Categoria: Inchieste

  • Scuola a Riace, dopo i Decreti Salvini si chiude

    Scuola a Riace, dopo i Decreti Salvini si chiude

    I Decreti Salvini hanno ammazzato anche la scuola di Riace, chiusa per mancanza di alunni. Il grande murales con il faccione imponente degli antichi guerrieri venuti dal mare mostra i segni del tempo. Da quasi tre anni i bambini non passano più sotto l’effigie dei bronzi che li attendevano ad ogni suono della campanella.  Anche i corsi di italiano per stranieri e per gli stessi riacesi sono stati sospesi, tutto spostato nel plesso della frazione a mare. Con buona pace dei progetti di rilancio del borgo che avevano portato il paesino jonico sulle prime pagine dei media di mezzo pianeta.

    A lezione solo grazie ai migranti

    Come tanti micro paesi arroccati sulle colline di questo spicchio di Meridione, il borgo dei santi Cosma e Damiano paga lo scotto di uno spopolamento inarrestabile. Tra gli effetti immediati compare la chiusura sistematica di quelle scuole che non raggiungevano il numero minimo di alunni necessari a tenere aperti i battenti. Nella scuola di Riace però le cose sono precipitate solo negli ultimi tempi. Fino a tre anni fa infatti, l’istituto comprensivo – che raccoglie asilo, scuola dell’infanzia, elementari e medie –  era riuscito a mantenere aperta la scuola del borgo grazie all’affluenza massiccia dei piccoli studenti venuti da terre lontane. Eritrei, pakistani, afghani. Gli alunni stranieri hanno rimpolpato per oltre un decennio le fila degli studenti che ogni mattina frequentavano la piccola scuola colorata nel cuore del borgo.

    La mazzata dei decreti Salvini

    Poi, con l’approvazione dei decreti Salvini varati dal primo governo Conte, i progetti Cas e Sprar sono stati via via smantellati, con le famiglie costrette ad abbandonare il paese in cerca di nuove possibilità. E così, anche le due pluriclassi – un corso per i bimbi dei primi due anni, un altro per il triennio conclusivo delle elementari – sono state chiuse e i bambini trasferiti nel plesso della marina, dove convergono anche i giovanissimi studenti di Camini. Sono poco più di una ventina i bambini rimasti a vivere nelle vecchie case addossate l’una all’altra, tra loro anche una manciata di alunni migranti che, nonostante la chiusura dei progetti, non si sono mai mossi dalle colline a due passi dal mare dei bronzi.

    Il sindaco leghista gongola

    Troppo pochi i bambini per giustificare la riapertura della scuola. Con il municipio e la stazione dei carabinieri rappresentava l’unico presidio dello Stato sul territorio. I vicini borghi di Stignano e Placanica hanno pagato la stessa drammatica emorragia di studenti in seguito alla chiusura dei progetti d’accoglienza diffusa. Ma gli amministratori locali hanno tentato fino all’ultimo di scongiurare la partenza dei ragazzi.

    A Riace le cose hanno preso una piega diversa, con il sindaco leghista Antonio Trifoli (che ha preso il posto dell’ex primo cittadino Mimmo Lucano, indagato dalla Procura di Locri). Trifoli non rimpiange la vecchia realtà. «Se anche fosse possibile mantenere l’apertura della scuola – racconta il primo cittadino – se ci fosse un così alto numero di persone in accoglienza, io non sarei d’accordo a creare delle classi con persone che vengono solo da altri Paesi». E termina: «Io penso che la vera integrazione si faccia quando le altre persone si possono inserire studiando accanto ai bambini del posto. Questa è la vera integrazione. Creare le scuole ghetto, cioè dove ci sono solo bambini immigrati, secondo me non è una cosa buona».

  • Locride, dove le scuole si salvano solo grazie alle pluriclassi

    Locride, dove le scuole si salvano solo grazie alle pluriclassi

    Un tuffo nel passato delle scuole per ritagliarsi uno spiraglio, seppure piccolo, di futuro. Parte da un paradosso il tentativo dei piccoli centri calabresi di arginare la continua emorragia di nuove nascite che, negli anni, ha causato il progressivo e inarrestabile spopolamento di tanti centri delle aree collinari e montane. Nella galassia dei piccoli borghi che costellano le colline della Locride – 42 comuni affacciati sullo Jonio tra Monasterace e Brancaleone – quello dello spopolamento è un problema con cui si fanno i conti da decenni. E che, tra le tante conseguenze, ha finito col falcidiare l’offerta scolastica destinata ai più piccoli.

    Sono decine di scuole costrette a chiudere i battenti per la mancanza dei numeri richiesti. Una deriva che sembrava inarrestabilmente destinata a favorire il travaso definitivo degli studenti di elementari e medie dai centri interni a quelli rivieraschi, ma che, pescando a piene a mani nel passato più o meno recente, si sta provando ad invertire con la reintroduzione del sistema delle pluriclassi.

    Classi vintage per garantire un futuro

    A Martone e San Giovanni così come ad Agnana e Canolo, e ancora a Stignano e a Placanica e più a sud a Samo e Sant’Agata del Bianco, paese natale dello scrittore Saverio Strati: il problema della chiusura delle scuole riguarda tutti, o quasi, i mini paesi arroccati sulle colline a pochi chilometri dal mare di questo pezzo di Calabria. Spesso hanno meno di mille abitanti, in prevalenza anziani, e i bambini e gli adolescenti che dovrebbero popolare le aule, semplicemente, non ci sono.

    In totale sono 22 i Comuni che negli anni hanno visto ridotta la loro capacità di garantire la prima parte dell’istruzione obbligatoria. E così, per evitare di perdere le scuole elementari e le medie, nella maggior parte dei casi unici presìdi dello Stato presenti sul territorio, le amministrazioni comunali e le istituzioni scolastiche provinciali e regionali, hanno disegnato una nuova geografia didattica fatta di percorsi comuni e programmi condivisi da studenti di età diverse. Ad Agnana ad esempio, poco più di 500 anime arroccate alle pendici d’Aspromonte, il percorso della primaria è stato diviso in due: in una classe confluiscono gli alunni più piccoli dalla prima alla terza, nell’altra i più grandicelli che condividono il percorso del quarto e quinto anno.

    Medie o elementari, cambia poco

    Per le scuole medie l’unica scelta possibile, vista l’assenza di ragazzi e ragazze, è stata accorpare l’intero percorso formativo in un’unica classe, con quelli di prima che frequentano assieme ai loro compagni di seconda e di terza. A Martone, poco più di 600 abitanti pochi chilometri più a nord, la situazione non è molto diversa, con i bimbi delle elementari a dividersi due corsi pluriclassi. E così funziona anche a Samo, poco più di 800 abitanti a una decina di chilometri dal mare di Bianco. Qui le pluriclassi hanno riguardato sia le elementari che le medie, così come successo nei limitrofi borghi di Caraffa e Sant’Agata. E ancora a Staiti e San Giovanni di Gerace.

    La transumanza quotidiana dei bimbi

    Spesso però, accorpare più classi in una, non è sufficiente a raggiungere i numeri previsti per il mantenimento della scuola, e molti piccoli centri hanno dovuto rinunciare al loro personale “presidio di legalità”. Come successo a Pazzano, piccolissimo centro arroccato alle pendici delle Serre, i cui piccoli studenti, dopo la chiusura della primaria, sono costretti ad una quotidiana transumanza verso gli istituti di Stilo e di Bivongi. O come è accaduto a Canolo, comune costretto a sacrificare il plesso della frazione a valle per salvaguardare la scuola della frazione in alta quota e mantenere così il rapporto antico che lega la popolazione del piccolo centro con la sua secolare tradizione montana.

    Via i migranti, addio alle scuole

    La scuola elementare di Riace, in provincia di Reggio Calabria

    A complicare una situazione dai risvolti drammatici, negli ultimi due anni sono arrivati anche i decreti Salvini con le conseguenti chiusure ai tanti progetti di accoglienza diffusa presenti sul territorio della Locride, da almeno 20 anni al centro di una delle rotte più battute dai flussi migratori che interessano il Mediterraneo. L’allontanamento delle famiglie migranti ha infatti sancito, per mancanza di iscritti, la chiusura di numerose scuole nei paesini che avevano trovato nuova linfa dalle famiglie provenienti da Medio Oriente e Africa.

    Così è successo a Riace, costretta a chiudere la scuola del borgo, dove confluivano anche i bambini del limitrofo comune di Camini la cui primaria è stata chiusa negli anni passati per mancanza di alunni. Nell’ex paese dell’accoglienza erano proprio i bimbi migranti a garantire il numero minimo di iscritti per garantire almeno il sistema delle pluriclassi. Tutto finito e bimbi costretti a servirsi del bus per raggiungere la frazione marina.

