Categoria: Fatti

  • Lamezia, l’aeroporto diventa porno

    Lamezia, l’aeroporto diventa porno

    All’aeroporto di Lamezia per il porno. È la nuova idea di qualche buontempone con ottime conoscenze informatiche, che si è preso la briga di hackerare il sito dello scalo principale della Calabria per aggiungere qualche informazione nuova. E chissà che non attragga più turisti di quelli arrivati grazie allo spot girato da Muccino.

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    Non solo spiagge, parchi o arte in Calabria: l’importanza di avere un aeroporto internazionale

    Stando alla nuova versione della pagina web, infatti, Lamezia «ha molti luoghi di interesse e attrazione turistica». E infatti si è dotata «di un aeroporto internazionale che faciliti l’arrivo di porno turisti da qualsiasi parte del mondo». Mica possiamo lasciare l’intero mercato alla Thailandia o qualche stato del Centro o Sud America. Poi non è detto che da un’altra parte si riescano a trovare «chioschi, freeshop e negozi di articoli da regalo youporn per acquistare quei prodotti o dettagli che hai dimenticato». La memoria a volte gioca brutti scherzi, meglio non rischiare, no?

    Senza contare che ci sono i servizi – o, forse, i servizietti a questo punto – aggiuntivi. La pagina modificata del sito dell’aeroporto di Lamezia spiega che a disposizione dei viaggiatori ci sono «telefoni pubblici, posta, punti informazioni». Ma, soprattutto, «sale pornhub VIP», che per ingannare il tempo prima della partenza potrebbero rivelarsi più attrattive dei soliti bar e negozietti di souvenir.

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    Neanche l’aeroporto di Bangkok offre servizi aggiuntivi come quelli dello scalo lametino

    «Senza dubbio, questo aeroporto ha le caratteristiche necessarie per assistere e fornire un servizio di eccellente qualità ai viaggiatori», si legge ancora. Se la nuova Sacal a gestione pubblica sarà in grado di confermarlo non è detto. In qualsiasi caso per i viaggiatori in cerca di altri servizi c’è sempre la vecchia provinciale nei dintorni di Lamezia stessa. Lì parte delle novità previste per lo scalo dal sito sono in funzione da diversi anni ormai e in bella vista. A occuparsene, tante ragazze disperate ai bordi della strada, in abiti succinti e pose inequivocabili.

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    Se da Lamezia ci si vuol spostare verso la “vicina” Perugia…
  • Tra Azienda zero e Corte dei Conti, la sfida di Occhiuto plenipotenziario (ma non troppo)

    Tra Azienda zero e Corte dei Conti, la sfida di Occhiuto plenipotenziario (ma non troppo)

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    L’ultima doccia di realtà è arrivata, bella fredda, dalla solita Corte dei conti. Che proprio nei giorni scorsi, all’inaugurazione dell’anno giudiziario, ha aggiunto alla vergogna dei fondi Covid non spesi – 77 milioni di euro di cui si era già parlato a fine anno – quella, ugualmente nota, degli importi pagati per prestazioni già remunerate (quindi pagati due volte), per prestazioni extrabudget, per interessi e indennità non spettanti. Somme «veramente notevoli» che ammontano, in totale, ad «almeno 61/65 milioni di euro». Cioè a oltre due terzi del disavanzo sanitario (91 milioni di euro) emerso dall’ultimo Tavolo “Adduce”.

    La strigliata della Corte dei Conti

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    Il passato e il presente della sanità calabrese sono questo. Li ha descritti impietosamente il procuratore regionale Maria Rachele Anita Aronica parlando del «frequente ricorso, da parte dei creditori delle Aziende sanitarie e, in particolare da parte degli Enti accreditati, allo strumento della cessione di credito a società deputate istituzionalmente al recupero crediti, senza però che il credito sussista o perché già pagato o perché non esistente, per di più, talora, anche sovrastimato».

    Le transazioni si sono spesso concluse con il pagamento di crediti in realtà già saldati o di interessi «con conseguenze devastanti in caso di mancato pagamento anche di una sola rata residuale e d’importo notevolmente inferiore rispetto a quanto già pagato». Sono inoltre stati corrisposti «abnormi importi (svariati milioni di euro) per interessi, rivalutazione e spese di giudizio, a seguito di decreti ingiuntivi non opposti e alla nomina dei Commissari ad acta per l’esecuzione del giudicato».

    L’Asp di Reggio, si sa, non ha presentato i Bilanci dal 2013 fino al 2018. L’Asp di Cosenza non lo fa dal 2017. Anche le altre Aziende (sanitarie e ospedaliere) non se la passano bene: nel 2020 tutte hanno chiuso in perdita. Le Asp di Reggio e Catanzaro sono state pure commissariate per mafia. E i vari commissari alla Sanità nominati dal governo «non sono riusciti a porre fine al caos contabile e organizzativo né, d’altra parte, hanno potuto contare su un valido reale supporto di personale».

    Il deficit della Sanità aumenta

    Questo aspetto lo ha evidenziato la Corte Costituzionale in una sentenza del 2021 sul Decreto Calabria. In quel verdetto la Consulta ha scritto: «Solo nella Regione Calabria (…) le irregolarità registrate nella gestione regionale della sanità hanno assunto livelli di gravità mai riscontrati in precedenza». La Corte dei conti ci ha messo sopra il carico: «Purtroppo il caos contabile e la disorganizzazione sono inevitabilmente fonte di mala gestio e terreno fertile per la criminalità organizzata che trova nutrimento in questi fenomeni, prosperando ancor di più».

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    La Corte Costituzionale

    Un quadro «desolante aggravato dal deficit che, come è stato detto in sede di parifica, non si è ridotto in misura sensibile dopo oltre dieci anni – dal 2009 – anzi è sicuramente di molto superiore, considerato che non si dispone di alcuni dati/Bilanci certi». Per il procuratore regionale è «evidente che se non si pone fine a questa insensata situazione attraverso un’adeguata programmazione, un congruo monitoraggio e utilizzo di idonei strumenti informatici nonché di personale, qualitativamente e quantitativamente appropriato, il rientro dal disavanzo sanitario non potrà avvenire».

    Passato, presente e… Azienda zero

    Ecco, proprio questo è il punto: come se ne esce? Il presidente/commissario Roberto Occhiuto ha individuato la soluzione – non l’unica ma certamente finora la più rilevante – nella creazione di un nuovo ente, l’Azienda zero. Esiste già in altre Regioni, in cui la situazione è certamente meno grave, e dovrebbe sovrastare tutti gli altri organismi del Servizio sanitario regionale accentrando funzioni molto importanti. Per Occhiuto questo è il futuro della sanità calabrese.

    Con l’Azienda zero, e con un aiutino della Guardia di finanza, è convinto di poter tagliare sprechi, doppi pagamenti e altre varie nefandezze mettendo ordine nei conti del sistema sanitario, con tanto di sospirata quantificazione del debito complessivo della sanità calabrese entro la fine del 2022. Dall’istituzione della nuova creatura a oggi si sono però consumati dei passaggi politici e legislativi che probabilmente, tra rimandi normativi e modifiche di articoli e commi, ai cittadini sfuggono nel loro significato reale.

    Concentrato di poteri

    La legge istitutiva è stata approvata dal consiglio regionale lo scorso 14 dicembre. Tra le competenze assegnate c’è la centralizzazione degli acquisti e l’espletamento delle procedure di selezione del personale delle Aziende del Servizio sanitario. Spese e concorsi, insomma, li gestisce direttamente l’Azienda zero. Che si prende anche gli accreditamenti delle strutture sanitarie e sociosanitarie. Non proprio bazzecole, se si pensa a cosa hanno significato e significano tuttora le assunzioni e gli interessi dei privati per la sanità calabrese.

    Ci sono poi le funzioni della Gestione Sanitaria Accentrata (GSA). Si tratta di un cervellone che tiene la contabilità di tutti i rapporti economici, patrimoniali e finanziari intercorrenti fra la Regione e lo Stato, le altre regioni, le Aziende sanitarie, gli altri enti pubblici e i terzi. Pure questa non è esattamente robetta. Viene da chiedersi cosa rimanga alle Asp e a cosa serva mantenere in vita il dipartimento regionale Sanità.

    Le prime modifiche ad Azienda zero

    Comunque: un altro passaggio legislativo si è consumato lo scorso 28 febbraio. Il consiglio regionale ha approvato due proposte di legge che modificano quanto era stato previsto a dicembre per il nuovo moloch della sanità calabrese. La prima porta la firma di due fedelissimi del presidente, Pierluigi Caputo e Salvatore Cirillo. Tra gli «interventi di manutenzione normativa» hanno inserito l’assegnazione all’Azienda zero di tutto il sistema regionale dell’emergenza urgenza 118 ed elisoccorso e il numero unico di emergenza 112.

