Categoria: Fatti

  • Più alberi, meno cemento: le città del futuro sono verdi, ma Reggio se n’è accorta?

    Più alberi, meno cemento: le città del futuro sono verdi, ma Reggio se n’è accorta?

    «Oggi gli spazi esterni sono troppo “minerali” (cementati, ndr). Le superfici costruite e coperte in calcestruzzo producono un’isola di calore attraverso l’assorbimento di energia solare. Questa situazione dovrebbe essere rovesciata togliendo il calcestruzzo e creando un’isola fresca grazie alle superfici alberate».
    A parlare è l’architetto paesaggistico belga Bas Smets in un’intervista apparsa su Pianeta 2030 del Corriere della Sera. Di recente il team che guida si è aggiudicato, insieme agli studi GRAU e Neufville-Gayet, il concorso indetto dalla Città di Parigi per riqualificare l’area circostante Notre Dame.

    Un giardino per Notre Dame

    Lo stesso Smets collabora, per la parte relativa al verde, con lo studio LAN che ha vinto il Concorso di idee per il Grande MAXXI a Roma. La giuria ha scelto il progetto per «il rapporto con il contesto urbano, la presenza di un giardino pensile generoso e accessibile e allo stesso tempo di forte valore architettonico». Per quanto concerne Notre Dame, nel progetto è previsto un piazzale-sagrato circondato da un bosco con cento alberi; un sistema di irrigazione che rinfrescherà la piazza con uno strato d’acqua di 5 millimetri. Una fontana orizzontale, utilizzando l’acqua piovana raccolta, ridurrà la temperatura di parecchi gradi. Insomma, una piccola oasi verde in grado di migliorare il microclima. Tutto ciò entro il 2027, per una spesa di 50 milioni.

    L’isola climatica al Grande MAXXI di Roma

    Passiamo al Grande MAXXI di Roma, il cui progetto esecutivo sarà completato entro quest’anno. La parte che qui interessa è quella che prevede la cosiddetta rinaturalizzazione dello spazio tutto attorno all’edificio – realizzato su progetto di Zaha Hadid – fino a coinvolgere il quartiere Flaminio. Bas Smets e il suo team hanno proposto una soluzione non solo e non tanto estetica; parchi e giardini e orti produttivi, certo, ma anche la realizzazione di un sistema in grado di «creare un’isola climatica che migliorerà le condizioni di vivibilità dell’area».

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    Il progetto dello studio italo-francese LAN, vincitore del concorso internazionale di idee per il Grande MAXXI a Roma

    Secondo Stefano Mancuso, neurobiologo vegetale, intervistato da Pianeta 2030 del Corriere della Sera, «Il MAXXI ha grandi superfici in cemento impermeabile completamente esposte a luce solare e nessuna ombra, frutto di una progettazione di un tempo in cui non si immaginava che il riscaldamento globale sarebbe arrivato a cambiare le nostre vite in un tempo così breve. Uno dei problemi fondamentali degli edifici con funzione sociale in città sarà di svilupparsi in un modo che ci aiuti a sfuggire alle ondate di calore».

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    Come cambierà l’interno del MAXXI

    E ancora: «Bas ha previsto un enorme numero di alberi in grado di ombreggiare e allo stesso tempo raffreddare una grande superficie non solo attraverso l’ombra: gli alberi assorbono acqua e la traspirano attraverso le foglie rinfrescando l’ambiente circostante, con un processo identico a quello dei condizionatori in casa. Con una progettazione adeguata e un uso studiato degli alberi in ambiente urbano si può pensare di ridurre la temperatura in città anche di 7-8 gradi centigradi».

    330 milioni di euro per 14 città metropolitane

    Perché tratto queste due progettazioni? Scrive la Commissione europea che «la promozione di ecosistemi integri, infrastrutture verdi e soluzioni basate sulla natura dovrebbe essere sistematicamente integrata nella pianificazione urbana, comprensiva di spazi pubblici e infrastrutture, così come nella progettazione degli edifici e delle loro pertinenze».
    Il PNRR, dal canto suo, prevede lo stanziamento di 330 milioni di euro per le 14 città metropolitane per «tutela e valorizzazione del verde urbano ed extraurbano, mediante lo sviluppo di boschi piantando 6 milioni e 600mila alberi».

    Reggio Calabria, gli alberi e il cemento

    E veniamo alla città di Reggio Calabria. Partendo dalla centralissima Piazza De Nava, adiacente al Museo nazionale della Magna Grecia, proseguendo con il Waterfront, con il Museo del Mare, con l’area parcheggio posta accanto al Cimitero cittadino, con il taglio indiscriminato di alberi in spazi pubblici posti in via Pio XI e accanto all’Istituto d’Arte. Ebbene, in tutti questi casi, cosa ne è dell’impostazione oramai accettata e promossa in tante città europee (ad Arles, in Francia, l’ex area industriale è stata trasformata in un parco cittadino, introducendo 80.000 piante di 140 specie diverse) e della quale i due riportati sono gli esempi più eclatanti? Nulla!

    Tutto è figlio dell’improvvisazione, dell’assuefazione ad un modello vecchio. Dice ancora Mancuso: «(Le città) sono state costruite, immaginate, esclusivamente per essere il luogo degli uomini, dove essi vivono e abitano. Una cosa antica, che risale ai primi insediamenti umani, questo dividere, separare con mura e fossati il luogo di vita da una natura percepita come ostile».

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    Reggio Calabria, pini ancora sani abbattuti nei pressi del cimitero di Condera per far spazio al cemento (foto Italia Nostra)

    Noi continuiamo a costruire case e città alla stessa maniera, anche se oggi non è più la natura ad essere ostile nei nostri confronti, ma noi ad essa. «Dovremmo perciò immaginare città in cui la natura, gli alberi, entrino per permeazione nel tessuto urbano. Oggi la copertura arborea media di una città europea è intorno al 7 o all’8 per cento. Invece dovremmo puntare ad arrivare al 40% di superficie arborea. E non per motivi estetici ecologici ma di pura sopravvivenza; specialmente nelle città italiane che stanno nella cosiddetta area hot spot (si riscalda più in fretta). Se vogliamo continuare a vivere in queste città dovremo per forza di cose immaginare delle soluzioni vegetali».

    Alberi o ancora il dio calcestruzzo?

    Bisogna, insomma, eliminare l’hardscape (il paesaggio di infrastrutture e cemento) ed allargare il softscape «per aumentare la permeabilità dello strato di terra al fine di immagazzinare l’acqua piovana in loco. Anche il deflusso proveniente dalle piazze e dagli edifici potrebbe essere mantenuto in loco. Nuovi prati e alberi aiuteranno a riportare l’umidità nell’aria e a creare un microclima esterno più fresco».
    Gli effetti del cambiamento climatico nelle aree urbane56% della popolazione mondiale adesso, 70% entro il 2050 – li viviamo ormai quotidianamente. L’Istat ha rilevato che nel 2020 nei capoluoghi di regione la temperatura media annua è aumentata di 1,2 gradi rispetto al valore medio del periodo 1971-2000, arrivando a 15,8°.

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    Uno scatto da “Cemento amato”, progetto del fotografo Angelo Maggio sul non finito calabrese

    Davanti a queste evidenze, e alle opportunità offerte dalle nuove tecnologie e dai fondi disponibili, non è più rinviabile un cambiamento di paradigma. Tra l’altro, come possiamo pretendere la preservazione e la non entropizzazione per fini di coltivazione ed altro, ad esempio, della foresta amazzonica, se noi non facciamo la nostra parte?
    Non ci possiamo permettere di essere ancora e sempre governati dal dio calcestruzzo. È ormai acclarato che questo modello non regge, rende brutti i nostri centri urbani e ne peggiora la vivibilità. Prendiamone atto, una volta per tutte.

    Nino Mallamaci

  • Agostinelli e Gioia Tauro: a chi non piace il presidente del porto?

    Agostinelli e Gioia Tauro: a chi non piace il presidente del porto?

    La tenuta democratica della nostra regione si misura anche da quello che succederà dopo l’aggressione al presidente del porto di Gioia Tauro Andrea Agostinelli. L’ammiraglio è stato apostrofato e poi stretto al collo da due signori, sul traghetto fra Messina e Villa San Giovanni, nel pomeriggio del 25 aprile. Agostinelli è andato in ospedale, e poi ha denunciato tutto ai carabinieri.

    Prima commissario e poi presidente, con responsabilità in altri porti della Calabria, Agostinelli è una persona che non le manda a dire e che ha dimostrato ancora una volta di avere coraggio. Poteva non denunciare, poteva stare zitto e chiudere con il solito “chiarimento”. Su quel traghetto credo si sia sentito solo.

    Il porto di Gioia Tauro e i risultati di Agostinelli

    E quindi il tessuto democratico – la politica, i cittadini, l’informazionedeve fare sentire la sua voce in questa storia. Anche per i risultati che Agostinelli ha portato: Gioia Tauro è il primo porto italiano per movimento container, e questo non fa piacere ad altri scali del Nord. Compete con Algeciras, Pireo, è all’ottavo posto in Europa.
    Con un migliore collegamento ferroviario – che Agostinelli ha chiesto per anni e solo recentemente ottenuto – Gioia sarebbe ancora più forte. Con una Zes vera – e cioè non capannoni vuoti, anni di truffe – sarebbe il volano economico per tutta la Calabria.

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    Navi cariche di container nel porto di Gioia Tauro

    Se il porto di Gioia Tauro non è più noto solo per i sequestri di droga, se non viene più definito il porto della cocaina, se il terminalista Mct ha deciso di investire in strutture e occupazione, questo si deve anche a lui. Le ultime tre gru sono arrivate in febbraio dalla Cina, ogni gru vale 150 posti di lavoro.

    Trent’anni indietro

    A chi non piace Agostinelli? C’è una questione legale in corso, legata a un tragico incidente sul lavoro. Accusato di comportamento omissivo, dovrà subire un processo. È stato rinviato a giudizio, si difenderà. Nel frattempo ha tolto la concessione alla ditta che stava effettuando quei lavori. È questo il motivo dell’aggressione? Non lo sappiamo. Ma sappiamo che senza Agostinelli si torna indietro di trent’anni, al deserto e al deficit.

  • Dov’è finita la sinistra?

    Dov’è finita la sinistra?

    “Mi è scomparsa la sinistra”. Recitava così una vignetta di Vauro di qualche anno fa sul Manifesto. Il tempo passa, il problema resta. Nel frattempo al governo del Paese, e non solo, le destre avanzano inesorabili. Di fronte a uno scenario così c’è chi pensa di interrogarsi sulla crisi della gauche. Sinistra! (Einaudi 2023) di Aldo Schiavone prova a intravedere delle traiettorie. Non fornisce spiegazioni prêt-à-porter, non è una cassetta degli attrezzi. Ma offre spunti, riflessioni, domande.