    Una parvenza di normalità

    Lo stesso copione vissuto dai centri di Placanica e Stignano (insieme, meno di 3 mila abitanti) che erano riusciti a mantenere le scuole aperte grazie al flusso delle nuove famiglie venute dall’est. La chiusura dei centri di accoglienza ha comportato grandi cambiamenti e i due comuni, appollaiati su due cucuzzoli uno di fronte all’altro, per non perdere anche la scuola si sono inventati un percorso condiviso: in un centro la scuola media, nell’altro le elementari. Uno stratagemma che ha consentito di mantenere una parvenza di normalità ma che, nonostante tutto, non si è potuto sottrarre alla regola delle pluriclassi, che tra polemiche e difese a spada tratta, si è rivelato l’ultimo disperato tentativo di mantenere vive comunità che ogni giorno temono per la loro stessa sopravvivenza.

  • Così la ‘ndrangheta affossa le principali mete turistiche della Calabria

    Così la ‘ndrangheta affossa le principali mete turistiche della Calabria

    Un recentissimo studio condotto da Demoskopika ha quantificato in 2,2 miliardi di euro la stima dei proventi della criminalità organizzata derivante dalla infiltrazione economica nel comparto turistico italiano. Di questi, ben 810 milioni sarebbero ad appannaggio della ‘ndrangheta: il 37% degli introiti complessivi. A seguire la Camorra con 730 milioni (33%) e la mafia con 440 (20%) e criminalità organizzata pugliese e lucana con 220 (10%).

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    I dati elaborati da Demoskopica mostrano il peso della criminalità organizzata nell’economia turistica

    Più volte, nei convegni, nella letteratura sul tema, si sono dette o lette le frasi, più o meno testuali, «la ‘ndrangheta penalizza il turismo» oppure «la ‘ndrangheta frena lo sviluppo della Calabria». Sembrano frasi vuote. Da cultori della materia. E anche studi come quelli di Demoskopika appaiono ai più numeri vuoti. Quasi teorici. Ma non è così. Perché la ‘ndrangheta è riuscita e riesce a condizionare l’economia turistica delle principali mete calabresi. Da Tropea e Pizzo Calabro, passando per Diamante e Praia a Mare, fino ad arrivare a Soverato e Isola Capo Rizzuto.

    Il caso Scilla

    L’ultimo caso, emblematico, è di pochi giorni fa. Un’inchiesta della Dda di Reggio Calabria, denominata “Lampetra” ha documentato il controllo asfissiante che le famiglie Nasone e Gaietti avevano sull’economia illegale e legale di Scilla. Una perla sul mar Tirreno in provincia di Reggio Calabria.

    Lì, le due cosche che, da sempre, si dividono il territorio non solo gestivano il mercato della droga e il giro delle estorsioni. Ma, cosa ancor più inquietante, si infiltravano nell’economia legale. Dagli atti dell’inchiesta, infatti, emerge l’interesse degli affiliati per le assegnazioni delle concessioni degli stabilimenti balneari. Una circostanza non di poco conto.

    Per svariati motivi. In primis, perché Scilla è stata quasi sempre vista e dipinta come una sorta di isola felice, dove lo strapotere della ‘ndrangheta non raggiungeva i picchi delle roccaforti storiche. E poi perché gli stabilimenti balneari sono uno degli aspetti più importanti dell’economia scillese, che si alimenta e vive grazie a quei tre o quattro mesi estivi in cui si può far valere la spinta turistica. Insomma, la ‘ndrangheta va quindi ad attingere al polmone vitale del sostentamento della comunità.

    La Costa degli Dei

    E sono molteplici gli episodi che dimostrano l’interesse e l’ingerenza delle cosche vibonesi sui due luoghi più iconici del turismo calabrese: Pizzo Calabro, ma, soprattutto, Tropea. Un ruolo egemone, ovviamente, è rivestito, da sempre, dal potente casato dei Mancuso. Ma in quei luoghi, il turismo viene strozzato anche dai La Rosa, che ai Mancuso sono federati.

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    Anche Tropea, eletta borgo più bello d’Italia in questo 2021, deve fare i conti con i clan locali

    Fin dal 2012 vengono, ciclicamente, effettuate operazioni di polizia che certificano l’ingerenza delle cosche nel settore turistico. Un controllo che può essere esercitato attraverso il metodo più “classico” e basico, quello dell’estorsione, ma anche attraverso meccanismi più raffinati, come quelli della intestazione fittizia. Nel 2016, l’inchiesta “Costa Pulita” poi scaturita in un processo che, in primo grado, ha portato a numerose condanne. Dagli hotel ai villaggi vacanze, passando anche per la gestione dei traghetti turistici. Le cosche non lasciavano nemmeno le briciole in quei luoghi: da Parghelia a Briatico. Purtroppo, a distanza di tre anni dalla sentenza di primo grado, il processo d’appello è iniziato appena un mese fa.

    E, invece, la ‘ndrangheta corre. Corre veloce, quando c’è da fare affari e denaro. Tra le numerose condotte che il maxiprocesso “Rinascita-Scott” sta ricostruendo c’è la rete di relazioni, anche di natura massonica, su cui la cosca Mancuso poteva contare. Anche per il progetto di un enorme complesso turistico alberghiero da costruire a Copanello di Stalettì, considerata la perla dello Jonio catanzarese. E poi, gli interessi su un villaggio Valtur di Nicotera Marina, nel cuore della Costa degli Dei, a poca distanza proprio da Tropea.

    Gli uomini giusti al posto giusto

    Per raggiungere i propri obiettivi, la ‘ndrangheta sempre più spesso punta su professionisti, uomini cerniera, colletti bianchi. Per sbrogliare la vicenda nel Catanzarese, i Mancuso si affidano allavvocato ed ex senatore di Forza Italia, Giancarlo Pittelli, considerato un uomo forte della massoneria deviata.

    Nell’ambito dell’inchiesta “Imponimento”, sono stati inoltre sequestrati i villaggi Napitia a Pizzo Calabro e Garden Resort Calabria a Curinga. In quell’indagine, in cui è finito anche l’ex assessore regionale al Lavoro, Francescantonio Stillitani, sarebbe stata documentata l’ingerenza delle cosche Anello e Fruci di Filadelfia. Il focus della Guardia di Finanza si è concentrato sulle aziende che avrebbero fatto da schermo alla ‘ndrangheta, per permetterle di gestire quelle strutture di lusso.

    La recente inchiesta “Alibante”, condotta sempre dalla Dda di Catanzaro, retta da Nicola Gratteri, avrebbe invece dimostrato la rete di protezioni di cui godeva la famiglia Bagalà nel Medio Tirreno Catanzarese. «Opachi legami» è scritto nelle carte d’indagine, che avrebbero consentito ai Bagalà di crescere a dismisura negli affari. Puntando anche sul settore turistico. Grazie a un cospicuo numero di prestanome, i Bagalà avrebbero messo le mani su una serie di strutture e villaggi turistici. Soldi, tanti. Ma anche location per svolgere summit di ‘ndrangheta o nascondere latitanti. E, anche in questo caso, viene documentata la presenza di uomini giusti al posto giusto, nelle amministrazioni comunali, per superare eventuali ostacoli o lungaggini burocratiche. E da altre indagini emergono anche gli appetiti sui porti turistici di Soverato e Badolato, sempre nel Catanzarese.

    «Solo qui ho avuto problemi»

    Il meccanismo non si discosta molto da territorio a territorio. A svelare le dinamiche del territorio crotonese è il pentito Dante Mannolo, coinvolto nell’inchiesta “Malapianta” e Infectio. Mannolo ha raccontato come funziona lo sfruttamento dei villaggi turistici. Da Porto Kaleo a Serenè. Aste pilotate e investimenti delle varie famiglie del Crotonese. Su tutte, ovviamente i Grande Aracri di Cutro. Che poi impongono anche i fornitori. «Ho villaggi turistici in tutta Italia e solo qui ho avuto problemi» ha detto in aula l’imprenditore Fabio Maresca, proprio con riferimento al villaggio Serenè.

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    Capo Colonna

    Ma, anche in questo caso, si tratta solo delle vicende più recenti. Perché gli affari dei Grande Aracri o degli Arena nel settore turistico crotonese hanno radici profonde. E le inchieste hanno documentato i desideri, spesso realizzati, su opere importanti. Quali porto turistico di Le Castella, ma anche su Capo Colonna, tesoro archeologico a Isola Capo Rizzuto. L’inchiesta “Borderland”, di alcuni anni fa, ha dimostrato come i Trapasso di San Leonardo di Cutro, costola dei Grande Aracri, riuscissero a estendersi fino alla confinante Botricello (in provincia di Catanzaro) per rastrellare le estorsioni sui villaggi turistici affacciati sul tratto di costa ionica compreso tra Crotone e Catanzaro.

