Categoria: Fatti

  • Vittime di mafia, pochi risarcimenti per i calabresi

    Vittime di mafia, pochi risarcimenti per i calabresi

    In Calabria non si chiedono tutti i soldi che spetterebbero dallo Stato, quando c’è di mezzo la ‘ndrangheta. L’ennesimo effetto collaterale per chi vive quotidianamente “vicino” a boss e picciotti. Ogni anno, infatti, sono poche le richieste di accesso al Fondo di rotazione del Viminale da parte di vittime dei reati di tipo mafioso in Calabria, rispetto alle regioni dove è più presente la criminalità organizzata. È lo stesso commissario nazionale Marcello Cardona (ora sostituito da Felice Colombrino), che ha coordinato l’ente fino al 31 dicembre scorso, a sottolineare l’anomalia calabrese nel report annuale.

    Il Fondo ministeriale

    La struttura commissariale esamina e delibera l’accesso al relativo fondo. Poi riferisce, tutti gli anni, sull’attività svolta sia al presidente del Consiglio dei ministri sia al titolare del dicastero all’Interno. E anche in altre relazioni precedenti era presente questa evidente discrasia. Il Fondo ministeriale, nato nel 1999 per le vittime di mafia, estorsione e usura, dal 2011 ha riunito anche altri fondi. Sono divenute 4 le aree di competenza: mafie, reati intenzionali violenti, orfani di crimini domestici e violenza di genere. I comitati sono separati, ma la struttura commissariale che delibera è una. Ed è di nomina governativa.

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    Le domande di accesso al Fondo suddivise per regioni e relative al 2021

    Le richieste del 2021, regione per regione

    Dal 1° gennaio al 30 novembre 2021 il Fondo ha ricevuto 575 istanze di accesso, presentate dalle vittime dei reati di tipo mafioso. È un incremento del 40% rispetto all’anno precedente (410). In particolare, le istanze sono distribuite così su base territoriale: 351 arrivano dalla Sicilia (il 61%) con un incremento del 47% rispetto all’anno precedente; 135 dalla Campania (il 23%), con un incremento nel raffronto con il 2020 del 16%; 26 dalla Calabria (il 4,5%) esattamente il doppio di quelle dell’anno precedente (13 istanze); 31 dal Lazio (il 5%) 6 in più rispetto al precedente anno; 16 dalla Puglia (poco più del 2,5%) il doppio di quelle presentate nel 2020. Per le altre Regioni sono state presentate istanze: 6 dalla Basilicata, 3 dal Veneto. 2 dalla Liguria, 2 dalla Toscana e 2 dal Piemonte e 1 dal Trentino Alto Adige.

    Le delibere di pagamento del 2021

    Nel 2021 si sono tenute 19 sedute del Comitato nelle quali sono state trattate 697 posizioni. Sono state adottate 404 delibere di cui: 188 di rigetto di accesso al Fondo di rotazione, 207 di accoglimento dell’accesso al Fondo, per un importo complessivo di 8.804.980,38 di euro, 8 di rettifica, archiviazione o inammissibilità, e 1 di indirizzo per le attività del Comitato. Il Comitato ha disposto anche 221 ulteriori approfondimenti istruttori. Le restanti 72 richieste non sono state ancora deliberate. La media, quindi, dei risarcimenti alle vittime delle mafie da parte del Fondo nel 2021 è stata di circa 42mila euro per singola richiesta deliberata.

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    Gli importi delle delibere di pagamento del Fondo dal 2016 al 2021

    L’anomalia calabrese delle vittime di mafia 

    Immediatamente dopo i numeri, nella relazione commissariale riferita al 2021, come per altri anni precedenti, lo stesso commissario sottolinea il dato calabrese. Il report, subito dopo le tabelle numeriche, contiene una spiegazione.

    «Il  numero delle richieste di accesso al Fondo pervenute dalla regione Calabria, sebbene in significativo aumento negli ultimi due anni, resta comunque molto modesto rispetto alla pervasiva presenza delle organizzazioni mafiose in quel territorio e alle stesse evidenze processuali penali». Nella relazione commissariale si ipotizza che «tale fenomeno sia dovuto al minor grado di consapevolezza ed informazione sulle opportunità offerte dalla legge rispetto a quello dei residenti nelle regioni Sicilia e Campania e all’azione di contrasto al fenomeno mafioso che ha portato a risultati imponenti in epoche più recenti rispetto alle due citate regioni».

    Nello stesso documento si legge ancora: «L’azione di contrasto al fenomeno mafioso che, negli ultimi decenni, si è esteso alle regioni del centro e del nord Italia, solo da epoca relativamente recente ha fornito evidenze giudiziarie. Negli anni a venire è, pertanto, legittimo attendersi, in queste regioni, la conferma di un trend in costante aumento delle richieste di risarcimento del danno e, conseguentemente, di accesso al Fondo».

    Le ipotesi della struttura commissariale

    Il commissario, dunque, formula alcune ipotesi, che sono identiche anche in alcuni anni precedenti, per cercare di spiegare perché le richieste campane e siciliane di risarcimento siano rispettivamente fino a 7 volte e 18 volte superiori a quelle calabresi (un trend fondamentalmente stabile negli ultimi anni), e cioè che possa esserci in Calabria o poca conoscenza della legge che ha istituito il Fondo di risarcimento per le vittime di mafia o che “il grosso” dei processi non sia ancora arrivato a sentenza definitiva o ancora che i giudici non abbiano concesso provvisionali per le parti civili nei primi due gradi di giudizio.

    Ma le legittime e autorevoli ipotesi commissariali potrebbero non essere sufficienti per comprendere tutti i perché di questa anomalia. Atteso che sono somme alte che farebbero comunque comodo a chi ha subito violenza dai clan di ‘ndrangheta.

    Condanne e richieste di risarcimento

    I numeri dei condannati detenuti al 31 dicembre scorso, e i numeri dei condannati detenuti totali per regione di nascita, del ministero della Giustizia, ci offrono un primo ulteriore spunto di riflessione verso un quadro più completo della situazione. E ci dicono qualcosa pure in merito al perché le richieste di risarcimento in Calabria siano così esigue rispetto alla reale situazione, legata ai reati commessi dalla ‘ndrangheta in loco e ai relativi processi. E, quindi, alle vittime.

    L’andamento di questi numeri non è in linea con l’esiguità delle richieste di risarcimento in Calabria da parte di vittime della mafia. I dati ministeriali, infatti, parlano di condannati e detenuti in Sicilia e Campania 3 o 4 volte superiori a quelli calabresi. Anche e soprattutto per un maggior numero di cittadini.

    Si tratta di un rapporto che si mantiene più o meno costante negli anni anche nelle diverse fasce di condanna. Sembra seguire più che altro criteri demografici, ma molto lontani dalle percentuali di richieste di risarcimento di vittime delle mafie che arrivano quasi a 20 volte, nelle altre due regioni a maggior rischio, rispetto a quelle presentate in Calabria. Il numero di sentenze, condannati e detenuti nei vari processi, quindi, non spiega da sola l’anomalia, se non appunto in piccola parte.

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    Uomini della Direzione investigativa antimafia in azione

    Incesurati, estranei e apertamente contro i clan

    Guardando, invece, i requisiti per accedere al Fondo ministeriale, l’iter e i motivi ostativi, si possono trovare dati molto più interessanti e significativi per provare a comprendere meglio e appieno quella che ormai appare chiaramente come un’anomalia calabrese, da anni ormai.

    Innanzitutto per accedere al Fondo bisogna essere incensurati, e poi si deve essere totalmente estranei ad ambienti criminali e delinquenziali e su informativa delle forze dell’ordine, come per le interdittive antimafia, e quindi sulla base di comportamenti che prescindono da sentenze, processi, assoluzioni e condanne. Ma soprattutto il terzo requisito appare, forse, come quello più vicino alla realtà per spiegare l’anomalia calabrese. Bisogna costituirsi parte civile nel processo penale e ricevere quindi una sentenza a proprio favore, anche non definitiva ma con relativa provvisionale rispetto ai danni subiti, per accedere al Fondo.

    Per accedere al Fondo è necessario costituirsi parte civile

    Questo significa schierarsi “apertamente” contro i clan e se per gli enti, le grosse società e le associazioni può sembrare più o meno semplice, per le persone fisiche e per i cittadini in Calabria potrebbe essere un ostacolo o comunque un deterrente di non poco conto.  Se si pensa alla particolare struttura di tipo familistico della ‘ndrangheta, ai circa 120 Comuni sciolti per mafia solo dal 1999 al 2019, si può ipotizzare che al di là di comportamenti omertosi, la stanchezza, la preoccupazione e la paura possano incidere più di altri fattori nell’anomalia calabrese delle poche richieste di accesso al Fondo governativo per le vittime della mafia.