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    Da sinistra: Aldo Schiavone; Domenico Cersosimo; Gabriele Passarelli; Massimo Veltri; Antonlivio Perfetti

    Ieri lo storico napoletano ha presentato il suo libro a Cosenza nella sala conferenze di Villa Rendano nell’ambito di “Libri in villa”, il ciclo di incontri organizzato dalla Fondazione Attilio ed Elena Giuliani. Era presente il presidente Walter Pellegrini e il membro del CdA, Francesco Kostner.
    Il dibattito è stato moderato dal giornalista Antonlivio Perfetti, direttore di Camtele3tv.it.
    Oltre all’autore de libro, sono intervenuti: l’economista e docente dell’Unical, Mimmo Cersosimo; Gianluca Passarelli, docente di Scienze Politiche alla Sapienza di Roma; l’ex senatore e docente dell’Unical, Massimo Veltri.

    Dalla coppia potenza/atto di Aristotele fino alla dialettica servo-padrone di Hegel, Schiavone tira fuori molti arnesi del pensiero occidentale per generare una diagnosi impietosa: «La sinistra ha smesso di pensare, perché la realtà ha superato il suo pensiero, le categorie di Marx non possono più spiegare il reale, le sinistre perdono la base sociale di riferimento». L’intellettuale napoletano intravede nella tecnica la possibilità di riannodare «l’inclusività dell’umano», tipica delle sinistre. Quella stessa tecnica troppo spesso «demonizzata».
    Per il prof Mimmo Cersosimo quello di Schiavone è «un libro denso, profondo, eretico». Un testo su una sinistra che «ha perso la testa ma non il cuore».

    Il prof Passarelli è perentorio: «Un libro che fa domande, non dà risposte. Schiavone propone un nuovo umanesimo politico. E si rivolge sostanzialmente al Partito democratico».
    Per l’ex senatore Veltri «la crisi degli intellettuali» è uno dei fenomeni tipici della crisi della sinistra. Proprio loro così in grado di «leggere il passato per affrontare il futuro come dice Schiavone».

  • Calabresi: ultimi in tutto, primi nell’ottimismo

    Calabresi: ultimi in tutto, primi nell’ottimismo

    Nei giorni scorsi l’istat ha pubblicato l’undicesimo rapporto Bes (Benessere equo e sostenibile) in Italia. Questo si basa su 88 indicatori per 12 categorie che inquadrano questioni concrete e rilevanti.
    Il dossier conferma il divario tra le regioni italiane nelle 12 categorie eaminate: salute, istruzione e formazione, lavoro e conciliazione dei tempi di vita, benessere economico, relazioni sociali, politica e istituzioni, sicurezza, benessere soggettivo, paesaggio e patrimonio culturale, ambiente, innovazione ricerca e creatività e qualità dei servizi.
    La Calabria ne esce male, in alcuni casi molto
    Sono solo un paio gli indicatori in miglioramento: l’ottimismo e la mortalità per tumori.

     lo dice l’Istat: la Calabria è la più ottimista

    Nel 2021 si registra la più alta percentuale di chi guarda al futuro con ottimismo.
    Lo scorso anno, invece, gli ottimisti calano di botto.
    L’analisi territoriale mostra come il Nord-ovest abbia recuperato nel 2022 in tutti gli indicatori di benessere il proprio vantaggio sul resto del Paese, perso durante la pandemia.
    In particolare, per quel che riguarda la soddisfazione per il tempo libero, calata nel 2021 e risalita al 68,4% di persone molto o abbastanza soddisfatte.
    Questo risultato tuttavia non è sufficiente a raggiungere i valori del 2019 (71,7%).
    Il Molise ha un valore di crescita superiore alla media e una percentuale di soddisfatti prossima alla media. ma la Calabria si distingue per il più elevato livello di crescita rispetto al 2019: dalla 20esima alla 11esima posizione.

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    L’Istat “fotografa” il Paese: un’immagine-simbolo del rapporto Bes 2922

    Per quanto riguarda la soddisfazione per il tempo libero la situazione è ancora più articolata e non si individuano condizioni omogenee. Tuttavia la Calabria raggiunge una posizione in linea con la media nazionale e, insieme a Umbria e Campania, rappresenta l’unico territorio che ha recuperato e superato i livelli di soddisfazione del 2019. I soddisfatti della propria vita, in Calabria sono il 46,8%, su una media del 40.5% al Sud. I soddisfatti per il tempo libero sono il 65,8%, su una media del 63,8% al Sud. In entrambi i casi la Calabria non è la regione con più ottimisti in termini percentuale ma quella dove sono aumentate di più le persone ottimiste.

    Tumori: per l’Istat in Calabria si muore meno

    L’Istat indica un netto miglioramento nel Sud profondo. Infatti tra il 2019 e il 2020 la mortalità per tumore cresce in quasi tutte le regioni del Mezzogiorno, con la felice eccezione della Calabria, che è al primo posto delle regioni virtuose (o “graziate”).
    Ma contemporaneamente diminuisce in tutte le altre regioni italiane, salvo in Liguria in cui rimane stabile.

    La Calabria invecchia male

    La media nazionale è di 60,1 anni, ma la Calabria è la maglia nera di questa sotto classifica con 53 anni. Per la precisione, sono 53,1 per gli uomini (su una durata media della vita di 79,5 anni) e di 53 per le donne (su 83,8 anni).
    Nel 2022, la speranza di vita in buona salute si stima pari a 60,1 anni, mentre nel 2021 ammontava a 60,5 anni e nel 2020 a 61,0, a fronte di 58,6 nel 2019.
    L’indicatore manifestava una certa stabilità prima della pandemia, con un range compreso tra 58,2 e 58,8 anni nel periodo 2012-2019. Gli ultimi 3 anni sono, un periodo di turbolenze eccezionali, che richiedono una forte cautela nell’interpretazione.
    A livello territoriale si conferma nel 2022 lo svantaggio del Sud. Le regioni del Nord, con le eccezioni della Liguria (59,1 anni) e dell’Emilia Romagna (59,9 anni), mostrano valori della vita media in buona salute tutti al di sopra della media nazionale.
    Stesso discorso nel Centro, ad eccezione delle Marche (60,2) che ha un valore in linea con la media dell’Italia.
    Nelle regioni del Sud si registrano tutti valori inferiori alla media nazionale. La Calabria, pur migliorando rispetto al 2019, continua a posizionarsi ai più bassi livelli (53,1, ben 16 anni in meno rispetto al livello più alto raggiunto dalla Provincia autonoma di Bolzano).

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    Terza età; sempre più precaria la salute degli anziani

    Troppi morti si potevano evitare

    Il concetto di mortalità trattabile e prevenibile proposto dall’Istat si basa su un concetto particolare: che certe morti (per gruppi di età e malattie specifiche) si sarebbero potute evitare se ci fosse stato un sistema di salute pubblica più efficace e interventi medici immediati.
    Anche in questo caso la Calabria presenta criticità.
    Sardegna e Valle d’Aosta hanno una mortalità prevenibile al di sopra della media nazionale e tassi di mortalità trattabile nel livello medio. Al contrario, Puglia e Calabria si caratterizzano per tassi di mortalità trattabile al di sopra della media nazionale e tassi di mortalità prevenibile al livello medio o lievemente al di sotto della media nazionale.

    Istat e scuola: la Calabria è la meno istruita

    Nel 2022 ricresce il numero di diplomati e laureati, ma l’Italia è ancora lontana dalla media europea. Nel 2022 il 63,0% delle persone tra i 25 e i 64 anni ha almeno una qualifica o un diploma secondario superiore (più 0,3 punti percentuali rispetto al 2021) rispetto a una media europea di circa il 79,5%.
    Superano il 70% Friuli-Venezia Giulia (71,2%), Umbria (71,5%), Provincia Autonoma di Trento (72%) e Lazio (72,1%). Sono meno del 60% Sicilia (52,4%), Puglia (52,5%), Campania (53,8%), Sardegna (54,6%) e Calabria (56,6%).

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    Secondo l’Istat la Calabria è la regione meno istruita

    Analfabeti anche nel digitale

    Le competenze digitali restano una prerogativa delle persone con titolo di studio più elevato. Infatti il 75,9% di chi ha almeno la laurea possiede delle competenze digitali almeno di base, contro il 53,8% dei diplomati e il 21,9% di chi ha un titolo di studio più basso.
    Dall’analisi territoriale emerge un forte gradiente tra Centronord e Mezzogiorno. In particolare, le regioni con la quota più alta di persone con competenze digitali almeno di base sono il Lazio (52,9%), seguito dal Friuli Venezia Giulia (52,3%) e dalla Provincia Autonoma di Trento (51,7%). All’opposto si collocano Sicilia (34,0%) e Campania (34,2%) e ultima la Calabria (33,8%).

    Studenti: secondo l’Istat in Calabria i più “ciucci”

    Gli studenti hanno livelli ancora profondamente diseguali e questa forbice è cresciuta con la pandemia.
    Nell’anno scolastico 2021-2022, il primo di ritorno quasi totale alle lezioni in presenza, le competenze dei ragazzi di terza media non sono ancora tornate ai livelli pre-pandemici. Calabria agli ultimi posti.
    I ragazzi e le ragazze che non hanno raggiunto un livello di competenza almeno sufficiente (i low performer) sono il 38,6% per la competenza alfabetica (in aumento rispetto al 2019, +3,4 punti percentuali e stabili rispetto al 2021) e il 43,6% per quella numerica (in aumento rispetto al 2019, 4 punti percentuali di più ma comunque in miglioramento rispetto al 2021, (meno 0,9).
    In alcune regioni del Mezzogiorno l’indicatore evidenzia forti criticità: più del 50% dei ragazzi e delle ragazze insufficienti nelle competenze alfabetiche (in Calabria 51,0% e in Sicilia 51,3% ) e in quelle numeriche (Calabria 62,2%, Sicilia 61,7%, Campania 58,2%, Sardegna 55,3% e Puglia 50,3%).

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    Lavoratori in protesta

    Redditi: per l’Istat la Calabria è ultima

    Nel 2021 persiste un’elevata disuguaglianza dei redditi. In Calabria c’è il dato medio peggiore d’Italia rispetto al reddito lordo pro capite: 14.108 euro, laddove la media al Sud è di 15.11 euro.
    Rischio di povertà: terzultimi, dietro solo al Campania e Sicilia ma di poco: 33,2% contro il 37,6% e il 38,1%.
    Nel 2021, gli indicatori non monetari che descrivono le condizioni di vita delle famiglie hanno registrato un peggioramento rispetto al 2019. Tuttavia il numero di poveri assoluti è in calo.
    Nelle regioni del Mezzogiorno il rischio di povertà più elevato si associa a una più alta disuguaglianza (rapporto tra il reddito posseduto dal 20% più ricco della popolazione e il 20% più povero) che supera il valore medio dell’Italia (adesso 5,9, rispetto al 5,7 dei redditi del 2019). Ecco le maglie nere: Sardegna (6,1), Calabria (6,4), Sicilia e Campania (7,2 e 7,5 rispettivamente).

    Incendi: la Calabria brucia di più

    Incendi in salita nel 2021, sia nella quantità (+23,1% sull’anno precedente) sia nella dimensione media (più che raddoppiata, da 11,4 a 25,4 ettari).
    In tutto sono andati in fumo 152 mila ettari, pari al 5 per mille della superficie italiana. L’indicatore dell’impatto degli incendi boschivi, in crescita per il terzo anno consecutivo, ha un valore largamente superiore a quello medio degli altri paesi Ue dell’Europa meridionale, fra i quali ci batte solo la Grecia (8,2 per mille).
    Più del 75% della superficie bruciata è localizzata in Calabria, Sicilia e Sardegna, dove condizioni climatiche avverse (temperature elevate, forte ventosità e siccità prolungata) hanno favorito gli incendi e reso più difficili gli spegnimenti.

