Nascondeva un chilo di esplosivo nel suo garage, ma una soffiata alle forze dell’ordine ha permesso di scoprirlo e per lui è scattato l’arresto. È appunto grazie alla segnalazione di una fonte confidenziale che oggi il personale della Squadra mobile di Vibo Valentia ha messo a segno il sequestro del pericoloso materiale. L’esplosivo si trovava all’interno del garage di un’abitazione nella frazione Vena del comune di Ionadi (Vibo Valentia).
Gli agenti hanno provveduto alla messa in sicurezza del sito, con la Scientifica che si è fatta carico del sequestro dell’ordigno, giudicato ad elevata pericolosità. Al suo interno, infatti, c’era quasi un chilo di polvere esplodente. Il sospetto è che lo si potesse utilizzare per atti di natura intimidatoria o offensiva per l’incolumità personale.
A occuparsi del coordinamento delle operazioni che hanno portato al rinvenimento dell’esplosivo nel garage è stato Camillo Falvo, procuratore di Vibo Valentia. L’uomo arrestato dovrà rispondere della detenzione dell’ordigno esplosivo. Al momento è scattata per lui la misura degli arresti domiciliari, confermata anche al termine dell’udienza di convalida celebrata sabato scorso.
Tutto nasce dalla morte di un anziano, avvenuta circa un anno e mezzo fa. Ma il corso delle indagini ha svelato ai carabinieri del NAS uno scenario da incubo. Un lager. Questa era la vera connotazione della casa di riposo abusiva scoperta a Reggio Calabria.
Un lager a Reggio Calabria
Agli arresti domiciliari due donne, titolari di una casa di riposo abusiva, e tre loro dipendenti. L’indagine condotta dal NAS su coordinamento della Procura della Repubblica di Reggio Calabria, contesta agli indagati i reati di maltrattamenti verso conviventi e abbandono di persone incapaci, aggravati dall’aver causato la morte di un ospite. Altri 7 soggetti sono stati deferiti in stato di libertà per diversi illeciti penali.
I Nas hanno svolto l’inchiesta – denominata “La Signora” – tramite intercettazioni telefoniche e l’acquisizione delle cartelle cliniche, nonché ispezioni igienico sanitarie, pedinamenti e osservazioni.
Il decesso a fine gennaio
Le investigazioni nascono dalla querela di una donna il cui marito, affetto da malattia neurodegenerativa, era deceduto dopo un periodo di degenza presso la casa di riposo oggetto di indagine. Un episodio che avviene alla fine del gennaio 2021.
Gli investigatori ipotizzano che l’uomo sarebbe stato vittima di maltrattamenti e abbandono che avrebbero causato un peggioramento irreversibile della sua condizione clinica fino a giungere al decesso.
La lista degli orrori nel lager di Reggio Calabria
Le indagini individuano almeno 15 anziani che avrebbero subito i maltrattamenti all’interno della casa di riposo abusiva. Malnutriti, peraltro con cibo di pessima qualità o scaduto. Anziani che erano quasi tutti allettati, ma fatti rimanere in ambienti freddi, senza riscaldamento né acqua calda.
Proprio quest’ultimo dettaglio ha portato gli inquirenti ad accertare anche le normali pratiche igieniche personali e degli ambienti, che sarebbero risultate totalmente assenti. Gli anziani sarebbero stati costretti a espletare i propri bisogni su sé stessi e sul letto dove dormivano. Costretti a dormire tra le loro feci e le loro urine, alcuni di loro si sarebbero anche ammalati di scabbia.
Gli aguzzini, per non essere disturbati, avrebbero anche somministrato arbitrariamente medicinali e psicofarmaci, sostanzialmente per sedare e drogare gli ospiti, in modo che non chiedessero neanche un bicchiere d’acqua. Tra questi farmaci anche l’Entumin, che appartiene alla categoria degli antipsicotici. Farmaco di vecchia generazione, con possibili effetti di natura cardiaca e renale anche mortali.
Soggetti già con precedenti specifici
La casa di cura abusiva ritenuta un lager dagli inquirenti si trova in una zona molto centrale di Reggio. Le persone coinvolte avrebbero già dei precedenti specifici, avendo già in passato realizzato delle case famiglia non a norma o non autorizzate.
Le titolari, in concorso con la cuoca ed altra dipendente, sono indagate anche per il reato di epidemia colposa in quanto avrebbero agevolato il propagarsi di un focolaio Covid tra gli ospiti. Un’epidemia scoppiata in un momento in cui il virus mordeva ancor più duramente e celata in tutti i modi non solo ai familiari delle vittime e all’Azienda sanitaria, ma anche agli altri dipendenti.
Altri due dipendenti sono indagati per sostituzione di persona. Avrebbero fatto credere ad una anziana signora intenzionata a lasciare la casa di riposo, di parlare al telefono con il figlio, che la rassicurava sulla “buona qualità” dell’assistenza e degli operatori che la curavano. Mentre, in realtà, dall’altro capo del telefono vi era un dipendente.
La geometra indagata
Oltre alle cinque persone finite agli arresti domiciliari, nell’inchiesta “La Signora” figurano altre sette persone. Tra queste anche una geometra reggina, deferita a piede libero per falso ideologico. Avrebbe attestato requisiti che l’immobile dove sorgeva la casa di cura abusiva non aveva.
