Categoria: Fatti

  • Toscana, parà cosentino muore durante un lancio

    Toscana, parà cosentino muore durante un lancio

    Tragedia in Toscana ad Orentano, provincia di Pisa: un paracadutista della Folgore ha perso la vita durante una esercitazione. Si tratta di Gianluca Spina, 49 anni di Cosenza. Il maggiore Spina si era lanciato in caduta libera e il paracadute si sarebbe pure aperto, secondo le prime testimonianze raccolte. Poi, però, qualcosa ancora da chiarire è andato storto. E l’uomo ha sbattuto a terra in modo così violento da non lasciargli scampo.

    Per cause quindi ancora tutte da accertare, il paracadutista della Folgore di stanza a Siena, che stava effettuando un lancio di addestramento nella zona adibita alle esercitazioni, collocata nel territorio di Altopascio (in provincia di Lucca) è morto precipitando al suolo di là dalla Bientinese, che è già territorio di Castelfranco di Sotto, in provincia di Pisa. Gianluca Spina è finito all’interno del giardino di una casa di Orentano e inutili e vani si sono rivelati i soccorsi.

    Sul posto, oltre alle ambulanze, sono arrivati anche i carabinieri a cui spetterà il compito di capire cosa sia accaduto e il motivo di questa tragedia. Tra le ipotesi, anche quella di un malore che non gli avrebbe consentito di manovrare negli ultimi metri. Questo spiegherebbe anche il perché Gianluca Spina sia atterrato lontano dal punto previsto dalla esercitazione. Nelle prossime ore, dopo l’autopsia e le indagini di forze dell’ordine e magistratura, si saprà di più sulla morte del paracadutista in Toscana.

  • ‘Ndrangheta über alles: per la Dia è la signora del crimine

    ‘Ndrangheta über alles: per la Dia è la signora del crimine

    Arcaica da un lato, con «la fedeltà alle origini e la strutturazione su base familiare». Modernissima dall’altro, grazie a «massima flessibilità ed intuito affaristico-finanziario che la proietta all’esterno». Un mostro dai due volti, la ‘ndrangheta secondo l’ultima relazione semestrale della Dia, che «si conferma l’assoluta dominatrice della scena criminale anche al di fuori dei tradizionali territori d’influenza».

    La Dia e la ‘Ndrangheta nel Nord Italia e in Calabria

    Se esistesse un campionato del crimine, la ‘ndrangheta sarebbe saldamente in testa alla classifica e con parecchi punti di vantaggio sui rivali. Innanzitutto perché – restando alla metafora sportiva – anche nelle trasferte più lontane gioca in casa. «Le inchieste sinora concluse hanno infatti consentito di individuare nel Nord Italia 46 locali, di cui 25 in Lombardia, 16 in Piemonte, 3 in Liguria, 1 in Veneto, 1 in Valle d’Aosta ed 1 in Trentino Alto Adige», riporta la Dia. E poi perché quando trova concorrenza sul territorio, tende ad «instaurare forme di collaborazione utilitaristiche con consorterie di diversa matrice mafiosa giustificate per lo più da specifiche contingenze».

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    Le ramificazioni della ‘ndrangheta nel Nord italia nella mappa della Dia

    L’analisi della presenza criminale di regione in regione si trasforma così in un lungo elenco di cognomi tristemente noti a queste latitudini. Si va dagli Alvaro e i Carzo ai Piromalli, passando per i Mancuso e i Morabito, i Grande Aracri e i Gallace, i Farao-Marincola e i Pelle, i Bellocco e molti altri ancora. Ci sono la capitale e il litorale romano, i grandi porti della Liguria ma anche la piccola Valle d’Aosta e il Sud Tirolo. Non importa si tratti di zone a vocazione industriale come la Lombardia, il Veneto e il Piemonte oppure di territori dove sono le piccole imprese a reggere l’economia, come l’Umbria. La ‘ndrangheta arriva e trova il modo di fare affari. Si tratti di appalti in Emilia, smaltimento di rifiuti in Toscana, trasporti in Friuli, ricostruzione post terremoto in Abruzzo.

    Dia: la ‘Ndrangheta fuori dall’Italia

    Impossibile non parlare di cocaina, il business che ha fatto la fortuna dei clan calabresi. La ‘ndrangheta ha ancora un porto come quello di Gioia Tauro in cui ha piantato le sue radici. Ma si dà da fare anche in quelli di Genova, La Spezia, Vado Ligure e Livorno per l’alto Tirreno. Perché «i sodalizi calabresi continuano a rappresentare gli interlocutori privilegiati per i cartelli sudamericani in ragione degli elevati livelli di affidabilità criminale e finanziaria, garantiti ormai da tempo». Quest’affidabilità ha permesso loro di espandere il giro d’affari finanche in Africa occidentale, «in particolare la Costa d’Avorio, la Guinea-Bissau e il Ghana».

     

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    Il porto di Rotterdam

    Ma l’elenco della ramificazione capillare della ‘ndrangheta nel mondo è lunghissimo. L’egemonia criminale calabrese si registra nel campo delle scommesse online a Malta come nei grandi porti francesi, belgi, tedeschi e olandesi, sulla rotta dei Balcani (Romania in particolare) come nei paesi ex sovietici. Qui, scrive la Dia, «in particolare la ’ndrangheta – la più diffusa a livello globale e la più “liquida” fra le mafie – potrebbe trarre i maggiori vantaggi sia dai traffici illeciti indicati in premessa (droga, armi, sigarette e altre merci illegali, ndr), sia dalla ricostruzione postbellica». La ‘ndrangheta canadese ha acquistato maggiore autonomia, nonostante l’indissolubile legame con la provincia di Reggio. Quella statunitense coopera con Cosa Nostra grazie anche ai solidi rapporti che ha con i cartelli della droga dal Messico fino all’Argentina. In Australia è radicata da 100 anni.