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    Cenere e desolazione nel Parco d’Aspromonte dopo i terribili incendi dell’estate 2021

    L’aria peggiore si respira in Calabria

    Peggiora in Calabria la qualità dell’aria. Nel 2021 Centro e Sud si tallonano (rispettivamente 65,0% e 63,9%) ma, per fortuna, in meglio (erano, rispettivamente, 71,7% e 72,3% nel 2020). Fanno eccezione il Molise e la Calabria dove si registra un peggioramento della qualità dell’aria.

    Cchiù acqua ppe’ tutti? In Calabria proprio no

    Reggio Calabria è tra i Comuni capoluogo che hanno adottato le misure di razionamento idrico più drastiche.
    Nel 2021, 12 capoluoghi di provincia (più Reggio Calabria, Catania e Palermo, come capoluoghi di città metropolitana) hanno razionato l’acqua potabile, con un incremento (più 4 Comuni) rispetto al 2020. Questo problema non è più esclusivo del Mezzogiorno: infatti anche Prato e Verona hanno disposto il razionamento dell’acqua nei mesi estivi.

    Depurazione: in Calabria si intorbidano le acque

    Circa 1,3 milioni di cittadini risiedono in Comuni completamente privi di depurazione.
    Gli impianti di depurazione delle acque reflue urbane sono infrastrutture essenziali per la salute pubblica.
    L’assenza di depurazione coinvolge 296 Comuni. Il dato è in calo rispetto al 2018 (-13% di comuni, -19% di residenti).
    Il 67,9% di questi Comuni è localizzato nel Mezzogiorno (soprattutto in Sicilia, Calabria e Campania, coinvolgendo rispettivamente il 13,1%, 5,3% e 4,4% della popolazione regionale).
    Molti impianti in queste regioni sono inattivi poiché sotto sequestro, in corso di ammodernamento o in costruzione.
    Dei 296 comuni privi di depurazione 67 si trovano in zone costiere, per lo più in Sicilia (35), Calabria (15) e Campania (7), per circa 500mila abitanti.

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    Il depuratore di Caulonia

    Clima: secondo l’Istat la Calabria è la più insensibile

    La maggiore sensibilità ai cambiamenti climatici si osserva nelle regioni del Centro (72,7%, maglia rosa alla Toscana con il 73,4%) e del Nord (72,1%, Veneto sul podio con il 75,9%).
    Ad eccezione di Emilia-Romagna (69,8%) e Bolzano (68,6%), in tutte le regioni settentrionali, centrali e insulari la percentuale risulta sopra la media (71,0%). Invece, al netto dell’Abruzzo (71,8%), la preoccupazione risulta inferiore alla media in tutte le regioni del Sud (67,3%), dove “vince” la Calabria (62,0%).

    Sanità: troppo pochi gli infermieri

    Per la distribuzione territoriale del personale infermieristico la maglia nera è ancora calabrese. Nel 2021 nel Nordest e al Centro la quota è rispettivamente 6,8 e 7,1 per 1.000 abitanti, mentre nel Nordovest e nelle Isole ci sono solo 6 infermieri per 1.000 abitanti.
    La Calabria è la regione con la minor dotazione, pari a 5,6 per 1.000 abitanti. I territori con maggior disponibilità di infermieri sono il Molise (8,6), seguito dalla provincia autonoma di Trento (8,1), Liguria e Umbria (7,7). E cresce la sfiducia.
    Le percentuali più elevate di sfiducia (0-5) verso medici e altro personale sanitario si riscontrano in Calabria (25,2% verso i medici e 26,1% per l’altro personale), in Molise (21,3% per i medici e 21,7% per l’altro personale) e in Sardegna (20,2% per i medici e 20,6% per l’altro personale).

    Emigrazioni ospedaliere: la Calabria sempre peggio

    La ripresa delle emigrazioni ospedaliere tra 2020 e 2021 ha colpito tutto il territorio nazionale, ad eccezione del Lazio che rimane stabile al 7,1%.
    Le regioni dove la crescita è stata più consistente (circa 2 punti percentuali) sono Calabria, Basilicata, Molise, Liguria e Valle d’Aosta. Nelle regioni più piccole il fenomeno è da sempre particolarmente intenso, anche per la vicinanza di strutture ospedaliere fuori regione: Molise 29,2%, Basilicata 26,9% e Valle d’Aosta 15,4%. In Calabria la percentuale è pari a 20,8%, probabilmente a causa di una carenza infrastrutturale. Infatti è la regione con la minore dotazione di posti letto in degenza ordinaria per acuti: 2,15 per 1.000 abitanti contro 2,55 della media nazionale nel 2020.

    Una protesta contro la Sanità calabrese

    Istat e internet: in Calabria è più lento

    La fibra è la connessione a banda larga dominante nella metà dei Paesi Ocse.
    In Italia la situazione è a macchia di leopardo. Infatti, si passa da regioni che hanno una buona rete come il Lazio (61,3%), la Campania (55,1%) e la provincia autonoma di Trento (52,2%), a situazioni critiche in Basilicata e Calabria (26,9% e 22,8%). Il fanalino di cosa è la Provincia autonoma di Bolzano, dove solo il 12,3% delle famiglie abita in zone servite da Internet veloce.

    Rete idrica: in Calabria la peggiore

    Le famiglie che dichiarano irregolarità del servizio idrico nel 2022 sono il 9,7%, nel 2002. Questo dato è pressoché stabile nell’ultimo triennio.
    Tale quota non è uniforme sul territorio: si passa dal 3,4% del Nord al 7% del Centro per arrivare al 18,6% del Sud e al 26,7% delle Isole.
    Da sempre le situazioni più critiche sono quelle della Calabria (45,1%) e della Sicilia (32,6%), dove si registra un serio problema delle infrastrutture idriche, che causa una costante scarsa qualità dell’offerta del servizio. La Calabria, tra l’altro, è peggiorata rispetto al 2021 (16 punti percentuali in più). Le irregolarità del servizio idrico sono legate anche alla dimensione comunale. La percentuale di famiglie che denunciano irregolarità è pari all’11,9% nei Comuni tra 2.000 e 10.000 abitanti e all’11,5% nei comuni tra 10.000 e 50.000, mentre si dimezza nei Comuni principali delle aree metropolitane (4,1%).

    Corrente a singhiozzo

    Tra le infrastrutture indispensabili c’è la rete elettrica. Nel 2021 l’Autorità per l’energia elettrica (Arera) ha rilevato in Italia 2,1 interruzioni accidentali lunghe (superiori a 3 minuti) e senza preavviso per utente. Questa irregolarità del servizio non riguarda tutto il Paese. Infatti, è quasi assente in Valle d’Aosta, Province Autonome di Trento e Bolzano e in Friuli-Venezia Giulia dove le interruzioni per utente avvengono meno di una volta l’anno. Supera le 3 interruzioni annue per utente in Campania, Calabria, Puglia.

    Sicurezza e crimine: mafia a parte, ce la caviamo

    La Calabria è a metà classifica per la sicurezza urbana. Ma va detto che il dossier non prende in considerazione i reati di mafia.
    Si sentono più sicuri i residenti nei Comuni fino a 2 mila abitanti e in quelli tra 2 mila e 10 mila abitanti, rispetto ai residenti nei comuni di grandi dimensioni.
    Nei comuni tra 2 mila e 10 mila abitanti le persone maggiori di 14 anni che si dichiarano molto o abbastanza sicure quando camminano al buio da sole è più alta di 17 punti rispetto a quella riscontrata nei Comuni delle aree di grande urbanizzazione (68,4% contro 51,4%).
    Stessa cosa per la percezione del rischio di criminalità (11,2% contro 40,6%) e per il degrado sociale e ambientale (4,0% contro 13,9%).
    La situazione cambia anche in relazione alle fasce di età: i più insicuri sono gli over 75 (41,6%), mentre i giovani e gli adulti percepiscono un maggiore livello di sicurezza (oltre il 66% tra i 20 e i 54 anni).
    Le differenze di genere si mantengono in tutte le fasce di età. In particolare tra i giovani di 20-24 anni. Tra questi il 78,4% dei ragazzi si sente sicuro mentre tra le ragazze della stessa età il valore scende al 51,5%.

  • Eroismo e crimine: la tragedia del gobbo del Quarticciolo

    Eroismo e crimine: la tragedia del gobbo del Quarticciolo

    Roma, 16 gennaio 1945. La Capitale non è più in mano tedesca da circa sei mesi.
    Ora la occupano le truppe inglesi e americane. E quel che resta dello Stato italiano fa il possibile per recuperare una parvenza di vita civile tra le macerie.
    Al civico 12 di via Fornovo, nel quartiere Prati, c’è un uomo in fuga. O meglio, un ragazzo: Giuseppe Albano, che ha quasi diciannove anni, molti dei quali trascorsi tra la piccola delinquenza e la Resistenza clandestina.

    L’appuntamento fatale di Giuseppe Albano

    Albano si nasconde dalle forze dell’ordine e dalle truppe Alleate, che lo cercano per l’uccisione del caporale britannico Tom Linson. Ha un appuntamento con Umberto Salvarezza detto er Guercio, il segretario di Unione proletaria, una formazione di ultrasinstra.
    Il ragazzo aspetta Salvarezza, ma invano. Quindi se ne va. O meglio, ci prova. Poco dopo, lo trovano steso davanti al palazzo dove avrebbe dovuto incontrare il “compagno” Salvarezza con un proiettile conficcato nella nuca.
    Che sia Albano non ci sono dubbi: lo tradiscono l’immancabile borsalino nero, la pistola e la gobba vistosa, che lo ha reso famoso in tutta Roma, dove lo chiamano Peppino il gobbo o il gobbo del Quarticciolo, il suo quartiere di provenienza.

    Un reparto di granatieri affronta i tedeschi a Porta San Paolo

    Calabrese, bandito e partigiano

    Riavvolgiamo il nastro. Giuseppe Albano non è romano de Roma. E neppure burino, che significa provinciale. È un calabrese trasferitosi nella Capitale coi genitori nel ’36 da Gerace Superiore, dov’è nato il 23 aprile del 1926.
    Albano, come tanti immigrati, è un soggetto borderline che campa come può: spesso di piccoli lavori e, in certi casi, infrangendo la legge.
    Infatti, Peppino il gobbo mette su una banda di coetanei, anch’essi originari della Calabria o del Sud.
    Con l’occupazione tedesca della Capitale, Peppino fa il salto di qualità. Il 10 settembre del ’43 affronta una pattuglia tedesca in perlustrazione. Pochi mesi dopo disarma e malmena da solo due avanguardisti, cioè fascisti “juniores” (tra i 14 e i 17 anni di età) che lo minacciano con un pugnale.
    Sono solo due episodi, neppure troppo eclatanti, della carriera resistenziale di Albano, che in pochi mesi diventa un mito nelle borgate e negli ambienti di sinistra.