     

  • Italia Viva: l’Ernestone col partito intorno

    Italia Viva: l’Ernestone col partito intorno

    La domanda assilla chi è solito preoccuparsi di questioni marginali: ma Italia viva, in Calabria, va a destra o a sinistra? Si potrebbe rispondere alla maniera di Guzzanti/Rutelli: «Iv non è di destra né di sinistra, Iv è di Magorno. Se te compri ‘na machina è di destra o di sinistra? È ‘a tua, ahò: se vuoi anda’ a destra, vai a destra, se vuoi anda’ a sinistra, vai a sinistra».

    Il senatore e sindaco di Diamante, il più renziano tra i renziani, a sud del Pollino èpadrone assoluto e conducente unico di quella macchina nuova, ma già malconcia, chiamata Italia viva. Anzi, di più: «Iv, in Calabria, è Magorno», conferma un seguace calabrese dell’ex premier.

    Destinazione Parlamento

     

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    Ernesto Magorno

    Quel macinino, così scassato da non essere nemmeno riuscito a raggiungere le urne alle ultime elezioni regionali, può comunque assolvere la sua funzione più importante: accompagnare Magorno davanti al Parlamento per la terza volta consecutiva, sempre al fianco del leader indiscusso e indiscutibile, Matteo. Le sigle, i partiti, che siano il Pd o Iv, contano nulla. Per «Ernestone» – nomignolo affettuoso che gli sarebbe stato affibbiato dallo stesso Renzi – l’importante è far parte del mitico giglio magico, oggi decisamente appassito dopo anni di assoluto dominio. Fa niente che Italia viva, a due anni e mezzo dalla sua nascita, non abbia messo radici nei territori calabresi e che sia praticamente fuori da tutti i giochi politici, come dimostra la mancata presentazione della lista alle Regionali che hanno incoronato il centrodestra.

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    Paolo Brunetti

    Eppure, il partito di Renzi, dopo la sospensione di Giuseppe Falcomatà, esprime il sindaco di Reggio, la più grande città della Calabria. Ma Iv, finora, si è guardata bene dal rivendicare o supportare l’azione politica del reggente Paolo Brunetti. «Magorno – spiega un militante dello Stretto – lo tratta come fosse un clandestino a bordo, e finora nessuno ha capito perché».
    Il senatore cosentino può anche permettersi di snobbare il sindaco metropolitano, cambia poco: il suo futuro politico è comunque assicurato.

    Renzi blinda Ernestone

    Negli ambienti politici si racconta sempre un episodio che spiega bene il legame del sindaco-parlamentare con l’ex primo ministro. Vigilia delle Politiche 2018: Renzi è ancora segretario del Pd e sta inserendo nelle liste i suoi uomini più fidati. A un certo punto gli viene sottoposto il dossier Calabria. E lui lo approccia con una sola domanda: «Ernestone c’è?». Il Pd calabrese è alle prese con le solite faide tra capibastone che cercano spazio e i responsabili delle liste non sanno ancora rispondere. Renzi taglia corto, perentorio: «Ernestone al primo posto al Senato». Poi va via, disinteressandosi del resto.

    Per Magorno è candidatura blindata, mentre per la maggior parte dei capibastone sono dolori. Se Ernestone è riuscito a spuntarla pure in un bus affollato come quello del Pd, figurarsi se potrà andargli male al prossimo giro – le Politiche del 2023 –, ora che è alla guida della sua piccola utilitaria. «Renzi lo metterebbe al primo posto anche se l’alternativa fosse Obama», assicura divertito un italovivo di primo piano.

    L’amico leale

    Ecco, Iv Calabria è Magorno, politico capace di mille acrobazie ma costante nella sua lealtà a Renzi, anche quando la parabola dell’ex rottamatore ha cominciato a declinare. Pochi giorni fa, in Senato, mentre Renzi arringava l’aula contro i magistrati di Firenze (e non solo), ottenendo infine il voto favorevole che ha sollevato il conflitto d’attribuzione davanti alla Consulta sul caso della Fondazione Open, Ernestone era lì. Proprio dietro di lui, quasi a volerlo proteggere. Sempre sollecito nel battere le mani con enfasi nei passaggi più importanti di un’invettiva che ha poi compattato tutti, esclusi il M5S («attacco della politica alla magistratura? Si vergogni chi lo pensa: stiamo chiedendo che la politica faccia i conti con la realtà») e Leu.

    Dove va Italia Viva?

    Detto del legame indissolubile tra Renzi e Magorno, resta intatta la domanda: dove va Iv? Le adesioni più recenti non aiutano a spiegare il tragitto di un partito dalla natura sempre più incerta. L’ultimo arrivo, in ordine di tempo, è stato quello dell’ex sindaco di Crotone, Ugo Pugliese, in passato vicinissimo ai centristi Flora e Vincenzo Sculco.

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    L’ex sindaco di Crotone, Ugo Pugliese

    Ma a sorprendere è stato soprattutto l’ex pezzo da novanta del Pd vibonese, Brunello Censore, che ha celebrato il suo ingresso in Iv nel corso di un dibattito a Serra San Bruno, il suo feudo, al quale hanno preso parte il presidente nazionale, Ettore Rosato e, manco a dirlo, Magorno. L’ex deputato, dopo aver sottolineato che il ritorno nelle fila renziane «nasce dalla condivisione sulle politiche», ha ipotizzato la nascita di un «grande centro» e si è rammaricato del fatto che «non c’è più una rappresentanza vera dei territori in Parlamento». Malgrado abbia chiarito che «candidature non ne devo più fare», diversi osservatori hanno rilevato come la nuova avventura di Brunello arrivi in un momento favorevole, cioè all’indomani dell’addio della senatrice Silvia Vono, passata a Fi anche – mormorano – per via del pessimo rapporto con Magorno.

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    Matteo Renzi e Brunello Censore

    Brunello o aceto?

    Censore, in pratica, come forse anche Pugliese, sarebbe salito a bordo di Iv per coprire lo spazio che l’ex 5 stelle ha lasciato vuoto nella Calabria centrale, con l’obiettivo di fare il bis in Parlamento. Un attento conoscitore della sua storia politica, tuttavia, è abbastanza scettico: «È stato un Brunello d’annata, ma ormai è aceto…».
    Pure Censore – cosa che lo accomuna a Magorno, segretario mai troppo amato dai dem – è spesso vittima del sarcasmo degli ex compagni di partito. Un dem vecchia scuola sorride e butta giù una perfidia: «Presto chiederà un congresso come fece da noi ed Ernesto lo caccerà via».

    Perché, spazi vuoti o pieni, la tiritera è sempre la stessa: la macchina la guida Ernestone, nessun altro. Vale dunque poco la presa di posizione di un giovane renziano come il consigliere provinciale di Cosenza Alessandro Porco, convinto che Iv debba essere «un partito di centrosinistra».
    Magorno ha svoltato a destra con decisione, malgrado lo stesso Renzi, a Roma, sia al lavoro per verificare la possibilità di costruire un «campo largo» con il Pd e altri centrini.

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    Foto di gruppo in casa Iv: Magorno è il più a destra di tutti

    La corte al centrodestra

    Il senatore calabrese, invece, ha dichiarato pubblicamente di aver sostenuto il centrodestra del governatore Roberto Occhiuto e si è addirittura proposto come candidato di coalizione per la presidenza della Provincia di Cosenza. Anche questa mossa ha scatenato gli sfottò di alcuni ex compagni d’armi: «Vuole andare dall’altra parte a tutti i costi, ma non lo vogliono». Affermazione sensata, visto che il centrodestra cosentino ha poi candidato la sindaca di San Giovanni in Fiore, Rosaria Succurro.
    Poco male, per Ernestone: è al volante di Italia Viva e viaggia spedito verso il tris, con la benedizione di Matteo. Molto male per gli altri aspiranti parlamentari: un partito fermo al 2,4% rischia di essere solo una monoposto.

  • Sud e ripresa: il Pnrr non basta, anche l’Italia deve fare la sua parte

    Sud e ripresa: il Pnrr non basta, anche l’Italia deve fare la sua parte

    Sono trascorsi sessantacinque anni dalla stipula dei Trattati di Roma, con i quali è nato il Mercato comune europeo. E sono passati trenta anni dalla firma del Trattato di Maastricht, con il quale si sono poste le premesse per la moneta unica.
    Dentro questo tempo di costruzione delle istituzioni comunitarie una parte rilevante degli sforzi si è concentrata sulle politiche di coesione ed alla riduzione dei divari territoriali all’interno della Unione Europea. Quali sono stati gli esiti di questo percorso per il nostro Paese? Perché gli sforzi non hanno condotto al successo?