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    Roberto Occhiuto con il fedelissimo Pierluigi Caputo

    Ma non solo: il nuovo ente attuerà «la programmazione, il controllo e il monitoraggio dei Lea in materia di emergenza urgenza e pre e intraospedaliera in linea con gli indirizzi regionali e nazionali». Anche questa non una cosa da poco: i Lea (Livelli essenziali di assistenza) risultano decisivi ogni qual volta il governo verifica lo stato di attuazione del Piano di rientro.

    Il baratto tra Governo e Occhiuto

    L’altra proposta approvata a fine febbraio porta invece la firma dello stesso Occhiuto. È composta da una serie di modifiche che, con ogni evidenza, il governo ha chiesto in cambio della decisione benevola di non impugnare la legge istitutiva. In alcuni casi si tratta di refusi o di chiarimenti interpretativi. In altri proprio no. Come nel caso della cosiddetta norma di salvaguardia.

    Questa ha lo scopo di «garantire le prerogative spettanti al commissario ad acta fino al termine del periodo di commissariamento, nonché a salvaguardare l’applicazione delle norme nazionali». Sembrano passaggi tecnici, ma sono sostanziali. La norma specifica che fino a quando sarà in atto il commissariamento sono «fatte salve, nell’attuazione della presente legge, le competenze attribuite al Commissario ad acta».

    Il pallino resta in mano a Roma

    La seconda aggiunta prevede che la legge su Azienda zero si applichi «laddove non in contrasto con quanto disposto dal decreto-legge 10 novembre 2020, n. 150 (il “Decreto Calabria”, ndr). È chiaro, insomma, che il governo si è tutelato: ha messo dei paletti all’Azienda zero e ha richiamato la centralità del commissario. Che sì, al momento è sempre Occhiuto, ma ove mai si incrinasse qualcosa nei suoi rapporti con Roma, Palazzo Chigi potrebbe nominare qualcun altro togliendo il pallino della sanità dalle sue mani. La nomina del direttore generale dell’Azienda zero, che ne è il legale rappresentante ed esercita le funzioni della GSA, spetta infatti al commissario ad acta.

    Azienda zero: un nuovo carrozzone?

    Il governatore/commissario, nel dare vita alla sua creatura, si è comunque guardato dal ricalcare la frettolosità di chi guidava la Regione nel 2007. Era l’epoca Loiero-Lo Moro e, a sorpresa, il consiglio regionale, con un emendamento al collegato alla Finanziaria, cancellò le 11 Aziende sanitarie locali per creare, al loro posto, le attuali cinque Asp provinciali. L’articolo 1 della legge sull’Azienda zero dispone invece che l’ente entri in funzione solo nel momento in cui la giunta regionale approverà una delibera che ne disciplini i tempi di attuazione.

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    La sede dell’Azienda sanitaria provinciale di Cosenza

    Dunque al momento esiste solo sulla carta. E resta da vedere se la creazione di questa Azienda, che come ogni nuovo ente pubblico in Calabria è ad alto rischio carrozzone, possa davvero rivelarsi la cura giusta per le purulenti ferite della sanità calabrese. Che continuano a sanguinare debiti e disavanzo. E assorbono, come da ultimo bilancio approvato dalla Regione, il 62% delle risorse a disposizione: 3,9 miliardi di euro solo per il 2022.

  • Pane, concimi, energia: quanto pesano Russia e Ucraina sui prezzi in Calabria

    Pane, concimi, energia: quanto pesano Russia e Ucraina sui prezzi in Calabria

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    Ce l’hanno ripetuto all’inverosimile: il battito d’ali di una farfalla può provocare un tornado dall’altra parte del mondo. E la crisi scatenata dal conflitto in Ucraina, che non è propriamente una farfalla, sembra confermare il paradosso geopolitico. Anche per quel che riguarda la Calabria.

    Siamo stati risparmiati per un pelo dallo sciopero dei trasportatori, che sarebbe stata una Caporetto economica, perché la nostra marginalità geografica, combinata all’inadeguatezza delle infrastrutture, rende problematico il trasporto su gomma, che resta la forma principale di approvvigionamento.

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    Ma lo scampato pericolo (per quanto?) non ridimensiona il problema dell’aumento dei prezzi, finora avvertito nel settore dell’energia e dei carburanti.
    Fare il pieno alla macchina è un problema e le bollette del gas possono ridurre tantissimi sul lastrico. Ma può esserci di peggio: l’aumento dei prezzi del cibo o, nei casi più estremi, la difficoltà a procurarselo.

    Caro pane, Cosenza resiste. Ma per quanto?

    Il pane è l’alimento per eccellenza. E quello calabrese, lo diciamo senza alcun campanilismo, è un prodotto vincente grazie a un ottimo rapporto qualità-prezzo, che, fino a poco prima dell’inizio delle ostilità tra Russia e Ucraina, oscillava attorno ai due euro e qualcosa al chilo. Questo prezzo è rimasto stabile, finora, solo nel Cosentino, grazie ai calmieri imposti dalla grande distribuzione organizzata. Ma questa può non essere una buona notizia, perché tenere i prezzi bassi di fronte all’aumento di grano, farina e carburanti può diventare un boomerang nel medio periodo.
    L’anello sensibile della panificazione è rappresentato dai molini, che riforniscono i forni, i quali sono le aziende alimentari “di prossimità” più diffuse.
    I cinque molini calabresi sono perciò l’osservatorio perfetto per quantificare il potenziale “caro pane”, calcolabile a partire dall’aumento del grano tenero.

    Né Russia né Ucraina, ma il prezzo sale lo stesso

    Il grano più utilizzato in Calabria non è quello ucraino (per decenni il più consumato d’Europa, anche ai tempi dell’Urss) né quello russo. Bensì quello francese.
    Ma lo stop dei due grandi mercati dell’Europa orientale ha comportato il venir meno dell’effetto calmiere sui prezzi del grano occidentale, che oggi costa quasi il doppio.
    Prima di procedere è doverosa un’avvertenza: la Russia non ha messo nessun blocco all’esportazione del proprio grano. Il problema è dovuto solo all’esclusione degli istituti di credito russi dallo Swift, cioè dal sistema di pagamenti globale. In pratica, quel grano è sempre in vendita ma per noi è impossibile comprarlo.

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    Farine in un molino

    Veniamo alla forbice dei prezzi. A marzo 2021 un chilo di grano tenero costava 22-23 centesimi circa al kg. Oggi ce ne vogliono circa 47.
    Ciò comporta che i molini sono costretti a vendere la farina a circa 75-80 centesimi al kg, con un aumento significativo rispetto ai 40 centesimi al kg di marzo 2021.
    In questa lievitazione del prezzo occorre includere anche il costo dell’energia necessaria ad attivare le macchine, il costo del carburante e del packaging.

    Un euro e cinquanta in più al kg

    E il pane? Al momento si può fare solo una proiezione, secondo la quale il prezzo di un kg di pane bianco potrebbe arrivare a 3,50 euro al kg.
    Una mazzata per l’economia delle famiglie calabresi, se si considera che il pil (che non vuol dire reddito) pro capite è di 17mila e rotti euro annui.
    Al momento la situazione è sotto controllo perché la Gdo obbliga di fatto i forni del cosentino a vendere il pane a circa 2 euro e rotti al kg, che mantengono relativamente bassi i prezzi in tutta la regione. Ma questo calmiere rischia di diventare una tagliola per i forni, che prima o poi saranno costretti ad aumentare e quindi a portare i prezzi del pane ai livelli di Lazio e Campania…

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    Anche il fai da te è proibitivo

    Se comprare il pane potrebbe diventare proibitivo, ricorrere al “fai da te”, per cucinare pizze e focacce in casa come ai tempi del lockdown è già quasi impossibile: il prezzo della farina al supermercato è lievitato notevolmente.
    Il prodotto più gettonato, in questo caso, è la farina “0”, indicata per la panificazione casareccia e per i rustici: un chilo costa al consumatore tra gli 85 e i 90 centesimi, con un aumento medio di quasi 40 centesimi rispetto ai 52 centesimi di marzo 2021.
    In questo caso, spiegano gli addetti ai lavori, l’aumento è dovuto al maggior uso del packaging e alla distribuzione.

    Non solo pane: il problema con i concimi

    Si dice paniere perché il riferimento principale è il pane. Ma nel paniere ci entra di tutto. E questo “tutto”, cioè carne, frutta e verdura, si misura attraverso un elemento base: il concime, che incide direttamente nella produzione vegetale, e in maniera meno diretta nella produzione delle carni.
    In questo caso, l’aumento è vertiginoso: circa del 90%.

    Grazie all’economia “di guerra” in cui si trova l’Italia (senza, per inciso, aver sparato neppure un colpo), sono diventati introvabili fosforo e potassio e inizia a scarseggiare l’azoto. In Calabria, l’aumento di queste materie prime per i fertilizzanti incide ancor di più, visto che non sono prodotte sul territorio ma devono arrivarci attraverso il trasporto su gomma e scontano il raddoppio del prezzo del carburante.
    Ciò comporta un aumento di almeno il 20% potenziale del prezzo dei prodotti della nostra agricoltura.

