Categoria: Cultura

  • Democrazia sociale: quando Cosenza voleva cambiare il mondo

    Democrazia sociale: quando Cosenza voleva cambiare il mondo

    Nel 1865, alcuni cosentini fondarono un’associazione clandestina per promuovere una rivoluzione sociale. La maggior parte degli aderenti cinque anni prima aveva partecipato alla spedizione garibaldina e altri avevano militato nelle associazioni segrete mazziniane come la Falange Sacra. In un dettagliato documento redatto in una riunione tenutasi a Cosenza i rivoluzionari elencarono i punti fondamentali dell’organizzazione:

    • abolizione del «diritto divino, diplomatico e storico»;
    • rinunzia a ogni idea di «preponderanza nazionale»;
    • federazione dei comuni e delle nazioni;
    • abolizione della proprietà e dei privilegi;
    • eguaglianza politica dei cittadini;
    • emancipazione del lavoro dal capitale;
    • la terra ai contadini e i mezzi di produzione agli operai.

    Per il suo programma insurrezionale la “Democrazia Sociale” operò nella più rigorosa clandestinità. Gli aderenti comunicavano con nomi di battaglia e si organizzavano in luogotenenze e sub-luogotenenze. L’obiettivo della società era la rivoluzione socialista. Ma per realizzarla bisognava distruggere il prestigio di Mazzini e Garibaldi che, pur avendo fatto tremare i tiranni, avevano portato il popolo su vie sbagliate. Certo, erano due uomini «immortali» che si erano battuti con grande coraggio. Ma il primo vagheggiava un programma che non affrontava i problemi sociali. E il secondo aveva sconfitto il re borbonico per consegnare il paese a un re sabaudo.

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    Garibaldi e Vittorio Emanuele II a Teano

    La rivoluzione a Cosenza, Mazzini e Garibaldi

    In un documento spedito agli adepti dell’associazione si legge a questo proposito:
    «Fratello! La nostra missione è ridurre l’uomo né suoi diritti naturali presso la umanità di Libertà ed uguaglianza, prima libertà, e di conseguenza l’uguaglianza. Per ottenere questo fine sacrosanto i mezzi sono i capi del programma, perché il primo assalto alla uguaglianza fu portato dalla proprietà, il primo assalto alla libertà fu portato dalle società politiche e dai Governi. I soli appoggi della proprietà e de’ Governi sono le leggi religiose e civili. Dunque, per ristabilire l’uomo né suoi diritti primitivi di Uguaglianza e di libertà, è necessario incominciare dal distruggere ogni religione ed ogni società civile, e terminare coll’abolizione della proprietà. Il latore se le conviene, sarà il legionario nostro anello.

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    Marsiglia, 1833: il primo incontro tra Mazzini e Garibaldi

    Dovrà francamente ed energicamente Ella studiarsi come distruggere il prestigio de’ due nomi immortali di Mazzini e Garibaldi, perché l’uno prese fin dal primo momento falso indirizzo, e con tutto ciò fece impallidire e tremare il foglio e il cuore de’ tiranni, ma non ristabilì l’uomo né suoi bisogni primi naturali e né secondi sociali, secondo bell’anima, ma moncamente servì il Paese ma collocò il tiranno in sulla sedia, ed il prestigio suo allucinò anche la mente nostra dal braccio che donava al tiranno. Ora il compito dè nostri guai è spento, ed incomincia l’era della luce, e noi faticando su di un difficile apostolato dobbiamo ridurre tutto il falso al vero, e combattere fino a morire l’ignoranza e la superstizione».

    Morte alla monarchia e a chi la difende

    E in un altro documento approvato in un convegno della Luogotenenza di Cosenza e le subluogotenenze di Rogliano e Paola si legge:
    «La Luogotenenza del Cosentino, e sue Subluogotenenze fan pieno plauso al programma della Democrazia Sociale e fan loro bensì la circolare di Cotesto C.C. che ha per iscopo di combattere il falso indirizzo di Mazzini. È indubitato che questo grande uomo ci fa la guerra: però più che col fatto col nome (almeno per quanto si può giudicare da noi ed in questa continenza Calabra Cosenza) e questo nome ci farà vieppiù la guerra che credesi di accordo con Garibaldi, ed il popolo ricco di affetti, e di devozione e pur di ingegno più che di intelligenza atteso che manca lo svolgimento intellettivo e di associazione al solo nome di Garibaldi cede ad ogni gloria ed anche alla propria salute: ci è che anzi tutto bisogno inerente alla nostra costituzione facessimo conoscere ai fratelli della nostra residenza centrale, che stante Mazzini ci ostacola colle idee e coi falsi indirizzi. Garibaldi involontariamente ci ostacola col suo prestigio che porta seco, entusiasmo perpetua anche alle colte intelligenze come colui che in faccia a Mazzini che rappresenta l’idea della sfera del vuoto, desso rappresenta il moto nel campo del fatto, perciò il nostro voto è di conciliare per tutta la nostra continenza i Garibaldini all’opera nostra. Ed è certo che Garibaldi ci può essere forza e luce, senza intelligenza, senza mente socialista un’ente della rivoluzione che serve col suo braccio a rendere per altro tempo esistente la monarchia in Italia, ma il suo fine è quello di liberare il popolo, ma che per altro non fa creare una rivoluzione che compia il bene di questo immiserevole popolo, anzi la conseguenza del fatto suo lo agghiaccia dippiù.

    Ma è ora terribile fatale ora, che ci annunzia che dinnanzi che ci scorre, che ci passa come fulmine un atomo di momento che tutti noi dovremmo metterci alla videtta di affermare per la causa del popolo e non farlo scorrere innanzi indolentemente per abbracciarlo quella stregona monarchia che non ci farebbe rendere il capo a quel suo vecchio infame crudo che ha la testa cornuta che i privilegiati adorano, e fanno rispettare col sacrilego nome di Diritto Divino. Non bisogna in questo momento solenne di libera associazione radergli i peli per poi spuntarli più duri e feroci. Si distrugga una volta questa idra con miliardi di teste. Bisogna che ci cooperiamo tutti che questo momento fatale destinato dai tiranni a pro loro per l’ignoranza del popolo tanto dia ora per opera della luce nostra, latte, a quella sopirata bimba, libertà.

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    Casa Savoia, la famiglia reale riunita all’epoca di Vittorio Emanuele II

    Morte alla monarchia, sterminio a chi la difenda, l’unico grido sia questo, ed in tutti i punti dello spazio la voce del fratello nostro predichi, che i diritti essenziali che l’uomo ricevette dalla natura, nella sua perfezione originaria e primitiva sono l’uguaglianza e la libertà, che il primo assalto a questa uguaglianza fu portato dalla proprietà, ed il primo assalto alla libertà fu portato dalle società politiche e dà governi, i soli appoggi della proprietà e dè governi sono le leggi religiose e civili, che per ristabilire l’uomo né suoi diritti è necessario incominciare dal distruggere ogni religione ed ogni società civile e terminare coll’abolizione della proprietà.

    Siffatta formula la nostra società deve predicerla fino ad avere l’audacia di farla inserire fra gli atti alla Regia dè tiranni. Fratelli prendete in considerazione che questa terra del cosentino, misera di mezzi come è, ma ricca di individui forti di spirito e di audacia è tutta pronta a sostenere la vita e la pace ad una siffatta iniziativa di rivoluzione democratica-sociale, e ricordatevi che fu l’unica terra fra tutto il mondo che ha protestato senza interruzione in faccia all’umanità contro la proprietà e contro la tirannia della monarchia».

    Cosenza, spie e rivoluzione

    Nel giugno 1866, probabilmente in seguito a una spiata, la polizia effettuò perquisizioni in casa di alcuni rivoluzionari. In quella di Gregorio Provenzano trovò documenti e piani per l’insurrezione. Il giovane, impiegato nello studio di un avvocato, fu arrestato, richiuso e interrogato nelle carceri della città. Al processo alcuni testimoni dissero che era un scrivano competente, onesto e gentile. Ma aggiunsero anche che «viveva in una tale stranezza e una tale confusione che si rendeva incomprensibile».

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    Palazzo Arnone, oggi sede della Galleria Nazionale, era il carcere della città

    Uno di loro disse ai giudici: «Facendo il Provenzano il giovane di studio del G. Marini ha frequentato vari giovani forniti di varie cognizioni e ascoltando or da uno or dall’altro nei discorsi qualche idea o qualche principio scientifico si à infarcito la mente di tante idee che han formato nella di lui mente un guazzabuglio tale da non potergli credere. Per lui non vi ha proprietà, non vi è Iddio, l’uomo deve far tutto per l’amore del prossimo, non può esser né cittadino né suddito ma deve vivere secondo viveva nei primi giorni della creazione».

    Cospirazioni e intelligenza

    Nel corso degli interrogatori, il giovane Provenzano ammise di aver fatto parte dell’associazione sovversiva. Cercò, però, di sminuire l’attività del gruppo e confessò di aver vagheggiato astratti ideali in un momento difficile della sua vita. A differenza di quanto era scritto nei documenti della società sul carattere indomito dei cosentini mostrato durante i moti risorgimentali e la spedizione garibaldina, il giovane scrivano affermava: «Io sono innocente dell’imputazione che mi si addebita, poiché non ho mai cospirato né attentato sapendo benissimo che le cospirazioni non si fanno individualmente con se stesso ma unitamente ad uomini di alta intelligenza che in questa nostra terra di Cosenza non se ne trovano».

  • Cosenza, Sparta della Calabria

    Cosenza, Sparta della Calabria

    Che succederebbe se ai piedi del Partenone scoprissero che Cosenza è nota come l’Atene della Calabria? Forse nella capitale greca assisteremmo a proteste di piazza veementi quanto quelle degli anni in cui la Troika si era abbattuta su Tsipras e i suoi connazionali. Da diversi anni, più che Atene, Cosenza ricorda infatti l’arcirivale Sparta. Nella città che si faceva vanto della sua cultura l’arte fatica sempre più a trovare casa. E quando la trova – se la trova o non la sfrattano dalla precedente – scoppiano immancabili i conflitti.

    Cosenza: l’arte nella Atene della Calabria

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    “La Bagnante” di Emilio Greco è la statua presa più di mira in questi anni sul Mab

    «Prendi l’arte e mettila da parte» in riva al Crati e al Busento, più che un vecchio detto, pare ormai una regola di vita. In principio fu piazzetta Toscano, con la sua futuristica copertura a nascondere antiche vestigia romane. Poi venne la statua di Cesare Baccelli in piazza Spirito Santo: sparita nel nulla anni or sono, riapparsa in un post Facebook dell’allora sindaco Occhiuto, scomparsa nuovamente il giorno dopo.

    Ma l’elenco è lungo e variegato: c’è la penna della statua di Telesio fregata – leggenda vuole – da un ricco studente dell’omonimo liceo; la colonna di Sacha Sosno abbattuta da un mezzo della nettezza urbana che manovrava su corso Mazzini. Ci sono gli atti vandalici sul Mab, i Picasso e Chagall (ma non solo) che la città non è stata in grado di farsi regalare.

    E poi, ancora, i murales su Marulla raddoppiati d’imperio perché il primo non incontrava i gusti di alcuni ultrà, i musei promessi ma mai realizzati e quelli chiusi, i teatri serrati, la Biblioteca civica sommersa dai debiti, i Bocs Art vuoti, i monasteri ultrasecolari sigillati. L’illustre – e parziale – campionario dell’Atene della Calabria si è arricchito negli ultimi giorni di altri due esempi che hanno fatto parecchio discutere a Cosenza e dintorni.

    Dall’Atene della Calabria alla Disneyland di Cosenza vecchia?