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    Al centro nella foto, Giuseppe Albano

    Il cadavere che scotta di Giuseppe Albano

    Torniamo alla scena del delitto. Il comunicato ufficiale parla di conflitto a fuoco con i carabinieri. E qui c’è la prima discrepanza: un colpo alla nuca sembra più l’opera di un sicario che l’esito di una sparatoria.
    Ancora: a quel che risulta Albano non avrebbe sparato neppure un colpo.
    Pure la testimonianza di Salvarezza è un capolavoro di ambiguità: il segretario di Unione proletaria sostiene di aver chiamato lui stesso i carabinieri, perché intimorito dal Gobbo. Quest’ultimo, sempre secondo Salvarezza, sarebbe andato a via Fornovo per recuperare dei documenti su incarico di Togliatti.
    Solo successivamente emergerà una versione diversa, quasi opposta: Salvarezza avrebbe incaricato il gobbo di fare un attentato a un comizio comunista. Albano non solo si sarebbe rifiutato, ma avrebbe spifferato tutto al servizio d’ordine del Pci.
    Questo conflitto di versioni non è la sola stranezza di questo delitto e della vicenda del gobbo.

    Giuseppe Albano capopopolo

    C’è Resistenza e Resistenza. Al Nord, le formazioni partigiane ingaggiano i tedeschi e i repubblichini in operazioni di guerriglia, in cui valgono ancora le regole militari.
    A Roma le cose cambiano: le azioni contro gli occupanti somigliano ad atti terroristici. Questo non vuol dire che i partigiani del Nord fossero “buoni” rispetto a quelli romani. Più semplicemente, significa che la Resistenza si adegua al contesto urbano, dove un combattimento tradizionale è semplicemente inconcepibile.
    Logico, allora, che un personaggio come Peppino il gobbo diventi un leader ideale di questo tipo di resistenza: è duro, coraggioso e animato da un particolare senso di giustizia sociale. Che lo fanno notare subito.
    Abilissimo a organizzare raid, attentati e colpi di mano, Albano rende inaccessibili il Quarticciolo e Centocelle a tedeschi e squadristi. «È il più leggendario, il popolo ne racconta le gesta fremendo», scrive di lui Italia libera, l’organo del Partito d’azione.

    La targa celebrativa dei partigiani del Quarticciolo

    Il Robin Hood de’ noantri

    Albano e i suoi mescolano background delinquenziale, ottima conoscenza del territorio e capacità militari.
    E hanno una specialità, che li rende popolari: rapinano treni e depositi per redistribuire viveri e beni di prima necessità agli abitanti delle borgate, ridotti alla fame dalla guerra e dalla borsa nera. Il comando tedesco lo teme al punto di adottare una misura bizzarra e atroce: il fermo di tutti i gobbi di Roma.
    Ma Peppino resta inafferrabile, protetto dalla complicità dei borgatari e, soprattutto, da una grotta riscoperta solo di recente.

    Giuseppe Albano nell’inferno di via Tasso

    Il gobbo è molto politicizzato, ma è il classico cane sciolto: stringe rapporti con Pietro Nenni ed esponenti di spicco del Pci. Tuttavia, non è organico a nessuno, e questo spiega anche alcuni rapporti discutibili, come quello con Salvarezza.
    Albano alza la posta ad ogni giro di vite tedesco. E rischia brutto.
    Il 10 aprile 1944 irrompe in un’osteria del Quadraro e ammazza tre soldati tedeschi come rappresaglia alla strage delle Fosse Ardeatine. La reazione germanica è durissima: Herbert Kappler ordina un maxi rastrellamento della zona, al termine del quale settecento romani sono deportati nel Reich. Metà di loro muore in prigionia.
    Alla fine, le Ss beccano anche il gobbo nei locali di un’azienda dove si era rifugiato. E lo portano nel famigerato carcere di via Tasso, dove subisce le torture dell’altrettanto famigerata banda Koch.
    Ma, ulteriore fortunato paradosso, nessuno riconosce Albano, che resta in galera fino al 4 giugno di quell’anno. Poi, mentre i tedeschi si ritirano, la popolazione libera i prigionieri di via Tasso.

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    Il rastrellamento del Quadraro

    Infiltrati, spie e provocatori

    Torniamo al delitto e, soprattutto a Umberto Salvarezza. Sedicente segretario di Unione proletaria, Salvarezza è un complice delle attività più estreme del gobbo.
    Non ci si riferisce alle azioni contro i fascisti e i tedeschi, ma ai reati comuni della banda di Peppino (omicidi, estorsioni e rapine), in cui l’aspetto politico è davvero labile.
    Il regime è crollato ma la Repubblica non è ancora nata. E Roma non riesce a trovar pace neppure sotto il controllo alleato.
    Anzi, la Capitale diventa un crocevia di traffici e rapporti – politici e non – quantomeno strani. Nei quali uno come Salvarezza sguazza alla grande.
    Infatti, come sa bene la questura di Roma, il segretario di Unione proletaria è una ex spia fascista che tenta di rifarsi la verginità. È un uomo a cavallo di più mondi, inclusi forse i servizi segreti, italiani e Alleati, che tentano di recuperare i fascisti meno compromessi per usarli in funzione anticomunista. Anche Albano finisce in questo gioco complesso.

    Vendicatore e di nuovo bandito

    Dopo l’arrivo degli Alleati, il gobbo del Quarticciolo si mette a disposizione della questura, dove tra gli altri si fa notare Federico Umberto D’Amato, astro nascente dell’intelligence italiana.
    Ufficialmente, Albano dà la caccia ai torturatori della banda Koch e agli ex fascisti. Ma, allo stesso tempo, intensifica le sue attività criminali, appena nobilitate dall’ideologia: le vittime predilette del gobbo sono gli ex fascisti e gli speculatori arricchiti.
    E tra le vittime figura una star: il tenore Beniamino Gigli, considerato un collaborazionista dei tedeschi, che subisce una pesante rapina in casa.

    Beniamino Gigli, la vittima più illustre di Peppino il gobbo

    A tu per tu coi fascisti

    Nella Roma liberata non ci sono solo gli Alleati e i partigiani. Vi operano anche parecchi fascisti, spesso latitanti, che creano varie organizzazioni, tra cui il famigerato Gruppo Onore.
    Che c’entra Albano con questi reduci che lui stesso aveva contribuito a sconfiggere?
    Il collegamento è indiretto e ruota attorno a un altro personaggio, che per ambiguità dà i punti a Salvarezza: il fiorentino Umberto Bianchi, ex deputato socialista convertitosi al fascismo ma finito nei guai per sospetto spionaggio in favore dell’Urss.
    Riabilitato da Mussolini, alla fine della guerra Bianchi si lega a Salvarezza. E i due si danno a doppi e tripli giochi che risulterebbero divertenti se non fossero inquietanti.
    Nella rete di relazioni tessute dalle menti di Unione proletaria c’è davvero di tutto: gli ambienti monarchici e massonici, l’Oss (l’antenata della Cia) gli ex fascisti e l’ultrasinistra. In quest’ultimo caso, va da sé, il collegamento è Albano.

    L’ultima retata

    Il corpo del gobbo è ancora caldo quando la notizia dell’uccisione fa il giro di Roma e, ovviamente, arriva al Quarticciolo.
    A questo punto, la questura decide di liquidare il resto della banda e ordina un blitz nel quartiere che si trasforma in un assedio, con tanto di mezzi blindati. La retata ha successo e tra gli arrestati figura anche Iolanda Ciccola, la fidanzata di Albano.
    Un modo di tappare la bocca a potenziali testimoni scomodi?
    Forse. Per aggiungere ambiguità ad ambiguità, c’è anche la testimonianza di un informatore degli Alleati, che – come riporta lo storico Giuseppe Parlato – definisce il fratello di Albano una spia tedesca. Ultimo, non irrilevante dettaglio: il gobbo si sarebbe avvicinato a Salvarezza su indicazione di Nenni, per tenere sott’occhio Unione proletaria.

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    Gérard Blain e Anna Maria Ferrero ne “Il gobbo”

    Giuseppe Albano dalla storia al mito

    Il Giuseppe Albano reale è dimenticato nel giro di pochi anni. Gli sopravvive il mito, con tutte le sue ambiguità e i suoi paradossi romantici.
    Versione riveduta e più o meno corretta dei leader dei briganti, il gobbo è immortalato nel cinema due volte.
    La prima da Carlo Lizzani, nel suo Il gobbo (1960), in cui il francese Gérard Blain presta il proprio volto ad Alvaro Cosenza, incarnazione su celluloide di Albano. Il film riprende, in maniera molto romanzata la storia di Peppino il gobbo, con un linguaggio a cavallo tra il noir e il neorealismo. Giusto un dettaglio per i cinefili incalliti: nel film esordisce Pier Paolo Pasolini nel ruolo di Leandro er Monco.
    La seconda incarnazione cinematografica di Albano è ne La banda del gobbo (1977) un cult del genere poliziottesco diretto da Umberto Lenzi e interpretato dal mitico Tomas Milian.

    Pier Paolo Pasolini e Carlo Lizzani sul set de “Il Gobbo”

    L’epilogo

    Sulla fine di Peppino il gobbo le tesi e le dietrologie si sprecano.
    Quella della questura (che pure si è servita di certi servizi di Albano e forse ha chiuso il classico occhio su tutto il resto) sembra un depistaggio, ma forse non troppo: regolamento di conti tra bande rivali. Come dire: liberata Roma, il gobbo e i suoi non servono più. O, per parafrasare Shakespeare: il gobbo ha servito, il gobbo può andare.
    Più interessanti gli esiti della controinchiesta condotta da Franco Napoli, già braccio destro del gobbo e mente operativa della banda: Albano, secondo lui, sarebbe stato ucciso a tradimento da Giorgio Arcadipane, ex spia dei tedeschi a Regina Coeli e poi infiltrato in Unione proletaria. Il che riporta a Umberto Salvarezza.
    Anche quest’ultimo finisce nel dimenticatoio: viene arrestato con l’accusa di vari reati da faccendiere (truffa, millantato credito ecc). Subisce una condanna a sette anni. Poi se ne perdono le tracce.
    Nessun abitante del Quarticciolo e del Quadraro riceve riconoscimenti per meriti esistenziali. E solo Iolanda Ciccola tiene viva la memoria di Peppino con l’impegno politico. Ovviamente nella sinistra rivoluzionaria.
    E a questo punto cala per davvero il sipario sull’unico calabrese che ha avuto una leadership forte nella Resistenza.

  • La Resistenza è (anche) donna: le partigiane di Calabria

    La Resistenza è (anche) donna: le partigiane di Calabria

    Questa storia è iniziata con un messaggio: «Ti va di scrivere qualcosa sulle partigiane calabresi?». Certo che mi andava, ne ero entusiasta: quale occasione migliore per parlare della storia delle donne durante la Liberazione? Sebbene in Italia associamo la partigianeria ai volti di uomini, anche le donne combatterono la lotta antifascista.
    Nel documentario La donna nella Resistenza, diretto da Liliana Cavani nel 1965, possiamo ascoltare alcune delle loro testimonianze e farci un’idea dell’impatto che ebbero nel condurre l’Italia verso la fine del regime fascista e dell’occupazione nazista: 70mila aderirono ai gruppi di difesa, 35mila parteciparono ad azioni di guerra partigiana, 500 ricoprirono ruoli di comando e (solo) 16 furono decorate con medaglie d’oro.

