Categoria: Cultura

  • Sette note in nero: la Pasquetta di sangue di Ciccio Fred Scotti

    Sette note in nero: la Pasquetta di sangue di Ciccio Fred Scotti

    [responsivevoice_button voice=”Italian Male” buttontext=”ASCOLTA L’ARTICOLO”]

    È notte fonda. Sono le prime ore del 13 aprile 1971. Ciccio Scarpelli è nel vecchio pronto soccorso dell’Annunziata di Cosenza, dove l’ha portato un operaio a bordo del suo furgone. L’uomo, un 37enne grande e grosso, è gravemente ferito da quattro proiettili.
    « Ci’, chin’è statu?», Ciccio chi è stato?, gli chiede un infermiere che lo conosce. «’Nu fissa», uno scemo, un povero coglione, risponde l’omone agonizzante.

    fred-scotti-vita-morte-violenta-cantautore-della-malavita-calabrese
    La tomba di Ciccio Scarpelli, alias Fred Scotti

    Ciccio Scarpelli non vedrà l’alba. Operato d’urgenza, spira alle 6,15 del mattino. «Il ganzo di malavita era stato ucciso dallo scemo del quartiere», commenta Paride Leporace nel suo Cosangeles (Cosenza, Pellegrini 2021), in cui rievoca la vicenda.
    Questo ganzo, a modo suo, era una celebrità: molti cosentini ne ascoltavano gli stornelli e le tarantelle con cui si esibiva nelle bettole o alle fiere. I più lo conoscevano col suo nome d’arte: Fred Scotti.

    La riscoperta di Fred Scotti

    Confinato a lungo nelle cronache nere e nelle leggende metropolitane, Fred Scotti riemerge all’inizio del millennio grazie all’iniziativa di Pias Germany, un’etichetta indipendente tedesca, che macina di tutto: dall’alt rock al folk. L’iniziativa è furbesca e mescola ambizioni commerciali e intenzioni colte: la riscoperta degli antichi canti della malavita calabrese. Infatti, grazie a questa trovata, la label ha venduto oltre centomila album agli italiani emigrati in Germania.

    La copertina de “La musica della mafia”

    La Pias ha pubblicato, tra il 2000 e il 2009, quattro compilation che raccolgono i classici di questo repertorio.
    Nel primo cd, La musica della mafia vol I-Il canto di malavita, sono contenute due canzoni di Fred Scotti: Tarantella guappa e Canto di carcerato.
    Un breve passaggio delle note di commento all’album, curate da Goffredo Plastino, docente di musicologia a Newcastle, si sofferma sul cantautore cosentino: «Molto curiosa è la storia del più grosso interprete del canto di carcerato Ciccio Scarpelli alias Fred Scotti, che finì ammazzato il 13 aprile del 1971, per aver molestato la donna di un mafioso».

    È quanto basta per suggerire un parallelismo tra Scotti e una grande leggenda del blues: Robert Johnson, che morì in circostanze non chiarite.
    In realtà, la morte di Scotti ha pochi lati oscuri. E la malavita non c’entra.

    Pasquetta di sangue

    Torniamo indietro e a Cosenza. È quasi la mezzanotte del 12 aprile 1971. Sono le ultime ore della Pasquetta di quell’anno e la città è semivuota.
    Francesco Scarpelli è al circolo Enal, una specie di cantina, del rione Massa, una zona popolare del centro storico che sfocia nella piazza Spirito Santo. Già alticcio, Scarpelli beve una birra dopo l’altra, che accompagna con sarde salate.

    In quel momento, entra nel locale Giuseppe Bruni, un fruttivendolo. L’uomo, come sempre, chiede al gestore se ha degli avanzi da dare al maiale. Scarpelli e Bruni si conoscono e sono l’uno l’opposto dell’altro: corpulento e forzuto il cantautore, mingherlino e remissivo l’ortolano. Proprio questa differenza rende Bruni la vittima ideale delle burle di Scotti, che a volte sfociano in gesti di prepotenza violenta.

    La rissa fatale

    fred-scotti-vita-morte-violenta-cantautore-della-malavita-calabrese
    Ciccio Fred Scotti

    È così anche quella sera: Scarpelli inizia a prendere in giro il malcapitato e lo fa ruzzolare a terra. Bruni ingoia amaro e cerca di non provocare l’omone, ormai vistosamente ubriaco. Scarpelli, che ha perso il controllo e la lucidità, scivola e si lacera il pantalone alle ginocchia.
    «’ngulacchitemmuartu! Mò m’è pagare i cavuzi, unn’ha capì, oi luardu!» (ora mi devi risarcire, sporcaccione che non sei altro), urla Scarpelli al malcapitato. È l’ennesima prepotenza.

    Bruni prende tempo: fammi andare a casa a prendere i soldi. Poi prega il gestore di accompagnarlo, perché ha paura.
    Quando il fruttivendolo e l’oste arrivano a destinazione, trovano Scarpelli davanti all’uscio, impaziente e ancora più arrabbiato. La colluttazione riprende più violenta.
    Le urla richiamano la moglie di Bruni, che tenta a sua volta di separare i due. Ma Scarpelli è incontenibile e picchia la donna.
    Terrorizzato ed esasperato, Bruni estrae una pistola calibro 38 e spara al torace dell’uomo.

    La fuga e l’agonia

    A questo punto, Bruni si dilegua nei vicoli della città vecchia. Scarpelli, invece, si rialza e si dirige verso il Lungo Crati. Urla per il dolore, ma la sua fibra robusta ancora non cede.
    Quest’agonia tragica è una scena già vista: ricorda la morte di Francesco Giuseppucci detto Er Negro, il capo della Banda della Magliana, che arrivò da solo al pronto soccorso, sebbene ferito a morte.
    Ma Scarpelli non è solo: l’oste lo segue e cerca aiuto, finché, appunto, non si ferma l’operaio che lo porta in Ospedale.

    Fred Scotti e il leone

    Nato nel 1933 e cresciuto nei vicoli della Massa, Ciccio Scarpelli è la classica persona “nota” alle forze dell’ordine.
    Entra ed esce dal vecchio carcere di Colle Triglio per piccoli reati: rissa, disturbo della quiete pubblica e ferimenti. Tutto ciò lo qualifica come piccolo delinquente e gli crea una fama da duro negli ambienti di quella malavita che ancora non è mafia. Proprio in galera compone il Canto del carcerato.
    Quando è a piede libero, lavora come operaio al mattatoio comunale e fa anche il custode della Villa Vecchia.

    fred-scotti-leone
    Fred Scotti e il leone della Villa comunale

    Quest’ultima attività è alla base di un aneddoto. Scarpelli si prendeva cura di un vecchio leone abbandonato da un circo e chiuso in una gabbia proprio all’ingresso della Villa. E Scarpelli si divertiva con l’animale: spesso gli infilava una mano in bocca senza alcun pericolo, perché il felino era praticamente sdentato.
    Da questo gioco, probabilmente deriva un detto cosentino: “Ammucca liù”, tuttora usato per dare del fesso al prossimo.

    La passione per la musica

    Con altrettanta probabilità, il nomignolo Fred Scotti fu appioppato a Scarpelli dai ragazzi della Cosenza di allora, ispirati dalla fama dell’artista di colore Freddie Scott, diventato una star con la sua Hey Girl.

    Il cantautore americano Freddie Scott

    Il paragone è ingeneroso e un po’ bislacco. Ma ha funzionato sin troppo: non c’è celebrità senza nomignoli e Scarpelli ebbe il suo.
    Lo si vedeva spesso esibirsi nelle bettole di Cosenza con la chitarra a tracolla e riuscì a incidere alcune canzoni, arrangiate dal maestro Luigi Pisciotta, un musicista di Luzzi.

    L’ultima leggenda su Fred Scotti

    La tragica morte è alla base di un altro aneddoto, che sembra una nemesi.
    Eccolo: in piena agonia e in attesa di essere operato, Scotti era stato sistemato in corsia. I suoi vicini di letto sarebbero stati dei malavitosi, ricoverati in seguito a una sparatoria svoltasi alcuni giorni prima davanti alla vecchia stazione ferroviaria, alle spalle di Piazza dei Bruzi.
    Tra questi, un certo Pasquale Garofalo, che Scarpelli aveva sfregiato qualche anno prima.
    “Ucciso da una mano crudele”, recita la scritta sulla lapide di Scarpelli al cimitero di Cosenza. Già: la crudeltà di cui solo le vittime esasperate possono essere capaci.

  • La confraternita ritira le statue: Caracolo dimezzato a Caulonia

    La confraternita ritira le statue: Caracolo dimezzato a Caulonia

    «Dimezzata, monca, a metà». Rimbalzano tra le vinedde del paese vecchio i malumori per lo strano compromesso raggiunto in vista del Caracolo, la secolare processione del sabato di Pasqua. Dopo due anni di blocco causato dalla pandemia, avrebbe dovuto ripopolare l’antica Castelvetere. Invece si è ritrovata mutilata e al centro di una polemica che ha spaccato la piccola comunità cittadina.

    Una delle due gambe su cui si regge la tradizione antica della processione a “zig zag” lungo la piazza principale di Caulonia si è infatti chiamata fuori. E si è rifiutata di fare sfilare le statue di propria competenza che completerebbero il corteo, mandando all’aria secoli di tradizione immutabile.

    caracolo-confraternita-ritira-statue-processione-a-meta-processione-dimezzata-caulonia-i-calabresi
    Le statue del Caracolo davanti alla chiesa dell’Immacolata, oggi a pochi metri da una frana

    Il gran rifiuto

    E così, dove anche le bombe degli Alleati fallirono, riuscì il dissesto idrogeologico. Dopo secoli di confortevoli ripetizioni andate in scena nonostante guerre, terremoti, invasioni e carestie infatti, quest’anno, il rito ereditato dalla dominazione spagnola – unico del genere a svolgersi in Italia – andrà “in scena” in forma ridotta. La causa è la clamorosa autoesclusione di una delle due confraternite che da secoli mandano avanti la tradizione del corteo funebre che prelude alla domenica di Pasqua.

    La decisione si lega al disfacimento della porzione di rupe su cui poggia la chiesa dell’Immacolata – sede dell’arciconfraternita omonima e “casa” delle quattro statue che salteranno la processione – e ha finito col dividere il paese. Da un lato chi sostiene la protesta, dall’altro chi, anche se a denti stretti, fa finta di niente e si prepara a mandare avanti lo spettacolo nonostante tutto.

    Caracolo: l’ok del vescovo e il diktat del Comune

    Jusu e Susu, Carmine e Rosario. La secolare divisione del paese si manifesta nell’appartenenza alle due arciconfraternite. E si rinnova ogni anno, durante i riti della settimana Santa, con piccoli dispetti e malcelate smanie da grandeur. Avrebbe dovuto riprendersi la scena dopo il via libera arrivato dal vescovo alla fine di marzo, invece si è spiaggiata contro un’ordinanza comunale.

