Autore: Saverio Paletta

  • Sette note in nero: la Pasquetta di sangue di Ciccio Fred Scotti

    Sette note in nero: la Pasquetta di sangue di Ciccio Fred Scotti

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    È notte fonda. Sono le prime ore del 13 aprile 1971. Ciccio Scarpelli è nel vecchio pronto soccorso dell’Annunziata di Cosenza, dove l’ha portato un operaio a bordo del suo furgone. L’uomo, un 37enne grande e grosso, è gravemente ferito da quattro proiettili.
    « Ci’, chin’è statu?», Ciccio chi è stato?, gli chiede un infermiere che lo conosce. «’Nu fissa», uno scemo, un povero coglione, risponde l’omone agonizzante.

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    La tomba di Ciccio Scarpelli, alias Fred Scotti

    Ciccio Scarpelli non vedrà l’alba. Operato d’urgenza, spira alle 6,15 del mattino. «Il ganzo di malavita era stato ucciso dallo scemo del quartiere», commenta Paride Leporace nel suo Cosangeles (Cosenza, Pellegrini 2021), in cui rievoca la vicenda.
    Questo ganzo, a modo suo, era una celebrità: molti cosentini ne ascoltavano gli stornelli e le tarantelle con cui si esibiva nelle bettole o alle fiere. I più lo conoscevano col suo nome d’arte: Fred Scotti.

    La riscoperta di Fred Scotti

    Confinato a lungo nelle cronache nere e nelle leggende metropolitane, Fred Scotti riemerge all’inizio del millennio grazie all’iniziativa di Pias Germany, un’etichetta indipendente tedesca, che macina di tutto: dall’alt rock al folk. L’iniziativa è furbesca e mescola ambizioni commerciali e intenzioni colte: la riscoperta degli antichi canti della malavita calabrese. Infatti, grazie a questa trovata, la label ha venduto oltre centomila album agli italiani emigrati in Germania.

    La copertina de “La musica della mafia”

    La Pias ha pubblicato, tra il 2000 e il 2009, quattro compilation che raccolgono i classici di questo repertorio.
    Nel primo cd, La musica della mafia vol I-Il canto di malavita, sono contenute due canzoni di Fred Scotti: Tarantella guappa e Canto di carcerato.
    Un breve passaggio delle note di commento all’album, curate da Goffredo Plastino, docente di musicologia a Newcastle, si sofferma sul cantautore cosentino: «Molto curiosa è la storia del più grosso interprete del canto di carcerato Ciccio Scarpelli alias Fred Scotti, che finì ammazzato il 13 aprile del 1971, per aver molestato la donna di un mafioso».

    È quanto basta per suggerire un parallelismo tra Scotti e una grande leggenda del blues: Robert Johnson, che morì in circostanze non chiarite.
    In realtà, la morte di Scotti ha pochi lati oscuri. E la malavita non c’entra.

    Pasquetta di sangue

    Torniamo indietro e a Cosenza. È quasi la mezzanotte del 12 aprile 1971. Sono le ultime ore della Pasquetta di quell’anno e la città è semivuota.
    Francesco Scarpelli è al circolo Enal, una specie di cantina, del rione Massa, una zona popolare del centro storico che sfocia nella piazza Spirito Santo. Già alticcio, Scarpelli beve una birra dopo l’altra, che accompagna con sarde salate.

    In quel momento, entra nel locale Giuseppe Bruni, un fruttivendolo. L’uomo, come sempre, chiede al gestore se ha degli avanzi da dare al maiale. Scarpelli e Bruni si conoscono e sono l’uno l’opposto dell’altro: corpulento e forzuto il cantautore, mingherlino e remissivo l’ortolano. Proprio questa differenza rende Bruni la vittima ideale delle burle di Scotti, che a volte sfociano in gesti di prepotenza violenta.

    La rissa fatale

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    Ciccio Fred Scotti

    È così anche quella sera: Scarpelli inizia a prendere in giro il malcapitato e lo fa ruzzolare a terra. Bruni ingoia amaro e cerca di non provocare l’omone, ormai vistosamente ubriaco. Scarpelli, che ha perso il controllo e la lucidità, scivola e si lacera il pantalone alle ginocchia.
    «’ngulacchitemmuartu! Mò m’è pagare i cavuzi, unn’ha capì, oi luardu!» (ora mi devi risarcire, sporcaccione che non sei altro), urla Scarpelli al malcapitato. È l’ennesima prepotenza.

    Bruni prende tempo: fammi andare a casa a prendere i soldi. Poi prega il gestore di accompagnarlo, perché ha paura.
    Quando il fruttivendolo e l’oste arrivano a destinazione, trovano Scarpelli davanti all’uscio, impaziente e ancora più arrabbiato. La colluttazione riprende più violenta.
    Le urla richiamano la moglie di Bruni, che tenta a sua volta di separare i due. Ma Scarpelli è incontenibile e picchia la donna.
    Terrorizzato ed esasperato, Bruni estrae una pistola calibro 38 e spara al torace dell’uomo.

    La fuga e l’agonia

    A questo punto, Bruni si dilegua nei vicoli della città vecchia. Scarpelli, invece, si rialza e si dirige verso il Lungo Crati. Urla per il dolore, ma la sua fibra robusta ancora non cede.
    Quest’agonia tragica è una scena già vista: ricorda la morte di Francesco Giuseppucci detto Er Negro, il capo della Banda della Magliana, che arrivò da solo al pronto soccorso, sebbene ferito a morte.
    Ma Scarpelli non è solo: l’oste lo segue e cerca aiuto, finché, appunto, non si ferma l’operaio che lo porta in Ospedale.

    Fred Scotti e il leone

    Nato nel 1933 e cresciuto nei vicoli della Massa, Ciccio Scarpelli è la classica persona “nota” alle forze dell’ordine.
    Entra ed esce dal vecchio carcere di Colle Triglio per piccoli reati: rissa, disturbo della quiete pubblica e ferimenti. Tutto ciò lo qualifica come piccolo delinquente e gli crea una fama da duro negli ambienti di quella malavita che ancora non è mafia. Proprio in galera compone il Canto del carcerato.
    Quando è a piede libero, lavora come operaio al mattatoio comunale e fa anche il custode della Villa Vecchia.

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    Fred Scotti e il leone della Villa comunale

    Quest’ultima attività è alla base di un aneddoto. Scarpelli si prendeva cura di un vecchio leone abbandonato da un circo e chiuso in una gabbia proprio all’ingresso della Villa. E Scarpelli si divertiva con l’animale: spesso gli infilava una mano in bocca senza alcun pericolo, perché il felino era praticamente sdentato.
    Da questo gioco, probabilmente deriva un detto cosentino: “Ammucca liù”, tuttora usato per dare del fesso al prossimo.

    La passione per la musica

    Con altrettanta probabilità, il nomignolo Fred Scotti fu appioppato a Scarpelli dai ragazzi della Cosenza di allora, ispirati dalla fama dell’artista di colore Freddie Scott, diventato una star con la sua Hey Girl.

    Il cantautore americano Freddie Scott

    Il paragone è ingeneroso e un po’ bislacco. Ma ha funzionato sin troppo: non c’è celebrità senza nomignoli e Scarpelli ebbe il suo.
    Lo si vedeva spesso esibirsi nelle bettole di Cosenza con la chitarra a tracolla e riuscì a incidere alcune canzoni, arrangiate dal maestro Luigi Pisciotta, un musicista di Luzzi.

    L’ultima leggenda su Fred Scotti

    La tragica morte è alla base di un altro aneddoto, che sembra una nemesi.
    Eccolo: in piena agonia e in attesa di essere operato, Scotti era stato sistemato in corsia. I suoi vicini di letto sarebbero stati dei malavitosi, ricoverati in seguito a una sparatoria svoltasi alcuni giorni prima davanti alla vecchia stazione ferroviaria, alle spalle di Piazza dei Bruzi.
    Tra questi, un certo Pasquale Garofalo, che Scarpelli aveva sfregiato qualche anno prima.
    “Ucciso da una mano crudele”, recita la scritta sulla lapide di Scarpelli al cimitero di Cosenza. Già: la crudeltà di cui solo le vittime esasperate possono essere capaci.

  • Così fan tutti: una Calabria malata di parentopoli

    Così fan tutti: una Calabria malata di parentopoli

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    La recente polemica sulla mini parentopoli alla Provincia di Cosenza fa quasi tenerezza.
    Rispetto a decenni di nepotismi e comparaggi vari, praticati a tutti i livelli (e sempre intensivamente) non dà quasi nell’occhio che la presidente Rosaria Succurro abbia scelto come consulente suo marito Marco Ambrogio.

    Al riguardo, è arrivato puntuale il richiamo “storico” a Egidio Masella, ex assessore regionale di Rifondazione comunista, che  fu costretto a dimettersi all’inizio dell’era Loiero per aver tentato di assumere sua moglie, Lucia Apreda, nella propria struttura.

