Autore: Sergio Pelaia

  • Le tonnare perdute di Calabria. Mille anni di storia cancellati

    Le tonnare perdute di Calabria. Mille anni di storia cancellati

    Vittorio de Seta li chiamò «i contadini del mare». Il campo che coltivavano, con cura e sudore uguali a quelli che gli agricoltori riversano sulla terra, erano le acque del Golfo di Sant’Eufemia, da Pizzo a Tropea. Nelle loro fatiche, nei gesti, nel codice con cui comunicavano, perfino nei loro canti e nei soprannomi che si affibbiavano, c’era una cultura millenaria. Quella dei tonnaroti, oggi quasi del tutto perduta, materialmente abbattuta dal tempo e dalla noncuranza che, come l’acqua di mare, erode ogni cosa.

    L’isola di reti

    Eppure l’uso delle tonnare in Calabria, un ingegnoso sistema di pesca fissa e passiva, è stato praticato fino agli anni ’60 solo sul Tirreno vibonese. Il tonno rosso si pescava attraverso un articolato sbarramento di reti abilmente piazzate e divise in “isole” e “camere”. Una trappola intricata che attirava i tonni durante la loro migrazione. Rappresentava una sorta di prolungamento marino della terraferma. Una «territorializzazione del mare», diceva sempre de Seta. Poi c’erano gli edifici stabili costruiti quasi a riva in cui avveniva il deposito, la lavorazione, il ricovero dei barconi. Tutto ciò era pratica comune solo in Sicilia. Però lì i tonni arrivavano già stanchi e sfibrati, nella baia di Vibo invece erano più “freschi”. E si avvicinavano, cosa che oggi non accade più, fino a due miglia dalla costa.

    Le antiche tonnare (dal sito callipo.com)

    Tonnare in Calabria: un’economia fiorente

    Le tonnare in Calabria, di mare e di terra, hanno così dato da vivere a moltissime famiglie di Pizzo, Vibo Marina, Bivona e Portosalvo (le tre “Marinate” vibonesi), Briatico e Parghelia (alle porte di Tropea). Rappresentavano un settore importantissimo dell’economia locale, tanto che le antiche famiglie nobiliari che le possedevano le proteggevano sorvegliandole attraverso torri o addirittura castelli.

    L’indotto verso i monti

    C’è anche un altro aspetto, tutt’altro che secondario, da ricordare. Le tonnare dei paesi costieri erano inserite in dei microcircuiti economici che comprendevano anche i territori di collina e di montagna. Da lì arrivavano sale, olio e ghiaccio per la conservazione. Lì gli artigiani producevano e lavoravano reti, cordami e legname per le barche.

    Tonnara Angitola a Vibo Marina. La benedizione delle reti e dei barconi prima delle mattanze nel 1947 (collezione Cantafio)

    Tonnare in Calabria, mille anni di pesca

    Di manufatti per la pesca del tonno in quest’area si trovano tracce documentali risalenti al XI secolo. In uno dei primi privilegi concessi da Ruggero il Normanno all’Abbazia di Mileto compare l’area di Bivona. Che viene descritta, nel 1081, «… cum portu suo, ac tunnaria, et omnibus pertinentiis». Fin dalla fondazione dell’odierna Vibo diversi manoscritti riportano fatti legati alle tonnare: in un atto del 1326 il re Roberto, per prevenire incidenti, dispose che nessuno vendesse vino nell’area e nel periodo in cui era in attività la tonnara di Bivona.

    La contaminazione con i siciliani

    Questo sistema di pesca si estende dal XVI secolo, periodo a cui risalgono le prime notizie sulle tonnare di Parghelia (Bordilà), Sant’Irene e Briatico (Rocchetta), Santa Venere e Pizzo (delli Gurni). Nel XVIII secolo l’iniziativa imprenditoriale delle tonnare in Calabria è appannaggio dei nobili (De Silva y Mendoza, Pignatelli, Caracciolo) e della Diocesi. I tonnaroti di Pizzo diventano i più ricercati per tutto il golfo. E a loro si uniscono anche rais (i dominus della ciurma) e tonnaroti siciliani. Generando una contaminazione unica di tecniche e di rituali di pesca.

    tonnare-calabria-spazzate-via-scompare-cultura-millenaria
    La grande ancora di tonnara portata a riva da un gruppo di 10 tonnaroti (Lomax, 1954)

    Un po’ di Sicilia in Calabria

    Nell’agosto del 1954 arrivano a Vibo Marina lo statunitense Alan Lomax e il calabrese Diego Carpitella. Mostri sacri dell’etnomusicologia, quell’anno attraversano tutta l’Italia a bordo di un pulmino Wolkswagen. E realizzano un’impresa di documentazione che diventerà una pietra miliare per il futuro studio della musica tradizionale italiana. Hanno già registrato a Sciacca i canti di tonnara. Hanno incontrato De Seta mentre documenta la pesca del pescespada a Scilla e Bagnara. Dunque si stupiscono di trovare, sullo sterrato che affianca la tonnara del borgo portuale vibonese, un pezzo di Sicilia anche nel continente.

    Alan Lomax in mezzo ai tonnaroti (1954, collezione Canduci)

    I canti delle tonnare in Calabria

    A Lomax e Carpitella si devono foto e registrazioni sonore che hanno strappato all’oblio i canti, i nomi, i linguaggi e le relazioni secolari di rais e tonnaroti. Si tratta del più corposo lavoro mai fatto sulla cultura musicale delle tonnare, in Calabria e non solo. Oggi è raccolto e approfondito in un bel volume (con cd), “Canti della tonnara”, edito da Rubbettino e curato da Danilo Gatto, con contributi di Giorgio Adamo, Sergio Bonanzinga, Danilo Gatto, Giuseppe Giordano, Anna Lomax Wood, Antonio Montesanti, Domenico Staiti, Vito Teti.

    tonnare-calabria-spazzate-via-scompare-cultura-millenaria
    Onofrio Lo Presti, uno dei tonnaroti fotografato e registrato da Alan Lomax

    L’itinerario della dimenticanza

    Montesanti ha trascorso anni a ricostruire, incrociando le informazioni raccolte da Lomax con le testimonianze locali, le identità e le storie di rais e tonnaroti della zona. Proprio con lui abbiamo provato a ripercorrere le tracce delle tonnare tra Pizzo e Tropea. Un tour della dimenticanza. Perché di fatto, oggi, i segni dell’antichissima tradizione di pesca delle tonnare in Calabria sono stati spazzati via. Resta qualche fuggevole particella di memoria e dei tentativi, miseramente falliti, di dare dimora alla testimonianza di ciò che è stato.

    La più antica, dimenticata

    Partiamo proprio da Pizzo, dalla tonnara più antica. È quella della Seggiola, che secondo alcune risultanze documentali esisteva già nel 1400. Di proprietà dei De Silva y Mendoza prima, poi dei Gagliardi, è diventato un bene demaniale e, in parte, oggi l’edificio è usato da alcuni pescatori. Ma è seminascosto e dimenticato, in una piccola insenatura, con un mostro di cemento mai finito che incombe a fianco (di cui abbiamo scritto in questo controtour).

    tonnare-calabria-spazzate-via-scompare-cultura-millenaria
    Ciò che rimane dell’antica tonnara della Seggiola, a Pizzo

    Il museo del vuoto

    Pare fosse uno degli angoli più belli della cittadina costiera, che invece oggi concentra molte delle sue attrattive turistiche, oltre che sul centro storico, sul vicino lungomare. Lì ha sede il “Museo del mare” che però, di fatto, delle tradizioni di pesca conserva poco più che il nome. Un tempo era la loggia dei barconi, oggi vi si fa qualche convegno e poco altro.

    tonnare-calabria-spazzate-via-scompare-cultura-millenaria
    Il “museo del mare” a Pizzo

    Da pescatori a carrozzieri

    Procedendo verso Sud sul litorale pizzitano c’è l’antico stabilimento Callipo, o meglio i resti puntellati da impalcature in legno. Un ramo della famiglia, quello di Carmelo Callipo, si divise da quello che faceva capo a Giacinto (di cui invece porta il nome ancora oggi la nota azienda di prodotti ittici nata nel 1913 e tuttora attiva) e rilevò, nel Dopoguerra, la tonnara nel centro di Vibo Marina. Era stata di proprietà dei nobili siciliani Adragna d’Ali. Inaugurata nel 1865, rimase in attività solo per pochi anni dopo il passaggio di proprietà. Oggi, al suo interno, c’è una carrozzeria.

    tonnare-calabria-spazzate-via-scompare-cultura-millenaria
    Il portale della ex tonnara di Vibo Marina, al cui interno oggi c’è una carrozzeria

    Lo sciopero del ’54 e la caserma di oggi

    Sempre a Vibo Marina sorgeva la tonnara Angitola. Prima dei Gagliardi e poi dei Cantafio, era proprio quella a cui giunsero Lomax e Carpitella nel 1954 nel bel mezzo di uno sciopero. Il padrone non li pagava da un anno e i tonnaroti avevano incrociato le braccia lasciando tutte le attrezzature a mare per fare pressione sul titolare. Non si sa come, ma con l’arrivo degli etnomusicologi la “vertenza” si risolse. Oggi di quella tonnara non resta nulla. Ne ricorda vagamente solo qualche forma il casermone del Comando provinciale della Guardia di finanza che è stato costruito al suo posto.

    tonnare-calabria-spazzate-via-scompare-cultura-millenaria
    La caserma della Guardia di finanza a Vibo Marina, costruita dove c’era la tonnara Angitola