    A causa del deterioramento che mina la solidità di una parte del borgo antico, l’atto impedisce da circa due anni l’accesso alla chiesa dove sono custodite quattro delle otto statue. Ed è su questa ordinanza che si è arroccata l’arciconfraternita “barricadera”: «Se i fedeli non possono raggiungere la chiesa per le funzioni – filtra dalle stanze dell’associazione che fa capo alla chiesa dell’Immacolata – allora non possono nemmeno andare a prendere le statue. È irricevibile la proposta arrivata del Comune di mettere una passarella temporanea per fare passare il corteo del Caracolo. Poi la festa passa e la chiesa torna chiusa al culto».

     

    Il rito dimezzato

    Gli “incanti” delle statue del Rosario (una vera e propria asta con tanto di banditore in cui le famiglie si contendevano all’ultimo soldo le statue da portare in processione, ma proibiti dal vescovo alla fine dei ’90), i battibecchi sui ritardi, le leggendarie scazzottate a forza di paramenti sacri: il Caracolo, tipico esempio della cultura sacra che si mischia con quella profana, paradigma del paese in cui va in scena e vanto massimo della millenaria cultura cauloniese, quest’anno andrà in scena in forma ridotta. E con un tracciato che, per forza di cose, escluderà una parte del paese: quella cioè maggiormente minacciata dal disfacimento della porzione di rupe che guarda a sud.

    caracolo-confraternita-ritira-statue-processione-a-meta-processione-dimezzata-caulonia-i-calabria
    Messaggi a metà tra ironia e sarcasmo diretti a una delle confraternite

    Putin e il Caracolo

    E se tutti concordano sulla gravità della situazione, la decisione di abdicare al Caracolo da parte di una delle due anime del paese (l’arciconfranternita del Rosario e quella dell’Immacolata contano, insieme, quasi 800 iscritti, la quasi totalità degli abitanti del borgo) ha lasciato profonde ferite. Tanto che sui muri del paesino sono anche spuntati manifesti che puntano il dito contro i vertici dell’associazione in “rivolta” e contro la decisione di abdicare dalla processione. Uno strano vortice che si smarca dal vincolo sacro/profano e mischia il “Cristo alla Colonna” con Vladimir Putin.

    Cercasi Madonna

    La decisione di trattenere ai box le quattro statue protagoniste del Caracolo – dall’arabo karahara, girare – verrà bypassata con un corteo “monco”. Il problema dell’assenza dei “protagonisti” (in questo caso la statua della Madonna) si ripropone, però, anche per la giornata di domenica. Ossia quando, da calendario, dovrebbe andare in scena la rappresentazione della Svelata che chiude i riti della settimana santa.

    In questo caso la statua della Madonna – che nella tradizione popolare riceve la notizia della rinascita di Cristo da San Giovanni, spogliandosi del velo nero del lutto – non sarà quella consueta. L’arciconfraternita ribelle non la concederà, per cui toccherà prenderla in prestito da un’altra chiesa. «Tanto le Madonne a Caulonia non mancano – dice il Priore della confraternita del Rosario, che si presenterà all’appuntamento orfano degli amici rivali della chiesa dirimpettaia – e pazienza se i paramenti sono diversi. La processione è importante e si deve fare a tutti i costi. Anche senza tutte le statue».

    caracolo-confraternita-ritira-statue-processione-a-meta-processione-dimezzata-caulonia
    Statua della Madonna portata in processione durante il Caracolo (foto Giovanni Cannizzaro)
  • Aiko, Giuseppe e le api: miele e sushi da Tokyo ad Aprigliano

    Aiko, Giuseppe e le api: miele e sushi da Tokyo ad Aprigliano

    «Scusi, sa dove si trova la Apricus
    «Chi?!?»
    «Gli apicoltori!»
    «Ma chi, Aiko? La giapponese? Seguitemi, vi accompagno»

    Quando anche Google Maps si era arreso al dedalo di viuzze di una delle tante contrade di Aprigliano, dal finestrino della sua auto un uomo fa segno di seguirlo, superando quello che sembrava un confine oltre il quale il mondo finisce. E invece la strada si fa sterrata, costeggia un burrone e poi si affaccia sulla vallata.

    Bisogna rallentare, fermarsi. È una terrazza naturale sulla valle del Crati con l’eco del fiume che gorgheggia in basso, il verde interrotto dalle macchie bianche dei fiori di erica, il contorno delle montagne incastrato nel blu del cielo. Aiko e Giuseppe ci vengono incontro con larghi sorrisi, indossano gli scafandri gialli. Sembrano astronauti sbarcati su un nuovo pianeta. Poco più giù ci sono le arnie colorate disposte le une accanto alle altre. «Questo è il nostro mondo. È qui che trascorriamo le nostre giornate. È la vita che abbiamo scelto, seguendo quello che più ci piaceva» – dice Aiko.

    aprigliano-infermiera-giapponese-fa-miele-sushi-presila-i-calabresi

    Un amore calabro-giapponese nato in Irlanda

    Aiko Otomo è una cuoca e apicoltrice giapponese naturalizzata in Calabria. Nella prima parte della sua vita viveva a Tokyo e faceva l’infermiera. Nel 2001 si trasferisce in Irlanda per imparare l’inglese. Qui incontra Giuseppe De Lorenzo, anche lui è in Irlanda per studiare. «Ci siamo innamorati e quindi da quel momento in poi non ho più imparato l’inglese, ma l’italiano», dice con il candore di una bambina. Le loro vite s’intrecciano, tornano in Italia, prima in Emilia Romagna, poi si trasferiscono in Sardegna. Aiko tiene dei corsi in cui insegna a preparare il Sushi, che va tanto di moda in Italia in quegli anni. Giuseppe è un’insegnante. Ma la passione comune è quella per la natura.

    «Cercavamo un posto in cui impiantare un apiario – racconta Giuseppe – quindi cinque anni fa abbiamo deciso di tornare in Calabria dove io avevo questi terreni ereditati dai miei nonni. Si trovano in una posizione ideale per il nostro progetto, ci siamo detti che era il luogo giusto. Tornare in Calabria, fare qualcosa di bello nel mio paese di origine, è perfettamente in linea con la nostra idea di puntare sulla biodiversità, preservare questa terra, perché la Calabria ne ha bisogno».

    Per godere dello spettacolo della vita negli alveari è necessario equipaggiarsi e poi superare ogni reticenza, avvicinarsi, mettere il naso nella routine delle api, lasciarsi ipnotizzare dal bombito che prima è ronzio e poi diventa musica. Ma bisogna stare attenti, «oggi le api sono nervose, forse per via del vento», avverte Giuseppe. Nella vallata le fronde degli alberi ondeggiano, ma il lavoro negli alveari prosegue nonostante tutto. «Adesso è un paradiso, ma quando siamo arrivati era una discarica: c’erano carcasse di auto rubate e spazzatura, abbiamo bonificato e trasformato il terreno e oggi qui produciamo tre tipi di miele, cera, polline e propoli».

    Sushi calabrese ad Aprigliano

    Quando Aiko non si occupa delle api, è ai fornelli. Sperimenta, contamina la cucina giapponese con ingredienti calabresi. Partecipa ad eventi in cui presenta percorsi gastronomici originalissimi: il morsello giapponese, il sushi con erbe spontanee o formaggi dei caseifici locali, una rivisitazione dei dorayaki con il fagiolo poverello di Mormanno e le fragole di Curinga, ravioli al vapore col suino nero di Calabria, yakimeshi con la cipolla di Tropea, shumai di maiale con lo zafferano di Castiglione. «Semplicemente cucinare non mi diverte – dice – a me piace farlo utilizzando ingredienti nuovi, magari sperimentare utilizzi inediti di prodotti a km 0 o anche meno».

     

    Quando è quasi ora del tramonto in pochi minuti sull’erba è servita una colazione a base di tè verde con riso integrale tostato e matcha e deliziosi dorayaki con crema a base di borragine, una pianta che cresce spontanea a queste latitudini.
    L’ospitalità calabro-nipponica viene amplificata dalle loro risate e dai loro sguardi d’intesa. «Ci piace vivere qui, abbiamo trovato un equilibrio e il nostro ritmo è quello della natura» – dice Aiko. «Il suono delle api è magico, è rilassante, molti credono abbia proprietà curative. A un certo punto non si riesce più a farne a meno».

    Apicoltori idealisti

    Il legame col Giappone resiste attraverso la cucina, la passione per la calligrafia, gli amici che vengono in Italia a trovarla e i ciliegi, che fioriscono anche da queste parti e la fanno sentire a casa.
    «Io e Aiko ci siamo innamorati dalle api e siamo impegnati a curarle. Non è semplicemente un lavoro, ma una missione. Vogliamo dare il nostro contributo perché sono a rischio estinzione» spiega Giuseppe. «L’apicoltura è essenziale per la vita sulla terra. Le api stanno morendo e hanno bisogno del nostro aiuto, per questo è necessario difenderle».

     

    Un impegno che si concretizza anche attraverso iniziative e progetti di sensibilizzazione sull’importanza della biodiversità. La prossima tappa di questo percorso sarà il 20 maggio, in occasione della Giornata mondiale delle api. Tra Rogliano e ad Aprigliano si terranno convegni, seminari, corsi di apicoltura, jam session, degustazioni di miele, passeggiate nella valle del Savuto e fra le sorgenti del Crati.
    Il sole sta calando, le api si rintanano nelle arnie per riposare, cominciano a vedersene sempre meno intorno alle piante. Sembra che tutto finisca e invece è solo il momento di raccogliere nuove energie.

  • Non solo Affruntata, riti e polemiche della Settimana Santa in Calabria

    Non solo Affruntata, riti e polemiche della Settimana Santa in Calabria

    Come le liturgie laiche di ogni giorno, anche i riti “santi” hanno subìto con la pandemia una sospensione e non saranno certamente più gli stessi. Ora, dopo due anni di stop, stanno per riprendere. Ma sono già al centro di decisioni discutibili e immancabili polemiche. È una questione di simboli, soprattutto, e di sentimenti. I riti della Settimana Santa in Calabria ne sono pieni. Sono tantissimi e chi ci crede li vive con una dose di pathos a volte eccessiva, ma direttamente proporzionale allo scetticismo – non di rado fondato sul pregiudizio – di chi non ci crede.

    Processione a San Luca (foto Angelo Maggio 2004)

    Tra fede e teatralità, le manifestazioni religiose pubbliche sono sempre state occasione per definire e ribadire rapporti di potere reali. Da ben prima che esistesse la ‘ndrangheta, che ne ha poi fatto uso per ostentare il suo dominio. E questi riti sono anche occasioni in cui, attraverso la drammatizzazione, le comunità mettono in scena se stesse, rivelando dinamiche interne che normalmente sono nascoste, tacite o sopite.

    Affruntata di Calabria

    Uno dei riti più diffusi, nella Calabria centrale e meridionale, è quello delle Affruntate. Tra Catanzarese, Vibonese e Reggino ce ne sono diverse con varianti notevoli. Cambiano nomi e dettagli di contesto: Cumprunta, Cunfruntata, Svilata, ‘Ncrinata a Dasà (dove si fa il martedì, mentre nella vicina Arena il lunedì). A Bagnara invece pare fosse l’unica festa in cui le due congreghe non litigavano. Ma i protagonisti del rito sono quasi sempre gli stessi: i simulacri della Madonna Addolorata, di San Giovanni evangelista e del Cristo risorto, a cui in alcuni paesi si aggiungono altre figure evangeliche, come la Maddalena o gli angeli.