    L’errore dell’Italia con il Sud

    Il Mezzogiorno d’Italia, nonostante le politiche comunitarie, non è riuscito ad agganciare la locomotiva dello sviluppo europeo. Anzi, si sono determinate le condizioni per una crescita del divario nel corso degli ultimi decenni. La Calabria resta fanalino di coda tra le regioni comunitarie.
    Le ragioni di questo insuccesso sono tutte nazionali. L’Italia ha commesso un gravissimo errore di politica economica, senza avviare un serio dibattito pubblico su tale questione. Invece di considerare le risorse comunitarie addizionali rispetto agli sforzi nazionali, progressivamente sono state assunte scelte che hanno smantellato gli strumenti della programmazione finanziaria e gestionale italiana.

    Gli sperperi del passato

    Si è finito per considerare gli interventi europei sostanzialmente l’unico strumento disponibile per lo sviluppo dei territori meridionali. L’intervento straordinario nel Mezzogiorno è stato definitivamente smantellato a metà degli anni Ottanta. Così come le aziende pubbliche hanno cominciato nello stesso periodo una disordinata ritirata dai territori delle regioni del Sud.
    Mentre il governo nazionale ha delegato alle istituzioni comunitarie le politiche di coesione territoriale, le regioni meridionali hanno sperperato le risorse europee attraverso due canali: da un lato disperdendole in mille rivoli e dall’altro non utilizzandole appieno con una quantità imbarazzante di residui non spesi. Sono le due ragioni che oggi rendono preoccupante la prospettiva del PNRR.

    Pnrr e Sud: la coesione che vorrebbe l’Ue

    Poi emergono oggi le sfide nuove, alle quali non siamo ancora preparati. L’ottavo rapporto sulla coesione della Commissione Europea, pubblicato in questi giorni, mette in evidenza il potenziale delle transizioni verde e digitale come nuovi motori di crescita per l’UE, ma sostiene che senza azioni politiche adeguate potrebbero sorgere nuove disparità economiche, sociali e territoriali.
    Anche la pandemia ha allargato la forbice tra le regioni europee. Il COVID-19 ha già aumentato la mortalità dell’UE del 13%, ma finora l’impatto è stato più elevato nelle regioni meno sviluppate, dove la mortalità è aumentata del 17%.

    Pnrr: riforme o al Sud sarà ancora crisi

    Diverse regioni a reddito medio e meno sviluppate, soprattutto nell’UE meridionale, hanno registrato una stagnazione o una contrazione dell’economia, e questo indica che si trovano in una trappola dello sviluppo. Molte di esse sono state colpite dalla crisi economica e finanziaria nel 2008 e da allora hanno problemi a riprendersi.
    Per una crescita a lungo termine occorreranno riforme del settore pubblico, un miglioramento delle competenze della forza lavoro ed una più forte capacità innovativa. Sono quelle trasformazioni istituzionali che sono state demandate agli Stati nazionali quale secondo pilastro del PNRR accanto agli investimenti.

    Lavoro e divario di genere

    L’occupazione è in crescita, ma le disparità regionali restano maggiori rispetto a prima del 2008. Tale crisi, ormai di lungo periodo, ha portato ad un aumento significativo delle disparità regionali, sia nei tassi di occupazione che in quelli di disoccupazione. A livello dell’UE il tasso di occupazione si è pienamente ripreso dalla crisi e ha raggiunto l’apice nel 2019, con il 73% delle persone di età compresa tra i 20 e i 64 anni.
    Le disparità regionali sono in calo dal 2008, ma restano più grandi di quanto non fossero nel periodo precedente la crisi economica. I tassi di occupazione nelle regioni meno sviluppate rimangono molto più bassi rispetto a quelli delle regioni più sviluppate.

    Nelle regioni meno sviluppate il divario di genere a livello occupazionale è quasi il doppio che nelle regioni più sviluppate (17 contro 9 punti percentuali). In generale le donne delle regioni meno sviluppate hanno più probabilità di ritrovarsi sfavorite rispetto agli uomini della stessa regione. E meno probabilità di raggiungere un livello di successo elevato rispetto alle donne di altre regioni.
    Nell’UE l’accesso di base alla banda larga è quasi universale, ma le connessioni ad altissima velocità sono disponibili solamente per due residenti di città su tre e per un residente di zone rurali su sei.

    Ambiente: problemi e strategie

    Investire a sufficienza nella protezione dell’ambiente, nell’energia pulita e nella fornitura dei servizi associati è essenziale per garantire sostenibilità, competitività e qualità della vita a lungo termine.
    L’inquinamento dell’aria e delle acque è minore, ma in molte regioni poco sviluppate resta ancora troppo elevato. Secondo le stime, all’interno dell’UE esso causa 400.000 morti premature all’anno. Le concentrazioni di ozono restano troppo alte in molte regioni meridionali. Il trattamento delle acque reflue è migliorato in tutta l’UE, ma sono ancora necessari maggiori investimenti in molte regioni meno sviluppate e in transizione al fine di proteggere e migliorare la qualità delle acque.

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    Nonostante esportazioni e investimenti esteri diretti (IED) spesso cospicui, molte regioni non riescono a cogliere i benefici per le imprese e i lavoratori locali.
    La scarsa adozione di tecnologie digitali, pratiche gestionali e tecnologie di industria 4.0 nelle imprese e nel settore pubblico fa sì che molte regioni non siano preparate a sfruttare i vantaggi delle nuove opportunità. E che siano vulnerabili a potenziali rilocalizzazioni mano a mano che le catene del valore si evolvono.
    Nei prossimi 30 anni la crescita dell’UE sarà guidata dalle transizioni verde e digitale, le quali porteranno nuove opportunità ma richiederanno cambiamenti strutturali significativi che rischiano di creare nuove disparità regionali. Se ignorata, la transizione demografica potrebbe indebolire sia la coesione che la crescita.

    Come gestire le transizioni

    Il modo in cui gestiremo tali transizioni determinerà se tutte le regioni e tutti i cittadini, ovunque essi vivano, saranno in grado di trarne vantaggio. Senza una chiara visione territoriale delle modalità di gestione di questi processi e un’attuazione ambiziosa del pilastro europeo dei diritti sociali, sempre più persone potrebbero avere la sensazione che le loro voci rimangano inascoltate e che l’impatto sulle loro comunità non sia considerato, il che potrebbe alimentare un malcontento nei confronti della democrazia.

    Le istituzioni nazionali e regionali dovrebbero tornare a giocare un ruolo attivo e diverso rispetto a quello dei passati decenni. Il governo centrale dovrebbe essere in grado di realizzare quelle riforme capaci di rimettere in movimento un Paese anchilosato dalle burocrazie, aggiungendo uno sforzo finanziario nazionale per lo sviluppo. Le regioni dovrebbero essere in grado di gerarchizzare le questioni rilevanti evitando di disperdere le risorse finanziarie a pioggia. A questi snodi è legato il successo del PNRR.

  • Un Gallo di troppo nel pollaio di Roberto Occhiuto

    Un Gallo di troppo nel pollaio di Roberto Occhiuto

    «Vorrei che la gente pensasse che ho cuore e talento che non derivano dai miei occhi blu». Gianluca Gallo è un po’ il Paul Newman della politica calabrese: non si può dire che non abbia cuore, o che gli faccia difetto il talento, o che non abbia gli occhi blu. O che – ma questo non c’entra con il divo hollywoodiano – la sua presenza non provochi fastidio e inquietudine al presidente della Regione.
    Già, perché in una regione appena entrata nell’era Occhiuto, Gallo è, potenzialmente, l’angelo ribelle che rischia di essere scacciato proprio perché la sua presenza rappresenta una minaccia per il nuovo dominio.

    Faccia d’angelo e tanta ambizione

    Ha la faccia da serafino, il sorriso aperto e sfuggente, i colori chiari che suggeriscono fiducia. Guai a fidarsi, però: l’assessore all’Agricoltura è determinato al punto da essere spietato, ambizioso fino a diventare quasi avventato; ma è anche cauto e sa quando è il momento di tirare il freno, di aspettare.
    In questi ultimi tre mesi, ha fatto della dissimulazione la sua cifra politica: presente, sempre e comunque, là dove accadono le cose e dove le decisioni avvengono, ma senza far rumore, senza nemmeno tentare di rubare il proscenio al caudillo del momento, quell’Occhiuto che, nella lotta per la conquista della Cittadella, lo ha battuto e vinto.
    Per ora, solo per ora.