    Tonnare di Calabria, l’appello per Bivona

    Scendendo ancora in direzione Tropea c’è la tonnara di Bivona, che merita un discorso a parte. «Negli anni – ricorda Montesanti – tanti fondi pubblici sono stati spesi male per il suo recupero, tant’è che dopo oltre 5.200 giorni è ancora inagibile. E un nuovo finanziamento rischia di smembrarne la storia». Qualche giorno fa lo studioso ha lanciato un appello al presidente della Regione Roberto Occhiuto. Tra i firmatari Carlo Petrini, Silvio Greco, Gioacchino Criaco, Francesco Cuteri, Tomaso Montanari, Vito Teti e Silvana Iannelli.

    tonnare-calabria-spazzate-via-scompare-cultura-millenaria
    La tonnara di Bivona

    Gli annunci «spacchettati»

    Il finanziamento in questione prevedrebbe «la realizzazione del Museo del Mare e della pesca». Il sindaco di Vibo, Maria Limardo, lo scorso 10 maggio ha scritto su Fb: «Che bella la nostra Tonnara! Che belli i nostri barconi! Presto torneranno a nuova vita con un importante lavoro di restauro che inizierà nel prossimo mese di giugno». Secondo i sottoscrittori della petizione decine di tavoli tecnici avrebbero invece «partorito un disastro» con quel bene monumentale «spacchettato in tre pezzetti». Si vedrà come andrà a finire. Intanto però una delle ultime tonnare di Calabria resta chiusa, anche se al Salone del libro di Torino l’amministrazione vibonese ha sostenuto di averci aperto un «centro culturale Lomax» che, al momento, non esiste.

    tonnare-calabria-spazzate-via-scompare-cultura-millenaria
    L’interno della tonnara di Bivona (dalla pagina Facebook Maria Limardo Sindaco)

    Dalla Curia ai ristoratori

    Andiamo ancora avanti. È interessante la storia della tonnara di Sant’Irene a Briatico. Di epoca ottocentesca, la proprietà è passata dai Mendoza alla diocesi di Mileto. Poi dalla Curia ai privati. Che al suo posto hanno realizzato un ristorante. Oltre alla singolare evoluzione, un fattore di unicità è rappresentato dal fatto che vicino alla tonnara scomparsa ci siano i resti di una «peschiera» di epoca romana. In pochi metri millenni di storia della pesca. Cancellati.

    tonnare-calabria-spazzate-via-scompare-cultura-millenaria
    Il luogo dove sorgeva la tonnara di Sant’Irene a Briatico. Ora c’è un ristorante e, a pochi metri, la «peschiera» romana

    Secoli, torri e selfie

    Nello stesso paese c’era anche la tonnara della Rocchetta. Di proprietà dei Bisogni, le ultime notizie risalgono alla fine del 1600. Poi diventò uno zuccherificio, quindi (a fine Ottocento) una vetreria. Ne sono rimasti dei ruderi nascosti dall’erba alta. E anche qui, poco distante, ci sono i resti di una «peschiera» romana su cui i ragazzini si fanno dei selfie a like garantito. L’ultima traccia (perduta) era a Parghelia, dove un villaggio turistico conservava solo il toponimo, fino a quando non ha cambiato nome. Ma anche le torri che sorvegliavano le tonnare sono diventate altro. Quella di San Pietro di Bivona, a guardia dell’antica tonnara che non esiste più, è un immobile privato. La torre Marzano a Vibo Marina è stata in parte demolita durante la costruzione delle case popolari.

    Il tonno non si fida più di noi

    Ora, è chiaro che questi sistemi di pesca nel Vibonese sono scomparsi perché il tonno rosso non arriva più qui. La Calabria non ha quote di pesca nella ripartizione europea. Le principali aziende lavorano e vendono tonno a pinna gialla. E quel poco di “rosso” che trattano lo acquistano per lo più da Campania e Sicilia.

    Chi guarda indietro e chi perde la memoria

    Intanto, per esempio, in Sardegna (a Stintino) e nel Sud della Spagna (Andalusia) si sta studiando il ripristino delle tonnare fisse perché è un sistema molto più ecosostenibile della pesca distruttiva a predazione. Mentre delle tonnare, nella Calabria della retorica dei borghi e delle bandiere blu, delle tradizioni da tramandare e dell’identità-culturale-da-valorizzare, non si conserva quasi più neanche la memoria.

  • Lettere dal carcere: «Ho visto mia madre nella bara in videochiamata»

    Lettere dal carcere: «Ho visto mia madre nella bara in videochiamata»

    Francesco è detenuto nel carcere di Cosenza. Il suo fine pena è fissato per ottobre 2022. Ma il dolore che filtra dalle sue lettere è evidentemente molto più grande del debito che sta per finire di scontare con la giustizia. Dice di non avere nessuno al mondo, a parte la madre. Che però è morta lo scorso 8 maggio senza che lui potesse dirle addio. Ha potuto darle un ultimo saluto, sì, ma solo in videochiamata. E solo quando lei era già morta, in una bara, attraverso lo schermo di uno smartphone.

    Una storia ordinaria sofferenza

    La sua storia, assicura Sandra Berardi dell’associazione Yairaiha, è «molto più frequente di quanto si possa immaginare». Le due lettere che Francesco le ha scritto dal carcere di Cosenza sono datate 22 aprile e 11 maggio. Ma sono arrivate alla onlus intorno al 20 maggio, per cui «non è stato possibile intervenire in nessuna maniera».

    storie-carcere-visto-mia-madre-bara-videochiamata
    Il carcere di Cosenza

    La malattia

    Nella prima Francesco manifesta «un disperato bisogno di aiuto». È recluso nel reparto alta sicurezza, benché sia stato condannato per «un reato comune» e gli restino meno di 6 mesi da scontare. Dice di beneficiare di permessi premio da due anni perché la madre è malata: tumore maligno al fegato, le hanno sospeso pure la chemioterapia. A Pasqua il primo no alla richiesta di permesso. «Il magistrato, assieme agli educatori ed alla direttrice, hanno stabilito che i permessi, anche quelli Covid, li danno ogni 45 giorni».

    Un focolaio nel carcere

    In effetti in quel reparto, nel momento in cui scrive (22 aprile), sarebbero «quasi tutti contagiati», lui compreso. «Mentalmente sono distrutto: mancano gli educatori – scrive Francesco – e mi dicono che non posso richiedere altri permessi. In questa situazione non so più dove sbattere la testa. Necessito disperatamente di un aiuto; non auguro a nessuno di avere la madre morente e trovarsi chiuso dietro 4 mura dove ti vengono negati i tuoi diritti».

    storie-carcere-visto-mia-madre-bara-videochiamata

    Nessuna risposta

    Quando scrive la seconda lettera la madre è già morta. Glielo ha comunicato un ispettore di sorveglianza e, il giorno dopo, gli hanno concesso la videochiamata. «Malgrado avessi mandato la richiesta per un permesso premio per starle vicino nell’ultimo periodo della sua vita, mi è stato rigettato». Poi, allegando il certificato di morte, ha presentato la richiesta di permesso di necessità per poter andare al funerale. Non gli è stato concesso dal magistrato di sorveglianza, «che non si è degnato nemmeno di rispondere».

    «È tortura»

    Lui la chiama tortura. Anzi, dice che «non esiste tortura peggiore». Ora vuole solo che la sua storia sia raccontata fuori dalle mura in cui è recluso perché questo non accada più a nessuno. «Io avevo solo mia madre – scrive – e, ormai, non ho più nessuno né un posto dove andare. Ormai a me hanno tolto la voglia di vivere».

    L’incontro con l’attivista

    Una madre in fin di vita, fa notare Berardi, è, per qualsiasi persona, un evento tragico, doloroso. Ancor più se la morte arriva dopo una lunga malattia. «Francesco – racconta l’attivista che ha fondato Yairaiha – l’ho incontrato una sola volta, durante una ispezione. Dalla chiacchierata che facemmo emerse l’amore per la madre, il desiderio di poterle stare vicino, la volontà di cambiare vita anche, e soprattutto, per lei».

    Rieducazione o vendetta?

    Un legame, un pensiero costante, che è rimarcato anche in altre lettere che Francesco scrive all’associazione ormai da qualche anno. «Una figura senz’altro positiva nella sua vita, non una di quelle “frequentazioni con soggetti controindicati” registrate nelle informative di p.s. fino al 2008, piuttosto uno stimolo – osserva ancora Berardi – ad operare quel cambiamento che il carcere si propone quale fine della pena».

    storie-carcere-visto-mia-madre-bara-videochiamata

    La possibilità di rimediare

    Il Got (Gruppo di osservazione e trattamento) avrebbe dovuto, secondo l’attivista, «mettere a valore» l’elemento positivo del rapporto con la madre «per permettere a Francesco di recuperare gli sbagli del passato». Magari «anche facendo un piccolo strappo alla regola laddove non ci fossero stati i requisiti; oppure suggerendo di presentare subito la richiesta di permesso di necessità in vece del permesso premio perché Francesco aveva tutto il diritto di beneficiare di un permesso di necessità».

    Cosa dice la legge

    L’articolo 30 della legge sull’Ordinamento penitenziario recita: «Nel caso di imminente pericolo di vita di un familiare o di un convivente, ai condannati e agli internati può essere concesso dal magistrato di sorveglianza il permesso di recarsi a visitare, con le cautele previste dal regolamento, l’infermo. Agli imputati il permesso è concesso dall’autorità giudiziaria competente a disporre il trasferimento in luoghi esterni di cura ai sensi dell’articolo 11. Analoghi permessi possono essere concessi eccezionalmente per eventi familiari di particolare gravità».

    La pietà perduta

    Nel caso riguardante il carcere di Cosenza però il magistrato di sorveglianza non ha risposto. «Dimenticandosi – conclude amaramente Berardi – del suo ruolo di garante principale della correttezza dell’esecuzione penale che dovrebbe essere sempre ispirata, e guidata, da quei principi di umanità e dignità espressi dall’articolo 27 della nostra Costituzione». Vedere attraverso un anonimo cellulare la madre nella bara «è tortura». Un atto «di una brutalità mostruosa del quale dovremmo vergognarci tutti se avessimo ancora il senso della pietas».