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    Marco Ambrogio e Rosaria Succurro

    Un caso da manuale

    Masella – che per quella vicenda ha subito un processo da cui fu prosciolto nel 2012 – ha avuto una menzione d’onore nientemeno che dalla Treccani, che cita la sua vicenda per chiarire il termine Parentopoli.
    Ma anche la storia dell’ex assessore rifondarolo risulta soft, se paragonata alla prassi (non solo) calabrese.

    Maledette telecamere

    Gli italiani si accorsero della Calabria grazie ad Anno Zero, la trasmissione di Michele Santoro, che immortalò il Consiglio regionale quando il cadavere di Francesco Fortugno era ancora caldo.
    «’u cumpari dù cumpari è tu cumpari», il compare del compare è tuo compare, disse Franco Morelli, ex capo di gabinetto di Giuseppe Chiaravalloti e allora consigliere in quota An, ripreso cheek to cheek con Domenico Crea, appena subentrato in Consiglio al posto di Fortugno. Oggi i due valgono assieme circa quindici anni. Di galera: a tanto ammontano le condanne ricevute per concorso esterno in associazione mafiosa.
    Ciò non toglie che allora avessero ragione: la Calabria funziona proprio come diceva Morelli.

    Il quinquennio di Chiaravalloti fu il regno di Bengodi, grazie al fatto che erano consentiti i cosiddetti “monogruppi”, cioè gruppi costituiti da un solo consigliere. Ciascun monogruppo poteva avere la sua struttura, composta di sette collaboratori al massimo, per un totale di 180 portaborse, con stipendi che andavano da un minimo di circa 1.700 euro netti a un massimo di 5mila e rotti lordi al mese.
    Di questi 180, raccontano alcuni ex funzionari, almeno 32 erano parenti diretti dei consiglieri.

    La “legge Masella”

    Questo andazzo, moralmente riprovevole, era tuttavia a norma di legge. L’affaire “Masella” costrinse la Regione a prendere provvedimenti seri.
    Il principale fu la legge regionale 16 del 22 novembre 2005, che introduceva una serie di incompatibilità per l’assunzione nelle strutture consiliari, tra cui il rapporto di parentela e affinità fino al terzo grado tra l’aspirante portaborse e il suo “patrono”.
    Con questa legge, la Calabria è stata la prima Regione a dotarsi di norme “antiparenti”. Un record doveroso, conferma oggi Peppe Bova, all’epoca presidente del Consiglio in quota Ds: «Eravamo giunti al limite e dovevamo dare un segnale forte».

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    Mario Pirillo è stato assessore regionale ed europarlamentare

    Album di famiglia

    Ma chi erano i consiglieri nepotisti? Dati i numeri, quasi tutti e forse menzionarne solo qualcuno significherebbe far torto agli altri.
    L’amministrazione Chiaravalloti si segnala anche per il famigerato Concorsone del 2001, destinato ai funzionari di partito. Tra gli illustri assunti, c’è (oltre al plurimenzionato Carlo Guccione), Salvatore Pirillo, ingegnere e figlio di Mario, big amanteano della Dc, transitato nella Margherita e poi nel Pd, assessore all’Agricoltura dell’era Loiero e poi europarlamentare.

    Mario & Giulio: cuori di padre

    Salvatore Pirillo emerse agli onori della cronaca nel 2010, quando Giulio Serra, consigliere di centrodestra dell’era Scopelliti, lo volle come suo collaboratore. In cambio, Pirillo senior assunse come propria collaboratrice, Roberta Pia Serra, manco a dirlo la figlia di Giulio.
    Ma Salvatore Pirillo non è solo un ingegnere. Infatti, ha ereditato da papà Mario la passione per la politica: è stato segretario del circolo Pd della “sua” Amantea nel 2014.

    Fedele… alla sua linea

    Nel caso di Luigi Fedele – assessore regionale durante l’amministrazione Caligiuri, poi presidente del Consiglio nell’era Chiaravalloti, infine assessore in quella Scopelliti – e finito nei guai per Rimborsopoli – più che di nepotismo si dovrebbe parlare di “compresenza”.

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    Luigi Fedele

    Infatti, suo fratello Giovanni, avvocato ed ex sindaco di Sant’Eufemia di Aspromonte, è entrato in Regione nel 2000 come collaboratore esperto della presidenza del Consiglio. Poi è diventato capo della medesima struttura fino al 2005. Ed è rimasto a Palazzo Campanella dove, da circa un decennio, è dirigente di settore.

    Gianni Nucera: l’asso pigliatutto

    Il recordman potrebbe essere Gianni Nucera, ex big dell’Udc. Nella sua struttura, all’inizio dell’era Loiero, c’erano sua moglie Felicia Pensabene e i figli Carmela e Francesco.
    Per evitare lo tsunami che allora travolgeva Masella, Nucera azzerò la struttura. Ma la famiglia può essere anche allargata: Nucera è cognato di Giuseppe Suraci, padre di Grazia Suraci, anche lei collaboratrice del consiglio regionale e moglie dell’ex assessore regionale Antonino De Gaetano, poi finito nei guai per l’inchiesta Erga Omnes.
    Grazia ha una sorella, Giuseppina Suraci, che ha collaborato con Antonio Billari, allievo di De Gaetano e consigliere regionale nell’era Santelli.

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    Maurizio Priolo, superburocrate della Regione Calabria

    Maurizio & Stefano Priolo: Regione di famiglia

    Non si può, a questo punto, passare sotto silenzio la vicenda della famiglia Priolo. Stefano Priolo, il padre, è stato consigliere nella Prima Repubblica. Attualmente presidente dell’Associazione ex consiglieri regionali, Priolo sr. passerà alla storia per la sua battaglia contro la riduzione dei vitalizi.

    Suo figlio Maurizio è un superburocrate della Regione, in cui è entrato senza concorso. Al momento, è impegnato in un braccio di ferro giudiziario contro Maria Stefania Lauria, che ha preso il suo ruolo, incluso il lucrosissimo stipendio a Palazzo Campanella…

    Sviluppo Italia: il parentificio

    Chiediamo scusa ai consiglieri regionali non menzionati (rimedieremo quanto prima) e passiamo all’over the top: l’agenzia Sviluppo Italia, che in Calabria pullulava di nomi eccellenti.
    Ne citiamo solo qualcuno: Paola Santelli, sorella minore della compianta Jole, Cecilia Rhodio, la figlia di Guido, presidente di Regione negli anni ruggenti della Dc.
    Sempre a proposito di notabili Dc: come non ricordare Luigi Camo, figlio dell’ex senatore scudocrociato Geppino? Ma faremmo un torto maggiore se non citassimo Cristiana Miceli, moglie di Geppino.

    https://icalabresi.it/fatti/regione-calabria-la-guerra-dei-mandarini-per-la-poltrona-da-240mila-euro/
    Roberto Occhiuto

    La fine della Balena Bianca non comportò la fine delle relative pratiche: infatti, in Sviluppo Italia figuravano Giada Fedele, ex moglie di Roberto Occhiuto, e Giovanna Campanaro, nipote della compianta Annamaria Nucci, ex deputata ed ex assessora al Bilancio di Cosenza nell’era Perugini.
    Non potevano mancare i Gentile: al riguardo, figurano nella lista Sandro Mazzuca, nipote di Pino Gentile, e sua moglie Fausta D’Ambrosio.
    Sviluppo Italia andò in liquidazione nell’era Loiero. Che fine hanno fatto i dipendenti (in totale 180)? Assorbiti a vario titolo dalla Regione e da altri enti.

    Così fan tutti

    Sul familismo calabrese la classe politica nazionale ha puntato poco il dito, anche perché ciascuno ha i suoi peccati. Certo è che non può fare la morale a nessuno la presidente del Senato Elisabetta Casellati, che quando era sottosegretaria della Presidenza del Consiglio nominò sua consulente la figlia Ludovica.
    Tantomeno può farla Salvini, che si trovò agli onori delle cronache a metà dello scorso decennio perché la sua compagna fu assunta dalla Regione Lombardia, allora egemonizzata dalla Lega.

    Per tornare in Calabria

    «Allora, uno non può lavorare se è figlio di qualcuno?», si chiese attonito davanti alla stampa Umberto De Rose, lo stampatore coinvolto nell’Ora Gate, a proposito di Andrea Gentile, figlio del senatore Tonino Gentile.

    Umberto De Rose

    Andrea era finito nel mirino degli inquirenti per alcune consulenze ricevute dall’Asp di Cosenza. A dirla tutta, nella parentopoli gentiliana era coinvolta anche Lory Gentile, la sorella di Andrea, che aveva lavorato per Fincalabra, diretta all’epoca dallo stesso De Rose, condannato per questo motivo dalla Corte dei Conti.

    A questo punto è doverosa una precisazione: non abbiamo menzionato i figli dei politici che fanno politica perché i rampolli illustri hanno almeno l’onere formale di procacciarsi i voti. Vale per Katya Gentile, la figlia di Pino, e per il citato Andrea.

    Parentopoli sanitaria

    Anche fuori dalla politica c’è chi ha fatto qualcosa.
    Ad esempio, l’ex commissaria straordinaria dell’Asp di Cosenza Daniela Saitta, finita nella bufera per aver dato una consulenza a sua figlia, Cristina Di Lazzaro.