    Terre di confine

    Il settore turistico è da sempre un terreno privilegiato per i grandi clan. Non solo per gli introiti che fa incassare, ma anche per il prestigio che porta essere i padroni delle strutture più esclusive del territorio di competenza criminale. Lo insegna Franco Muto, il “re del pesce” di Cetraro, che per trent’anni ha inquinato il settore turistico e inondato di droga l’Alto Tirreno Cosentino. Il suo ruolo, già esplicitato, negli anni, da numerosi collaboratori di giustizia, viene tratteggiato a tutto tondo con l’inchiesta “Frontiera”, che mostra lo strapotere sulle attività ricettive, ma anche la forza monopolistica sul mercato ittico, che, ovviamente, coinvolgeva la distribuzione nei ristoranti e che si spingeva addirittura fino al Cilento. La droga commercializzata dal clan Muto scorreva a fiumi nelle zone turistiche e balneari del Cosentino: da Diamante a Praia a Mare, passando per Scalea.

    Terre di confine, Scalea e Praia a Mare. In estate, nelle bellissime spiagge di fronte all’Isola di Dino è più facile sentir parlare napoletano che calabrese. Anche sotto il profilo criminale. A Praia a Mare, ‘ndrangheta e camorra convivono tranquillamente. Storica la presenza dei Nuvoletta, uno dei clan più noti della camorra, in passato alleati anche dei Corleonesi.

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    L’isola di Dino

    Così, quindi, si arriva a quelle cifre e quelle percentuali messe nero su bianco da Demoskopika. Perché quei rapporti sono il frutto delle attività concrete, vive, della ‘ndrangheta sul territorio. Quel territorio devastato e abbandonato. Come gli edifici in costruzione, che dovevano essere strutture ricettive, ma che sono stati bloccati dalle indagini ancor prima di sorgere per l’infiltrazione ‘ndranghetista. O come villaggi e resort abbandonati dopo il sequestro dalla parte della magistratura. Un abbandono che alimenta il falso mito sulla ‘ndrangheta che “dà posti di lavoro”. E intanto, centinaia di chilometri di spiagge incontaminate e mare cristallino, come nella Locride, risultano abbandonate, allo stato brado. Non un lido, non un camping o un villaggio. Chilometri e chilometri di nulla. Terra bruciata.

  • Il Gigliotti magico: la carriera lampo del prof in quota Morra

    Il Gigliotti magico: la carriera lampo del prof in quota Morra

    «Gigliotti? Si è trovato al posto giusto al momento giusto». Un professore che sa bene come vanno le cose nell’Università Magna Graecia di Catanzaro commenta così, chiedendo di restare anonimo, la folgorante carriera di Fulvio Gigliotti, ordinario di Diritto privato al Dipartimento di Giurisprudenza, economia e sociologia dell’ateneo del capoluogo e, dal luglio del 2018, componente del Csm.

    Nel massimo organo della magistratura Gigliotti ci arriva come membro “laico”, ovvero eletto dal Parlamento, in quota M5S. Ai grillini spettano all’epoca – sono i “bei” tempi in cui anche per questi incarichi bisogna passare dal voto sulla piattaforma Rousseau – tre caselle nel Csm. E dopo Alberto Maria Benedetti e Filippo Donati, il prof catanzarese supera di 76 clic il quarto candidato, Vito Mormando. Dopo qualche mese (ottobre 2018) c’è per lui un ulteriore scatto. Il plenum lo elegge quale componente laico della Sezione disciplinare, organismo permanente dello stesso organo costituzionale che si occupa dei procedimenti contro i magistrati ordinari. Giusto per capire quanto sia rilevante e delicata la funzione: Gigliotti presiede il collegio giudicante che espelle Luca Palamara dalla magistratura.

    Lupacchini, Palamara e i bordini bianchi

    Qualche passaggio ironico sulla sua scalata al Csm lo dedica di recente, intervistato da Nicola Porro a “Quarta Repubblica”, l’ex procuratore generale di Catanzaro Otello Lupacchini. Il quale a sua volta, nella seduta della commissione disciplinare – che poi ne avrebbe confermato il trasferimento a Torino per gli scontri con il procuratore capo Nicola Gratteri – viene interrotto spesso proprio da Gigliotti che lo invita a rimanere sull’argomento.

    L’ex magistrato Luca Palamara

    Ma l’ex segretario dell’Anm ne parla con toni non proprio lusinghieri già nel libro-intervista Il Sistema con Alessandro Sallusti. Palamara dice di essere stato avvicinato «direttamente e indirettamente» da Gigliotti – «uno sconosciuto professore calabrese uscito per magia, nella migliore delle ipotesi, dalle primarie che i Cinque Stelle avevano indetto su Internet per scegliere i candidati al Csm» – il quale sarebbe stato tra quanti avrebbero tentato di dividerlo da Cosimo Ferri, parlamentare renziano considerato fautore del “Patto del Nazareno” che, in quella fase di guerra correntizia tra toghe, avrebbe condiviso con Luca Lotti e lo stesso Palamara l’obiettivo di «sbarrare la strada all’ascesa dei Cinque Stelle nel governo della magistratura».

    Un’altra citazione Palamara gliela dedica raccontando un retroscena frivolo sull’elezione (settembre 2018) del nuovo vicepresidente del Csm: «Tra i candidati – meglio sarebbe dire autocandidati – c’è Fulvio Gigliotti, membro laico eletto dai Cinque Stelle. Sa qual è la battuta che circolava nelle sacre stanze del Csm che si erano indignate per Mesiano (il giudice dai calzini “strani” che condannò Fininvest, ndr)? Questa: “Uno che si presenta con scarpe blu con i bordini bianchi per definizione non può fare il vicepresidente”». Per la cronaca: a imporsi è David Ermini, deputato – «renzianissimo», tuonano all’epoca i 5 stelle – e avvocato penalista.

    Il curriculum di Gigliotti

    Per i curiosi interessati al curriculum vitae del professor Gigliotti viene in soccorso una rivista specializzata, “Giustizia Civile”, diretta da Giuseppe Conte – “quel” Giuseppe Conte – e Fabrizio Di Marzio. Nato a Catanzaro – si legge nella versione online del giornale – il 13 giugno 1966, Gigliotti si laurea a 24 anni con 110 e lode e dignità di pubblicazione della tesi. Dal 1994 è abilitato all’esercizio della professione forense mentre, nel 1999, entra nei ruoli universitari come ricercatore.

    Qui c’è il primo salto con tempistica definita «non comune» da chi conosce le dinamiche universitarie. Da ricercatore in Diritto della navigazione e dei trasporti diventa, nel giro di soli 2 anni, professore associato di Istituzioni di diritto privato (2001). Quindi l’altro passaggio «sorprendente». Nel 2005, a soli 6 anni da quando è entrato nei ruoli dell’ateneo, è professore ordinario di Diritto privato. Quindi entra nel Cda dell’Università e della Fondazione universitaria Umg. Insegna in (e dirige) diversi Master. Fa parte di commissioni di concorso per docenti e ricercatori universitari e in quelle per gli esami da avvocato e commercialista.

    Negli anni è anche componente del Consiglio giudiziario istituito presso la Corte d’Appello di Catanzaro, membro del Comitato di consulenza giuridico-amministrativa del Commissario delegato per l’emergenza ambientale in Calabria, consulente della Regione per la formazione del Quadro territoriale regionale e consulente della Field, fondazione regionale in house finita in una bufera giudiziaria per presunte «spese pazze» nell’era (Scopelliti) in cui a presiederla era Domenico Barile. È autore di molti saggi e pubblicazioni ma è ricordato anche per aver iniziato (dal 1993 e fino al 1999) l’attività di avvocato nell’Ufficio legale dell’Enel.

    Il mentore e la guerra in facoltà

    «Ha indubbiamente scritto molto – commenta ancora la nostra anonima fonte – e non metto in dubbio la qualità dei suoi lavori. Ma è altrettanto indiscutibile che nella sua ascesa abbia giocato un ruolo importante l’essere stato allievo di Ciccarello». Sebastiano Ciccarello è il (compianto, è scomparso nel 2017) preside della Facoltà di Giurisprudenza proprio negli anni in cui Gigliotti passa velocemente da ricercatore a professore associato.