    Dove finiscono i soldi della coca

    I clan trasformano così fiumi di droga in un mare di denaro che alimenta tutto il resto degli affari. La ‘ndrangheta con quei soldi, ad esempio, si propone «a imprenditori in crisi di liquidità dapprima come sostegno finanziario, subentrando poi negli asset e nelle governance societarie per capitalizzare illecitamente i propri investimenti». Come prendere due piccioni con una fava: riciclando i guadagni illeciti, le cosche riescono al contempo a impadronirsi di ampie fette di mercato inquinando l’economia legale.

    corruzione-per-il-viminale-solo-il-molise-peggio-della-calabriaE poi c’è l’area grigia in cui si muovono professionisti compiacenti e pubblici dipendenti infedeli che gestiscono la cosa pubblica. Lì, grazie alla loro comprovata abilità, le ‘ndrine sguazzano. Infiltrano «compagini amministrative ed elettorali degli enti locali al fine di acquisire il controllo delle risorse pubbliche e dei flussi finanziari, statali e comunitari, prodromici anche ad accrescere il proprio consenso sociale». Gli affari ora si fanno senza fare troppo rumore, indossando giacca e cravatta. Gli ‘ndranghetisti sono «straordinariamente abili nell’adattarsi ai diversi contesti territoriali e sociali prediligendo, specialmente al di fuori dai confini nazionali, strategie di sommersione in linea con il progresso e la globalizzazione».

    Dia, I-CAN, ‘ndrangheta ed economia

    Ma come si combatte un nemico del genere? In Italia si sta provando un po’ di tutto ma, per dirla con Guccini, quel tutto è ancora poco. Buoni risultati stanno arrivando dal progetto di cooperazione internazionale I-CAN, di cui abbiamo parlato spesso su I Calabresi nella rubrica Mafiosfera. Dal giugno 2020, riporta la Dia, l’attività operativa di I-CAN ha consentito di localizzare e trarre in arresto 26 latitanti appartenenti alla ‘ndrangheta:

    • 2 in Albania,
    • 3 in Argentina,
    • 3 in Brasile,
    • 1 in Canada,
    • 1 in Costa Rica,
    • 1 nella Repubblica Dominicana,
    • 7 in Spagna,
    • 3 in Svizzera,
    • 1 in Portogallo,
    • 1 in Turchia,
    • 1 in Polonia
    • 2 in Italia

     

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    La Dia stessa ha sottratto negli anni alle mafie beni per circa 7,5 miliardi di euro. Una cifra enorme, eppure infinitesimale rispetto al volume d’affari della criminalità organizzata nel medesimo periodo. Secondo uno studio della Banca d’Italia, infatti, «i volumi di affari legati alle attività illegali – attraverso le quali la criminalità organizzata si finanzia e si arricchisce – sono ingenti e si può stimare che rappresentino oltre il 2 per cento del PIL italiano». Nel medesimo documento di Palazzo Koch si spiega anche che «si può calcolare che un azzeramento dell’indice di presenza mafiosa nel Mezzogiorno si assocerebbe ad un aumento del tasso di crescita annuo del PIL dell’area di 5 decimi di punti percentuali (circa il doppio rispetto all’analogo esercizio per il Centro Nord)».

  • I ragazzini terribili del Crai: una rivoluzione tra via Bernini 5 e la villetta di via Modigliani

    I ragazzini terribili del Crai: una rivoluzione tra via Bernini 5 e la villetta di via Modigliani

    Già da diverso tempo l’Università della Calabria figura nelle posizioni di vertice della graduatoria mondiale della computer science e dell’intelligenza artificiale.
    Un risultato straordinario. Ancora di più se si pensi, solo per un attimo, che in Calabria per avere un’Università abbiamo dovuto attendere sino al 1970. Giusto per avere un’idea: ben 9 secoli di ritardo rispetto a Bologna (1088), più di 7 secoli rispetto a Napoli (1224), più di 5 secoli rispetto a Catania (1434).
    Un’eternità sul piano dello sviluppo sociale ed economico.

    Un record inaspettato

    La domanda è intrigante: com’è stato possibile scalare in soli 50 anni la classifica mondiale in settori così strutturati e trasversali come la computer science e l’intelligenza artificiale?
    A dispetto della sempiterna narrazione della Calabria miserabile e dei soldi pubblici sprecati in opere e attività inutili, l’eccellenza calabrese nella computer science e nell’intelligenza artificiale ha invece una storia bellissima di visione strategica e di creazione di capitale umano in aree fortemente svantaggiate.

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    Intelligenza artificiale e Computer science: i due primati dell’Unical

    Sergio De Julio: un pioniere a via Bernini

    Tutto iniziò in un luminoso appartamento di via Bernini 5, a Rende. Lì uno scienziato visionario e certamente un po’ folle, date le condizioni di partenza e l’assoluta inconsistenza del tessuto formativo, il prof Sergio De Julio, decise di creare il Crai (Consorzio per la Ricerca e le Applicazioni in Informatica), insieme a partner istituzionali e privati altrettanto visionari.
    Fu uno dei primi casi di virtuosa collaborazione pubblico-privato sostenuta da finanziamento pubblico (il famigerato intervento straordinario) che investì sulla formazione di qualità (oggi si dice d’eccellenza, ma la sostanza non cambia) nell’informatica, che stava mostrando già allora i segni della sua implacabile trasversalità nel futuro delle tecnologie di produzione e in quelle della società nella sua più ampia accezione. De Julio ha avuto il merito di intuire 50 anni fa questa transizione digitale (altro che Pnrr) e di investire sulla formazione di giovani calabresi.