  • Occhiuto diffamò Marisa Manzini? Pronto lo scudo dell’immunità

    Occhiuto diffamò Marisa Manzini? Pronto lo scudo dell’immunità

    Le sorti di questa storia – che sarebbe tutta calabrese – si decidono a Montecitorio. Perché se una presunta diffamazione la commette un comune mortale deve andare a difendersi in Tribunale. Se il denunciato è invece un deputato o un senatore allora può scattare lo scudo parlamentare. Anche se l’accusato deputato non lo è più, ma lo era all’epoca dei fatti. Proprio come Roberto Occhiuto.

    Manzini va in Tribunale, ma Occhiuto e Mulè chiedono lo stop

    Il presidente della Regione è uno dei protagonisti della vicenda. L’altro è l’attuale sottosegretario alla Difesa Giorgio Mulè, all’epoca portavoce di Forza Italia alla Camera. A portare in Tribunale – o meglio, a provare a farlo – Mulè e Occhiuto è Marisa Manzini, già procuratrice aggiunta a Cosenza. Il suo atto di citazione risale al 3 dicembre 2019 e il procedimento è attualmente pendente al Tribunale civile di Salerno. Solo che ora della questione si sta occupando la Giunta per le autorizzazioni di Montecitorio. Perché Occhiuto e Mulè hanno chiesto che la Camera «voglia domandare la sospensione del procedimento».

    manzini-accusa-diffamata-occhiuto-ma-ce-immunita-parlamentare
    Marisa Manzini

    Occhiuto e Mulè si rivolgono alla Giunta dopo il no del giudice

    Il nocciolo della vicenda riguarda l’articolo 68 della Costituzione: «I membri del Parlamento non possono essere chiamati a rispondere delle opinioni espresse e dei voti dati nell’esercizio delle loro funzioni». Il giudice di Salerno a gennaio ha rigettato la richiesta avanzata al Tribunale da Occhiuto e Mulè. I quali invece chiedono che venga loro applicata questa prerogativa costituzionale. E di fronte al diniego ora si sono rivolti alla Giunta della Camera richiamando la possibilità (prevista dalla legge 140/2003) che sia direttamente Montecitorio a chiedere al giudice la sospensione.

    I presunti rapporti tra Manzini, Morra e un maresciallo

    Secondo quanto riportato oggi in un breve articolo sul settimanale cartaceo di Tpi, la Camera sarebbe pronta «a salvarli». Con la motivazione che l’asserita diffamazione sarebbe avvenuta in una conferenza stampa che si è tenuta a Montecitorio. Proprio questa circostanza potrebbe garantire a Occhiuto e Mulè «l’ombrello dell’immunità». I fatti risalgono al 13 maggio 2019. Quando dalla sala stampa di Montecitorio e dalla web-tv della Camera i due deputati, affiancati dalla compianta Jole Santelli, parlarono dei rapporti tra il senatore M5S Nicola Morra, Manzini e un maresciallo della Guardia di finanza.

    manzini-occhiuto-diffamata-immunita-parlamentare
    Il presidente della commissione Antimafia Nicola Morra

    L’intercettazione a casa Morra

    L’argomento è tutto cosentino e risale al febbraio del 2018. Ovvero una conversazione con l’ex segretario dell’allora sindaco Mario Occhiuto che Morra avrebbe registrato, a casa sua, portando poi alla Gdf il dvd con l’intercettazione. Ne sarebbe scaturita un’indagine che avrebbe coinvolto il fratello dell’attuale presidente della Regione, poi però assolto dalle accuse che riguardavano alcuni rimborsi per viaggi istituzionali (qui il Quotidiano del Sud fornisce i dettagli della vicenda processuale).

    Occhiuto su Manzini consulente dell’Antimafia

    Nella conferenza stampa romana da cui è scaturita l’azione legale di Manzini proprio Occhiuto (Roberto), secondo la magistrata, avrebbe avuto «il ruolo centrale». In particolare nel sottolineare i tempi insolitamente rapidi con cui Gdf e Procura avevano dato seguito all’iniziativa di Morra. I forzisti accusano: «Il maresciallo a cui ha consegnato il dvd e il pm che ne ha disposto la trascrizione (il riferimento è proprio a Manzini, ndr) sono diventati consulenti dell’Antimafia». Che non all’epoca dei fatti, ma poco dopo e ancora oggi, è presieduta da Morra.

    La sala stampa e l’attività parlamentare

     

    manzini-occhiuto-diffamata-immunita-parlamentare
    La conferenza stampa tenuta alla Camera da Santelli, Mulè e Occhiuto

    Nel resoconto della Giunta si legge che un deputato del Pd (Alfredo Bazoli) ha sottolineato «l’esigenza di soffermarsi sulla possibilità o meno di qualificare gli interventi svolti durante la conferenza stampa medesima come attività parlamentare tipica».Il presidente dell’organismo, di FdI, pur «senza volere anticipare l’esame dei profili giuridici o il giudizio nel merito del caso in esame», ha fatto notare che «una conferenza stampa svolta all’interno di una sede istituzionale su temi di rilevanza politica dovrebbe essere comunque qualificata come espressione di attività parlamentare eseguita intra moenia». Non sorprende che si sia detto d’accordo sul punto Carlo Sarro di Forza Italia, che ha richiamato anche il fatto che la conferenza stampa sia stata affiancata da un’interpellanza parlamentare.

    Un lieto fine per Occhiuto e Mulè?

    L’orientamento del centrodestra è, ovviamente, abbastanza chiaro. Non è un dettaglio che dei 21 componenti della Giunta per le autorizzazioni, 11 facciano riferimento a partiti del centrodestra (Fi, Lega, FdI e Coraggio Italia), 8 al centrosinistra (Pd, M5S e LeU) e 2 sono di Italia Viva. L’organismo ha rinviato la trattazione della vicenda a un ulteriore esame. Ma il finale della storia sembra abbastanza scontato.

  • Azienda zero al prof che non molla Toti: ecco il nuovo messia della sanità

    Azienda zero al prof che non molla Toti: ecco il nuovo messia della sanità

    La fase 2 della sanità calabrese comincia con un tweet. Mentre ancora tutti aspettano di capire cosa davvero impedisca l’insediamento del colonnello Maurizio Bortoletti a subcommissario, ieri all’ora di cena Roberto Occhiuto ha comunicato via social di aver piazzato Giuseppe Profiti alla guida dell’Azienda Zero in Calabria. Professore universitario, nato a Catanzaro, è stato il numero uno del Bambino Gesùcoinvolto nel caso dell’attico del cardinale Bertone, ha sempre rivendicato la correttezza del suo operato – ed è coordinatore della Struttura di missione della sanità per la Regione Liguria. Manterrà l’incarico affidatogli un anno fa da Giovanni Toti ma, ora, guiderà anche il nuovo moloch con cui il presidente della Regione punta a mettere ordine nel settore più disastrato della Calabria.

    L’annuncio di Occhiuto su Twitter

    Il compenso per Azienda Zero in Calabria e l’incarico in Liguria

    Il decreto con cui Occhiuto lo nomina sintetizza i suoi compiti e rivela le due fasi con cui dovrà, sostanzialmente, svuotare di parecchie funzioni le Aziende sanitarie. E supervisionare, di fatto commissariandolo, il dipartimento Salute della Cittadella. Non provate però a scervellarvi per capire con precisione quanto Profiti guadagni tra Calabria e Liguria. Si sa che qui, in ragione «della natura straordinaria dell’incarico», percepirà un compenso corrispondente al 90% di quello che prendono i dg delle Asp. A cui però si sommerà il «rimborso delle spese di missione sostenute in ragione dell’incarico» che, ad occhio, non sarà irrisorio. Le sezioni “amministrazione trasparente” delle Asp calabresi e della Regione Liguria non regalano più dettagliate soddisfazioni. A occhio, comunque, prenderà, senza contare i rimborsi, qualcosa in più di 100mila euro annui per ciascuno dei due incarichi.

    sanità-ecco-cosa-farà-quanto-guadagnera-numero-uno-azienda-zero
    Giuseppe Profiti

    Come cambia la governance della sanità

    Di certo Profiti ha davanti obiettivi e aspettative parecchio difficili da soddisfare, dunque non è il caso di fargli più di tanto i conti in tasca. Vale la pena, piuttosto, tentare di capire, al di fuori del burocratese, cosa accadrà ora alla catena di comando della sanità calabrese. È evidente, dalle carte, che la sostanza dell’incarico del numero uno di Azienda Zero in Calabria sia stata concordata da Occhiuto con i Ministeri (Salute ed Economia) che controllano la nostra sanità. Tutto è infatti previsto nel Programma Operativo 2022-2025 concordato con il Tavolo Adduce e in via di approvazione.

    Accentramento e ripartizione

    Gli step fondamentali sono due. In primo luogo Profiti dovrà governare il «riposizionamento» delle funzioni delle Asp, che passeranno «al livello regionale», e si occuperà della «riallocazione» e del «reclutamento» delle figure professionali «necessarie al funzionamento del modello organizzativo ipotizzato». Dunque Azienda zero accentra tutto a sé, come previsto dalla legge con cui è stata istituita. Intanto. Poi, con il secondo step, procederà alla «ripartizione delle competenze e delle risorse professionali» acquisite. E distinguerà «tra competenze di indirizzo e programmazione destinate necessariamente a permanere in capo al livello regionale» e competenze «di carattere operativo e gestionale» da assegnare sempre all’interno della sfera di attività di Azienda Zero in Calabria.