    L’Università di Catanzaro

    A Catanzaro ha insegnato per più di un ventennio. Ha ricoperto l’incarico di direttore di Dipartimento (dal 1989 al 1995) e, appunto, di preside dal 1995 al 2001, anno in cui viene eletto alla guida della facoltà di legge a Reggio, dove è poi confermato anche per il mandato successivo. Ciccarello è espressione di quella “fazione” accademica che nei corridoi dell’ateneo del capoluogo identificano come «messinese», da sempre in contrasto con quella «napoletana» che invece governa il Dipartimento da qualche anno a questa parte. Si tratta di “scuole” potenti, i cui allievi hanno spesso fatto carriere veloci.

    Lo sponsor politico

    In politica invece su chi sia lo sponsor di Gigliotti non ci sono molti dubbi. Se lo si chiede off the record a diversi parlamentari calabresi del M5S rispondono tutti in coro che per farlo arrivare al Csm è stato decisivo il ruolo di Nicola Morra. Come presidente della Commissione Antimafia, si racconta nel sottobosco grillino locale, Morra ha sempre esercitato una sorta di ultima parola sulle nomine che contano. Ed è sempre riuscito anche ad avere una certa influenza su alcuni gruppi di attivisti che in determinati frangenti possono risultare decisivi nelle votazioni online.

    Pare che alcuni deputati pentastellati abbiano provato ad opporsi alla nomina al Csm di Gigliotti. In che modo? Utilizzando le voci, rimaste solo tali, su una sua presunta e mai confermata appartenenza alla massoneria. Sono i mesi in cui nel M5S scoppia il caso del candidato massone Bruno Azzerboni e qualcuno prova a fare leva su quelle dicerie per sbarrare la strada al prof catanzarese. Non c’è però nessuna conferma su quanto sussurrano all’orecchio di Alfonso Bonafede le malelingue istituzionali. Così l’allora ministro si adegua alle indicazioni di Rousseau. Quello scarto di 76 clic entra nella storia della magistratura italiana che, forse, nelle sue pieghe più nascoste è ancora tutta da scrivere.

  • Genova per noi | Venti mesi di 20 anni fa in 20 parole: una cronologia minima tra locale e globale

    Genova per noi | Venti mesi di 20 anni fa in 20 parole: una cronologia minima tra locale e globale

    Antefatti
    17 marzo 2001, Napoli

    Scontri durante il vertice internazionale del Global forum. Violente cariche della polizia in assetto antisommossa, una sessantina di feriti tra i manifestanti che volevano raggiungere piazza del Plebiscito. Quattro mesi prima di Genova, arriva per la prima volta in Italia l’onda lunga partita tra giugno e novembre del 1999 a Colonia e Seattle. Prima la catena umana del movimento Jubilee2000 attorno all’edificio che ospita il G8, poi la protesta dei 50mila in occasione del Wto (Organizzazione mondiale del commercio). In seguito, altri scontri a Praga (settembre 2000, summit Banca mondiale – Fondo monetario internazionale) e Nizza (dicembre 2000, vertice del Consiglio europeo).

    Bernard
    25-30 gennaio 2001, Porto Alegre

    L’anno di Napoli e Genova si era aperto a Porto Alegre (Brasile) negli stessi giorni del Forum economico di Davos (Svizzera): del primo Forum sociale mondiale resterà una frase che farà da slogan per i movimenti a seguire («Un altro mondo è possibile», pronunciata da Bernard Cassen, presidente dell’associazione francese Attac).

    Canada
    21 aprile 2001, Québec

    Centinaia di arresti e decine di feriti dopo gli scontri tra forze dell’ordine e manifestanti: una barriera di persone circonda l’edificio che ospita il vertice dei capi di Stato riuniti per discutere del progetto di una zona di libero scambio nelle Americhe (Nafta).

    Danesi e tedeschi
    15 giugno 2001, Göteborg

    Ancora scontri tra polizia e attivisti: due feriti gravi tra i 20mila manifestanti accorsi in Svezia (da Danimarca e Germania, soprattutto) per contestare il vertice dei capi di Stato dell’Ue.

    Emigrazione
    19 luglio 2001, Genova

    La prima grande manifestazione del G8 di Genova è per rivendicare i diritti dei migranti: sfilano pacificamente in 50mila, portando l’agenda politica su uno dei temi caldi del movimento.

    Ferro
    20 luglio 2001, Genova

    È la giornata più tragica: scontri dalla mattina, si vedono i black bloc, manganellate e ferimenti, cariche contro i pacifisti della rete Lilliput in piazza Manin (60 feriti) e sul corteo delle tute bianche. In sede processuale si stabilirà che in questo secondo caso alcuni carabinieri hanno agito in modo illegale, senza coordinamento con la centrale operativa e, in qualche caso, con mazze di ferro e armi non di ordinanza.

    Giuliani, Carlo
    20 luglio 2001, Genova

    Le violente cariche in via Tolemaide si spostano tra via Caffa, via Tommaseo e piazza Alimonda. Qui, uno dei due Defender dei carabinieri in ritirata, rimasto senza lacrimogeni e bloccato da un cassonetto della spazzatura, viene attaccato dai manifestanti. Intorno alle 17,40 un carabiniere di 21 anni, Mario Placanica, spara due colpi di pistola, uno dei quali uccide Carlo Giuliani, 23 anni, che ha raccolto un estintore da terra. La camionetta passerà per due volte sul suo corpo prima di lasciare piazza Alimonda.

    «Hanno colpito la porta»
    notte del 21 luglio nella scuola “A. Diaz”, Genova

    «Era mezzanotte e dormivamo nei sacchi a pelo. Hanno colpito la porta gridando: polizia. D’istinto chi si è alzato è scappato di sopra. È stato un errore, certo, ma stavamo tutti dormendo. Ci hanno fatti stendere pancia a terra, hanno rovesciato tutto, spaccato ogni cosa, strappato documenti. Ci insultavano e picchiavano coi manganelli la gente distesa, urlando. Ho visto ragazzine svenire. Uno diceva: attenti che non muoiano. Io sono scappato quando hanno aperto per far uscire il primo massacrato» (testimonianza di Michael Gieser a Concita De Gregorio, La Repubblica, 23 luglio 2001)

    Inchiesta No global
    14 novembre 2002, Cosenza

    A pochi giorni dal festoso e pacifico corteo no global di Firenze, scattano le manette: “Retata no global, venti arresti al sud per cospirazione” titolano i quotidiani nazionali. Il blitz all’una di notte: i reati contestati sono associazione sovversiva, cospirazione politica e attentato agli organi costituzionali dello Stato. Cosenza al centro delle attenzioni mediatiche si prepara a vivere la sua settimana più importante, il movimento pulviscolare e litigioso per definizione si ricompatta attorno ai compagni in carcere. È il giorno in cui papa Wojtyla in parlamento chiede «clemenza per i detenuti» e Lina Sotis parla di «tendenza Cosenza» sul Corriere della Sera, paragonando la città di provincia a una piccola Parigi di cui in tanti non conoscono neanche l’esistenza. Per ironia della sorte, per molti proprio da quel giorno non sarà così.

    Liberateli
    15 novembre 2002, Cosenza

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    L’aula del consiglio comunale di Cosenza occupata per solidarizzare coi no global arrestati

    Assemblea al cinema Italia per chiedere la liberazione degli arrestati: il movimento s’impone alla politica e un mini-corteo spontaneo muove verso il Comune dove è in corso una seduta del Consiglio. L’aula viene occupata e i lavori interrotti con il beneplacito del sindaco Eva Catizone, eletta appena 5 mesi prima. Accogliere i manifestanti sarà un primo modo per schierarsi: sfilerà in corteo e terrà aperte le finestre del Municipio, sempre illuminato, facendo tornare alla mente di molti l’accorato sostegno di Giacomo Mancini – il compianto sindaco che l’ha designata per la successione – dopo i blindati all’Unical di vent’anni prima.

    Magistratura democratica
    17 novembre 2002, Cosenza

    Md nota che gli stessi reati di cospirazione politica contestati ai 18 attivisti meridionali furono usati per incriminare Gelli e Mazzini, o i comunisti durante il Ventennio. I capi d’imputazione sono definiti «retaggio autoritario dell’epoca fascista». Da altri vengono evocati il codice Rocco e il teorema Calogero («il 14 novembre come un nuovo 7 aprile» in riferimento agli arresti del 1979).

    Il senatore comunista Francesco Martorelli scrive «L’operazione che ha portato alla cattura di molti giovani si segnala per “un errore di ortografia giudiziaria” e per un “insieme di errori maldestri”, come dice lucidamente, in un articolo sul Manifesto del 19 novembre, il giudice Giuseppe Di Lello. Il dato giudiziario è stato certamente sconvolgente perché espressione di “altra cultura” che si è manifestata in quegli uffici giudiziari. È proprio questa “altra cultura” che ci impensierisce» (Quotidiano della Calabria, 22 novembre 2002).