Nel dettaglio, la geometra avrebbe messo nero su bianco l’esistenza di quattro distinte casa-famiglia, che rispettavano i requisiti minimi strutturali. Circostanza destituita di fondamento che ha portato i carabinieri a sequestrare la casa di riposo-lager, con il trasferimento degli ospiti in altre strutture a norma. Ponendo così fine a un incubo durato anni.
Nicola Fiorita nuovo sindaco di Catanzaro. Scrutinate 90 sezioni su 92. Il candidato di centrosinistra si attesta al 58,59 %, mentre lo sfidante Valerio Donato si ferma al 41,41 %. Adesso Fiorita, docente dell’Unical, dovrà affrontare il difficile scoglio dell’anatra zoppa. Le dieci liste che sostenevano Donato al primo turno hanno raggiunto il 53,81 %.
Ad Acri trionfa l’uscente Pino Capalbo (51,89 %) su Natale Zanfini (48,11 %). A Paola Giovani Politano è in vantaggio su Emira Ciodaro.
«Oggi è una data importante: si celebrano gli 800 anni da quando la Cattedrale di Cosenza è stata consacrata ed è diventata un centro di fede ma anche di importanza civile proprio per la dimensione sociale che ha ricoperto nel corso degli anni. Credo che oggi debba sentirsi in festa tutta la città». Sono parole pronunciate dal cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano, parlando con i giornalisti a margine della celebrazione.
Il cardinale Pietro Parolin e il vescovo di Cosenza Francesco Nolé (ultimo a destra)
L’alto prelato ha celebrato la santa messa in piazza XV Marzo. Sempre a margine della celebrazione per gli ottocento anni dalla dedicazione delle cattedrale ha toccato temi fondamentali come la guerra in Ucraina: «Il Papa ha usato parole veramente forti per sottolineare l’assurdità del conflitto. Accanto a questo, naturalmente, c’è tutta l’azione umanitaria della Chiesa e i tentativi che la Santa Sede sta facendo anche a livello diplomatico. È stata avanzata l’offerta di trovare una soluzione alla quale però, al momento, non è stata data risposta».
Il segretario di Stato vaticano si è espresso anche in merito ai mutamenti innescati dalla pandemia da Covid 19: «Il Papa ha sempre detto che dopo la pandemia non saremo stati più uguali. Se ne potrà uscire migliorati o peggiorati. Difficile oggi fare un bilancio di quanto è accaduto, anche perché siamo ancora in tempo di pandemia. Speriamo davvero che queste vicende così dolorose possano aiutarci a riscoprire i valori spirituali e sentirci tutti nella stessa barca, solidali gli uni con gli altri».
La strana vicenda de I Calabresi approda in Parlamento. Il 22 giugno scorso è stata presentata un’interrogazione parlamentare rivolta al presidente del consiglio dei ministri, Mario Draghi. Primo firmatario è stato il senatore Elio Lannutti. Gli altri, preoccupati per una possibile limitazione della libertà di stampa, sono: Nicola Morra (presidente della Commissione Antimafia), Rosa Silvana Abate, Bianca Laura Granato e Luisa Angrisani.
Elio Iannutti, senatore e primo firmatario della interrogazione parlamentare sul caso del giornale I Calabresi
Nella interrogazione parlamentare si legge testualmente: «I Calabresi è un giornale on line fondato il 19 luglio 2020, edito da Calavria editrice S.r.l. di cui è socio unico la fondazione Attilio e Elena Giuliani onlus, con sede a Villa Rendano (Cosenza), e diretto da Francesco Pellegrini; il tipo di approccio cui si ispira il giornale è quello del giornalismo d’inchiesta, “con l’intento primario di non omettere o manipolare le notizie, rispondere solo ai lettori, essere svincolati dai pregiudizi di tipo politico o ideologico ed utilizzare essenzialmente fonti primarie per la raccolta delle informazioni”. Il suo obiettivo principale è quello di “dare voce a tutte le persone che vivono in Calabria e a coloro i quali sono legati a tale regione, per garantire un’informazione libera affidata a bravi giornalisti”».
«I fatti a cui si fa riferimento nell’articolo – scrivono i parlamentari – sono stati oggetto di apposita denuncia alle autorità competenti. In particolare, si riporta la frase pronunciata dal consigliere della fondazione Walter Pellegrini, ripresa anche da altri componenti del consiglio di amministrazione della stessa fondazione, che fa riferimenti espliciti alla linea editoriale: “Il giornale I Calabresi è dannoso per la Fondazione”. È bene ricordare che ad oggi “I Calabresi” risulta essere “letto e apprezzato da oltre 2 milioni di lettori in tutta Italia e in Europa, mentre la stima del valore patrimoniale è di 240mila euro”; il consiglio di amministrazione della fondazione tenutosi il 30 maggio 2022 è stato dichiarato, da quello che risulterebbe essere l’ex presidente del consiglio di amministrazione Francesco Pellegrini, come risulta dal verbale, “illegittimo” e contrario agli interessi della fondazione».
«Nonostante l’appunto, – continua il testo dell’interrogazione parlamentare – è stato eletto nuovo presidente della fondazione Walter Pellegrini, grazie anche al sostegno di “soggetti a lui fedeli, tra i quali vi rientra l’ex sindaco archistar di Cosenza Mario Occhiuto”, come sottolineato dal presidente uscente, una manovra, a quanto è dato capire, che sembrerebbe dunque funzionale a liberarsi de “I Calabresi”, dando l’ambiguo messaggio che “l’ordine è stato ristabilito”. Tuttavia, ad oggi (21 giugno 2022), sul sito della fondazione il nome del presidente non è stato ancora modificato».