    Donne e Resistenza: il tabù delle armi

    I ruoli di queste donne furono molteplici, ma la loro azione si associa soprattutto a quello della staffetta. E, come possiamo notare, solo per una parte ci fu coinvolgimento nella lotta armata e un’esigua minoranza ricevette dei riconoscimenti ufficiali dopo la fine della guerra.
    Perché? Simona Lunadei, che ha diretto dal 1985 al 2000 l’Istituto romano per la storia d’Italia dal fascismo alla resistenza e fa parte della Società Italiana delle Storiche, spiega che uno dei problemi fu il tabù delle armi per le donne: riconoscere che le donne siano capaci di esercitare azioni violente, esattamente come gli uomini, equivaleva ad accettare un’eguaglianza di genere sostanziale.

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    Carla Capponi decorata con la Medaglia d’oro al valore militare

    Carla Capponi, partigiana decorata con medaglia d’oro al valore militare, nel suo libro Con cuore di donna raccontò che i suoi compagni non volevano darle una pistola e che lei la rubò e loro provarono a sottrargliela. E poi ci fu l’occultamento delle partigiane dopo la Liberazione, come nel caso torinese in cui il PCI impedì alle donne della Brigata Garibaldi di sfilare assieme ai compagni partigiani. Accostarsi alle donne, si pensava, avrebbe fatto sembrare i compagni meno credibili.

    Le donne calabresi nella Resistenza

    Sì, ma le donne calabresi come parteciparono alla Resistenza? Ecco, a questo punto mi sono scontrata con il muro della mia ignoranza. Cosa sapevo delle mie conterranee? Pressoché nulla, ma sarebbe bastato studiare e fare un po’ di ricerca storiografica, giusto?
    Da qui ho avuto l’opportunità di conoscere alcune delle loro storie.

    Anna Cinanni

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    Anna Cinanni

    Nasce a Gerace Superiore nel 1919 in una famiglia di contadini e, tutti insieme, si trasferirono a Torino tra il ’28 e il ’29, Suo fratello, Paolo, è membro del PCI e fa avvicinare Anna al partito. Nel 1935 Anna entra a far parte del Soccorso Rosso, organizzazione fondata nel 1922 durante il IV congresso dell’Internazionale Comunista per offrire supporto materiale e morale alle vittime della lotta antifascista.
    Nel 1943 aderisce ufficialmente al PCI ed entra a far parte della Brigata Garibaldi, col nome di battaglia Cecilia. Poi, nel ’45, la polizia scopre materiale clandestino nel doppio fondo della sua borsa e la arresta a Vercelli. La spostano a Torino per farla giudicare dal Tribunale speciale, ma riesce a scamparla grazie alla liberazione della città.

    Con la fine della guerra continua la sua militanza nel PCI e prosegue nel suo impegno per coinvolgere le donne nella lotta politica. In vista delle elezioni del 1946 in Piemonte organizza l’associazione Ragazze d’Italia; l’anno successivo è eletta responsabile delle donne alla quarta Sezione Luigi Capriolo; nel 1949 partecipa al quinto Corso della scuola nazionale femminile, al termine del quale è nominata funzionaria organizzativa e politica dell’Unione Donne Italiane (Udi).

    Anna Condò

    Nasce a Reggio Calabria e, dopo i bombardamenti degli Alleati, si trasferisce in Piemonte con la famiglia. Qui il fratello, Ruggero, aderisce alla Brigata Garibaldi e anche Anna entra a far parte della Resistenza partigiana come staffetta. Il fratello viene catturato e muore in un campo di concentramento tedesco. Anna, invece, finita la guerra torna a Reggio Calabria. Diventa insegnante e testimone della storia coltivando la memoria di Ruggero e di chi, come lei e suo fratello, fu parte attiva della Liberazione dal nazi-fascismo.

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    Anna Condò

    Caterina Tallarico

    Nasce nel 1918 a Marcedusa, nel catanzarese, e si trasferisce a Roma per studiare Medicina. Nel 1942, sotto consiglio del fratello Federico, decide di spostarsi a Torino, che sarebbe stata una città più sicura della Capitale in caso di bombardamenti. Qui Caterina inizia ad offrire supporto medico ai partigiani e finita la guerra torna in Calabria per esercitare la professione di medico.

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    Federico, Antonio e Caterina Tallarico

    Teresa Tallotta Gullace

    Nasce a Cittanova nel 1907 in una famiglia di braccianti. Sposa Girolamo Gullace, col quale si trasferisce a Roma. L’uomo, nel 1944, viene catturato durante un rastrellamento di civili nella zona di Porta Cavalleggeri. Teresa, al settimo mese di gravidanza, si presenta davanti alla caserma assieme a centinaia di altre donne.

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    Teresa Tallotta Gullace

    Tutte reclamano il diritto di parlare con i propri cari, catturati durante il rastrellamento, e ne pretendono la liberazione. In quell’occasione Teresa muore per mano di un soldato tedesco, che spara contro la donna. La sua vicenda ispirerà il personaggio della Sora Pina, interpretato da Anna Magnani in Roma città aperta di Roberto Rossellini.

    Giuseppina Russo

    Nasce a Roccaforte del Greco, nel reggino, e col marito Marco Perpiglia emigra a La Spezia per lavorare. In Liguria Giuseppina entra a far parte della Brigata Garibaldi e partecipa alla Resistenza.

    Tanti nomi, poche storie

    In questa ricerca ho trovato i nomi di altre donne calabresi coinvolte nella Resistenza e nella Liberazione, ma non le loro storie. Tra le mani avevo poche informazioni e, tra l’altro frammentate. Le partigiane calabresi di cui sapevo qualcosa, inoltre, non avevano combattuto in Calabria. L’entusiasmo iniziale si stava trasformando in delusione.
    Avevo in mente le testimonianze di partigiane emiliane o lombarde o toscane, perché era così difficile trovare quelle delle calabresi?

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    Tiziana Noce

    Se non potevo ricostruire la memoria della partigianeria femminile in Calabria, potevo almeno provare a darmi qualche risposta. Così ho deciso di contattare la professoressa Tiziana Noce, docente di Storia contemporanea all’Università della Calabria. Si è occupata di Resistenza e militanza politica delle donne tra guerra e ricostruzione.
    Certo, le informazioni che abbiamo sono davvero insufficienti e la memoria di quelle donne è andata perduta. Io, però, mi stavo muovendo nella ricerca con una prospettiva inadeguata. «Più che cercare, in questo contesto, ciò in cui la Calabria somiglia a Milano o a Firenze – che non ha senso – perché non riflettere sui termini in cui si può parlare di antifascismo, resistenza e adesioni a questi valori nella regione?»

    Nord e Sud

    Ciò che mancava alla mia ricerca iniziale era una lenta d’analisi meridionalista, capace di riconoscere le peculiarità del Sud e di non rincorrere in cosa il Meridione somigli al Nord. Fare questo significherebbe creare una gerarchia Nord-Sud e ammettere che uno è migliore dell’altro. La Calabria presentava un contesto socioeconomico diverso dalle regioni del Centro e del Nord Italia: come potevo aspettarmi allora di trovare le stesse dinamiche sviluppatesi altrove?

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    1945, partigiane e partigiani a Venezia

    I movimenti che hanno visto la storia del protagonismo femminile si sono sviluppati in realtà urbane e industriali. Quindi, una regione priva di città significative e di quel tessuto industriale patisce la sua marginalità e il suo essere una periferia priva di quel contesto che ha prodotto quei fenomeni sociali. Questo, però, non significa che la Calabria non sia stata coinvolta nei flussi che si stavano generando. Come abbiamo visto, le donne calabresi hanno partecipato alla Resistenza e, se le storie delle partigiane sono poche, possiamo riflettere su ciò che è accaduto nella regione dopo la caduta del regime fascista.

    Donne e politica dopo la Resistenza

    Con le elezioni del 1946 in Calabria, per esempio, furono elette tre sindache: Lydia Toraldo Serra, a Tropea; Caterina Tufarelli Pisani, a San Sosti; Ines Nervi Carratelli, a San Pietro in Amantea. Fu un dato nazionale rilevante: nelle amministrative di quell’anno furono elette 12 sindache in tutta Italia. E un quarto era rappresentato da politiche calabresi, tutte appartenenti alla DC.

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    Caterina Tufarelli Palumbo Pisani, Lydia Toraldo Serra e Ines Nervi Carratelli

    Le donne calabresi partecipavano alla politica e davano corpo allo spirito antifascista su cui si fondava la neonata democrazia italiana. Questo dato ci lascia intuire che, durante la Resistenza, le donne calabresi non furono soggetti passivi ma parteciparono attivamente ai flussi sociali che stavano attraversando la penisola.

    Francesca Pignataro

  • Il Giorno da leoni del partigiano Mannarino

    Il Giorno da leoni del partigiano Mannarino

    Noi che siamo nati e cresciuti nell’Italia repubblicana possiamo fortunatamente solo immaginare cosa pensasse un giovane di appena vent’anni chiamato alle armi per partecipare ad una guerra che doveva essere, secondo il Duce e chi l’aveva voluta, una passeggiata e che già si prefigurava come una tragedia. Quei momenti, quegli stati d’animo, ce li potrebbe raccontare chi, tra migliaia e migliaia di giovani, è sopravvissuto, ma sono rimasti in pochi.
    C’è chi ha lasciato dei ricordi, li ha scritti. Tanti altri hanno preferito mantenerli nell’aneddotica familiare e molte storie sono rimaste sconosciute. Qualcosa per esempio ce l’avrebbe potuto raccontare Giuseppe Mannarino, ma è morto alcuni anni fa.

    Giuseppe Mannarino e la Divisione Piacenza

    Nato a Paola, falegname, abitante a via Fiumicello, nel vecchio rione della Rocchetta, Mannarino era stato richiamato alle armi nel settembre del ‘42.
    Lo avevano assegnato al Battaglione Mortai da 81 della CIII Divisione Piacenza prima in Piemonte e poi in Liguria in territorio dichiarato in stato di guerra. A novembre la Divisione ricevette l’ordine di spostarsi nel Lazio a sud di Roma. Aveva l’incarico di realizzare una seconda linea di contenimento in previsione di uno sbarco nemico.

    Aerei alleati sganciano le loro bombe sull’Italia meridionale

    Caduto il fascismo, il 25 luglio, gli anglo americani, ormai sbarcati in Sicilia, bombardavano i vari paesi calabresi e facevano cadere decine di bombe su Paola a pochi metri dalla casa dove abitava Mannarino prima di partire soldato, e liberavano il Sud risalendo verso nord. La Divisione Piacenza venne spostata allora nella zona di Albano-Genzano-Velletri.
    È proprio nei Castelli romani che Giuseppe Mannarino si trova l’8 settembre. Un grappolo di paesi distesi sulle falde dei Colli Albani ricche di vigneti e uliveti, abitati da contadini, operai ed artigiani di antiche tradizioni democratiche e di lotta di classe e che avevano pagato con anni di esilio, confino e carcere la loro opposizione al fascismo.