    Intanto, seconda partecipatissima assemblea al cinema Italia: con la delegazione cosentina che ha visitato i detenuti nelle carceri speciali ci sono anche il leader delle tute bianche Luca Casarini (che ai microfoni di Radio Ciroma dirà «spero nel carnevale di Cosenza, è questa la nostra potenza») e don Vitaliano Della Sala, il parroco di Sant’Angelo alla Scala «amico di disobbedienti e comunisti» che sarà poi sospeso a divinis per sei mesi. Quell’assemblea della domenica pomeriggio si chiude con un corale “Bella ciao”.

    «Non ci avrete mai…»
    22 novembre 2002, Arcavacata di Rende

    «… come volete voi». A una settimana dalla prima assemblea spontanea, il Movimento si conta nuovamente e si prepara al mega-corteo dell’indomani. L’ateneo si offre come collettore di storie e volti da tutta Italia. Alimentari e bar della zona offrono convenienti pacchetti take-away per i manifestanti, costo: 3 euro.

    Ottantenni
    23 novembre 2002, Cosenza

    È il giorno dei settantamila in piazza. Immagine simbolo: da un balcone di viale della Repubblica, al passaggio del serpentone, una ultraottantenne sventola una bandiera rossa dalla sua casa popolare del Ventennio. Dai balconi vengono esposte lenzuola bianche e lanciate rose, per strada banchetti con dolci fatti in casa offerti ai manifestanti. L’assessore Franco Piperno ha suggerito di sistemare arance e vino agli angoli delle strade percorse dal corteo (al prefetto dice «il tragitto dev’essere lungo, dobbiamo sfiancarli, mi creda me ne intendo di manifestazioni»).

    Qualche commerciante resta aperto, come il compagno Fuccilla, antifascista di lunga data, che vende elettrodomestici a un passo dal Comune, sul corso Mazzini non ancora pedonalizzato; a piazza XI Settembre il bar resta aperto senza problemi: «Tutti gentilissimi, si vede che sono forestieri…». Tornano in piazza le generazioni dei sessantottini, del 77 e del post-riflusso. Slogan: liberi tutti, siamo tutti sovversivi, disobbedire non è reato, il sud è ribelle, Presila sovversiva; si riaffaccia “un altro mondo è possibile” coniato quasi due anni prima a Porto Alegre. «Non avevo mai visto tanta integrazione tra una città e un corteo» (Pietro Fantozzi, docente di sociologia Unical, ai microfoni del tg di La7).

    Pinocchio

    «Un’operazione contro i no global? Mi si allunga il naso! Mi ha fatto impressione ricevere la notizia, ho fatto un saltello come quelli che fa il mio Pinocchio» (il commento a caldo di Roberto Benigni che mima il suo personaggio, da poco nelle sale).

    Qatar
    novembre 2001, Doha

    Piccolo flashback per riflettere su come, nel frattempo, gli attentati dell’11 settembre 2001 oscurarono i fatti di Genova e l’anno caldo dei movimenti anti-globalizzazione, collocando il terrorismo internazionale in testa alle priorità dell’agenda politica: la nuova assemblea della Wto – ora che il mondo ha iniziato a familiarizzare con un’altra sigla, simile: il Wtc delle Torri Gemelle di Manhattan – si tiene in un luogo lontano mentre «è cambiata la situazione del pianeta, per la comparsa di uno degli effetti più dannosi dell’interdipendenza: il terrorismo globale» (Joaquìn Estefanìa, El Pais, 10 novembre 2001). A due anni esatti dal Wto di Seattle, è come se si fosse chiuso un cerchio.

    Ros

    «Accade che il Raggruppamento Operazioni Speciali (Ros) dell’Arma dei Carabinieri si convinca che dietro i disordini di Napoli (7 maggio 2001) e di Genova (21 luglio 2002) non ci sia soltanto il distruttivo, nichilistico furore di casseur europei o il violento spontaneismo delle teste matte (e confuse) di casa nostra, ma addirittura un’associazione sovversiva. Concepita l’ipotesi, gli investigatori dell’Arma intercettano, spiano, osservano, pedinano. In assenza di contraddittorio, s’acconciano come vogliono cose, frasi, dialoghi, eventi, luoghi edificando una conveniente e coerente cabala induttiva. È il sistema che più piace agli addetti: “lavorare su materia viva, a mano libera”.

    Organizzato il quadro, occorre ora trovare un pubblico ministero che lo prenda sul serio. Alti ufficiali del Ros consegnano il dossier, rilegato in nero, di 980 pagine più 47 di indici e conclusioni ai pubblici ministeri di Genova. Che lo leggono e concludono che “quel lavoro è del tutto inutilizzabile“. Gli investigatori dell’Arma non sono tipi che si scoraggiano. Provano a Torino. Stesso risultato: “Questa roba non serve a niente“. Il dossier viene allora presentano ai pubblici ministeri di Napoli. L’esito non è diverso: il dossier, da un punto di vista penale, è aria fritta. Finalmente gli ufficiali del Ros rintracciano a Cosenza il pubblico ministero Domenico Fiordalisi. Fiordalisi si convince delle buone ragioni dell’Arma dei Carabinieri» (Giuseppe d’Avanzo, la Repubblica, 16 novembre 2002).

    Serafini, Alfredo
    novembre 2002, Cosenza

    Il procuratore capo del tribunale di Cosenza si scaglia contro il vescovo Giuseppe Agostino, lo stesso che nel 1970 aveva aperto ai “Boia chi molla” suoi concittadini e ora difende le ragioni della contestazione no global: «Senza conoscere neanche una delle 27.000 pagine del fascicolo processuale, giudica i soggetti basandosi solo su una loro conoscenza di tipo parrocchiale».

    Tortura
    1 luglio 2021

    Alla vigilia del ventennale dai fatti di Genova, nuove violenze nelle carceri riaprono ferite mai suturate. «Nei confronti di persone inermi tanto alla scuola Diaz quanto nella caserma di Bolzaneto attrezzata a centro provvisorio di detenzione, venne praticata la tortura: pestaggi violentissimi (la “macelleria messicana” descritta dall’allora vicequestore di Genova Michelangelo Fournier), atti crudeli come lo spegnimento di sigarette sui corpi dei detenuti, umiliazioni degradanti» (analisi di Riccardo Noury, Amnesty Italia, sul quotidiano Domani).

    Umanità

    «Li abbattiamo come vitelli (…) Domate il bestiame» (dalla chat degli agenti della polizia penitenziaria protagonisti delle violenze sui detenuti nel carcere di Santa Maria Capua Vetere il 6 aprile 2020). «Una orribile mattanza» (il gip sull’inchiesta che ha portato a 52 misure cautelari e 110 indagati).

    Vedere
    14 luglio 2021, Santa Maria Capua Vetere

    «Quando si parla di carcere, bisogna aver visto, come ci ricordano le celebri parole di Piero Calamandrei che sapeva bene cosa significasse la vita del carcere. Occorre aver visto. Occorre correggere una visione del diritto penale incentrata solo sul carcere» (Marta Cartabia, ministro della Giustizia, dal discorso pronunciato nel carcere teatro di violenze sui detenuti).

    (Fonti: “Genova 2001”, Internazionale extra n. 15 – estate 2021; “Calabria in prima pagina. Un anno visto dal di dentro – il Quotidiano 10 anni dentro la Calabria”, 2005; “Novembre 2002: le giornate di Cosenza”, speciale Coessenza)

     

     

  • Genova per noi | Il G8 e la Calabria, vent’anni dopo

    Genova per noi | Il G8 e la Calabria, vent’anni dopo

    Non ha mai smesso di viaggiare il treno che in quel luglio 2001 da Genova ci riportò in Calabria dopo il G8. Un elastico invisibile ci lega a quelle giornate. Con Gianfranco Tallarico rendemmo omaggio alla lapide per Carlo Giuliani nel primo anniversario. Pochi mesi dopo, ci arrestarono con l’accusa d’aver cospirato, sovvertito, impedito al Governo l’esercizio delle sue funzioni, ostacolato la globalizzazione dei mercati.

    Dal G8 di Genova al tribunale di Cosenza

    Nel 2001 Gianfranco assisteva i bambini disabili. Dopo le manette, perse il lavoro. In seguito fu prosciolto in fase preliminare. Adesso è istruttore di pugilato, plurilaureato, s’è costruito una palestra con le sue mani. Educa i ragazzi di quartiere al rispetto, coadiuva la riabilitazione delle persone disabili. Anch’io per 15 giorni fui sospeso dall’insegnamento. Ma la mia scuola di Lauropoli impose al Ministero di richiamarmi subito in servizio. A Cosenza 50mila persone manifestarono per chiedere la nostra liberazione. Nei tre gradi del lungo processo, fummo tutti assolti con formula piena.