Considerato tutto questo, i parlamentari chiedono al presidente del consiglio dei ministri, attraverso il Dipartimento per l’informazione e l’editoria della Presidenza del Consiglio, «se sia a conoscenza dei fatti esposti e se intenda tutelare, con iniziative di propria competenza, il diritto dei cittadini ad essere informati correttamente, tenendo conto che la libertà di stampa è tutelata nell’articolo 21 della Costituzione».
E chiedono altresì «se il Governo, nei limiti dei suoi poteri, intenda intervenire per tutelare la libertà d’informazione che risulta essere censurata, di fatto, nei suoi contenuti essenziali».
Da una cabinovia che poteva essere e che non sarà mai, ad una cestovia che attende solo l’erogazione dei fondi per trasportare i turisti su e giù per monte Coppari. D’estate come d’inverno, quando gli stessi turisti potranno usufruire del servizio per raggiungere comodamente la nuova pista da sci, con neve artificiale, che il piccolo comune di Capistrano – poco meno di mille abitanti tra l’altopiano delle Serre e l’Angitola – si è vista finanziare dai fondi previsti dal Cis Calabria con 2 milioni di euro.
Il ministro per il Sud, Mara Carfagna
Il progetto – che ha superato il primo ostacolo dell’iter procedurale previsto, con l’inclusione nella graduatoria regionale tra i 110 considerati a «priorità alta» – prevede la costruzione di una cestovia a due posti che consentirà di risalire fino alla cima del monte, a quota 1000 metri, lungo un percorso panoramico e senza fermate intermedie con un disdivello di circa 500 metri dalla stazione di partenza. Un progetto così ambizioso che va anche oltre l’idea della cabinovia venuta in mente (ma esclusa dalla graduatoria Cis) ai sindaci di Roccaforte e Palizzi nel reggino, e che punta a fare del piccolo centro del vibonese, una nuova meta per gli amanti degli sci in Calabria.
Marco Martino, sindaco di Capistrano, mentre si fotografa allo specchio
Accanto al progetto per l’impianto di risalita permanente infatti, il sindaco Marco Martino – con l’avallo dell’unanimità della sua giunta e del Consiglio comunale – intende mettere in piedi una vera e propria pista da sci con una lunghezza del tracciato prevista in un chilometro. E pazienza se di neve, da quelle parti, se ne vede pochissima. Compresi nel prezzo infatti sono previsti anche 8 cannoni sparaneve nuovi fiammanti che garantirebbero la creazione ex novo della pista e il suo “rimpolpamento” continuo. A dare una mano per la sua conservazione ci dovrebbero pensare, surriscaldamento globale permettendo, le rigide temperature delle colline calabresi.
«Non c’è niente di strano nell’idea di un impianto di risalita sul nostro territorio, né di una pista da sci – dice a ICalabresi il primo cittadino di Capistrano, Martino –. Gli interventi da realizzare sarebbero a basso impatto visto che già esiste una sorta di percorso naturale sul costone della montagna su cui intendiamo intervenire. Gli alberi da abbattere sarebbero pochissimi e comunque provvederemo a impiantarne contestualmente degli altri. E poi esistono altri impianti di risalita in Regione, solo il territorio di Vibo ne è sprovvisto. Non vedo particolari vincoli ambientali, siamo fuori dal territorio del Parco delle Serre. Manca solo il nulla osta paesaggistico, ma non c’erano i tempi per richiederlo e presenteremo le carte nei prossimi giorni. Questo progetto rappresenta una splendida opportunità per sviluppare il territorio montano del nostro comune e per porre un freno allo spopolamento».
L’idea di fondo è quella di sfruttare radicalmente le ricchezze della montagna con la creazione di una serie di percorsi turistici che, con la costruzione della cestovia, sarebbero facilmente accessibili e consentirebbero la creazione di numerosi posti di lavoro. «L’unica nostra speranza di sviluppo è puntare sulla montagna. Il nostro territorio è situato in un posto strategico, a 10 minuti dall’autostrada, e con l’intero patrimonio viario che porta in cima, appena rimesso in sesto. Con la realizzazione dell’infrastruttura potremmo portare i turisti in pochissimo tempo fino alla sommità di monte Coppari».
La nebbia avvolge uno dei sentieri che porta al monte Coppari (foto pagina Fb “Sei di Capistrano se”)
Che per considerarla vera e propria montagna, un po’ bisogna crederci. Almeno se la si prende in considerazione dal punto di vista della capacità di ospitare un impianto sciistico: rare le nevicate, rarissime quelle che consentirebbero di tenere in piedi un tracciato. I cannoni servono a questo. «Sono macchine di ultima generazione – spiega ancora Martino – che prevedono un consumo bassissimo di energia e un limitato sfruttamento di acqua. Anche se quello dell’acqua per noi non rappresenta certo un problema. Il nostro territorio si trova “seduto” su un tesoro di sorgenti, creare la pista da sci è un modo per sfruttare al meglio anche questo nostro asset naturale. E poi abbiamo fatti i conti: a pieno regime lo sfruttamento della cestovia frutterebbe al comune – che su questo progetto non sborserà nemmeno un soldo delle sue casse – circa 1,8 milioni di euro all’anno».