    Un miracolo calabrese

    Io, che ho avuto la fortuna di frequentare (in verità per pochi mesi, prima di partire per gli Stati Uniti) via Bernini e poi la villetta di via Modigliani, sono stato testimone di questo miracolo calabrese.
    Se provo oggi con la mente a ripercorrere quegli ambienti e quel clima di serietà, di rigore scientifico ma anche di straordinaria amicizia e umanità, rivedo in quelle stanze piene di computer tanti giovanissimi ricercatori dalle barbe incolte e dagli occhi pieni di entusiasmo e di lucida follia. Tanti ricercatori esteri.
    Chi partiva per la California, chi tornava da Vienna, chi pianificava il suo Phd a Berkley: insomma. era un ambiente esplosivo, assolutamente inedito per una Calabria abituata alle sonnolente domeniche in tv con Pippo Baudo e la guantiera di dolci da portare a casa della fidanzata. Ben altri ritmi e rituali.

    L’area di ingegneria dell’Unical

    I ragazzini terribili di Sergio De Julio

    Erano loro, i ragazzini terribili di Sergio De Julio, quelli che avrebbero segnato indelebilmente il successo mondiale dell’Unical nei settori dell’informatica e dell’intelligenza artificiale.
    Provate a leggere i curricula di autorità scientifiche mondiali del calibro di Nicola Leone (attuale rettore dell’Università della Calabria), Manlio Gaudioso, Domenico Saccà, Domenico Talia, Pasquale Rullo, Sergio Greco, Giuseppe Paletta e chiedo scusa ai tantissimi altri che, colpevolmente, dimentico in questa sede.
    Troverete orgogliosamente citate, nelle righe dei loro esordi professionali, le esperienze maturate nel Crai insieme al professor De Julio, lucido e folle visionario.
    Un primato da difendere

    Perché quest’amarcord, vi chiederete. Domanda legittima. Perché è bene che le nuove generazioni di studenti che affollano le aule di informatica dell’Unical conoscano e apprezzino il capolavoro che è stato realizzato in Calabria. Che difendano il Dna di questo miracolo calabrese. Perché non ci si abitui al titolo di campioni del mondo e che continuino ad onorare la storia di questi, ormai ex, ragazzini terribili che hanno fatto la differenza in un’unità di tempo assolutamente breve e incredibile.
    Nella speranza, magari, di creare un nuovo nucleo di ragazzini terribili pronti a cogliere, affrontare e vincere le sfide del prossimo secolo.
    In Calabria, sissignore. Proprio dall’Università della Calabria. La nostra Università.

  • Caso Marlane: un’altra sentenza ristabilisce la verità

    Caso Marlane: un’altra sentenza ristabilisce la verità

    La vicenda Marlane continua a far notizia. Dopo le assoluzioni importanti del primo processo penale, e in attesa degli esiti definitivi del secondo ancora in corso, la giustizia civile dà le prime risposte alle vittime e ai loro familiari.
    I giudici della Corte d’Appello di Catanzaro stanno ribaltando le sentenze di primo grado relative ad alcuni ricorsi dei congiunti di persone nel frattempo decedute per i tumori contratti mentre lavoravano nello stabilimento di Praia a Mare.

    Marlane: verità per un’altra vittima

    La più recente di queste decisioni (ma negli ultimi 12 mesi si contano sulle dita di una mano le sentenze sul caso Marlane) riguarda il marito di una delle 120 persone che si sono ammalate di cancro per essere venute a contatto con materiali tossici di varia natura (ad esempio cromo esavalente e arsenico).
    L’uomo nel 2009 aveva presentato una richiesta di indennizzo all’Inail come previsto dalla normativa nel caso di infortunio sul lavoro o malattia professionale.
    Per i giudici del Tribunale di Paola questa richiesta era prescritta perché proposta oltre il termine. Infatti, i magistrati avevano ritenuto che il termine di tre anni si dovesse calcolare dal 1999, quando i medici avevano diagnosticato alla donna un carcinoma mammario. Già allora, secondo i giudici di primo grado, la lavoratrice era in grado di sapere che la sua malattia derivasse dal lavoro svolto presso Marlane.

    Il Tribunale di Paola

    La norma

    È il caso di approfondire un po’, a partire dalla normativa. L’articolo 112 del dpr 1124 del 1965 (il testo unico che regola gli indennizzi) stabilisce che l’azione per ottenere il riconoscimento della malattia professionale si prescrive in tre anni dal giorno della manifestazione della malattia stessa. Tuttavia, le successive pronunce della Cassazione hanno chiarito altrimenti e in modo inequivocabile il momento in cui deve scattare il countdown di tale prescrizione.

    Marlane: il processo a Paola

    La dinamica di questa vicenda è piuttosto singolare. Il marito della lavoratrice, infatti, aveva fatto ricorso al Tribunale di Paola contro l’Inail, che aveva negato l’indennizzo all’operaia, nel frattempo deceduta.
    Come già detto, i magistrati di primo grado non erano entrati nel merito, ma si erano limitati a rigettare il ricorso perché tardivo e presentato oltre i termini di prescrizione (che secondo loro scadevano nel 2001).
    Al riguardo, è illuminante un passaggio della sentenza: «Era stato lo stesso ricorrente ad assimilare la condizione lavorativa della defunta moglie a quella di un suo collega, il quale aveva contratto, anche lui come altri 120 lavoratori del medesimo stabilimento industriale, una patologia neoplastica che, in sede giudiziale, a seguito della denuncia da questi presentata nel 1999, era stata riconosciuta di origine professionale. Sicché, secondo il tribunale, quando gli era stata diagnosticata la malattia tumorale, il ricorrente non poteva non essere consapevole quanto meno della potenziale genesi lavorativa della malattia. È pertanto inverosimile che abbia appreso solo nel 2008 della vicenda giudiziale del suddetto collega per poi presentare la domanda all’Inail il 5 novembre del 2009».