    Incarnato family: un apostrofo rosa

    Si è parlato, a proposito dell’attuale amministrazione cosentina di Franz Caruso, di un curioso nepotismo alla rovescia, grazie al quale Luigi Incarnato è diventato capo di Gabinetto di Caruso dopo che sua figlia Pina è stata eletta consigliera (e poi nominata assessora) nell’attuale maggioranza.

    https://icalabresi.it/fatti/regione-calabria-la-guerra-dei-mandarini-per-la-poltrona-da-240mila-euro/
    Pina Incarnato

    Il caso è borderline, sia perché Incarnato fa il capo di Gabinetto gratis sia perché è stato uno degli organizzatori della coalizione di centrosinistra.
    Eppure la parentela non è più stretta per un soffio: Incarnato e Caruso, da sempre assieme nel Psi, sono stati a lungo consuoceri, perché Pina è la ex fidanzata del figlio del sindaco…
    Chi trova un amico trova un tesoro. Ma chi ha un parente trova di più.

  • Principe contro Principe: una città per due urbanistiche

    Principe contro Principe: una città per due urbanistiche

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    Empio Malara è cittadino onorario di Rende. E questo è l’unico dato certo nella polemica esplosa tra Malara e Sandro Principe, che ha tenuto banco nei media regionali.
    Ma questa stessa polemica impone una riflessione sulla storia recente di Rende, che è essenzialmente una storia urbanistica.
    Malara ha accusato Principe di «velleità strapaesane» e di «ingratitudine» nei confronti di suo padre, il mitico Cecchino.
    Principe ha tenuto botta: coi soliti toni pesanti, ma anche con molti dati alla mano, ha provato a dimostrare che la “sua” Rende è una città diversa da quella pensata da Cecchino e disegnata da Malara.

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    Cecchino Principe in un comizio d’epoca

    L’archistar, dal canto suo, ha cercato di far capire che la “sua” Rende (quindi, anche quella di Cecchino) era migliore di quella realizzata da Sandro.
    Non è il caso di entrare in questioni estetiche, su cui forse neppure gli addetti ai lavori concordano. Resta vero, tuttavia, che la Rende ideata tra i ’60 e i ’70 era decisamente diversa da quella che conosciamo e vediamo oggi.

    Rende e Cosenza: dalla continuità alla rivalità

    La Rende di Cecchino Principe, in effetti, non dava nell’occhio: continuava Cosenza e l’aiutava a smaltire la popolazione in eccesso, accumulata dal dopoguerra fino agli anni ’70.
    Il leader socialista, al riguardo, si era limitato a riprendere la vecchia intuizione urbanistica del ventennio fascista: Cosenza non poteva sviluppare a sud-ovest, per via della sua struttura collinare e quindi l’unico sbocco urbanistico era a nord-est, in direzione della Valle del Crati e della Sibaritide.

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    Rende, Panoramica di via Rossini

    La città verde disegnata da Malara, che si agganciava a Cosenza tramite Roges, era lo sfogo ideale. Certo, qualcosa scappò, visto che il primo disegno urbanistico non comprendeva l’Unical – che negli anni ’60 era nella mente di Dio e neppure – e non ipotizzava la crescita di Quattromiglia, che era solo la sede di una Stazione ferroviaria che continua a non richiamare Rende in alcun modo (infatti, è tuttora la Stazione di Castiglione).
    Rende aveva iniziato il suo sviluppo come città servente e forse non poteva essere altrimenti. Ma la realizzazione dell’Università della Calabria, in origine non prevista da Cecchino né da Malara, cambiò non poco il quadro.

    Il Campus della discordia

    La variante del piano regolatore che includeva il Campus di Arcavacata fu firmata (e quindi progettata o quantomeno approvata) da Malara negli anni ’70.

    Beniamino Andreatta

    L’idea di creare un ateneo all’americana, cioè staccato dal tessuto urbano, aveva un motivo nobile, pensato da Beniamino Andreatta in persona: staccare i laureandi dai contesti socio-familiari per creare una classe dirigente progressista.

    Rende vinse la sfida sia grazie al dinamismo di Cecchino, che elaborò un mega esproprio “lampo”, ma soprattutto grazie alla maggiore disponibilità di territorio, sottopopolato e in larghissima parte agricolo.
    Ottenere il Campus fu il primo passo. Il secondo, davvero decisivo, fu l’inclusione dell’Unical nel Piano regolatore generale. Da quel momento in avanti, Rende iniziò a mordere al collo Cosenza.

    Parlano i numeri

    La classe dirigente cosentina, costituita da professionisti formatisi fuori regione, aveva sottovalutato ciò che accadeva, anche perché il capoluogo era in ascesa demografica.

    La demografia di Cosenza fino al 2011

    Ma, contemporaneamente, cresceva pure Rende, che accoglieva non pochi cosentini “bene”: si pensi solo che alcuni amministratori di Cosenza risiedevano (e risiedono tuttora) oltre il Campagnano.
    L’evoluzione successiva, caratterizzata dalla decrescita di Cosenza e dall’ascesa demografica di Rende, cambiò il quadro della situazione a partire dagli anni ’80.
    Infatti, la città del Campagnano passò dai 13mila e rotti residenti del ’71 ai circa 25mila e rotti nell’81 e agli oltre 30mila del decennio successivo. Cosenza, che aveva superato i 100mila abitanti nell’81, invertì la curva demografica, fino a scendere agli attuali 64mila e rotti abitanti. Questi numeri spiegano le generose colate di cemento al di là del Campagnano.

    La demografia di Rende fino al 2011

     

    Politiche diverse

    È difficile dire se Sandro Principe abbia inaugurato un trend o, più semplicemente, lo abbia interpretato.

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    Sandro Principe

    Detto altrimenti: se abbia deciso di far concorrenza al capoluogo oppure abbia approfittato della crescita spontanea di Rende per ideare una città alternativa.
    Di sicuro, la creazione di via Rossini a partire dalla chiesa di San Carlo Borromeo (che a suo tempo fu contestata da Malara), la struttura di Commenda e la definitiva urbanizzazione di Quattromiglia, agganciata all’Unical a partire dagli anni ’90, sono il prodotto di variazioni, anche particolarmente invasive, del disegno originario.

    Rende e Cosenza: la guerra tra Principe e Mancini

    Quasi ignorata dal vecchio sistema dei partiti, la concorrenza tra Rende e Cosenza esplose feroce negli anni ’90, quando Sandro Principe iniziò il braccio di ferro col vecchio Giacomo Mancini.
    Il volano della crescita di Rende fu l’Unical, che aveva stimolato una forte espansione edilizia nella città perché aveva superato la sua funzione originaria di ateneo per studenti a basso reddito e attirava molti iscritti, per i quali le strutture residenziali “istituzionali” non bastavano più.
    La guerra tra le due città fu condotta senza esclusione di colpi a partire dai servizi (si pensi allo scontro sui bus dell’Amaco, bloccati dai vigili di Rende),

    La situazione attuale

    Il declino di tutta l’area urbana cosentina non ha colpevoli specifici. Lo spopolamento – che tocca anche Rende e a cui corrisponde un calo di iscritti dell’Unical, scesa nel 2021 sotto le 30mila immatricolazioni – è, purtroppo, l’esito di un calo che ha colpito tutto il Mezzogiorno.

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    Panoramica dell’Unical

    Atene piange e Sparta non ride e, nel Cosentino, è difficile dire chi sia Sparta e chi Atene. Ma un dato è certo: l’enorme quantità di appartamenti, invenduti o sfitti, di Rende non giustifica ulteriori incrementi edilizi. E lo stesso discorso vale per il capoluogo. Eppure, in entrambe le città si continua a far colare il cemento e si programmano altre colate, come se non ci fosse un domani.

    Il cemento è per sempre

    Il litigio a mezzo stampa tra Malara e Principe rivela troppi non detti, a cui l’ex sindaco ha alluso pesantemente.
    Il primo riguarda i rapporti tra la famiglia Malara e Rende: si pensi che Andrea Malara, il nipote di Empio, cura tuttora l’illuminazione pubblica di Rende. Questo dato banale non deve meravigliare nessuno, visto che i Malara sono una firma nell’urbanistica.

    Empio Malara

    Il secondo sottinteso riguarda la cementificazione: l’area di viale Principe, secondo il Piano strutturale comunale caldeggiato dall’attuale amministrazione Manna, dovrebbe essere destinato non più solo ai servizi (centri commerciali e rifornitori di carburanti) ma anche all’edilizia residenziale. Cioè altri palazzi, per un totale di mille appartamenti in più.
    Una quantità di vani che non si giustifica neppure con l’incremento demografico, di 1.200 residenti, annunciato con orgoglio dal sindaco alcuni giorni fa, considerata l’enorme quantità di abitazioni vuote, non ancora censita.