Il municipio di Capistrano illuminato con i colori della bandiera italiana
Montagna violata
E se il progetto di sviluppo montano messo in cantiere dall’amministrazione di Capistrano comincia a muovere i suoi primi passi anche le associazioni ambientaliste, Wwf in testa, cominciano ad attivarsi per capire fino in fondo che tipo di intervento si intende realizzare e quale impatto ambientale possa avere su un territorio già sull’orlo di una crisi di nervi, con l’ipotesi, tutt’altro che remota, della costruzione di un parco eolico tra i comuni di Monterosso e Capistrano, sullo stesso monte Compari.
Il progetto, finanziato con i fondi del Pnnr, prevede l’innalzamento di alcune pale meccaniche dell’altezza di circa 160 metri e il contestuale abbattimento di circa 250 alberi di faggi. Progetto a cui le associazioni del posto si sono messe di traverso tanto da mettere in piedi, nel dicembre scorso, la manifestazione “abbraccia un faggio”, nella speranza di evitare l’ennesimo intervento invasivo sulle nostre montagne.
Vittorio Raso, considerato un boss della ‘ndrangheta, è stato arrestato ieri sera dalla polizia locale nel municipio catalano di Castelldefels (Spagna): lo riporta il quotidiano El País. Lo stesso giornale spiega che Raso è stato fermato nel corso di un controllo stradale di routine, mentre guidava con documenti falsi.
Arrestato una prima volta in Spagna, nel 2020, venne poi rilasciato su ordine di un giudice, e da allora era latitante. Raso era stato arrestato una prima volta nell’ottobre del 2020 a Barcellona: la polizia gli attribuiva reati di appartenenza ad organizzazione criminale, usura e traffico di stupefacenti, considerandolo un personaggio di spicco della ‘ndrangheta calabrese radicata a Torino.
Tuttavia, pochi giorni dopo, il tribunale dell’Audiencia Nacional lo rilasciò, affermando di non avere elementi sufficienti per ordinare il carcere preventivo nei suoi confronti (in quanto nel verbale a disposizione appariva solo la contestazione di un reato di usura). Una valutazione, scrive El País, che lasciò stupefatta la Polizia Nazionale spagnola.
In seguito, l’Audiencia Nacional emesse un nuovo ordine d’arresto nei confronti di Raso, che nel frattempo aveva però già fatto perdere le proprie tracce. A gennaio di quest’anno, la polizia italiana ha sequestrato in un garage di Nichelino (Torino) oltre 400mila euro in contanti, insieme a orologi Rolex e gioielli dal valore di oltre 200mila euro, un ‘tesoro’ attribuito proprio a Raso.
«Ci sono decenni in cui non accade nulla, e poi delle settimane dove accadono decenni», almeno secondo Lenin. Ripensando al 1992 sembra in effetti che la storia proceda proprio in questo senso. Trent’anni fa l’indagine partita dal Pio Albergo Trivulzio, Mani Pulite, e prima ancora le stragi di Capaci e via D’Amelio hanno distrutto la strada che la storia percorreva costringendo ad una deviazione. Il 1992 è ancora, evidentemente, troppo recente per poterne conoscere tutte le implicazioni e i protagonisti, ma sono sempre più chiare le conseguenze: non quello di semplice reset come si è detto, ma di una più raffinata sostituzione di vertici ormai resi inefficienti dal mutare del contesto mondiale.
Corsi e ricorsi
La storia italiana procede spesso per buchi, voragini di verità che inghiottono avvenimenti anche molto lontani. A questa regola non può sfuggire il 1992. E sempre questa regola prevede che queste voragini di verità affondino nel Sud Italia che dalla periferia della storia vede, ascolta e digerisce. Prepara il futuro, rimanendo nel passato.
L’indagine di Di Pietro azzera una classe politica partendo da Milano, ma le scosse telluriche si fanno sentire in tutta Italia. BeppeGrillo aveva anticipato il terremoto giudiziario con una battuta sui socialisti che rubano, nel 1986. Oggi è capo di un movimento allo sfascio. Forse è uno dei pochi cambiamenti perché se si analizza il contesto nel quale nasce quell’evento, attraverso articoli e atti parlamentari, si trovano corsi e ricorsi storici.
La crisi della politica e quella della magistratura
Rifondazione avanzava una richiesta di reddito minimo, argomento ancora caldo, mentre la politica discute di riforme istituzionali. Presidente del Consiglio è Giuliano Amato, oggi presidente della Corte costituzionale. Il Governo discute sulla crisi economica con PaoloSavona – all’epoca presidente del Fondo Interbancario, oggi alla Consob – e propone di rilanciare l’Italia attraverso opere e infrastrutture che ricordano tanto quelle del PNRR.
La credibilità della classe politica italiana non è mai stata del tutto recuperata da quegli anni, con la differenza che oggi la stessa crisi ha investito la stessa magistratura. È frutto di quegli anni il dibattito tra garantisti e giustizialisti, che in Calabria come ogni cosa si deforma e diventa un modo per nascondere altre voglie: da una parte vendette persecutorie e dall’altro malcelato senso di impunità.