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    Gianluca Gallo (a destra) con Roberto Occhiuto (al centro)

    La grande nicchia di Gianluca Gallo

    Gallo si sta facendo andar bene la sua grande nicchia, al cui interno c’è tutta la filiera agricola che rappresenta la spina dorsale di una regione che si vuole turistica e industriale, ma che è legata alla terra in modo indissolubile, con i suoi braccianti, i suoi piccoli proprietari, le tante e tante imprese che alla Regione chiedono soldi e attenzione.
    Gallo è lì, al vertice di questo microcosmo produttivo che può disporre di centinaia e centinaia di milioni di euro provenienti da Psr, Pnrr e non solo.

    È sempre sul pezzo, ogni giorno, tutti i giorni: dalla tutela del tartufo a quella del vino, dalla lotta alla processionaria alla salvaguardia dei boschi e delle aziende ittiche, dall’organizzazione del Vinitaly ai preparativi per il salone dell’agroalimentare di qualità. E tanto altro ancora. Si trova tutto sulla sua pagina Facebook, diventata uno straordinario strumento di promozione personale. Gallo alterna i post dedicati alla caccia e alla pesca a quelli più privati e pop. Ecco l’assessore mentre beve un bicchiere di vino, in posa su un campo di calcio con il figlio, intento a giocare a ping pong, su una giostra a cavalli.

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    L’assessorato stretto

    La narrazione social sembra funzionale a un progetto politico più ampio e a lunga scadenza. Il personaggio, del resto, non è di quelli che si accontentano. Fino all’ufficializzazione della candidatura alla presidenza della Regione, Gallo ha fatto le sue mosse per strappare la nomination finale del centrodestra, ma si è dovuto arrendere a un Occhiuto posizionato molto meglio nello scacchiere romano.
    Chi lo conosce bene, tuttavia, è pronto a scommettere che le ambizioni dell’assessore sono ancora vive, tutt’altro che sopite. E, anche se la realtà visibile racconta il suo low profile quotidiano, la sua subalternità accettata, è molto probabile che Gallo si senta così, che intimamente si veda e si rappresenti come l’anti-Occhiuto in attesa del suo riscatto.

    Il capo dell’agricoltura calabrese, dopo la morte della presidente Jole Santelli, aveva accarezzato l’idea di succederle, muovendosi su e giù per la Calabria quasi come un erede designato in attesa dell’incoronazione ufficiale. Certo è che, prima di accarezzare quel sogno, “faccia d’angelo” ha vissuto successi ma anche crisi che rischiavano di chiudere anzitempo la sua carriera, salvata solo da quell’ambizione sfrenata e comunque sufficiente a tenerlo a galla anche quando tutto sembrava finito.

    La carriera di Gianluca Gallo

    Sposato, padre di due figli, cattolico, avvocato, democristiano, poi Cdu, poi Udc, due volte sindaco della sua città, Cassano allo Ionio. Nel 2010, entra in Consiglio regionale con lo Scudocrociato. Quando quel mondo crolla, è tra i promotori di un avvicinamento dell’Udc al centrosinistra di Mario Oliverio. L’accordo, però, non si chiude per colpa del governatore.
    E Gallo se la lega al dito, anche perché è costretto a riabbracciare un centrodestra votato a sconfitta certa e a candidarsi nella lista Casa delle libertà. Infatti, arriva secondo, con quasi tremila voti di distacco dall’unico eletto, Giuseppe Graziano. Non dimenticherà nemmeno questo fallimento. Gallo è fuori gioco, la sua storia politica sembra arrivata all’ultima pagina. È a questo punto che ne esce fuori la tempra.

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    Il consigliere regionale dell’Udc, Giuseppe Graziano (foto Alfonso Bombini/ICalabresi)

    Ingaggia una battaglia legale contro Graziano che arriva fino alla Corte costituzionale. A tre anni dal voto, la Corte d’appello di Catanzaro dichiara la decadenza del comandante del Corpo forestale (che aveva violato le regole sull’aspettativa). Gianluca Gallo può rientrare in Consiglio. Sa che manca poco alla fine della legislatura e non perde occasione per farsi pubblicità attaccando un Oliverio che, agli occhi dei calabresi, ha ormai esaurito ogni credito politico. Nel frattempo, l’ex sindaco diventa coordinatore provinciale di Forza Italia nel Cosentino. È un’altra svolta, perché inizia a rafforzare la sua rete.

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    Gallo nostromo

    Alle Regionali del 2020, i 6.500 voti ottenuti cinque anni prima diventano 12mila. Santelli lo mette a capo della grande nicchia agricola. E lui – a bordo delle sue amate Alfa Romeo – inizia a girare in lungo e in largo la Calabria. Cacciatori e pescatori lo amano, i produttori pure. È difficile trovare un titolare di azienda vitivinicola, florovivaistica o avicola che non lo abbia incontrato almeno una volta o che non ne riconosca i meriti. Anche perché, dalla cabina di comando della Cittadella, Gallo fa principalmente una cosa: sblocca pagamenti, decine e decine di milioni di euro distribuiti a pioggia in una terra arida di risorse.

    L’endorsement non basta: Fi punta su Roberto Occhiuto

    L’assessore, più che i canali ufficiali, usa i social per annunciare la distribuzione dei nuovi fondi. Instillando nel suo pubblico l’idea che, quasi quasi, quei soldi provengano direttamente dalle sue tasche. Tra tour continui nelle aree produttive della regione e i rubinetti dei finanziamenti sempre aperti, la popolarità di Gianluca Gallo cresce a dismisura. La fine anticipata della legislatura lo trova pronto per la grande prova, ma serve un endorsement di peso. Si dice che il suo principale sostenitore sia stato l’allora arcivescovo di Catanzaro-Squillace, nonché presidente della Conferenza episcopale calabra, Vincenzo Bertolone.

    Vincenzo Bertolone, già arcivescovo di Catanzaro-Squillace

    L’unica certezza è che Gallo deve infine ritirarsi in buon ordine per lasciare tutti gli applausi a Roberto Occhiuto. Forse, a quel punto, all’entusiasmo della sfida subentra la paura delle possibili reazioni del vincitore, conosciuto negli ambienti della politica per il suo «carattere vendicativo». «Gallo – racconta un’autorevole fonte del centrodestra – era sicuro di essere rieletto, ma temeva di non essere confermato in Giunta per via delle sue manovre per la candidatura alla presidenza. Così si è impegnato al massimo per un risultato che non lasciasse alternativa al nuovo governatore».

    Il record di voti in Calabria

    I 12mila voti del 2020, in poco più di un anno, diventano allora 21mila, un record incredibile su cui si sono appiccicati diversi sospetti. In primis, quelli del vecchio nemico, Oliverio: «Alcuni assessorati si sono trasformati in bancomat». Pronta la risposta di Gallo, che sa di tremendissima vendetta per quel no ricevuto nel 2014: «Oliverio farebbe bene a impegnarsi per comprendere le ragioni del suo disastro elettorale».
    Il potente assessore, anche Graziano lo sa, è uno che non dimentica mai i torti e le delusioni. Occhio agli occhi blu, Occhiuto.

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    Gianluca Gallo festeggia a Cassano la rielezione in consiglio regionale con oltre 21mila preferenze

     

  • «No agli abusi», la protesta del liceo di Castrolibero si prende Cosenza

    «No agli abusi», la protesta del liceo di Castrolibero si prende Cosenza

    Dalla scuola occupata al corteo per le strade di Cosenza. Gridando «no agli abusi» ma pure «no alla scuola dei padroni». Sono i due motivi che hanno animato la manifestazione di stamane nella città dei bruzi. Da piazza Loreto fino al provveditorato agli studi. Fumogeni e bandiere del Che hanno accompagnato la protesta. Un grande classico che resiste pure nell’epoca di Tik Tok.

    Le presunte molestie e la scuola occupata

    Il Me too calabrese ha la voce degli studenti dell’istituto d’istruzione superiore Valentini-MaJorana di Castrolibero, in provincia di Cosenza. I ragazzi hanno occupato la scuola dal 3 febbraio scorso, ma da lunedì torneranno in classe. Protestano contro la mancata presa di posizione della dirigente scolastica, Iolanda Maletta, nei confronti di un professore di matematica e fisica che – sostengono i liceali – si sarebbe reso responsabile di presunte molestie sessuali. Sul punto ha aperto un’inchiesta la Procura della Repubblica di Cosenza. Il docente risulterebbe iscritto nel registro degli indagati.