    La Corte d’Appello di Catanzaro

    L’appello

    Il vedovo appella la sentenza di Paola del 2012. Allo scopo, sostiene che sua moglie (poi defunta) era venuta a conoscenza solo nel 2008 del fatto che l’Inail aveva riconosciuto al suo collega la dipendenza del carcinoma dalle sostanze tossiche presenti dello stabilimento. Prima, invece, non aveva informazioni che lo rendessero capace di identificare l’origine professionale della sua malattia.
    I giudici di Catanzaro gli hanno dato ragione. Cosa che d’altronde hanno già fatto gli scorsi mesi per altri casi simili. sempre legati alla Marlane.

    Marlane: la sentenza di Catanzaro

    Ecco il passaggio chiave della sentenza con cui la Corte d’Appello ha dato ragione al vedovo: «La decisione impugnata va riformata perché il collegio non condivide il giudizio espresso dal tribunale in ordine alla sufficienza, ai fini dell’esordio della prescrizione, della teorica conoscibilità che l’odierno appellante poteva avere dell’origine professionale della malattia diagnosticata alla signora nel 1999».
    Questa sentenza si basa su una pronuncia della Cassazione del 2018. La Suprema Corte, a sua volta, aveva applicato un’indicazione della Corte Costituzionale, secondo la quale la prescrizione può ritenersi verificata quando la consapevolezza della malattia, la sua origine professionale e il suo grado invalidante, «siano desumibili da eventi obiettivi esterni alla persona dell’assicurato, che debbono costituire oggetto di specifico accertamento da parte del giudice di merito».marlane-corte-appello.ordina-risarcite-vittime

    Il risultato

    L’aspetto materiale e privato di questa vittoria, non è trascurabile. Infatti, il coniuge (e vincitore in giudizio) otterrà il 50% della retribuzione effettiva annua della defunta moglie, più gli arretrati, gli interessi e la rivalutazione a partire dal 2009.
    Più un assegno funerario di 10mila euro circa.
    Certo, non basta a restituire una persona amata. Tuttavia, la sentenza ha un altro merito, forse superiore: è un contributo in più alla verità. Quella processuale, si capisce.

    Punto e a capo

    I giudici d’Appello hanno fatto chiarezza per l’ennesima volta sugli esiti tragici e di lungo periodo della vicenda Marlane.
    Tutto questo mentre il secondo processo penale entra nel vivo.
    Quest’ultima sentenza è un ulteriore tassello di verità storica che entra nelle carte processuali. Resta lecita una domanda: quando potrà calare davvero il sipario sull’affaire Marlane?

  • La Via Crucis dei giovani tra le macerie

    La Via Crucis dei giovani tra le macerie

    È la via dei fallimenti, delle speranze interrotte, delle strade ritrovate. Parlano le ragazze e i ragazzi, i giovani intrappolati in dinamiche più grandi di loro. Un calvario sociale e personale.
    Intrecci di storie nella Storia, quella del nostro Tempo.
    La prima Via Crucis cittadina itinerante dopo la pandemia coincide anche con l’inizio del mandato di monsignor Giovanni Checchinato.

    La Via Crucis può aiutarci

    Un chiaro indirizzo e sguardo rivolto ai giovani del nostro territorio. Gli adulti sembrano in disparte ma in realtà sono i protagonisti e gli artefici di un modello sociale capace solo di generare frustrazioni, incomunicabilità, repressione.
    Rappresentano società in cui le ragazze e i ragazzi ci comunicano di non rispecchiarsi. Questa non è una novità: non serve una Via Crucis, ma forse può aiutarci. Ascoltare quei brandelli di solitudini, vite spezzate, atterrite, incastrarli tra i condomini e i rivoli della nostra città ci restituisce un puzzle amaro. Dove siamo noi adulti, cosa abbiamo costruito, cosa abbiamo ricercato nella costruzione della felicità (apparente)? Cosa offriamo a chi cerca oggi lavoro appena uscito dall’università o dalla scuola? È una Croce che si fa strada tra le macerie di una società, di una città tra le città che giorno dopo giorno ha perso il senso di comunità.

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    Monsignor Giovanni Checchinato, l’arcivescovo di Cosenza-Bisignano

    Gioventù spezzate

    Ci sono le storie di chi non riesce a concludere gli esami all’università, di chi non si sente all’altezza delle altrui aspettative, di chi si chiude in sé, di chi non riesce a farcela. Le storie di chi non vede riconosciuto il proprio orientamento sessuale dai genitori. Ci riscopriamo Cirenei o forse dovremmo iniziare a sentirci tali. Interpellati come Simone, chiamati a portare la Croce, a non girarci dall’altra parte. Con l’umiltà di chi arriva da una giornata di lavoro e si ritrova catapultato nella Storia.
    Cirenei del nostro Tempo, capaci “di agire”, chinare il capo e lavorare per cambiare rotta. Di osservare.
    Il cambio di rotta passa per quella croce con i drammi del nostro tempo. Simone ne è cosciente, forse più di noi. Comprende che sta entrando nella Storia che va al di là di ogni credo. È la Storia degli ultimi, degli oppressi, degli emarginati, degli sconfitti, degli umiliati, dei respinti ai mari e ai confini, dei giovani che non sappiamo ascoltare o che abbiamo smesso di ascoltare.

    Un Occidente senza senso

    Quei giovani, quelle ragazze e ragazzi ieri ci hanno sbattuto in faccia a noi adulti il senso di un mondo occidentale senza senso.
    I suicidi, le molte forme di bullismo, l’incomunicabilità tra generazioni e tra pari. Sono, tutti, problemi che non possiamo schivare.
    Le nostre classi, le nostre scuole, le nostre università sono comunità prima ancora che luoghi dove giudicare, mettere voti. Peggio ancora, come pensa qualcuno, infliggere mortificazioni e umiliazioni. Sono luoghi dove accogliere, crescere insieme, fortificare amicizie, superare prevaricazioni, soprusi. Imparare a non restare in silenzio.
    Forse si storce il naso a sentirsi colpevolizzati come adulti in quelle riflessioni, forti sicuramente, insistenti a volte. Forse come ieri sera qualche schiaffo dobbiamo tenercelo per ripartire e capire, ricostruire ritrovando la bussola. Cirenei del nostro Tempo per una strada di riscatto.