    È la rappresentazione dell’incontro, preannunciato da San Giovanni, tra la Madre e il Figlio resuscitato. Con una forte componente simbolica che richiama la dinamica tra ordine divino e umano, la lotta tra la morte e la vita. Il rito è probabilmente collegabile alle “sacre rappresentazioni” del Medioevo e del Cinquecento, anche se in molti centri è arrivato nella seconda metà dell’Ottocento. Vi si riscontrano analogie con le liturgie della Settimana Santa della Sicilia, di Malta e di alcune regioni della Spagna.

    Più di tre secoli fa uno dei più noti e accreditati storici della Calabria seicentesca, Padre Giovanni Fiore da Cropani, raccontava stupito in Della Calabria Illustrata come, la domenica di Pasqua, «si accresce la festa nella città di Gerace con una processione di mattina col concorso di quasi tutta la città, e l’uno e l’altro clero secolare e regolare, nella quale con mirabile artificio s’incontrano insieme la Vergine da lutto con Cristo Sagramentato: al cui incontro svestita la Madre de’ suoi lutti, adora il suo carissimo Figliuolo: incontro qual riempie di molta tenerezza d’affetto i circostanti».

    Vangeli canonici e apocrifi

    Fiore da Cropani è stato citato dallo studioso e missionario scalabriniano Maffeo Pretto che, con La pietà popolare in Calabria, ha tentato una ricostruzione resa difficile dall’impossibilità «di tracciare una storia documentata» dell’Affruntata. I vangeli canonici, infatti, non fanno riferimento all’incontro di Cristo risorto con la Madre. Se ne fa invece menzione nei vangeli apocrifi. Pretto cita, in particolare, il Vangelo di Gamaliele – e poi c’è la liturgia pasquale bizantina in cui ricorre la seconda annunciazione. Infine Pretto ricorda l’uso dei gesuiti di tenere delle recite nelle piazze durante le processioni, chiedendosi se l’Affruntata non sia sorta in tale contesto.

    È certamente fondamentale il ruolo dei portantini. Sono loro a dover raccontare, unicamente con i gesti perché si tratta di una processione “muta”, l’ansia dell’attesa, l’incredulità iniziale, la “pasqua” che esplode quando Maria viene “svelata” dal manto nero e si mostra nel bianco (o azzurro) della Resurrezione.

    Affruntata: la processione annullata dal vescovo a Stefanaconi e Sant’Onofrio

    Sant’Onofrio e Stefanaconi, due piccoli centri alle porte di Vibo, sono finiti nel 2014 sulle prime pagine nazionali perché le autorità civili decisero, a causa della presenza di presunti affiliati alle ‘ndrine tra i portatori delle statue, di affidare questo compito ai volontari della Protezione civile. Decisione accettata, malvolentieri, dai fedeli di Stefanaconi. Rigettata, invece, dalla comunità di Sant’Onofrio che, d’accordo con il vescovo e il parroco dell’epoca, preferì annullare del tutto la processione.

    L’Affruntata “replicata” in Piemonte 

    Non era mai successo prima, mentre nel 2010, sempre a Sant’Onofrio, il rito subì un rinvio di una settimana dopo che la porta di casa del priore dell’arciconfraternita che lo organizza era stata presa a pistolettate. Il pentito Andrea Mantella racconta che l’Affruntata si faceva anche a Carmagnola perché lì sarebbe stata attiva una succursale piemontese del clan Bonavota. Proprio un loro uomo, in passato, avrebbe presieduto il comitato organizzatore. La comunità santonofrese si è però poi riappropriata della sua tradizione. Ora sembra risanata rispetto alle vicende negative degli anni passati.

    La presenza delle cosche nelle processioni

    Al di là dei singoli casi, il fenomeno a cui ricondurle non è certamente nuovo. La ‘ndrangheta ha affermato la sua forza solo nel secolo scorso. E la presenza delle cosche in questi riti non è che il riflesso del loro dominio reale sul territorio. Le manifestazioni di religiosità popolare, invece, detengono un potenziale “propagandistico” che i potenti di turno sfruttano da sempre per manifestare la propria superiorità. La spiritualità, anche nelle sue manifestazioni folkloriche è dunque, storicamente, un vero e proprio instrumentum regni.

    La “missa alla ‘mberza” a Serra San Bruno

    Un elemento costitutivo di certi riti è poi la loro fisicità. A Serra San Bruno, per esempio, dopo una funzione chiamata missa alla ‘mberza – non una vera e propria messa, bensì una liturgia in cui all’adorazione della croce seguono le letture e l’Eucaristia – il Venerdì Santo c’è il rito della Schiovazziuoni. Si tratta della rappresentazione della deposizione di Cristo morto. I confratelli dell’arciconfraternita dell’Addolorata liberano materialmente dai chiodi la stautua e la depongono dalla croce. Adgiano poi Cristo sulla naca, che ogni anno ha un allestimento ornamentale diverso da cui dipende molto del prestigio del priore in carica, e lo portano in processione il sabato mattina.

    La certosa di Serra San Bruno (foto Raffaele Timpano)

    Stop ai Vattienti di Nocera Terinese

    Ancora più corporea è la tradizione dei Vattienti di Nocera Terinese – simile ai Battenti di Verbicaro – la cui origine si fa risalire almeno agli inizi del XVII secolo. Un corteo di uomini segue la statua raffigurante la madre di Cristo e alcuni di loro si flagellano le gambe con il “cardo” e la “rosa”, pezzi di sughero su cui si conficcano dei vetri. I vattienti «inevitabilmente iniziano a sanguinare e con il sangue vengono macchiate le mura e le porte delle case attraversate dalla processione».

    Non sono parole di uno storico locale. È un passaggio dell’ordinanza dei commissari che guidano il Comune di Nocera Terinese. Un Comune sciolto per mafia dopo l’inchiesta “Alibante”. I commissari hanno vietato il rito valutandone le modalità «in assoluto contrasto con le primarie esigenze di tutela della salute pubblica e salubrità dell’ambiente, unitamente alla notoria attrazione alla manifestazione di un considerevole flusso di persone».

    Si può immaginare il disappunto della comunità che deve rinunciare alla cruenta tradizione anche quando lo stato di emergenza Covid si è concluso. È però nelle prerogative dei commissari – che assumono le competenze di sindaco, giunta e consiglio – prendere simili decisioni. E si può immaginare anche quanto un ligio funzionario prefettizio possa essere poco sensibile – e poco propenso ad assumersene la responsabilità – alle dinamiche collettive che stanno davanti e dietro al rito, nonché alle relazioni che vi si intrecciano intorno.

    Il dolce lungo 500 metri a Siderno

    A Siderno, riporta il Reggino.it, a causa dei contagi da Covid sono saltate tutte le celebrazioni civili e religiose, compresa la preparazione della Sguta di Pasquetta, un dolce che nella città della Locride ha raggiunto nel 2019 il record di lunghezza: 537 metri e 92 centimetri certificati da un notaio, con conferma di un posto nel Guinness dei primati. A Caulonia invece l’arciconfraternita dell’Immacolata ha deciso di non far portare le “sue” statue in processione perché la chiesa ricade in un’area interdetta per rischio idrogeologico e l’accordo col Comune per un «corridoio sicuro» è saltato.

    Il vescovo di Cosenza contro «balletti di statue e santi»

    Fede e potere, insomma, non sempre vanno a braccetto. E ci vuole una buona dose di coraggio per chi nella Chiesa – e sono in molti anche nelle alte sfere – cerca di lasciarsi alle spalle alcune usanze dai contorni piuttosto pagani. Certamente ne ha avuto parecchio un prete siciliano, il parroco di Ribera Antonio Nuara. Ha proposto su Facebook di «abolire tutte le processioni» che si svolgono dalle sue parti. Forse più facile la provocazione dell’arcivescovo metropolita di Cosenza-Bisignano, Francescantonio Nolè, che intervistato da LaC ha sentenziato – evidentemente con qualche ragione – che «la fede vera non ha bisogno di balletti tra statue dei santi». Nel suo territorio però non si segnalano Affruntate.

  • I Bronzi di Riace saranno candidati a Patrimonio dell’Unesco

    I Bronzi di Riace saranno candidati a Patrimonio dell’Unesco

    Patrimonio dell’Unesco. Proprio come il Centro Storico di Roma. O Venezia e la sua laguna. O i Sassi di Matera, i Trulli di Albero Bello, la Costiera Amalfitana, le Dolomiti, i Portici di Bologna, solo per rimanere in Italia. E per menzionare solo alcuni esempi. Anche i Bronzi di Riace potrebbero diventare Patrimonio dell’Umanità.

    L’annuncio è avvenuto proprio nel corso della conferenza stampa con cui il Comitato Interistituzionale presieduto dalla Regione Calabria ha presentato il logo e le iniziative per il cinquantennale del ritrovamento dei Bronzi di Riace.

    Il logo per i 50 anni

    Sfondo azzurro. Proprio come quel mare dove vennero ritrovati, ormai quasi 50 anni fa. Era il 16 agosto del 1972. Oggi il Comitato interistituzionale ha presentato il logo che accompagnerà le numerose iniziative, sul territorio e fuori dalla Calabria, che dovranno celebrare la straordinaria scoperta. Nella parte centrale campeggia la scritta “Bronzi 50”, con i numeri in colore oro.

    bronzi-di-riace-logo-50-anni
    Il logo realizzato per celebrare l’anniversario

    «I Bronzi sono un patrimonio su cui intendiamo lavorare molto per irrobustire l’immagine della Calabria nel mondo. Ed è anche un’occasione per fare squadra con il MaRc, la Città Metropolitana, di modo che la cultura sia tra i cardini del riscatto economico del nostro contesto. E i Bronzi, senza dubbio, hanno uno straordinario effetto trainante», ha detto la vicepresidente Princi.

    Il Tavolo di coordinamento

    La Regione mette così a tacere le tante critiche fin qui giunte circa i ritardi nella preparazione delle iniziative atte non solo a ricordare, ma, soprattutto, a far conoscere i due Guerrieri e la loro storia millenaria.

    A coordinare il Comitato e il tavolo della presentazione, la vicepresidente della Regione Calabria, Giusi Princi. Ma sono numerosi gli enti coinvolti: il Comune e la Città Metropolitana di Reggio Calabria, il Comune di Riace, la Camera di Commercio e l’Università di Reggio Calabria, il Ministero della Cultura e la Sovrintendenza Regionale dei Beni Archeologici.

    bronzi-di-riace-conferenza
    La conferenza stampa di oggi per presentare le iniziative in programma

    I Bronzi di Riace Patrimonio dell’Unesco?

    Il Comitato, infatti, ha elaborato un Piano di promozione, comunicazione ed eventi internazionali, che si concluderanno nel mese di dicembre 2022. Programmati eventi dedicati ai Bronzi di Riace in Texas, Inghilterra, Germania, Francia, con il coinvolgimento delle Camere di commercio estere e delle Ambasciate.