    Il primo è quello della statua di Donna Brettia. Personaggio leggendario, presunta prima donna guerriera (cosa che agli spartani non dovrebbe dispiacere) della storia occidentale, la scultura che la raffigura è sostanzialmente un’appendice del già problematico museo storico all’aperto realizzato da un’associazione – la guida l’ex preside Franco Felicetti – a Cosenza vecchia pochi anni fa. E proprio come quel museo ha avuto una nascita a dir poco travagliata. Il progetto di Felicetti e soci risale ai tempi in cui era sindaco Perugini e prevedeva la realizzazione di alcuni murales a tema storico tra le vie della città antica, uno per ogni popolo susseguitosi nella dominazione di Cosenza lungo i secoli.

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    Uno dei dipinti del museo del centro storico

    Come contorno alle opere del percorso, l’associazione ipotizzava che imprenditori locali aprissero locali a tema nelle immediate vicinanze: café chantant in omaggio agli angioini, una taverna spagnola per gli aragonesi, una birreria tedesca per gli svevi e così via, in una ipotetica gentrificazione simil Disneyland che ha fatto storcere il naso a parecchi. Dei murales non si fece nulla, ancor meno di würstel e crauti o nacchere e flamenco.

    Restano salsiccia e broccoli di rapa nelle cucine del quartiere, tributo ai bruzi difficilmente riconducibile al progetto museale: c’erano già prima. E restano i dipinti: il successivo sindaco, Mario Occhiuto, diede il via libera, a condizione che gli artisti li realizzassero su pannelli da appendere e non direttamente sulle pareti secolari di Cosenza vecchia. Neanche il tempo di affiggerli con un telo sopra e già il primo era scomparsolo ritrovarono pochi giorni dopo – prima dell’inaugurazione ufficiale. Un altro l’ha fatto cadere il vento mesi fa ed è rimasto per terra in un vicolo a lungo.

    La statua nell’angolino

    Felicetti, comunque, in mancanza dei bar a tema ha rilanciato. E ha provato a donare alla città anche la statua di uno dei personaggi protagonisti dei dipinti: Donna Brettia, appunto. Una donazione modale la sua, ossia vincolata a determinate condizioni. Il Comune – questo il diktat del donatore – doveva collocare la scultura in piazza Valdesi, porta della città vecchia, con tanto di spadone puntato verso colle Pancrazio.

    A piazza Valdesi, però, per mesi c’è stato solo il basamento. Nessuno si era premurato di coinvolgere la Soprintendenza, passaggio obbligato quando si tratta di intervenire in un centro storico. Poi è sparito pure il basamento, mentre la statua restava chiusa in un magazzino. Nei giorni scorsi l’hanno riposizionata in un punto più defilato, da cui il centro storico, seppur a pochi passi, a stento si vede. La spada punta ora più verso Rende, quasi la soluzione per la città unica fosse l’Anschluss. A Sparta avrebbero gradito, ad Atene chissà.

    Da Donna Brettia ai Bee Gees

    Tutto è bene quel che finisce bene? Macché. Prima che la inaugurassero qualcuno ha pensato di omaggiare Dalì piegando la spada di Brettia come i celebri orologi del pittore surrealista. Poi, a cerimonia avvenuta (e spada raddrizzata), è partito l’appello di storici, archeologi e semplici cittadini contro la scultura. Mistificherebbe la storia di Cosenza in nome del turismo, denunciano in estrema sintesi gli accademici (e non solo) chiedendone al Mic la rimozione.

    Donna Brettia tornerà in magazzino? Farebbe comunque una fine migliore di quella toccata in sorte per il momento all’altra scultura protagonista delle cronache recenti: il monumento a Sergio Cosmai. O, secondo la più disincantata e insensibile expertise dell’Atene della Calabria, ai Bee Gees, con quelle sagome à la Stayin’ Alive a custodire il ricordo del delitto dell’ex direttore del carcere di Cosenza sull’omonimo viale.

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    Il monumento a Cosmai qualche anno fa, dopo la rimozione della scritta che lo circondava

    Il lungo addio

    Velato omaggio burocratico-amministrativo anche a H. G. Wells e al suo La macchina del tempo – l’inaugurazione dell’opera risale a marzo 2013, il Comune però l’ha commissionata ufficialmente alcuni mesi dopo – l’installazione dedicata a Cosmai era già ridotta a metà da anni. La scritta che la circondava, infatti, risultava pericolosa secondo la Polizia stradale. Su quella sorta di potenziale ghigliottina gravò a lungo il sospetto – poi fugato dal tribunale – di aver causato la morte di due ragazzi in un incidente stradale. La portarono via lasciando lì solo i Bee Gees, di cui la famiglia stessa di Cosmai auspicava da anni la rimozione ritenendo celebrassero più i killer della vittima. A far sparire anche quelli ha provveduto nei giorni scorsi l’amministrazione Caruso, attirandosi subito le critiche di chi l’aveva commissionata, ossia l’ex sindaco e oggi senatore Occhiuto.

    Regimi a Cosenza e una nuova Atene della Calabria

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    C’è chi apprezza così tanto la statua di Mancini da metterle la sciarpa quando fa più freddo

    «Un’opera di arte contemporanea non deve per forza piacere a tutti, semmai deve interrogare in virtù dell’idea che le sta dietro, perché a partire dal secolo scorso l’arte è diventata soprattutto concettuale. Adesso magari metteranno al suo posto l’ennesimo busto celebrativo, come si usa nei regimi totalitari o nei posti dove regna l’ignoranza», ha argomentato con amarezza. Parere simile aveva riservato, pochi mesi fa, alla quasi altrettanto discussa statua di Giacomo Mancini piazzata di fronte al municipio. Ma il problema, probabilmente non è questo. In fondo, come diceva Borges, «chi dice che l’arte non deve propagandare dottrine si riferisce di solito a dottrine contrarie alle sue».

    Il fatto è che poco dopo la rimozione hanno iniziato a circolare in rete foto di quel che restava dell’opera buttato in terra ai piedi di una rete, con polemiche al seguito. Tutto mentre il gruppo consiliare “Franz Caruso sindaco” si affrettava ad assicurare che «l’installazione è attualmente custodita nei locali comunali per essere riposizionata in un altro luogo idoneo e non ostativo della sicurezza e dell’incolumità pubblica. Anzi, è bene precisare che sarà ricollocata l’intera opera, con l’aggiunta, cioè, della striscia in ferro riportante una frase di Sergio Cosmai».

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    “L’ex monumento” a Sergio Cosmai tra i rifiuti

    Qualità della custodia a parte, insomma, alla famiglia del defunto toccherà forse pure la beffa di partecipare a una seconda inaugurazione della già poco gradita scultura. Se non a Cosenza, nell’hinterland: il sindaco Magarò ha proposto di metterla nel suo paese in caso qualcuno a Palazzo dei Bruzi voglia davvero farla sparire per sempre.
    Sarà Castiglione Cosentino la nuova Atene della Calabria?

  • Giovanni Amendola e la tragicomica poesia degli ultimi

    Giovanni Amendola e la tragicomica poesia degli ultimi

    Non può esservi storia nazionale senza storia locale. Quella affidata, dalla notte dei tempi, anche a poemi e versi. Una poesia che, nelle molteplici correnti succedutesi nei secoli, ha continuamente rivendicato spazi di libertà nel suo essere polimorfa, sociale, ironica, sagace, sdrammatizzante, strumento di conoscenza dei luoghi e delle persone. Una poesia mai doma, come quella creata da Giovanni Amendola, cantore della piccola comunità di Nocera Terinese.

    Giovanni Amendola e la Nocera del Secondo dopoguerra

    Nato nel 1934 nel paese in provincia di Catanzaro affacciato sul Tirreno, Giovambattista Amendola, per tutti Giovanni, ha legato la sua intera esperienza esistenziale e artistica alla sua terra traversata dai fiumi Savuto e Grande, sorta sui resti delle antichissime città di Temesa e Terina che non possono non conferirle, tutt’oggi, un’aura quasi mitica.
    Ne hanno visti di cambiamenti Nocera e il suo figlio Amendola: la lenta alfabetizzazione, non soltanto in meri termini scolastici, del popolo; il secondo conflitto mondiale; il re-innesco dei dissanguanti flussi migratori mentre altrove esplodeva il Boom economico; la fuga dalle campagne e il popolamento delle marine, con la susseguente creazione dei paesi doppi – quello vecchio in alto, il moderno giù sulla costa –, una sperimentazione politica e culturale che mutò la morfologia della regione e che riguardò Nocera e tanti altri centri calabresi, sia sul versante tirrenico, sia su quello jonico.

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    Un panorama di Nocera Terinese

    I disagi quotidiani e la passione popolare

    Fine osservatore dei mutamenti in atto, attraverso il suo dialetto, la lingua delle radici, Amendola ha raccontato in versi le piccole e grandi debolezze dell’umanità, sentimenti comuni a ogni etnia e latitudine.
    La poesia di Giovanni Amendola, definita “poetante” perché più musicale ed efficace, si caratterizza per l’insaziabile ricerca della parola, quella più appropriata, quella più giusta, al fine di penetrare a fondo la storia popolare, di stigmatizzare i costumi e cantare le difficoltà quotidiane e le piccole gioie – con le prime che appaiono sempre più rilevanti e insostenibili – di generazioni di noceresi. E lo fa senza ergersi a giudice, ma permettendo al suo autore di partecipare alla passione della sua gente – e di passione, Nocera, col suo secolare rito dei Vattienti, ne sa qualcosa – e i lettori partecipi delle fragilità del poeta.

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    Un vattiente e un Ecce Homo, uniti da una corda (foto Leonardo Perugini, dal reportage “Deliver us from evil”)

    Giovanni Amendola e il mondo che non c’è più

    Nei suoi componimenti, Amendola ha cantato con nostalgia «gli stigmi di un mondo che non c’è più», sorridendo sommessamente dinanzi ai bocconi amari della vita. Ché, come ripeteva sovente con la colorita ma incisiva saggezza degli antichi, «u cane muzziche sempre u cchjù sciancatu» (il cane morde sempre chi è più storpio, chi sta peggio). In una sorta di appiattimento antropologico sugli “ultimi” le cui vicende tragicomiche hanno rappresentato un inesauribile bacino in cui placare la sete dell’ispirazione.

    Plasmatasi sulla scorta di una prima, scolastica, formazione umanistica affinata negli anni con letture e studi da autodidatta (si autodefiniva un eterno studente e un divoratore di enciclopedie), quella del poeta calabrese è una poetica soltanto all’apparenza semplice, ma che cela un denso sostrato di complessità.
    Giovanni Amendola è stato un uomo «dotato di quello strabismo intellettuale necessario a fissare contemporaneamente il locale e l’universale con uguale attenzione e intensità per fonderli nella poesia», sostiene Antonio Macchione, storico medievista con la passione per la letteratura calabrese e curatore de La poesia poetante di Giovanni Amendola (Graficheditore, 2023), opera fresca di stampa dedicata al poeta di Nocera Terinese.

    Una sfida tra versi e ironia

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    Una delle raccolte di poesie di Giovanni Amendola

    «Mettere alla prova la propria capacità di leggere il mondo», ha scritto Silvio Mastrocola, è stata la scommessa poetica di Amendola. Una vera e propria sfida, di superare le diffidenze e fragilità del paese, «di impadronirsi dei suoi meccanismi più riposti, di dragare con cura paziente i fondali della vita sceverando granello dopo granello la sabbia dell’esistenza, lasciando scorrere ciò che nulla può aggiungere al difficile quadro del vivere e trattenendo, invece, i segni più preziosi della vicenda terrena». E come ogni scommessa implica una percentuale di rischio. Il rischio di sentirsi esclusi, emarginati, soli, abbandonati. Però, a ben pensarci, è questo l’humus che favorisce lo sprigionamento della poesia, quella autentica.