    Le chat e le e-mail 

    Il caso è rimbalzato sui media nazionali, occupando una spazio importante nei programmi in prima serata. E proprio Le Iene, popolarissima trasmissione di Mediaset, ha mostrato in un servizio alcuni messaggi segnatamente ambigui («ciao polpettina») del professore e il testo della mail inviata dai genitori degli alunni alla dirigente scolastica.

    I prof che solidarizzano con la protesta

    Sei professori dell’istituto di istruzione superiore Valentini-Majorana di Castrolibero hanno manifestato vicinanza e sostegno alla protesta degli studenti. Scrivendo una lettera, dove si legge: «Ciò che è successo ci ha posto di fronte ad una dura realtà e siete stati voi a sbattercela in faccia». Tra i banchi della scuola di Castrolibero sono arrivati giorni fa anche gli ispettori inviati dal Ministero dell’Istruzione dopo l’esplosione del caso di presunte molestie denunciato dai ragazzi.

    La politica sollecita l’intervento del ministro Bianchi

    Le deputate del Partito democratico hanno inviato un’interpellanza al ministro Patrizio Bianchi affinché si faccia subito chiarezza su quanto accaduto. Il presidente della Commissione Antimafia, Nicola Morra, ha incontrato personalmente a Castrolibero i ragazzi impegnati nell’occupazione. Mentre il deputato di Alternativa ed ex grillino, Francesco Sapia, ha presentato un’interrogazione parlamentare in cui si chiede l’immediato trasferimento della dirigente scolastica, Iolanda Maletta. Un provvedimento chiesto anche dagli studenti che hanno occupato il liceo Valentini-Majorana e da molti fra i loro genitori. Per ora la dirigente scolastica è in malattia.

  • Quattro anni e non sentirli: le pagelle dei calabresi in Parlamento

    Quattro anni e non sentirli: le pagelle dei calabresi in Parlamento

    Hanno superato il momento più difficile: l’elezione del Presidente della Repubblica. Ce l’avesse fatta un altro al posto di Sergio Mattarella, tipo un signore di nome Mario, sarebbero stati dolori, causati dallo spettro del voto anticipato.
    Invece, i parlamentari l’hanno sfangata anche stavolta, dopo aver superato un rischio analogo in occasione della crisi scatenata da Salvini al Papeete, da cui è nato il Conte II, e dalla mossa del cavallo di Renzi, che ha poi dato i natali al Governo Draghi.

    Il passato è passato, ora bisogna pensare al presente e all’anno che manca alla fine della legislatura. Sarà una lunga campagna elettorale durante la quale deputati e senatori faranno di tutto per accaparrarsi i posti sopravvissuti al taglio determinato dalla legge costituzionale del 2020: restano “solo” 400 scranni a Montecitorio e 200 a Palazzo Madama. La Calabria sarà rappresentata da 13 deputati (oggi sono 20) e sei senatori (10). Come nel gioco delle sedie musicali, qualcuno – più di qualcuno – resterà in piedi.

    Chiosa demagogica: se le cose stanno così, bisogna votare bene, al prossimo giro. Ecco quindi il pagellone semiserio dei 31 parlamentari e mezzo (c’è Tilde Minasi che non ha ancora deciso) della Calabria. I giudizi, oltre che sintetici, sono insindacabili come quelli di Alessandro Borghese in 4 Ristoranti, anche se non possiedono la capacità di confermare o ribaltare alcunché.

    Abate, Rosa Silvana (senatrice, Misto):

    È un effetto della valanga grillina che, nel 2018, spazzò via parte della vecchia classe dirigente. La sua invece rimane una faccia nuova, al punto che quasi nessun calabrese la riconoscerebbe per strada. Sulla sua pagina Fb si descrive così: «Mi occupo di agricoltura, pesca, trasporti e sanità». Ineffabile. Voto 6 di incoraggiamento.

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    Rosa Silvana Abate

    Auddino, Giuseppe (senatore, M5S):

    Nel 2010, da candidato in una lista civica legata al Pci, non era stato eletto nel Consiglio di Polistena. Ha presentato un disegno di legge per il divieto di fumare fuori dai locali pubblici e in spiaggia. È il Sergio Cammariere del Parlamento. Sosia. Voto 6 per l’intonazione.

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    Giuseppe Auddino

    Barbuto, Elisabetta (deputata, M5S):

    Chiede da tempo le bonifiche post-industriali nel Crotonese. Su Fb non arriva a 4mila amici: troppi post impegnati e nemmeno un meme. I suoi comunicati chilometrici provocano smoccolamenti nelle redazioni calabresi. Professorale. Voto 6,5 per l’austerità.

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    Elisabetta Barbuto

    Bruno Bossio, Enza (deputata, Pd):

    Sembra che stia in Parlamento da una vita, e ci starà ancora a lungo se, con il marito Nicola Adamo, continuerà a dettare legge nel Pd cosentino. In questa legislatura ha rafforzato le sue posizioni garantiste. Del procuratore Gratteri ha detto: «Arresta metà Calabria. È giustizia? No è solo uno show». Scontri anche con De Magistris. Barricadera. Voto 6 per la tenacia.

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    Enza Bruno Bossio

    Caligiuri, Fulvia (senatrice, Fi):

    Ha strappato il seggio calabrese a Matteo Salvini. Era l’agosto 2019 e da quel momento il leader della Lega non ne ha più imbroccata una. Effetto Papeete. Voto 7 per la reazione a catena.

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    Fulvia Caligiuri

    Cannizzaro, Francesco (deputato, Fi):

    Ogni settimana annuncia l’arrivo di vagonate di milioni per la provincia di Reggio. Dove c’è l’azione, c’è lui. Voleva fare il governatore al posto di Occhiuto e poi anche il coordinatore regionale del suo partito. È giovane e si farà. Furia aspromontana. Voto 6 per l’ambizione.

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    Francesco Cannizzaro

    Corrado, Margherita (senatrice, Misto):

    Dopo l’addio al M5S, si è candidata a sindaco di Roma. Ha preso 618 voti, lo 0,06%. Incommentabile. Voto 4 per l’imbarazzo.

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    Margherita Corrado

    D’Ippolito, Giuseppe (deputato, M5S):

    Si batte per inasprire le norme di controllo nella filiera di rifiuti. Suo il disegno di legge costituzionale per abolire il pareggio di bilancio sulle spese sanitarie. Sembra il gemello dell’ex ministro Giovanni Maria Flick. Arcigno. Voto 6 per la somiglianza.

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    Giuseppe D’Ippolito

    Dieni, Federica (deputata, M5S):

    È vicepresidente del Copasir, l’organo che controlla l’operato dei servizi segreti. Ha la responsabilità di dossier delicati per la sicurezza nazionale e dunque, a differenza di molti suoi colleghi a 5 stelle, non crede nelle scie chimiche e nemmeno nei chip sottocutanei. Istituzionale. Voto 7 per la serietà.

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    Federica Dieni

    Ferro, Wanda (deputata, Fdi):

    È la commissaria regionale del partito di Giorgia Meloni ma delle liste elettorali si occupa sempre qualcun altro. È la kingmaker di Catanzaro ma non vuole fare il nome del candidato sindaco. In compenso, pubblica un sacco di foto sfocate su Fb. Mossa. Voto 4 per la confusione.

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    Wanda Ferro (sfuocata)

    Forciniti, Francesco (deputato, Misto):

    Avvocato, è il Di Battista calabrese. Infatti non perde occasione per perculare il M5S, nelle cui file è stato eletto. Nemico giurato della Bce, dei poteri forti e delle lobby. Grillino ante litteram. Voto 6 per la convinzione.

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    Francesco Forciniti

    Furgiuele, Domenico (deputato, Lega):

    È il protoleghista calabrese, il primo, a queste latitudini, a credere nella svolta nazionale di Salvini. Poi le inchieste che hanno riguardato lui e alcuni membri della sua famiglia ne hanno appannato l’appeal agli occhi del Capitano (e non solo ai suoi). Lui continua a sgomitare a Montecitorio e a indossare abiti che non passano inosservati. Dandy lametino. Voto 6 per l’intraprendenza.

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    Domenico Furgiuele

    Gentile, Andrea (deputato, Fi):

    Rampollo di uno dei casati politici più potenti della storia calabrese, è arrivato in Parlamento dopo l’elezione a presidente di Regione di Roberto Occhiuto, per cui stravede. Proprio come il governatore, anche lui, in un’intervista al Quotidiano del Sud, ha fatto un bilancio dei suoi primi 100 giorni alla Camera. Ha più o meno ammesso di aver combinato poco, ma sono dettagli. Gentile never die. Voto 5 per la dynasty.

