, «con del personale adeguato, un piano di tutela delle acque accompagnato da un controllo puntuale su tutti i corpi idrici superficiali e di tutti i depuratori».
    Senza il quadro completo, sarà impossibile «mettere il sale sulla coda ai violentatori dell’ambiente marino-costiero calabrese».

  • Zoomafie: quelle bestie della ‘ndrangheta

    Zoomafie: quelle bestie della ‘ndrangheta

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    «Con l’archeomafia, rubano il nostro passato, la nostra storia. Attraverso l’ecomafia, rubano il nostro futuro, l’avvenire della terra. Con la zoomafia, rubano il nostro presente, razziando la pietas che supera i confini di specie, rendendoci empaticamente sterili, indifferenti alla sofferenza degli altri individui del nostro stesso regno animale. Ambiente, animali umani e no: tutti vittime del morbo mafioso». Si esprime così Ciro Federico Troiano, criminologo e attivista che ogni anno cura il Rapporto Zoomafia per la Lav, con la collaborazione della Fondazione Antonino Caponnetto.

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    Ciro Federico Troiano, criminologo e attivista

    Il lockdown non ha fermato la zoomafia

    Neanche il lockdown del 2020 ha fatto crollare il fenomeno dei reati contro gli animali. «I traffici legati allo sfruttamento degli animali, rappresentano un’importante fonte di guadagno per i vari gruppi criminali che manifestano una spiccata capacità di trarre vantaggio da qualsiasi trasformazione del territorio e di guadagnare il massimo rischiando poco», è scritto nell’ultimo rapporto redatto da Troiano.

    Le mafie riescono a ottimizzare ogni cosa per i propri profitti: «A livello internazionale, la criminalità organizzata dedita ai vari traffici a danno degli animali si distingue per la sua capacità di agire su scala internazionale, per il suo orientamento al business, per la capacità di massimizzare il profitto riducendo il rischio. Tali traffici sono il simbolo, al pari delle altre mafie, della società globalizzata»,  si legge ancora nel Rapporto Zoomafia.

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    Pesce spade a tonni sequestrati dalla Guardia costiera

    Il mercato ittico

    Le capitanerie di porto calabresi sono tra le più attive nel contrasto agli illeciti riguardanti il materiale ittico. I controlli e i sequestri si susseguono. E, ovviamente, sono molto più intensi durante la stagione estiva.

    In riferimento alla pesca e commercio del cosiddetto “bianchetto” si legge nel “Rapporto Annuale sul controllo della pesca in Italia”: «Nell’anno 2020 l’attività di repressione posta in essere dagli uomini della Guardia Costiera delle Direzioni Marittime di Bari, Reggio Calabria, Catania, e Palermo contro gli illeciti in materia di pesca e commercializzazione illegale di prodotti ittici sottomisura di sardine cosiddetto “bianchetto”, hanno consentito di interrompere una rete di commercializzazione di questo prodotto, che a bordo di automezzi isotermici partivano dalla Puglia e dalla Calabria ionica per raggiungere le località della bassa Calabria e della Sicilia dove tale prodotto riscuote un forte apprezzamento».

    Non si tratta di argomenti interessanti solo per i “fanatici” dell’animalismo. Perché questi crimini consentono enormi guadagni: «L’attività di controllo ha consentito di rilevare 157 violazioni e sequestrare oltre tredici tonnellate di prodotto ittico illegalmente detenuto o commercializzato elevando sanzioni amministrative per circa 614 mila euro» – si legge ancora nel Rapporto.

    Il fenomeno in Calabria

    Cani, cavalli, uccelli, ghiri, pesci e materiale ittico in generale. La criminalità, organizzata e comune, in Calabria non risparmia nulla. 

    E si susseguono le operazioni antibracconaggio. Spesso anche all’interno di aree protette. Nel mese di gennaio 2020 c’è stato un servizio antibracconaggio a ridosso dell’area dello stretto di Messina. È stato eseguito dai Carabinieri forestali dei nuclei Cites di Reggio Calabria e Catania e del Soarda. Sono stati numerosi i bracconieri denunciati a Oppido Mamertina, Taurianova, San Giorgio Morgeto, Feroleto della Chiesa, Montebello Jonico e Messina.