    Arrivismi, inganni, tradimenti noti a tutti fuorché, come si conviene, al tradito, gravidanze impreviste, espedienti d’ogni genere e altri piccoli casi tipici di ogni civiltà si trasformano nell’immaginario di Giovanni Amendola in stigmi antropologici che sottili stratagemmi letterari fotografano assieme a minuscoli attimi di vita quotidiana, al lavoro o in famiglia; divertissement utili a distrarsi, per non pensare alla fame e alla vita grama.
    Ed è stata pure questa cifra della poesia amendoliana: indagare con ironia il tempo antico, non con un approccio vuotamente scherzoso, parodistico o nostalgico, bensì in maniera giovevole a comprendere i cambiamenti avvenuti e quelli in corso, l’omologazione, la corruzione linguistica e dei costumi, il rinnegamento (vissuto con ingiustificata vergogna) del passato e delle differenze.

    L’opera di Giovanni Amendola

    Nel corso della sua vita spentasi nel 2022, Giovanni Amendola ha ricevuto vari riconoscimenti in concorsi di poesia in vernacolo e ha pubblicato quattro raccolte poetiche: ’A vrascèra (Edizioni Ferraro, Napoli 1985), ’U tilaru (Edizioni ARE, Amantea 1990), ’A pacchiana (Edizioni Sinfonica, Brugherio 2002) e ’U trappitu (Edizioni Sinfonica, Brugherio 2013).
    Altri quaderni e altri versi sono invece in attesa di incontrare i lettori, di suscitare in loro emozioni e scuoterne, con la riconosciuta vena graffiante, gli animi.

  • Da ribelle a notabile: la parabola di Francescantonio Mazzario

    Da ribelle a notabile: la parabola di Francescantonio Mazzario

    Francescantonio Mazzario fu uno degli undici figli di Giuseppe, avvocato e possidente rosetano, e della nobildonna amendolarese Isabella Andreassi.
    Ebbe tra i suoi zii l’avvocato Alessandro Mazzario (diarista e protagonista del Grand Tour) e il giudice Domenico Andreassi. Un suo cugino-cognato fu il barone Lucio Toscani di Canna e Nocara.

    Rivoluzionario e poi avvocato

    Mazzario studiò Giurisprudenza all’Università di Napoli. Lì partecipò ai moti del 1848 che gli costarono il carcere.
    Laureatosi, esercitò l’avvocatura nel foro partenopeo. Si fece le ossa in via Medina 61, nello studio legale del celebre sandemetrese Cesare Marini (già giudice di pace nel Circondario di Spezzano Albanese, difensore – assieme ad altri – dei fratelli Bandiera, poi deputato nel Parlamento napoletano e futuro consigliere della Gran Corte dei Conti).
    Al 1851 risalgono due delle sue allegazioni difensive a stampa, pubblicate a Napoli e oggi al più rintracciabili in copie uniche presso la Biblioteca Casanatense in Roma o la Nazionale in Napoli. Una è a difesa di Ferdinando Barbati, accusato di omicidio, mentre l’altra è redatta negli interessi di don Gerardo Coppola di Altomonte (la cui zia era Isabella Coppola, bisnonna di Francescantonio), zio del senatore Giacomo Coppola e del deputato Ferdinando Balsano.

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    La fucilazione dei fratelli Bandiera

    Mazzario torna a casa

    Nel 1852 Francescantonio Mazzario fa definitivamente ritorno a Roseto Capo Spulico per dedicarsi all’amministrazione pubblica e a quella del «non tenue patrimonio» di famiglia.
    Il giovane ex rivoluzionario è un rampollo benestante ma per nulla conservatore: un ribelle in contrasto, per alcuni versi, con lo stesso ambiente familiare in cui era cresciuto, fatto di svariate cariche amministrative distribuite pressoché a tutti i membri della casa (era fratello, tra gli altri, di Filippo, Domenico e Pietro, tutti variamente graduati nella Guardia Nazionale, e di Nicola, sindaco di Roseto dal 1888 in poi).

    Un politico in carriera

    Francescantonio Mazzario

    Come suo fratello, Francescantonio Mazzario fu sindaco di Roseto per ben vent’anni, e consigliere Provinciale per due.
    Dagli atti amministrativi emerge il suo impegno disinteressato nella cura della cosa pubblica e la preoccupazione di offrire lavoro ai bisognosi, soprattutto nei periodi dell’anno in cui l’agricoltura era ferma e nelle annate di carestia. Già nominato barone nel 1855, ricevette poi il titolo di Cavaliere della Corona d’Italia con decreto del 1877, e quello di Cavaliere di San Maurizio.
    Nel 1867 Mazzario tenta, invano, l’ingresso alla Camera dei Deputati ma si impelaga in un lotta elettorale durissima, di cui restano non poche tracce in Risposta ad una lettera intitolata «La elezione del deputato nel collegio elettorale di Matera nel 1867», la sua terza ed ultima pubblicazione superstite.

    La superpolemica elettorale di Mazzario

    Palazzo Mazzario (foto di Luca I. Fragale)

    È il pamphlet che raccoglie tutte le tappe della diatriba fra lui e il deputato Francesco Lomonaco, a cominciare dal foglio a stampa che Mazzario aveva inviato agli elettori del Collegio elettorale di Matera per la sua candidatura alle Politiche del 1867, per continuare con il ringraziamento ai 281 elettori (nonostante la sconfitta subita contro i 360 di Lomonaco), redatto il 2 aprile 1867 e intitolato Ai miei elettori del Collegio di Matera.
    A ciò, Mazzario unisce la lettera assai critica inviatagli dal patriota Nicola Franchi di Pisticci (Al Signor Francescantonio Mazzario. Roseto Capo Spulico, e data alle stampe a Potenza per i tipi di Favatà nel giugno 1867), il quale lo accusa di aver gestito in modo poco dignitoso la propaganda elettorale. La perla, in questo caso, è la lunga risposta risposta Al signor Nicola Franchi. Pisticci, datata 21 ottobre 1867. È un capolavoro di prolissità, tale da sfinire qualunque avversario, colmo di citazioni manzoniane, bibliche e latine. Più un gustoso esercizio avvocatesco: la “dissezione” del la lettera di Franchi ai minimi termini.
    Mazzario aveva denunciato nella sua propaganda elettorale il pessimo ordinamento del tesoro nazionale, e gli errori della pubblica amministrazione, «vera causa del disordine e quindi delle gravi imposte». Inoltre, ribadì che «l’incameramento dei beni chiesastici sarà sempre un potente aiuto alla nostra finanza», fece promesse solenni affinché fosse «celermente espletata la ferrovia dalla foce del Basento a Potenza, e da Potenza ad Eboli» e creati «dei consorzii per la costruzione di strade rotabili che vi avvicinassero (…) alle future stazioni della detta ferrovia».

    Mazzario e le scuole

    Lo stemma dei Mazzario

    Nel 1869 Mazzario è Delegato Scolastico Mandamentale per il distretto di Amendolara e – assieme ai nobili Lucio Toscani di Oriolo, Lucio Cappelli di Morano e altri – denuncia la situazione dimessa dell’istruzione pubblica a ridosso dell’Unità d’Italia. Quindi sottoscrive una petizione finalizzata all’inamovibilità dall’impiego degli insegnanti, al miglioramento degli stipendi, all’assegnazione di pensioni di riposo, al riconoscimento del diritto di elettorato politico agli insegnanti e all’obbligatorietà dell’istruzione elementare per entrambi i sessi, per una determinata fascia di età.
    Ma fu pure sua la proposta di radiare gli “allievi maestri” della scuola normale maschile e della magistrale femminile di Cosenza e di ridurre a un terzo i contributi comunali agli asili infantili di Cosenza, Paola, Mongrassano e Rossano, poiché già oltremodo gravanti sulla Provincia.

    Mazzario contro l’Accademia Cosentina

    Eletto all’unanimità vicesegretario del Consiglio Provinciale di Cosenza, Mazzario propose di tagliare il numero dei veterinari; di offrire un contributo di 6 mila lire per l’esondazione del Tevere (Vincenzo Dorsa gli controproporrà un contributo di sole mille lire: la cifra che verrà deliberata); un altro sussidio di 12 mila lire per l’impianto della succursale del Banco di Napoli in Cosenza (proposta, invece, approvata); e di far collocare la lapide in memoria di Ferdinando Balsano nel luogo del delitto (che verrà invece collocata all’interno del Liceo Classico).
    Poeta per diletto – come si evince da alcuni incartamenti privati del 1872 e del 1874 – prese parte anche all’acceso dibattito sui finanziamenti alla Biblioteca Comunale di Cosenza. Infatti, il 17 novembre 1871, Francescantonio Mazzario propose la cessazione dell’assegno al segretario dell’Accademia Cosentina, «non parendogli che la Provincia ne abbia de’ vantaggi, essendo essa piuttosto una riunione letteraria privata». Ben centocinquanta anni fa.

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    Il castello di Roseto Capo Spulico

    La morte e la discendenza (illegittima)

    Ammalatosi, Francescantonio Mazzario trascorre l’ultimo periodo della sua esistenza nel casino di caccia, oggi diruto, della Caprara, di Montegiordano, dove redige l’ultimo dei suoi testamenti. A distanza di quasi 120 anni dalla morte, il Comune di Roseto Capo Spùlico gli ha intitolato una strada del centro storico, a ridosso del palazzo di famiglia. Non si sposò e ufficialmente e non ebbe figli ma fu in realtà abbastanza prolifico nella sua meno nota discendenza illegittima. Variamente declinata.

  • I padri della parola: i poeti invadono Cosenza

    I padri della parola: i poeti invadono Cosenza

    Poesia senz’altro e soprattutto. Ma anche performance teatrali e musica.
    Chiude col botto la prima edizione de I padri della parola-Festival nazionale della poesia, promosso e organizzato dalla Fondazione Attilio e Elena Giuliani assieme al Comune di Cosenza e alla Regione Calabria.
    Sono stati tre giorni intensi, dal 27 al 29 aprile, durante i quali sei poeti di grido (Elisabetta Pigliapoco, Tiziano Broggiato, Claudio Damiani, Giancarlo Pontiggia, Loretto Raffaelli e Daniel Cundari), hanno fatto il giro della città.
    È stata una manifestazione itinerante, che si è svolta tra le scuole (il Liceo classico “B. Telesio”, i Licei scientifici “Scorza” e “Fermi” e il Polo tecnico-scientifico “Brutium”), la storica Villa Rendano, il Chiostro di San Domenico e, per concludere, Il tatro Rendano.

    L’Acoustic Music Ensemble in azione

    Festival della poesia: la parola alla Fondazione

    «Dire che sono contento della riuscita del Festival è il minimo», spiega Walter Pellegrini, editore e presidente della Fondazione Giuliani.
    «Non abbiamo organizzato a caso questa manifestazione: mi sono accorto, proprio grazie alla mia attività professionale, che c’è una forte domanda di poesia. Il pubblico vuole leggere versi. E allora abbiamo pensato: perché non mettere i poeti a contatto diretto col pubblico?».
    In altre parole, «la poesia non ha bisogno di essere promossa, perché è un’arte che si valorizza da sé. Di più: credo che questa voglia di poesia sia una specie di reazione al degrado culturale e al vuoto di valori che attraversiamo». Perciò, «perdonatemi l’orgoglio, ero fiducioso. Ma la bella partecipazione della città ha superato le aspettative».

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    Da sinistra: Franz Caruso, Walter Pellegrini e Dario De Luca

    Arte multimediale al Festival della Poesia

    Le migliori chiusure richiedono i fuochi d’artificio. Ma la poesia non ha bisogno di feste o serate di gala per celebrarsi. È un’arte che si nutre di altre arti (e le nutre a sua volta). Nulla di meglio, allora, di una performance.
    Per la precisione, quella che si è tenuta al Teatro Rendano la sera del 29 aprile, intitolata I padri della parola.
    Musica e teatro incorniciano la poesia anche per rievocare chi non c’è più ma ha dato tanto, alla città e alla cultura.