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    Andrea Gentile

    Granato, Bianca Laura (senatrice, Misto):

    Può contare su un esercito di 67mila follower. È un’icona dei no vax. Sostiene che ci siano troppe morti sospette tra i guru negazionisti e che il super Green pass sia un colpo di Stato. Dice che esistono i nazisanitari e che i «vaccini sono la malattia». Ha pubblicato sulla sua pagina Fb il video choc del docente che si è dato fuoco a Rende. Ha sorriso solo quando Berlusconi l’ha chiamata, presentandosi come il «signore del bunga bunga». È Vulvia di Rieducational channel. Voto 3 per il complottismo.

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    Bianca Laura Granato

    Magorno, Ernesto (senatore, Iv):

    È più renziano di Renzi, perfino più spericolato di lui. Si è autocandidato per il centrodestra alla presidenza della Provincia di Cosenza. Ha sostenuto Occhiuto alle Regionali. Nel giglio magico lo chiamano «Ernestone». Mutante. Voto 7 per la disinvoltura.

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    Ernesto Magorno

    Mangialavori, Giuseppe (senatore, Fi):

    Ha la faccia da bravo ragazzo, ma chi lo conosce giura che l’estetica non dice nulla del suo carattere. Il ricorso di Wanda Ferro lo aveva estromesso dal Consiglio, ma da allora ha scalato il partito di Berlusconi (oggi ne è il coordinatore regionale) e ha vinto tutte le elezioni in cui si è impegnato. Revenant. Voto 7 per la cazzimma.

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    Giuseppe Mangialavori

    Melicchio, Alessandro (deputato, M5S):

    Faccia acqua e sapone, ha proposto il commissariamento del liceo di Castrolibero dopo i casi di molestie. Giuseppe Conte lo ha cazziato pubblicamente per aver votato con le opposizioni sulle pregiudiziali di costituzionalità della riforma della giustizia: «Ha esercitato libertà di incoscienza». Duro e puro. Voto 6 per gli occhi azzurri.

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    Alessandro Melicchio

    Misiti, Carmelo Massimo (deputato, M5S):

    È il coordinatore calabrese del Movimento. Parlamentare tra i più attivi, ha presentato una proposta per la riorganizzazione di tutti i servizi di emergenza. Insomma, è un politico preparato. Anomalo. Voto 6,5 per la professionalità.

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    Carmelo Massimo Misiti

    Morra, Nicola (senatore, Misto):

    Ha lasciato il Movimento ma non la commissione Antimafia. Filosofo citazionista e manicheo, giustizialista, è un acerrimo nemico della massoneria deviata, per cui il cappuccio che ha messo nel corso del suo blitz negli uffici dell’Asp di Cosenza è tutta un’altra cosa. Sarà ricordato per le parole irripetibili su Jole Santelli ma anche per la battaglia sulla qualità del mangime nel canile di Donnici. Savonarola. Voto 2 per il fondamentalismo.

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    Nicola Morra

    Nesci, Dalila (deputata, M5S):

    Sottosegretaria per il Sud, da mesi è in pellegrinaggio per far conoscere a tutta l’Italia i Contratti istituzionali di sviluppo. Da neo-governista, ha quasi dimenticato le sue battaglie a favore della sanità calabrese. Smemorata. Voto 5 per la metamorfosi.

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    Dalila Nesci

    Orrico, Anna Laura (Deputata, M5S):

    Già sottosegretaria ai Beni culturali, ha alzato la voce per la tutela del centro storico di Cosenza, prima di dedicarsi a un silenzio quasi religioso. Mistica. Voto 5 per l’afasia.

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    Anna Laura Orrico – I Calabresi

    Parentela, Paolo (deputato, M5S):

    Fervido sostenitore dell’apicoltura, è tra i principali artefici della legge sul biologico. A Catanzaro sostiene la candidatura di Nicola Fiorita, che potrebbe non averla presa benissimo. È al secondo mandato e aspetta la deroga di Grillo. Speranzoso. Voto 6 per l’acconciatura.

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    Paolo Parentela

    Sapia, Francesco (deputato, Alternativa):

    È il picconatore calabrese: ha ingaggiato lotte senza esclusione di colpi per la sanità e la trasparenza amministrativa. Ha definito Draghi «quel gesuita». Cossiga. Voto 8 per l’irriducibilità.

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    Francesco Sapia

    Scutellà, Elisa (deputata, M5S):

    Tiene moltissimo alla piccola stazione ferroviaria di Rossano. Gli addetti ai lavori faticano a riconoscerla. Eterea. Voto 5 per il camuffamento.

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    Elisa Scutellà

    Siclari, Marco (senatore, Fi):

    Amico e sostenitore di lunga data del coordinatore azzurro Tajani, si occupa prevalentemente di sanità. L’inchiesta Eyphemos e la condanna per il presunto appoggio elettorale ricevuto dalla cosca Alvaro di Sinopoli ne hanno stoppato ogni iniziativa. Inespresso. Voto 5 per le circostanze.

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    Marco Siclari

    Stumpo, Nico (deputato, Leu):

    È talmente “romano” che in pochi ricordano la sua elezione in Calabria. In occasione del voto per il Quirinale è stato incluso tra i «pallottolieri», gli uomini macchina che conoscono tutti i segreti dell’urna. È un grande sostenitore del ministro Speranza. Sinistroide. Voto 5 per il disinteresse.

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    Nico Stumpo

    Torromino, Sergio (deputato, Fi):

    A Montecitorio per volontà altrui. Domenico Giannetta doveva scegliere tra il seggio alla Camera e quello al Consiglio regionale. Ha optato per quest’ultimo, in una legislatura durata poco più di un anno, e ora è fuori dalle istituzioni. Torromino, invece, è ancora in gioco e cerca una riconferma. Casuale. Voto 6 per la buona stella.

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    Sergio Torromino

    Tripodi, Maria (deputata, Fi):

    Open Parlamento ricorda che si occupa di personale militare, marina, esercito, terrorismo e potere legislativo. La provincia reggina che l’ha eletta, invece, non sembra entusiasmarla più di tanto. I maligni ritengono che ecceda con l’uso dei filtri nelle sue foto. Ringiovanita. Voto 4 per l’assenza.

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    Maria Tripodi

    Tucci, Riccardo (deputato, M5S):

    Su di lui pende una richiesta di rinvio a giudizio per frode fiscale che ne ha limitato lo slancio. Viene descritto come un contiano di ferro. In passato è stato “facilitatore regionale alle relazioni interne” del Movimento. Incomprensibile. Voto 5 per la difficoltà.

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    Riccardo Tucci

    Viscomi, Antonio (deputato, Pd):

    Ha sfruttato il lockdown per partecipare a webinar di ogni tipo. È un cattedratico che ha saputo costruire buoni legami nella capitale. Tra i pochi politici calabresi a usare Twitter, è uno dei più autorevoli rappresentanti del Pd. Infatti si dice che i big del partito calabrese vorrebbero farlo fuori (politicamente). Resistente. Voto 6,5 per la compostezza.

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    Antonio Viscomi

    Vono, Silvia Gelsomina (senatrice, Fi):

    Ha studiato e messo in pratica il camaleontismo mastelliano. È stata in Italia dei valori, in una lista vicina al Pd, nel M5S, in Italia viva e, da poche settimane, è in Fi. Non classificabile. Voto 10 per il trasformismo.

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    Silvia Gelsomina Vono

    Minasi, Tilde: (senatrice, Lega):

    La mattina del 5 ottobre era fuori da tutto. Poi Occhiuto l’ha ripescata per la sua Giunta, prima di essere proclamata anche in Senato. Aspetta indicazioni da Salvini, ma nel frattempo è passata dal votare le delibere del governatore al voto per il Presidente della Repubblica. Double face. Voto 8 per la tenuta mentale.

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    Tilde Minasi
  • Anzio e Nettuno come l’entroterra calabrese: ‘ndrine alla conquista del litorale romano

    Anzio e Nettuno come l’entroterra calabrese: ‘ndrine alla conquista del litorale romano

    Anzio e Nettuno distaccamenti o succursali di Santa Cristina d’Aspromonte, nel Reggino, o Guardavalle, nel Catanzarese. I 65 arresti con cui la Dda e i carabinieri di Roma sono convinti di aver bloccato le mire delle cosche di ‘ndrangheta sul litorale a Sud a una sessantina di chilometri da Roma cristallizzano quanto, già da tempo, gli attivisti antimafia sostengono. Quel territorio, nel silenzio generale, è finito sotto la cappa dello strapotere ‘ndranghetista.