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    L’ingresso del tribunale di Cosenza

    Nel processo il compianto avvocato Giuseppe Mazzotta, sarcastico, propose la convocazione in aula, come persone informate sui fatti, degli “otto grandi della Terra”. George Bush incluso. Il Pm non si oppose. È letteratura il controesame in corte d’Assise a Cosenza del teste d’accusa Spartaco Mortola, dirigente Digos nei giorni di Genova. L’avvocato Maurizio Nucci gli mostrò le immagini delle cariche dei carabinieri su corso Torino. E il poliziotto: «Quello fu un comportamento criminale».

    Uno specchio elastico lega il G8 di Genova ai due decenni successivi; non c’è istante di quelle giornate che non riverberi nel presente. La sequenza dell’assalto al carcere di Marassi di allora, se rivista, si riflette nei filmati di oggi sulla polizia penitenziaria che infierisce sui detenuti a Santa Maria Capua Vetere.

    Le vite parallele

    Hanno fatto carriera, senza separazione, le persone che ci arrestarono. Nadia Plastina era Gip, oggi fa il Pm; Domenico Fiordalisi era pm, adesso consigliere in Cassazione. La sua inchiesta costò allo Stato almeno tre milioni di euro. Polizia e Ros dei Carabinieri lavorarono in tandem. Tonino Gentile propose in Senato promozioni per loro. Il Ros ha poi vissuto momenti bui: sentenze del 2018 lo incastrano nella trattativa Stato-mafia negli anni di Falcone e Borsellino. L’ex senatore Gentile ha ottenuto più di un sottosegretariato prima di finire invischiato, da esterno al processo, nella vicenda Oragate e allontanarsi dai palcoscenici politici più in vista. La Procura di Cosenza è retta dai discepoli di chi la resse 20 anni fa.

    Oscar Greco, studioso di storia contemporanea, era in quei giorni nella città della Lanterna: «Rappresentarono insieme l’ultimo capitolo del ‘900 e il primo del secolo entrante». Abilitato all’insegnamento da associato, avendo rifiutato le clientele baronali nell’Università della Calabria, dopo tanti anni di gavetta oggi Oscar si ritrova senza cattedra.

    Francesco Cirillo si presentò in piazza con la valigia in cartone, emblema del sud migrante e ribelle ai diktat neoliberisti. Anche Francesco sarà arrestato e poi assolto. In questi 20 anni ha confezionato succosi romanzi, accompagnando con gioia gli squarci di ribellione in Calabria: manifestazioni in difesa dei beni comuni, onda studentesca, rivolta dei braccianti neri a Rosarno, occupazioni di case, movimenti femministi, mobilitazioni per la sanità pubblica. Tutti sogni concreti che già a Genova presero fiato ma furono respinti da gas tossici, proiettili, torture, manette.

    Il sesto senso del reggino Mimmo Tramontana ci salvò dalla mattanza. Per sfuggire agli agguati a freddo che le varie polizie stavano perpetrando sui manifestanti in uscita da Genova, l’ultima sera fummo tentati di fermarci a dormire nella scuola Diaz. E Mimmo: «Compa’, andiamocene da qui. C’è un’aria che non mi piace» Oggi, col Consorzio Equosud, da lui fondato, guida i forestieri sui sentieri narranti d’Aspromonte ed esporta prodotti alimentari calabresi, liberi da sfruttamento del lavoro, acquistabili nei mercatini solidali dell’Italia centrale.

    Tra gli anti-G8 del sud, anch’egli arrestato e poi assolto, c’era pure Michele Santagata. Adesso fa il giornalista. Di recente, un istante dopo aver subito un pestaggio mafioso che avrebbe voluto tarpargli la penna, ha smascherato i suoi aggressori avvalendosi del quarto potere nel web.

    La ragione dei vinti

    Oltre al settantasettino slogan “vogliamo tutto”, il movimento del 2001 ebbe l’inedita attitudine a proporre. Abolire i brevetti su farmaci e vaccini, tassare i profitti delle multinazionali: oggi siffatte rivendicazioni sono condivise dall’intera umanità. Dopo aver vissuto quelle giornate, qualsiasi partecipazione al gioco della rappresentanza, magari entrando nelle istituzioni, per molti di noi è divenuta improponibile. Ne ha approfittato Beppe Grillo, riciclando quei temi per catalizzare consenso e farsi Stato. Noi abbiamo perso, sì. Eppure è opinione quasi unanime che avessimo ragione. È raro, ma capita pure che siano gli sconfitti a scrivere la propria storia.

  • Genova per noi | Black bloc e polizia, diario dall’inferno della zona rossa

    Genova per noi | Black bloc e polizia, diario dall’inferno della zona rossa

    Black bloc e polizia, il G8 di Genova è stato l’inferno per la zona rossa. Pensavamo che un altro mondo fosse possibile. Adesso abbiamo raggiunto il porto insicuro di una chiusura individualista, ripiegata e arresa. Ho passato anni a fuggire dall’ombra del ricordo di quella che ero prima di quei giorni.

    Con i piqueteros, leggendo Impero di Toni Negri

    Ero da poco rientrata da una lunga esperienza di vita e lavoro in Argentina, dove le avvisaglie del movimentismo anti sistema erano emerse grazie ad “Impero”, il saggio di Toni Negri e Michel Hardt. Io avevo visto dal vivo il movimento piqueteros, quindi guardavo con un pizzico di sarcasmo e di curiosità ai disobbedienti e al movimento italiano. Non condividevo molte analisi, tuttavia ero parte di quella generazione in un giorno che mai dimenticheremo. Un giorno in cui siamo stati schiacciati tra black bloc e polizia.

    L’Italia mi aveva imborghesito

    All’epoca vivevo a Bologna, dove lavoravo per una multinazionale dei servizi bancari. Che paradosso. Il mio rapporto di coppia era in crisi, il mio compagno si era trasferito a vivere in Calabria. «L’Italia mi aveva imborghesito», sentenziava davanti alle bollette da pagare. Il fine settimana precedente al G8 avevo pranzato dai miei. Erano preoccupati dalle pieghe che la protesta stava assumendo anche sui media, avevano cercato di dissuadermi dal partecipare alla manifestazione programmata per il sabato successivo.

    Quel Casarini non mi piace

    «A me quel Casarini am pies gnanc un poc» (a me quel Casarini non piace manco un po’), diceva mio padre, vecchio comunista avvezzo alle lotte e alle manifestazioni di massa. Mia mamma, l’aveva buttata sul ricatto emotivo: «Mi farai morire di crepacuore». Per non farli preoccupare, li rassicurai, baciandoli, dicendo che non sarei andata a Genova per le proteste contro il G8. Dissi loro che sarei andata in Calabria a trovare Facundo, il mio fidanzato argentino.

    Decidiamo di andare a Genova

    Decidemmo di andare a Genova con i miei colleghi. E poi il Movimento, soprattutto grazie alla mediazione di Agnoletto e alle componenti cattoliche, come Mani Tese, non avrebbe abboccato alle provocazioni. Io, Nicola e Bruno così ci trovammo all’alba di un venerdì di fine luglio caldo e assolato, alla stazione ferroviaria di Bologna, con un piccolo zaino con gli effetti per una gita fuori porta.

    Un viaggio lungo e lento

    Partimmo con l’entusiasmo dei giusti, ci sciroppammo un viaggio lungo e lento. A Bolzaneto incontrammo altri manifestanti, disorientati come noi. Io avevo fretta di raggiungere Genova perché volevo assolutamente partecipare nel primo pomeriggio ad una assemblea organizzata dal movimento “Drop the debt”. Qualcuno ci disse che c’erano dei bus di linea per Genova Marassi, il quartiere dello stadio e delle carceri. Andammo baldanzosi a imbarcarci verso l’ultima tappa del nostro viaggio, prima della tragedia.

    Il clima era cambiato

    Il clima a Genova era cambiato. Una cappa di umidità grigia soffocava la città, cominciammo a vedere fumi neri salire in lontananza da più parti. Numerosi elicotteri volavano nel cielo e il flop flop delle eliche – rumore che assocerò da lì in avanti alla paura, alla violenza e alla sopraffazione – sovrastava di poco quello delle ambulanze.

    Il nostro primo incontro con i black bloc

    A Marassi capimmo di essere finiti in un campo di battaglia. Una ventina di ragazzi, tutti vestiti di nero, casco integrale, mazze di ferro in mano. Erano capeggiati da un porta bandiera che rollava il tempo della marcia, avanzavano spaccando macchine e vetrine. Fu il nostro primo incontro con il black bloc, la falange avanzava indisturbata con la bandiera nera al vento. Rimanemmo bloccati più dallo stupore che dalla paura per una ventina di secondi, poi Bruno ci gridò di scappare. Dallo schieramento di polizia cominciavano a sparare lacrimogeni.