    Il braccio di Occhiuto a Roma

    Altre due cose fondamentali contenute nel decreto di nomina di Profiti. Il prof che condividiamo con la Liguria dovrà occuparsi del «supporto del Commissario ad acta per l’attuazione del Piano di rientro», cioè Occhiuto. E potrà rappresentarlo «presso sedi istituzionali regionali e nazionali sulla base di apposita delega anche permanente». Un vero e proprio braccio destro. Che dovrà aiutare il presidente della Regione nel suo delicato compito in Calabria e farne le veci ai tavoli romani sulla sanità.

    sanità-ecco-cosa-farà-quanto-guadagnera-numero-uno-azienda-zero
    Il team di Occhiuto all’ultimo incontro al Mef (Profiti è l’ultimo)

    Il dipartimento “commissariato”

    Seconda cosa importante. A Profiti viene attribuito «il coordinamento del Dipartimento Tutela della Salute e Servizi Sociali e Socio Sanitari avvalendosi delle sue strutture nonché di quelle facenti capo al Commissario ad acta», e «disponendo delle risorse umane, finanziarie e strumentali» anche sulla base di «apposito Dca da adottarsi allo scopo». Insomma, com’era intuibile fin dai primi passi di Azienda Zero, il dipartimento Sanità della Regione viene di fatto commissariato. E Profiti sarà una sorta di deus ex machina per tutta la struttura amministrativa sia degli uffici della Cittadella sia di quelli della struttura commissariale.

    Incarico di 1 anno e verifiche ogni 3 mesi

    Il suo incarico ha durata annuale ed è prorogabile per una sola volta. Fin quando non sarà nominato un direttore generale. Occhiuto verificherà «periodicamente e, comunque, ogni tre mesi» l’operato del commissario di AZ «e, in caso di valutazione negativa, ne disporrà la revoca dall’incarico, previa verifica in contraddittorio». Ora non resta che attendere che la giunta regionale, come prevede la legge, predisponga una delibera che disciplini «il funzionamento e i tempi di attuazione dell’Azienda Zero». Che poi con un suo Atto aziendale determinerà l’organizzazione degli uffici e delle funzioni.

    sanità-ecco-cosa-farà-quanto-guadagnera-numero-uno-azienda-zero
    Occhiuto durante il Tavolo Adduce affiancato da Profiti

    Da dove si prendono i soldi per Azienda Zero

    Per la propria attività, AZ utilizzerà finanziamenti assegnati dalla Regione, a carico del fondo sanitario regionale. La legge che l’ha istituita ha indicato oneri per 700mila euro all’anno per gli esercizi 2022-2024. Che arriveranno dalla prevista riduzione della spesa per le funzioni assorbite dalle Asp. Ovviamente resta l’interrogativo più grande. Si capirà nei prossimi mesi (o anni) come e in che misura questa “rivoluzione” accentratrice porterà ad approvare i bilanci delle Asp che non riescono a farlo da anni, ad accertare il debito e il meccanismo che lo alimenta, a ridurre l’emigrazione sanitaria e a far salire i famigerati Lea (Livelli essenziali di assistenza) che continuano a focalizzare il sistema sanitario regionale come il peggiore d’Italia. Costringendo a un calvario, ormai percepito come inesorabile, centinaia di migliaia di pazienti calabresi.

  • Sanità, dopo il “fantasma” c’è il superconsulente a mezzo servizio

    Sanità, dopo il “fantasma” c’è il superconsulente a mezzo servizio

    Lui è quello con la valigia in mano. A marcare stretto Roberto Occhiuto mentre entra negli uffici del Mef è invece la dg del dipartimento Salute Iole Fantozzi. La seconda linea è del subcommissario Roberto Esposito. E in coda proprio Giuseppe Profiti, l’ultimo superconsulente chiamato dal governatore a sbrogliare l’intricatissima matassa della sanità calabrese.

    La narrazione sulla sanità in Calabria

    Se gli indizi visivi contenuti nelle foto diffuse dallo staff di Occhiuto vogliano dire qualcosa, o se sia tutto affidato al caso, non è certo imprescindibile indagarlo. Quello che conta sono i fatti. È mettendoli in fila, depurati dallo storytelling dei social, che si può trarre qualche dato sullo stato di fatto del settore su cui il governatore ha dichiarato esplicitamente di «giocarsi tutto».

    sanita-calabria-debito-monstre-superconsulente-mezzo-servizio-i-calabresi
    Occhiuto durante il Tavolo Adduce affiancato da Fantozzi e Profiti

    160 milioni per risollevare la sanità

    Innanzitutto c’è l’esito, fresco fresco, dell’ultimo confronto al Tavolo Adduce, la sede in cui i tecnici dei Ministeri dell’Economia e della Salute valutano l’attuazione del Piano di rientro sanitario della Calabria. Il comunicato diffuso dalla Cittadella nel pomeriggio di ieri annuncia due risultati. Primo: i conti della sanità calabrese nel 2021 si sono chiusi in positivo «di oltre 145 milioni di euro». Si tratta di un avanzo che consente di sbloccare 97 milioni di euro, di ripianare i disavanzi del 2018 e del 2019 (che ammontano a 77 milioni di euro) e di utilizzare i restanti 68 milioni per il Programma operativo 2022-2025.

    L’accordo romano

    Ecco, proprio il Programma operativo sarebbe, secondo quando reso noto da Occhiuto, il secondo risultato. Al tavolo ministeriale ci sarebbe l’accordo per approvarlo «in tempi brevi». Dando così il via agli interventi strutturali per risollevare la sanità calabrese e sbloccare altri 60 milioni di euro previsti dal decreto Calabria.

    Per salvare gli ospedali servono le assunzioni

    Fin qui gli annunci. Che, è bene chiarirlo, sono potenzialmente di notevole portata. Perché dal Programma operativo passa la possibilità concreta di fare quello che più di ogni altra cosa è necessario fare: assumere medici, operatori sanitari e amministrativi. Altrimenti i pronto soccorso calabresi continueranno ad essere assediati, i reparti degli ospedali resteranno in grave affanno e le Asp inseguiranno ancora le emergenze. Altrimenti anche i nuovi organismi di prossimità previsti dal Pnrr (Case e Ospedali di comunità) si tradurranno solo in un restyling edilizio di qualche struttura territoriale.

    Chi accerta il debito?

    È vero: i conti (banalmente, la differenza tra entrate e uscite nell’arco dell’anno) non sono più in rosso, ma va detto che erano già migliorati nel 2020. E che Occhiuto è diventato commissario a novembre. Di mezzo c’è stato anche il Covid, che ha certamente causato una contrazione delle prestazioni sanitarie “non covid” erogate in Calabria e dell’emigrazione per curarsi in altre Regioni. Altra cosa è invece il debito monstre. Che, ancora, non è stato neanche quantificato.

    sanita-restano-debiti-superconsulente-mezzo-servizio
    Nell’immediato il vero nodo da sciogliere per Occhiuto è quello delle assunzioni

    L’allarme della Corte dei conti e le colpe del governo

    Giusto per farsi un’idea: secondo la Corte dei conti solo l’Asp di Reggio potrebbe toccare i 500 milioni di euro. Occhiuto comunque garantisce che l’entità esatta del debito la sapremo entro la fine dell’anno e c’è da sperare che ciò avvenga davvero. Perché se non si accerta il debito, e non si fa chiarezza sul meccanismo che lo ha prodotto con evidenti responsabilità del governo nazionale, non se ne esce.

    Dream team mancato

    A questo proposito è interessante osservare la dinamica che ha portato il governatore/commissario a costituire la squadra con cui aggredire il problema-dei-problemi. È quella restituita plasticamente dalla foto di cui abbiamo scritto in apertura. Non è esattamente il dream team che Occhiuto sperava di mettere insieme perché manca proprio l’uomo che avrebbe dovuto ripetere con i conti della sanità calabrese i miracoli fatti in Campania.

    sanita-calabria-debito-monstre-superconsulente-mezzo-servizio-i-calabresi
    Il colonnello Maurizio Bortoletti

    Chi ha paura del “fantasma”?

    Il colonnello Maurizio Bortoletti è stato annunciato come subcommissario per la sanitò in Calabria a novembre. Sono passati 6 mesi ed è ancora un “fantasma”: non si è potuto insediare perché non ha trovato l’accordo con l’Arma dei carabinieri per il suo distacco (o aspettativa). Sembra incredibile ma è successo davvero. E nessuno ha risposto a quanti paventano che oscure forze del male lo tengano lontano dalla Calabria.

    Il supertecnico dalla Liguria

    Così nei giorni scorsi si è materializzato Giuseppe Profiti. Docente universitario, già numero uno del Bambino Gesù di Roma, chiamato un anno fa dal presidente della Liguria Giovanni Toti – che è anche assessore regionale alla Sanità – a coordinare la Struttura di missione con lo scopo di riportare la sanità ligure «a funzionare dopo l’emergenza Covid».

    sanita-calabria-debito-monstre-superconsulente-mezzo-servizio-i-calabresi
    Giuseppe Profiti (foto da Primocanale.it)

    Le polemiche contro Toti

    Quando, una decina di giorni fa, si è cominciato a parlare della sua nomina per la sanità in Calabria, le cronache liguri lo davano in allontanamento dalla Regione guidata da Toti. Poi lo stesso leader di “Coraggio Italia” ha chiarito che Profiti avrebbe mantenuto l’incarico nonostante il nuovo impegno calabrese. E c’è stata una mezza sollevazione dell’opposizione.

    sanita-calabria-debito-monstre-superconsulente-mezzo-servizio-i-calabresi
    Giovanni Toti a Cosenza presenta la lista di Coraggio Italia nelle ultime elezioni regionali (foto Alfonso Bombini)

    Il silenzio in Calabria

    In Liguria la figura a mezzo servizio non è dunque passata sotto silenzio. In Calabria invece nessuno ha sollevato dubbi su questa situazione e ci si limita, ancora una volta, all’accoglienza entusiastica del nuovo supertecnico che arriva da fuori. Che avrebbe anche buone entrature nei Ministeri decisivi per il Piano di rientro.