    Fuori pericolo, almeno al momento, le carni. Ma anche questa non è una buona notizia: la scarsità dei mangimi di origine vegetale costringe non pochi allevatori ad abbattere i capi. Questa scelta obbligata, nel breve periodo può ridurre in maniera sensibile il costo della carne. Tuttavia, nel medio periodo provocherà aumenti sensibili, visto che molte aziende andranno in crisi e, dopo la fine della sovrabbondanza, saranno costrette ad alzare i prezzi in maniera imprevedibile.

    Gas e petrolio, la speculazione oltre la guerra

    Non è tutta colpa di Putin, c’è da dire. Anzi, il presidente russo, al riguardo, si è dimostrato meno guerrafondaio del solito e si è detto meravigliato dell’aumento del costo dell’energia in Occidente visto che, ha ribadito, la Russia non ha chiuso i rubinetti.
    Ciò significa che, dietro le quinte della narrazione “bellica”, agisce una forte speculazione. Detto altrimenti, i grandi distributori avrebbero ammassato le materie prime per lucrare l’aumento dei prezzi indotto dalla scarsità, che a questo punto è dovuta solo in parte alla crisi ucraina.

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    Vladimir Putin

    Difficile prevedere quando si potrà tornare alla normalità. Se le operazioni belliche cessassero a breve e Russia e Ucraina trovassero un accordo soddisfacente, il prezzo degli alimenti, a partire dal grano calerebbe nel giro di un mese.
    Ma non tornerebbe ai prezzi di dicembre perché continuerebbe a pesarvi il costo dell’energia, che ci metterebbe di più, almeno sei mesi, per rientrare a livelli di guardia.
    E la Calabria sconterebbe più a lungo, almeno per un mese in più, l’instabilità energetica per via della sua marginalità geografica, che rende più oneroso il trasporto su gomma.
    Finché c’è guerra c’è speranza: era il titolo di un’amarissima commedia di Alberto Sordi. Gli speculatori concordano.

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    Alberto Sordi in Finché c’è guerra c’è speranza
  • Prima confiscati e poi inutilizzati: i beni delle ‘ndrine

    Prima confiscati e poi inutilizzati: i beni delle ‘ndrine

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    Nel marzo del 1996 l’Italia ha approvato, anche su iniziativa di Libera, la legge 109 sul riutilizzo dei beni confiscati alla criminalità organizzata. Sono passati 15 anni nel corso dei quali il colpo forse più doloroso inferto alle mafie lo ha rappresentato non solo la confisca di beni, ma la loro restituzione alla collettività attraverso l’assegnazione a cooperative o realtà sociali del terzo settore. Un cammino lungo, incerto, non privo di pericoli, ma che ha dato frutti importanti. Nel report di Libera – aggiornato al 25 Febbraio – si legge che la Calabria è la seconda regione con il maggior numero di realtà sociali coinvolte in questo percorso.

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    La sede romana dell’Agenzia per i beni confiscati alla criminalità organizzata

    I problemi dell’Agenzia

    Tuttavia non tutto è andato bene a causa anche delle macchinose procedure e della debolezza dell’Agenzia dei beni confiscati, che avrebbe necessità di maggiori risorse umane e finanziarie.
    A confermare questa debolezza, il fatto che in tutta Italia sono meno di duecento le persone che lavorano attorno a questi temi e in Calabria solo 15, chiaramente poche rispetto all’impegno necessario.

    Il lavoro dell’Agenzia consiste nel mappare i beni che la magistratura confisca alle mafie e successivamente affidarli ai Comuni. Un viaggio pieno di insidie, che ha conosciuto anche qualche passo falso, come la storia dell’Hotel Sibarys di Cassano. La struttura era stata confiscata nel 2007 e l’Agenzia  l’aveva inclusa tra gli immobili disponibili per il riuso, ma nel 2019 la Corte d’Appello di Catanzaro ne ha ordinato il dissequestro e la restituzione definitiva alla famiglia Costa.

    I beni restano dello Stato e per le attività è un guaio

    Una decisione che ha lasciato l’amaro in bocca a chi progettava di acquisire il bene.  «Quella è stata una mazzata sul piano psicologico e della comunicazione, perché si pensa che un bene confiscato non possa tornare indietro», racconta Umberto Ferrari, emiliano da vent’anni in Calabria, responsabile di Libera e uno dei protagonisti della cooperativa Terre ioniche, che gestisce i beni sequestrati agli Arena.
    Se ottenere un bene tolto alla ‘ndrangheta non è facile, affrontare la durezza del mercato può esserlo anche di più.

    «Queste realtà – spiega Ferrari – hanno più difficoltà di altri, perché l’impresa non è proprietaria dei beni che gestisce, che restano dello Stato e quindi non ha capitale». Questo si traduce nell’impossibilità di fornire garanzie per avere mutui bancari e fare i conti con la carenza di liquidità. A soccorrere le imprese sociali impegnate ci sono la rete Libera terre e il consorzio Macramè che sostengono la commercializzazione delle merci prodotte dal lavoro dei vari soci.

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    Vincenzo Ferrari (Libera) è uno dei protagonisti della cooperativa Terre ioniche

    I numeri del fenomeno

    Le aziende maggiormente presenti in Calabria sono quelle agricole, ma oltre alle terre ci sono gli immobili, che rappresentano di gran lunga la maggior parte dei beni confiscati. Secondo i dati di Libera in Calabria sono 2908, di cui poco più di 1800 consegnati agli enti (Comuni, Province e Regione) che dovrebbero a loro volta assegnarli a quanti ne fanno domanda. Dalle mappe realizzate dal dossier di Libera aggiornato al 2021, sono circa 800 le associazioni concretamente assegnatarie di immobili. Pertanto risulta che la gran parte è rimasta nelle mani delle amministrazioni che non ne dispongono l’uso. «Con gli immobili è difficile fare impresa – spiega ancora Ferrari – e per lo più li utilizzano associazioni che si occupano di servizi sociali».

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    L’ex sindaco di Reggio, Giuseppe Falcomatà e Tiberio Bentivoglio, imprenditore e vittima di mafia

    I Comuni fanno poco

    Tuttavia qui emerge l’altra falla nella normativa e cioè che «troppi beni restano in capo alle amministrazioni comunali e la stragrande maggioranza non ne fa nulla, lasciandoli nell’abbandono», dice ancora Ferrari. È vero che ultimamente alcuni Comuni hanno destinato qualche immobile alle emergenze abitative. In questi giorni alcune amministrazioni propongono di mettere immobili sequestrati a disposizione dei profughi che stanno fuggendo dalla tragedia della guerra in Ucraina.

    Il problema è che la disponibilità è limitata solo a quegli appartamenti davvero abitabili, mentre la gran parte è vandalizzata, anche perché prima di mollare il bene, i vecchi proprietari lo devastano. L’Agenzia da parte sua solo da due anni cerca di effettuare un monitoraggio su come si utilizzano i beni confiscati e chiede ai Comuni un resoconto rigoroso, che tuttavia non sempre giunge puntuale.

    Gli immobili confiscati alle mafie non sono quasi mai in buone condizioni. Ne sa qualcosa l’imprenditore “coraggio”, Tiberio Bentivoglio

    Il caso Bentivoglio: vittima di mafia a rischio sfratto

    Chi conosce bene sulla sua pelle la fatica di avere in gestione un immobile strappato alla criminalità è Tiberio Bentivoglio, vittima di mafia e imprenditore reggino.
    «Quando con l’architetto Rosa Quattrone siamo entrati nei locali che poi sono diventati la sede della mia attività, ci siamo messi le mani nei capelli», racconta l’imprenditore, che ha subìto attentati anche durante i lavori di ristrutturazione, costati oltre 80mila euro. Bentivoglio è impegnato nel tentativo di migliorare la legge, chiedendo di fornire sostegno economico a quanti prendono in gestione un bene confiscato, «perché senza una agevolazione finanziaria tutto è più difficile».

    Il bene che ospita l’attività della sua famiglia è stato assegnato al Comune di Reggio, cui Bentivoglio paga un fitto, ma non potendo fare fronte alle spese il Comune l’ha dichiarato moroso e ora si attende l’ufficiale giudiziario. «Io sono la sola vittima di mafia in Italia ad usare un bene confiscato – racconta Bentivoglio – e ho scritto al sindaco Falcomatà che non ce la faccio a sostenere le spese. Quindi, se vuole, mi deve cacciare». È ben difficile che l’ente proceda in tal senso, salvo non voler incorrere in danno d’immagine, ma la situazione è particolarmente difficile.

    I sospetti del vescovo Savino

    «In Calabria accedere ai beni confiscati alla ‘ndrangheta comporta un surplus di impegno» dice accorato il vescovo Francesco Savino, che guida la Diocesi di Cassano allo Jonio. Lunga militanza dentro Libera, vecchia amicizia con don Ciotti, protagonista di un impegno contro le mafie, Savino non esita a indicare tra i problemi con cui fare i conti la «lentezza, quasi l’accidia calabrese e soprattutto una classe politica e burocratica non all’altezza delle opportunità».