    Il ricordo di tre intellettuali

    Non a caso, nella seconda parte della serata si è celebrato il ricordo di tre personalità significative.
    Il primo è Angelo Fasano, scomparso giovanissimo nel lontano ’92. Dei suoi 26 anni vissuti intensamente resta Inònija, una rivista manifesto attraverso la quale ha espresso la sua poetica fondata sullo stupore.
    Il secondo big è Enzo Costabile, giornalista, critico e cultore di jazz, oltre che poeta, scomparso nell’estate del 2003. Costabile spinse al massimo il legame tra poesia e musica: scrisse i testi dei Dedalus, vecchia gloria dell’etno-jazz. E non a caso la band ha partecipato alla serata per omaggiare l’amico e paroliere.
    Last but not least, Franco Dionesalvi, scomparso la scorsa estate. Tra i tre, Dionesalvi ha avuto il ruolo maggiore nella vita pubblica della città. Infatti, nel suo chilometrico curriculum c’è una voce consistente dedicata alla politica culturale, in cui si è speso alla grande: sua l’ideazione del Festival delle Invasioni. E non serve davvero dire altro.

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    il reading della poetessa Elisabetta Pigliapoco

    Reading e note al Festival della poesia

    Ma torniamo a I padri della parola. Sulle assi del Rendano si è svolto un reading, raffinato ma di forte impatto.
    Introdotti dai saluti del sindaco Franz Caruso e dalla consigliera comunale Antonietta Cozza, i sei poeti hanno recitato i propri versi scelti su un tappeto musicale di tutto rispetto eseguito dall’Acoustic Music Ensemble.
    Il trio, composto da Enzo Campagna, Salvatore Cauteruccio e Pietro Perrone, ha eseguito una base suggestiva piena di citazioni cinematiche (soprattutto Morricone).
    Protagonisti della commemorazione, invece, gli attori Mariasilvia Greco ed Ernesto Orrico. Il tutto sotto la supervisione artistica di Dario De Luca.
    Per concludere, la premiazione di alcuni studenti delle Scuole del territorio, che hanno partecipato ai laboratori di poesia a stretto contatto coi protagonisti del Festival.
    Buona la prima, come testimonia la sala piena. E già, fanno sapere gli organizzatori, ci si prepara per una seconda edizione.

  • La prof che porta la Calabria immateriale a Betlemme

    La prof che porta la Calabria immateriale a Betlemme

    «Non è stato semplice. Operazione importante, impegnativa e coraggiosa, sotto diversi punti di vista». Patrizia Nardi, storica, già docente universitaria della Facoltà di Scienze Politiche di Messina, già assessore alla cultura del Comune di Reggio Calabria e focal point per l’Unesco della Rete delle Grandi Macchine a spalla italiane è appena rientrata dalla Palestina dove, a Betlemme, lo scorso 4 aprile 2023 ha inaugurato la mostra internazionale Machines for Peace. Un’iniziativa importante realizzata in sinergia con l’Istituto Centrale per il Patrimonio Immateriale del Ministero della Cultura, con il patrocinio della Farnesina, della Commissione Nazionale Italiana UNESCO e il Consolato Generale d’Italia a Gerusalemme. Dalla sua voce traspaiono soddisfazione, stanchezza e quella consapevolezza per una missione di pace che è il suo senso dell’operare nella Storia.

    Perché organizzare una mostra del genere?

    «Il 2023 segna per noi una data importante: è il decennale del riconoscimento UNESCO che coincide con il ventennale della Convenzione UNESCO 2003 per la Salvaguardia del Patrimonio Immateriale, ossia di quelle espressioni culturali, dei processi e dei saperi trasmessi e ricreati da comunità e gruppi in risposta al loro ambiente, all’interazione con la natura e alla loro storia. Era necessario dare un segnale importante, concreto, di testimonianza praticata. Per questo ho proposto alla grande comunità della rete – 36 associazioni e 4 amministrazioni comunali, Viterbo, Nola, Palmi e Sassari – di aggiungere alle attività ordinarie un focus specifico sul tema della pace che è una delle missioni, forse la più importante per cui è nata UNESCO dopo la seconda guerra mondiale: indurre comunità, gruppi, individui e nazioni a parlarsi e dialogare partendo dal patrimonio culturale come luogo per ricomporre i conflitti».

    La guerra in questi mesi è su tutti i media…

    «A maggior ragione oggi, con il conflitto ucraino in Europa e un rischio sempre maggiore di escalation, il tema della pace bussa, se mai ce ne fosse bisogno, con maggiore urgenza. Per questo abbiamo coinvolto tanti soggetti, pubblici e privati: l’Istituto Centrale per il Patrimonio Immateriale del Ministero della Cultura, i Comuni, le Diocesi e Arcidiocesi delle Città della Rete, la Federazione Nazionale dei Club per l’UNESCO, Rotary International, FRACH – Fellowship of Rotarians who Appreciate Culturale Heritage, Meraviglia Italiana».

    Raccontaci questo percorso

    «A settembre scorso, in occasione del trasporto della Macchina di Santa Rosa – che celebra la traslazione del corpo della patrona di Viterbo avvenuta il 4 settembre 1258 per volere di Alessandro IV – abbiamo organizzato nella Città dei Papi un grande concerto coinvolgendo musicisti e cantanti dei Teatri dell’Opera di Leopoli, Odessa e Kiev: un evento partecipatissimo, oltre mille persone presenti. Quei musicisti straordinari, sofferenti e dignitosi al tempo stesso, suonavano il loro dramma davanti a noi, come abbiamo visto fare al coro dell’opera di Odessa riunitosi all’aperto per intonare l’inno nazionale ucraino.

    Un modo esplicito per parlare alla comunità internazionale attraverso la musica, linguaggio universale per antonomasia. In quel momento ho pensato che la Rete delle Grandi Macchine potesse e dovesse continuare a dare un contributo concreto schierandosi contro tutti i conflitti: Macchine di pace contro macchine da guerra».

    Che risposta c’è stata?

    «La Rete ha molto sostenuto il progetto, fin dall’inizio: una mostra da portare nei luoghi di guerra, a partire dalla Terra Santa, per lanciare un messaggio di pace, forte e chiaro. Un Patrimonio Unesco ha il dovere di farlo e la partnership istituzionale è fondamentale. Le trattative erano state lunghe e complicate: avevamo avviato lo scorso ottobre l’interlocuzione con il Comune di Bethlehem per ricevere l’adesione solo il 20 febbraio successivo. Abbiamo organizzato tutto in poco più di un mese, pancia a terra potrei dire, costruendo una rete di cooperazione anche professionale molto significativa: abbiamo operato contemporaneamente con il team di ICPI, la OpenLab Company e il partner palestinese Iprint».

    Altri aiuti?

    «Abbiamo avuto il sostegno tecnico dei Comuni di Sassari e Viterbo e delle comunità della Rete, che sono venute in Terra Santa insieme a me. Senza di loro il progetto non avrebbe avuto la stessa valenza, progettare è un conto, condividere con gli stakeholder un altro ed ė un atto dovuto. E, chiaramente, fondamentale ė stato il lavoro di squadra ministeriale, la sinergia costante con il Gabinetto del ministro degli Esteri Tajani e la collaborazione con la nostra straordinaria rete diplomatica: Commissione Unesco, Rappresentanza Unesco a Parigi, Ambasciata di Tel Aviv, Consolato Generale d’Italia a Gerusalemme. Quando arrivai in riunione, la prima volta qualche giorno dopo l’ok da Bethlehem, rimasi stupita. Mi sarei aspettata più una riunione tecnica che una mobilitazione generale e questo mi ha molto incoraggiata, devo dire».

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    Patrizia Nardi insegna all’Università di Messina, è stata anche assessore alla Cultura del Comune di Reggio Calabria

    Potremmo dire che il governo ha avuto l’opportunità di cogliere un’occasione importante: il Mediterraneo in generale (e il Mediterraneo allargato, più specificamente) tornano ad essere centrali per la politica estera italiana.

    «L’Italia lavora da diversi anni a sostenere l’obiettivo della costituzione di uno Stato palestinese nella logica dei “due popoli, due stati”, sostenendo i negoziati di pace tra le parti: un ritorno a linee di politica estera che possano contribuire a costruire la pace in territori in cui la tensione ė continua e tangibile non può che essere considerato un fatto importante. Il conflitto ucraino ha saldamente posizionato il Paese in assetto atlantista, come mai accaduto prima dello scorso anno; e la guerra, con le sue priorità per la diversificazione di approvvigionamento energetico, combinata con le pressioni migratorie, impone la necessità di tornare alla vocazione naturale italiana: snodo centrale e madre del Mediterraneo, una responsabilità dalla quale, nel bene e nel male, non possiamo esimerci. Tajani ne è consapevole e la sua missione nello scorso marzo in Israele e Palestina è un segnale che va interpretato in un certo modo».

    Mi stai dicendo che la cultura è il guanto di velluto della diplomazia?

    «Avvicinare, far dialogare, fare cooperare comunità e soggetti istituzionali è il primo obiettivo dell’agenzia dell’ONU. La diplomazia culturale è strettamente connessa alla diplomazia politica e deve avvalersi di molti strumenti e altrettante strategie, specie in contesti complessi come quello palestinese, dove un conflitto che va avanti da oltre settant’anni anni ha creato comunità che vivono quotidianamente la divisione come parte integrante e quasi connaturata alla loro vita, con un mondo che sembra essersi girato dall’altra parte. Ma la missione della nostra delegazione non è passata inosservata».

    In che senso?

    «Le date scelte non sono state casuali. Abbiamo individuato il periodo della Pasqua, anzi delle “Pasque” che hanno radice comune, per il nostro messaggio di pace. La Pasqua cristiana, quella ebraica e l’ortodossa quest’anno, per l’insolito allineamento di calendario, hanno assunto un significato ecumenico di notevole importanza e un ulteriore invito al dialogo tra le religioni e le comunità. Purtroppo determinate ricorrenze vengono “utilizzate” anche nel male. Fino al martedì 4 aprile la situazione appariva tranquilla. Poi è precipitata. Il 5 era previsto un nostro incontro con gli studenti dell’Università di Bethlehem alla fine saltato per ragioni di sicurezza. Il 6 è iniziata l’escalation: la pioggia di missili, l’auto lanciata contro un gruppo di turisti proprio vicino all’ambasciata italiana di Tel Aviv, a trenta metri da dove si trovava l’ultimo gruppo della nostra delegazione, con le conseguenze che tutti conosciamo».

    Avete percepito il pericolo?

    «Si, anche per l’aumento dei controlli ordinari, particolarmente accurati anche in aeroporto. Una “normalità” che si è presentata a noi in maniera molto cruda, difficile da capire per chi non vive la quotidianità dell’emergenza».

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    Un alberello di Ulivo fra i totem della mostra “Machines for peace”

    Una mostra virtuale, un “affresco digitale”. Non avete trasferito nulla, ma avete trasferito tutto…

    «Proprio così. Grazie alla tecnologia abbiamo scomposto, trasportato e ricomposto le feste di Nola, Sassari, Palmi e Viterbo, la coralità delle stesse, il significato che quella coralità assume in un processo di costruzione di ponti e di dialoghi di pace. Il film di Francesco De Melis – che abbiamo girato durante il lockdown per testimoniare il rischio della sparizione dei patrimoni immateriali in contesti di crisi riportando nelle città vuote, sui palazzi, sulle chiese, la musicalità e le immagini delle feste – fa scorrere le sue sequenze su un enorme spazio di proiezione di 16 metri».