    Andrea Bevacqua

  • Onco Med: diagnosi e carezze nel centro storico di Cosenza

    Onco Med: diagnosi e carezze nel centro storico di Cosenza

    Fare in fretta equivale a diagnosi precoce. Parole che ad Onco Med, l’ambulatorio oncologico gratuito nel centro storico di Cosenza, conoscono bene. Sono in tanti a rivolgersi all’associazione che ha sede a pochi metri dalla storica chiazza di pisci (piazza dei pesci).

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    Una ecografia eseguita nell’ambulatorio di Onco Med

    Onco Med: una carezza nel centro storico

    Francesca Caruso è la presidente di Onco Med, vicepresidente è l’oncologo, Antonio Caputo. Francesca ha avuto la forza di trasformare la sofferenza di chi come lei lotta contro il cancro in una carezza verso le persone bisognose di cure e attenzioni. Perché sono tanti, troppi, quelli che non possono accedere a una visita specialistica. Molti fino a poco tempo fa ne avevano la possibilità, oggi è terribilmente cambiato tutto. La pandemia, il caro bollette, l’inflazione, il precariato cronico e tutto il resto hanno innalzato l’asticella di chi ha difficoltà economiche. Quando invece certe malattie, più di altre, sono una lotta contro il tempo. E i tempi della sanità pubblica sono notoriamente troppo dilatati. L’alternativa è il privato con costi spesso proibitivi persino per chi ha redditi accettabili.

    La squadra

    Onco Med è un primo step. Fondamentale. Qui trenta specialisti visitano i pazienti 5 giorni a settimana. «Spesso dopo turni massacranti in ospedale vengono qui e prestano il loro servizio gratuitamente» – spiega Francesca Caruso. Completano la squadra sei volontari di studio. L’ambulatorio è dotato pure di un ecografo.

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    Una delle stanze dell’ambulatorio di Onco Med

    Come nasce Onco Med

    «Abbiamo liste di attesa di pochi giorni. Questa cosa è fondamentale per chi viene da noi» – aggiunge Francesca che spiega la genesi di Onco Med: «Dopo la mia esperienza personale di emigrazione sanitaria e poi il ritorno qui dove ho trovato medici bravissimi. A Roma ricordo un ragazzo che mi ha raccontato di aver venduto i mobili nuovi per le visite della moglie. Quando sarebbero bastate 80 euro per un consulto iniziale, aggiunse. Probabilmente la moglie sarebbe lì lo stesso, oppure no, chi può dirlo! Ma quella storia ha provocato in me un sussulto. Dovevo fare qualcosa. Da lì parlai con il mio oncologo a Cosenza. Partimmo col progetto. Dapprima eravamo in pochi, poi altri amici medici si sono aggregati alla squadra».

    Progetti in cantiere

    «Stiamo lavorando a una proposta di legge regionale per rendere le parrucche oncologiche gratuite o per abbattere un bel po’ i costi come in molte altre regioni d’Italia. Intanto chiediamo alle donne guarite di far rivivere le loro parrucche donandole a chi invece ne ha bisogno adesso». Francesca Caruso ci parla dei progetti in cantiere. Che non sono finiti: «Estetica oncologica è un servizio di skin care e make up che Onco Med vuole offrire ai pazienti. Abbiamo attivato prestigiose collaborazioni con grandi imprese nazionali e internazionali del settore. Persino dalla Corea del Sud, Paese leader nella cosmesi».

     

    Questo articolo fa parte di un progetto socio-culturale finanziato dalla “Fondazione Attilio e Elena Giuliani ETS”. Cosenza sarà per tutto il 2023 Capitale italiana del volontariato. Attraverso I Calabresi la Fondazione intende promuovere e far conoscere una serie di realtà che hanno reso possibile questo importante riconoscimento.

  • Nuovi ospedali in Calabria: la grande farsa della Regione

    Nuovi ospedali in Calabria: la grande farsa della Regione

    Secondo il penultimo annuncio ufficiale sui nuovi ospedali in Calabria, quello della Sibaritide avrebbe dovuto aprire i battenti al più tardi un paio di settimane fa, sedici anni dopo lo stanziamento dei fondi per realizzarlo. A settembre di quest’anno, invece, sarebbe stato il turno di quello di Vibo e a ottobre 2024 quello del nuovo ospedale della Piana. Lo aveva sostenuto a giugno del 2020 l’allora presidente della Regione Jole Santelli in risposta a un’interrogazione dei consiglieri Guccione, Irto, Bevacqua, Tassone e Notarangelo sullo stato di avanzamento dei lavori delle tre strutture.
    L’ottimismo della governatrice era, evidentemente, eccessivo.

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    L’ex presidente della Regione, Jole Santelli

    Prioritari ma non troppo

    Ora, infatti, è arrivato l’ultimo annuncio ufficiale sui suddetti ospedali. E siccome in Calabria i cronoprogrammi sono mobili qual piuma al vento e la memoria degli elettori labile, ai cittadini si dice come se nulla fosse che ci sarà ancora da aspettare. Come minimo un paio d’anni, se non altri quattro. E meno male che – in controtendenza rispetto a quando elogiava le chiusure dei nosocomi in epoca Scopelliti  — «nell’azione di governo il presidente (Occhiuto, nda) ha posto tra le priorità anche la realizzazione dei tre nuovi ospedali».