    Non manca nelle sue parole il riferimento a una vecchia affermazione di Gratteri, che chiamava in causa «l’indissolubile matrimonio tra mafie e massonerie deviate» e alla possibilità che tra le cooperative che acquisiscono i beni ci siano anche prestanomi, «cosa che io non posso documentare ma in questa terra manca la libertà e in questo caso il sospetto rischia di essere molto vicino alla verità».

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    Francesco Savino, vescovo di Cassano alloJonio

     

  • Rocco Gatto: il mugnaio rosso che non aveva paura della ‘ndrangheta

    Rocco Gatto: il mugnaio rosso che non aveva paura della ‘ndrangheta

    «È venuto uno e mi ha chiesto la mazzetta, i soldi. E io non glieli ho dati. Qualcuno invece paga e non dice niente: non c’è unità nella lotta a questa gente. Io, da parte mia, li lotto sempre, fino alla morte». Quando Rocco Gatto racconta allo sbigottito inviato Rai come ci si oppone alla mafia nella Gioiosa del 1976, le coppole storte agli ordini di Vincenzo Ursini gli hanno già bruciato il mulino e la casetta sulle colline di Cessarè. Gli hanno fatto sparire gli orologi che amava riparare nei ritagli di tempo. Gli hanno fatto sentire quanto pesi, nella Calabria di quei tempi, mettersi di traverso agli ordini di una mafia che ha già fatto il grande salto verso i traffici di droga e i sequestri di persona.

     

    Il Colore Del Tempo (2008), scritto e diretto da Alberto Gatto, nipote di Rocco, con Ulderico Pesce, Renato Scarpa, Nino Racco, Carlo Marrapodi e Lara Chiellino

     

    È un periodo duro quello a metà degli anni ’70 in questo pezzo di Calabria: la prima guerra di ‘ndrangheta è ancora in pieno svolgimento. Gli equilibri cambiano, i morti ammazzati si contano a decine in tutto il reggino. A Gioiosa il bastone del comando lo ha preso il clan degli Ursini: feroci e famelici, agli ordini del capobastone Vincenzo, i picciotti puntano le terre migliori del paese, quelle di Cessarè. Vogliono quei terreni, li pretendono. Iniziano uno stillicidio di richieste e intimidazioni. I campi coltivati sono devastati dalle mandrie di vacche sacre lasciate libere dagli uomini del clan. Una situazione asfissiante.

    Gioiosa e il sindaco Modafferi

    Ma quelli sono anche mesi di grandi fermenti politici e culturali. E Gioiosa ne è attraversata in pieno. Sindaco della cittadina jonica è Ciccio Modafferi, intellettuale arguto e dirigente del Pci: incurante delle minacce subite, Modafferi si mette alla testa dei cittadini che reclamano giustizia e insieme a sindacati, parrocchie, alleati e avversari politici proclama lo sciopero generale. Nel dicembre del 1975, per la prima volta nella storia, un paese calabrese si ferma per protestare contro la ‘ndrangheta.

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    Il sindaco di Gioiosa Jonica, Ciccio Modafferi

    Rocco Gatto è in prima fila in quel giorno di presa di coscienza collettiva. E lo sarà nei mesi a seguire, quando continuerà a scacciare dal suo mulino gli sgherri del clan che pretendono il pizzo dal suo lavoro e quando, decretando così la sua condanna a morte, denuncerà ai magistrati i mafiosi che volevano chiudere la città per il lutto del loro capo.

    Rocco Gatto e il clan Ursini

    Rocco Gatto ha poco più di cinquant’anni, è il primo dei dieci figli di Pasquale, classe 1907, contadino e stalinista. Dal padre ha ereditato la passione per la politica e il rigore sul lavoro e nella vita. Entra da giovanissimo come tuttofare in un mulino di Mammola e piano piano riesce a mettere da parte i soldi per mettersi in proprio. Attivista politico e antimafioso coriaceo, è convinto che non bisogna mai abbassare la testa alle prepotenze della ‘ndrangheta. Idee pericolose che il mugnaio comunista mette in pratica contrastando e denunciando gli uomini del clan – figli della sua stessa Gioiosa – che strozzano il paese.

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    La manifestazione contro la ‘ndrangheta del 1976 a Gioiosa

    Nonostante la manifestazione, infatti, gli Ursini continuano a taglieggiare i commercianti e ad accumulare potere e ricchezze. Quando, nel novembre del 1976, Vincenzo Ursini viene ammazzato in uno scontro a fuoco con i carabinieri del capitano Niglio, il clan decide di rispondere nel più eclatante dei modi all’attacco dello Stato.

    Chiuso per lutto

    È la notte tra il 6 e il 7 di novembre. Tra poche ore gli ambulanti di mezza provincia converranno a Gioiosa per il tradizionale mercato della domenica. Non ci arriveranno mai. Gli Ursini hanno presidiato tutte le vie d’accesso in città, obbligando con le minacce i malcapitati ambulanti ad una frettolosa marcia indietro. Quel giorno il paese deve considerarsi chiuso per lutto, in onore del mammasantissima ammazzato dai carabinieri. Un ordine perentorio che, con una deriva inarrestabile, si muove dalla periferia fino al centro: anche i negozi del paese devono tenere le serrande abbassate.

    Gli uomini degli Ursini non sono gli unici però a muoversi in quelle ore. Anche Rocco Gatto sta facendo i soliti giri mattutini legati alla raccolta del grano e si accorge di quei movimenti strani sulle vie d’accesso a Gioiosa: riconosce gli sgherri del clan che impongono la chiusura ai negozianti e non ci pensa due volte. Telefona ai vigili urbani, avvisa i carabinieri che intervengono per fare riaprire almeno i negozi cittadini, non si nasconde, in pubblico dice «li spezzo».

    Rocco Gatto deve morire

    Tutti in paese sanno chi è stato a denunciare. Anche gli Ursini lo sanno. Passano le settimane, le minacce di fanno ancora più insistenti, ma Gatto non demorde e pur consapevole di cosa lo aspetti, nel febbraio del 1977 firma davanti ai magistrati di Locri, la denuncia contro i setti picciotti che è riuscito a riconoscere. Nessun altro lo farà.
    Ormai è solo questione di tempo prima che il clan faccia la sua mossa, anche Rocco lo sa. Da qualche giorno ha preso a portarsi dietro il suo fucile da caccia con il colpo in canna, nei suoi giri per le campagne della Locride. La mattina del 12 marzo del 1977 – 45 anni fa – due uomini aspettano il suo furgoncino carico di sacchi di grano dietro una curva della vecchia provinciale che porta verso Roccella. Lo colpiscono tre volte: per il mugnaio che si era opposto alla ‘ndrangheta non c’è scampo.

    La riscossa: il primo Comune parte civile contro i clan

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    L’Unità del 16 aprile 1978

    L’omicidio di Rocco Gatto lascia ferite profonde in quelli che avevano creduto nel cambiamento. Ma non ferma quel sentimento di rivalsa contro le prepotenze della mafia che era maturato negli anni precedenti. A tenere alta la guardia della società civile ci pensa Pasquale, l’anziano padre di Rocco che da quel giorno e fino alla sua morte, combatterà la sua personale battaglia contro il crimine organizzato: «A uno lo possono sparare, a cento no» dirà davanti alle telecamere di Piero Marrazzo. Le denunce per il raid al mercato intanto sono andate avanti, le indagini dei carabinieri sono state meticolose e si arriva così a processo dove, con un mandato forte dell’unanimità del Consiglio comunale, il sindaco Modafferi, per la prima volta in Italia, si costituisce parte civile contro la mafia in nome del comune di Gioiosa Jonica.

    Il quarto stato dell’antimafia

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    Il murales dedicato a Rocco Gatto nel 1978 e restaurato trent’anni dopo dall’associazione Da Sud

    Una svolta epocale che contribuirà a tenere alta l’attenzione degli italiani – anche grazie all’opera del partito e della Cgil – su quel paesino a sud della Calabria che aveva saputo trovare una spinta di innovazione da tutta quella violenza. Quando, esattamente un anno dopo l’omicidio, la Corte d’assise di Locri firmò la condanna per i sette picciotti che volevano chiudere il paese, le vie di Gioiosa accolsero un’altra grande manifestazione. Migliaia di persone da tutta Italia, nella primavera del ’78, arrivarono nella Locride per marciare in ricordo di quel mugnaio coraggioso. In ricordo di quel giorno sulla piazza che la mafia voleva chiusa campeggia il murale del quarto stato dell’antimafia.