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    Carabinieri forestali in servizio

    Nel dicembre del 2020, l’indagine “Fox”, curata dal NAS di Cosenza, nelle province di Crotone, Cosenza e Reggio Calabria, ha portato a un’ordinanza di custodia cautelare emessa dal Tribunale di Crotone, a carico di 8 persone (tra cui 6 veterinari ufficiali in servizio presso l’Asp di Crotone e 2 gestori di uno stabilimento di macellazione carni). Con il sequestro di uno stabilimento di macellazione e 4 allevamenti ad esso direttamente collegati, per un valore di oltre un milione di euro.

    I veterinari indagati, al fine di procurare ingiusti vantaggi patrimoniali agli allevatori cui erano contigui, avrebbero attestato falsamente l’esecuzione della profilassi anti-tubercolosi, alterando i prelievi di sangue effettuati su capi suini al fine di consentirne la macellazione.

    Le corse clandestine di cavalli

    È, quindi, spesso fondamentale il ruolo dei professionisti per poter portare a compimento questi e altri illeciti. In passato, è emerso il ruolo di un veterinario che forniva ai clan le sostanze dopanti per rafforzare la corsa dei cavalli. Diverse inchieste degli ultimi anni hanno infatti confermato l’interesse di alcuni sodalizi mafiosi per le corse clandestine, in particolare il clan Giostra – (Galli – Tibia) di Messina, i Santapaola di Catania, i Marotta della Campania. A questi vanno aggiunti i Casalesi del Casertano; il clan Spartà e i “Mazzaroti” della provincia di Messina; i Parisi di Bari; i Piacenti -“Ceusi” di Catania; i Labate, detti “ Ti Mangiu”, i Condello e gli Stillitano di Reggio Calabria.

    Il 29 gennaio 2020 è stata resa nota l’indagine “Helianthus” della Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria sugli affari economici della cosca Labate. L’inchiesta ha portato alla luce anche gli interessi del clan nel settore delle corse clandestine di cavalli e in quello dei giochi e scommesse on line.

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    Militari dell’Arma impegnati nel contrasto alle corse clandestine di cavalli

    Il clan Labate ha mantenuto inalterato il tradizionale “prestigio” nel territorio di competenza criminale (l’ampia area a sud della città di Reggio Calabria ed in particolare nel popoloso quartiere “Gebbione”), coltivando e rafforzando i rapporti e le alleanze criminali con altri storici “casati” di ‘ndrangheta. E dimostrando anche un certo dinamismo criminale in relazione a “nuovi” settori illeciti.

    Una cosca che ha saputo superare le epoche, rimanendo neutrale nel corso della seconda, sanguinosissima, guerra di ‘ndrangheta in riva allo Stretto. E mantenendo così il proprio territorio inviolato dalle ingerenze degli altri clan. Lì si fa razzia di estorsioni e di lavori edili. Ma non solo: «Ulteriori interessi sono emersi in seno al lucroso settore delle scommesse online, delle slot-machine e delle corse clandestine di cavalli». Ecco quanto è scritto nella Relazione del Ministero dell’Interno al Parlamento sull’attività svolta e risultati conseguiti dalla Direzione Investigativa Antimafia nel primo semestre 2020.

    I “cani fantasma”

    Si scommette sulle corse dei cavalli. Ma anche sui combattimenti tra cani. In questo caso, L’AIDAA, l’Associazione Italiana in Difesa degli Animali e dell’Ambiente, ha denunciato: «Sono tremila i cani che nel 2021 sono spariti nel nulla in Sicilia, Sardegna, Puglia e soprattutto Calabria». Sono i cosiddetti “cani invisibili”, randagi che scompaiono nel nulla. Cuccioli e non.

    Cani di grossa taglia ogni giorno – ne parla la stessa AIDAA – sono picchiati e seviziati in allevamenti abusivi. Lì avviene la preparazione per i combattimenti, che si svolgono su tutto il territorio nazionale, ma anche all’estero. A volte, forse, anche con la complicità di canili compiacenti.