Schegge di 1992
Il procuratore di Catanzaro, Nicola Gratteri (foto Tonio Carnevale)
Secondo Gratteri, la riforma Cartabia è una “resa dei conti” della politica contro lo strapotere della magistratura. Una lettura tranchant e anche discutibile, che però mostra come le schegge delle rotture del ’92 siano ben conficcate nei giorni d’oggi. Soprattutto mentre in superficie il mondo cambiava, nel sottosuolo del potere che è sempre stata la Calabria, laboratorio di perversi accordi si trovava un modo di innestare il vecchio nel nuovo, creando organismi bicefali con due volti. Un modo forse per assicurare la restaurazione, ma che di certo ha precorso gli anni.
Il Consiglio regionale del 1992…
Nel 1992 presidente della Regione Calabria è Anton Giulio Galati e il Consiglio regionale è tutto maschile con l’eccezione di una sola donna, Maria Teresa Ligotti, prima a sedere su quegli scranni nelle fila del PCI. La scossa tellurica del ’92 emerge evidente in Calabria dalla composizione dei Consigli regionali del ’92 e, immediatamente successivo, del ’93. Nel ’92 troviamo uomini del secolo scorso fin dal nome come Domenico Paolo Romano Carratelli, avvocato, bibliofilo, scopritore di codici antichi o Pietro Dominijanni, socialista, a cui tanto deve il parco nazionale dell’Aspromonte. Oppure, ancora, figure più oscure come Giovanni Palamara, ex sindaco di Reggio Calabria, coinvolto in diverse inchieste, tra cui una che lo legava all’omicidio Ligato, poi assolto. Da quel setaccio della storia pochi riescono a continuare negli anni successivi allo stesso livello.
Palazzo Campanella, attuale sede del Consiglio regionale
… e quello del ’93
È, infatti, il Consiglio del 1993 che restituisce un’ecografia della Calabria di oggi: delle figure e dei potentati che in maniera diretta o indiretta ancora influenzano la Calabria. Saltano agli occhiNicola Adamo e Pino Gentile, campioni di presenze nelle principali vicende calabresi e con importanti ruoli a livello nazionale. Nel ’93 sedeva anche Paolo Romeo, al centro oggi di alcune inchieste della procura di Reggio Calabria, condannato per associazione mafiosa e sapiente tessitore di legami. Scorrendo si ritrovano anche Mario Pirillo, poi divenuto parlamentare ed europarlamentare, e Amadeo Matacena attualmente latitante.
Separatisti made in Sud
In quegli anni, inoltre, in Calabria, Sicilia e Puglia nascevano le leghe meridionali. Movimenti separatisti dietro i quali spesso si ritrovano personaggi vicini al mondo della criminalità organizzata. Il movimento Sicilia Libera nasce a Palermo su input diretto di Leoluca Bagarella, si legge nella richiesta di archiviazione del giudice Scarpinato. Nel resto del Meridione erano state già costituite formazioni come Calabria Libera (fin dal 19 settembre 1991), Lega Lucana (già Movimento Lucano, costituita il 25 gennaio 1993), e tantissimi altri movimenti analoghi. Scarpinato raccoglie testimonianze ed eventi dallo scarso valore investigativo, ma dal prezioso contributo storico.
Leoluca Bagarella
Secondo le dichiarazioni di Tullio Cannella, questi movimenti facevano parte di un importante piano separatista a cui aveva partecipato la ‘ndrangheta calabrese, perché in Calabria si possono avere «appoggi con i servizi». Riferisce anche di una riunione tenutasi a Lamezia Terme tra esponenti politici anche della Lega Nord ed esponenti mafiosi delle varie regioni. Il piano era lasciare il sud alle mafie e il nord a nuovi soggetti politici. Il progetto separatista poi si arena per evidenti difficoltà, ma anche perché nasce un nuovo soggetto politico che sembrava ridare le giuste garanzie, sempre secondo quanto si legge dai collaboratori di giustizia, che è Forza Italia. In questo senso va anche parte dell’inchiesta sulla trattativa Stato-mafia, confermata in primo grado e poi ribaltata parzialmente in secondo grado. Quello che successe dopo è storia. Nel 1994 Forza Italia nasce.
1992-2022: cosa resta trent’anni dopo
Al Sud e in Calabria Forza Italia raccoglie il consenso che aveva la DC e che ha conservato fino all’arrivo della Lega di Salvini, eletto senatore proprio in Calabria. Dunque, nessuna differenza? Dopo trent’anni in Italia le disuguaglianze sono aumentate, i problemi atavici della Calabria sono rimasti, ma addosso ad una popolazione molto ridotta e sempre più anziana. Giusto qualche donna in più alla regione.
Pare proprio che in questa periferia si appresti il futuro e si accalchino i cambiamenti. Perciò, sarà bene che almeno per una volta l’Italia dia un’occhiata e faccia i conti con la Calabria e i segreti che le ha affidato.
L’amministrazione di Vibo Valentia vive in questi giorni un forte scossone politico. Domenico Primerano, il fedelissimo vice della sindaca Maria Limardo, ha mollato in malo modo dopo aver esternato diversi malumori.
«La conformazione dell’attuale maggioranza, la sua specifica caratterizzazione, pone il problema della mia permanenza in Giunta: essendo un tecnico, ritengo non sussistano più le condizioni della mia presenza nell’esecutivo comunale».