    Italiani e tedeschi, da alleati a nemici in un giorno

    Con la caduta di Mussolini si pensava che finalmente la guerra sarebbe finita. I partiti antifascisti incominciarono a ricostituirsi, i vecchi dirigenti imprigionati e confinati tornarono a casa e ripresero l’impegno politico. Anche l’annuncio dell’armistizio dava la speranza della fine delle sofferenze. Ma la fuga vergognosa del Re da Roma e il comportamento dei vertici militari e Badoglio colsero l‘esercito completamente impreparato.
    La Divisione Piacenza, schierata con una serie di caposaldi distanti e non collegati tra loro, subì un attacco a sorpresa dei paracadutisti della 2^ Divisione tedesca. I soldati italiani, che fino a quel momento quasi convivevano e condividevano le postazioni con i tedeschi, senza ordini precisi erano disorientati.

    Alcuni di loro si trovavano in mezzo ad uno scontro reale per la prima volta. I tedeschi, ex alleati, chiesero la consegna delle armi, alcuni gruppi si opposero militarmente con l’aiuto della popolazione, come nel caso di Villa Doria ad Albano. Già in quel giorno si presentava un’Italia divisa. Italiani che si univano ai soldati italiani per difendersi e difenderli e italiani che collaboravano con le truppe naziste ad occupare il proprio territorio. Il giorno nove la divisione Piacenza era già solo un ricordo.

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    1943, la disposizione delle truppe

    I tedeschi disarmarono e trattennero soldati, ufficiali e sottoufficali. Alcuni ottennero la libertà; ad altri, caricati sui camion, spettò la deportazione nei campi di lavoro.
    Molti fuggirono dandosi alla macchia, sparsi in nuclei nelle campagne, nascosti ed assistiti dalle famiglie, rivestiti di abiti borghesi. Chi poteva cercava di tornare a casa. Altri, tra questi Giuseppe Mannarino, entrarono in contatto con gli esponenti dell’antifascismo locale. Severino Spaccatrosi, Salvatore Capogrossi, Aurelio del Gobbo, Lorenzo d‘Agostini, per citarne alcuni. Importante fu il ruolo delle donne tra cui Elena Nardi (Nennella) e Laura Quattrini.

    La resistenza nei Castelli Romani

    In contatto diretto con il nascente Comitato di Liberazione ed il Comando Centrale militare, insieme riescono a costruire nella zona una diffusa organizzazione di guerriglia che darà filo da torcere alle truppe tedesche.
    Le bande erano diffuse sul territorio, tra vigne, casolari ed abitazioni. Le sosteneva una vasta rete di legami da cui traevano il fondamentale per vivere, mangiare, vestirsi, alloggiare, per approntare magazzini di approvvigionamento e depositi di armi e munizioni spesso sottratte agli stessi comandi tedeschi. Dopo una prima fase di assestamento, il Comando militare andò a Giuseppe Levi, detto Pino, un ebreo di Genova legato ai fratelli Rosselli, laureato in giurisprudenza. Aveva passato diversi anni al confino, alcuni mesi anche in Calabria, a Fuscaldo.

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    Chiodi a 4 punte utilizzati contro i tedeschi

    Allontanati gli elementi più indisciplinati, si studiarono nuove forme organizzative e metodi di azione più adeguati al territorio, denso di coltivazioni ma con pochi boschi e scarse possibilità di movimento e di nascondiglio. Agli italiani si aggiunse un gruppo di russi liberati da un campo di prigionia vicino a Monterotondo.
    Si muovevano in gruppi di pochi elementi con obiettivi ed ordini precisi, anche a supporto all’aviazione inglese o americana. Niente più scontri frontali, ma una tattica mordi e fuggi. Fu un crescendo continuo di azioni: dal taglio delle linee telefoniche e la disposizione sulle strade dei chiodi a quattro punte che tranciavano le gomme degli automezzi tedeschi, ai mitragliamenti ai soldati e alle truppe nemiche e la posa di mine. Fino, con l’esperienza acquisita giorno per giorno, alle grandi azioni di sabotaggio per ostacolare il traffico sulle grandi linee ferroviarie nazionali.

    Giuseppe Mannarino e il Ponte delle Sette luci

    L’azione più eclatante, sicuramente tra le più importanti della Resistenza, fu compiuta la notte del 20 dicembre: due contemporanei attentati alle linee ferroviarie Roma-Formia e Roma-Cassino che servivano da rifornimento e spostamento delle truppe tedesche al fronte.

    L’azione veniva preparata da tempo. Erano stati prescelti i punti su cui agire. In particolare il Ponte delle Sette Luci al 25° Km. della linea ferroviaria Roma-Formia-Napoli era sotto stretta sorveglianza. Racconterà anni dopo Spaccatrosi: «Ogni mezz’ora passavano su di esso due pattuglie. Per giorni e giorni, notte e giorno i nostri compagni, Ferruccio Trombetti, sostituito ogni tanto da Giuseppe Mannarino, un calabrese della squadra, avevano studiato nei minimi particolari ciò che avveniva sul ponte. Il tempo in cui si vedevano che spuntavano le due pattuglie, quanto tempo impiegavano a percorrere il ponte, quanti minuti impiegavano per allontanarsi e il tempo preciso in cui ricomparivano le altre due pattuglie».

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    Il Ponte delle Sette Luci oggi

    Quella notte, sotto una pioggia che non dava tregua, due squadre arrivarono sotto i piloni del ponte Sette Luci. A comporre la prima sono Ferruccio Trombetti e Alfredo Giorgi, l’altra Enzo D’Amico, Giuseppe Mannarino e Pino Levi Cavaglione. Alcuni vanno a sistemare le mine; gli altri li coprono armati di pistole, mitra e bombe.

    Felici e sconvolti

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    Pino Levi Cavaglione

    Scrive il giorno dopo Pino Levi Cavaglione: «Pochi minuti dopo mezzanotte, finalmente era tutto finito… Ci portammo ad un centinaio di metri dal ponte, sotto un uliveto in pendio. Ad un tratto uno mi ha scosso. Il treno… Siamo tutti balzati in piedi ansando. Il treno proveniente dal sud avanza con snervante lentezza. Il locomotore è già sul ponte. Sento un vuoto allo stomaco che mi toglie ogni forza. Tutto il treno è sul ponte. Ne è già quasi alla fine… All’improvviso un’alta colonna vermiglia si alza dalla testa del treno e il locomotore si impenna e scompare, mentre lungo tutto il convoglio le fiammate rosse delle esplosioni squarciano l’oscurità. Uno schianto terribile e un fragore prolungato si propagano di collina in collina diffondendosi nell’ampia vallata pianeggiante. Vediamo la striscia nera del treno confondersi, contorcersi come una cosa viva nel corpo giallastro delle fiammate». […] «Ci precipitiamo di corsa giù dalla collina, sguazzando, scivolando nel fango viscido e tenace, felici e sconvolti […]».

    Chi c’è dietro?

    L’attentato uccise o ferì quattrocento militari tedeschi in avvicendamento dal fronte.
    Dopo circa mezz’ora da oltre le colline si sentì un forte boato. L’altra squadra aveva fatto brillare, vicino alla stazione di San Cesareo sulla linea Roma-Cassino, una mina d 32 Kg di esplosivo al passaggio di un treno carico di armi e munizioni.
    Le azioni erano riuscite tanto bene che i tedeschi si convinsero che fossero opera di paracadustisti inglesi. Da parte sua il CLN romano, per timore di rappresaglie contro la popolazione locale, ritenne non darne notizia sulla stampa clandestina e di lasciar credere questa versione.

    Anzio

    Lo sbarco degli Alleati ad Anzio, a pochi chilometri dai Castelli, riaprì l’entusiasmo e le speranze. Le azioni partigiane ripresero con vigore, con attacchi alle autocolonne, mitragliamenti e sabotaggi. Ma gli incomprensibili ritardi dell’avanzata americana diedero ai tedeschi il tempo di organizzarsi e capovolgere la situazione militare. Il feldmaresciallo Kesselring potè far affluire ingenti forze e creare quella testa di ponte tra Cassino ed il mare che durò altri quattro lunghissimi mesi.

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    Un ufficiale nazista indica a Kesselring un punto della line difensiva tedesca in Italia

    L’attività delle squadre partigiane dei Castelli divenne quasi impossibile. Fino alla Liberazione di Roma, la città e i paesi della provincia vissero uno dei periodi più tristi ed eroici della loro storia: un’ondata di rastrellamenti, arresti, torture e fucilazioni di partigiani spesso consegnati ai tedeschi da delatori e collaborazionisti fascisti. Come nel caso di Marco Moscato, caposquadra del gruppo di Pino Levi Cavaglione, preso mentre era a Roma a cercare i genitori. Lo riconobbe Celeste di Porto, “la pantera nera” che lo fece arrestare per denaro da una squadra di fascisti a caccia di ebrei.

    Un giorno da leoni di Nanni Loy

    All’azione del Ponte delle Sette luci si è ispirato Nanni Loy per il film Un Giorno da leoni, che ebbe come protagonista anche l’attore calabrese Leopoldo Trieste. Presentato fuori concorso al Festival del Cinema di Venezia del 1961, il film racconta la storia di alcuni giovani comuni che si trovano per caso in zona di guerra e di lotta partigiana. E che di fronte a quanto accadeva trovano il coraggio per fare l’unica cosa possibile: combattere contro i tedeschi ed i fascisti, fino a compiere il loro gesto eroico e vivere il loro giorno da leoni. Perché eroi non ci si nasce ma ci si diventa. E non per sempre.

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    La locandina del film di Nanni Loy

    Giuseppe Mannarino nel dopoguerra

    Giuseppe Mannarino nel 1948 fu dichiarato Partigiano combattente dalla Commissione Regionale del Lazio. In seguito si trasferì a Genova, dove erano emigrati altri parenti, mettendo su un negozio di materiali edili. Aderì al Partito comunista. È stato un dirigente della Confederazione Nazionale dell’Artigianato (CNA) ed eletto Consigliere comunale di Genova.

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    Il documento che attesta l’impegno da partigiano di Giuseppe Mannarino

    Non sono riuscito a sapere se Giuseppe Mannarino e Pino Levi Cavaglione – anche lui iscritto al PCI, ma uscito nel 1956 dopo l’invasione dell’Ungheria – si siano ancora frequentati e se abbiano potuto riflettere sulla loro esperienza di quei giorni.
    Pino Levi, che aggiunse il cognome Cavaglione in onore della madre deportata insieme al padre Aronne ed uccisi al loro arrivo a Birkenau, nella prefazione della nuova edizione del 1970 del suo Guerriglia nei Castelli romani scriverà: «Oggi tutto ciò è avvolto nelle nebbie del passato. Io stesso, che non avevo mai sparato prima e non ho più sparato dopo il 1944 ad alcun essere vivente, io stesso considero il Pino di allora un uomo diverso, e a me ormai del tutto estraneo. La mia speranza ed il mio impegno sono oggi rivolti a far sì che l’odio dell’uomo verso l’uomo scompaia per sempre».