    I due Bronzi, di età riconducibile al V secolo a.C., sono custoditi al Museo archeologico nazionale di Reggio Calabria. Ma solo raramente sono riusciti ad avere la ribalta meritata. Ora, però, la Regione vuole pensare e agire in grande: «L’anniversario del 50esimo del ritrovamento dei Bronzi di Riace rappresenta una grande opportunità, una vetrina importante per la promozione culturale e turistica della Calabria. Proprio per questo stiamo lavorando affinché le due statue diventino Patrimonio mondiale Unesco», ha detto Princi.

    Carmelo-Malacrino
    Carmelo Malacrino

    Per il direttore del Museo nazionale, Carmelo Malacrino, «si tratta di una occasione irripetibile per rilanciare i Bronzi». Melacrino ha confermato che anche per la prossima stagione estiva, il Museo tornerà ad ospitare, dalle ore 20 alle 23, incontri, concerti e approfondimenti culturali.

    Le iniziative

    Mostre, convegni, incontri, promozione dentro e fuori dal territorio. Ma, soprattutto, l’obiettivo di far conoscere il più possibile i due guerrieri fuori dalla regione. La Cittadella ha già predisposto la proiezione delle statue dei Guerrieri sui video-wall di importanti stazioni ferroviarie, come quelle di Milano e Roma, ma anche sugli schermi degli aeroporti italiani. Tutto dovrebbe partire da maggio e andare fino a dicembre, per far parlare delle statue per tutta la durata del 2022.

    roma-termini
    L’ingresso della Stazione di Roma Termini

    Su questa linea si inquadra anche la partnership con il Giro d’Italia di ciclismo, che partirà a maggio, e con il Salone del Libro di Torino, che si terrà dal 19 al 23 dello stesso mese. Celebrazioni che si dovrebbe concludere a dicembre con l’opera lirica capolavoro di Francesco Cilea, Adriana Lecovreur. Interpreti principali: Maria Agresta, reduce dalla Scala di Milano con la stessa opera, e Michele Fabiano, tenore di fama internazionale, peraltro originario di Scilla.

    Il problema dei trasporti

    Mai del tutto valorizzati. E, proprio per questo, in passato da più parti si sollevò la proposta di spostare i Bronzi, di portarli in giro per il mondo. Il Comitato interistituzionale ha un’altra idea: «I Bronzi devono rimanere al Museo Archeologico di Reggio Calabria». Lo hanno detto sostanzialmente tutti: la stessa Princi, ma anche Malacrino e il sindaco di Riace, Antonio Trifoli. Quindi, dev’essere il mondo a recarsi a Reggio Calabria per ammirare due opere uniche.

    Aeroporto Minniti, la cenerentola degli scali calabresi
    Un aereo fermo sulla pista del Tito Minniti

    Ciò che preoccupa, però, è l’isolamento della regione. I potenziali turisti potrebbero essere scoraggiati dalla difficoltà di raggiungere la Calabria e dai prezzi assai esosi per atterrare a Reggio Calabria. Sul tema degli aeroporti, Princi ha rivendicato il lavoro svolto dalla Giunta Regionale presieduta da Roberto Occhiuto con l’acquisizione del 70% delle quote della Sacal. Attraverso questo passaggio, la vicepresidente della Regione è convinta che già nel breve periodo si possa arrivare a eliminare le limitazioni che hanno fin qui frenato lo sviluppo dell’Aeroporto dello Stretto, con l’arrivo, per esempio, delle compagnie low cost.

    La vicepresidente della Regione, ancora, ha reso noto la proposta di «pacchetti turistici integrati e mirati per le scuole, dedicati ai Bronzi, con il coinvolgimento dell’imprenditoria locale». Oltre un milione di euro per gli istituti scolastici con meta privilegiata la Città Metropolitana di Reggio Calabria.

    Le attività economiche

    Il presidente della Camera di Commercio, Antonino Tramontana, ha reso noto che «all’interno dei pacchetti turistici programmati, con soste da una a tre settimane, con l’impegno dei ristoratori, saranno offerti piatti gastronomici in sintonia con l’evento. Un menù tipico della nostra provincia, accompagnato da cocktail, vini tipici e una birra di produzione locale fatta col nostro grano e il bergamotto».

    Antichi macchinari per l’estrazione dell’essenza di bergamotto (Consorzio tutela del Bergamotto di Reggio Calabria)

    Sono 20 gli itinerari di varia durata, resi già disponibili, dedicati ai Bronzi di Riace e finalizzati a far conoscere le grandi ricchezze culturali, naturalistiche ed enogastronomiche del territorio reggino. Il presidente Tramontana ha annunciato che diversi chef e diversi barman stanno già lavorando per creare dei menù tipici del territorio e dei cocktail dedicati al cinquantennale del ritrovamento dei Bronzi. Così come è in atto il coinvolgimento delle aziende vinicole e dei birrifici. «Le attività ristorative saranno invitate a promuovere anche la somministrazione di preparazioni enogastronomiche identitarie del territorio, dedicate all’evento», dice ancora Tramontana.

    SCARICA IL PROGRAMMA DEGLI EVENTI CLICCANDO QUI

  • I “subburchi” e la Pasqua: dai giardini di Adone a quelli di Cristo

    I “subburchi” e la Pasqua: dai giardini di Adone a quelli di Cristo

    Ricordo che a Pasqua con gli amici giravamo nelle chiese cosentine per i subburchi. Dovevamo vederne almeno tre e comunque in numero dispari. I preti ci dicevano che quei semi di grano cresciuti al buio simboleggiavano la morte di Gesù e, una volta germogliati e diventati biondo-oro, rappresentavano la sua resurrezione. Le nostre mamme, prima del periodo pasquale, seminavano grano, lenticchie, cicerchie e ceci dentro piatti o ciotole che conservavano al buio e bagnavano ogni due giorni.

    La tradizione dei subburchi

    Le piantine, una volta cresciute, legate con nastri di vario colore e adornate di fiori, venivano portate in chiesa il giovedì e poste accanto all’immagine di Cristo morto. Il Venerdì Santo, il più triste della Settimana Santa, gli altari erano spogliati dei paramenti e le immagini sacre coperte da un panno nero. Il mattino di Pasqua, al termine della messa, le donne portavano via il «grano santo» e lo piantavano negli orti o lo regalavano alle vicine come buon augurio.

    Il dio del grano e quello dei cattolici

    Anche le donne greche durante le Adonie seminavano grano, legumi e fiori nei vasi di terracotta. Cresciute le piantine, le ponevano accanto alle immagini di Adone morto. Al termine delle celebrazioni, prendevano i vasi con i germogli ormai appassiti e li gettavano nelle fonti d’acqua insieme alle statuette del dio. Secondo Frazer, Adone, che in lingua semitica significa «Signore», come altre divinità orientali che morivano e resuscitavano, era un dio del grano e della vegetazione. Le Adonie erano destinate a promuovere la crescita o il rinvigorimento della vegetazione secondo il principio della magia imitativa: riproducendo la vita delle messi, i contadini pensavano di assicurarsi un buon raccolto.

    giardini-adone-subburchi
    John Reinhard Weguelin, “I Giardini di Adone” (1888)

    La rapida germinazione del grano e dell’orzo nei «giardini di Adone» aveva lo scopo di far crescere i cereali, così come buttare i «giardini» con le statuette del dio nell’acqua propiziavano la pioggia fertilizzatrice. I «giardini di Adone» erano dunque una ritualità misterica sperimentata per incoraggiare la crescita della vegetazione, rappresentavano il risveglio primaverile della natura dal sonno invernale.

    Subburchi come le Adonie? C’è chi dice no

    Questa interpretazione, tuttavia, non trova tutti d’accordo. Detienne, ad esempio, osserva che le Adonie si celebravano in estate e non in primavera, e cioè nei giorni della canicola e dell’aridità. I «giardini» verdeggianti e vivaci non rappresentavano rinascita e vita, ma morte e desolazione. Il rigoglio era illusorio, rivelava l’impotenza a fruttificare: appena verdi, infatti, le piantine inaridivano velocemente sotto il calore del sole estivo. Al termine della ritualità, inoltre, le donne gettavano i vasi e il contenuto nell’acqua fredda delle sorgenti o nel mare infecondo.

    Adone era un adolescente precoce ma impotente e improduttivo, un seduttore straordinario ma sterile ed effeminato, in definitiva non un dio della vegetazione ma della sterilità. Detienne aggiunge che nel rituale greco le piantine stavano in piccoli recipienti, non nella vasta terra nutrice; godevano del solo periodo della canicola, non della maturazione lenta e naturale; avevano un ciclo di otto giorni, non di otto mesi (il tempo che intercorre tra semina e mietitura). Senza maturità, radici e frutti, con la loro rapida e illusoria fioritura, i giardini infecondi erano agli antipodi dell’agricoltura.

    detienne_1
    Marcel Detienne

    Affinità e divergenze tra i due culti

    Frazer sostiene invece che la ritualità dei Sepolcri, praticata soprattutto in Calabria e Sicilia, era la continuazione sotto diverso nome del culto di Adone. Secondo lo studioso, i drammi sacri erano sopravvissuti in queste regioni perché colpivano l’immaginazione e toccavano i sentimenti di una «razza», quella meridionale, disponibile per temperamento (a differenza di quella teutonica) verso le cerimonie caratterizzate da pompa e magnificenza. La Chiesa, con grande abilità, soprattutto per celebrazioni come quella del Cristo morto e resuscitato, aveva innestato la fede cristiana sul «vecchio tronco» del paganesimo.

    subburchi

    La somiglianza tra i «giardini di Adone» e i «sepolcri di Cristo» è indiscutibile, ma la filiazione diretta è tutt’altro che scontata. Indubbiamente i «Giardini di Gesù», ancora oggi allestiti dalle donne in occasione del Venerdì Santo, ricordano i «Giardini di Adone». Ma fra le due ritualità esistono più differenze che somiglianze. La festa delle Adonie si svolge nelle abitazioni private mentre quella della Pasqua nelle chiese; la prima si evolve in un clima sregolato e indecente, la seconda in un clima sommesso e solenne; l’una si caratterizza per la libertà sessuale, l’altra per la continenza; la prima è all’insegna di abbuffate e allegre bevute, la seconda del digiuno e della sobrietà; la prima è una festa allegra e rumorosa delle cortigiane, la seconda il rito luttuoso e angosciante delle madri.

    L’importanza della memoria e dell’oblio

    Bisogna studiare con attenzione le tradizioni folkloriche e soprattutto non sopravvalutare la «memoria collettiva». L’uomo ha bisogno dell’oblio come della memoria, ha necessità di dimenticare come di ricordare. A volte ha cattiva memoria e dimentica, a volte inventa, a volte ricorda i minimi particolari, a volte accade che alcune credenze rimaste nell’ombra si ridestano e ritornano a galla. Spesso si parla della «memoria collettiva» come di un organismo dotato di una psiche comune, di un qualcosa che contiene tutti i ricordi. In realtà capita spesso che gruppi di individui, a volte intenzionalmente, non trasmettono quanto conoscono alle generazioni successive, che nel processo di ricostruzione del passato alcuni fatti sopravvivano mentre di altri si perda traccia.