    Cani feriti e trattati in maniera disumana

    Nel mese di maggio 2020, i Carabinieri di Siderno coordinati dalla Procura di Locri hanno sequestrato un canile in provincia di Reggio Calabria. Una struttura con 187 box e 444 cani, di cui 146 sprovvisti di regolare microchip, dunque non iscritti all’anagrafe canina. Alcuni animali non erano nemmeno registrati negli elenchi dello stesso canile.

    Gli animali morti, è stato appurato nel corso dei controlli, sarebbero stati posti in contenitori di plastica tenuti in una cella frigo non funzionante. Diversi cani avrebbero presentato malattie della pelle, deperimento, piaghe purulente e importanti ferite da morso, causate durante gli scontri tra cani alloggiati negli stessi box. Inoltre, secondo quanto emerso, quasi tutti gli animali non erano sterilizzati e ciò alimentava aggressività e competizioni in particolari periodi.

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    Ancora, il 27 settembre 2020, vicino Vibo Valentia, i Carabinieri hanno scoperto un canile abusivo, senza alcun tipo di autorizzazione, in cui i cani erano tenuti in evidente stato di malnutrizione, rinchiusi in gabbie all’aperto, senza acqua e fra i loro escrementi, con sporcizia e cibo in decomposizione. I cani presenti all’interno della struttura abusiva erano 28, di cui solo 10 dotati di microchip.

    La cultura animalista in Calabria

    La Calabria è ancora tra le regioni maglia nera per quanto riguarda i cani avvelenati. Nei primi cento giorni di quest’anno sono poco meno di 3.000 i casi di avvelenamento.  Lo scorso anno erano 7.000 secondo le stime dell’AIDAA.

    Proprio nel 2021, in particolare alla fine dell’estate, vi fu una preoccupante impennata dei casi. Numeri da mettere in diretta correlazione con la tragedia della giovane Simona Cavallaro, sbranata da un branco di cani a Satriano, nel Catanzarese.

    «È una vera strage silenziosa quella dei cani avvelenati di cui stranamente le grandi organizzazioni sono molto tiepide nel denunciare la necessità di leggi severe e di messa al bando di alcuni prodotti che vengono utilizzati per questo sterminio di massa dei cani randagi» – afferma ancora l’AIDAA.

    La presa di coscienza sulla zoomafia

    Nel corso degli anni, grazie al lavoro della Lav e, soprattutto al rapporto sulla Zoomafia, si sono aperti altri filoni investigativi, come la macellazione clandestina, l’abigeato, le sofisticazioni alimentari. Il rapporto Zoomafia, ogni anno, viene stilato sulla scorta di oltre 20mila pagine consultate.

    «Quando parliamo di zoomafia non intendiamo la presenza o la regia di Cosa nostra dietro gli scenari descritti, piuttosto ci riferiamo ad atteggiamenti mafiosi, a condotte criminali che nascono dallo stesso background ideologico, dalla stessa visione violenta e prevaricatrice della vita» – dice, infine, Ciro Federico Troiano.

  • Canolo Nuovo: l’altra vita del covo contro i sequestri di persona

    Canolo Nuovo: l’altra vita del covo contro i sequestri di persona

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    Da covo di segugi a rifugio per anziani; da centro nevralgico per la ricerca dei sequestrati, a punto d’aggregazione per la piccola comunità di Canolo Nuovo. Si chiude così, a distanza di una decina d’anni dalla dismissione e con un progetto di inclusione sociale da due milioni di euro per la riconversione dell’ex campo Naps (il nucleo antisequestro della Polizia), una delle pagine più nere della storia calabrese recente.