Domenico Primerano, l’ex vice di Maria Limbardo
Lo ha seguito a ruota Rosamaria Santacaterina, assessora all’Istruzione e alle politiche giovanili. «Anticipo il cambiamento politico in atto» ha scritto Santacaterina alla sindaca. Siccome non c’è due senza tre, ha lasciato anche l’assessora alla Cultura Daniela Rotino.
Assessori che evaporano, assessori eterni
Nella giunta Limardo certi assessorati si sciolgono come la neve al primo sole. Invece, ce ne sono altri che sembrano intoccabili, nonostante atti che destano scalpore in città. Ad esempio, i 15mila euro dati dall’assessore al turismo a un amico di partito per il festival sovranista Culturaidentità.
Limardo e i meloniani
Parliamo di Michele Falduto, assessore con varie deleghe, tra cui Turismo, spettacolo manifestazioni ed eventi, in quota Fratelli D’Italia.
È fratello dell’avvocato Nuccio Falduto, che ha preso 1.900 preferenze con i meloniani alle ultime regionali, ex assessore comunale dell’Udc nel 2010 e poi consigliere di Pd e Fi.
Nuccio Falduto, una presenza per molti
All’atto di costituzione della sua giunta, Maria Limardo adottò uno schema per accontentare le forze politiche: due consiglieri, un assessore.
Purtroppo è più facile fare gli schemi che rispettarli. Infatti, il consigliere meloniano Antonio Schiavello ha aderito l’anno scorso a Forza Italia, di cui è diventato capogruppo. Il suo collega Antonio Curello, invece, è rimasto in Fdi, ma è del tutto autonomo rispetto al partito.
Il demansionamento d’oro
Saltato lo schema Limardo, sarebbe dovuto saltare anche il relativo assessore. Ma la sindaca non ha voluto “guastarsela” con Wanda Ferro, la commissaria regionale dei meloniani. Tutto questo, nonostante le dichiarazioni rilasciate dalla stessa Ferro subito dopo l’inchiesta Rinascita-Scott: «È opportuno che il sindaco Limardo, che gode della nostra piena fiducia, riunisca le forze di maggioranza al fine di valutare la chiusura di questa esperienza amministrativa». E val la pena ricordare che la deputata aveva ricevuto un no secco, proprio dai consiglieri di Fdi e da Falduto.
Wanda Ferro: la lady di ferro di Fdi
Quest’ultimo sta per perdere quasi tutte le deleghe, tranne quella all’Innovazione tecnologica. In altre parole, rimarrebbe assessore all’innovazione tecnologica e ai social media con un compenso di 3.835,30 euro mensili. Insomma, un demansionamento d’oro.
Michele Falduto e i soldi all’amico di partito
La determinazione della dirigente del settore Turismo, Adriana Teti (la 1048 del 14 giugno) ha stanziato 15mila euro a favore dell’Associazione Culturaidentità nella kermesse Vibo Città del Libro.
La manifestazione rientra nell’impegno di spesa di 500mila euro previsto dal decreto dirigenziale del Dipartimento turismo, marketing territoriale e mobilità della Regione, recentemente finito al centro del “gadget gate” con l’assessore, anch’esso in quota Fdi, Fausto Orsomarso.
Pasquale La Gamba
Lo scorso 30 maggio, si legge nella determina della dirigente comunale, l’assessore al turismo Falduto «ha provveduto a trasmettere al Dirigente il programma degli eventi previsti in relazione alla nomina Vibo Città del libro» e «al contempo ha richiesto l‘attuazione di tutti gli atti relativi alla gestione dello stesso programma».
Afferma ancora la dirigente: «Per la realizzazione delle manifestazioni è necessario procedere all’affidamento dei servizi essenziali per la riuscita degli eventi». Pertanto, alla luce della richiesta dall’Associazione CulturaIdentità, si provvedeva allo stanziamento del lauto contributo per un evento allegato alla delibera della giunta numero 54 dello scorso 22 marzo, la quale aveva ricevuto il placet di tutta l’amministrazione.
Spunta La Gamba
Piccolo particolare: il referente regionale di CulturaIdentità è Pasquale La Gamba, già vicesindaco nel 2010 (quando il fratello di Michele Falduto, Nuccio, era assessore) e attuale responsabile provinciale di Fdi. Cioè lo stesso partito dell’assessore e di suo fratello, già candidato regionale. Un particolare che, stando a rumors interni all’amministrazione, avrebbe mandato su tutte le furie la sindaca Limardo.
Quando Spirlì era con Giorgia
«Si svolgeranno nella città di Vibo Valentia due giornate che mirano alla promozione turistica culturale delle identità calabresi» si legge nell’allegato alla delibera di Giunta in riferimento al VI Festival di CulturaIdentità.
Il cofondatore dell’associazione è l’ex presidente facente funzioni della Regione Nino Spirlì, cheall’epoca era il responsabile regionale cultura di Fdi.
Spirlì, Orsomarso & co, tutti alla corte di Giorgia
Quest’ultimo, nel 2018 accolse così La Gamba: «#CulturaIdentità si arricchisce di un’altra elegante personalità, figlia di questa Terra di Calabria. Pasquale saprà nobilitare la nostra convinta lotta quotidiana contro l’arroganza e la volgarità, che stanno minando, ormai da troppo tempo, il ricco patrimonio Culturale e Identitario della regione».