    Non esiste un mondo statico, la realtà è in continuo movimento, le società sono sottoposte sempre a nuovi condizionamenti culturali e materiali. Una ritualità che si richiama a un evento mitico, se non trova un equilibrio nelle sue molteplici funzioni e se viene meno quel flusso di informazioni e credenze tramandate da una cultura all’altra, può anche avere fine. Quando un mito non è più un elemento vitale per una comunità cessa di esistere. Ci sono miti che si modificano, perdono di senso, appaiono e scompaiono, riaffiorano in altri miti.

    Vecchie e nuovi miti

    A volte alcuni miti sembrano simili tra loro, ma lo sono solo apparentemente. Capita che l’uomo utilizzi vecchi miti dando ad essi significati nuovi o riempia nuovi miti di significati vecchi. Come ogni cosa, i miti nascono e muoiono. Per non rischiare di fare generalizzazioni bisogna bisogna inquadrare le tradizioni popolari nel tempo in cui nascono e si sviluppano. La cultura muta continuamente, la produzione delle idee è direttamente intrecciata all’attività e alle relazioni materiali. Le tradizioni popolari non si sottraggono ai mutamenti sociali e alla dinamica delle forze creative umane: esse, come direbbe Mauss, sono un fatto sociale totale, investono tutti gli ambiti della vita dell’uomo e coinvolgono la società nei suoi molteplici aspetti.

     

  • Liberi di studiare: 57 detenuti “in attesa” di laurea

    Liberi di studiare: 57 detenuti “in attesa” di laurea

    [responsivevoice_button voice=”Italian Male” buttontext=”ASCOLTA L’ARTICOLO”]

    Cinquantasette detenuti che sognano di laurearsi dal carcere in Calabria. Sono i numeri che nell’anno accademico in corso delineano i tratti della parte meno nota del sistema di istruzione universitario calabrese: quella di chi si è rimesso a studiare con l’obiettivo di trovare sui libri un riscatto che galere troppo spesso sovraffollate non riescono a garantire. A fare da traino è il penitenziario “Ugo Caridi” di Catanzaro, che, sulla scorta di una collaborazione ormai consolidata con l’Università Magna Græcia, conta ben 26 aspiranti dottori.

    Altri quattro che scontano la pena lì risultano iscritti all’Unical. L’ateneo rendese martedì ha festeggiato la prima laurea specialistica in Sociologia di un detenuto a Rossano, penitenziario nel quale a sognare il titolo sono in 12. Sei gli studenti Unical rinchiusi a Paola, tre – uno per carcere – quelli a Lauretana di Borrello, Vibo Valentia e Castrovillari.

    carcere-calabria-57-detenuti-in-attesa-laurea-superpasticciere-i-calabresi
    L’Università di Catanzaro

    La scommessa del penitenziario di Catanzaro

    Due dei 29 detenuti che si sono laureati nelle patrie galere nel corso del 2021 hanno conseguito il titolo nel “Caridi”: Salvatore Curatolo a luglio, Sergio Ferraro a ottobre. Ma dietro le sbarre c’è anche chi non si limita a studiare e fa da tutor a quelli che per portare a termine il proprio percorso formativo hanno bisogno di una spinta in più. La collaborazione tra Magna Græcia e Unical in carcere a Catanzaro passa anche da una serie di seminari per gli studenti detenuti in Alta sicurezza.

    I corsi sono di Sociologia giuridica e della devianza e Sociologia della sopravvivenza. I temi spaziano dal populismo penale alla giustizia riparativa, passando da violenza e diritto, prostituzione e pornografia, police brutality e tortura, terrorismo, lotta armata, resistenza e molto altro. È un’iniziativa mai sperimentata prima in Italia e tra i relatori ha visto anche il calabrese Giuseppe Spadaro, oggi presidente del Tribunale dei minori di Trento.

    La Dad dietro le sbarre

    Tutto si svolge in carcere, con i 16 detenuti coinvolti che diventano protagonisti di lezioni che poi arrivano in streaming ai cosiddetti “studenti normali”, tra cui quelli dell’Università di Bologna e di un liceo di Palermo. La Magna Græcia e il “Caridi” hanno così trasformato il freno della Dad imposta dalla pandemia in un’occasione per rendere fruibile all’esterno lezioni che i detenuti hanno svolto in presenza. Tutto nella massima attenzione alla tutela della sicurezza: i detenuti non possono interagire con gli altri studenti.

    Quello di Catanzaro è comunque l’unico polo universitario penitenziario d’Italia nel quale i corsi rivestono carattere di ufficialità. Qui i docenti non sono più volontari del sapere, una delibera recentemente approvata dal dipartimento di Giurisprudenza, Economia e Sociologia consente loro di sfruttare il tempo compreso nel proprio monte ore personale esattamente come quando insegnano in facoltà.

    carcere-calabria-57-detenuti-in-attesa-laurea-superpasticciere-i-calabresi
    Angela Paravati, direttore del carcere di Catanzaro

    Carcere in Calabria: a Catanzaro la cultura è di casa 

    Non mancano le richieste di trasferirsi in questo carcere per soli uomini diretto da una donna, avanzate da detenuti che nel capoluogo calabrese vedono lo sbocco naturale del loro percorso formativo. Tra i 588 ospiti del “Caridi”, in effetti, la cultura è di casa. A puntarci è la direttrice Angela Paravati, a stimolarla il coordinatore del corso di laurea in Giurisprudenza, Andrea Porciello, e il delegato del rettore nella Rete per i poli universitari penitenziari, Charlie Barnao.

    carcere-calabria-57-detenuti-in-attesa-laurea-superpasticciere-i-calabresi
    La casa circondariale di Catanzaro

    Dolci evasioni

    Neppure il regime di Alta sicurezza 1 fa da freno. Anzi, chi esce dal 41 bis cede spesso al fascino dei libri e a Catanzaro trova gli stimoli giusti. Ma tra quelle mura c’è spazio pure per le ghiottonerie di chi, nonostante l’ergastolo ostativo, il suo riscatto l’ha cercato nei dolci. È il caso di Fabio Valenti, che nel profumo dei suoi dolci trova golosissimi momenti di evasione apprezzati dentro e fuori il carcere. È il pasticcere del penitenziario di Catanzaro e coi suoi manicaretti ha attirato pure l’attenzione del maestro della pasticceria Luca Montersino. Per iniziare gli sono bastate due pentole capovolte, il suo forno l’ha creato così.

    Nelle 280 pagine del libro Dolci (c)reati, curato da Ilaria Tirinato ed edito da Città del Sole, c’è tutto il buono delle pratiche educative che aiutano anche chi ha trascorso in carcere 27 dei suoi 50 anni e sa che di avere dinnanzi il “fine pena mai”. La sua è un’altra storia di passioni assecondate e sostenute. Arriva anche da qui la scelta di dare i nomi alle sue ricette associando a ogni dolce un articolo del codice penale. Perché in fondo dietro le sbarre resta sempre la consapevolezza che ogni azione ha una conseguenza.

    Antonella Scalzi

  • San Francesco di Paola, il grande onomastico della Calabria

    San Francesco di Paola, il grande onomastico della Calabria

    Quando arrivate a Paola ve ne accorgete subito: Francesco di Paola, “il santo glorioso” è imposto ovunque, e ovunque buono per usi convenevoli. Lo incontrate persino elevato a indicatore di direzione e nume tutelare del traffico stradale. Quasi ad ogni svincolo e incrocio, compresa la trafficatissima nazionale, già alle porte del paese alla confluenza del Santuario con la SS 18, c’è una grande statua del santo col bastone di cui tutti i calabresi si dicono timorati e devoti, «u santu nuastru». Come se ci fosse bisogno di lui nelle vesti di vigile miracoloso pure per sbrogliare il movimento soffocante di mezzi che ogni giorno attraversano pericolosamente queste contrade di passo.

    san-francesco-di-paola
    Panoramica del Santuario di San Francesco di Paola

    San Francesco di Paola, il grande onomastico della Calabria

    C’è un gran traffico in giro. Si capisce proprio dalla statale intasata che questa giornata segnata sul calendario di tutti i calabresi si è invece trasformata in una ricorrenza di festa. E oggi, come ogni anno nel nome di Francesco di Paola si celebra il grande onomastico della Calabria. In Calabria il santo più santo di tutti i santi patroni di paesi e città è proprio lui, quello di Paola. E la sua fama non è seconda a quella di Francesco di Assisi, patrono d’Italia, di cui pure l’eremita paolano era stato seguace.

    Il convento dei Minimi a Plessis-lez-Tours in un’incisione acquarellata del 1699 (Biblioteca Nazionale di Francia, Parigi, In primo piano l’orto di frate Francesco)

    San Francesco è infatti il vanto universale del paese che gli diede i natali il 27 marzo 1416. Il 2 di aprile, è invece il giorno, era un venerdì santo, della sua morte, avvenuta lontano dalla Calabria. Morì infatti proprio il 2 aprile 1507 nel castello di Plessis Lez Tours, alla corte di Francia, alla veneranda età di 91 anni, negli stessi ambienti che qualche anno dopo videro la presenza di Leonardo da Vinci.

    Il santuario e l’identità dei calabresi

    Eppure come ogni anno la sua vicenda comincia e ritorna ogni volta qui, alle porte di Paola. La storia di questo santuario è legata a filo doppio con la vicenda e l’identità culturale dei calabresi. «Il nostro luogo di Paola», lo chiamava San Francesco. Verso il recinto sacro del «monasterio» e della «ecclesia», fondati dal taumaturgo alla metà del XV secolo, dalla traccia segnata sulle boscose e segrete balze dell’Isca da un’apparizione del santo assisiate, un luogo sottratto alla natura e già tributario di un suo ordine mitico, mutato in luogo di preghiera, il «deserto», e poi da eremo a santuario.

    Nobili e popolani si recavano in affollato corteo per penitenze e suppliche. Ottenevano auspici e consolazione. Invocavano grazie e frequentemente ricevevano guarigione per i mali del corpo e dello spirito dal pater pauperum Francesco di Paola.

    San Francesco di Paola, l’eretico

    Francesco de Alessio, di Giacomo Alessio, detto “Martolilla”, e Vienna de Foscaldo, era figlio di due ebrei convertiti. Il piccolo Francesco venne al mondo come frutto di un voto fatto da due genitori sterili e di età avanzata. Nasce gracile e con un “posteuma”, un tumore all’occhio sinistro. Guarisce. Diventerà alto e forte come un gigante e morirà quasi centenario. Prima seguace e devoto dell’altro Francesco, diventerà egli stesso santo. Il santo viandante, il frate col bastone, il santo dei poveri e degli ultimi, il “Pater pauperm Francisci de Paula”. “Il povero frate Francisci de Paula, minimo delli minimi siervi de Giesù Christo Benedetto”, che fu asceta e formidabile servo di Dio.