    Pertini e la medaglia al padre di Rocco Gatto

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    Sandro Pertini consegna a Pasquale Gatto la medaglia

    Anche il processo per l’omicidio di Gatto arriva in tribunale. Alla sbarra ci sono Luigi Ursini e un suo sodale. A sostenere l’accusa non bastano però la forza e la dignità del vecchio Pasquale che racconta in aula di come fosse maturato l’omicidio, indicandone i colpevoli. I due imputati vengono condannati per le violenze subite dal mugnaio, ma l’accusa d’omicidio cade per insufficienza di prove. Nessuno pagherà per la morte di Rocco Gatto. Sarà lo stesso Pasquale a ricordarlo al Presidente Sandro Pertini che, durante la cerimonia ufficiale di consegna della medaglia d’oro alla memoria, mandò al diavolo il cerimoniale per abbracciare quel vecchio ostinato che non si era stancato di combattere.

  • Caulonia, il paese che sprofonda

    Caulonia, il paese che sprofonda

    A Caulonia più di mille anni di storia sono, letteralmente, in bilico sullo sbalanco. Chiese barocche, antichi teatri, una manciata di abitazioni e giardini da cartolina: tutto appeso agli umori di ciò che resta della rupe su cui sono stati costruiti. La stessa rupe, che per secoli ha protetto l’antica Castelvetere dalle incursioni degli eserciti e dalle scorrerie dei saraceni, e che ora si sgretola. Il dissesto idrogeologico –  incurante dei cantieri realizzati e di quelli pronti a partire, degli interventi rimasti solo sulla carta e dei lavori da ultima spiaggia messi in campo dopo ogni pioggia seria – è andato avanti negli anni, minando la solidità stessa di una parte di Caulonia.

    Un video della frana girato da Ivan Reale nel 2017: da allora la situazione si è aggravata

    La situazione si è incancrenita con il tempo nonostante i quasi 20 miliardi di vecchie lire già spesi fino ad ora. Adesso si proverà a mettere una pezza – l’ennesima – con i nuovi lavori di consolidamento in partenza a giorni. Il finanziamento è di 1,9 milioni di euro, da dividere tra la rupe del borgo e la parte alta della Marina. Tolta l’Iva e gli oneri, restano poco più di 900mila euro di corsa contro il tempo, in attesa di altri fondi. Si tratta di altri 900mila e rotti attualmente in attesa di approvazione per la base della rupe. A questi bisogna aggiungere i soldi per gli ulteriori cantieri, in fase di progettazione, che dovranno completare quelli che stanno per partire. È uno stillicidio senza fine, cucito sulla pelle di un paese già fortemente vandalizzato da incurie e abusi.

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    I segni visibili del dissesto idrogeologico a Caulonia

     

    Cronaca di un disastro

    Mortida, Maietta, Carminu: hanno nomi figli delle dominazioni che si sono alternate nel corso dei secoli i quartieri di Caulonia già colpiti dal disastro. Le case costruite sul ciglio della rupe, alla Mortida, sono state le prime a venire giù. Sono state sgomberate e abbattute negli anni ’90 a causa di un concreto rischio crollo.

    Ma il problema è più antico e già alla fine del decennio precedente l’erosione della rupe su cui poggia la parte di Caulonia che guarda alla valle dell’Amusa, era finita al centro dell’attenzione della commissione Grandi rischi dell’allora ministero della Protezione civile. Due sopralluoghi degli ingegneri della Prociv hanno certificato la necessità di intervento immediato. Il problema, comune a quasi tutti i centri del territorio, investiva la rupe nella sua interezza.

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    Crepe profonde sulle strade di Caulonia

    E già dal 1988 esisteva un piano di fattibilità da 12 miliardi che avrebbe consentito di mettere in sicurezza l’intero paese. I primi tre miliardi di finanziamento per il dissesto arrivano nel ’91. Sarebbero destinati agli interventi di risanamento per la zona di San Biagio e di Tinari oltre che per quella della Maietta. Ma i soldi non bastano e i lavori vanno avanti solo nei primi due rioni.

    Si deve aspettare qualche anno prima che i cantieri raggiungano il lato meridionale della rupe. Però gli interventi, seppure economicamente impegnativi, non risulteranno decisivi per contrastare il dissesto idrogeologico. Si arriva così alla fine dei ’90 quando si interviene in modo consistente. La rupe viene bloccata con contrafforti intirantati connessi tra loro da un cordolo in cemento armato. Un intervento importante, figlio di quel piano di fattibilità elaborato 10 anni prima e realizzato solo in parte. Così si blocca, almeno temporaneamente, il degrado del costone e mette in sicurezza il sito.

    Le avvisaglie a Caulonia

    Almeno fino all’ottobre del 2015, quando in seguito a diversi giorni di pioggia battente, una parte di via Maietta sprofonda di un paio di metri. L’ha mangiata da sotto lo sbriciolarsi delle argille che compongono la parte superficiale della rupe. Un crollo improvviso, ma che aveva avuto le prime avvisaglie qualche anno prima. All’epoca, infatti, diverse costruzioni poste alla base della rupe furono pesantemente crepate (e sgomberate) da un movimento franoso sotterraneo che scende verso la fiumara.

    Il problema dipende questa volta soprattutto dalle infiltrazioni d’acqua. Tra quella piovana e quella mal regimentata degli scarichi fognari della zona, la rupe si ritrova corrosa “dall’interno”. Lo certificano, pochi giorni dopo il crollo, gli ingegneri della protezione civile. Nella loro relazione di primo intervento annotano tra gli scenari attesi «nuovi sprofondamenti simili a quello già evidenziato» e la loro «accentuazione». Suggeriscono tra le altre cose «la regimentazione delle acque di ruscellamento che insistono sul piazzale impedendone o riducendone significativamente l’infiltrazione».

    Parole al vento

    Ma di quel suggerimento nessuno sembra prendersi cura. E le cose, mese dopo mese, continuano a peggiorare. L’acqua piovana si infiltra anche dalle nuove voragini che via via si aprono su via Maietta. Solo nel 2017, un ulteriore finanziamento pubblico di 100mila euro consentirà l’installazione di una serie di tubi di plastica per regimentare le acque piovane e riversarle alle spalle della rupe, lungo le vinede strette del paese. L’ennesimo intervento di rattoppo serve però a poco e la gravità della situazione comincia a mostrarsi anche sui muri della chiesa che dà il nome alla piazza. Crepe profonde sull’abside barocca, sul sagrato, nei passaggi che portano all’organo monumentale e al giardino.

    I tubi di plastica per regimentare le acque piovane a Caulonia

    La situazione è così grave che dal novembre del 2019, l’intera area – su cui si trova anche la seicentesca chiesa di San Leo a Caulonia, da qualche anno riconvertita a sala prove per la banda del comune – è stata interdetta anche al traffico pedonale: sgomberate le case che affacciano sulla rupe – anche se è non raro trovare qualcuno tra i vecchi abitanti ancora affacciato alle finestre –, chiusa al culto la chiesa costruita sui ruderi del convento degli Agostiniani. Tutto sbarrato sperando che nuove forti piogge non facciano venire giù tutto prima della fine dell’ennesimo intervento. Vengono anche installati dei sensori per monitorare continuamente lo stato della frana.

    I nuovi lavori

    Arriviamo così ai giorni nostri, con il nuovo cantiere per il «consolidamento rupe centro storico» che dovrebbe essere aperto nel mese di marzo. E che, non ancora partito, già segna il passo rispetto ad una situazione drammatica che è continuata a peggiorare. Nella relazione tecnica inviata dal Rup del progetto alla Cittadella regionale, infatti, si legge che «l’area di intervento individuata nel progetto appare meno preoccupante di zone limitrofe non comprese nel Ppbg, in cui sono stati rilevati fenomeni di retrogressione del ciglio, sprofondamenti significativi e scavernamenti della parete. Tali risultanze – scrive ancora il Rup Ilario Naso analizzando i rilievi eseguiti in parete dai geologi rocciatori – sono maggiormente gravose rispetto a quelle rilevate in passato ed evidenziate sul progetto finanziato».

    Il circo può ripartire quindi, con la speranza che nuove bombe d’acqua non mandino tutto all’aria e anche se già si sa che l’intervento, così come è strutturato, non sarà risolutivo. Almeno fino al prossimo finanziamento.

  • Piccoli ma non fessi: la città unica oltre Cosenza e Rende

    Piccoli ma non fessi: la città unica oltre Cosenza e Rende

    Un lenzuolo troppo corto per coprire i territori e, soprattutto, chi li abita.
    L’area urbana di Cosenza risulta problematica non solo nella sua versione “minima”, che comprende il capoluogo, Rende e Castrolibero, ma persino in quella maxi che, a seconda delle scelte politiche, dovrebbe estendersi o a nordest, in direzione Sibari, o a sud, verso il Savuto.

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    Franz Caruso, sindaco di Cosenza (foto Alfonso Bombini)

    Si badi bene: non sono scelte neutrali. Mirare a sud significa avvantaggiare Cosenza e i Comuni sulla vecchia via del mare (Dipignano e Carolei) e alle pendici del Monte Cocuzzo (Mendicino e Cerisano). Puntare a nord, invece, vuol dire riproporre la centralità di Rende, che farebbe leva sulla vicina Montalto e ridimensionerebbe non poco il capoluogo.
    Non è un caso che, durante la campagna elettorale di settembre Franz Caruso abbia rilanciato l’idea di “area vasta” o “area urbana allargata”, cioè estesa ai paesi a sudest.