Sovranisti alla carica
Una delle parole d’ordine dell’associazione è Liberare. Cioè: «Liberiamo la cultura dal regime di menzogne del politicamente corretto, dalle soggezioni conformiste della lobby radical chic e dalla globalizzazione dei cervelli”. L’altra è Riordinare, nel senso del ricominciare «dall’ovvio, dal normale, dall’ordine naturale delle cose. Rifiutiamo il finto umanitarismo livellatore, eterofobico».
La Gamba family & Nesci
Una ulteriore determina dirigenziale, sempre a firma Adriana Teti e sempre dello scorso 14 giugno, ha affidato direttamente, sempre su propulsione dell’assessore meloniano Michele Falduto, altri 15mila euro all’associazione culturale Elice per il primo premio Jole Santelli nell’ambito del Festival Calabria delle Donne, di cui è direttrice artistica la archeologa Mariangela Preta, moglie del citato La Gamba e consigliera per il patrimonio culturale della sottosegretaria al Sud in quota M5S, Dalila Nesci.
L’archeologa e la sindaca: da sinistra, Mariangela Preta e Maria Limardo
Sul piede di guerra i consiglieri comunali di M5S, Pd, Progressisti per Vibo e Coraggio Italia. Questi gruppi chiedono in una nota: «Non essendo stata fatta una manifestazione di interesse, i rapporti tra l’assessore al ramo di Fratelli D’Italia e le associazioni hanno inciso su tali scelte?». Piccolo particolare: non hanno firmato il comunicatoi due consiglieri comunali di Vibo Democratica Marco Miceli e Giuseppe Policaro. I due, guarda caso, sono, come Preta, consiglieri di Nesci. Tace, invece, la sindaca.
«Io sono affidabile», risponde un personaggio del film premio OscarLa Grande bellezza, a chi si meraviglia del fatto che possiede le chiavi dei palazzi nobiliari. Nel rione Massa si racconta che anche la sede cosentina della Banca d’Italia di metà Novecento scelse un uomo probo per aprire la cassaforte. Proprio come il misterioso custode di Roma inventato da Paolo Sorrentino.
Era un abitante della Massa, gran signore e proprietario di uno storico mulino ad acqua sulla sponda del fiume Crati. «Don Luigi Leonetti custodiva la seconda chiave del caveau», ricorda la gente del quartiere. «Apriva e chiudeva ogni giorno insieme con il direttore».
Il museo seconda casa degli abitanti della Massa
C’è un gran via vai al Museo dei Brettii e degli Enotri. È diventato una casa per gli abitanti del rione. Lo hanno inaugurato nel 2009, nel quattrocentesco complesso monumentale di Sant’Agostino. Una struttura restituita alla città e, negli anni, diventata polo culturale e sociale. Residenti e nativi si ritrovano nel chiostro arioso e mistico, in questo grande scrigno di reperti preistorici e dell’età dei metalli. «Tra il Museo e il quartiere c’è una bella alleanza», dice la direttrice, l’archeologa Marilena Cerzoso.
La direttrice Marilena Cerzoso mostra gli atti di morte dei fratelli Bandiera
Gli abitanti collaborano alle iniziative, ricostruiscono il puzzle della memoria, masticano storie e radici. Nella notte dei musei hanno fatto da guida ai visitatori e spesso promuovono passeggiate nei vicoli. È tutto documentato sul gruppo Facebook Kiri da Massa, creato da Mario Zafferano, promoter di questo recupero d’identità.
Hanno anche un presidente, l’ingegnere Franco Mauro che adesso abita nella città nuova, ma alle iniziative, ai convegni, alle inaugurazioni di mostre, partecipa con tutta la granitica memoria di piccole e grandi storie. Ricorda, ad esempio, il ritorno dei soldati dal secondo conflitto mondiale, perché il complesso di Sant’Agostino, tra le tante vite che ha avuto, è stato anche rifugio per gli sfollati. «Ero molto piccolo ma la scena mi è rimasta impressa: un giovane tornato a casa dal fronte, stanco, sporco. Si è levato la maglia e sul pavimento ho visto cadere un tappeto di pidocchi».
Ritorno in Massa cercando le origini
Fino a qualche anno fa arrivavano persone in cerca di un pezzo d’infanzia. Cercavano la stanza dove dormivano i genitori, l’angolo in cui si mangiava tutti insieme. Erano gli ex piccoli sfollati del complesso di Sant’Agostino.
All’epoca era il rione dei pignatari (gli artigiani cosentini della terracotta). “Massa” perché nel ’700, spiega Paolo Veltri, ex preside della facoltà di Ingegneria dell’Università della Calabria che nel quartiere è cresciuto, «vennero erette delle barriere di protezione per limitare i rischi di inondazione derivanti dalle piene del Crati». Ecco l’origine del nome.
Massa: il rione di Suor Elena Aiello
Nei vicoli è rimasta l’eco delle sirene delle fabbriche, del vociare delle cantine, dei passi di frati, preti e suore. Dagli agostiniani, alle canossiane, a don Maletta, parroco di San Gaetano che ha costruito pezzetti di dna del rione.
A sinistra nella foto, la beata Elena Aiello
Erano le strade percorse in lungo e in largo anche da Suor Elena Aiello, ‘a monaca santa, figura cult per il popolo bruzio, fondatrice della Congregazione delle Suore Minime della Passione, beatificata nel 2011.
La storia della Massa è un romanzo dalla trama fitta, una saga di luoghi e persone à la Balzac .