    Alfonso Perrotta

     

  • Pochi ma buoni: quel 25 aprile della Calabria antifascista ma non troppo

    Pochi ma buoni: quel 25 aprile della Calabria antifascista ma non troppo

    Alla vigilia di questo particolarissimo 25 aprile, in cui si festeggia, dopo ben 78 anni, la liberazione dal fascismo, il mio pensiero corre spontaneamente a Vittorio Foa, illustre padre costituente e personalità tra le più fertili e vive della sinistra italiana.
    Foa nel 1935 – lo stesso anno in cui come giovane militante clandestino di Giustizia e Libertà veniva arrestato e poi condannato dal Tribunale speciale fascista a 16 anni di carcere, scontati senza interruzione fino al ’43 della caduta del fascismo – scriveva che «i luoghi comuni si sono impadroniti di tutta l’intelligenza, dominano incontrastati nella cultura accademica, addormentano i giovani; la loro tirannia assoluta è mille volte più intollerabile delle selve di baionette. Ai luoghi comuni del fascismo si sono contrapposti i luoghi comuni dell’antifascismo».

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    Vittorio Foa

    Pur cospirando spericolatamente contro il fascismo, infatti, Foa e i suoi compagni rifiutarono di definirsi “antifascisti”. Molti anni dopo, ricordando quei tempi giovanili, Foa avrebbe spiegato che «quella espressione di pura negazione ci disturbava, ci definiva solo per negazione e disconosceva in qualche modo la nostra positività. Preferivamo definirci postfascisti per affermare il nostro disegno per il futuro».

    L’antifascismo oltre il fascismo

    Bene, sono passati cent’anni dall’avvento al potere del fascismo e ci ritroviamo in una situazione imprevista. Foa, che appena venticinquenne si accingeva a passare otto anni della sua esistenza nelle carceri fasciste, già guardava oltre il fascismo. Noialtri, malgrado la strategia della tensione, i tentativi di colpo di stato, le tragedie provocate dal neofascismo stragista, pensavamo, alla fine del Novecento, di esserci lasciati alle spalle finalmente il fascismo e con esso l’età dei totalitarismi. Ed ecco invece che ci troviamo a fare oggi i conti con un governo composto in buona parte da “nipotini” del ventennio, che, faticando ovviamente ad adeguarsi alle regole e ai valori della nostra Costituzione antifascista, riesumano armamentari ideologici che si pensava ormai consegnati al passato e depositati nei cassetti della storia.

    Il nuovo governo guidato da Giorgia Meloni (FdI) posa in occasione del giuramento

    Che fare dunque in un contesto politico per tanti aspetti così “anacronistico”? Intanto, occorre prendere atto che non si tratta di una questione soltanto italiana. Viviamo infatti un tempo in cui tradizionalismi, nazionalismi e razzismi, praticati spesso in modo rozzo e violento, attraversano l’Europa e le Americhe, dalla Polonia, dai paesi baltici e dalla Scandinavia agli Usa di Trump e al Brasile di Bolsonaro.

    Il fascismo oggi

    Io credo che per combattere queste derive politiche e culturali, occorra misurarsi coi problemi del presente e del futuro, senza cadere nella trappola di una contrapposizione ideologica stereotipata, che ci vorrebbe con gli occhi rivolti al passato.
    Neppure è il caso, credo, di scendere sul terreno delle becere esternazioni di alcuni ministri del governo Meloni, che testimoniano la loro miseria culturale. Il “fascismo” di oggi è riconoscibile certamente nella retorica identitaria, nella paura e nel rifiuto dell’altro, nel rigetto dei migranti, nel bellicismo atlantista. Il pericolo per la democrazia, peraltro, è sì nelle vocazioni autoritarie e presidenzialiste, ma è soprattutto nello svuotamento delle istituzioni democratiche, nella distanza ormai abissale che separa il mondo della politica dal mondo reale, nella voragine che allontana chi pretende di decidere da chi si rifiuta anche di andare a votare.

    L’antifascismo in Calabria

    Detto questo, quale può essere il modo più produttivo e fertile per celebrare questo 25 aprile? Piuttosto che lasciarsi andare alla retorica consolatoria delle bandiere al vento, credo che possa essere utile riandare alla storia dell’antifascismo e della resistenza, cercando soprattutto di coglierne la ricchezza e la forza nella sua pluralità e nelle sue varie declinazioni, sulla base delle quali si è via via costruita l’Italia democratica, repubblicana e antifascista. Con questa postura si può ben celebrare il 25 aprile anche in Calabria.

    Ci vollero le ricerche pionieristiche svolte 30 anni fa da Isolo Sangineto (I Calabresi nella guerra di liberazione. 1°. I partigiani della provincia di Cosenza, prefazione di Guido Quazza, Pellegrini 1992), per comprendere che anche questa nostra regione prese parte alla resistenza antifascista attraverso molti suoi figli, anche se la Calabria fu ben presto liberata dagli Alleati. Sangineto, senza alcuna concessione alla retorica celebrativa, con passione civile e pazienza certosina, nella sola provincia di Cosenza individuò più di 800 “resistenti”. Tra questi occorre annoverare naturalmente i militari che dopo l’8 settembre del ‘43 si rifiutarono di collaborare con i tedeschi o di arruolarsi nell’esercito di Salò, oltre che i resistenti veri e propri che agirono nella guerra di liberazione.

    I calabresi nella Resistenza romana (e non solo)

    Isolo Sangineto riuscì a censire centinaia di cosentini che, trovandosi dopo l’8 settembre nell’Italia centro-settentrionale, presero parte attiva alla resistenza armata. Particolarmente numerosi furono i calabresi presenti nella resistenza romana, tra i quali occorre ricordare almeno i quattro martiri delle Fosse Ardeatine: Donato Bendicenti, di Rogliano; Franco Bucciano, di Castrovillari; Paolo Frascà, di Gerace; Giovanni Vercillo, di Catanzaro, le cui vicende ha ricostruito di recente Paolo Palma (in Rivista Calabrese di Storia del 900, 1/2021, consultabile anche on line). Né bisogna dimenticare il raro caso di una giovane donna, Walkiria Vetere, di famiglia cosentina, attiva a Roma nella Banda del Trionfale.

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    Sergio Mattarella in visita alla Fosse Ardeatine nel 75° anniversario dell’eccidio

    Nella circostanza del 25 aprile, non si può non ricordare, naturalmente, anche Dante Castellucci, di Sant’Agata d’Esaro, divenuto un mitico comandante partigiano in Lunigiana e passato alla storia col nome di battaglia di “Facio”. Di Castellucci, ucciso inopinatamente dai suoi stessi compagni al termine di un ingiusto processo sommario nel luglio del ’44, si è occupato per ultimo, in un libro ancora fresco di stampa, lo studioso Pino Ippolito Armino (Indagine sulla morte di un partigiano. La verità sul comandante Facio, Bollati Boringhieri 2023).

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    Una lapide ricorda le gesta del comandante Facio

    I perseguitati e gli oppositori

    Ma è ai perseguitati e agli oppositori del fascismo durante il Ventennio che occorre tornare per non dimenticare il carattere oppressivo del totalitarismo fascista e la variegata partecipazione calabrese alla lotta antifascista. Vale la pena di rammentare che risale addirittura agli anni Settanta del Novecento la prima ricostruzione analitica della persecuzione fascista nella nostra regione (Salvatore Carbone, Il popolo al confino: la persecuzione fascista in Calabria, Lerici 1977), su cui è tornata più di recente Katia Massara (in Regione di confino. La Calabria (1927-1943), a cura di F. Cordova e P. Sergi, Bulzoni 2005).

    Da quel repertorio ricaviamo che i calabresi colpiti dal provvedimento del confino di polizia furono poco più di 400 (dei quali, 149 nati in provincia di Reggio, 145 in provincia di Catanzaro e 98 in provincia di Cosenza, alcuni altri in varie province italiane o nelle Americhe). Quanto al colore politico dei confinati, più di cento sono definiti genericamente “antifascisti”, 77 “comunisti” e 37 “socialisti”. Ma sono ben 48 gli “apolitici”, 12 i “Pentecostali” e 3 i “Testimoni di Geova”. Il che vuol dire che la repressione poliziesca non aveva soltanto carattere politico, ma anche civile e religioso.

    Se consideriamo, inoltre, la condizione sociale dei confinati, i dati più vistosi sono la cospicua presenza degli artigiani, circa 90 (tra i quali si contano 22 calzolai, 22 falegnami, 19 sarti, 8 barbieri e 5 tipografi); ma anche di contadini e braccianti (69). C’è anche un drappello di operai (14 muratori e 5 minatori) e ben 20 avvocati.

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    Pietro Mancini con Pietro Nenni

    L’antifascismo “a bassa intensità”…

    Se non sorprende tra gli antifascisti la numerosità di artigiani politicizzati, quest’ultimo dato degli avvocati rimanda a una componente dell’antifascismo calabrese che ha a che fare con il ceto medio e in particolare con i principali esponenti del notabilato politico democratico e progressista di età liberale. Il riferimento inevitabile è a Pietro Mancini e Fausto Gullo, entrambi assegnati al confino a Nuoro nel 1926.
    Mancini e Gullo, come ho cercato di spiegare in altre occasioni, illustrano con le loro biografie politiche la lunga durata e i percorsi del notabilato calabrese, posto però con essi al servizio di una causa ideale che prometteva un grande rinnovamento sociale.

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    Un comizio di Fausto Gullo nell’Italia liberata

    Durante il fascismo, Mancini e Gullo subirono per qualche tempo il confino e altre angherie, ma riuscirono poi a trovare forme di convivenza col regime svolgendo, pur senza rinunciare alle loro idee, la loro professione di avvocato con una certa tranquillità. Per ciò stesso si può dire che il loro antifascismo fu “a bassa intensità”, come accadde ad altri politici calabresi che avranno poi un ruolo nell’Assemblea Costituente, come Enrico Molé, Antonio Priolo, Vito G. Galati e Gaetano Sardiello (I Calabresi all’Assemblea Costituente, 1946-1948, a cura di V. Cappelli e P. Palma, Rubbettino 2020).

    E quello radicale

    L’antifascismo di altri fu, invece, assai più radicale. È questo il caso, ad esempio del comunista reggino Eugenio Musolino, deputato alla Costituente e poi parlamentare fino al 1956, che era stato spedito al confino nel ’26 e poi condannato dal Tribunale Speciale a 13 anni di reclusione. In libertà vigilata dal ’34, fu di nuovo arrestato nel 1940 e rimase carcerato e confinato fino all’estate del ’43.
    Non diversa sorte ebbe il comunista cosentino Natino La Camera, stretto collaboratore e amico personale di Amadeo Bordiga: arrestato una prima volta nel 1923, fu assegnato al confino per cinque anni, dal ’26 al ’32, scontati con continui spostamenti, da Lampedusa a Ustica, a Ponza e a Lipari. Rientrato a Cosenza continuò imperterrito nell’attività cospirativa antifascista. Durante la guerra fu di nuovo arrestato e internato a Muro Lucano fino all’8 settembre.

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    Eugenio Musolino

    Infine, a fianco all’antifascismo politico organizzato in clandestinità, bisogna cogliere anche l’antifascismo occasionale che era espressione più che altro di rabbia e disagio sociale. Non mancano, infatti, le persone spedite al confino per aver urlato frasi offensive nei confronti di Mussolini e del regime, o per aver cantato Bandiera rossa uscendo dall’osteria.