    Verso la zona rossa

    Alcuni manifestanti stavano saccheggiando un supermercato. La polizia era all’angolo opposto, noi ricominciammo a scappare. A quel punto la paura si era già impadronita di me, il disorientamento di fronte alla sproporzione di forze impiegate e ai black bloc, che agivano indisturbati, mi stava facendo salire il panico. Man mano che ci avvicinavamo alla zona rossa, incrociavamo ragazzi come noi terrorizzati, feriti, che scappavano e ci dicevano di allontanarci da lì ma non sapevamo dove andare.

    Hanno ucciso Carlo Giuliani

    A un certo punto sentimmo distintamente degli spari. Mentre scappavo, correvo, senza sapere bene cosa stesse succedendo, in un pulsare frenetico della città, mi vibrò il cellulare in tasca. Impaurita e stupita, lo guardai. Era un Alcatel blu, sullo schermo campeggiava la scritta “mamma”. Risposi simulando un affanno da scalata in montagna, i miei mi sapevano sul Pollino, in Calabria. Senza lasciarmi parlare mi disse: «Ninì, hai visto che hai fatto bene a dar retta ai tuoi genitori e a non andare a Genova! Hanno appena ammazzato un manifestante, un ragazzo come te».
    Era Carlo Giuliani, a piazza Alimonda.

    Alessia Alboresi

    consigliere comunale Corigliano-Rossano

     

  • Minori migranti, meglio schiavi che in Calabria?

    Minori migranti, meglio schiavi che in Calabria?

    Migranti in fuga. Dalla fame e dalla guerra prima, da un sistema d’accoglienza in ginocchio poi. Sono tanti i minori non accompagnati sbarcati sullo Jonio reggino nell’ultimo anno. Una storia che segue sempre (o quasi) lo stesso copione. Sono ragazzi e ragazze tra i 15 e i 17 anni. E una volta approdati in Europa attraverso questo pezzo di Calabria spariscono nel nulla nel giro di pochi giorni.

    Sono 19 gli adolescenti sbarcati tra Camini e Reggio Calabria nel 2020 e scappati dai (pochissimi) centri d’accoglienza sopravvissuti sul territorio. La modalità è sempre identica. I barchini, in genere piccoli velieri di una decina di metri stipati all’inverosimile di migranti in arrivo dal Medio Oriente, approdano sulle spiagge del Reggino con il loro carico di gente in viaggio alla ricerca di una vita migliore. Famiglie con bambini, uomini e donne adulti e, sempre più spesso, minori che arrivano alle soglie del ricco occidente senza nessun adulto a prendersene cura.

    Sono loro l’anello più fragile di questa catena che lega da più di 20 anni il territorio reggino alla Turchia. È quella la base di partenza per i “viaggiatori” provenienti da Siria, Irak, Iran, Pakistan e Bangladesh. Le rotte lungo cui si muovono i migranti sono ormai consolidate da anni di continue traversate. Le cose per i minori non accompagnati, invece, sono decisamente cambiate in peggio. Il sistema di accoglienza diffuso che era stato incardinato sul territorio è stato via via smantellato, complicando una situazione già sull’orlo di una crisi di nervi.

    L’integrazione dei migranti

    Sono solo due in provincia di Reggio i centri di prossimità in grado di fornire la seconda accoglienza (quella cioè che dovrebbe occuparsi di integrare i giovani migranti nella nostra società) sopravvissuti alla tagliola dei cosiddetti decreti Salvini. Ed è in questi centri, a Reggio e a Benestare, che i giovani vengono trasferiti dopo le operazioni di identificazione da parte delle forze dell’ordine.

    Mediatori culturali, assistenti sociali, avvocati e docenti di italiano: i servizi offerti ai minori dovrebbero contribuire a favorirne l’integrazione. Ma nella realtà, esclusi pochi casi isolati, i ragazzi, che dal momento del loro sbarco passano formalmente sotto la tutela dello Stato italiano, si fermano solo qualche giorno prima di lasciare le strutture facendo perdere le proprie tracce.

    Una fuga da film

    Un esempio? Quello dei due ragazzi arrivati nel porto di Roccella un paio di giorni prima del Natale 2020 e spariti dalla struttura di Reggio nel pomeriggio dell’ultimo dell’anno. Di origine curdo-irakena l’uno, siriano l’altro, i due diciassettenni hanno aspettato che gli operatori e gli ospiti del centro si riunissero per una piccola festa nella sala comune per fuggire dalla camera dove erano ospitati in attesa di completare le due settimane di quarantena disposte dalle regole anti Covid.

    Proprio come in un film, i ragazzini hanno intrecciato le lenzuola dei loro letti per calarsi da un balcone del secondo piano e fuggire senza essere visti. Come abbiano fatto a sparire dalla città durante il periodo del lockdown senza un soldo in tasca e senza parlare una parola d’italiano, resta un’incognita. «Uno sognava di ricongiungersi alla sorella in Inghilterra – racconta Giovanni Fortugno, una vita trascorsa a prendersi cura dei minori approdati sullo Stretto – l’altro voleva arrivare in Germania dove avrebbe trovato parte della sua famiglia. Sono andati via, non siamo più riusciti a trovarli. E a me non è rimasto altro da fare che compilare l’ennesima denuncia per segnalare l’allontanamento dei minori. Una storia che si ripete sempre più spesso».

    Una tappa del viaggio

    Nel corso del 2020 gli sbarchi dei migranti non hanno conosciuto tregua nemmeno durante i mesi invernali. I barchini sono arrivati sulle spiagge joniche a ritmi da catena di montaggio con il loro carico di minori soli. Nel mese di luglio dello scorso anno 25 adolescenti sono sbarcati da un peschereccio sgangherato sulle banchine del porto di Roccella. Presi in carica dal sindaco, i ragazzi furono ospitati in un albergo della cittadina jonica in attesa della fine del periodo di quarantena. Tra loro, solo una manciata riuscirono a trovare posto nelle due strutture rimaste sul territorio. Poi sono spariti, come tanti prima di loro, senza lasciare alcuna traccia.

    La stessa cosa è successa in seguito all’approdo di un veliero sulla spiaggia di Bovalino nel dicembre 2020. In quell’occasione i 2 minori pakistani non accompagnati furono trasferiti nella struttura di Benestare, minuscolo borgo ad una decina di chilometri dal mare. Giusto il tempo di conoscere gli operatori e hanno preso il volo dileguandosi nella notte.

    «Con la nostra esperienza sul campo – racconta Elena Scopacasa, assistente sociale a Benestare da oltre 10 anni – individuiamo subito i ragazzi che non vogliono restare. D’altronde noi non siamo carcerieri e i ragazzi non sono in stato di arresto. E sono poche le cose che concretamente possiamo fare per evitare che scappino. Noi tentiamo di parlarci, di capire quali sono le loro necessità. Ma spesso la sosta nei centri di seconda accoglienza rappresenta per i ragazzi poco più che un pit stop prima del tratto finale del viaggio iniziato mesi prima».

    La rete

    E se il copione è sempre lo stesso, anche i protagonisti di questa storia sono sempre i medesimi. Gli operatori sociali che hanno fatto dell’accoglienza ai minori la loro missione ne sono più che convinti.  E hanno denunciato più volte alle forze dell’ordine il fenomeno. L’organizzazione che si occupa di allestire i viaggi dalla Turchia all’Italia (7 mila euro il prezzo medio del biglietto per un viaggio di cinque giorni da trascorrere sotto coperta per non farsi individuare dai pattugliatori italiani) si occupa anche di raccattare i minori finiti sotto la tutela dello Stato e parcheggiati nei centri d’accoglienza.

    «È evidente che i ragazzi non scappino da soli, ma che si servano di una rete presente sul nostro territorio». A parlare è ancora Fortugno, responsabile della comunità “Papa Giovanni” che a Reggio si occupa di minori non accompagnati da oltre 20 anni. «Personalmente – prosegue – non ho dubbi. La stessa organizzazione che li porta in Italia si occupa di prelevarli dalle nostre strutture per portarli, quando va bene, fino al confine».

    Ma le cose non vanno sempre bene e più di un ragazzo, convinto a scappare con il miraggio di una vita migliore, finisce in situazioni tremende. Come il sedicenne egiziano che era ospitato a Benestare. Dopo un periodo trascorso alle pendici d’Aspromonte in cui sembrava essersi integrato, aveva fatto perdere le proprie tracce. Gli operatori ebbero di nuovo sue notizie solo in seguito ad una comunicazione dei servizi sociali di Milano. Il ragazzino che sognava di integrarsi in Europa era finito in un giro di prostituzione minorile. Quando ancora, almeno formalmente, era sotto la tutela della Repubblica.