    Dalla Regione è partito all’indirizzo delle redazioni un comunicato a firma di Pasqualina Straface, presidente della commissione Sanità, dal titolo inequivocabile: «Nuovi ospedali calabresi, consegne previste tra il 2025 e il 2027». Le parole di Straface arrivano al termine di una seduta della commissione con protagonista l’ingegner Pasquale Gidaro. Chi è? Il dirigente del settore Edilizia sanitaria ed investimenti tecnologici della Regione Calabria, audito per l’occasione proprio per sapere da lui a che punto sia la situazione a Vibo, nella Piana e nella Sibaritide.

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    Pasqualina Straface, presidente della commissione Sanità

    Nuovi ospedali in Calabria: la Sibaritide

    Prendiamo l’ultimo caso, visto che a detta di Santelli, l’apertura sarebbe stata a marzo 2023. Occhiuto – era settembre 2022 – diceva che sarebbe stato «pronto entro il prossimo anno». Quattro mesi prima aveva indicato pure il mese: dicembre. Qui si dovevano spendere 144 milioni di euro per avere 376 nuovi posti letto.
    E invece? Invece «La struttura portante sarà conclusa nei prossimi giorni. Al 31 marzo lo stato di avanzamento dei lavori era pari al 24% dell’importo contabile per oltre 26 milioni», scrive Straface nella sua nota.

    Il quadro economico precedente, complice l’innalzamento dei prezzi in ogni settore, nel frattempo è cambiato. Ora servono 42 milioni di euro in più. Diciassette, precisa la consigliera, la Regione li ha già erogati in attesa che arrivi anche una variante al progetto «entro il 29 maggio 2023». Poi altri due mesi di attesa per ottenere i vari pareri e autorizzazioni dagli enti preposti e «potranno ripartire i lavori a pieno regime». Quando finiranno? «Il cronoprogramma – scrive ancora Straface – prevede la consegna dell’ospedale della Sibaritide entro il 2025».

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    Occhiuto sul cantiere del nuovo ospedale della Sibaritide nel maggio scorso

    Nuovi ospedali in Calabria: Vibo Valentia

    E a Vibo si potrà andare nel nuovo ospedale già a settembre come prometteva Santelli? Inutile sperarci. Anche qui i tempi di consegna, tra sequestri del cantiere e altri problemi, sono slittati e i costi schizzati alle stelle. Dai 143 milioni iniziali per 339 posti letto si è passati a 190 milioni di spesa prevista dal nuovo quadro economico.  Quanto alla consegna, qui va peggio che nella Sibaritide. «I lavori del progetto stralcio approvati il 27 febbraio 2023 dovrebbero partire tra fine aprile e di primi di maggio. Si prevede la consegna dell’opera nella primavera del 2026», annuncia Straface nella nota.

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    Uomini della Guardia di Finanza nel cantiere del nuovo ospedale di Vibo

    Nuovi ospedali in Calabria: la Piana

    Quelli messi peggio, però, sono i cittadini della Piana. Ottobre 2024, la data ipotizzata illo tempore dall’ex governatrice, passerà senza che di nuovi ospedali funzionanti si veda l’ombra. E, bene che vada, toccherà attendere altri quattro anni. Qui i posti letto in programma erano 352, almeno fino al 2020, per una spesa di 150 milioni. Ora, stando alla nota di Straface, saranno invece 339, tredici in meno. Ma costeranno 158 milioni, otto in più di prima.

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    Rendering del nuovo ospedale della Piana

    Un certo peso nei ritardi sarebbe addebitabile alla burocrazia. Ma, a riguardo, non bisogna sottovalutare la sagace idea di realizzare la struttura in un’area che richiede il «superamento di problematiche di tipo geologico e geotecnico dovute alla presenza di faglie sismo-tettoniche». Ecco perché il cronoprogramma aggiornato, stando alle parole di Straface, chiarisce che «entro il 2027, infine, è prevista la conclusione dei lavori dell’ospedale».
    Altri tre-quattro anni di attesa (se tutto va bene), insomma. Almeno – Cosenza docet – fino al prossimo annuncio, s’intende.

  • Ponte sullo Stretto, si riparte con le proteste

    Ponte sullo Stretto, si riparte con le proteste

    Una volta realizzato il Grande raccordo anulare, sorse, al suo interno, la città di Roma. E il Canale della Manica? Fu scavato sotto il mare, e dopo, dall’una parte e dall’altra, emersero dalle acque la Francia e l’Inghilterra. Secondo quanto affermato tempo fa dal ministro alle Infrastrutture Salvini, così vanno le cose: cosa se ne farebbero i siciliani di collegamenti decenti tra Messina e Palermo e tra Messina e Siracusa, se, arrivati sullo Stretto, si trovassero davanti a un imbuto, e cioè all’attraversamento via mare?
    Quindi, in attesa delle ferrovie e delle strade da costruire in Sicilia – e in Calabria – intanto facciamo il Ponte.

    Il grande circo del Ponte sullo Stretto di Messina

    Per l’ennesima volta siamo purtroppo qui a parlare della Piramide del Faraone di turno, l’Opera (la maiuscola è d’obbligo) che porterà lavoro, scaccerà via la mafia e la ‘ndrangheta, attirerà milioni di turisti da tutto il mondo per ammirare la settima (l’ottava, la nona) Meraviglia. Intanto è già ripartito lo show, è stata spianata l’arma di distrazione di massa. È ripartita, dopo dieci anni dalla sua messa in liquidazione mai attuata, pure la Stretto di Messina s.p.a., che in decenni ha grattato milioni e milioni di denaro pubblico per il ponte. Naturalmente, non è mancata l’approvazione, con tanto di ostensione del plastico del Ponte nella Camera extra del Parlamento italiano, la trasmissione di cinque minuti del cerimoniere ufficiale della destra italiana Bruno Vespa.