    Ed è certo che anche il recente braccio di ferro sull’ospedale – che i rendesi vogliono nei pressi dell’Unical e i cosentini a Vaglio Lise – sia motivato dalle stesse dinamiche.
    L’area vasta puntellerebbe l’ipotetica “Grande Cosenza” a Sud e le eviterebbe il confronto diretto con Rende, che al momento sarebbe micidiale per la città dei bruzi.
    Una geopolitica su scala provinciale, non meno pericolosa di quella vera, perché chi perdesse la sfida sarebbe condannato allo spopolamento, dovuto all’aumento delle tariffe e al calo dei servizi.
    Ovviamente, i conti si fanno con gli osti, cioè i sindaci di tutti i comuni potenzialmente interessati.

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    Il sindaco di Rende, Marcello Manna (foto Alfonso Bombini)

    Il ruggito di Orlandino

    Il nodo cruciale dei due modelli di area urbana è Castrolibero, che ha ancora molto da dire, visto che è uno dei territori più ricchi del Sud come reddito pro capite.
    Castrolibero è incuneato tra Cosenza e Rende, con cui confina senza alcun ostacolo fisico: solo la segnaletica chiarisce in quale Comune ci si trova.
    Orlandino Greco – attuale vicesindaco ed ex sindaco di Castrolibero, ex presidente del Consiglio provinciale di Cosenza ed ex Consigliere Regionale – esprime una preoccupazione non proprio trascurabile: la sua cittadina potrebbe essere schiacciata dalle due importanti dirimpettaie. Anche a livello economico: «Rende», spiega Greco, «è in predissesto e Cosenza ha un dissesto importante, difficile da risolvere in breve». Perciò il dubbio è lecito: tutto ciò che si trova attorno rischierebbe di essere risucchiato dai passivi delle due città leader.

    Grande Cosenza? Niente fusioni a freddo

    Per Orlandino è, quindi, inutile ipotizzare «fusioni a freddo, come nei casi di Corigliano-Rossano o dei Casali del Manco, che mi sembrano situazioni fallimentari, visto che parliamo di territori caratterizzati da importanti disparità fiscali e tariffarie interne e tuttora agitati da campanilismi duri a morire».
    Secondo Greco l’area urbana dev’essere disegnata «cerchi concentrici e non, come ipotizzava Sandro Principe, a linea retta». L’ipotesi del vicesindaco è piuttosto chiara: un nucleo basato su Cosenza, Rende e Castrolibero che attrarrebbe tutto ciò che lo circonda in maniera virtuosa.

    L’ex consigliere regionale e leader di Idm, Orlandino Greco

    No al modello Principe

    Già: «Il modello di Principe darebbe una certa baricentricità a Rende, ma trasformerebbe tutto il resto, a partire dal capoluogo, in una periferia». Il modello di Greco, al contrario, «farebbe perno su Cosenza e rispetterebbe tutti».
    In quest’ottica, Castrolibero avrebbe fatto già dei passi importanti per due fattori almeno: il Psc e il sistema dei trasporti pubblici. «Noi abbiamo integrato l’Amaco nel nostro territorio e abbiamo impostato il Piano strutturale comunale in modo da poterci allineare subito a un progetto urbanistico condiviso». Ma questo progetto non può essere sviluppato nel breve periodo: «Occorre partire dalla condivisione dei servizi per dare uguali chance a tutti gli abitanti del territorio, perché non serve a nessuno una città enorme ma piena di periferie poco servite».

    Caracciolo tira a nord

    Montalto Uffugo è stata considerata a lungo un satellite della “Grande Cosenza” per via della sua “eccentricità”: non sfiora neppure il capoluogo, ma è collegata solo a Rende attraverso Settimo.
    Pietro Caracciolo, il sindaco della cittadina che ispirò “I Pagliacci” a Leoncavallo, è consapevole di questa particolarità e, ovviamente, tira a nord. «Ripeto quel che ho già detto per l’Ospedale, che deve sorgere a Rende: nella nostra zona verrà realizzato un secondo svincolo della A3, inoltre sono in fase di realizzazione il ponte che unirà ancor di più le nostre zone industriali e sono in cantiere molte iniziative che faranno di Rende e Montalto le aree più infrastrutturate della provincia».

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    Pietro Caracciolo, sindaco di Montalto Uffugo

    Morale della favola: la “Grande Cosenza” dovrà comunque servire tutto il territorio provinciale, che è uno dei più grandi del Paese «e l’area a nordest è l’unica veramente baricentrica sia verso lo Jonio sia verso il Tirreno». Montalto, in altre parole, è una gemella siamese di Rende, che mira ad approfittare dei vantaggi della città sorella: l’Università innanzitutto, ma anche la zona industriale, prossima alla fusione territoriale con la propria. Il blocco Rende-Montalto darebbe non poco filo da torcere.

    Carolei non vuole essere periferia della Grande Cosenza

    Carolei, all’estremo opposto di Montalto, sconta un grosso fallimento urbanistico e un dissesto recente, subito e tamponato alla meno peggio da Francesco Iannucci, sindaco dal 2017.
    Il fallimento si chiama Vadue, la grande frazione residenziale che ha avvicinato il paese all’ingresso sud di Cosenza, tra piazza Riforma e viale della Repubblica. Negli anni ’80 Vadue era considerata la “zona dei ricchi”, ora è diventata una periferia quasi priva di servizi, in cui solo l’edilizia privata, basata su ville e palazzine, mantiene qualche ricordo del passato glorioso e delle promesse mancate.

    Francesco Iannucci, sindaco di Carolei

    La diffidenza è il minimo. E Iannucci la esprime non troppo tra le righe: «In linea di principio sarei d’accordo», spiega il sindaco. Ma il problema è il “come”. Già: «Cosa guadagnerebbero in concreto gli abitanti di Carolei e dei paesi a Sud dall’area vasta? Se a questo progetto corrispondesse un’idea di sviluppo, si proceda pure, altrimenti non converrebbe a nessuno diventare periferia di un’area che avrebbe il suo centro ad almeno dieci chilometri di distanza». Meglio iniziare da una condivisione dei servizi e poi chi vivrà vedrà.

    La geopolitica di Dipignano

    Una cosa è sicura: Gaetano Sorcale, docente universitario di Relazioni internazionali, si intende di geopolitica e diplomazia. E le applica come può per favorire Dipignano, di cui è sindaco da poco più di un anno.
    Dipignano confina con Cosenza attraverso Laurignano, nel cui territorio ricade una parte di Molino d’Irto, l’antica zona industriale di Cosenza.
    A dirla tutta, Laurignano sembra una frazione del capoluogo, «visto che su 1.800 residenti più di mille sono cosentini».

    Gaetano Sorcale, sindaco di Dipignano e docente universitario

    Secondo il sindaco l’estensione a sud dell’area urbana darebbe grosse possibilità non solo al suo Comune, ma anche alla stessa Cosenza: «Nel nostro territorio potrebbe passare benissimo il secondo svincolo sud della A2, che decongestionerebbe il traffico cittadino, diventato problematico dopo le trasformazioni urbanistiche dell’era Occhiuto». Inoltre, la maggiore disponibilità di territorio di Dipignano «consentirebbe uno sviluppo equilibrato dell’area, che si potrebbe bilanciare a sud».
    Tuttavia, secondo Sorcale, non sarebbe un processo di breve periodo: «Occorre uno sviluppo per fasi: iniziamo a mettere assieme i servizi, a progettare assieme lo sviluppo urbano e la grande città verrà da sé».

    In alternativa c’è Pandosia

    Se la “Grande Cosenza” dovesse risultare problematica, nessuna paura: ci sarebbe sempre Pandosia, il progetto lanciato da Mendicino circa otto anni fa.
    Si tratta di un maxicomune che comprenderebbe nove paesi per un totale di circa 30mila abitanti. Un secondo Casali del Manco, ma più grande che aggancerebbe una buona fetta di Appennino al capoluogo.

    Antonio Palermo, sindaco di Mendicino

    Già, spiega Antonio Palermo, il sindaco di Mendicino: «Il mio territorio non è solo parte dell’area urbana ma è anche un elemento fondamentale delle Serre Cosentine».
    Pertanto «non siamo obbligati a diventare una periferia ma possiamo sempre scegliere se e come diventare “grandi”». Ovvero: se nessuno garantisce lo sviluppo equilibrato della “Grande Cosenza”, possiamo sempre creare una realtà più vasta che ci consentirà economie di scala piuttosto importanti.
    Proprio in quest’ottica deve essere interpretato il sostegno dato da Palermo all’idea di realizzare l’Ospedale a Vaglio Lise: «Se parliamo di grande città, il capoluogo deve essere baricentrico, altrimenti è un nonsenso». Sui tempi e modi di questa realizzazione, Palermo si allinea agli altri sindaci: «Iniziamo con la gestione comune dei servizi e poi si vedrà».