    I manager confermati

    È evidentemente un fatto che i profili scelti da Occhiuto trovino meno ostilità romane rispetto a commissari e governatori del recente passato. Intanto sul territorio vengono confermati manager come Vincenzo La Regina – spostato dall’Asp di Cosenza alla Mater Domini di Catanzaro – e Gianluigi Scaffidi, che passa dall’Asp al Gom di Reggio, dopo essere stato dirigente del dipartimento Sanità ai tempi di Peppe Scopelliti e poi uomo ombra della sottosegretaria M5S Dalila Nesci.

    L’attesa

    Entro martedì sarà svelato anche il nome del commissario di Azienda zero. Ma ciò che serve e che ci si attende davvero per la sanità in Calabria, oltre ai miracoli sul debito, sono le assunzioni e la riorganizzazione della rete ospedaliera.

  • Amministrative, Occhiuto guarda altrove e il centrodestra si disintegra

    Amministrative, Occhiuto guarda altrove e il centrodestra si disintegra

    [responsivevoice_button voice=”Italian Male” buttontext=”ASCOLTA L’ARTICOLO”]

    Forse il dato politico meno sviscerato, ma probabilmente il più rilevante, è quello per cui Roberto Occhiuto sta, molto semplicemente, guardando da un’altra parte. Forse gli conviene, così potrà sempre dire di non essersene occupato direttamente. Ma è anche una distrazione obbligata. Se in pochi mesi ti sei caricato sulle spalle il potere e la responsabilità di occuparti, direttamente o quasi, di sanità, rifiuti, acqua e depurazione, in Calabria, difficilmente potrai dedicare tempo a liste e tatticismi in vista delle amministrative.

    Amministrative, lo stress test di giugno per il centrodestra in Calabria

    In mezzo c’è pure il malcelato tentativo di non restare impelagato in beghe di partito come accaduto a qualche suo predecessore. Però il decantato «primato della politica» non lo si può rivendicare solo quando serve a farsi eleggere presidente della Regione e dimenticarsene subito dopo. Dunque le Amministrative del prossimo 12 giugno, che riguardano 75 Comuni della Calabria e oltre 360mila elettori, saranno comunque un test importante per i partiti. A partire proprio dalla coalizione del governatore. Che, dopo la sconfitta di ottobre a Cosenza, non sembra già più una corazzata.

    amministrative-centrodestra-diviso-calabria-partito-trasversale

    Aria pesante nel capoluogo

    Occhiuto sarà anche rinfrancato dal recente sondaggio di Swg che lo piazza, per gradimento, al sesto posto in Italia e al secondo nel Sud. Ma è aria fresca, ben più lieve e passeggera di quella che si respira, per esempio, a Catanzaro. Non è un dettaglio che nel capoluogo di regione non ci sia, ai nastri di partenza, il simbolo del partito di Occhiuto, Forza Italia, che alle Regionali ha costituito l’unica trincea elettorale azzurra in Italia. Ci sarà la lista “Catanzaro Azzurra” prodotta in casa forzista dall’asse Mangialavori-Polimeni. Ma a sostegno di un candidato a sindaco, Valerio Donato, che viene dal Pd. E ora ha dalla sua anche la Lega (col simbolo “Prima l’Italia) e altri pezzi di centrodestra.

    amministrative-centrodestra-diviso-calabria-partito-trasversale
    Valerio Donato, prof all’Università di Catanzaro e candidato a sindaco

    Lo sgambetto di Tallini e il pasticcio di FdI

    Il redivivo Mimmo Tallini sta da un’altra parte: proverà a vendicarsi del suo ex partito spingendo la lista di “Noi con l’Italia” a sostegno di Antonello Talerico, come lui fuoriuscito da Forza Italia dopo le Regionali. Sta altrove anche Fratelli d’Italia. Le intransigenze romane contrapposte al possibilismo locale in questo caso hanno prodotto un pasticcio da cui i meloniani sono usciti facendo mettere la faccia a Wanda Ferro. Una candidatura solitario-identitaria, la sua. Ma forse è passato un po’ in cavalleria un passaggio politicamente rilevante. Si tratta di quello consumato, nel giro di mezza giornata, tra Occhiuto e l’assessore regionale di FdI Filippo Pietropaolo. Appena è filtrata l’ipotesi di una sua candidatura a sindaco di Catanzaro, il governatore ha paventato per lui il ritiro delle deleghe. A quel punto tutto è sfumato in un attimo. Palesando una certa scompostezza politico-istituzionale.

    Domenico Tallini

    Amministrative in Calabria, la prova dei Nicola nel centrosinistra

    Quello catanzarese è il test più importante ma va considerato che nel capoluogo, è storia recente, quando si arriva al ballottaggio le carte si rimescolano parecchio. La partita è dunque più che aperta. Lo sanno bene i due Nicola, Fiorita e Irto, che si apprestano a saggiare la consistenza elettorale dell’agognato «campo largo». Il segretario regionale del Pd, chiamato alla prima vera prova da leader del partito, è conscio che molti dem, esplicitamente o meno, si siano già accasati con Donato. E il prof che (ri)prova a diventare sindaco, riuscito nell’obiettivo di tenere insieme Pd-M5S senza appartenere a nessuno dei due partiti – il precedente di Amalia Bruni non è entusiasmante, diciamo – dovrà contenere le emorragie non solo al centro ma anche a sinistra, visto che l’area radicale sostiene non lui ma Francesco Di Lieto.

    Nicola Fiorita (primo da sinistra) in conferenza stampa con Francesco Boccia e Nicola Irto (secondo e quarto da sinistra). Foto Ansa

    Strabismo a 5 stelle

    Il campo largo, in chiave Amministrative, non ha avuto grande successo fuori dal capoluogo. I 5stelle, piuttosto evanescenti nelle candidature alle Amministrative di tutta Italia, sembrano più disuniti che mai: in consiglio regionale strizzano un occhio e mezzo al governatore, sui territori sembrano più attratti dai candidati dell’area De Magistris che da quelli del Pd. L’unica altra eccezione è rappresentata da Pizzo, dove un candidato (Emilio de Pasquale) ha raccolto attorno a sé i dem, l’area De Magistris, i 5stelle e pure qualcuno di Coraggio Italia.

    Tutti divisi ad Acri e Paola

    Niente unità, né per il centrosinistra né per il centrodestra, ad Acri e Paola, i due centri del Cosentino sopra i 15mila abitanti che andranno al voto per le Amministrative. Nella cittadina di San Francesco il centrodestra ha schierato Emira Ciodaro, ma Fratelli d’Italia, senza simbolo, ha virato su Giovanni Politano. Il quale, per inciso, ha stretto un accordo – anche in questo caso coperto dalla mancanza di simboli – pure con il Pd.

    Centrodestra unito a Palmi, debacle Pd a Villa

    Si è concretizzata a Palmi (oltre 18mila abitanti nel Reggino) una delle poche candidature unitarie del centrodestra (quella di Giovanni Barone). Tutt’altra situazione a Villa San Giovanni dove il centrodestra sta con Marco Santoro, vicino al deputato Francesco Cannizzaro, ma l’Udc si è schierato con Giusy Caminiti. In riva allo Stretto a fare più rumore è la debacle del Pd: l’aspirante sindaco dem ha ritirato all’ultimo la candidatura scagliandosi contro una parte del suo stesso partito.

    amministrative-centrodestra-diviso-calabria-partito-trasversale
    L’opposizione in consiglio regionale: a sinistra Alecci, al centro Amalia Bruni e a destra Francesco Afflitto, consigliere M5S che ha votato a favore della multiutility voluta da Occhiuto

    Coerenza trasversale a Soverato

    A chiudere il giro dei trasversalismi verso le Amministrative è Soverato, dove c’è da eleggere il successore di Ernesto Alecci. L’attuale consigliere regionale del Pd da sindaco ha governato anche con Forza Italia. Gli azzurri jonici ora si sono sfaldati. Mentre in lizza c’è il vice di Alecci, il facente funzioni uscente Daniele Vacca. Che, coerentemente, tiene insieme pezzi di Pd e di centrodestra.

     

  • Lo stratega e il braccio armato: i destini incrociati dei superboss Mancuso

    Lo stratega e il braccio armato: i destini incrociati dei superboss Mancuso

    Alcune date vanno cerchiate in rosso. La prima è il 21 luglio 2012. Luigi Mancuso torna libero dopo 19 anni passati in carcere. La seconda: 19 dicembre 2019, scatta la maxioperazione “Rinascita Scott”. Lo «zio Luigi», il «Supremo», viene arrestato a Lamezia su un treno in arrivo da Milano. La terza: 6 novembre 2021, la sentenza in abbreviato porta 70 condanne e 19 assoluzioni. La quarta: 25 novembre 2021, Giuseppe Mancuso (“Peppe ‘mbrogghia”) torna in libertà dopo oltre 20 anni di carcere duro.

    mancuso-storia-boss-stratega-processo-braccio-armato-libero
    L’aula bunker di Lamezia dove si svolge il processo “Rinascita-Scott”

    Il nipote più anziano dello zio

    La sentenza rappresenta il primo step giudiziario della clamorosa inchiesta contro le cosche vibonesi voluta da Nicola Gratteri. Lo scorso 9 maggio sono state depositate le motivazioni scritte dal gup Carlo Paris e, benché Luigi Mancuso sia sotto processo con il rito ordinario e Peppe Mancuso non sia coinvolto, c’è un capitolo in cui si parla molto di loro due. Sono zio e nipote. Ma il secondo (classe 1949) è più anziano del primo (1954). Il padre di Peppe “‘Mbrogghia”, fratello di Luigi, era il primogenito della “generazione degli 11”, il nucleo originario di fratelli da cui sono generate le varie articolazioni della famiglia.