    Che effetto crea nello spettatore?

    «Si entra nelle feste, nel Bethlehem Peace Center, a due passi dalla Natività e ci si trova in un’altra dimensione, accompagnati da 13 figuranti nei loro magnifici costumi “di scena” festiva, che dialogano con la maestosa testa-scultura che Giuseppe Fata ha dedicato al tema della mostra, nel contesto del progetto Simulacrum. Una circolarità di sensazioni, idee, progetti, competenze, solidarietà che hanno prodotto un miracolo».

    Sei soddisfatta?

    La pace si coltiva e si pratica nel lavoro quotidiano, non credo bastino più le teorizzazioni, i cortei e le bandiere. Aiutano, ma non bastano. Essere operatori di pace è una grande responsabilità e le “mie” comunità della Rete lo hanno capito bene. Se devo parlare di soddisfazione, beh, questo può essere sufficiente. Non possiamo voltarci dall’altra parte, né far finta che niente succeda: questo vale per tutti i conflitti e soprattutto per le comunità che ne restano vittime fisiche, sociali, economiche. Quel muro, immanente e imminente, che divide la Cisgiordania parla anche a chi si rifiuta ancora di ascoltarlo».

    Le prossime tappe dopo Betlemme?

    «La mostra resterà a Betlemme fino a maggio. Poi alcune tappe europee, tra cui Praga e Parigi e dove sarà necessario portare il nostro messaggio di pace, fino al 2024. In più, oltre ad alcune città italiane, ci sono situazioni in progress che stiamo monitorando, di cui daremo notizia al momento opportuno».

    Cosa ti porti indietro da questa esperienza?

    «La consapevolezza di avere dato il mio contributo e di aver incoraggiato la Rete a dare il suo, in un momento particolarmente difficile; l’aver lavorato con tantissime persone, le mie comunità, il mediatore Giorgio Andrian, il mio straordinario co-curatore Taisir Masrieh Hasbun e il team palestinese di IPrint, con OpenLab, la vicinanza di tutti. Di aver dato un contributo con i mezzi che mi sono propri e congeniali. Non dimenticherò le preghiere all’alba del muezzin dal minareto, l’avere la percezione che quella Terra continui ad essere il centro del mondo. E non dimenticherò un piccolo bambino, che accompagnava il suo papà autista di un nostro transfer: un piccolo bambino vivacissimo, un bimbo in trincea, le cui prospettive sono ben lontane da quelle di un mondo forse anche fin troppo dorato e fasullo, come a volte sembrerebbe essere il “nostro”».

  • Versi e rime invadono Cosenza: al via il primo Festival nazionale della poesia

    Versi e rime invadono Cosenza: al via il primo Festival nazionale della poesia

    Cosenza città della poesia. E non temete: non c’è alcun rischio che i cosentini si mettano a parlare di punto in bianco in versi sciolti.
    Più semplicemente, è la parola chiave dell’iniziativa I padri della parola-Primo festival nazionale della Poesia, promosso dalla Fondazione Attilio e Elena Giuliani in partnership col Comune di Cosenza e la Regione Calabria.
    Il Festival è una delle iniziative cantierate dalla Fondazione Giuliani per celebrare il proprio decennale con un ruolo attivo per la crescita culturale della città.
    È una tre giorni (dal 27 al 29 aprile) di incontri, recital, dibattiti e reading organizzata da Walter Pellegrini, il presidente della Fondazione, e da Franz Caruso, il sindaco di Cosenza, che si svolgerà in tre location principali.

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    La poetessa Elisabetta Pigliapoco

    Big a confronto per la poesia a Cosenza

    Gli ospiti sono tutti firme griffate del verso. Si va da Tiziano Broggiato a Claudio Damiani, da Elisabetta Pigliapoco a Giancarlo Pontiggia e Loretto Rafanelli.
    Più, scusate se è poco, Daniel Cundari, big calabrese della rima.
    Le location del Festival sono tre, una più bella dell’altra: Villa Rendano, sede della Fondazione Attilio e Elena Giuliani, il Chiostro di San Domenico e il Teatro “Alfonso Rendano”.

    Il calendario del Festival

    Il Festival della poesia si svolge in tre location di Cosenza per tre giorni e tre tipi di contenuti, diversi ma coerenti tra loro.
    Ecco di seguito il calendario.

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    Villa Rendano

    I poeti e gli studenti

    Versi da per tutte le età, da raccontare e divulgare da zero a cento anni. Per i giovanissimi c’è la serie di eventi La poesia incontra gli studenti.
    • La mattina del 27 aprile, a partire dalle 8,30, è previsto l’incontro di Elisabetta Pigliapoco e Loretto Rafanelli con gli allievi del Liceo classico “B. Telesio”.
    A partire dalle 11,30 è previsto un cambio di poeti e studenti. Per la precisione, Tiziano Broggiato e Claudio Damiani, che dialogano con gli allievi del Polo tecnico-scientifico “Brutium”.
    Il 28 aprile, a partire dalle 10, i poeti Elisabetta Pigliapoco, Loretto Rafanelli, Tiziano Broggiato e Claudio Damiani incontrano gli studenti del Liceo scientifico “G. B. Scorza”.
    Il 29 aprile, a partire dalle 8,30, è previsto l’incontro tra Giancarlo Pontiggia ed Elisabetta Pigliapoco e gli studenti del Liceo scientifico “Fermi”.
    Questi incontri non sono riservati solo ai giovanissimi, visto che non c’è età per apprezzare la poesia.
    Infatti, sempre il 29 aprile, a Villa Rendano, a partire dalle 17,30, è previsto L’Università della Terza Età incontra i poeti, un evento a cui partecipano gli autori finora menzionati assieme a Daniel Cundari.

    Il meeting al Chiostro di San Domenico

    Un reading fiume come se ne facevano nei tardi ’60 e nei ’70, in cui i professionisti del verso dialogano e duettano con gli appassionati.
    L’evento si intitola La poesia incontra la città ed è previsto il 27 aprile, a partire dalle 16, al Chiostro di San Domenico.

    Il Chiostro di San Domenico

    I padri della parola

    Ultima ma non per ultima (anzi, si dovrebbe parlare di finale col botto), I padri della parola, prevista il 29 aprile a partire dalle 18,30 al Teatro “Rendano”.
    L’incontro è strutturato in due parti.
    La prima è un reading poetico di Tiziano Broggiato, Daniel Cundari, Claudio Damiani, Elisabetta Pigliapoco, Giancarlo Pontiggia e Loretto Rafanelli.
    La seconda parte è un ricordo di tre importanti poeti calabresi: Enzo Costabile, Franco Dionesalvi e Angelo Fasano, a cura di Mariasilvia Greco ed Ernesto Orrico.
    Il tutto con l’accompagnamento musicale dell’Acoustic Music Ensemble, un trio composto da Enzo Campagna, Salvatore Cauteruccio e Pietro Perrone.
    La supervisione artistica è a cura di Dario De Luca.

  • Il dio greco di Acri che diede i muscoli agli americani

    Il dio greco di Acri che diede i muscoli agli americani

    Nei sotterranei della Oglethorpe University in Georgia (USA) c’è una camera a tenuta stagna. Sulla porta c’è scritto «Non aprire prima del 28 maggio 8113». È la prima – e più grande finora – capsula del tempo mai realizzata e custodisce per i posteri testimonianze significative di ciò che l’umanità ha prodotto (ed è stata) fino agli anni ’40 del secolo scorso.
    Quando, tra circa sei millenni, la porta si aprirà, gli uomini del futuro – o chi per loro – si troveranno di fronte un po’ di tutto. Dalle voci registrate di Hitler, Stalin, Mussolini alla sceneggiatura di Via col vento, passando per microfilm con dentro la Bibbia e la Divina Commedia, un portasigarette, un rasoio elettrico e dei bigodini.
    Nella stanza ci sono pure la statuetta di un uomo e un foglio. La prima raffigura in scala 1:8 Angelo Siciliano, calabrese di Acri emigrato negli States ai primi del ‘900. Il secondo riporta le misure del paisà: altezza, peso, circonferenza del torace e dei suoi muscoli. Sul foglio c’è anche la foto di Angelo, ma il nome che si legge sotto è un altro: Charles Atlas.

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    L’interno della Crypt of Civilization della Oglethorpe University. La foto risale a poco prima della sua chiusura nel 1940

    Bokonon e la tensione dinamica

    Ma chi era Angelo “Charles Atlas” Siciliano e perché custodirne il ricordo per i prossimi 6.000 anni? Non pensate a roba à la Lombroso (o chi per lui). Un primo indizio si può trovare in quel gioiello della letteratura americana che è Ghiaccio-nove (in originale, Cat’s Cradle) di Kurt Vonnegut.

    Josh, il protagonista, è un giornalista che sta leggendo l’agiografia di Bokonon, immaginario santone venerato sull’altrettanto immaginaria isola caraibica di San Lorenzo su cui si trova in quel momento. È lì ospite di “Papa” Monzano, lo spietato dittatore dell’atollo, e dei figli di uno degli inventori dell’atomica, sul quale vorrebbe scrivere un libro.

    Quando vidi per la prima volta l’espressione “Tensione dinamica” nel libro di Philip Castle, feci quella che ritenevo una risata di superiorità. Era una delle espressioni preferite di Bokonon, stando al libro del giovane Castle, e io credevo di sapere una cosa che Bokonon ignorava: che quell’espressione era stata divulgata da Charles Atlas, un insegnante di culturismo per corrispondenza.
    Poco dopo, proseguendo nella lettura, appresi che Bokonon sapeva esattamente chi era Charles Atlas. Infatti Bokonon era un ex allievo della scuola di culturismo.
    Era
    ferma convinzione di Charles Atlas che i muscoli si possano costruire senza l’aiuto di pesi o attrezzi a molle, che si possano costruire semplicemente mettendo in competizione una fascia muscolare con l’altra.
    Era
    ferma convinzione di Bokonon che una società sana possa essere costruita solo mettendo in competizione il bene con il male, e mantenendo sempre elevata la tensione tra le due forze.
    E sempre
     nel libro di Castle, lessi la mia prima poesia, o Calipso, bokononista. Faceva così:

    “Papa” Monzano è veramente pessimo
    Senza di lui, però, sarei tristissimo
    Senza il “Papa” cattivo con la sua iniquità
    Funzionerebbe Bokonon
    A esempio di bontà?

    Acri-New York, solo andata

    Se la venerazione per Bokonon si limita all’atollo del romanzo di Vonnegut, quella per «l’insegnante di culturismo per corrispondenza» nella realtà si diffonde invece a macchia d’olio. Per comprenderne la ragione, però, bisogna andare a ritroso nel tempo fino a quando Angelo Siciliano non era ancora Charles Atlas.

    Tutto comincia il 30 ottobre del 1892. Ad Acri, paesone alle pendici della Sila cosentina, nasce il figlio di Nunziato Siciliano e Francesca Fiorelli, giovani contadini del posto. È il giorno della festa del Beato locale e il piccolo si chiamerà in suo onore Angelo. Qui le versioni della storia divergono.

    Secondo alcune, Nunziato undici anni dopo parte per l’America in cerca di fortuna, portando con sé Angelo e un’altra donna. Altre raccontano che Siciliano senior sia fuggito oltreoceano dopo aver ucciso un uomo, abbia trovato una seconda moglie lì e che a New York nel 1904 poi si siano trasferiti anche Francesca ed Angelo, ma a vivere a casa di uno zio.