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    L’area che dovrebbe ospitare il ponte sullo Stretto

    Regioni a favore, cittadini contro

    Per fortuna, insieme a tutto il circo, sono ricominciate le iniziative per tentare di contrastare un progetto che, con l’adesione entusiastica delle Regioni Sicilia e Calabria, avrebbe come solo esito certo quello di devastare uno degli scenari più belli del pianeta Terra. Prima in Sicilia, a giugno e ad agosto, e ieri da quest’altra parte, al circolo Nuvola Rossa di Villa San Giovanni, dove si è tenuta, organizzata dal Movimento No Ponte Calabria, un’assemblea molto partecipata. Il comunicato diffuso dal Movimento riferisce di interventi che «hanno ben rappresentato le ragioni dell’opposizione a un progetto propagandistico e, quello sì, fortemente ideologico».

    Villa San Giovanni: la città sotto il ponte

    Il professore Alberto Ziparo, coordinatore del Comitato Tecnico-Scientifico che ha studiato gli impatti del Ponte sullo Stretto, non ha fatto ricorso a giri di parole. E ha denunciato che «allo stato attuale l’unica speranza per avere un progetto esecutivo del ponte non è rappresentata da svedesi o cinesi, ma da un miracolo dello Spirito Santo!».
    WWF e Legambiente hanno focalizzato la loro attenzione sulla «necessità di salvaguardare un’area la cui immensa biodiversità è unica al mondo». Area che non ha certamente bisogno di interventi di così grande impatto, perché la sua «valorizzazione rappresenterebbe un elemento di richiamo ancora più attrattivo del ponte stesso».

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    La variante di Cannitello

    La sindaca di Villa, Giusi Caminiti, ha ricordato «l’impatto della variante di Cannitello, imposta come opera propedeutica al Ponte, che ancora oggi rappresenta un ecomostro, con le “opere compensative” ferme al palo da anni». E ha rilevato che «nessuna opera può compensare gli impatti per quella che diverrebbe la “città sotto il ponte”».

    Ogni lunedì contro il Ponte sullo Stretto di Messina

    L’appuntamento di Villa è servito per rilanciare la mobilitazione e renderla continua e costante. Il prossimo è previsto per il 17 aprile, cui ne seguiranno altri ogni lunedì, sempre al Nuvola Rossa. Lo spazio villese, si ricorda nel comunicato, «è nato proprio sull’onda della mobilitazione No Ponte».

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    Un momento dell’assemblea dei No ponte a Villa San Giovanni

    Lo hanno inaugurato in occasione del primo anniversario della morte di Franco Nisticò, ex sindaco di Badolato in prima fila in questa battaglia. Nisticò trovò la morte il 19 dicembre 2009 mentre stava intervenendo ad una manifestazione a Cannitello di Villa San Giovanni. Su quello stesso palco e quella stessa tragica sera avrebbe dovuto esibirsi, insieme ad altri artisti di fama nazionale, il rapper reggino Kento, il quale, ora, desidera fortemente «restituire a quello spazio colori, allegria, musica e idee».

    Trasporti via mare vs Ponte sullo Stretto

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    Un traghetto della Caronte&Tourist davanti al porto di Messina

    Ed è di questo, io credo, che la nostra terra ha bisogno, oltre che delle infrastrutture di supporto per consentire a chiunque di raggiungerla in sicurezza e in tempi adeguati, dall’uno e dall’altro versante dello Stretto. Per attraversare il quale, senza deturparlo, è sufficiente un intervento, certamente meno costoso, di potenziamento del trasporto marittimo. Sono questi i problemi – e tanti altri, considerato che certamente non ve n’è penuria – sui quali si dovrebbe concentrare l’attenzione dei governanti locali e nazionali.
    Le Piramidi stanno bene in Egitto, e non ne servono altre dalle nostre parti.

  • James Maurice Scott: un esploratore britannico a tu per tu con la ‘ndrangheta

    James Maurice Scott: un esploratore britannico a tu per tu con la ‘ndrangheta

    James Maurice Scott: un suddito di Sua Maestà Britannica in Aspromonte. Oggi non farebbe quasi notizia, come tutte le presenze anglosassoni nell’era del turismo di massa.
    A fine anni ’60 le cose erano diverse.
    La Calabria affrontava una transizione importante e sofferta verso la modernità. E uno come Scott, che ne attraversò a piedi le parti interne, poteva fare strani incontri e vivere qualche avventura ancora più strana.
    Per lui tutto questo non era un problema: infatti, era un esploratore di lunga esperienza.
    Che volete che fosse la ’ndrangheta per uno come Scott?

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    James Maurice Scott

    James Maurice Scott in Calabria prima di Montalto

    «C’erano jeep piene di carabinieri armati dappertutto», racconta l’esploratore nel suo diario.
    E prosegue, con tono divertito: «Era stato allestito quello che appariva a tutti gli effetti un quartier generale con le antenne radio e tutto il resto, mentre un elicottero ci girava letteralmente intorno». Di più: «Ero l’unico uomo disarmato e non in uniforme nel raggio di diverse miglia».
    Qualche tempo dopo, Scott apprende il motivo dello spiegamento di forze: «I carabinieri avevano ricevuto una soffiata sul fatto che la Mafia siciliana e quella locale avrebbero tenuto una specie di meeting sull’Aspromonte».
    Non può mancare, a corredo, un tocco di ironia british: «Non posso fare a meno di confessare che io stesso avrei tanto desiderato d’essere arrestato. Avrei potuto tenere banco per anni con quella storia». Già: «Ero rimasto deluso anche perché ero stato già arrestato un’altra volta sui Pirenei». Evidentemente, le Forze dell’ordine italiane erano di tutt’altra pasta rispetto a quelle della Spagna franchista.