    L’indagine

    In carcere sono finite 39 persone, altre 26 agli arresti domiciliari. Tra i soggetti coinvolti, anche due carabinieri. La Dda di Roma contesta i reati di associazione mafiosa, associazione finalizzata al traffico internazionale di sostanze stupefacenti aggravata dal metodo mafioso, cessione e detenzione ai fini di spaccio, estorsione aggravata e detenzione illegale di arma da fuoco, fittizia intestazione di beni e attività organizzate per il traffico illecito di rifiuti aggravato dal metodo mafioso.

    A condurre le indagini, Giovanni Musarò, per anni pm antimafia a Reggio Calabria e noto anche per aver riaperto, con successo, il “caso Cucchi”. Le investigazioni avrebbero dimostrato l’esistenza di una articolazione operante sul territorio dei comuni di Anzio e Nettuno, una locale di ‘ndrangheta “distaccamento” dal locale di Santa Cristina d’Aspromonte. Ma composta in gran parte anche da soggetti appartenenti a famiglie di ‘ndrangheta originarie di Guardavalle. Lì, infatti, i Gallace spadroneggiano da anni ormai, grazie alla propria forza di intimidazione e alle proprie relazioni. Proprio in tal senso, si inquadrano le perquisizioni effettuate dai carabinieri all’interno degli uffici comunali di Anzio e Nettuno.

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    Giovanni Musarò

    Affari e connivenze

    A capo della struttura criminale vi sarebbe Giacomo Madaffari, originario di Santa Cristina d’Aspromonte. Ma del nucleo ristretto farebbero parte anche diversi soggetti appartenenti alle storiche famiglie di ‘ndrangheta, originarie di Guardavalle. Dai Gallace ai Perronace, passando per i Tedesco.
    Nell’ordinanza di custodia cautelare in carcere, il gip parla dell’esistenza di due “associazioni finalizzate al traffico di sostanze stupefacenti anche internazionale” con una “capacità di penetrazione nel tessuto economico e politico della zona di Anzio e Nettuno”. Il giudice sottolinea i solidi legami esistenti con taluni esponenti delle forze dell’ordine e politici locali nonché con altri clan delinquenziali.

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    Il piccolo centro di Santa Cristina d’Aspromonte

    «Ad Anzio abbiamo sbancato»

    «Ieri sera abbiamo vinto le elezioni». È una delle intercettazioni relative al sostegno elettorale del gruppo criminale ‘ndranghetista attivo ad Anzio. Il riferimento è alla tornata per le elezioni amministrative del 2018 quando a vincere fu Candido De Angelis. Che comunque non risulta indagato nel procedimento.
    Il giorno dopo la vittoria di De Angelis vengono captate «tre conversazioni di eccezionale valore probatorio rivelatrici del sostegno offerto dalle famiglie calabresi in favore di De Angelis», sottolinea il gip. «Ha sbancato proprio su tutti» un’altra intercettazione.

    Anzio vista dall’alto

    Il traffico di droga

    Sarebbero due, dunque, le associazioni a fare affari illeciti, soprattutto col Sud America. Una capeggiata da Giacomo Madaffari e l’altra da Bruno Gallace. Gli sviluppi investigativi, in particolare, avrebbero consentito di ricostruire l’importazione dalla Colombia e l’immissione sul mercato italiano di 258 kg di cocaina disciolta nel carbone. Una operazione avvenuta nella primavera del 2018, tramite un narcotrafficante colombiano. Le indagini del pm Giovanni Musarò avrebbero scoperto anche il progetto di acquistare e importare da Panama circa 500 kg di cocaina occultata a bordo di un veliero.

    I carabinieri infedeli

    Non solo traffici internazionali, ma anche il business locale dei rifiuti ad Anzio. Focus anche sull’abusiva gestione di ingenti quantitativi di liquami che sarebbero stati scaricati nella rete fognaria comunale attraverso tombini, realizzati nelle sedi delle aziende. Le attività economiche erano attive nei più svariati settori: ittico, panificazione, gestione e smaltimento dei rifiuti, movimento terra.
    La locale di ‘ndrangheta nel Lazio avrebbe potuto anche contare su due carabinieri, appartenenti ad una delle caserme del litorale. I due militari avrebbero rivelato informazioni riservate a favore dei clan.

    Come si muovono le mafie nel Lazio

    Da sempre, Roma è “città aperta”. Anche sotto il profilo criminale. Nell’area della Capitale, le realtà malavitose sono sempre state capaci di convivere. Sia sotto il profilo territoriale, che sotto il profilo affaristico. Quella realtà così fluida è già stata cristallizzata, alcuni anni fa, dal rapporto Mafie nel Lazio. Il documento sottolineava come «una delle caratteristiche delle tradizionali organizzazioni mafiose è proprio quella di saper instaurare stabili relazioni con imprenditori, professionisti, esponenti del mondo finanziario ed economico di cui si avvalgono per stipulare affari e realizzare investimenti, alimentando così quel circuito di relazioni che potenzia la loro operatività».

    In quel rapporto, curato da Edoardo Levantini e Norma Ferrara, si dedica grande spazio proprio al territorio interessato oggi dai 65 arresti. E le parole messe nero su bianco risultano quasi profetiche. «Il territorio di Anzio e Nettuno rappresenta un “laboratorio” dell’interazione storica fra clan appartenenti a diverse organizzazioni criminali di stampo mafioso». Già quello studio attestava la presenza e l’operatività dei Casalesi, dei Gallace, di sodalizi locali dediti al narcotraffico e all’usura. Così come di aggregazioni criminali formate da camorristi e malavitosi di Tor Bella Monaca. «Negli anni, hanno dimostrato tutta la loro pericolosità arrivando anche ad inquinare il consiglio comunale di Nettuno, come attesta lo scioglimento nel 2005» si leggeva.

    Il litorale romano depredato dalla ‘ndrangheta

    L’indagine odierna, dunque, mostra come le cosche di ‘ndrangheta abbiano scelto il litorale a Sud di Roma come luogo congeniale per i propri traffici. Ancora una volta. Sì, perché già negli scorsi anni le indagini testimoniarono la pervasività dei clan da quelle parti. Tra il 7 novembre 2018 e il 10 dicembre del 2018 tra Anzio e Nettuno il sequestro di 100 kg di cocaina e 957mila euro di proventi del traffico e dello spaccio.
    Un’inchiesta storica è quella definita “Gallardo” che colpì due organizzazioni criminali. Una di matrice camorristica operante a Roma e a Nettuno e l’altra legata alle cosche di ‘ndrangheta della provincia di Reggio Calabria. Le famiglie Filippone e Gallico, in particolare.

    Della presenza della ‘ndrangheta in quest’area si è occupata anche la Commissione parlamentare antimafia. Dalle conclusioni messe nero su bianco nel febbraio 2018: «In questi territori opera in particolare una locale di ‘ndrangheta riferibile al clan Gallace, originario di Guardavalle in provincia di Catanzaro. Il clan Gallace, insediato lì da almeno trent’anni, ha saputo intessere, negli anni, un reticolo di relazioni con esponenti della malavita locale sia nelle realtà di Anzio e Nettuno, sia nella realtà di Aprilia, sia nelle principali piazze di spaccio della capitale come San Basilio».

    Nei confronti dei Gallace, citati dalla Commissione parlamentare antimafia, la Corte d’Appello di Roma l’11 giugno del 2018 ha confermato le condanne per associazione mafiosa sul territorio di Nettuno: «A dimostrazione dell’operatività della famiglia Gallace nel territorio del litorale laziale si deve fare riferimento […] al sequestro dell’industriale di Pomezia Maurizio Gellini, avvenuto nel 1982, per la quale Agazio Gallace fu condannato».

    «Rompere il muro di omertà»

    Per le associazioni antimafia, che da anni denunciano la presenza dei clan sul territorio, si tratta quindi di una liberazione del territorio. «In questi territori si rileva una forte cappa di omertà che purtroppo pervade una “larga fetta” della popolazione», affermano Edoardo Levantini, presidente dell’associazione Coordinamento Antimafia Anzio/Nettuno e Fabrizio Marras, presidente di Reti di giustizia.
    «Ringraziamo i carabinieri di Roma e Latina e la DDA della capitale ed invitiamo tutti i cittadini vittime delle mafie a denunciare e a rompere il muro di omertà» concludono Levantini e Marras.