Cantine e patrioti
«Ci ho vissuto dai 9 ai 21 anni. Sono andata via quando mi sono sposata e poi sono tornata per sempre. È l’unico luogo dove desideravo mettere radici. Ho ritrovato tanti amici». Rita Ritacco, badante, conosce ogni pietra e ogni famiglia. «Ho comprato una casa e se un giorno farò soldi – ride – ne comprerò un’altra per i miei figli».
Ha fatto la stessa scelta Giancarlo Spinelli, imprenditore edile. «Sono tornato ad abitare nel mio quartiere d’origine, con mia moglie e i miei figli, quando ho ereditato casa dai miei nonni». Suo padre era una celebrità, tra la gente del posto: Natale Spinelli, proprietario di una cantina. Si beveva vino artigianale mixato alla gassosa prodotta nella vicina fabbrica di Giovannino Gallo.
Carte, vino e gassosa in una storica cantina della Massa
Un’altra cantina mitica del passato era quello di Franchino Perrelli, oggi bar dei Fratelli Bandiera, dedicato a due figure storiche del cuore in questo lembo di città, per via del loro sacrificio in nome dell’Unità d’Italia. L’ara di Attilio ed Emilio Bandiera è nel Vallone di Rovito, dove furono fucilati, dopo un tradimento, il 25 luglio del 1844. Era meta di gite scolastiche, scenario di cori italici e manifestazioni, ma oggi vive lunghi periodi di abbandono. Sono stati gli stessi abitanti, insieme all’associazione Plastic Free, a ripulirlo recentemente, in 15 giorni. Gli atti di morte dei fratelli sono conservati nella sezione Risorgimento.
Un forte senso di appartenenza
Gli abitanti della Massa puliscono il Vallone dei fratelli Bandiera
«Oggi il museo è il nostro gioiello e la direttrice è una persona speciale», dice Giancarlo Spinelli. Marilena Cerzoso è anche lei custode «affidabile», guida di un museo archeologico e inclusivo. «Ho un doppio legame con la Massa, personale e professionale. Sono tornata nei luoghi di cui ho sempre sentito raccontare dai miei genitori. – spiega. – Mia madre è cresciuta nel quartiere limitrofo della Garruba e insieme a mio padre ha vissuto la sua giovinezza nel gruppo scout di San Gaetano, sotto la guida del mitico don Luigi Maletta. Quindi essere tornata nei luoghi dei racconti della mia famiglia è per me motivo di grande gioia e commozione». Il fatto «di aver trovato un quartiere accogliente, che ha un forte senso di appartenenza – continua,- mi dà tanta forza e mi stimola nel fare sempre meglio per la valorizzazione del territorio».
Remo Scigliano ha un bazaar. Fai un nome del passato e lui risponde con numeri: il civico, l’anno di nascita, date importanti della vita del personaggio citato. Ha lavorato «oltre trent’anni alle poste e telegrafo», anche lui è una risorsa preziosa per unire i fili del passato a quelli del presente. Il suo negozio è in fondo alla scalinata di Sant’Agostino.
Davanti alla chiesa ci sono sempre gruppi di bambini che giocano a pallone. Hanno imparato. Appena vedono un visitatore in fondo alla scalinata fermano il Super Santos con un piede e aspettano che passi.
Rita Ritacco e Giancarlo Spinelli
«Anche io da piccolo giocavo sul sagrato, ma con le palle di pezza». L’ingegnere Mauro è nato nel palazzo accanto alla chiesa. «Una costruzione fatta da mio nonno nel 1910. Ecco – la indica, oltre un minuscolo davanzale con rose rosse rampicanti – quella era casa mia. Oggi si chiama via Viapiana, ma per noi rimane il Puzzillo». Accanto a lui il professore Veltri. Guardano verso l’ex Puzzillo e il piccolo davanzale sembra il colle dell’Infinito di Recanati.
I confini
La Massa confina con lo Spirito Santo, con Casali, con il vecchio tribunale di Colle Triglio, oggi Palazzo Arnone, che ospita la Galleria d’arte nazionale. Un itinerario breve e vertiginoso.
«Sul lungo muretto di collegamento con lo Spirito Santo, fino alla metà degli Anni ’60, si giocava la tombola dei due quartieri ogni domenica, anche quando le giornate erano piovose», ricorda Veltri, che con Ugo Dattis ha scritto un libro, Sertorio a quattro mani, pubblicato dalla Pellegrini, dedicato alla città vecchia.
Franco Mauro e Paolo Veltri
Sono scanditi dai suoni i ricordi del passato. «L’orologio del vecchio tribunale, le campane della chiesa, – racconta Franco Mauro. – E poi suonava la sirena della fabbrica delle piastrelle in cemento Mancuso e Ferro, l’ingresso degli operai, alle sette, e l’uscita, alle quattro del pomeriggio».
I nativi e gli abitanti della Massa sono raccoglitori di storie. «Se non ci fosse stato lo stimolo del Museo dei Brettii e degli Enotri. – conclude Paolo Veltri, – tutti i nostri ricordi si sarebbero dispersi nei vicoli».
Uno scorcio del rione Massa (foto Mario Magnelli)
(Le foto nell’articolo sono di Concetta Guido e del gruppo Fb “Kiri da Massa”. Ringraziamo per l’autorizzazione all’uso delle immagini)
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