    San Francesco di Paola in processione

    Fece presto miracoli di carità in Calabria e altrove, ed ebbe fama grande di taumaturgo presso i popoli e le corti del suo tempo. Fu però dapprima giudicato eretico da preti e prelati increduli, e tenuto persino per «eretico», «mago et erbarolo».

    Contro i prepotenti di ogni risma e i sovrani malfattori ebbe parole terribili: «Guai a chi regge, e mal regge, guai ai Ministri dei Tiranni et alle tirannie, guai alli Ministri di giustizia che li è ordinato far giustizia e lor fanno il contrario. Guai alli impij che di loro è scritto: non resurgent impij in iudicio, neque peccatores in Concilio justorum». Fu giusto in vita ed ebbe infine gloria universale nel mondo dei cristiani.

    Contro i potenti e per la pace

    Luigi XI di Francia

    In Francia l’eremita visse gli ultimi 24 anni della sua vita. Partecipò in prima persona alla soluzione dei più importanti problemi politici e diplomatici del suo tempo tra il papa e i re francesi. A Parigi teneva testa ai dotti e ai filosofi della Sorbona, dopo aver condannato l’ingiustizia del re di Napoli Ferrante d’Aragona, e non fu più tenero col re di Francia. Il frate asceta fu infatti chiamato per la sua fama di taumaturgo alla corte dell’uomo più potente del secolo gravemente ammalato, Luigi XI. Gli rifiuterà la guarigione del corpo per concedergli solo quella dell’anima.

    Francesco di Paola fu in anticipo sui tempi e protagonista della riforma cristiana. Nella verità della carità per i poveri e gli umili il “bono patre Francisci de Paula” guardò sempre ai potenti del secolo con “occhi di lione”. E nel nome del Signore non fece sconti a nessuno. «Conserva i giusti, et alli ingiusti l’inferno», sentenziò. L’asceta che seppe reggere il confronto con re e papi era dunque un calabrese con la schiena dritta. Fiero con i potenti, generoso con gli umili.

    In tempi di guerre di religione fu però ispiratore di armonia e di concordia, che esortò sempre i governanti e potenti del suo secolo alla pace: «Amate la pace, perché è molto meglio di qualsiasi tesoro che i popoli possano avere». La regola del suo Ordine dei Minimi, Ordo Minimorum, approvata nel 1506, alla stregua di una costituzione democratica, vale ancora oggi come codice di moralità etica e sociale per gli uomini e le donne di tutti i tempi.

    Il culto di San Francesco di Paola nel mondo

    Sparse in Italia e in tutti gli angoli dei cinque continenti, esistono ancora oggi centinaia di chiese intitolate al santo di Paola. Sono 54 le congregazioni religiose che rispondono ai tre Ordini dei Frati Minimi di San Francesco di Paola (circa 200 monache, 220 frati e 5-6.000 laici), con comunità diffuse in paesi come Spagna, Francia, Repubblica Ceca, Ucraina, Brasile, Colombia, Messico, Usa e India. La sua figura di taumaturgo e di protettore è particolarmente sentita e venerata nel mondo dei migranti, delle genti di mare e nelle comunità calabresi e meridionali all’estero.

    san-francesco-di-paola
    La chiesa di San Francesco di Paola a Napoli

    Fondatore dell’Ordine dei Minimi (1506) che divenne uno dei quattro ordini religiosi più importanti nel secolo della controriforma cattolica, taumaturgo formidabile, teologo, mistico e asceta tra i più importanti del XV secolo, il santo della carità, il pater pauperum fu anche una delle figure di maggior spicco del cristianesimo europeo, a cui lo storico Johan Huizinga nel suo L’autunno del medioevo (1919) dedicherà pagine esemplari.

    Dalla fede popolare al supermercato della devozione

    Ma per sua predilezione per gli ultimi la figura del santo di Paola appartiene ancora oggi prevalentemente all’agiografia, alla religione dei ‘poveri’ e alla fede popolare. Da un secolo all’altro il Santuario di Paola divenne un centro di fede e devozione sempre più importante. Si sono moltiplicati i pellegrinaggi sempre più affollati e cortei di auto e bus verso il Santuario e al monastero, con la visita alle reliquie e al primo romitorio medievale fondati dal taumaturgo paolano. Era il 1969 quando Annabella Rossi, allieva di Ernesto de Martino, nelle sue ricerche antropologiche sulla religiosità popolare pubblicate in Le feste dei poveri (1971), scopriva in Calabria il santuario di Francesco di Paola.

    san-francesco-di-paola
    Mostacciolo di San Francesco

    Ma il santo patrono dei calabresi era già ultrapopolare, patrono delle genti di mare, degli emigrati e a quel tempo soprattutto dei “poveri”. Il flusso annuale dei devoti nel 1969 veniva stimato dalla Rossi in 800 mila persone all’anno. Ma la festa a quel tempo era quella della tradizione locale, del mondo contadino e degli emigranti, con i pellegrini che si radunavano tutti davanti alla chiesa: organetti, balli popolari, gruppi di famiglia, mangiate e dormite all’aperto, processioni, fratini ed ex voto. Poche macchine, pochi pullman, poche bancarelle. Scarsi e ancora simbolici gli affari e i proventi della devozione anche per il convento: medagliette e bottiglie di acqua benedetta, immagini tradizionali, ex voto e statue di creta con l’effigie del santo col bastone.

    Oggi è un posto da “antropologia del casino” meridionale. Il santuario è più simile a una sorta di supermercato della devozione di largo consumo, tappa di trasferimento nei tour del pellegrinaggio parrocchiale fast-food. È pur sempre un bagno di buoni sentimenti. Ma anche per la memoria e per il nome di Francesco di Paola il rischio è quello di una religione popolare smorzata e ridotta spesso a superstizione secolarizzata in invettive e proclami, una fede che nessuno pratica sul serio e che non costa niente tranne qualche souvenir di plastica.

    Musical, fiction e Padre Pio

    Ormai la sua effigie sulle bancarelle gareggia infatti a pochi euro con quella più modaiola e telegenica di Padre Pio. Fino a qualche anno fa i bancarellari li offrivano affiancati i santi del Sud pauperizzato, un tanto alla coppia. Adesso di statuette votive ne fanno certe fuse in un orrendo impasto di resine sintetiche conciate in formato bipartisan, modello ibrido “San FranPio”. Nel frattempo, dopo il recente successo di un musical, per rinfrescare e rendere più modaiola la popolarità appannata dal lungo medioevo rurale del santo calabrese ascetico e incazzoso, si minaccia una fiction televisiva della Rai modello Padre Pio.

    Ma se invece volete farvi un’idea del carisma e della forza del suo sembiante, a conferma delle impressioni fissate dalle fonti coeve e della fede popolare dei Calabresi di quei tempi, ben difficili dei nostri, l’immagine più attendibile di Francesco di Paola proviene dall’iconografia pittorica più vicina ai tempi della sua vita. C’è un dipinto che si può ammirare a Montalto Uffugo, Chiesa dell’Annunziata, che viene ritenuto il più prossimo a un ritratto dal vero San Francesco di Paola (autore, “Bastianus Floretinus”, 1513 circa).

    Il ritratto di San Francesco di Paola

    Impressionano i particolari delle mani che reggono il bastone, i tratti severi del volto, la figura vigorosa avvolta dal saio, i piedi con i calzari. Dettagli del sembiante che già parlano chiaro. Guardategli quelle dita nodose e le mani con le vene gonfie, così contratte e nervose che sembrano pronte a scattare per scagliare contro i prepotenti di tutte le risme il grosso bastone a cui si appoggia lungo lungo come fosse una lancia da armigero. E quel cipiglio da leone arruffato e gli occhi insonni da sentinella d’accampamento, il naso affilato dalla fame spirituale e dal fanatismo vegano, la barba da mistico e profeta, e quei piedi forti e snudati, i ditoni sghembi, le unghie scheggiate, le palme ossute e deformate dal cammino senza soste del pellegrino solitario, che non ha risparmiato nemmeno i suoi santi piedoni usati per calci formidabili sferrati al diavolo in persona.

    Vegetariano per amore degli animali

    San Francesco di Paola fin dall’inizio della sua vocazione, si attenne a una dieta rigorosamente vegetariana escludendo ogni derivato animale. Ad appena 14 anni si ritirò nei boschi di Paola in solitudine. E vi rimase, dormendo in una grotta e mangiando ciò che la natura donava lui spontaneamente, con la sola compagnia degli animali selvatici. L’astinenza dalla carne praticata dall’asceta e dai suoi seguaci entrò nella regola sotto forma di 4° voto di “perpetua vita quaresimale”.

    Il frate amava troppo gli animali per mangiarseli: «Un giorno, mentre Francesco di Paola andava per boschi, trovò un piccolo cervo che i cacciatori volevano catturare. Francesco lo protesse e lo lasciò libero. Dopo lungo tempo, mentre altri cacciatori inseguivano quel cervo per catturarlo, fuggì verso il convento e si fermò sotto la cella di Francesco. Quel cervo poi seguiva il buon padre in chiesa e dovunque andasse, leccava il suo saio facendogli festa come un suo difensore».

    San Francesco resuscita i pesci

    Il santo vegetariano fece anche partecipi gli animali del miracolo più grande della religione cristiana: la resurrezione dalla morte. Resuscitò due animali a cui era molto affezionato: l’agnellino Martinello e la trota Antonella ripresero vita non appena il santo, che soleva dare un nome a tutti gli animali, impose loro le mani. Ma le resurrezioni di animali avvenute per l’intercessione del santo calabro non si esauriscono qui. Ospite alla corte di Napoli gli offrirono da mangiare dei pesci fritti, ma egli li tirò fuori con le mani nude dall’olio bollente e li risuscitò. Altri miracoli parlano di un serpente che era stato schiacciato e ucciso, miracolosamente riportato in vita da San Francesco e di un bue, anche questo risuscitato.

    Un ecologista ante litteram

    Prima che spuntasse “il sole che ride” il santo della Charitas era perciò anche un ecologista ante litteram. Di recente Francesco di Paola che era già nella “hall of fame” dei santi vegetariani, è diventato il patrono “de facto”, di tutti le comunità dei vegani cristiani. Qualche anno fa la questione fu argomento di discussione anche al Vegan Fest di Lucca. Il riconoscimento ufficiale da parte della Chiesa pare molto prossimo.

    Vita quaresimale, regime vegetariano, sensibilità da ambientalista e rispetto caritatevole per il creato, l’amore solidale per i viventi e per tutte le forme di vita della terra e dell’acqua, i boschi, gli animali, la natura. Sta tutto nella sua “Regola” (1506). Una grande ricchezza. Basterebbe leggerla. E rispettarla un poco. In questi tempi di bassi orientamenti etici e di incerti sentimenti sul sacro sarebbe forse questo il vero miracolo di San Francesco. Liberarsi del superfluo, amare il creato, rispettare il prossimo.