    Tra Rende e Cosenza Montalto gode

    Contrapporre la Rende di Malara a quella di Sandro Principe significa contrapporre due epoche diverse.
    Tutto lascia pensare che la rievocazione di un Cecchino “buono” e lungimirante contro un Sandro “cattivo” e “strapaesano” sia l’ennesima tossina di una lotta senza quartiere, che rischia di avvelenarsi ancor di più perché c’è un terzo incluso: la magistratura.
    Forse nell’attuale maggioranza c’è chi spera che l’ex uomo forte di Rende finisca fuori combattimento e, con lui, l’opposizione.

    La demografia di Montalto fino al 2011

    Il problema non è l’urbanistica né la cementificazione. Soprattutto, non sono un problema il “rendecentrismo” o la “cosentineria”: Rende è cresciuta a scapito di Cosenza e ora Montalto cresce a scapito di Rende, come dimostra la curva demografica in costante ascesa. Questo processo ha spostato di molto a nordest l’asse dell’area urbana e tolto più centralità al capoluogo.
    Di fronte a questa evidenza tutte le polemiche sono inutili.

  • Mancini, 20 anni dopo: anatomia di un socialista senza eredi

    Mancini, 20 anni dopo: anatomia di un socialista senza eredi

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    Due chilometri di corteo funebre, decorato da mazzi di garofani rigorosamente rossi, e venti anni di nostalgia.
    Il corteo, che si svolse il 12 aprile 2002, lo raccontò Fabrizio Roncone sul Corriere della Sera. La nostalgia, invece, è roba di queste ore e di questi giorni.
    Giacomo Mancini se ne andò l’8 aprile del 2002 a ottantasei anni, cinquantotto dei quali vissuti da protagonista politico di primo piano. E da allora è diventato il mito incapacitante di Cosenza, che usa l’ultimo decennio da sindaco dell’illustre vegliardo come un parametro per valutare i successori.

    Ma anche questi ultimi hanno provato a rivendicare, ciascuno a modo suo, l’eredità mancinana. La rivendicazione fu scontata per Eva Catizone, erede diretta a Palazzo dei Bruzi. Un po’ meno per gli altri.

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    Un manifesto elettorale di Mancini presente anche oggi in un garage del centro storico di Cosenza (foto Camillo Giuliani)

    Tutti i sindaci… manciniani a parole

    «Io mi candido a guidare la città che fu di Mancini», esclamò da un palco nei pressi della Villa Comunale Mario Occhiuto. «Fui presidente del Consiglio comunale quando era sindaco Mancini», gli rispose Salvatore Perugini, sindaco uscente e avversario di Occhiuto su problematica designazione del Pd. E che dire del terzo incomodo, cioè Enzo Paolini, altro presidente del Consiglio di quel decennio, che si portò sul palco Gaetano Mancini, ex senatore socialista e cugino di Giacomo? Anche lui aveva bisogno di un pezzo di mancinismo…

    Era la campagna elettorale del 2011, a cui sarebbe seguita l’esperienza di Occhiuto, che ha trascorso buona parte della sua sindacatura a realizzare o terminare opere progettate dal vecchio Giacomo: il rifacimento di piazza Bilotti e il ponte di Calatrava su tutte. Infine, la metro leggera, finita in nulla dopo una vicenda a dir poco travagliata.
    In compenso, i debiti maturati nel decennio, sono esplosi e il dissesto, di cui si parlava dai primi Duemila, è diventato realtà. L’era Occhiuto, che inaugurava la stagione del centrodestra, doveva essere il superamento del mancinismo, già tentato da Perugini. In realtà ne è stato il remake fatto male.

    Di padre in figlio… in nipote

    Per i malevoli, non pochi anche tra i calabresi, Mancini fu una specie di satrapo. Del «califfo della Calabria Saudita», come lo ha definito di recente (ma in maniera benevola) Filippo Ceccarelli, si ricorda la prepotenza, la personalizzazione del potere, iniziata ben prima di Craxi, e la propensione dinastica.
    Figlio di Pietro, storico leader socialista, Giacomo Mancini fu padre di Pietro, che fu sindaco di Cosenza al crepuscolo della Prima Repubblica, e nonno di Giacomo, che è stato consigliere comunale, deputato e assessore regionale. E continua a rivendicare l’aggettivo jr, appiccicatogli quando il nonno era vivo, con un misto di orgoglio e devozione.
    Ma tant’è: il tradizionalismo, ribadito dal passaggio generazionale dei nomi e del potere, è una curvatura inevitabile della politica del Meridione profondo, anche di quella progressista.

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    Giacomo Mancini, Giulio Andreotti e altri big della politica italiana

    Mancini dinasty

    Ma le tradizioni familiari (e familistiche) di quella generazione erano anche scuole, in cui l’apprendistato poteva essere severo. È ciò che fa la differenza tra un figlio d’arte e un figlio di papà.
    Per il vecchio Giacomo, essere figlio di Pietro ha significato la possibilità di misurarsi coi gigantissimi come Pietro Nenni, di esordire nel movimento clandestino della Roma ancora occupata dai tedeschi e di farsi le ossa nella difficile accademia del riformismo, allora quasi azzerata dalla presenza ingombrante del Pci.
    Ha significato, soprattutto, avere la possibilità di dialogare col potere democristiano per spostare a sinistra l’asse della politica italiana.

    Non si diventa ministri per caso, specialmente non allora. Il vecchio Giacomo approdò ai governi di centrosinistra di Moro e Rumor, in cui fu ministro del Lavori pubblici e della Sanità, dopo un rodaggio di dodici anni come deputato.

    A 20 anni dalla morte sul Web ancora si ironizza sulla SA-RC che Mancini volle far passare da Cosenza (meme A. Muraca)

    Il vaccino contro la polio e l’autostrada Salerno-Reggio

    L’ascesa alla segreteria del Psi fu per lui un coronamento quasi naturale. Se la sua carriera si fosse fermata lì, ai primi anni ’70, Mancini sarebbe passato comunque alla storia come il politico calabrese di maggior successo e potere, con la sola eccezione di Riccardo Misasi (che, tuttavia, fu ministro quasi a vita ma mai segretario).

    L’ambivalenza tra il radicamento nella sua città e la frequentazione romana, fu alla base di una visione politica (oggi merce rara) particolare, per cui il disagio sociale del Sud diventava il simbolo del disagio del Paese, perché i poveri si somigliano tutti, e la questione meridionale era una questione nazionale. Con questa logica, Mancini impose in tutt’Italia la vaccinazione contro la poliomielite. E poi vagheggiò la modernizzazione del Sud, a partire dalla Calabria.
    Con tutti i loro difetti, la Salerno-Reggio e i tanti tentativi di industrializzazione della regione sono frutto di questa visione, secondo cui il lavoro e il benessere erano le basi della democrazia. E le “tute blu” l’antidoto alle coppole.

    Cosenza rinasce grazie a Mancini

    Giacomo Mancini fu sindaco di Cosenza per la prima volta a metà anni ’80. Ma solo nel decennio successivo divenne “il” per davvero.
    Contestato dagli oppositori e dai rivali per i metodi autoritari e per la propensione alla spesa facile, il vecchio Giacomo terminò la carriera politica (e la vita) dando una sonora sveglia alla sua città, fresca reduce da una feroce guerra di mafia.
    In quei nove anni e rotti Cosenza esibì un dinamismo inedito e tentò di imitare le città del Centronord in cui parecchi cosentini “bene” facevano l’università. Vogliamo dire che il Festival delle Invasioni costava un po’ troppo? Diciamolo. Ma aggiungiamo che fu l’unico tentativo di creare, a Sud, un rivale credibile ai Festival che contavano (Umbria Jazz in testa).

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    Giacomo Mancini con Carlo Azeglio Ciampi

    Vogliamo dire che il ricorso massiccio alle cooperative sociali sarebbe diventato un’eredità impossibile da gestire? Certo. Ma all’epoca fu un calmiere sociale che riportò la pace e la sicurezza.
    Vogliamo constatare che il recupero del centro storico alla lunga si rivelò effimero? Senz’altro. Ma il tentativo mantiene un suo innegabile successo: una zona negletta e borderline, fino ad allora sinonimo di povertà estrema, divenne un attrattore.
    Anche il duello con la vicina Rende, sostenuto con fermezza, si sarebbe rivelato perdente sulla lunga distanza. Tuttavia, quello di Mancini resta il tentativo più forte di dare al capoluogo una centralità che non ha più.
    Il limite più vistoso di questo modo di amministrare fu il ricorso quasi esclusivo alle casse pubbliche, che ne uscirono stremate. Certo, Mancini indebitò il Comune quando il “deficit spending” vecchia maniera era ancora praticabile, perché il Trattato di Maastricht, in quel lontano ’93, era appena firmato e i suoi vincoli non mordevano ancora. Ma quel debito non lo colmò nessuno…

    Craxi driver?

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    Giacomo Mancini e Bettino Craxi

    Mancini fu l’ultimo grande politico della Prima Repubblica a gestire potere in Calabria e a Cosenza. Ma fu anche il primo sindaco della Seconda, cioè eletto col voto diretto, che fu la seconda mazzata al sistema dei partiti.
    La prima era stata la preferenza unica, con cui si svolsero le Politiche del ’92 e proprio Mancini, candidato da capolista ne fece le spese: non rientrò in quel Parlamento che frequentava dal ’48.