    L’appostamento

    Scott non è un mostro di precisione sulle date e nella descrizione dei luoghi. Ma due elementi di questo racconto sono certi.
    Il primo: James Maurice Scott arrivò sull’Aspromonte nell’estate del ’69. Il secondo: in quell’estate le Forze dell’ordine tentavano in effetti di stringere il cerchio.
    Tutto lascia pensare che l’esploratore britannico si sia imbattuto in uno di quei tentativi di retata, coordinati dal questore Emilio Santillo, che avrebbe fatto il colpo grosso qualche mese dopo, con la retata del summit di Montalto, condotta con meno uomini (solo ventiquattro poliziotti) e mezzi.

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    Il questore Emilio Santillo

    Il summit di Montalto

    Il summit di Montalto è in parte una leggenda metropolitana, perché il processo che seguì al blitz si ridusse a poca cosa.
    E si sgonfiò in appello con assoluzioni importanti.
    Eppure le premesse erano golose, almeno per gli inquirenti e per i cronisti.
    Infatti, al megaraduno avrebbero partecipato i capibastone della ’ndrangheta di tutta la Calabria, ad esempio Antonio Macrì, Mico Tripodo, Giovanni De Stefano e Antonio Arena di Isola Capo Rizzuto.
    Più due big della destra, allora extraparlamentare, ma prossima a importanti conati eversivi: Junio Valerio Borghese e Stefano delle Chiaie.
    Non a caso, nell’ordine del giorno del summit c’era l’ipotesi di allearsi con l’estrema destra, che all’epoca era in prima fila nei moti di Reggio.

    Dal summit alla guerra di ‘ndrangheta

    Giusto due suggestioni per gli amanti dei “Misteri d’Italia” e delle relative dietrologie.
    L’ipotesi di alleanza con l’estrema destra, che in parte si realizzò, fu uno dei punti di rottura degli equilibri mafiosi e portò alla prima, terribile guerra di ’ndrangheta.
    Inoltre, il fremito eversivo destrorso prese corpo per davvero: ci si riferisce all’operazione Tora Tora. Ovvero al tentativo di golpe ideato da Borghese. E sul ruolo di Delle Chiaie e della sua Avanguardia nazionale c’è una letteratura corposissima.
    In tutto questo, resta una domanda: cosa ci faceva Scott in Aspromonte in quello scorcio di fine anni ’60?

    Al centro nella foto, Junio Valerio Borghese

    James Maurice Scott l’esploratore di Sua Maestà

    Tornato in Inghilterra, Scott affidò il suo diario di viaggio all’editore Geoffrey Bles, il quale ne ricavò un volume simpaticissimo, stando agli addetti ai lavori, intitolato A Walk Along the Appennines e uscito nel ’73.
    Il libro non è mai uscito in Italia. Solo di recente, Rubbettino ha tradotto e pubblicato la parte calabrese del viaggio di Scott, col titolo Sull’appennino calabrese.
    Ma chi era James Maurice Scott? Le sue biografie danno l’idea di un folle geniale.
    Figlio di un magistrato coloniale, Scott nasce in Egitto nel 1906, si laurea a Cambridge e poi si dà alla sua vera passione: la vita spericolata.
    Le sue bravate sono epocali: nel’36 si propone di scalare l’Everest, ma è escluso per un soffio dal corpo di esploratori britannici. Ma si rifà in guerra, durante la quale è istruttore dei corpi speciali. E gli resta un primato: l’esplorazione del circolo polare artico, per cercare un collegamento rapido tra Gran Bretagna e Canada.
    Poi, nel ’69, praticamente a fine carriera (sarebbe morto nell’86) decide di attraversare l’Italia a piedi. Ma, dopo questo popò di esperienza, il Belpaese per lui è la classica passeggiata…

    Un’immagine di Reggio Calabria durante i moti

    L’ultimo viaggiatore romantico

    James Maurice Scott, una volta varcato il Pollino diventa l’ultimo dei viaggiatori britannici che hanno girato la Calabria in epoche improbabili, con mezzi di fortuna o addirittura a piedi. È il caso di citarne due assieme a lui: Craufurd Tait Ramage (che ci visitò nel 1828) e Norman Douglas.
    Zaino in spalla, bastone in mano e pipa in bocca, Scott ha attraversato l’Italia dalle Alpi a Reggio.
    E si è divertito non poco, soprattutto nel nostro entroterra, dove allora iniziava lo spopolamento. Infatti, nella parte finale del suo viaggio, l’esploratore di Sua Maestà Britannica, racconta aneddoti gustosi e spara sentenze originali e, a modo loro, “affettuose”. Ne basta una sulla Sila.
    Dopo aver paragonato i paesaggi montani calabresi a quelli norvegesi o britannici, Scott spara un giudizio fulminante sulle montagne che sono diventate sinonimo di Calabria: «La Sila non è intrinsecamente italiana, e se imita altre terre tende a farlo meno bene». Una boutade in linea col personaggio.

  • Calabria News 24: raccontare la complessità e unire le forze

    Calabria News 24: raccontare la complessità e unire le forze

    Raccontare la Calabria dei territori e delle sue eccellenze. Senza dimenticare le ombre, che ci sono in ogni dove. Non solo nella nostra regione. È questo l’obiettivo di Calabria News 24, network dei giovani editori Marco e Pierpaolo Olivito. Un impegno quotidiano, il loro, per costruire reti e migliorare una serie di servizi di comunicazione e informazione capillari.

    Con oltre 220mila follower sui social network CalabriaNews24 rappresenta una realtà molto importante dal Pollino allo Stretto. E non solo. Sono numerosi i progetti che vedono protagonisti la squadra di giornalisti e comunicatori in giro per l’Italia.

    Tra gli obiettivi degli editori Marco e Pierpaolo Olivito spicca la costruzione di reti e collaborazioni prestigiose. Alcune già in essere, altre in cantiere. Nella consapevolezza che uniti si possa fare una informazione più attenta e approfondita. Attraverso web tv, radio, siti e un modo di fare giornalismo attento alla complessità e alle diversità.