    Lucio Di Gioia, sindaco di Cerisano

    Cerisano ha già l’aria buona

    Il meno interessato sembra essere Lucio Di Gioia, il sindaco di Cerisano, che non ha confini diretti con Cosenza.
    «Il nostro vantaggio è essere un borgo in mezzo alla natura, che consente una buona qualità di vita», spiega il primo cittadino. Quindi «entrare in un’area più vasta può essere utile solo se ne ricavassimo più servizi di migliore qualità». Per il resto, «diventare una periferia non ci serve».

    Quattro case e un forno

    Rende e Cosenza duellano per chi deve essere la prima della classe. Gli altri diffidano. Forse perché, sussurrano i maligni, la fascia tricolore piace a tutti, anche se consente di amministrare a malapena le famose “quattro case e un forno”.
    O forse perché, alla fin fine, i campanili piacciono a tutti. La vera sfida sarà la costruzione dal basso della grande città. E, date le premesse, non sarà un processo breve né facile.

  • Coronavirus Calabria oggi (9 marzo): ancora tantissimi contagi

    Coronavirus Calabria oggi (9 marzo): ancora tantissimi contagi

    Il Coronavirus in Calabria oggi (9 marzo) fa registrare 2.532 nuovi contagi rispetto a ieri. I tamponi effettuati sono stati 11.453. Il tasso di positività è del 22,11%.
    Questi sono i dati giornalieri relativi alla pandemia da Covid-19 comunicati dalle Asp di Catanzaro, Cosenza, Crotone, Reggio Calabria e Vibo Valentia alla Regione e riportati nel bollettino quotidiano della Cittadella.

    Territorialmente, dall’inizio dell’epidemia, i casi positivi sono così distribuiti:

        • Catanzaro: CASI ATTIVI 4.371 (63 in reparto, 6 in terapia intensiva, 4302 in isolamento domiciliare); CASI CHIUSI 25.832 (25.597 guariti, 235 deceduti).
        • Cosenza: CASI ATTIVI 15.976 (92 in reparto, 3 in terapia intensiva, 15.881 in isolamento domiciliare); CASI CHIUSI 36.383 (35.461 guariti, 922 deceduti).
        • Crotone: CASI ATTIVI 3.926 (28 in reparto, 0 in terapia intensiva, 3.898 in isolamento domiciliare); CASI CHIUSI 19.801 (19.614 guariti, 187 deceduti).
        • Reggio Calabria: CASI ATTIVI 10.202 (116 in reparto, 5 in terapia intensiva, 10.081 in isolamento domiciliare); CASI CHIUSI 86.964 (86.316 guariti, 648 deceduti).
        • Vibo Valentia: CASI ATTIVI 12.771 (9 in reparto, 0 in terapia intensiva, 12.762 in isolamento domiciliare); CASI CHIUSI 15.147 (14.993 guariti, 154 deceduti).

    L’Asp di Crotone comunica 431 nuovi soggetti positivi di 3 fuori regione.
    L’Asp di Cosenza comunica 800 nuovi soggetti positivi di cui 4 fuori regione.

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  • Zona economica speciale, il circo della burocrazia che frena sviluppo e innovazione

    Zona economica speciale, il circo della burocrazia che frena sviluppo e innovazione

    Capita frequentemente nel nostro Paese che le riforme si approvino e poi restino per lungo periodo nel cassetto, senza che si riesca per molto tempo a fare alcun passo in avanti. Dalla metà degli anni Ottanta, l’economia meridionale conosce una lunga stagione di arretramento competitivo. Si è spento l’intervento straordinario nel Sud, mentre le imprese pubbliche hanno abbandonato questi territori.

    Zes? Una legge con buone intenzioni

    Il futuro della industrializzazione nel Mezzogiorno doveva essere consegnato alla istituzione delle zone economiche speciali (Zes). Nel 2017 il governo ha emanato un decreto poi convertito in legge dal Parlamento. È cominciato un dibattito surreale sulla attuazione, perché la legge era sostanzialmente un enunciato di buone intenzioni. Ma era sostanzialmente provo di tutti gli elementi che avrebbero garantito la realizzazione di ciò che si predicava. Era stata realizzata la cornice, il quadro era ancora tutto da dipingere.

    Tra qualche mese sarà trascorso un lustro dalla approvazione della legge che ha istituito nelle regioni meridionali le zone economiche speciali, che nel mondo hanno costituito, nei passati decenni, uno dei vettori principali di sviluppo industriale.
    Questo processo è stato reso possibile della definizione di una fiscalità di vantaggio e dalla una semplificazione amministrativa. Tali due leve sono state affiancate, nei paesi in via di sviluppo – il vero laboratorio di questo strumento di politica industriale – da un basso costo del lavoro e da uno smantellamento sostanziale del peso e del ruolo delle organizzazioni sindacali.

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    Il porto di Gioia Tauro

    Parole, soltanto parole

    L’avvio delle Zes è stato invece nel Sud molto lento, secondo la più classica tradizione italiana. Si fanno leggi che poi si affossano nella fase della attuazione. L’importante non è fare, quanto piuttosto fare finta di fare, salvo poi maledire il destino cinico e baro che impedisce il cambiamento.
    Nel mondo, le zone economiche speciali sono circa 5.500: una buona metà è stata in grado di generare uno sviluppo economico sostanziale di quei territori. Nel caso della Calabria e del Mezzogiorno, alla legge istitutiva sono seguiti cinque decreti interministeriali di attuazione. Si tratta di una discussione durata più di due anni se gli incentivi fiscali dovessero essere automatici o meno, se l’autorizzazione per l’insediamento di una azienda nella Zes dovesse essere unica, oppure se era più attrattivo mantenere le trentaquattro autorizzazioni esistenti, aggiungendone una specifica per la Zes.

    Stupisce anzi che nessuno abbia proposto che un imprenditore intenzionato ad insediare una impresa nel Mezzogiorno non dovesse fare prima un salto nel cerchio di fuoco con le gambe legate e gli occhi bendati. Insomma, a volte (per la verità, sempre più volte) l’architettura istituzionale italiana è alla ricerca di un “effetto Gabibbo”, quasi nella ostinata convinzione che serva una risata liberatoria per poter cambiare uno stato insostenibile della realtà.

    Cambia il commissario alla Zes calabrese

    Da un solo mese è stato nominato il nuovo commissario straordinario per la Zes calabrese, il secondo in ordine di nomina. Federico d’Andrea, ex colonnello della Guardia di Finanza, ha preso il posto di Rosanna Nisticò. Nella governance non resta peraltro ancora chiaro se abbia o meno un ruolo il comitato di indirizzo che precedentemente rappresentava la struttura incaricata di gestire e coordinate le azioni della zona economica speciale. Insomma, come spesso capita in Italia, ci si occupa di più degli organigrammi rispetto ai contenuti.

    Ma l’Italia non è un paese in via di sviluppo

    Poco inoltre si è riflettuto su un elemento essenziale, nel considerare l’assetto istituzionale che doveva essere definito nel Mezzogiorno per le zone economiche speciali. Per quanto strano possa sembrare, l’Italia non è un paese in via di sviluppo, quanto piuttosto un paese ad industrializzazione matura. La nostra crisi deriva proprio dalla stagnazione che si è determinata nel vecchio modello di articolazione manifatturiera.

    Anche ad occhio, fotocopiare una legislazione pensata ed attuata, a livello internazionale, per realtà che dovevano incamminarsi su un sentiero di attrazione industriale che partiva dalla assenza di un tessuto e di una esperienza manifatturiera, non poteva essere la via maestra per chi invece aveva l’obiettivo di sperimentare le Zes in un territorio caratterizzato da una economia non solo storicamente radicata nel capitalismo, ma anche testardamente finora incapace di generare un solido sviluppo economico, nonostante le molteplici strade che sono state sperimentate nel corso di tanti decenni.

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    Un piccolo tratto del porto di Tangeri in Marocco

    Zes meridionali poco competitive

    Certo, per tante ragioni di contesto, le regioni meridionali non possono essere attrattive, nel contesto internazionale. Innanzitutto non possono esserlo per il basso costo del lavoro o per un tasso di sindacalizzazione sotto il controllo delle volontà imprenditoriali. E nemmeno si intravedono le condizioni per una radicale sforbiciata delle tasse, così come si è fatto per le Zes maggiormente competitive nel mondo.
    Oltretutto gli strumenti di incentivazione messi in campo dal legislatore italiano, se confrontati con quelli delle altre Zes nel mondo, sono davvero poco attrattivi. Si limitano ad un credito di imposta parziale sugli investimenti e ad una timida operazione di risparmio sulla fiscalità aziendale negli anni iniziali di attività.