    Una storia fatta di vite rubate e mamme coraggio, di banditi feroci e fondi neri che li hanno ingrassati. E sullo sfondo l’Aspromonte, bollato con infamia come “la montagna dei sequestri” e per anni a sua volta vittima di bande di malviventi che tra le sue gole e i suoi boschi fitti, nascondevano uomini e donne trattenuti in catene. Una storia terminata solo quando le grandi famiglie di ‘ndrangheta virarono i propri interessi verso i più redditizi (e più sommersi) mercati del narcotraffico. E a cui lo Stato rispose, con imbarazzante ritardo, catapultando sull’Aspromonte migliaia di uomini e donne con l’ordine di setacciarne ogni anfratto alla ricerche di carcerati e carcerieri.

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    Quel che resta del campo della polizia di Canalo Nuovo nel Parco d’Aspromonte

    Prova di forza

    I Naps a Canolo Nuovo, Campo Steccato e Mongiana, nel cuore d’Aspromonte. E poi il nuovo commissariato a Bovalino e le sedi della Mobile a Locri e Gioia Tauro: nel giro di pochi mesi, tra la fine degli anni ’80 e l’inizio dei ’90, gli effettivi della polizia stanziati nel reggino passano da 867 a 2173: una cinquantina di agenti in più rispetto all’intero contingente presente in regione fino ad allora. Una risposta massiccia (e tardiva) al clamore mediatico e all’allarme sociale che avevano generato i sequestri di persona negli anni precedenti.

    Una parte di quegli agenti fu destinata al campo di Canolo Nuovo, costruito a quota mille metri sulla soglia della porta settentrionale del Parco d’Aspromonte, proprio di fronte alla piazza principale della piccola comunità che, unica nel reggino, quando il dissesto idrogeologico rese necessario lo sviluppo di un nuovo insediamento urbano, rifiutò di scendere a valle, per rifugiarsi ancora di più verso il cuore della montagna.

    Caldo, gelo e blitz

    Trasferiti in fretta e furia in Calabria dalle sedi più diverse, gli agenti del Naps furono alloggiati tra le baracche appena allestite dal Viminale. Una grande sala comune dove mangiare e socializzare, una serie di stanzette anguste dove preparare i blitz e i pattugliamenti, file e file di dormitori più che spartani in lamiera, gelidi sotto la neve e roventi sotto la canicola d’estate.

    Da queste baracche partivano i blitz coordinati anche con carabinieri e fiamme gialle. Blitz che cinturarono paesi – l’epicentro dell’anonima sequestri da sempre gravitava attorno ai centri di San Luca, Platì, Natile di Careri e Ciminà – e rastrellarono la montagna alla ricerca dei covi – poco più che buchi nel terreno dove era impossibile anche solo stare in posizione eretta – in cui erano tenuti i prigionieri.

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    Le vittime dei sequestri erano nascoste in luoghi introvabili dell’Aspromonte

    Il progetto

    Ora, questo campo fatto di baracche malmesse, preda dell’incuria e dei soliti vandali, e ufficialmente dismesso dal ministero degli Interni ad inizio secolo, potrebbe tornare a vivere anche se profondamente trasformato. Sul piatto ci sono due milioni di euro che il Comune di Canolo, proprietario del terreno su cui sorge il campo, conta di raccattare grazie allo scorrimento di una vecchia graduatoria per una richiesta di finanziamento datata 2015.

    «Sarà il nuovo centro nevralgico del paese – dice il sindaco Larosa – se tutto va come pensiamo, il finanziamento dovrebbe essere garantito dal Ministero e a breve potrebbero partire i lavori». E pazienza se, come sempre più spesso succede, non si sia registrato nessun contatto preventivo con i vertici del Parco d’Aspromonte, che del progetto di riconversione non ne sanno nulla. «Chiederemo i nulla osta al Parco quando sarà il momento, quando cioè saremo sicuri del finanziamento» chiosa ancora il sindaco.

    In attesa del finanziamento – e del propedeutico progetto di bonifica del sito di cui ancora non si trova traccia – le baracche abbandonate di Canolo Nuovo restano lì, nella radura a due passi dall’altopiano dello Zomaro, a segnare il tempo di una stagione amara.