    Un capo carismatico

    L’indagine, scrive il giudice, ha svelato «i collaudati rapporti tra ‘ndrangheta e massoneria deviata». Luigi è il «più carismatico capo di tutta la ’ndrangheta vibonese, probabilmente il più autorevole di tutte le restanti cosche calabresi agli occhi del Crimine di Polsi». Un collaboratore storico, Michele Iannello, che ha fatto parte del gruppo di Mileto fino al 1995, in un interrogatorio del 2018 ha detto che già all’epoca Luigi e Peppe erano considerati i vertici della ‘ndrangheta vibonese. Secondo Iannello, Peppe aveva la dote del Crimine, Luigi una ancora superiore.

    mancuso-boss-ndrangheta-stratega-braccio-armato-limbadi-i-calabresi
    Il pentito Andrea Mantella

    Non vuole «cose eclatanti»

    Un altro pentito, l’ex boss emergente di Vibo Andrea Mantella, dice di aver conosciuto Luigi tramite suo cognato, il lametino Pasquale Giampà. È «quello che ragiona meglio». Ha «un livello altissimo di ‘ndrangheta». Ed «evita sempre le cose eclatanti tipo gli omicidi». Viene indicato come «il più giovane Capo Crimine» e già come tale lo dipingeva, nel 2001, il collaboratore Francesco Michienzi.

    I «tre punti della stella»e gli anni delle stragi

    Ancora più evocativo è Cosimo Virgiglio, uno che dice di sapere molto di presunti intrecci tra ‘ndrangheta e massoneria: «So che a Gioia Tauro quando si faceva riferimento al capo dei Mancuso si intendeva Luigi Mancuso. Era considerato uno dei “tre punti della stella”». Gli altri due sarebbero stati Pino Piromalli (a Gioia Tauro) e Nino Pesce (a Rosarno). Una volta tornato in libertà, Luigi avrebbe riattivato, tramite i suoi emissari, i contatti con altri clan calabresi. In particolare, oltre che con i Piromalli, con i De Stefano di Reggio, i Coluccio di Siderno e gli Alvaro di Sinopoli. Zio e nipote, ai tempi dello stragismo, avrebbero avuto un ruolo di primo piano anche nelle trattative tra ‘ndrine e Cosa nostra.

    Il new deal del Supremo

    Ma è la «politica interna» del Supremo a cambiare la storia dei clan vibonesi. Riappacifica i vari gruppi sul territorio. Riavvicina i rami degli stessi Mancuso dopo le profonde spaccature del passato. Segna, così, «una nuova epoca per la cosca di Limbadi». Il giudice, a «riprova della notorietà della sua strategia “pacifista” e del suo ruolo di “Supremo” negli ambienti della criminalità organizzata e della massoneria», richiama diverse intercettazioni. Spesso si fa riferimento «all’autorevolezza di Luigi Mancuso, apprezzato sin da giovane per l’atteggiamento non aggressivo e tendente alla mediazione».

    La gente paga spontaneamente il pizzo

    Una politica di «concordia» e «consenso» che ha avuto «effetti inimmaginabili». Come la «condivisione, da parte tutti i Mancuso e, in particolare, da parte di Giuseppe Mancuso (il nipote con cui in passato s’erano registrati contrasti), dei progetti criminali dettati dal boss». E come «l’assoggettamento “spontaneo” della popolazione che, perfino, di propria iniziativa andava a pagare le estorsioni direttamente a Luigi Mancuso».

    Il dialogo tra Giamborino e Pittelli

    Giovanni Giamborino, presunto fedelissimo del superboss, la spiegava così al penalista ed ex parlamentare Giancarlo Pittelli: «Ormai è finita la storia…non c’è niente per nessuno… perché se vi… come facevano loro… facevano un’estorsione… vanno da un imprenditore questi scappano dai Carabinieri…perché non hanno fiducia avete capito… perché oggi va uno, domani va un altro dopo domani va un altro… questi non sanno dove devono ripararsi e nel cerchio non vanno perché non c’è un garante…invece se va Luigi in un posto e che non va perché vanno loro a trovare lui… avete capito le devono avere sicurezza… hanno tutte cose».

    mancuso-storia-boss-stratega-processo-braccio-armato-libero
    Un incontro fotografato dai carabinieri del Ros tra Giancarlo Pittelli (a sinistra) e Luigi Mancuso (a destra, al centro Pasquale Gallone)

    Cinque anni di gelo tra i due boss

    I due (Giamborino e Pittelli, tra i principali imputati del rito ordinario) parlano anche dei rapporti controversi tra i due vertici della cosca. Il primo racconta dei dissidi tra zio e nipote, che non si sarebbero rivolti la parola per cinque o sei anni. Poi si sarebbero riavvicinati, mentre era in corso il processo “Tirreno” a Palmi, grazie all’intervento pacificatore di Nino Pesce.

    Un cadavere nel terreno dello «Zio»

    Lo aveva raccontato anni prima anche il pentito Giuseppe Morano: «Peppe era più anziano di Luigi, però Luigi come persona era più carismatico lì nella zona, era la persona più intelligente, era diciamo il cervello della famiglia Mancuso, invece Peppe era più il braccio armato, era più criminale Peppe, era una persona, cioè se doveva ammazzare una persona l’ammazzava, non ci pensava; insomma, ragionava meno di Luigi. Luigi invece era uno più pacifico; allora dice che per questo avevano litigato un po’, perché Peppe aveva combinato un po’ di cose, addirittura, ho saputo che aveva ammazzato una persona e gliel’ha buttato vicino ad un terreno di Luigi, mi sembra che si diceva, per questo pure il litigio è scoppiato più forte, dice che ha ammazzato uno e lo ha lasciato lì vicino al terreno, che poi hanno inquisito a Luigi per questo fatto».

    La scelta del «portavoce» sancisce la pace

    A testimoniare la ritrovata unità tra i due boss sarebbe in seguito il fatto che Luigi avrebbe scelto come braccio destro, e «unico portavoce» durante il periodo di latitanza volontaria, Pasquale Gallone. Si tratta del fratello di uno «storico favoreggiatore della latitanza di Giuseppe Mancuso». Che ora per il suo ruolo di fedelissimo del superboss è stato condannato in abbreviato a 20 anni di reclusione.

    mancuso-boss-ndrangheta-stratega-braccio-armato-limbadi-i-calabresi
    Giovanni Giamborino

    Il «tetto del mondo»

    Parlando con Pittelli, Giamborino spiega che Luigi è «il tetto del mondo», il «più alto di tutti» e, rispondendo a una specifica domanda dell’avvocato, il «numero 1 in assoluto». Il concetto viene ribadito anche al cugino, Pietro Giamborino, già consigliere regionale. Che chiede: «È riconosciuto numero uno?». Giovanni assicura: «Si… si… si…». Ma «tutto… tutto … unanime…? Pure i suoi stessi?». Sì, «tutto… tutto… in tutta Italia!».

    I destini incrociati e le parole del pentito

    Ora le cose sono cambiate. Lo «zio», stratega raffinato e abile mediatore, è alla sbarra. Il nipote, più anziano e forse anche più temuto, è fuori. Condannato per aver ordinato un omicidio nel ‘91, oltre che per associazione mafiosa e narcotraffico, ha scontato il suo debito con la giustizia. «Ha un cimitero alle spalle», ha detto di lui il primo pentito dei Mancuso, Emanuele, in un’intervista esclusiva a I Calabresi. «Faceva tremare la gente già prima e oggi, dopo tutti quegli anni passati al carcere duro senza dire una parola, avrà in quel contesto una credibilità immensa».

    ndrangheta-intervista-esclusiva-pentito-emanuele-mancuso-i-calabresi
    Emanuele Mancuso (foto Facebook 2013)
  • L’elogio della bruttezza: il grand tour fra Lamezia, Vibo e Soverato

    L’elogio della bruttezza: il grand tour fra Lamezia, Vibo e Soverato

    [responsivevoice_button voice=”Italian Male” buttontext=”ASCOLTA L’ARTICOLO”]

    Diciamolo una volta per tutte e senza timore: di verdeggianti paesaggi e panorami mozzafiato non se ne può più. Abbattiamo, assieme a pregiudizi e stereotipi, anche la retorica visiva sulle bellezze della Calabria. Basta bergamotti in ogni dove, basta celebrazioni sui Bronzi, basta foto di mari e monti. Soprattutto basta borghi.

    Se la Regione è un po’ confusa, ma diciamo anche indecisa, tra il puntare sulla «valorizzazione delle aree industriali» di cui ha parlato Roberto Occhiuto a Expo Dubai, oppure sui «marcatori identitari distintivi» riproposti nelle scorse settimane alla Bit di Milano, rilanciamo la nostra controproposta per dare una scossa alla narrazione turistica della Calabria: gli horror tour.

    calabria-grand-tour-cemento-lamezia-vibo-soverato-i-calabresi
    Il lungomare Ginepri “interrotto” a Lamezia

    Piuttosto che continuare a nascondere la polvere sotto il tappeto, o ad accusare chi la polvere la solleva provando a spazzarla via, potremmo per una volta a volgere a nostro vantaggio il «carattere di mitomani» che Corrado Alvaro riconosceva ai meridionali come inesorabile eredità dei Greci.

    Ci sono sui territori tracce visibilissime, ma davvero poco sfruttate, che si possono unire fino a farne degli itinerari che rendono piccola piccola, quale effettivamente è, la retorica della riserva indiana cui siamo puntualmente sottoposti dagli osservatori esterni. Sempre tanto compiaciuti delle nostre quotidiane miserie quanto pronti a insegnarci come uscirne.