    Tra la mancata rielezione a l’ascesa a Palazzo dei Bruzi, ci fu la controversa deposizione resa al pool di “Mani Pulite” a carico di Craxi il 18 novembre del ’92. Per i malevoli, quelle dichiarazioni spontanee sarebbero state il ticket pagato da Mancini per avere cittadinanza nella Seconda repubblica. Per altri, ancora più cattivi, il vecchio Leone si sarebbe vendicato del suo ex segretario, che lui stesso aveva aiutato a trionfare al Midas nel ’76. Per altri, invece, Mancini avrebbe detto solo la verità sui finanziamenti illeciti del Psi. Comunque sia, quel «non poteva non sapere» che inchiodava Craxi e sminuiva un po’ le responsabilità del tesoriere Vincenzo Balzamo, confermava il teorema di Tangentopoli

    Stampa e procure

    La micidiale battuta di Cuore, il settimanale satirico de l’Unità, («Scatta l’ora legale, panico tra i socialisti») potrebbe non riferirsi al solo Craxi.
    Nei primissimi anni ’70 Mancini fu bersaglio di una terrificante campagna stampa condotta dal giornalista di destra Giorgio Pisanò sul Candido, con linguaggio e metodo che anticipavano non poco le celebri inchieste di Mino Pecorelli su Op.
    «Mancini, ladro e cretino», oppure: «Si scrive leader si legge lader». O infine: «Quelli che rubano con la sinistra si chiamano Mancini», erano gli slogan del battagliero settimanale di satira, trasformatosi per circa due anni in una testata d’inchiesta.

    La mitica prima di Cuore con la battuta sull’ora legale (archivio Camillo Giuliani)

    Per quelle espressioni pesanti (che riportiamo per mero dovere di cronaca) e per alcuni errori giornalistici, Pisanò passò i guai e si fece pure un po’ di galera, da cui lo tirò fuori il celebre avvocato Francesco Carnelutti. Mancini, oltre al fango, non ebbe conseguenze. L’unico che ebbe problemi seri fu il produttore cinematografico Dino De Laurentis, finito nel tritacarne di Pisanò assieme al segretario del Psi, che lasciò l’Italia.
    Il secondo round di guai fu l’inchiesta per mafia, intentatagli dalla Procura di Palmi, dalla quale  derivò un processo lungo e pesantissimo. Ne sarebbe comunque uscito assolto, se non fosse morto prima.

     

    L’eresia a Cosenza

    Tutto si può dire di Mancini, tranne che fu un riciclato. Al contrario, divenne sindaco di Cosenza alla guida di una coalizione di liste civiche, in cui gli eretici della destra (Arnaldo Golletti e Benito Adimari) coesistevano coi reduci dei Movimenti (ad esempio, la Lista Ciroma, guidata da Paride Leporace) e i duri e puri del Psi convivevano con le vecchie glorie dell’autonomia (ad esempio, Franco Piperno, che visse la sua seconda giovinezza come assessore del Vecchio Leone).
    Mancini non entrò in alcun partito, ma fece il sindaco a dispetto dei partiti, spesso colonizzati da ex socialisti cresciuti sulle sue gambe (è il caso di Pino Gentile…).
    A prescindere da ogni valutazione, Cosenza fu un laboratorio interessante. Che ebbe un limite: l’incapacità di sopravvivere al suo stregone.

    Ironie del web: la 106 secondo Mancini (meme di Alessandro Muraca)

    Un gigante senza eredi politici

    Della Mancini dinasty resta pochissimo: il nipote Giacomo, dopo una prima fiammata come deputato della Rosa nel pugno, riuscì a farsi battere da Salvatore Perugini. Poi, dopo il salto nel centrodestra, effettuato fuori tempo massimo, e l’esperienza di assessore per Scopelliti, ha perso consensi elettorali e si limita a sortite in nome della nostalgia.
    Stesso discorso per suo padre Pietro, che esibisce ora simpatie salviniane. Quasi sparita, invece, Giosi, la figlia di Giacomo (che ha tentato solo una candidatura come consigliera nelle ultime Amministrative a Roma). Sparita del tutto Ermanna Carci Greco, la figlia di prime nozze di donna Vittoria, più manciniana, forse, dello stesso Patriarca.

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    Giacomo Mancini, jr e sr

    Eva Catizone, dopo la sindacatura, ha tentato più volte la carta elettorale in ciò che restava del Psi. Poi è passata con Mario Occhiuto. E Cosenza? Langue. Fuori da quel contesto politico, le nuove opere del vecchio Mancini, piazza Bilotti e il Ponte, sembrano fuor d’opera. E molte di quelle vecchie, i ponti sul Crati e il Palasport ad esempio, sono fatiscenti.
    Polvere e rughe: tutto ciò che resta di un’esperienza politica forte, che ha bruciato in dieci anni uomini e risorse per cinquanta. È lo specchio di una città dal declino irrimediabile che si rifugia nella nostalgia: «Le rughe han troppi secoli, oramai, e truccarle non si può più». Cantava Lucio Battisti.
    Oggi, a truccarle, non basterebbero dieci Mancini redivivi.

    L’ultimo, grottesco, capitolo sull’eredità politica di Giacomo Mancini
  • Lega e Calabria: nuove strutture, vecchio colonialismo

    Lega e Calabria: nuove strutture, vecchio colonialismo

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    Prima cresce e fa un pienone. Poi cala. E ora, dopo aver messo mano all’organigramma, tenta la rimonta.
    La Lega punta le fiches calabresi su due tavoli: le imminenti Amministrative, dove mira a recuperare posizioni, soprattutto a danno dei propri alleati, e le Politiche dell’anno prossimo.
    Evidentemente, in Calabria tira ancora la trovata salviniana di aver accantonato il vecchio antimeridionalismo in favore del lepenismo all’italiana, prima, e del nuovo corso “moderato” poi.

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    Leghisti calabresi in azione

    Anche a prescindere dal fatto che a tanta potenza comunicativa non corrisponda, in realtà, troppa sostanza: Salvini sostiene tuttora la proposta delle autonomie differenziate, su cui il suo partito giocò una carta importante poco prima delle Politiche del 2018, con i referendum regionali di Veneto e Lombardia.
    Ancora: lo zoccolo duro della Lega resta nel Nord profondo, dove è tuttora molto forte la classe dirigente bossiana, a partire da Luca Zaia.
    Al contrario, la flessione della Lega da Napoli in giù dovrebbe suggerire che il Sud, per il Carroccio, potrebbe non essere più un buon affare. E allora, come mai tanto interesse?

    Il calo della Lega in numeri

    Per avere una fotografia fedele della situazione, basta comparare i dati del 2020 a quelli delle Regionali di ottobre.
    Il partito di Salvini, in questo caso, è passato da 95mila e rotti voti (12,28%) agli attuali 63mila e cinquecento (8,33%). Peggio che andar di notte al Comune di Cosenza, dove il Carroccio ha perso l’unico consigliere, Vincenzo Granata, che tra l’altro era stato eletto in una lista civica nel 2016, prima dell’ascesa del Capitano.

    Il tonfo, in questo caso, è stato fortissimo: con il 2,81% dei consensi, la lista della Lega non ha preso neppure il quorum.

    A cosa è dovuto il calo? In prima battuta, al disordine interno, provocato da alcuni abbandoni eccellenti: quelli dell’europarlamentare Vincenzo Sofo e del suo braccio destro, Alfredo Iorio, candidatosi a ottobre in Coraggio Italia.

    Vincenzo Sofo

    Un’altra emorragia forte ha colpito la base, che ha perso trecento militanti tra Cosenza e Catanzaro, a partire da Bernardo Spadafora, ex segretario provinciale di Cosenza.
    Il corso moderato di Salvini, a dirla in parole povere, non ha portato benissimo. Non in Calabria, almeno.

    Prove di rimonta

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    La new entry Davide Bruno

    Dopo aver salvato il salvabile, la Lega punta a risalire la china a partire dal radicamento. E il nuovo organigramma, annunciato a fine marzo, mira a rafforzare i legami col territorio.
    Così è a Cosenza, dove un volto noto della destra dura ma pensante, Arnaldo Golletti, gestirà la segreteria provinciale. Golletti è affiancato da un volto giovane dell’area moderata, l’ex assessore cosentino Davide Bruno, che invece gestirà la segreteria cittadina.

    Discorso simile per l’area centrale della regione dove lo stato maggiore del partito si è impegnato in prima persona: è il caso di Crotone, dove il coordinatore regionale Cataldo Calabretta è, al momento, segretario provinciale, e di Catanzaro, dove Giuseppe Macrì è stato confermato nello stesso ruolo.
    Reggio, dove ancora prevale Tilde Minasi, non è ancora pervenuta. Ma questo non è un problema, perché la partita vera si giocherà, in particolare, tra Catanzaro e Cosenza, che replicano nel Carroccio l’atavica rivalità di campanile.