    Meno burocrazia, più impresa e università

    Ed allora, quali possono essere le leve sulle quali si può finalmente provare a far decollare le zone economiche speciali in Campania e nel resto del Mezzogiorno?
    Innanzitutto, si dovrebbe promuovere un programma basato sul disboscamento di quella inutile burocrazia ottusa che non solo allontana le decisioni di investimento degli imprenditori, perché spaventa per la sua lentezza, ma spesso è piuttosto diventata la radice della corruzione, essenzialmente per generare corsie preferenziali di velocità rispetto alla palude nella quale restano impigliati gli imprenditori onesti.
    Poi, c’è da far decollare un rapporto strutturato tra industria e ricerca scientifica, tra imprenditori ed Università. Un territorio collocato in un Paese ad industrializzazione matura deve puntare sull’economia della conoscenza, sul valore aggiunto determinato dalla innovazione che genera competitività.

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    L’Università della Calabria

    Mentre ci avviamo a festeggiare un lustro dalla nascita delle Zes, forse qualche riflessione più matura e più consapevole sarebbe il caso di farla. Assistere alle consuete giaculatorie sull’ennesima occasione sprecata sarebbe davvero irritante, a meno di non voler convocare il Gabibbo nella squadra titolare delle istituzioni.
    Non è un traguardo ormai molto ambizioso, considerata la qualità media della classe dirigente negli ultimi decenni, non solo nell’intero Paese ma soprattutto nelle regioni meridionali. Almeno, si potrebbe dire che vedendo il Gabibbo in azione ci si divertirebbe certamente di più.
    Ma invece, in Calabria come nel Mezzogiorno, forse non c’è più tempo per crogiolarsi nella ironia. Sarebbe finalmente l’ora per mettere in campo strumenti e politiche per lo sviluppo e per il miglioramento della competitività.

  • La Marlane e le donne, l’8 marzo delle operaie dimenticate

    La Marlane e le donne, l’8 marzo delle operaie dimenticate

    Le donne della Marlane, l’ex fabbrica dei veleni con sede a Praia a Mare, molto più dei loro colleghi maschi operai, erano quelle che credevano più di tutti alle potenzialità di quello stabilimenti, alla crescita economica ed alla fine della fame che le loro famiglie avevano subìto nel dopoguerra. Molte di loro erano figlie di contadini. Avevano visto con i loro occhi le proprie madri lavorare la terra o ai telai che avevano in casa, senza riuscire a fare quel salto economico che tutti si aspettavano dal quel duro lavoro. All’arrivo del conte Rivetti nella Maratea degli anni ’50, le donne di Maratea erano riconosciute come brave tessitrici e chi voleva fare un buon corredo alle proprie figlie in sposa raggiungeva questa cittadina per rivolgersi a loro.

    Il conte Rivetti arriva nel Sud

    Se Cristo si è fermato a Eboli, Rivetti lo sposta oltre. Fino alla Calabria, in un’area dove si incrociano le tre regioni meridionali più povere d’Italia: la Basilicata, la Campania, la Calabria. L’opera di Rivetti comincia grazie a finanziamenti enormi che il conte riuscì a ottenere dalla Cassa del Mezzogiorno, sembrerebbe anche grazie alla sua amicizia personale con il potente deputato lucano Emilio Colombo. La sua prima cattedrale nel deserto fu il complesso industriale chiamato R1 S.p.A Lanificio di Maratea e nacque nel 1957. Nel 1958-59 Rivetti si sposta in Calabria e qui a Praia a Mare fa nascere la R2.

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    Quel che resta dello stabilimento, visto dall’esterno

    Per queste due strutture, il “benefattore” riceve dallo Stato ben 6 miliardi di vecchie lire. Una cifra per quei tempi astronomica che rientra nella logica di aiuti al Sud. Tra il 1966 e il 1970 il conte Rivetti cede le sue azioni e gli stabilimenti vengono assorbiti prima dall’IMI (Istituto Mobiliare Italiano), poi dalla Lanerossi e infine dall’ENI, che nel frattempo rileva la Lanerossi. Ora nasce la denominazione Marlane S.p.A. Mentre sul conte la stampa del Sud tace, quella dei Nord si scioglie in deliranti e sprezzanti analisi sociologiche antimeridionali al solo fine di mitizzare la figura del pioniere, del nuovo redentore delle zone depresse dei Mezzogiorno.

    Il “pioniere” che piaceva a Montanelli

    Montanelli scrive: «Prima che un industriale del Nord, l’ing. Rivetti, venisse a restituire questi luoghi al loro naturale destino di ottava meraviglia del mondo, gli abitanti di Maratea vivevano come venti secoli fa: di fichi, di pomodori, di carrube, d’uva e di cacio pecorino». Il “pioniere”, ribadisce il giornalista, «cala in una realtà dove solo le donne lavorano, mentre gli uomini giocano a scopone e briscola, aggrumandosi come mosche nei caffè locali, perché schivi, come tutti i meridionali, per un complesso di paure e abitudini casalinghe del sole e della luce».

    Si fanno risaltare le difficoltà e gli ostacoli nei quali ogni giorno si trova questo industriale che anziché portare i capitali all’estero, sente l’impegno morale e nazionale di investirli al Sud affrontando difficoltà burocratiche e tecniche enormi: trovandosi di fronte a gente neghittosa, a pretese salariali senza senso, a persone comunque non disposte ad accettare con disciplina la dura servitù del lavoro moderno.

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    Operai al lavoro nello stabilimento Marlane

    Le donne sono le prime assunte alla Marlane

    Poi la svolta. Il lavoro salariato, la paga a fine mese, i contributi, le ferie, la sicurezza di poter comprare una nuova casa. Le operaie, più degli uomini, pensano al progresso della famiglia, al futuro dei propri figli, al lavoro che un domani avrebbero potuto fare anche i propri figli. Teresa Maimone era una di queste operaie. Arrivava in fabbrica in bicicletta, desiderosa di affermarsi, di andare avanti, di portare il pane alla famiglia. Poi le morti per tumore, una dopo l’altra. Un elenco di donne operaie dimenticato, che nessuno ha intenzione di voler ricordare. A Tortora , esiste una via dedicata a Stefano Rivetti, fondatore della fabbrica, ma non una via dedicata alle donne ed agli uomini della Marlane. Niente esiste neanche a Praia a Mare.

    I veleni nei terreni

    Lì sono rimasti solo le tonnellate di rifiuti, certificati anche dall’ultima perizia depositata nel tribunale di Paola. Una perizia che dovrebbe essere distribuita casa per casa, per far capire i pericoli esistenti in quei terreni, e quelli che i cittadini corrono in quella cittadina. Il Comune di Tortora, quando il sindaco era Lamboglia, fu l’unico comune della costa tirrenica che si costituì parte civile nel processo contro i dirigenti della fabbrica. Gli altri sindaci, compreso quello di Praia a Mare, fecero finta di non sapere niente.

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    Una protesta dei parenti degli ex operai della Marlane morti di tumore

    Ma le morti ed i veleni ci sono. E nessuno oggi ha voglia di ricordarsene. Come nessuno ricorda le donne operaie, in questo 8 marzo:

    • Francesca Bocchino di Maratea è morta nel 1995 all’età di 49 anni per carcinoma al colon;
    • Maria Rodilosso di Aieta è morta nel 1998 all’età di 50 anni per carcinoma mammario;
    • Nelide Scarpino di San Nicola Arcella è morta nel 1999 all’età di 60 anni per tumore allo stomaco;
    • Teresa Maimone di Maratea è morta nel 2000 all’età di 54 anni per tumore all’utero;
    • Pasqualina Licordari, di Gallina è morta nel 2002 all’età di 61 anni per carcinoma del colon;
    • Resina Manzi di Aieta è morta nel 2005 all’età di 62 anni per tumore mammario;
    • Domenica Felice di Tortora è morta nel 2003 all’età di 48 anni per carcinoma midollare della mammella;
    • Maria Iannotti di Trecchina morta nel 1988 all’età di 48 anni per tumore maligno del colon.

    Un ricordo per le donne e gli uomini della Marlane

    Sono solo alcune delle decine di operaie della fabbrica Marlane di Praia a Mare, molte delle quali colpite da tumori maligni riconducibili ai fumi cancerogeni che venivano fuori dalle vasche del reparto tintoria e dalle polveri dell’amianto sparse per il capannone. Lavoravano tutte senza mascherine, né tute di protezione, né guanti. In un unico ambiente, con al centro macchine in cui si impiegavano, all’insaputa di tutti, veleni chimici.

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    Vasche per il trattamento dei tessuti all’interno della Marlane

    Nel 2013, durante il processo Marlane, in primo grado, nel tribunale di Paola l’ironia della sorte volle che un’udienza capitasse proprio un venerdì 8 marzo. Un processo che si chiuse in primo e secondo grado con la completa assoluzione di tutti gli imputati compreso il capo Marzotto. Si attende la fine del secondo processo, ancora impelagato in perizie tecniche , nella speranza che si giunga alla verità. Perché queste donne, così come le centinaia di altri operai, ottengano finalmente giustizia. Ed una piazza che ne perpetui il ricordo.