  • Emanuele Lecce a Masterchef: la Calabria gourmet va in scena su Sky

    Emanuele Lecce a Masterchef: la Calabria gourmet va in scena su Sky

    Non ha ancora una stella Michelin, ma la cucina di Emanuele Lecce è già pronta per conquistare l’Italia nel più celebre show sul cibo della tv italiana: Masterchef. Un traguardo che va ad aggiungersi a quello, meno popolare forse ma certo più prestigioso, raggiunto un anno e mezzo fa, quando aveva ancora soltanto 27 anni. Emanuele Lecce, infatti, nell’autunno del 2020 ha ricevuto il riconoscimento di “Miglior chef Under 30” del Paese dall’autorevole Gambero Rosso.

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    Il premio del 2020 come Miglior chef Under 30 italiano

    Emanuele Lecce a Masterchef

    Ad annunciare la sua presenza nella puntata di Masterchef in onda giovedì 17 alle 21.15 su Sky è stato lo stesso cuoco dalla sua bacheca di Facebook. Ad ospitarlo in studio, come sempre, i padroni di casa Antonino Cannavacciuolo, Bruno Barbieri e Giorgio Locatelli. I concorrenti ancora in gara dovranno riproporre un piatto di Emanuele Lecce? Probabile, ma è difficile sapere quale sia. Sul punto il giovane chef non anticipa nulla.

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    Il post con cui Emanuele Lecce ha annunciato la sua partecipazione come ospite a Masterechef

    Pietro ed Emanuele Lecce: di padre in figlio

    Emanuele Lecce è figlio d’arte, suo padre Pietro è un pioniere dell’alta ristorazione in Calabria. «Mi ha insegnato tutto, continua a seguirmi dietro le quinte e per me resta un punto fermo, una guida importante», raccontava in occasione del premio ricevuto nel 2020. Da quando ha preso le redini della cucina nel ristorante di famiglia – La Tavernetta a Camigliatello Silano, poche decine di minuti d’auto da Cosenza – però ha aggiunto ai piatti del papà l’esperienza maturata tra Piemonte e Trentino. Un mix di tradizione e innovazione che ha conquistato anche la ribalta di Masterchef.

    La Sila a Masterchef

    Nelle ricette di Emanuele Lecce a farla da padrone sono gli ingredienti del territorio, che le sue sapienti mani riescono a trasformare in un viaggio inatteso tra i sapori tradizionali. Una cucina di montagna a cui la tecnica tra i fornelli aggiunge originalità ed eleganza. Il tutto utilizzando solo materie prime tanto semplici quanto d’eccellenza. E se il premio del Gambero Rosso era stata per lui stesso «una sorpresa», per chi ha assaggiato i suoi piatti la sua presenza a Masterchef stasera non lo sarà di certo.

  • Cannabis e referendum, no della Corte Costituzionale

    Cannabis e referendum, no della Corte Costituzionale

    Dopo il no a quello sull’eutanasia, arriva un’ulteriore bocciatura della Corte Costituzionale, questa volta per il referendum sulla depenalizzazione della cannabis per uso personale. Proprio come per l’omicidio del consenziente, la Consulta ha ritenuto il quesito inammissibile, privando pertanto gli elettori della possibilità di esprimersi sulla materia nei prossimi mesi. Nonostante il poco tempo a disposizione per raccogliere le firme necessarie a proporre il referendum, i comitati erano riusciti nell’impresa a ritmi da record, soprattutto attraverso la raccolta online.

    Cannabis, lo stop al referendum della Corte costituzionale 

    La legittimità di quella raccolta era stata in discussione fino a pochi giorni fa, quando infine la Consulta l’aveva certificata. Nelle ore successive allo stop a quello sull’omicidio del consenziente, erano arrivati pareri positivi per quattro dei sei referendum sulla Giustizia. i giudici avevano ritenuto, infatti, ammissibili i seguenti quesiti:

    1. Abrogazione delle disposizioni in materia di incandidabilità
    2. Limitazione delle misure cautelari
    3. Separazione delle funzioni dei magistrati
    4. Eliminazione delle liste di presentatori per l’elezione dei togati del CSM

     

    La Corte Costituzionale, chiusa tra non poche polemiche la pratica sull’omicidio del consenziente, aveva  proseguito in Camera di consiglio l’esame sull’ammissibilità dei rimanenti quesiti referendari. E nel pomeriggio del 16 febbraio ha dato il suo via libera ai quattro referendum elencati poche righe più su. L’Ufficio Comunicazione della Consulta ha divulgato una nota specificando che i quesiti in questione «sono stati ritenuti ammissibili perché le rispettive richieste non rientrano in alcuna delle ipotesi per le quali l’ordinamento costituzionale esclude il ricorso all’istituto referendario»

    Le dichiarazioni di Giuliano Amato

    Per conoscere integralmente le ragioni dietro le decisioni della Consulta toccherà attendere ancora qualche tempo. Un primo assaggio di quelle relative alla cannabis, però, si può avere dalle dichiarazioni del presidente Giuliano Amato alla stampa: «Abbiamo dichiarato inammissibile il referendum sulle sostanze stupefacenti, non sulla cannabis. Il quesito è articolato in tre sotto quesiti ed il primo prevede che scompare tra le attività penalmente punite la coltivazione delle sostanze stupefacenti di cui alle tabelle 1 e 3, che non includono neppure la cannabis ma includono il papavero, la coca, le cosiddette droghe pesanti. Già questo sarebbe sufficiente a farci violare obblighi internazionali». La Corte Costituzionale fa sapere, infine, che, così come per gli altri quesiti al vaglio, la sentenza sarà depositata nei prossimi giorni.

     

     

     

     

  • Cosenza Calcio, gli ex sovietici ci riprovano con Guarascio

    Cosenza Calcio, gli ex sovietici ci riprovano con Guarascio

    C’era qualcosa di poco chiaro in quella trattativa condotta su Youtube che avrebbe dovuto portare al passaggio del Cosenza Calcio dalle mani di Eugenio Guarascio a quelle del magnate Alisher Usmanov e di Oleg Patakarcishvili, rappresentante legale della Devetia Investiment Fund Limited. I Calabresi era stato il primo giornale a scrivere delle tante bizzarrie intorno alla questione, analizzando le numerose incongruenze di una storia che aveva assunto i contorni di un intrigo internazionale con un tocco grottesco. Può davvero uno degli uomini più ricchi del pianeta gestire un affare da milioni di euro con video da tiktoker? A confermare che ci fosse qualcosa di bizzarro – tra minacce più o meno velate e pagine web taroccate – è l’avvocato Leopoldo Marchese in un’intervista a Alessia Principe per Cosenza Channel.

    «Certi video caricati su Youtube sono la pagina scura di questa vicenda», racconta alla collega il legale calabrese che cercherà di condurre in porto la trattativa tra gli ex sovietici ed Eugenio Guarascio. Già, perché Patakarcishvili – dichiara ufficialmente l’avvocato Marchese – il Cosenza lo vuole per davvero e ora la prossima mossa tocca proprio a Guarascio.

    Usmanov e Guarascio

    Il presidente rossoblù, che aveva bollato il precedente tentativo d’acquisto come una vera e propria boutade, è sempre più nell’occhio del ciclone. Esonerato Roberto Occhiuzzi dopo l’infelice ritorno in panchina, Guarascio deve fare i conti con una piazza con la quale i rapporti sono ormai ai minimi storici. La concretezza dell’interesse degli investitori venuti dall’Est, in questo caso, appare ai tifosi come la possibilità di invertire un destino che pare segnato.

    Usmanov aveva quattrini a sufficienza per comprare l’intera serie B, non solo il Cosenza. Devetia invece? E se, come sostiene, non le mancano, bisognerà capire se voglia (e gli sarà data la possibilità di) spenderli proprio in riva al Crati. Marchese sul punto è stato piuttosto chiaro: Devetia vuole una squadra in Calabria e se Guarascio non vuol vendere è pronto a cambiare obiettivo senza troppi problemi.

    Quanto vale il Cosenza Calcio e il ruolo di Caruso

    Ai potenziali acquirenti non sarebbe andato giù il modo con cui Guarascio aveva liquidato le puntate precedenti di quella che aveva tutti i contorni di una telenovela: «A dispetto di quanto da Lei affermato nelle varie interviste rilasciate, il mio cliente tiene a precisare che l’interesse ad iniziare a portare a termine la trattativa di acquisizione è sempre stata seria, concreta e reale. Ovviamente, l’eventuale accordo dovrà passare attraverso una accurata valutazione economica della società», scrive Marchese a Guarascio. A mediare tra le parti potrebbe essere il neo sindaco Franz Caruso, raggiunto dal legale che rappresenta la cordata straniera.