    Catanzaro scalda i motori

    Il capoluogo regionale sarà decisivo per le Amministrative di giugno.
    Per il dopo Abramo, il Carroccio appoggerà il civico (ed ex Pd) Valerio Donato con due liste, una di partito e l’altra civica, entrambe organizzate dal big Filippo Mancuso. A differenza di Cosenza, dove il fratricidio è quasi la norma, a Catanzaro cane non mangia cane.

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    Domenico Furgiuele e Matteo Salvini

    Infatti, la Lega ha tenuto grazie all’equilibrio tra il moderato Filippo Mancuso e il “duro” Domenico Furgiuele. Difficile pensare a due personalità più diverse: quasi centrista Mancuso, formatosi alla corte di Sergio Abramo, ultradestrorso, invece, il deputato di Lamezia, cresciuto a pane ed Evola.
    Tuttavia, i due non si pestano i piedi. Tanto più che la Lega, con il recente ingresso al Senato del vibonese Fausto De Angelis, si è rafforzata nella fascia centrale della regione. E quindi, riempire una o più caselle a Catanzaro potrebbe puntellare ancor più la posizione di entrambi.

    Cosenza, la Lega punta sulla Sanità

    Più complesso il discorso a Cosenza, dove non sono in vista tornate importantissime. Dei ventiquattro Comuni che vanno al voto, solo tre hanno le dimensioni adatte a ospitare liste di partito: Paola, Acri e Trebisacce, che sommate non superano i 60mila abitanti.
    La partita vera riguarda una sola persona: la capogruppo regionale Simona Loizzo, che vanta un ruolo forte nella Sanità e nella Cosenza che conta (tra le varie, è nipote di Ettore Loizzo, ex big del Goi).

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    Simona Loizzo, la big della Sanità cosentina

    Con i suoi 5.500 e rotti voti, la dentista cosentina si è affermata a sorpresa a ottobre grazie agli ambienti della Sanità, dove ha intaccato il quasi monopolio dei Gentile. E ora forse carezza un altro colpo: la Camera dei deputati, probabilmente in concorrenza con Furgiuele.
    A proposito di Sanità: la Loizzo vanta uno sponsor di eccezione, i fratelli Greco, big delle cliniche private, che aspirano da tempo alla realizzazione del mega ospedale privato. E non è un caso che proprio a Cariati, di cui è sindaca Filomena Greco, sia nato di recente un movimento dedicato alla Loizzo.

    Loizzo, dai Gentile al Capitano

    Il movimento cariatese è il coronamento curioso della carriera di Simona Loizzo, iniziata proprio all’ombra dei fratelli Gentile quando egemonizzavano il Pdl cosentino, di cui fu coordinatrice provinciale. Questo rapporto particolare è proseguito nel 2020, quando, anche a dispetto di una tragedia familiare, la dentista è stata indicata come potenziale sindaco di Cosenza.
    La Sanità, per Simona Loizzo, non è tutte delizie, ma ha non poche croci: tra queste, il turnover minimale concesso alla Calabria, circa lo 0,4%, che impedisce le nuove assunzioni, a dispetto dei concorsi annunciati e banditi per rimpolpare ambulatori e ospedali ridotti allo stremo.

    Benedetta dal Capitano, Simona Loizzo e Salvini

    L’iperattivismo nella Sanità si spiega col fatto che il bacino elettorale della capogruppo è l’Azienda ospedaliera di Cosenza e tutta l’umanità varia, titolata e non, che vi ruota attorno. In particolare, quella che riempie le graduatorie prodotte da vari concorsi, anche recenti, e aspetta di essere assorbita. Anche per questo, la Loizzo fa quasi corpo a sé nella Lega: il suo supporter è stato l’ex presidente facente funzioni Nino Spirlì, che a dirla tutta non va proprio di pelo con gran parte del suo partito.

    Potenzialità di crescita

    Eppure queste rivalità interne potrebbero garantire una certa crescita al Carroccio, proprio perché sono rivalità tra i territori e non nei territori.
    Di questa crescita, annunciata dai vertici con toni entusiastici («triplicheremo le candidature»), il vero beneficiario sarebbe il solo Salvini, che mira a ricavare dal Sud – e quindi dalla Calabria – i consensi elettorali necessari a puntellare la sua leadership nei confronti della vecchia area bossiana, egemone nelle regioni forti del Nord.
    Ma non è detto che l’eventuale crescita della Lega si traduca in un vantaggio per i calabresi.

    Energia e rifiuti, gli interessi di Salvini

    Com’è noto, Matteo Salvini è un azionista di A2A, società bresciana specializzata nella gestione delle acque, nella produzione energetica e nel ciclo dei rifiuti.
    E, al riguardo, non è proprio un caso che l’azienda lumbard abbia annunciato di recente una serie di investimenti importanti proprio in Calabria, dove ha già le mani in pasta in alcuni settori non proprio secondari, come l’idroelettrico in Sila.
    Dove sta la fregatura per i calabresi? Che l’azienda pagherà le imposte e le tasse prevalentemente dove produce il suo reddito e dove ha la sua sede legale principale, cioè in Lombardia. In pratica, una delocalizzazione degli oneri a dispetto del fatto che gli utili siano prodotti in Calabria. Il tutto, con la benedizione dell’amministrazione regionale, di cui il Carroccio è un puntello…

  • La Calabria e la stampa “che conta”: storia di un pregiudizio

    La Calabria e la stampa “che conta”: storia di un pregiudizio

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    La Calabria una e trina. Trina, soprattutto, grazie al racconto delle grandi firme della stampa “che conta”. La prima Calabria, la più vecchia, è quella dei pregiudizi, che grazie all’appeal di grandissimi, come Indro Montanelli e Giorgio Bocca, ha fatto scuola. Terra terribile e irredimibile. L’epigono, forse suo malgrado, di questa tradizione è Corrado Augias, che commentò, nell’immediato indomani dell’inchiesta Terre perdute, coordinata da Gratteri in persona, in maniera a dir poco dura: «Io ho il sentimento che la Calabria sia irrecuperabile».

    https://www.facebook.com/watch/?v=463919521659331

    La seconda Calabria rievoca la Sindrome di Stoccolma: terra ostaggio delle sue classi dirigenti. Questa narrazione, forse la più recente, ha il suo capofila in Michele Santoro, che puntò le antenne di Annozero sulla classe dirigente calabrese a partire dal delitto Fortugno e ce le tenne ben dritte anche dopo, in occasione delle inchieste Why Not? e Poseidone di Luigi de Magistris.

    La terza Calabria, più simile alla seconda che alla prima, è la terra degli scandali un tanto al chilo, su cui si è esercitato negli ultimi anni Massimo Giletti, che ha allacciato una singolare sinergia col giornalismo locale, a cui ha fatto da grancassa: l’assessore corrotto, il mafioso corruttore e protervo, il pasticciaccio brutto della Sanità si trovano sempre…

    Stampa vs Calabria: in principio fu Indro

    A dirla tutta, Montanelli non si esercitò troppo sul Sud, perché la sua linea giornalistica aveva un gran successo sotto Roma, dove quella borghesia conservatrice (e a volte un po’ retriva) che amava la grande penna toscana era particolarmente consistente.
    Il mitico Indro, a cui si attribuisce tutto l’antimeridionalismo dell’universo, in realtà si teneva piuttosto abbottonato, con un cerchiobottismo simile a quello della Dc, che aveva votato a più riprese “turandosi il naso”.
    Sì, il Sud era arretrato e un po’ canaglia. Ma era anche la Patria di alcuni miti montanelliani, tra cui Giustino Fortunato: «Finché il Mezzogiorno genererà uomini così», rispose il grande giornalista a un lettore, «vale la pena di spendersi».

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    Indro Montanelli

    E la Calabria? Troppo marginale per interessare davvero qualcuno, era la terra ideale per intingere il pennino nella sostanza che il fondatore de Il Giornale prediligeva: il curaro.
    Tralasciamo alcune polemiche degli anni ’60, riportate in Calabria grande e amara (1964), il classicone di Leonida Repaci, e concentriamoci su un passaggio de L’Italia dell’Asse (1980) in cui Montanelli esprime il suo pensiero sulla Calabria mentre parla d’altro, cioè della conquista dell’Albania e del suo leader, re Zog.

    Ecco cosa scrive il giornalista toscano: «Il re Ahmed Zog, come si usa dire, “non nasceva”. Apparteneva a una dinastia di capimafia del Mathi, che sarebbe un po’ la Calabria dell’Albania, e il suo vero nome era Ahmed Zogolli». Inutile ricordare che l’Albania del ’38, uscita da poco meno di vent’anni dal dominio turco, era la zona più arretrata dei Balcani…

    La Calabria cambia, la stampa cambia

    Giusto un’avvertenza: i rapporti tra grande stampa e Calabria (e viceversa) iniziano a cambiare non appena si consolida una rete consistente di informazione regionale. Non più (e non solo) inviati e corrispondenti di testate nazionali e non più (e non solo) redazioni locali di testate che avevano fuori regione testa e cassaforte.

    Ma giornali regionali solidi, basati su reti di cronisti ramificate e consolidate sul territorio. E perciò capaci di creare continuità nell’informazione, dal livello strettamente locale al nazionale, e, a volte, di dialogare da pari con i big del giornalismo.
    Con un po’ di malignità, si può aggiungere che la crisi dell’editoria ha spinto le testate più importanti a non tralasciare nulla, Calabria inclusa, pur di fare i numeri. Soprattutto nell’era del web.