    Strane apparizioni vicino al Santuario

    Ma qualcosa nonostante tutto riemerge dal sottofondo delle mentalità, dall’immaginazione sorgiva di un passato del sacro soffocato dal turismo religioso e dalla fede-spettacolo. Già nell’anno del quinto centenario della morte, il 2007, u santu nuastru si era mostrato ai viventi con qualche prodigio di difficile decifrazione. Adesso in tempi di crisi conclamata dirà la sua sulla guerra e uomini e su ciò che piace a Dio? In questi giorni difficili tra i fedeli si riparla sottovoce di un’ultima profezia di Natuzza Evolo, la veggente di Paravati che del santo di Paola era devotissima.

    La fede popolare reclama manifestazioni, vuole vedere segni. Qualcuno tra i fedeli più tradizionalisti di frate Francesco giura pure di aver visto un monaco incappucciato aggirarsi di notte sui luoghi intorno al Santuario profanati dalle ruspe e da troppi abusi edlizi. Ha un bastone in mano e un’aria santamente incazzata. Che cosa vorrà dirci adesso frate Francesco?

    Samprancisk

    Ma in questo giorno del calendario San Francesco è per tutti i calabresi Samprancisk. Uno che puoi prenderlo a bestemmie o invocarlo al bisogno. Uno che ci parli e gli dai del tu, come un amico o un parente che si incontra per strada, e che è di casa ovunque dal Pollino allo Stretto. E così in giro per la regione, e in mezzo mondo, nel suo nome si possono festeggiare anche tre processioni all’anno, sempre con la folla dei devoti dietro l’effigie barbuta e austera del patrono calabrese. Il protettore di Paola, un asceta medievale incazzosissimo e bonario, è il patrono dei pescatori e di tutta la gente di mare.

    La statua sommersa di San Francesco di Paola

    Il santo protettore di tutti i calabresi, dei fuggiti per emigrazione e di quelli rimasti per ostinazione non cessa di attrarre fedeli e devoti. Ogni anno questo onomastico è perciò uno degli appuntamenti che scandiscono la vita della Calabria. Fuori c’è la guerra, ritornano a galla paure antiche come il mondo. Nel flusso di stucchevoli banalità quotidiane, farcito del solito pastone di notizie truculente, gossip e veline emesse dai palazzi per alimentare le cronache del politichese locale, i santi spezzano la monotonia della prosa calabra di attualità.

    Il cammino della 107

    Adesso sulla statale calano le ombre, io giro le ruote per allontanarmi dal bivio del Santuario. Il pomeriggio sul Tirreno brilla dei raggi obliqui di un tramonto rossastro. Risalendo verso la Crocetta ho visto per strada un gruppo di pellegrini e devoti fare a piedi, sfidando la notte, il cammino di fede che porta qui sulle strade incasinate della 18 delle Calabrie in direzione del monastero di Paola. Lo stesso bordo trafficato dai pendolari del fine settimana sulla 107 Paola-Cosenza si trasforma così in una specie di “camino de Santiago” nostrano.

    Il giubbettino giallo catarifrangente delle soste di emergenza addosso come un saio penitenziale a scansare il risucchio delle macchine che sfrecciano. Un sacrificio vero. Una prova di fede che mi commuove e spaventa. Così per voto al frate di Paola c’è chi ancora rischia la pelle. Anche i pensieri di quelli che ci sono stati a fare visita e a chiedere grazie al “santu nuastru” restano ancora un poco incollati a mezz’aria sulla strada, come un resto di preghiera. Il vento di San Francesco li porterà fino a mare. Anche quelli miei che pure mi chiamo Francesco, e che santo non sono.

  • Cosenza a cinque birilli: bazziche, risse e un campione come Umberto Casaula

    Cosenza a cinque birilli: bazziche, risse e un campione come Umberto Casaula

    Per noi giovani cosentini Umberto Casaula era un mito. Alcune sue partite nei campionati italiani, europei e mondiali rimangono impresse nella storia del biliardo. Nel 1985 diventa campione italiano nella specialità 5 birilli. Ha vinto numerosi tornei e si è battuto con campioni del calibro di Lotti, Ferro, Cifalà, Gomez, Zito, Martinelli, Belluta, Mannone e altri. Memorabile la partita del 1993 quando ad Avellino nella prima prova del mondiale vinse per 4 a 1 il grande Carlo Cifalà. Quando ancora non era entrato nel mondo dei professionisti con gli amici stavamo ore ad ammirarlo e ci colpiva soprattutto la sua umanità, cordialità ed eleganza dei suoi tiri.

    Umberto Casaula sfida e vince Carlo Cifalà nel mondiale del 1993

    Bazzica, italiana e goriziana

    È difficile ricostruire il clima di quegli anni ma quel gioco è rimasto sempre vivo nel mio cuore da spingermi a scrivere ormai vecchio una storia del biliardo pubblicata circa un mese fa dall’editore Rubbettino. Con gli amici il giorno giocavamo a calcio e la sera a bazzica, italiana e goriziana. Quel passatempo fatto di traiettorie, angoli e scontri era stregato, il roteare sul panno verde delle palle che andavano zigzagando tra una sponda e l’altra fino ad abbattere i birilli o finire in buca mi affascinava.

    Tiri eseguiti in posizioni difficili con effetti e complicate geometrie apparivano magie e il «bigliardista» un prestigiatore che non poteva nascondere la propria arte. Erano il braccio e la volontà dello sportivo a stabilire il cammino delle biglie, ma a volte avevo la sensazione che queste, come spinte da una forza nascosta, andavano oltre la volontà di chi le colpiva. Quelle sfere colorate tonde, lisce e pesanti che si urtavano creando un suono inconfondibile sembravano fatate e forze esterne influenzavano il loro apparente viaggiare logico-razionale.

    Biliardo a credito

    Eravamo appassionati del biliardo ma a volte facevamo fatica a raggranellare i soldi sufficienti per pagare il tavolo e il proprietario segnava i debiti su un quaderno nero. Per alcuni il biliardo era una vera malattia, c’era gente che giocava sino a tarda notte e, anche se la saracinesca del locale era abbassata, dentro si gareggiava fino al mattino. Ricordo che a volte arrivavano madri e padri arrabbiati perché i figli avevano marinato la scuola o non volevano che frequentassero la sala da gioco. Anche i miei genitori non erano contenti che andassi nella sala del bigliardo: dicevano che non studiavo e che quel luogo era frequentato da gente poco raccomandabile.

    In effetti ho visto tanti giovani lusingati da gente senza scrupoli di essere forti giocatori, dopo aver vinto qualche partita, finire per essere spennati. Ho assistito anche a violente risse durante sfide di bazzica per presunti imbrogli, sedate grazie all’intervento deciso del proprietario o della polizia. A bazzica si gareggiava con due palle e pallino, ciascun contendente riceveva una carta con un numero segreto la cui somma con i punti fatti con i birilli doveva raggiungere 31 e non oltrepassarla altrimenti «si sballava».

    Soprattutto nelle giornate fredde e di pioggia il biliardo era affollato di gente e i giocatori più bravi erano conosciuti con soprannomi bizzarri o legati alla loro professione. La sala era immersa nel fumo di sigarette, sigari e pipe che formava una nebbia bassa evidenziata dalle lampade che illuminavano i tavoli. Nel grande locale non si poteva parlare ad alta voce e nelle lunghe serate si sentiva solo un leggero brusio, il rumore secco delle biglie e qualche sonora bestemmia.

    Uomini eleganti e stecche intarsiate

    In occasione di incontri tra professionisti del biliardo di altre città e i nostri campioni, con in palio consistenti somme di denaro, c’era grande attesa. Fuoriclasse che conoscevamo di fama arrivavano con le loro custodie di legno da cui estraevano bellissime stecche intarsiate che sembravano fucili di precisione. Con quelle aste in mano sembravano fucilieri: avevano un’arma, erano esperti di balistica, tiravano con decisione e avevano una buona mira. Battendo la palla tenevano ferma la stecca, l’afferravano per bene dalla culatta, la ingessavano alla punta per evitare tiri a vuoto e, inchinandosi, davano un colpo alla biglia realizzando giocate magistrali.

    Prima di giocare stabilivano le regole per le scommesse, indossavano un grembiule per non sporcarsi e provavano con attenzione l’elasticità delle sponde. Durante le partite nella sala c’era un silenzio tombale interrotto solo dal rumore secco delle palle e dalla voce del bigliardiere che scandiva i punti ad alta voce dopo averli segnati nella rastrelliera. Ricordo che guardavamo incantati quegli uomini vestiti elegantemente che, dopo aver accuratamente ingessato la stecca e messo il talco sulle mani riuscivano a fare colpi inimmaginabili. Avevano giochi diversi: c’era chi cercava di fare punti a ogni tiro e chi invece si preoccupava della «rimanenza»; chi tirava d’istinto dopo una veloce occhiata al tavolo e alle palle e chi invece meditava sul tiro spostandosi lentamente da una parte all’altra del tavolo.

    biliardo-cosenza-bazziche-risse-campione-come-umberto-casaula
    Umberto Casaula con suo figlio Aldo nella sala di biliardo che porta il suo nome

    I consigli del campione

    Guardandoli duellare mi rendevo conto che il biliardo era anche una prova di nervi. I contendenti cercavano di non esaltare le caratteristiche dell’avversario, lo costringevano a un gioco a lui non gradito, lo mettevano nella condizione di non poter mostrare ciò che sapeva fare, studiavano i modi per innervosirlo ed erano attenti a non perdere la calma nei momenti difficili aspettando il tempo opportuno per contrattaccare. Ricordo che un campione pugliese, venuto a Cosenza per sfidare Casaula, al temine di un vittorioso incontro, si fermò a parlare con noi e ci disse che giocando a biliardo bisognava non sottovalutare o sopravvalutare l’avversario e avere una grande tenacia perché, pur possedendo esperienza, visione di gioco e abilità nei tiri, senza volontà e concentrazione si andava inesorabilmente verso la sconfitta.

    Gli imprevisti sul panno verde

    In effetti accadeva che grandi fuoriclasse perdessero incontri con avversari più deboli a causa dello stato d’animo. Anche il risultato delle sfide tra campioni era imprevedibile: uno poteva perdere tutte le partite di un incontro e nel successivo vincerle. Non c’è sicurezza di vittoria al biliardo, sul tavolo non sempre accade ciò che si vuole, i tiri sono sempre gli stessi ma le biglie prendono direzioni diverse.

    Il più abile giocatore non ha il totale controllo di ciò che accade sul panno verde; pur conoscendo a memoria ogni colpo c’è qualcosa di imprevedibile che può far mutare la direzione delle palle: la rispondenza delle sponde, la pendenza di una parte del tavolo, lo sporco sulle sfere, pezzetti di gesso sul tappeto e altro. Spesso succede che un tiro è effettuato alla perfezione ma la palla che passa nel castello muove i birilli senza farli cadere o si ferma misteriosamente ai margini della buca.

    La solitudine del giocatore di biliardo

    I professionisti del biliardo non hanno tentennamenti su come eseguire un raddrizzo, un rinterzo, un rinquarto o un cinque sponde perché li hanno memorizzati, ma gli esiti di un tiro non sono mai scontati. Capitano giornate in cui ci si sente invincibili perché la palla centra sempre quello che si vuole, ma in alcune partite tutto va storto e non ci sono compagni da rimproverare o a cui chiedere consigli perché ognuno gareggia da solo. È necessario non lasciarsi andare quando i colpi non riescono nel modo desiderato e l’incontro prende una piega sfavorevole; bisogna dominare le passioni perché un fuoco tempestoso può indurre a scelte azzardate e sconsigliabili.