    Il bullo in spiaggia: da Angelo Siciliano a Charles Atlas

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    Un giovanissimo Angelo Siciliano prima della “trasformazione” in Charles Atlas

    Comunque sia andata, nella Grande Mela Angelo diventa presto per tutti Charlie. È un ragazzo mingherlino che deve fare i conti con la povertà e le angherie come tanti altri emigrati dell’epoca.
    Nell’estate del 1909 convince una ragazza ad andare sulla spiaggia di Coney Island insieme a lui. L’appuntamento, però, va a rotoli.
    Un bagnino, vedendolo magro come uno spillo, inizia a prenderlo in giro e buttargli sabbia in faccia coi piedi (kick sand). Angelo è incapace di replicare al bullo e la ragazza lo molla lì, da solo a piagnucolare.

    Poco tempo dopo visita con la scuola un museo, in una sala c’è una statua di Ercole: il suo fisico è perfetto, a nessun bagnino verrebbe in mente di dar fastidio a uno con muscoli del genere. Angelo decide che si allenerà finché non avrà anche lui un corpo così. A casa Siciliano, però, soldi ne girano pochi, così deve arrangiarsi. Costruisce un bilanciere con un bastone e delle pietre, studia gli esercizi sulle riviste di ginnastica e prova a replicarli. Trova lavoro in una conceria. Ma il fisico di Ercole resta un sogno.

    Per realizzarlo servirà una nuova illuminazione, questa volta allo zoo di Brooklyn.
    Angelo osserva i leoni in gabbia mentre si stiracchiano. Sono così forti – pensa – eppure non hanno avuto bisogno di pesi o panche per diventarlo, com’è possibile? Intuisce che la risposta è proprio in quello stretching dove i muscoli, contrapponendosi l’un l’altro, si allenano a vicenda. Anche se ancora non lo sa, Angelo Siciliano ha appena inventato la Dynamic Tension che farà di Charles Atlas un mito mondiale del fitness e lo renderà milionario.

    Fachiro e modello

    Il ragazzo mette a punto un programma di esercizi che chiunque può svolgere a casa propria senza attrezzature particolari, bastano al massimo un paio di sedie. Oggi la definiremmo un mix tra ginnastica isotonica e isometrica. Si allena in continuazione e quando ritorna in spiaggia per i suoi amici è uno shock. Il Charlie di nemmeno 45 kg bullizzato poco tempo prima adesso sembra la statua di Atlante (Atlas in inglese) che sormonta un palazzo lì vicino. Tutti iniziano a chiamarlo così. E col nuovo fisico arriva anche qualche quattrino in più, che non guasta mai.

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    Il giovane Angelo Siciliano e il suo nuovo fisico

    Angelo “Charles Atlas” Siciliano molla la conceria ed inizia ad esibirsi come fachiro in un circo. Guadagna 5 dollari per stare coi muscoli in tensione sdraiato sopra un letto di chiodi mentre dei volontari tra il pubblico camminano su di lui.
    Gli introiti aumentano quando comincia a posare per gli artisti. La celebre scultrice Gertrude Vanderbilt Whitney, animatrice dei salotti newyorkesi, lo elegge suo modello preferito, adora la sua capacità di restare immobile anche per 30 minuti di fila.
    Ora guadagna anche 100 dollari a settimana.

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    Angelo in posa nello studio di Pietro Montana

    Angelo Siciliano sta per lasciare per sempre spazio a Charles Atlas, ma da modello “assume molte altre identità” nei monumenti. Posa per Pietro Montana e la sua Dawn of Glory dell’Highland Park di Brooklyn, è Alexander Hamilton di fronte al Palazzo del Tesoro, George Washington in Washington Square Park.

    Addio Angelo Siciliano, è arrivato Charles Atlas

    L’ulteriore svolta arriva nel 1921, quando invia una sua foto per partecipare a un concorso organizzato dalla rivista Physical Culture che eleggerà “L’uomo più bello del mondo”. Trionfa. E l’anno dopo concede il bis aggiudicandosi nel Madison Square Garden gremito da migliaia di persone anche il titolo di “Uomo col fisico più perfetto del mondo”.
    Sarà l’ultima edizione del concorso: gli organizzatori decidono che con Charles Atlas in gara per gli avversari non c’è speranza di vincere.

    Il premio in palio nel 1922 è la parte da protagonista nel film The Adventures of Tarzan o, in alternativa, mille dollari. Angelo Siciliano opta per il denaro e cambia definitivamente nome. Ora è Charles Atlas anche per l’anagrafe e col premio apre una palestra per insegnare il suo metodo, che propone anche per corrispondenza in società con lo scrittore Frederick Tinley. Gli affari però non ingranano fino al 1929, quando incontra un altro Charles che cambierà definitivamente la sua vita.

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    Il premio grazie a cui iniziò la carriera imprenditoriale di Charles Atlas

    Quel gran genio di Roman

    Charles Roman è un giovane pubblicitario fresco di laurea, assunto da poco nell’agenzia che in quel momento si occupa di promuovere le attività dell’italoamericano e Tinley con scarsi risultati. Ed è un genio nel suo campo. Un giorno prende coraggio e si rivolge direttamente ad Atlas. Gli dice che se vuole vendere il suo programma di esercizi deve degli un nome più intrigante e conia Dynamic Tension. Poi si fa raccontare la storia del culturista.

    Capisce che la migliore pubblicità per la Dynamic Tension è Atlas stesso. Il ragazzo qualunque che con la sola forza di volontà ha cambiato il suo destino partendo dal nulla; l’emblema di quel sogno americano di cui gli Usa, nel pieno della Grande Depressione, hanno più bisogno che mai per risollevarsi; l’emigrato che si è trasformato in dio greco, sempre in forma e sicuro di sé, bello come un Apollo e le stelle di Hollywood sempre più idolatrate dalle masse.
    Se salutismo, forma fisica e culto dell’estetica diventeranno le nuove religioni, Roman ha già in mente chi sarà il loro profeta. Compra le quote di Tinley, lascia l’agenzia e insieme al paisà fonda la Charles Atlas Ltd.

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    Roman e Atlas nel loro ufficio a New York

    Roman, poi, disegna una striscia a fumetti: The insult that made a Man out of Mac, “L’affronto che ha fatto di Mac (alter ego di Angelo, nda) un Uomo”. Farà la storia della pubblicità americana. Sono poche vignette che ripercorrono l’appuntamento di Coney Island andato male anni prima: il bagnino che riempie di sabbia Mac, la ragazza delusa che se ne va, il mingherlino di 45 kg che torna a casa e decide di mettere su muscoli, il ritorno a Coney Island con annessa rivincita sul bullo, le altre ragazze ad acclamare il nuovo «eroe della spiaggia». Sotto i disegni, una foto dell’erculeo Charles Atlas che promette: «In soli sette giorni posso fare di te un vero uomo» e cose simili.

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    Il fumetto che ha fatto di Atlas un personaggio di culto

    Muscoli e cervello

    Le pubblicità invadono i giornali sportivi e la stampa per ragazzi. Diventano virali decenni prima che internet ci abitui ad usare questo termine. Dynamic Tension va a ruba, il culto del fisico arriva a oltre un milione di fedeli pronti a spendere 35 dollari per fare come Mac. La Charles Atlas Ltd assume decine di impiegati solo per leggere le loro lettere in cui raccontano i progressi fisici ottenuti grazie alle lezioni. L’azienda è ormai un impero internazionale.

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    1969, Charles Atlas, alle soglie degli 80 anni, in uno scatto di Diane Arbus

    I due Charles si dividono i compiti: Atlas ci mette i muscoli, che continuerà a curare ogni giorno finché campa; Roman il cervello, ideando sempre nuove dimostrazioni di forza del suo socio per accrescerne la fama. Se il primo ha “inventato” il fitness per tutti, il secondo è il padre del marketing applicato.
    Atlas in pubblico trascina locomotive per decine di metri, solleva auto e gruppi di ballerine, strappa elenchi telefonici a mani nude. Una volta si esibisce in uno dei penitenziari più famosi d’America. Roman detta il titolo ai cinegiornali: «Un uomo piega una sbarra di ferro a Sing-Sing: i prigionieri esultano, nessuno scappa».

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    1939, Charles Atlas solleva le Rockettes sul tetto del Radio City Hall

    E chi sei, Charles Atlas?

    Ormai negli States quando qualcuno compie o dice di aver compiuto qualcosa di eccezionale è facile che gli rispondano: «E chi sei, Charles Atlas?». L’emigrato di Acri che le prendeva dai bagnini adesso partecipa al compleanno del presidente Roosevelt.
    Anche i “giornaloni” sono pazzi di lui: Forbes lo mette tra i venti migliori venditori della storia; Life gli dedica un servizio fotografico; il New Yorker lo fa intervistare da Robert Lewis Taylor, un Pulitzer. Lui gli racconta di aver perfino dato dei consigli gratuiti a Gandhi: «L’ho visto tutto pelle e ossa».

    Pazienza se il Mahatma, dopo averlo saputo, liquiderà la storia con un sorriso e una battuta sulla tendenza degli americani, «Mr Atlas in particolare», a spararle grosse per farsi belli. Il programma di esercizi funziona lo stesso se hai costanza – ancora di più se il Dna ti dà una mano – ed è quello che conta. E se poi l’ex ragazzino di 45 kg trasformatosi in Atlante non bastasse come testimonial di se stesso, non mancano altri esempi di successo tra i suoi allievi.

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    Il grande Joe Louis, The Brown Bomber, dà una controllata ai bicipiti di Charles Atlas

    Sei fissato col body building? Thomas Manfre è diventato Mister Mondo nel 1953 dando retta a Charles. Sogni di poter stendere con un pugno qualcuno che ti ha maltrattato? Grazie a Dynamic Tension pugili come Max Baer e l’immenso Joe Louis sono saliti sul ring per il titolo mondiale dei pesi massimi. Vuoi conquistare la donna dei tuoi sogni? Anche il mito Joe DiMaggio ha forgiato i suoi muscoli seguendo Atlas. E chi ha sposato poi? Marilyn Monroe. Se poi vuoi far paura a qualcuno… beh, dietro la maschera di quel cattivone di Darth Vader nella trilogia originale di Guerre Stellari c’è un altro atlasiano doc come David Prowse.

    Culturisti di culto

    Angelo “Charles Atlas” Siciliano, insomma, non è stato solo un culturista. È parte della cultura popolare americana (e non solo). La sabbia in faccia, per esempio, è un’espressione entrata nel vocabolario comune. La trovi in We are the Champions dei Queen come nei testi di Roger Waters (Sunset Strip) e Bob Dylan (She’s Your Lover Now).
    Gli Who hanno inserito una pubblicità di Charles all’inizio di I can’t reach you, nel disco The Who Sell Out in cui il bassista John Entwistle appare in copertina travestito proprio da Atlas in versione Tarzan.

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    John Entwistle prende in giro Atlas sul retro di The Who Sell Out

    Robin Williams ne L’attimo fuggente si paragona al Mac/Angelo indifeso della spiaggia quando racconta agli studenti i suoi primi approcci alla poesia. Tim Burton lo cita nel suo film d’esordio Pee-wee’s Big Adventure, Terry Gilliam nel Monty Python’s Flying Circus.
    La parodia del fumetto su Mac è finita in una puntata di Futurama e su National Lampoon: qui un topolino bullizzato in spiaggia da un carnivoro più grosso di lui manda una lettera a Charles Darwin, Isole Galapagos, «e dopo pochi milioni di anni di esercizi evolutivi» si ripresenta con ali e artigli per vendicarsi azzannando il rivale mentre tutte le femmine intorno inneggiano al nuovo «eroe dell’habitat».

    Tensione dinamica

    L’elenco (parziale) dei riferimenti al culturista calabrese comprende anche i videogame: il Little Mac del classico della giapponese Nintendo Mike Tyson’s Punch-Out è un chiaro omaggio al mingherlino di 97 libbre (97-pound weakling) del fumetto di Roman. E nella prima versione del cult The Secret of Monkey Island c’era una statua che secondo il protagonista «sembrava la versione deperita di Charles Atlas».