    Il perfido Bocca

    Giorgio Bocca, l’altro alfiere del pregiudizio antimeridionale, appartiene al “prima” dell’evoluzione massmediale. E, c’è da dire, ci va giù pesante.
    Le tracce del suo feeling antiterronico (e anticalabrese) si trovano in almeno tre libri. Il primo è L’Inferno. Profondo Sud, male oscuro (1992), un reportage choc che sbancò in libreria e diede filo da torcere al best seller Fatherland di Robert Harris.
    Il secondo è Il provinciale, l’autobiografia del grande giornalista piemontese, uscita sempre nel ’92. Il terzo è Aspra Calabria, ancora del ’92, in cui Bocca salva solo il procuratore Agostino Cordova.

    Giorgio Bocca

    Il Sud è male, la Calabria peggio

    Il Bocca-pensiero sulla Calabria procede per cerchi concentrici. Quello più esterno esprime un concetto: il Sud è male. Quello più interno, lo specifica: la Calabria è peggio.
    Ne Il provinciale, ad esempio, i passaggi sul Mezzogiorno sono pesantissimi.
    Eccone uno: «Passo per antimeridionale e lo sono nel senso che sono troppo vecchio per essere un’altra cosa. Il meridionalismo, la rinascita del Sud li lascio in eredità ai miei figli, ma temo che li passeranno ai nipoti. Sono quarant’anni e passa che ascolto le lagne del meridionalismo e ho capito che in quel che mi resta da vivere saranno sempre le stesse ».

    Eccone un altro: «In questi quarant’anni tutti gli altri meridioni del mondo industriale si sono tirati su le brache (…) e nessuno di questi Sud è afflitto dalla malavita organizzata che si è diffusa nel nostro, a metastasi».
    E infine: «La Mafia sarà potente, abile, invisibile, impunita, ma possibile che a nessuno o a pochissimi nel Sud sia venuta la voglia di spararle contro, di dirle basta?».
    La condanna di Bocca diventa senza appello sulla cultura. Per il grande giornalista alpino, i meridionali «se stanno giù non si liberano della retorica umanistica che non posso certo descrivere qui in due parole, ma che si riconosce come un odore di stantio, come qualcosa fuori dal mondo». Roba da far fischiare le orecchie ai vari Franco Cassano e ai loro pensieri più o meno “meridiani”…

    Giornalismo alla calabrese

    Sempre ne Il provinciale Bocca si sofferma sulla Calabria. In particolare, parla del suo incontro con l’avvocato di Saro Mammoliti: «La Mafia è come un cavallo nero, su cui salgono le zecche, i pidocchi, legulei, magistrati o avvocati che siano. Arrivo a Locri, terra di Mafia, e vado a parlare con l’avvocato Jovine, difensore di Saro Mammoliti, della grande famiglia mafiosa di Gioia Tauro, che vedo uscire dal suo ufficio».

    Mommo Piromalli
    Don Mommo Piromalli

    Più interessanti, i passaggi su Giuseppe Parrella, giornalista di Palmi, che Bocca definisce anche «di mafia». Parrella, racconta Bocca, si barcamena come può, tra carabinieri, mammasantissima e loro parenti. In particolare i Piromalli, che allora erano la ’ndrina del potentissimo don Mommo. Il ritratto è ironico, a tratti ammirato e pieno di comprensione. Parrella, per avere notizie, non esita a fare gli auguri a una Piromalli, che ha appena avuto un figlio, il quale ha ricevuto un assegno da un milione di lire da uno zio latitante. Roba inconcepibile nell’antimafia militante di oggi. Ma sicuramente comprensibile nel giornalismo degli anni ’80, molto più difficile da praticare in periferia.

    Una “normale” terra martoriata

    Dopo che Michele Santoro ha rotto il tabù, la Calabria va tranquillamente in prima serata, purché produca scandali.
    Lo sa bene Massimo Giletti, che si è divertito sadicamente a raccontare le malefatte della Sanità e della Regione. Ma a Giletti si può dare una piccola attenuante: almeno ha dato voce ai giornalisti calabresi che hanno prodotto le notizie. Non altrettanto ha fatto Mario Giordano nel suo Profugopoli (2016), in cui racconta della vicenda del centro migranti di Aprigliano riconducibile alla famiglia Morrone senza menzionare la fonte originaria…

    Mario Giordano

    A proposito di Michele Serra

    Ma ci sono giornalisti che guardano alla Calabria con pacatezza e con disincanto. È il caso di Michele Serra, che nel suo Tutti al mare (1985), racconta la speculazione sulle coste calabresi, da Scalea in giù con garbata ironia.

    Feltri, basta la (mala)parola

    Doverosa la citazione di Vittorio Feltri, non foss’altro perché si è fatto quasi radiare dall’albo (si è cancellato da sé prima) per averle sparate grosse sul Sud.
    L’ex direttore responsabile di Libero ha capitalizzato la libertà della terza età ed è andato giù duro sulla Calabria, di cui ha estremizzato i luoghi comuni negativi fino al paradosso: «Se fossi in Conte mi rivolgerei a un boss della ’ndrangheta», ha dichiarato il giornalista lumbard mentre la pandemia faceva ancora strage.
    Non serve altro. O forse sì: i politici calabresi la smettano di prenderlo sul serio e cerchino di non dargli ragione coi loro comportamenti.

    Vittorio Feltri
    Vittorio Feltri

    Scalfari non pervenuto

    scalfari-stampa-calabria
    Eugenio Scalfari

    Eugenio Scalfari, originario di Vibo, di Calabria ha parlato poco. E quel poco l’ha delegato alle firme dei suoi giornali. C’è da capirlo: uno che commentava le elezioni del Papa o le crisi di governo mica poteva soffermarsi su “semplici” storie di mafia e di malaffare… Restano solo i ricordi delle estati nella terra natia. Innocui e sognanti come tutte le memorie d’infanzia.

    E domani?

    Di Calabria il web oggi parla tantissimo e i nostri governatori hanno guadagnato il diritto di essere bastonati e irrisi come tutti gli altri. Lo sa bene Agazio Loiero a cui Marco Travaglio dedicò un titolo mitico: Agazio che strazio.
    Ma la palla passa ai giornalisti calabresi, a cui tocca l’onere di passare un racconto ben fatto, degno di essere amplificato e ripetuto. In fin dei conti, il medium è sempre il messaggio…

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    Marco Travaglio
  • Oscar: statuette e nominations di Calabria nella notte delle stelle di Hollywood

    Oscar: statuette e nominations di Calabria nella notte delle stelle di Hollywood

    C’è stato un periodo, a cavallo tra 2010 e 2011, in cui era impossibile sfogliare un giornale o navigare un sito della Calabria senza beccare qualche celebrazione di Mauro Fiore, fino a quel momento ignoto ai più, balzato agli onori per aver vinto ad Hollywood il premio Oscar per la migliore fotografia in Avatar.

    Il film di James Cameron, c’è da dire, aveva fatto incetta di statuette (tre) e di nomination (nove). Ma per l’orgoglio calabro, l’Academy Award a Fiore bastava e avanzava: era la prosecuzione del sogno americano, vissuto quasi fuori tempo massimo.

    Fiore, infatti, aveva lasciato la sua Marzi (oggi poco meno di mille anime nel cuore del Savuto) nei primi anni ’70 e aveva fatto carriera a Hollywood in qualità di tecnico all’ombra di grandissimi come Steven Spielberg.

    Mentre la Calabria lo celebrava alla grande, girava qualche commento pieno d’ironia amara: se Fiore fosse rimasto qui, al massimo avrebbe potuto fotografare matrimoni. Ma poco importava: Fiore era diventato Lu Ziu ’i Lamerica.

    Se l’Oscar parla arbëreshë

    Il cinema è stato, in ordine cronologico, l’ultimo ascensore sociale per i migranti italiani in cerca di fortuna negli Usa. Di sicuro la scorciatoia più vistosa per il successo. I calabresi, va da sé, non potevano fare eccezione, minoranze linguistiche incluse.

    È il caso del musicista arbëresh Salvatore Antonio Guaragna, cioè il mitico Harry Warren, che ottenne tre Oscar (per la precisione, nel ’35, nel ’43 e nel’45) più altre otto nominations per la migliore colonna sonora.

    Il minimo, per un autore seriale come lui, che scrisse circa ottocento brani. Giusto per curiosità, le sue canzoni più famose furono quelle che non vinsero. Cioè Chattanooga Choo Choo (nomination nel ’41, che divenne la colonna sonora delle truppe Usa in Italia) e la mitica That’s Amore, l’inno della Little Italy. Tanto successo, ottenuto fuori dalla Calabria, è all’origine di una disputa sulle radici di Warren tra Cassano Jonio e Civita.