    Abbiamo già focalizzato alcune di queste brutture nella Locride. Ora, risalendo sulla statale 106 jonica e poi passando sull’altra costa, proviamo a indicarne delle altre. Nella consapevolezza che si tratti di un itinerario parziale e incompleto, ma pur sempre di un punto di partenza.

    Soverato: perla jonica e cementificata

    La cementificazione intensiva di Soverato, per dire, è un elemento che finora nessuno ha pensato di tramutare in motivo di attrazione. Se la chiamano «perla» come non più di altre tre o quattro località costiere della regione, e se per una settimana di agosto si chiedono affitti (in nero) a livello Elon Musk, allora facciamone altri di appartamenti. Coliamo più cemento e alziamo nuovi pilastri fino a nasconderlo del tutto, questo sopravvalutato orizzonte jonico, ché un po’ ha stancato.

    calabria-grand-tour-cemento-tra-lamezia-vibo-soverato-i-calabresi
    L’urbanizzazione spinta di Soverato vista dalla Statale 106

    Gli esperimenti di architettura ultramoderna già realizzati sulle colline attorno a Squillace dimostrano che fare peggio di com’è oggi è difficile, ma ce la possiamo fare e magari ne avremo anche un profitto. Per esempio puntando sulle aree interne, come quelle che si trovano muovendo verso l’altra costa per una strada poco battuta, una sorta di “Due Mari” dei poveri.

    Cemento à gogo sulla collina che sovrasta il mare a Squillace

    La Calabria delle rotonde e delle pale eoliche

    Andando per provinciali e colline ben curate si passa in mezzo ad Amaroni, Girifalco, Cortale e Jacurso. E si contano decine di rotonde – che disciplinano un traffico inesistente – e centinaia di pale eoliche – che ancora non risolvono il caro bolletta. Così si attraversa senza annoiarsi l’istmo di Marcellinara, il famoso punto più stretto d’Italia. Poi si spunta a Maida, dove sorge uno dei centri commerciali più larghi della Calabria.

    calabria-grand-tour-cemento-lamezia-vibo-soverato-i-calabresi
    L’immancabile eolico tra lo Jonio e il Tirreno

    Lamezia tra zucchero e il porto d’Arabia

    Avvicinandoci alla principale porta d’ingresso della Calabria– che vabbè, è anche quella d’uscita per tanti nostri cervelli – si può osservare cosa abbiano lasciato certi sogni industriali degli anni belli. Come l’ex zuccherificio a ridosso della stazione di Lamezia, con annesso murales neorealista. O il famigerato pontile dove le navi che dovevano rifornire la mai realizzata Sir non sono evidentemente attraccate neanche una volta.

    L’ex zuccherificio di Lamezia

    Ora, invece che portarci le comitive ad ammirare tanta identitaria decadenza, vorrebbero fare da quelle parti un porto turistico intitolandolo a uno sceicco arabo. E tutti hanno ovviamente paura che la cosa finisca peggio di com’è andata con i pezzi di lungomare lametino che oggi, in un capolavoro di esistenzialismo non colto dai tour operator, collegano un nulla all’altro di questo tratto di costa.

    calabria-grand-tour-cemento-lamezia-vibo-soverato-i-calabresi
    Il pontile ex Sir a Lamezia Terme

     

    Il cemento da patrimonio Unesco a Vibo

    Lo stesso vuoto alberga in una struttura ammirabile all’ingresso di Pizzo. Sta subito sotto l’autostrada e non c’è, tra agrumeti e fichi d’india, nemmeno una via d’accesso per arrivarci e visitarne le cavità antropologiche. La medesima poco valorizzata bruttezza caratterizza un edificio che forse doveva ricordare una nave e che incombe sulla suggestiva insenatura della Seggiola. Invece poco più a Sud, a Vibo Marina, non si sono fatti intimidire e col cemento sono andati fino in fondo. C’è un quartiere, il Pennello, in cui l’abusivismo ha toccato vette di audacia così alte che meriterebbe di essere almeno proposto a patrimonio Unesco.

    calabria-grand-tour-cemento-lamezia-vibo-soverato-i-calabresi
    Il mega-albergo vuoto di Pizzo

    Salendo verso il capoluogo vibonese, poi, si può notare, senza che incredibilmente nessuna guida ne faccia vanto di fronte a manipoli di turisti dell’orrido, come a svettare sulla città non sia il castello Normanno-Svevo, nella zona dove probabilmente si trovava anche l’Acropoli di Hipponion, ma le quasi gotiche antenne radiotelevisive che qualche anno fa, invece di proporre un tour congiunto museo-tralicci, qualcuno si è spinto a sequestrare per fosche ipotesi di elettrosmog.

    Panorama con antenne a Vibo Valentia

    È inutile: non sappiamo proprio valorizzarci. Altrimenti non si spiega perché un cartello mancante in pieno centro a Vibo, che dovrebbe indicare l’itinerario di un parco archeologico in larga parte inaccessibile e infestato da erbacce e spazzatura, non diventa una Mecca del situazionismo o un luogo feticcio degli amanti del teatro beckettiano.

    Cemento “selvatico” lungo la Statale 18

    Il cemento anarchico della Statale 18

    La teoria delle potenzialità inespresse della Calabria continua procedendo lungo l’altra mitologica statale, la 18. Se avessimo avuto anche noi un Guccini sarebbe stata leggenda come la 17, la via Emilia e pure il West messi insieme. Ai lati di questa strada il cemento spunta dalla vegetazione come fosse selvatico. Genuino e autoctono, niente lo trattiene: è potente, anarchico e futurista al tempo stesso. C’è dentro tutto il Novecento e se ne possono ammirare diversi avanguardistici esempi andando in auto dal Vibonese verso la Piana. Ma purtroppo nessuno ha pensato a dei tour organizzati con accompagnatori che indichino a quali cosche di ‘ndrangheta sia assegnato ogni singolo chilometro.

    Soffrono di un imperdonabile abbandono turistico anche cattedrali mancate come la stazione ferroviaria di Mileto, un ibrido metallico tra post barocco e brutalismo, e la Fornace Tranquilla, una fabbrica abbandonata dove un ragazzo africano è stato ammazzato per una lamiera. Da anni, e ancora oggi, alla Tranquilla sono interrate tonnellate di rifiuti tossici. Altrove sarebbe meta di pellegrinaggi di dark tourism, noi invece l’abbiamo dimenticata.

    Come la ex statale 110, una strada che fin dai tempi dei Borbone univa le due coste alle montagne delle Serre e che a causa di alcune frane è chiusa da qualche anno. Un ignoto esteta ne ha decorato i margini con copertoni e bombole di gas. Incompreso, come le tante monumentali bruttezze che in Calabria abbiamo sotto la finestra e che facciamo finta di non vedere.

  • Giocano ad Osso e Mastrosso, ma per i giudici non è ‘ndrangheta

    Giocano ad Osso e Mastrosso, ma per i giudici non è ‘ndrangheta

    Può capitare che una quindicina di uomini seduti attorno a un tavolo si salutino augurandosi «buon vespro, società» e sincerandosi che tutti siano «conformi». Che qualcuno di loro evochi i mitologici «cavalieri di Spagna Osso, Mastrosso e Carcagnosso», oppure delle «prescrizioni» risalenti «al 1830» e le «regole sociali» che vengono «dal Crimine». Che quello che sembra il più esperto di certe cose dica di essere – beninteso, «senza offesa» – se non tra i primi dieci, sicuramente «tra i primi quindici della Calabria».

    ndrangheta-stessi-rituali-anche-in-svizzera-ma-per-i-giudici-non-è-mafia-icalabresi
    Il modo in cui si salutavano i partecipanti alle riunioni nella bocciofila svizzera

    Onore, estorsioni ed eroina. Ma non è mafia

    Può capitare che si parli di una «società» che esiste dal 1970 e che «è onore, saggezza, rispetto». Che i convitati vengano rassicurati sul fatto che «c’è lavoro su tutto: estorsioni, coca, eroina; 10 chili, 20 chili al giorno, ve li porto io personalmente e poi non voglio sapere più niente…». E che tutto questo sia nient’altro che una spacconata, folclore, parole. Soprattutto, che non sia mafia.

    ndrangheta-stessi-rituali-anche-in-svizzera-ma-per-i-giudici-non-è-mafia-icalabresi
    Un altro frame del video captato dagli inquirenti nell’ambito dell’inchiesta “Helvetia”

    Dalle Serre a Frauenfeld

    Le riunioni sono state immortalate da una telecamera (qui il video diffuso da Rsi News) che i carabinieri di Reggio Calabria avevano piazzato, ormai un decennio fa, nel ristorante di una bocciofila nei pressi di Frauenfeld (Canton Turgovia). Ne è venuta fuori un’inchiesta che ha fatto epoca, “Helvetia”, sulla riproduzione delle dinamiche della ‘ndrangheta che da Fabrizia, paese sulle montagne delle Serre al confine tra Vibonese e Reggino, erano state trapiantate in Svizzera. Scattata nel 2014, l’indagine si era poi divisa in due tronconi e in primo grado il Tribunale di Locri aveva emesso una serie di condanne per associazione mafiosa.

    La cittadina svizzera di Frauenfeld

    Sentenze ribaltate: dal carcere duro alla libertà

    La tesi della cellula svizzera della ‘ndrangheta di Fabrizia – non mancano certo altre prove delle ramificazioni internazionali della mafia calabrese – è stata però in parte smontata già nel 2019 dalla Cassazione che, dopo qualche anno di 41 bis e una condanna a 14 anni nel primo troncone, ha scagionato definitivamente quelli che gli inquirenti avevano invece ritenuto il «capo società» e il «mastro disponente». Altrettanto storica è stata la sentenza con cui la Corte d’Appello di Reggio nel novembre scorso, dopo le prime 3 assoluzioni sentenziate già nel maggio del 2020, ha ribaltato il primo grado dell’altro troncone assolvendo anche gli altri 9 imputati «perché il fatto non sussiste».