    Pochi ma buoni

    Per concludere, è evidente che sia nel caso dell’antifascismo praticato durante il Ventennio che nel caso della Resistenza si è trattato di minoranze attive, di “pochi” che si opposero a un regime e a una guerra avvertiti come ingiusti e oppressivi. Tuttavia quei “pochi”, come si è visto, sono stati espressione delle varie componenti della società calabrese, dal punto di vista socio-economico e politico, ma anche culturale e religioso. Hanno speso la loro coerenza e il loro coraggio, infine, non per se stessi ma per l’intera collettività e si mostrano ancora a noi come esempi ammirevoli di dignità e di forza morale.

    Vittorio Cappelli
    Storico delle migrazioni, Unical

  • Mendicino contro la Regione: quattrini pubblici e palazzi in avaria

    Mendicino contro la Regione: quattrini pubblici e palazzi in avaria

    Il ministero fa, il ministero disfa. E il Comune rischia.
    È il riassunto di un lungo braccio di ferro tra Mendicino, un paesone di 9mila abitanti alle porte di Cosenza, e la Regione Calabria, in cui sono stati coinvolti due sindaci e quattro amministrazioni regionali. Anzi sei, se si considerano gli “interregni” di
    Morale della favola: Mendicino dovrebbe restituire alla Regione circa mezzo milione.
    Se lo facesse, rischierebbe di compromettere il bilancio, che non è tragico come quello del capoluogo, ma neppure troppo allegro.
    L’alternativa è il ricorso, annunciato dal sindaco e ribadito dal responsabile dell’Ufficio tecnico. L’oggetto del contendere è un progetto di edilizia agevolata.

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    Antonio Palermo, l’attuale sindaco di Mendicino

    Il progetto della discordia

    Andiamo con ordine. Tutto inizia in piena era Berlusconi. Per la precisione con il decreto 2295 del 26 marzo 2008, attraverso il quale il Ministero delle Infrastrutture attiva un programma di riqualificazione urbana per alloggi a costo sostenibile.
    L’idea è notevole, come tante cose italiane: riqualificare catapecchie semiabbandonate, col concorso dei quattrini pubblici, e trasformarle in alloggi per i cittadini più deboli senza espropriare nessuno.
    Secondo il ministero, avrebbe dovuto funzionare così: lo Stato mette una parte dei soldi, la Regione un’altra e il Comune, a cui spetta comunque il ruolo di passacarte e controllore, un’altra ancora. Il proprietario mette il resto.
    Chiariamo di più: il pubblico (Stato, Regione e Comune) paga gli oneri di urbanizzazione (allacci fognari, strade da fare o rifare ecc) più parte della ristrutturazione (il 35% del costo di tutti i lavori). Il proprietario dell’immobile ristrutturato, in cambio, si impegna a far gestire il bene per vent’anni al Comune perché lo affitti a chi a bisogno a un canone di assoluto favore. Facile no?

    I quattrini per Mendicino

    Per quel che riguarda la Calabria, a questo progetto non ha aderito solo Mendicino. Lo prova

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    Ugo Piscitelli, l’ex sindaco di Mendicino

    la somma stanziata da Ministero e Regione dal Pollino allo Stretto: 21 milioni, di cui 12.369.217,31 a carico dello Stato e 8.630.782,69 a carico della Regione.
    Mendicino, all’epoca amministrata dallo scomparso Ugo Piscitelli, decide di partecipare. E ottiene l’approvazione di un progetto dal valore di 1.500mila, divisi come segue: 852.900,00 a carico di Stato e Regione, 159.600,00, a carico del Comune, il resto (487.500) a carico dei privati.
    Fin qui tutto bene: il Comune invia i documenti alle amministrazioni superiori, anche in tempi accettabili, e si parte.
    E, nel 2015, Mendicino incassa 481.574,94 euro per le prime due tranche di finanziamento pubblico.

    Iniziano i guai per Mendicino

    Troppo bello per essere vero: il Comune procura case a costi stracciati ai cittadini più bisognosi e, allo stesso tempo, recupera zone del suo centro storico (tra l’altro molto bello, come tanti borghi antichi della Calabria) aiutando i proprietari a ridar vita a immobili altrimenti trascurati.
    Il “ma” è dietro l’angolo: i privati devono anticipare tutto per recuperare il 35% delle somme. Siccome il Ministero tarda (l’approvazione del progetto è del 2012, ma i quattrini arrivano tre anni dopo), alcuni privati si sfilano. E non sono pochi: cinque su undici che avevano aderito.
    A questo punto inizia il braccio di ferro. La Regione chiede chiarimenti, il Comune risponde con documenti e richieste di dilazione.

    Un dettaglio del centro storico di Mendicino

    Il balletto delle cifre

    L’inghippo è questione di numeri. Infatti, la Regione sostiene che, visto che il Comune ha speso troppo in urbanizzazione e troppo poco per gli alloggi, ci sono somme da restituire.
    L’amministrazione di Mendicino, invece, replica che quelle spese di urbanizzazione sono state comunque necessarie (se si rifà una fognatura questa copre tutta la zona, a prescindere se un proprietario si sia o meno tirato indietro).

    La botta

    La Regione agisce in autotutela e, lo scorso 5 aprile, ordina al Comune di Mendicino di restituire i 481.574,94 euro già finanziati.
    In tutto questo, si sono succeduti due sindaci: lo scomparso Piscitelli e l’attuale Antonio Palermo, rimasto col cerino in mano.
    Il duello giudiziario, che si terrà con tutta probabilità al Tar, sta per iniziare. E dal suo risultato dipende la salvezza finanziaria di un’amministrazione che ha essenzialmente una responsabilità: aver aderito a un progetto per avere di più e ora, tra una disfunzione e un’altra, rischia di restare nelle classiche braghe di tela.

  • Fondazione Lilli, l’amore per la ricerca e la grande fede di Natuzza

    Fondazione Lilli, l’amore per la ricerca e la grande fede di Natuzza

    Michele Funaro ha degli occhi che sanno parlare e una voce limpida. Racconta con sintesi puntuale (del resto è un ingegnere, ma con un taglio umanistico) i 19 anni di attività della Fondazione che porta il nome di Lilli, sua sorella. Scomparsa troppo presto. La famiglia ha trasformato questa grande perdita in un grande dono per le persone che lottano contro il cancro.
    Michele è il portavoce. «Ma il vero motore della fondazione sono le mie sorelle Maria Pia e Checca» -dice.

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    Da sinistra i fratelli Maria Pia, Michele e Francesca “Checca” Funaro

    In 19 anni sono stati devoluti 200mila euro in progetti di ricerca e borse di studio. «Partecipano prioritariamente i ricercatori dell’Unical ma anche della Magna Graecia di Catanzaro, qualcuno viene anche da fuori» – sostiene Michele Funaro.
    La Fondazione continua ad essere anche sportello informativo. Tante persone che si trovano ad essere spiazzate dinnanzi a una diagnosi del genere, chiedono informazioni per sapere come potere affrontare i diversi percorsi.
    Il convegno scientifico condensa gli sforzi di un anno intero. A giugno verranno – come di consueto – relatori del territorio e altri da fuori: dal policlinico Gemelli di Roma, dall’ospedale di Bologna. Sono in programma lectio magistralis per medici, infermieri, fisioterapisti.

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    L’Università della Calabria

    Intanto oggi c’è pure Medicina all’Unical. Sul punto dice: «Noi ci auguriamo che cresca sempre di più. In un certo senso l’abbiamo stimolata. Con l’assegnazione delle borse di studio ci siamo resi conto che tanti bravi ricercatori sono presenti anche qui, come biologi, chimici, alcuni nel settore farmaceutico. L’Ateneo di Cosenza è una realtà fertile».

    Musica e ricerca, le due anime di Lilli

    La Fondazione articola le sue attività sulla base di due aspetti importanti della vita di Lilli. Il tradizionale concerto di agosto – che finanzia larga parte dei progetti – rappresenta la sua anima gioviale e la grande passione per la musica. Da Pino Daniele, il suo preferito, fino a De Gregori e Bennato. L’altra anima di Lilli era quella della studentessa di Medicina, quindi amante della scienza. Ecco spiegato il senso del convegno annuale.
    Da futuro camice bianco lei sapeva perfettamente cosa stesse affrontando. Al contempo aveva il grande dono della fede.
    Una fede mai ostentata. E legata a Natuzza Evolo, la mistica di Paravati. «Molto spesso c’era una nuova cura sperimentale – racconta Michele -. Lei non ci credeva molto. Quasi casualmente arrivava a casa la telefonata di Natuzza. Parlava con Lilli per un quarto d’ora al telefono. Lilli usciva da quella stanza e diceva: sono convinta, partiamo».

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    Natuzza Evolo, la mistica di Paravati

    «Ho visto Lilli entrare in Paradiso»

    Chiaramente è un aspetto personale, però poi ha caratterizzato i primi anni di attività della Fondazione fino allo stop inevitabile imposto dalla pandemia. «Ogni anno, il 2 luglio, noi organizzavamo diversi pullman – ricorda Michele – da Cosenza a Paravati. Per ascoltare una messa. Una messa speciale. In alcuni frangenti i pullman sono arrivati a sette».
    Perché il 2 luglio? «Lilli muore a febbraio, a giugno ci chiama padre Michele insieme a Natuzza. Che disse di andare a Paravati per una Messa in Gloria il 2 luglio. Natuzza aveva avuto una visione: Lilli che entra in Paradiso. Rappresentata poi dalle vetrate che stanno nella Chiesa di Sant’Aniello a Cosenza. Noi ogni anno ricordiamo questo passaggio. Ultimamente lo facciamo con una Messa a Sant’Aniello. Dopo la Pandemia non abbiamo più organizzato i pullman».

    La colazione per gli ambulanti della Fiera

    Il pranzo della solidarietà era partito prima che il Covid imponesse nuove abitudini sociali. È ripartito quest’anno, una domenica al mese nella chiesa di Sant’Aniello. Un pranzo per chi è solo, non solo per chi ha bisogno. L’ultima di volontariato è stata una colazione offerta agli ambulanti della Fiera di San Giuseppe. «Abbiamo percorso questo chilometro e mezzo di fiera ogni mattina – spiega Michele Funaro – con l’aiuto di bar che ci hanno supportato, volontari che preparavano ciambelle e dolci, tè e latte caldo. Dare un buongiorno a chi porta colore alla nostra città ci sembrava un piccolo gesto da fare».

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    La Fiera di San Giuseppe a Cosenza

    Una rete del terzo settore

    La Fondazione Lilli si muove insieme ad altre esperienze del terzo settore. Per esempio Hasta cuanto podemos. un progetto nato prima della pandemia con la famosa asta delle maglie di calcio organizzata da Daniele e Federica Piraino. «Noi abbiamo sostenuto questa iniziativa a inizio anno con l’asta delle magliette. Fondi utilizzati poi per donare una piccola biblioteca all’ospedale civile dell’Annunziata». E «Collaboriamo con il Moci di Gianfranco Sangermano».
    In passato «abbiamo fatto cose anche con la Terra di Piero. Ci chiesero di ricordare Lilli. Infatti c’è un angolo del Parco Piero Romeo dedicato proprio a lei».

     

     

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    Questo articolo fa parte di un progetto socio-culturale finanziato dalla “Fondazione Attilio e Elena Giuliani ETS”. Cosenza sarà per tutto il 2023 Capitale italiana del volontariato. Attraverso I Calabresi la Fondazione intende promuovere e far conoscere una serie di realtà che hanno reso possibile questo importante riconoscimento.