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    John Paul Getty III rapito dalla ‘ndrine nel 1973

    La stagione dei sequestri

    Quando gli agenti del Naps arrivano a Canolo, siamo nel 1990, quello dei sequestri è un “mercato” in forte ridimensionamento. Passati i tempi dei riscatti miliardari come quello di Paul Getty III – sequestrato a Roma nel ’73 da un commando dell’anonima e rinchiuso in Aspromonte fino al pagamento di 1,7 miliardi da parte del nonno petroliere del ragazzo – le cosche hanno capito da tempo che quello dei sequestri è un gioco a perdere: troppo alti i rischi, troppo costosa la gestione degli ostaggi, troppo violenta la reazione dello Stato, troppo alto l’allarme sociale provocato.

    Nel maggio del 1990, le immagini di Carlo Celadon, il ragazzo di Arzignano rilasciato a Piano dello Zillastro, tra i comuni di Platì e Oppido Mamertina, dopo 831 giorni di prigionia, fanno il giro del mondo. Rapito all’alba dei suoi 18 anni, Celadon viene rinchiuso per più di due anni – il sequestro più lungo in Italia – in un buco tra i boschi della montagna.

    Incatenato al terreno, picchiato e continuamente vessato dai sequestratori, quando il ragazzo torna libero è molto più vecchio dei suoi 20 anni. Magro all’inverosimile, barba lunghissima e volto emaciato, fa fatica a rimanere in piedi mentre si fa largo tra l’esercito di giornalisti che assediano il tribunale di Locri: «Ecce Homo» lo chiameranno i media.

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    Angela, madre di Cesare Casella: con la sua battaglia per la liberazione del figlio rapito ha scosso le coscienze di tutta l’Italia (foto Gigi Romano)

    Madre coraggio

    Ma il vero punto di non ritorno di questa storia di «sudiciume sociale» è sicuramente rappresentato dal sequestro di Cesare Casella e dalla forza strepitosa di sua madre Angela. Questa donna minuta riuscì, praticamente da sola, a risvegliare le coscienze di un popolo stordito e immobile davanti a tanta violenza. Quando “mamma coraggio” pianta la sua tenda nel centro della piazza principale di Locri, il reggino è una polveriera. I rinculi della seconda guerra di ‘ndrangheta riempiono le cronache di morti ammazzati e svuotano le strade.

    Cesare Casella sarà liberato il 30 gennaio del 1990 dopo una terribile prigionia

    Sarà questa signora dall’aria risoluta, mossa solo dalla forza della disperazione, a smuovere le cose. Gira per le stradine di Platì e di San Luca, da sola, in una Regione dove non era mai stata prima. Incontra le donne del luogo che rompono la diffidenza iniziale e fanno loro la sua invocazione di aiuto, in una ricerca di riscatto sociale che esplode e si diffonde tra i paesi della Locride. Cesare Casella sarà liberato il 30 gennaio del 1990, dopo avere passato 743 giorni incatenato ad un albero. Pochi giorni prima era stato uno dei sequestratori, Giuseppe Strangio, rimasto ferito in uno scontro a fuoco con i carabinieri del Gis, a chiedere in diretta tv la liberazione dell’ostaggio.

    I fondi neri

    Dinieghi sdegnati, mezze ammissioni, clamorosi omicidi: sulla parabola terminale della stagione dei sequestri di persona – che coincide temporalmente con l’invio degli uomini a presidiare l’Aspromonte – molte furono le voci (e le inchieste della magistratura) su pagamenti sotto banco che i servizi segreti dispensarono per ottenere la liberazione di (almeno) una parte degli ostaggi in mano all’anonima.

    Fondi parzialmente ammessi dall’allora titolare del Viminale Vincenzo Scotti e dall’allora capo della polizia Vincenzo Parisi che in un’audizione della commissione parlamentare antimafia del 1993, esclusero il pagamento di alcun riscatto ammettendo però il pagamento di alcuni confidenti, utili al ritrovamento degli ostaggi. Pagamenti nell’ordine di qualche centinaio di milioni dell’epoca e onorati, dissero i due rappresentanti delle istituzioni, solo in seguito all’arresto dei componenti delle bande interessate, e che lasciarono a mezz’aria la sensazione amara di una sorta di divisione gerarchica tra gli stessi sequestrati.