    Il principale (e più irriverente) omaggio al bambino arrivato a Ellis Island dalle montagne di Acri, però, resta quello del Rocky Horror Picture Show. Nel musical più libertino della storia lo scienziato pazzo alieno Frank’N’Furter dà vita alla sua creatura, l’amante perfetto dal corpo scolpito, intonando la Charles Atlas’ Song/I can make you a man. E se la porta a letto poco dopo, spiegando in I can make you a man (Reprise) che quei muscoli gli fanno venire voglia di prendere per mano Charles Atlas e di “tensione dinamica”.

    Nemo propheta in patria

    Angelo Siciliano non ha mai ascoltato le due canzoni. Il RHPS è uscito a teatro nel 1973 e al cinema nel ’75, lui è morto di infarto la vigilia di Natale del ’72. Nei successivi 50 anni e mezzo ad Acri pare non gli abbiano ancora dedicato una piazza, una strada, un vicoletto. Nemmeno una targa o una palestra qualsiasi.
    Sarà perché non ci è mai tornato. Sarà perché in Calabria dimenticano i campioni olimpici, figuriamoci un culturista. O, forse, aspettano anche lì il 28 maggio 8113.

  • Fasci, toponimi e un centrosinistra che non t’aspetti

    Fasci, toponimi e un centrosinistra che non t’aspetti

    E anche quest’anno ci si avvicina al 25 aprile, sacrosanto, e alla molto meno sacrosanta fiera dei luoghi comuni. Li hanno preceduti a Cosenza – com’è d’uopo – le commemorazioni per il bombardamento statunitense subìto nella giornata del 12 aprile 1943 e non più grave degli altri alleatissimi bombardamenti su Cosenza – che chissà perché nessuno menziona mai – del 6, del 28 e del 31 agosto, del 3, del 4, del 7 e dell’8 settembre dello stesso anno. Forse quella ricorrenza andrebbe spostata a fine estate, se non stessero tornando tutti dalle vacanze…

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    Bombe alleate su Cosenza durante la Seconda guerra mondiale

    Il 25 aprile parte da molto lontano

    Se di 25 aprile bisogna parlare, si deve cominciare da molto lontano e fare di tutta l’erba una fascina, senza fare due fasci e due misure. Possibilmente, senza scadere nella ingenua e nefasta distinzione tra belli e brutti: non soltanto commemorazione della Liberazione (variamente attribuita più o meno candidamente a questo o a quel motivo), ma celebrazione di uno spartiacque tra un intero periodo da chiudere e uno da aprire, possibilmente con piede diverso e non col piede di porco come fu vent’anni prima. E questo periodo da chiudere viene da lontano. Viene dalla Marcia su Roma e da ancor prima.

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    Paolo Cappello, martire socialista ucciso dai fascisti

    Paolo Cappello, martire socialista

    Uno dei primi e più crudi episodi fu, a Cosenza, senz’altro quello legato all’aggressione di Paolo Cappello. Pochissimi giorni fa è deceduta, in Romagna, la vedova senza figli dell’ultimo dei testimoni dell’affaire Cappello. La storia si fa con i documenti, quantomeno con quelli, soprattutto con quelli. Ci mancherebbe altro. Vi sono quelli scomparsi, quelli “alleggeriti”, quelli artefatti, falsificati etc. Poi per fortuna vi sono, talvolta, anche quelle fonti dirette che restano sempre un po’ in penombra, ritenute ancillari e di minor conto. Tutto ciò per dire che il testimone in questione, il cosentino Franz Coppola, raccontò in punto di morte – novantaseienne – la sua versione dei fatti, in fondo poco discordante da quella delle fonti ufficiali.

    Franz Coppola (1910-2006)

    Era il 14 settembre del 1924 quando venne strappato il garofano rosso dal bavero del socialista Francesco Mauro, col parapiglia che ne seguì e le tragiche conseguenze ai danni del socialista Cappello. Cappelli e coppole: Franz Coppola aveva all’epoca quattordici anni e meno di un anno prima aveva perso la mamma di sangue blu, la nobile Regina Monaco – dei Monaco dello Spirito Santo – che era andata in sposa al non meno nobile Gustavo Coppola, di Francesco.

    Alcuni agenti provocatori fascisti aizzarono Franz e altri ragazzini del centro storico affinché infastidissero Mauro e ne strappassero il garofano. Accadde all’altezza della Piazza Piccola e forse, dunque, non esattamente per mano del milite fascista Francesco Bartoli, come le fonti riportano.

    Un garofano nel destino 

    Ignari della valenza politica del gesto, i ragazzi cominciarono a rendersene conto ai primi spari. Se avessero parlato, i mandanti si sarebbero accaniti anche contro di loro e contro le loro famiglie, con esiti probabilmente spaventosi.
    Una dinamica non molto dissimile fu, due anni dopo, quella dell’attentato bolognese a Mussolini, laddove fu armata la mano innocente del piccolo Anteo Zamboni, poi fermato dal tenente Pasolini (padre di PPP, per la cronaca) e letteralmente linciato per strada da squadristi e arditi, fino alla morte. Come dei piccoli Anteo fortunatamente mancati, i ragazzi cosentini minacciati di ritorsioni riuscirono a ripiegare con la fuga delle proprie famiglie in altre città, se non addirittura all’estero.

    E Franz Coppola? Dopo una lunga militanza comunista e partigiana, segnalata a “dovere”, e poi un barcamenarsi in comparse per Cinecittà (lo si veda, in veste di usciere, con Alberto Sordi ne Il Moralista del 1959), tornò a risiedere a Cosenza ormai vecchio. Morì nello stesso Palazzo Monaco in cui era nato e lì lo ricordo tremolante, sveglissimo e brontolone impenitente. Ironia della sorte, una foto lo ritrae bambino, intorno al ’18, proprio con un garofano appuntato sull’abito. Segni del destino.

    Tommaso Arnoni e Michele Bianchi

    Sarebbe stata la Calabria in cui durante il fascismo avrebbero spiccato, su tutte, due figure: Michele Bianchi e Tommaso Arnoni (qui in un raro filmato cosentino dell’Istituto Luce).
    Il sindacalista Michele Bianchi aveva avuto dapprima un maestro di socialismo come Pasquale Rossi. Si sarebbe poi indirizzato verso un profondo radicalismo attuato in modi anche violenti nell’agitazione delle folle contadine del ferrarese quando lì dirigeva la Camera del Lavoro. Sfuggì alla galera, e seguì nel ’19 Mussolini, ponendosi – con l’83,8% dei voti – alla guida del fascismo in Calabria. Qui riuscì a fare realizzare notevoli opere di bonifica e lavori pubblici, non senza i buoni uffici della sua amante, la marchesa De Seta.

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    Maria Elia de Seta Pignatelli e Michele Bianchi (foto Wikipedia)

    La stessa – mentre il marito partecipava alla costituzione dell’MSI – avrebbe in futuro proposto e ottenuto che il pio don Luigi Maletta diventasse tra il ’48 e il ’51 “assistente ecclesiastico” del MIF, il Movimento italiano femminile «Fede e Famiglia». Lo aveva fondato lei assieme al piucchenero Ezio Maria Gray. Fu il primo e dichiaratissimo movimento neofascista organizzato (con sede furbamente extraterritoriale, in Vaticano), diretto a sostenere anzitutto i fascisti carcerati. E chi l’avrebbe detto?

    Don Luigi Maletta

    Il tempo cancella

    Ma torniamo a Bianchi. Quadrumviro nei giorni della Marcia, Segretario Nazionale del Partito Fascista, Ministro dei Lavori Pubblici, morì prematuramente e all’apice della carriera. Camigliatello – da ora Camigliatello Bianchi – gli erigeva un monumento. Cosenza gli dedicava un intero rione, quello più bello. Il tempo, chiamiamolo così, cancellò poi entrambe le denominazioni. Così come sempre a Cosenza sarebbero sparite – qualcuna subito, qualche altra dopo molto tempo – le varie

    • piazza Italo Balbo (già delle Colonie, poi Eritrea, e soltanto alla fine piazza Amendola),
    • piazza Littorio (Villa Nuova),
    • via Arnaldo Mussolini (via A. Arabia),
    • via Rosa Maltoni Mussolini (via G. Tocci),
    • viale Benito Mussolini (viale degli Alimena),
    • piazza Predappio (piazza P. Scura),
    • via Axum (via C. Marini),
    • via Cirene (via A. Sensi),
    • via Bengasi (via R. Caruso),
    • lungobusento Tripoli (via A. von Platen),
    • via Massaua (via P. Perugini),
    • via Asmara (via F. Principe),
    • via Rodi (via G. Nucci),
    • via Somalia (via L. Picciotto),
    • via Neghelli (via E. Loizzo),
    • via San Sepolcro (via C. Cattaneo).

    Un omaggio inatteso

    Eppure pare che a Michele Bianchi sia stata reintitolato qualcosa: la piazza dell’acquedotto cosentino Merone, finanziato proprio grazie al suo interessamento e laddove fu commemorato nel 1934.

    Una vecchia foto dell’acquedotto Merone con ancora i simboli fascisti sulle mura

    Matteo Dalena, nelle vesti di presidente provinciale dell’ANPI fa notare quanto segue: «Per le opere pubbliche realizzate in città e in provincia il fascista Michele Bianchi gode, a mio avviso purtroppo, di buona reputazione in città. Ma è quantomeno inopportuno che prima nel 1993 e poi nel 2009 due amministrazioni comunali, tra l’altro di centro-sinistra, abbiano deliberato e poi dato attuazione all’intitolazione di una piazza a Michele Bianchi al Merone con l’apposizione della relativa targa segnaletica. Bianchi fu tra i fondatori del fascismo, orchestrò la marcia su Roma, e fu tra gli esponenti più radicali, espressione di quello squadrismo intransigente che si macchiò di atroci delitti in tutta Italia: Camere del Lavoro date alle fiamme, giornali bruciati sulla pubblica piazza, arti spezzati, vere e proprie spedizioni punitive. Oggi il suo nome sulla targa segnaletica è coperto da vernice bianca: sono gli stessi cittadini a non gradire evidentemente questa intitolazione. È l’attuale amministrazione comunale a dover decidere se ripristinarla, e dunque rivendicarla, oppure toglierla, intitolandola magari a qualche povera vittima della dittatura fascista».

    Uno sì e l’altro no?

    Accolgo la segnalazione dell’amico Matteo e però aggiungo: ma che strada si fa per andare all’acquedotto? Via Tommaso Arnoni. E allora perché Arnoni sì e Bianchi no?
    In fondo, Bianchi se ne andò tubercolotico dopo soli otto anni di regime. Arnoni, invece – dopo aver bruciato le tappe massoniche passando dal primo al terzo grado in meno di un anno, con l’evidente benestare di Nicola Spada, deus ex machina di quella precisa loggia in cui militava anche Luigi Fera – nel ’24 risultò secondo eletto del ‘listone’ fascista in Calabria, appunto dopo Bianchi. Ottenne 43.000 voti, quasi tutti in provincia di Cosenza. Nella città fu addirittura primo, con 703 preferenze, contro le 608 di Mancini e le 602 di Bianchi.

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    Tommaso Arnoni e Benito Mussolini

    Davanti alle insistenze del duce, la carica podestarile a Cosenza sarebbe passata nelle sue mani e fu perciò che Arnoni si interessò alla costruzione di scuole e ospedali. Tra il ’31 e il ’41 raccolse non a caso onori e riconoscimenti: Grande ufficiale e poi Gran Cordone dell’Ordine della Corona d’Italia, Cavaliere e poi Ufficiale dell’Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro, intanto nominato nel ’39 senatore del Regno (mica bruscolini) poiché già deputato per tempo sufficiente (non per una delle altre venti e più nobili categorie dell’epoca), presentato da Pietro Tacchi Venturi (quel gesuita pochissimo delicato in fatto di leggi razziali), e infine – dal ’39 al ’43 – membro della Commissione dell’Economia Corporativa e dell’Autarchia.