  • Oliverio cerca casa, Iacucci sfratta la sua fondazione

    Oliverio cerca casa, Iacucci sfratta la sua fondazione

    Da un po’ di tempo convivevano da separati in casa, poi Franco Iacucci ha sfrattato Mario Oliverio. Il consiglio provinciale di Cosenza, nell’ultima seduta, ha approvato la restituzione dei locali concessi dall’ente alla Fondazione Europa Mezzogiorno Mediterranea (FEMM). Quella, cioè, presieduta dall’ex governatore regionale.

    Il presidente della Provincia ha affidato a poche righe il suo punto di vista. «La attività culturali della Fondazione si sono ridotte nel tempo e non sono più attinenti alle funzioni fondamentali della Provincia. C’è necessità di reperire nuovi locali da allestire ad uffici per la gestione e l’attuazione delle misure provenienti dal PNRR».

    Il megafono di Oliverio

    La FEMM è stata costituita dalla Provincia di Cosenza nel 2005. Lo scopo? Promuovere lo scambio culturale, commerciale ed economico tra il territorio e i Paesi del Mediterraneo. Da più di un anno, però, è il megafono di Oliverio. Complice lo strappo politico (e non solo) avvenuto tra i due, i ben informati parlano di uno Iacucci su tutte le furie, tanto da essersi rivolto al prefetto di Cosenza per riuscire ad ottenere copia degli ultimi bilanci della Fondazione. Da quando tra i due ex sodali non corre più buon sangue l’ente provinciale è stato tagliato fuori da ogni comunicazione o partecipazione alle attività della fondazione. Lontani i tempi in cui era utilizzata da entrambi per fini e progetti comuni.

    La FEMM conta più di 23mila follower su Facebook. Un miracolo dei social, se non fosse che è frutto del cambio nome della pagina La Voce della Calabria, aperta il 1 settembre 2014 e riconducibile – come si evince dai primi post – all’omonimo sito di informazione diretto da Gianfranco Bonofiglio, ex socialista, ex leghista, ora vicino a Luigi de Magistris.

    La pagina diventa ufficialmente Fondazione Europa Mezzogiorno Mediterraneo il 10 ottobre 2020 e cambia l’immagine di profilo con il logo della FEMM il 16 ottobre 2020 (il giorno dei funerali di Jole Santelli). Da quel giorno al 29 aprile 2020 è un susseguirsi di post, interventi, video. Sono tutti incentrati sulla figura di Mario Oliverio e sulle sue proposte, ben lontane dagli obiettivi statutari di cooperazione tra i paesi del Mediterraneo.

     

    La cronologia della pagina della Fondazione mostra la modifica di precedenti intestazioni come La Voce della Calabria

    La Fondazione Europa Mezzogiorno Mediterraneo

    Ma facciamo un passo indietro. Il 20 settembre del 2004 l’allora presidente della Provincia di Cosenza Mario Oliverio ottiene dal Consiglio il via libera per la costituzione della Fondazione Europa Mezzogiorno Mediterraneo con una variazione urgente di bilancio di 200mila euro. Soldi pubblici da destinare a titolo di quota del patrimonio della personalità giuridica della Fondazione.
    Ufficialmente la FEMM nasce per incentivare «il dialogo tra le culture e le civiltà dei Paesi del Mediterraneo coinvolgendo Università Calabresi, Comuni, Regione, forze sociali e soggetti privati». Su 33 consiglieri provinciali presenti 22 votano a favore, 11 si astengono.

    La variazione di bilancio da 200.000 euro votata dalla Provincia per costituire la FEMM

    Ma il riconoscimento per la personalità giuridica non è automatico. La Prefettura di Cosenza interviene (con nota del 20 giugno 2005 prot. 187/3Area 5°) rilevando delle osservazioni sulla struttura organizzativa. La Provincia non può sostituirsi al Cda.
    Nella nota la Prefettura consente la partecipazione dell’assemblea generale della Provincia alla Fondazione, ma puramente come organo consultivo per approvare le linee di indirizzo dei programmi annuali e pluriennali. Tutto viene demandato al consiglio di amministrazione, ritenuto “organo fondamentale della stessa”.
    Il Consiglio provinciale il 26 giugno 2005 prende atto dei rilievi e approva le modifiche statutarie con voto unanime.

    Le modifiche allo Statuto della Fondazione approvate dopo i rilievi della Prefettura

    Le attività della fondazione hanno inizio ufficialmente il 2 settembre 2005 con la sottoscrizione a Napoli del protocollo d’intesa tra Oliverio, il segretario generale della MdM Walter Schwimmer e il presidente della “Fondazione Mediterraneo” Michele Capasso. La FEMM sarà la sede calabrese della Fondazione Mediterraneo. Negli anni si svolgono diversi eventi: “II meeting euromediterraneo”, la mostra “Stracciando i veli”, il “Premio Mediterraneo per le Scienze e la Ricerca”, il “Concerto euromediterraneo” e i seminari sul ruolo del Mezzogiorno nel Mediterraneo.

    Come il PCI degli anni ’50

    «Molte associazioni calabresi sono “progettate” dai politici e dai loro consulenti per strategie di interesse personale e non per l’interesse collettivo ne è il prototipo l’Associazione Europa Mezzogiorno Mediterraneo onlus, il cui Statuto – o meglio, l’organigramma sociale e l’organizzazione gerarchica all’interno dello Statuto – ricorda quello del Partito Comunista degli anni Cinquanta».
    Così, Saverio Alessio, sangiovannese e presidente di Emigrati.it commenta la nascita della FEMM.

    «Mario Oliverio, fondatore filantropo di questa associazione, ha pensato bene, appena insediatosi alla guida della Giunta provinciale di Cosenza, di operare – scrive in un suo intervento – una variazione di bilancio per trasformarla in fondazione. Tutto questo senza alcuna commissione scientifica a valutare l’effettiva validità delle attività svolte dal sodalizio. Se Mario Oliverio è davvero convinto che una fondazione euromediterranea, partorita dalla sua associazione onlus e da nessun’altra delle centinaia che esistono in Calabria sia assolutamente indispensabile per lo sviluppo futuro della nostra Regione, perché non investe i suoi soldi personali in tale ente privato anziché quelli dei contribuenti? E le associazioni onlus che lavorano davvero con quali soldi saranno finanziate se una consistente variazione di bilancio provinciale è stata dovuta all’associazione del presidente della Provincia?». Interrogativi tutti caduti nel vuoto, almeno fino ad oggi.

    Otto euro al mese

    Tutto cambia nella seduta del consiglio provinciale del 28 novembre 2013. Oliverio, con la mente già alla Cittadella, riesce a far approvare un nuovo statuto della Fondazione. Il documento introduce una norma che consente la partecipazione di banche locali e associazioni dei produttori. Un bel modo per finanziarsi l’imminente campagna elettorale.

    Il piano di Oliverio – avallato da Franco Iacucci, suo caposegreteria all’epoca – si compie nel 2014. Il politico sangiovannese è riuscito a imporre la sua candidatura a governatore, mancano pochi giorni alle elezioni regionali. Il 9 ottobre il Consiglio provinciale approva il cambio di sede della Fondazione dall’iniziale Corso Telesio n. 7 a Piazza XV Marzo n. 5. Per questa nuova sede la Fondazione dovrà versare alla Provincia un canone annuo di cento euro. Ovvero 8,33 euro al mese.

    A ratificare l’atto di concessione è il vicepresidente della Fondazione Mario Bozzo. Poco opportuna sarebbe stata infatti una firma da parte di Oliverio nella triplice veste di presidente della Provincia, della Fondazione stessa nonché candidato alla presidenza della Regione.

    FEMM fatale

    Tutto fila liscio per qualche anno. Poi, nel 2019, tra Iacucci e Oliverio qualcosa si rompe e la FEMM non contribuisce a ricucire i rapporti. Il 20 luglio 2020, infatti, Oliverio ritorna sulla scena politica attraverso la fondazione con tanto di conferenza stampa, apertura di sito internet (in manutenzione) e della pagina social, molto attiva fino a poco tempo fa. Meno, parrebbe, dopo la decisione di Iacucci di andare dal prefetto. L’attuale presidente della Provincia ha optato per le maniere forti – o, se preferite, i dispetti – contro il suo predecessore. E ora alla FEMM, dopo aver cambiato orizzonti trascurando il Mediterraneo per la più montana Palla Palla, toccherà cambiare anche casa. Al prezzo di prima non sarà facile trovarne una nuova.