    La sede della Corte d’appello di Reggio Calabria

    Affiliati ma innocui

    Di recente sono state depositate le motivazioni delle sentenza che, ancorché appellabili, cristallizzano un punto destinato a rimanere uno spartiacque della giurisprudenza sulla materia. Nel caso di specie i giudici non hanno ravvisato gli elementi previsti dall’art. 416 bis (associazione mafiosa) «non essendo emersa una qualsiasi forma di manifestazione esterna degli elementi essenziali della fattispecie legale tipica e, dunque, venendo a mancare, in definitiva, lo stesso fatto tipico enunciato dalla disposizione incriminatrice, attesa l’assenza di condotte esteriori, sul territorio estero in questione, e concretamente offensive ricollegabili al paradigma normativo del delitto associativo oggetto di contestazione».

    Non bastano le intercettazioni

    Fuori dal gergo giudiziario, è chiaro che i giudici reggini intendono mettere nero su bianco come per configurare il reato di mafia non basti assumere pose da malandrini, in un contesto ristretto come un tavolo di una bocciofila, e manifestare intenti criminali, senza che all’esterno di quel circolo ci sia prova di comportamenti realmente conseguenti. Tanto più che «la piattaforma probatoria dell’intero procedimento è costituita in massima parte, se non esclusivamente, da intercettazioni».

    «Impossibile dire che esiste quella ‘ndrina»

    Perché sia mafia, insomma, ci si deve avvalere concretamente del metodo mafioso e non solo enunciarlo. E di ciò occorre un riscontro nell’azione della cosca, la cui forza di intimidazione deve essere percepita come tale all’esterno. Altrimenti i giudici, almeno quelli che si sono occupati di questo caso, prendono atto «dell’impossibilità», sulla base di tutto quello che è confluito nell’indagine, di «affermare l’esistenza, nella cittadina svizzera di Frauenfeld, di un’articolazione di ‘ndrangheta».

    La sede della Corte di Cassazione a Roma

    Nessuna pena per le intenzioni

    Non basta nemmeno che vengano focalizzate delle gerarchie determinate con il conferimento di cariche e doti. Richiamando il contenuto di un altro recente pronunciamento della Cassazione (27 maggio 2021), i giudici della Corte d’appello di Reggio concludono infatti che «persino l’accertato possesso di una dote di ‘ndrangheta, come nel caso in esame, esige che il vincolo criminoso si sia esteriorizzato e l’ulteriore coevo accertamento – in capo all’agente – di una condotta materiale nell’alveo del consorzio illecito per poter così ritenere integrata una sua condotta penalmente rilevante (un fatto dunque) ex art. 416 c.p., piuttosto che un qualcosa di confinato nel perimetro delle intenzioni, come tali irrilevanti per il noto principio per cui cogitationis poenam nemo patitur». Tradotto: per quanto si atteggi a guappo, nessuno può essere punito per i propri – certamente esecrabili – propositi se alle parole non seguono i fatti.

  • Bruno Gualtieri e la multiutility: il commissario regionale che ce l’aveva con la Regione

    Bruno Gualtieri e la multiutility: il commissario regionale che ce l’aveva con la Regione

    [responsivevoice_button voice=”Italian Male” buttontext=”ASCOLTA L’ARTICOLO”]

    Dopo aver consolidato i pieni poteri in sanità e deminolizzato la Film Commission, Roberto Occhiuto ha portato a casa anche il risultato dell’agognata multiutility. La nuova Autorità regionale acqua-rifiuti è stata affidata, per ora, a un commissario straordinario. Scelto non certo con gli stessi criteri adottati per la nomina del supertecnico Mauro Dolce in Giunta e dei superconsulenti in quota Bertolaso Agostino Miozzo ed Ettore Figliolia.

    Il commissario Gualtieri

    Occhiuto aveva annunciato un tecnico calabrese e, in barba ai nuovismi a cui lui stesso ci aveva abituato, stavolta ha optato per un usato sicuro. Si tratta di Bruno Gualtieri, volto ben noto in Regione che, a quanto si apprende, si dovrà occupare prevalentemente di rifiuti, almeno per qualche mese, con l’obiettivo dichiarato di evitare di ritrovarsi di nuovo con la spazzatura per strada in estate. E con quello, meno ostentato, di mettere uno sull’altro più mattoncini possibile per il raddoppio del termovalorizzatore e la realizzazione del rigassificatore, entrambi a Gioia Tauro.

    Il presidente della Regione Calabria, Roberto Occhiuto

    Pare che a breve arrivi la nomina anche di un direttore generale che, nelle intenzioni di Occhiuto, si orienterà più verso il servizio idrico e l’affidamento al soggetto gestore – sarebbe in dirittura d’arrivo la trattativa per acquisire le azioni di Sorical – da chiudere entro il 30 giugno per non perdere fondi Ue. Le due figure – commissario e dg – probabilmente dunque coesisteranno per qualche tempo. E il commissario si sostituirà agli altri organi (Consiglio direttivo dei sindaci e revisori dei conti) quando sarà necessario. Fino alla loro costituzione, però, resterà in carica Gualtieri.

    L’Ato di Catanzaro e gli altri incarichi

    Ma chi è il superburocrate a cui il Duca Conte ha dato le chiavi della Megaditta acqua-rifiuti? Partiamo dall’incarico più recente, quello di dirigente del settore Igiene ambientale del Comune capoluogo e di direttore dell’Ato di Catanzaro. Si tratta dell’Ambito territoriale che in Calabria ha fatto più passi avanti verso una gestione virtuosa del ciclo dei rifiuti, ma nei corridoi della Cittadella qualche maligno mormora che il compito di Gualtieri non sia stato poi così difficile, visto che nel Catanzarese si è ritrovato con gli impianti di Alli e Lamezia funzionanti e con ancora spazio a disposizione nella discarica lametina.

    Ma Gualtieri è stato lontano dalla Regione solo per qualche anno. Ha infatti cominciato a bazzicare quegli uffici già nel 1995. Ingegnere, dopo la gavetta degli anni ’80 nell’Ufficio tecnico del suo paese, San Lorenzo, e nelle Commissioni edilizie di altri Comuni della provincia di Reggio, e dopo aver fatto il docente nelle scuole superiori, è stato membro della Commissione urbanistica regionale e poi dell’Autorità regionale ambientale. Quindi consulente dell’Assessorato regionale all’Ambiente dal ‘96 al ‘99 (giunte Nisticò-Caligiuri di centrodestra e Meduri di centrosinistra) e poi dirigente di diversi settori regionali dal 2001 al 2004, nonché del dipartimento Lavori Pubblici fino al 2005.

    La discarica di Alli

    Gualtieri e quell’altro commissario

    Nel suo curriculum ci sono pure degli incarichi che hanno senza dubbio aumentato la sua esperienza. Ma i cui risultati, con gli occhi di oggi, sono piuttosto discutibili. Dal 1998 al 2005 Gualtieri è stato infatti dirigente presso l’Ufficio del Commissario delegato per l’emergenza ambientale. Un commissariamento per cui, stando alle risultanze della Commissione parlamentare di inchiesta che se n’è occupata, in 13 anni le spese sono «lievitate a ben oltre il miliardo di euro, a fronte degli insufficienti risultati ottenuti».

    Nei primi anni 2000 risulta aver coordinato molte direzioni dei lavori, effettuato collaudi e partecipato a riunioni al Ministero dell’Ambiente per conto del Commissario. Nel 2002 ha partecipato alla redazione del Piano regionale per l’individuazione definitiva delle discariche di servizio agli impianti e per la progressiva riduzione del numero di discariche di prima categoria esistenti nel territorio della regione. Tra il 2010 e il 2011 ha coordinato il Settore Tecnico dell’Ufficio del Commissario. Quanti obiettivi abbia raggiunto in queste vesti non spetta ai non addetti ai lavori stabilirlo. Però è un fatto che ancora oggi in Calabria ci si ritrovi con la metà dei rifiuti che continua ad andare in discarica. E con montagne di soldi pubblici sborsati per portarli fuori regione e addirittura fino in Svezia.

    Ni all’accentramento

    Quel che è certo è che il neo commissario dell’Authority cambierà ora linea rispetto agli ultimi anni passati all’Ato di Catanzaro. Da quella postazione ha infatti condotto una discreta “guerra” contro la Regione accentratrice, accusandola addirittura di aver adottato atti illegittimi nel «maldestro tentativo di invadere un ambito proprio degli Ato» provinciali. Lo si legge in una sua comunicazione del febbraio del 2020 relativa ad alcune disposizioni della Regione sui flussi di Css destinati al termovalorizzatore di Gioia Tauro.

    cultura-calabria-non-e-priorita-roberto-occhiuto-i-calabresi
    La sede della Giunta regionale a Germaneto

    Lo stesso Ato di Catanzaro, inoltre, a dicembre del 2021 ha ottenuto dal Tar l’annullamento di un’ordinanza del presidente della Regione (risalente alla reggenza Spirlì) che voleva far portare a Lamezia gli scarti dei rifiuti prodotti da altri territori. Ora che la governance del settore è stata accentrata in un unico Ato regionale, seguendo un percorso inverso rispetto a quello rivendicato anche da Gualtieri negli ultimi anni, certi contenziosi non avranno più ragion d’essere.

    E il Gualtieri che dal centro di Catanzaro tuonava verso la Cittadella di Germaneto ora dovrà tenere a bada da commissario le rivendicazioni di tutti i territori. Soprattutto quelle che già arrivano dalla Piana: il consiglio della Città metropolitana di Reggio ha approvato due mozioni contro il raddoppio e il rigassificatore a Gioia – si paventa un ricorso alla Consulta contro la norma che ha istituito l’Authority – votate anche dal leader del centrodestra reggino Antonino Minicuci.