    Scena finale del film “Il colore dei soldi”, diretto da Martin Scorsese

     

  • La Calabria e la stampa “che conta”: storia di un pregiudizio

    La Calabria e la stampa “che conta”: storia di un pregiudizio

    [responsivevoice_button voice=”Italian Male” buttontext=”ASCOLTA L’ARTICOLO”]

    La Calabria una e trina. Trina, soprattutto, grazie al racconto delle grandi firme della stampa “che conta”. La prima Calabria, la più vecchia, è quella dei pregiudizi, che grazie all’appeal di grandissimi, come Indro Montanelli e Giorgio Bocca, ha fatto scuola. Terra terribile e irredimibile. L’epigono, forse suo malgrado, di questa tradizione è Corrado Augias, che commentò, nell’immediato indomani dell’inchiesta Terre perdute, coordinata da Gratteri in persona, in maniera a dir poco dura: «Io ho il sentimento che la Calabria sia irrecuperabile».

    https://www.facebook.com/watch/?v=463919521659331

    La seconda Calabria rievoca la Sindrome di Stoccolma: terra ostaggio delle sue classi dirigenti. Questa narrazione, forse la più recente, ha il suo capofila in Michele Santoro, che puntò le antenne di Annozero sulla classe dirigente calabrese a partire dal delitto Fortugno e ce le tenne ben dritte anche dopo, in occasione delle inchieste Why Not? e Poseidone di Luigi de Magistris.

    La terza Calabria, più simile alla seconda che alla prima, è la terra degli scandali un tanto al chilo, su cui si è esercitato negli ultimi anni Massimo Giletti, che ha allacciato una singolare sinergia col giornalismo locale, a cui ha fatto da grancassa: l’assessore corrotto, il mafioso corruttore e protervo, il pasticciaccio brutto della Sanità si trovano sempre…

    Stampa vs Calabria: in principio fu Indro

    A dirla tutta, Montanelli non si esercitò troppo sul Sud, perché la sua linea giornalistica aveva un gran successo sotto Roma, dove quella borghesia conservatrice (e a volte un po’ retriva) che amava la grande penna toscana era particolarmente consistente.
    Il mitico Indro, a cui si attribuisce tutto l’antimeridionalismo dell’universo, in realtà si teneva piuttosto abbottonato, con un cerchiobottismo simile a quello della Dc, che aveva votato a più riprese “turandosi il naso”.
    Sì, il Sud era arretrato e un po’ canaglia. Ma era anche la Patria di alcuni miti montanelliani, tra cui Giustino Fortunato: «Finché il Mezzogiorno genererà uomini così», rispose il grande giornalista a un lettore, «vale la pena di spendersi».

    indro-montanelli
    Indro Montanelli

    E la Calabria? Troppo marginale per interessare davvero qualcuno, era la terra ideale per intingere il pennino nella sostanza che il fondatore de Il Giornale prediligeva: il curaro.
    Tralasciamo alcune polemiche degli anni ’60, riportate in Calabria grande e amara (1964), il classicone di Leonida Repaci, e concentriamoci su un passaggio de L’Italia dell’Asse (1980) in cui Montanelli esprime il suo pensiero sulla Calabria mentre parla d’altro, cioè della conquista dell’Albania e del suo leader, re Zog.

    Ecco cosa scrive il giornalista toscano: «Il re Ahmed Zog, come si usa dire, “non nasceva”. Apparteneva a una dinastia di capimafia del Mathi, che sarebbe un po’ la Calabria dell’Albania, e il suo vero nome era Ahmed Zogolli». Inutile ricordare che l’Albania del ’38, uscita da poco meno di vent’anni dal dominio turco, era la zona più arretrata dei Balcani…

    La Calabria cambia, la stampa cambia

    Giusto un’avvertenza: i rapporti tra grande stampa e Calabria (e viceversa) iniziano a cambiare non appena si consolida una rete consistente di informazione regionale. Non più (e non solo) inviati e corrispondenti di testate nazionali e non più (e non solo) redazioni locali di testate che avevano fuori regione testa e cassaforte.

    Ma giornali regionali solidi, basati su reti di cronisti ramificate e consolidate sul territorio. E perciò capaci di creare continuità nell’informazione, dal livello strettamente locale al nazionale, e, a volte, di dialogare da pari con i big del giornalismo.
    Con un po’ di malignità, si può aggiungere che la crisi dell’editoria ha spinto le testate più importanti a non tralasciare nulla, Calabria inclusa, pur di fare i numeri. Soprattutto nell’era del web.

    Il perfido Bocca

    Giorgio Bocca, l’altro alfiere del pregiudizio antimeridionale, appartiene al “prima” dell’evoluzione massmediale. E, c’è da dire, ci va giù pesante.
    Le tracce del suo feeling antiterronico (e anticalabrese) si trovano in almeno tre libri. Il primo è L’Inferno. Profondo Sud, male oscuro (1992), un reportage choc che sbancò in libreria e diede filo da torcere al best seller Fatherland di Robert Harris.
    Il secondo è Il provinciale, l’autobiografia del grande giornalista piemontese, uscita sempre nel ’92. Il terzo è Aspra Calabria, ancora del ’92, in cui Bocca salva solo il procuratore Agostino Cordova.

    Giorgio Bocca

    Il Sud è male, la Calabria peggio

    Il Bocca-pensiero sulla Calabria procede per cerchi concentrici. Quello più esterno esprime un concetto: il Sud è male. Quello più interno, lo specifica: la Calabria è peggio.
    Ne Il provinciale, ad esempio, i passaggi sul Mezzogiorno sono pesantissimi.
    Eccone uno: «Passo per antimeridionale e lo sono nel senso che sono troppo vecchio per essere un’altra cosa. Il meridionalismo, la rinascita del Sud li lascio in eredità ai miei figli, ma temo che li passeranno ai nipoti. Sono quarant’anni e passa che ascolto le lagne del meridionalismo e ho capito che in quel che mi resta da vivere saranno sempre le stesse ».

    Eccone un altro: «In questi quarant’anni tutti gli altri meridioni del mondo industriale si sono tirati su le brache (…) e nessuno di questi Sud è afflitto dalla malavita organizzata che si è diffusa nel nostro, a metastasi».
    E infine: «La Mafia sarà potente, abile, invisibile, impunita, ma possibile che a nessuno o a pochissimi nel Sud sia venuta la voglia di spararle contro, di dirle basta?».
    La condanna di Bocca diventa senza appello sulla cultura. Per il grande giornalista alpino, i meridionali «se stanno giù non si liberano della retorica umanistica che non posso certo descrivere qui in due parole, ma che si riconosce come un odore di stantio, come qualcosa fuori dal mondo». Roba da far fischiare le orecchie ai vari Franco Cassano e ai loro pensieri più o meno “meridiani”…

    Giornalismo alla calabrese

    Sempre ne Il provinciale Bocca si sofferma sulla Calabria. In particolare, parla del suo incontro con l’avvocato di Saro Mammoliti: «La Mafia è come un cavallo nero, su cui salgono le zecche, i pidocchi, legulei, magistrati o avvocati che siano. Arrivo a Locri, terra di Mafia, e vado a parlare con l’avvocato Jovine, difensore di Saro Mammoliti, della grande famiglia mafiosa di Gioia Tauro, che vedo uscire dal suo ufficio».

    Mommo Piromalli
    Don Mommo Piromalli

    Più interessanti, i passaggi su Giuseppe Parrella, giornalista di Palmi, che Bocca definisce anche «di mafia». Parrella, racconta Bocca, si barcamena come può, tra carabinieri, mammasantissima e loro parenti. In particolare i Piromalli, che allora erano la ’ndrina del potentissimo don Mommo. Il ritratto è ironico, a tratti ammirato e pieno di comprensione. Parrella, per avere notizie, non esita a fare gli auguri a una Piromalli, che ha appena avuto un figlio, il quale ha ricevuto un assegno da un milione di lire da uno zio latitante. Roba inconcepibile nell’antimafia militante di oggi. Ma sicuramente comprensibile nel giornalismo degli anni ’80, molto più difficile da praticare in periferia.

    Una “normale” terra martoriata

    Dopo che Michele Santoro ha rotto il tabù, la Calabria va tranquillamente in prima serata, purché produca scandali.
    Lo sa bene Massimo Giletti, che si è divertito sadicamente a raccontare le malefatte della Sanità e della Regione. Ma a Giletti si può dare una piccola attenuante: almeno ha dato voce ai giornalisti calabresi che hanno prodotto le notizie. Non altrettanto ha fatto Mario Giordano nel suo Profugopoli (2016), in cui racconta della vicenda del centro migranti di Aprigliano riconducibile alla famiglia Morrone senza menzionare la fonte originaria…

    Mario Giordano

    A proposito di Michele Serra

    Ma ci sono giornalisti che guardano alla Calabria con pacatezza e con disincanto. È il caso di Michele Serra, che nel suo Tutti al mare (1985), racconta la speculazione sulle coste calabresi, da Scalea in giù con garbata ironia.

    Feltri, basta la (mala)parola

    Doverosa la citazione di Vittorio Feltri, non foss’altro perché si è fatto quasi radiare dall’albo (si è cancellato da sé prima) per averle sparate grosse sul Sud.
    L’ex direttore responsabile di Libero ha capitalizzato la libertà della terza età ed è andato giù duro sulla Calabria, di cui ha estremizzato i luoghi comuni negativi fino al paradosso: «Se fossi in Conte mi rivolgerei a un boss della ’ndrangheta», ha dichiarato il giornalista lumbard mentre la pandemia faceva ancora strage.
    Non serve altro. O forse sì: i politici calabresi la smettano di prenderlo sul serio e cerchino di non dargli ragione coi loro comportamenti.

    Vittorio Feltri
    Vittorio Feltri

    Scalfari non pervenuto

    scalfari-stampa-calabria
    Eugenio Scalfari

    Eugenio Scalfari, originario di Vibo, di Calabria ha parlato poco. E quel poco l’ha delegato alle firme dei suoi giornali. C’è da capirlo: uno che commentava le elezioni del Papa o le crisi di governo mica poteva soffermarsi su “semplici” storie di mafia e di malaffare… Restano solo i ricordi delle estati nella terra natia. Innocui e sognanti come tutte le memorie d’infanzia.

    E domani?

    Di Calabria il web oggi parla tantissimo e i nostri governatori hanno guadagnato il diritto di essere bastonati e irrisi come tutti gli altri. Lo sa bene Agazio Loiero a cui Marco Travaglio dedicò un titolo mitico: Agazio che strazio.
    Ma la palla passa ai giornalisti calabresi, a cui tocca l’onere di passare un racconto ben fatto, degno di essere amplificato e ripetuto. In fin dei conti, il medium è sempre il messaggio…

    travaglio-stampa-calabria
    Marco Travaglio