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    Targa nell’Ospedale dell’Annunziata a Cosenza

    L’Alta Corte di Giustizia per le sanzioni contro il Fascismo sancì in capo ad Arnoni la decadenza dalla carica di senatore. Tuttavia, con sentenza dell’8 luglio 1948, la Suprema Corte di Cassazione la dichiarò nulla. Pare che «l’analisi dell’attività pubblica, delle opere realizzate sotto la sua supervisione, lo spirito democratico e la testimonianza di esponenti comunisti e socialisti sulla sua condotta irreprensibile», avessero fatto sì che egli venisse reintegrato nella carica di senatore alla quale, «per sensibilità», poi rinunciò.

    Epurazioni e ragion di Stato

    In realtà gli valsero molto di più le aderenze nella Democrazia Cristiana. All’epoca la chiamavano “continuità”. La stessa che fece sì che il primo Presidente della Repubblica (la Repubblica Italiana, quella democratica, fondata sul lavoro, che ripudia la guerra e vieta la riorganizzazione del partito fascista) sarebbe stato Enrico De Nicola, già presidente della Camera all’inizio del governo Mussolini, già sostenitore della fascistissima Legge Acerbo, già eletto deputato con i liberali nel listone fascista del ‘24, e già nominato senatore nel pieno del 1929… Si sa, tra le epurazioni e la ragion di Stato c’è di mezzo un mare…

    E poi che dire di quegli altri relitti cosentini di toponomastica imperialista (sia fascista che prefascista) che a Cosenza ancora sembrerebbero resistere, come via del Tembien, via del Tigrai, via Capoderose, piazza Ogaden, via Macallè, via Adua, o via Daua Parma? O tutti (si fa per dire) o nessuno. E, dopotutto, scempi toponomastici a Cosenza ne sono stati fatti di ben peggiori (vedi centro storico, e non soltanto).
    Almeno il 25 aprile, “pensiamoci liberi”…

  • La Resistenza è (anche) donna: le partigiane di Calabria

    La Resistenza è (anche) donna: le partigiane di Calabria

    Questa storia è iniziata con un messaggio: «Ti va di scrivere qualcosa sulle partigiane calabresi?». Certo che mi andava, ne ero entusiasta: quale occasione migliore per parlare della storia delle donne durante la Liberazione? Sebbene in Italia associamo la partigianeria ai volti di uomini, anche le donne combatterono la lotta antifascista.
    Nel documentario La donna nella Resistenza, diretto da Liliana Cavani nel 1965, possiamo ascoltare alcune delle loro testimonianze e farci un’idea dell’impatto che ebbero nel condurre l’Italia verso la fine del regime fascista e dell’occupazione nazista: 70mila aderirono ai gruppi di difesa, 35mila parteciparono ad azioni di guerra partigiana, 500 ricoprirono ruoli di comando e (solo) 16 furono decorate con medaglie d’oro.

    Donne e Resistenza: il tabù delle armi

    I ruoli di queste donne furono molteplici, ma la loro azione si associa soprattutto a quello della staffetta. E, come possiamo notare, solo per una parte ci fu coinvolgimento nella lotta armata e un’esigua minoranza ricevette dei riconoscimenti ufficiali dopo la fine della guerra.
    Perché? Simona Lunadei, che ha diretto dal 1985 al 2000 l’Istituto romano per la storia d’Italia dal fascismo alla resistenza e fa parte della Società Italiana delle Storiche, spiega che uno dei problemi fu il tabù delle armi per le donne: riconoscere che le donne siano capaci di esercitare azioni violente, esattamente come gli uomini, equivaleva ad accettare un’eguaglianza di genere sostanziale.

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    Carla Capponi decorata con la Medaglia d’oro al valore militare

    Carla Capponi, partigiana decorata con medaglia d’oro al valore militare, nel suo libro Con cuore di donna raccontò che i suoi compagni non volevano darle una pistola e che lei la rubò e loro provarono a sottrargliela. E poi ci fu l’occultamento delle partigiane dopo la Liberazione, come nel caso torinese in cui il PCI impedì alle donne della Brigata Garibaldi di sfilare assieme ai compagni partigiani. Accostarsi alle donne, si pensava, avrebbe fatto sembrare i compagni meno credibili.

    Le donne calabresi nella Resistenza

    Sì, ma le donne calabresi come parteciparono alla Resistenza? Ecco, a questo punto mi sono scontrata con il muro della mia ignoranza. Cosa sapevo delle mie conterranee? Pressoché nulla, ma sarebbe bastato studiare e fare un po’ di ricerca storiografica, giusto?
    Da qui ho avuto l’opportunità di conoscere alcune delle loro storie.

    Anna Cinanni

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    Anna Cinanni

    Nasce a Gerace Superiore nel 1919 in una famiglia di contadini e, tutti insieme, si trasferirono a Torino tra il ’28 e il ’29, Suo fratello, Paolo, è membro del PCI e fa avvicinare Anna al partito. Nel 1935 Anna entra a far parte del Soccorso Rosso, organizzazione fondata nel 1922 durante il IV congresso dell’Internazionale Comunista per offrire supporto materiale e morale alle vittime della lotta antifascista.
    Nel 1943 aderisce ufficialmente al PCI ed entra a far parte della Brigata Garibaldi, col nome di battaglia Cecilia. Poi, nel ’45, la polizia scopre materiale clandestino nel doppio fondo della sua borsa e la arresta a Vercelli. La spostano a Torino per farla giudicare dal Tribunale speciale, ma riesce a scamparla grazie alla liberazione della città.

    Con la fine della guerra continua la sua militanza nel PCI e prosegue nel suo impegno per coinvolgere le donne nella lotta politica. In vista delle elezioni del 1946 in Piemonte organizza l’associazione Ragazze d’Italia; l’anno successivo è eletta responsabile delle donne alla quarta Sezione Luigi Capriolo; nel 1949 partecipa al quinto Corso della scuola nazionale femminile, al termine del quale è nominata funzionaria organizzativa e politica dell’Unione Donne Italiane (Udi).

    Anna Condò

    Nasce a Reggio Calabria e, dopo i bombardamenti degli Alleati, si trasferisce in Piemonte con la famiglia. Qui il fratello, Ruggero, aderisce alla Brigata Garibaldi e anche Anna entra a far parte della Resistenza partigiana come staffetta. Il fratello viene catturato e muore in un campo di concentramento tedesco. Anna, invece, finita la guerra torna a Reggio Calabria. Diventa insegnante e testimone della storia coltivando la memoria di Ruggero e di chi, come lei e suo fratello, fu parte attiva della Liberazione dal nazi-fascismo.

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    Anna Condò

    Caterina Tallarico

    Nasce nel 1918 a Marcedusa, nel catanzarese, e si trasferisce a Roma per studiare Medicina. Nel 1942, sotto consiglio del fratello Federico, decide di spostarsi a Torino, che sarebbe stata una città più sicura della Capitale in caso di bombardamenti. Qui Caterina inizia ad offrire supporto medico ai partigiani e finita la guerra torna in Calabria per esercitare la professione di medico.

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    Federico, Antonio e Caterina Tallarico

    Teresa Tallotta Gullace

    Nasce a Cittanova nel 1907 in una famiglia di braccianti. Sposa Girolamo Gullace, col quale si trasferisce a Roma. L’uomo, nel 1944, viene catturato durante un rastrellamento di civili nella zona di Porta Cavalleggeri. Teresa, al settimo mese di gravidanza, si presenta davanti alla caserma assieme a centinaia di altre donne.

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    Teresa Tallotta Gullace

    Tutte reclamano il diritto di parlare con i propri cari, catturati durante il rastrellamento, e ne pretendono la liberazione. In quell’occasione Teresa muore per mano di un soldato tedesco, che spara contro la donna. La sua vicenda ispirerà il personaggio della Sora Pina, interpretato da Anna Magnani in Roma città aperta di Roberto Rossellini.

    Giuseppina Russo

    Nasce a Roccaforte del Greco, nel reggino, e col marito Marco Perpiglia emigra a La Spezia per lavorare. In Liguria Giuseppina entra a far parte della Brigata Garibaldi e partecipa alla Resistenza.

    Tanti nomi, poche storie

    In questa ricerca ho trovato i nomi di altre donne calabresi coinvolte nella Resistenza e nella Liberazione, ma non le loro storie. Tra le mani avevo poche informazioni e, tra l’altro frammentate. Le partigiane calabresi di cui sapevo qualcosa, inoltre, non avevano combattuto in Calabria. L’entusiasmo iniziale si stava trasformando in delusione.
    Avevo in mente le testimonianze di partigiane emiliane o lombarde o toscane, perché era così difficile trovare quelle delle calabresi?

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    Tiziana Noce

    Se non potevo ricostruire la memoria della partigianeria femminile in Calabria, potevo almeno provare a darmi qualche risposta. Così ho deciso di contattare la professoressa Tiziana Noce, docente di Storia contemporanea all’Università della Calabria. Si è occupata di Resistenza e militanza politica delle donne tra guerra e ricostruzione.
    Certo, le informazioni che abbiamo sono davvero insufficienti e la memoria di quelle donne è andata perduta. Io, però, mi stavo muovendo nella ricerca con una prospettiva inadeguata. «Più che cercare, in questo contesto, ciò in cui la Calabria somiglia a Milano o a Firenze – che non ha senso – perché non riflettere sui termini in cui si può parlare di antifascismo, resistenza e adesioni a questi valori nella regione?»

    Nord e Sud

    Ciò che mancava alla mia ricerca iniziale era una lenta d’analisi meridionalista, capace di riconoscere le peculiarità del Sud e di non rincorrere in cosa il Meridione somigli al Nord. Fare questo significherebbe creare una gerarchia Nord-Sud e ammettere che uno è migliore dell’altro. La Calabria presentava un contesto socioeconomico diverso dalle regioni del Centro e del Nord Italia: come potevo aspettarmi allora di trovare le stesse dinamiche sviluppatesi altrove?

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    1945, partigiane e partigiani a Venezia

    I movimenti che hanno visto la storia del protagonismo femminile si sono sviluppati in realtà urbane e industriali. Quindi, una regione priva di città significative e di quel tessuto industriale patisce la sua marginalità e il suo essere una periferia priva di quel contesto che ha prodotto quei fenomeni sociali. Questo, però, non significa che la Calabria non sia stata coinvolta nei flussi che si stavano generando. Come abbiamo visto, le donne calabresi hanno partecipato alla Resistenza e, se le storie delle partigiane sono poche, possiamo riflettere su ciò che è accaduto nella regione dopo la caduta del regime fascista.

    Donne e politica dopo la Resistenza

    Con le elezioni del 1946 in Calabria, per esempio, furono elette tre sindache: Lydia Toraldo Serra, a Tropea; Caterina Tufarelli Pisani, a San Sosti; Ines Nervi Carratelli, a San Pietro in Amantea. Fu un dato nazionale rilevante: nelle amministrative di quell’anno furono elette 12 sindache in tutta Italia. E un quarto era rappresentato da politiche calabresi, tutte appartenenti alla DC.

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    Caterina Tufarelli Palumbo Pisani, Lydia Toraldo Serra e Ines Nervi Carratelli

    Le donne calabresi partecipavano alla politica e davano corpo allo spirito antifascista su cui si fondava la neonata democrazia italiana. Questo dato ci lascia intuire che, durante la Resistenza, le donne calabresi non furono soggetti passivi ma parteciparono attivamente ai flussi sociali che stavano attraversando la penisola.

    Francesca Pignataro