     

    Da Corso Telesio a Hollywood

    Più certe le radici di Antonio Gaudio, che nacque a Cosenza, dove il padre Raffaele faceva il fotografo a via Sertorio Quattromani e Corso Telesio. Emigrato oltreoceano con suo fratello Eugenio, sfondò in America come direttore della fotografia e regista. Anche per lui l’americanizzazione del nome fu obbligatoria, ma non fu totale: divenne Tony Gaudio ed Eugenio si trasformò in Eugene.

     

    Con questo nick si aggiudicò nel 1937 la statuetta per la migliore fotografia nel film Avorio Nero, una delle sei pellicole a cui il Nostro lavorò quell’anno. Il suo, visto che Guaragna era nato a Brooklyn, è il primo Oscar tutto italiano della storia. Ma la statuetta, alla morte di Gaudio, è andata perduta, una storia che diventerà presto un documentario.

    L’ultimo Ziu

    L’ultimo Ziu ’i Lamerica, in ordine cronologico, è Nick Vallelonga, tuttofare del cinema a stelle e strisce discendente da emigrati del Vibonese. Vallelonga, che ha esordito con una particina ne Il Padrino, ha ottenuto nel 2019 l’Oscar per la migliore sceneggiatura originale per Green Book, pellicola dedicata al grande jazzista Don Shirley.

    C’è da dire che questo premio non è stato proprio al riparo delle polemiche. In particolare, quelle della famiglia di Shirley, che avrebbe accusato Vallelonga di aver lavorato un po’ troppo di fantasia. Ma non importa: a lui la Calabria, generosa nel riconoscere il successo dei suoi migranti, ha tributato la solita sfilza di onori alla ’nduja al corpulento Oscar.

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    Nick Vallelonga

    Nonni… e un cugino da Oscar

    Più magra (e carina), Marisa Tomei ha in comune con Vallelonga il fatto di avere qualche nonno calabrese. Per la Tomei, che proviene dalla middle class newyorchese, le difficoltà dei migranti forse non sono neppure un ricordo. Protagonista di una carriera lineare tra grande e piccolo schermo, la Nostra ha ottenuto l’Oscar come migliore attrice non protagonista in Mio cugino Vincenzo (1993), una statuetta su cui si è malignato per anni. L’attrice ha poi confermato il suo talento con altre due nominations per In the Bedroom (2002) e The Wrestler (2009).

    Decisamente più famoso (e magro), F. Murray Abraham vanta due nonni reggini, per la precisione di Staiti e Condofuri. È diventato celebre per aver interpretato Salieri, il cattivo di Amadeus, che gli valse l’Oscar come miglior attore protagonista (1984).

    Sempre per restare ai nonni, le radici calabre emergono anche per Stanley Tucci, vincitore della statuetta come miglior attore non protagonista nell’horror Amabili Resti (2009).
    Protagonista di una carriera densa tra cinema, televisione e teatro, Tucci discende da Stanislao Tucci, emigrato da Marzi, lo stesso paese di Mauro Fiore. Segno che il pane del Savuto porta bene. Meglio ancora se accompagnato con la ’nduja del Vibonese. Non a caso, la nonna di Tucci era originaria di Serra San Bruno.

    https://www.youtube.com/watch?v=-AmEGCNQRJo

     

    Los Angeles? Cosangeles

    Nel toto Oscar di Calabria non poteva mancare la Sila cosentina, rappresentata da Anastasia Masaro, scenografa canadese che ha ottenuto la nomination nel 2009 per il fantasy Parnassus – L’uomo che voleva ingannare il diavolo di Terry Gilliam: sua madre è originaria di Celico.
    Dalla Sila all’hinterland del capoluogo ci sono circa 20 km, meno comunque di quelli che separano la Masaro dallo statunitense Albert Broccoli, Premio Oscar speciale per aver prodotto il mitico James Bond. La famiglia di Broccoli ha le radici a Carolei.
    A Cosenza è nato nel 1982 anche Alfonso Sicilia, membro del team premiato con l’Oscar per gli effetti speciali nel 2014 per Gravity. Lui vive da anni all’estero, ma suo padre lavora ancora a San Pietro in Guarano, pochi km dalla città dei bruzi.

     

    Catanzaro (quasi) da Academy Awards

    Credevate che la provincia del capoluogo fosse priva di glorie? Sbagliate di grosso. Originario di Girifalco è Mark Ruffalo, volto più che noto del cinema che ha ottenuto tre nominations come miglior attore non protagonista, rispettivamente per The Kids are all right (2009), Foxcatcher (2015) e Il caso Spotlight (2016). Siamo sicuri che, prima o poi, la mitica Statuetta d’oro la becca, visto che lavora tantissimo. Nel frattempo, si consola coi risultati al botteghino.

    Lo scrittore Nicholas Pileggi, nomination assieme a Martin Scorsese per la miglior sceneggiatura non originale in Quei bravi ragazzi (1991) ha radici a Maida, segno che il morseddu lega bene con la celluloide.
    Più noto al pubblico italiano come erede del cinema impegnato degli anni ’70, Gianni Amelio, nativo di Magisano, ha ricevuto nel 1991 la nomination per il miglior film straniero grazie al suo Porte Aperte, ispirato all’omonimo romanzo del grande Leonardo Sciascia.

    Reggio Calabria, Hollywood e gli Oscar

    Una volta tanto, la musica non è sinonimo di tarantella. Il compositore John Corigliano, figlio di John Paul, primo violino della New York Philarmonic, ha radici ben piantate a Villa San Giovanni. Ha vinto, oltre a un Pulitzer e tre Grammy, l’Oscar per Violino Rosso (1999).

    Inoltre, le foto dei reggini possono non essere così “solari”. È il caso di Nicholas Musuraca, che lasciò Riace nel lontano 1907 e fece carriera nella Rko. Ottenne una nomination per la migliore fotografia nel film Mamma ti ricordo, un melò di George Stevens (1948). Ma, a prescindere dagli Oscar, il suo nome resta legato a capolavori del noir o dell’horror come Il bacio della pantera e Le catene della colpa di Jacques Tourneur, La scala a chiocciola di Robert Siodmak o Gardenia Blu di Fritz Lang.

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    Francesca Lo Schiavo e Dante Ferretti ricevono l’Oscar per Sweeney Todd nel 2008

    Nata a Roma, ma originaria di Taurianova, la scenografa Francesca Lo Schiavo ha ottenuto sei nominations e tre Oscar. Precisamente per The Aviator di Martin Scorsese (2005), Sweeney Todd di Tim Burton (2008), Hugo Cabret, sempre di Scorsese (2012).

    Menzioni d’onore

    Non era calabrese, ma ha sposato una calabrese e, soprattutto, ha amato la Calabria, in particolare Lamezia Terme, dove ha trascorso gli ultimi dieci anni di vita.
    Parliamo del grande Carlo Rambaldi, il mitico effettista del cinema mondiale. Suoi, gli effettacci grandguignoleschi di Profondo Rosso, il capolavoro di Dario Argento. Sue le efferatezze iperrealistiche del giallo all’italiana, in particolare dei film di Lucio Fulci. Suo il sangue che schizzava a profusione nei western di Sergio Leone e nei primi due Padrini di Francis Ford Coppola.

     

    Vinse tre Oscar per i migliori effetti speciali grazie a King Kong di John Guillermin (1976), ad Alien di Ridley Scott (1979), per il quale collaborò con l’artista svizzero Hans Ruedi Giger, ed E.T., di Steven Spielberg (1982).

    Sfiorarono la nomination per la colonna sonora di Dune di David Lynch (1984) i Toto e Brian Eno. Eno con la Calabria non c’entra. Invece, c’entrano tantissimo i Toto perché i tre fondatori, i fratelli Jeff, Steve e Mike Porcaro, sono i nipoti di Giuseppe Porcaro, percussionista originario di San Luca d’Aspromonte.

    https://www.youtube.com/watch?v=p_4aTbJ0SCQ

     

    Per sperare

    In attesa di un Oscar a un calabrese che vive in Calabria per un film realizzato in Calabria, c’è di che soddisfare il campanilismo di una regione in cui solo migrando si ha il successo vero. Per gli attuali cinematografari di successo, ogni ritorno in patria è occasione di celebrazioni e retorica a più non posso.
    Chissà che qualcuno si ricordi di loro quando c’è da spendere qualcosa per celebrare il Sud profondo. Magari costerebbero meno dei vari Muccino e solleverebbero meno polemiche…

  • Da Fera a Rodotà, gli sfrattati dalle vie di Cosenza

    Da Fera a Rodotà, gli sfrattati dalle vie di Cosenza

    [responsivevoice_button voice=”Italian Male” buttontext=”ASCOLTA L’ARTICOLO”]
    Per i cosentini over 40, la stragrande parte della popolazione, le scuole protagoniste della recente polemica su piazza Rodotà, si trovano a via Roma. Di più: sono le scuole “di” via Roma, sebbene dopo la “rivoluzione” urbanistica del decennio scorso, la strada sia dedicata a Riccardo Misasi.
    Un cambio di denominazione al limite dell’accettabile: fuori un pezzo di memoria risorgimentale, dentro un pezzo importante di Prima Repubblica: l’esponente democristiano più importante (e potente) espresso dalla Calabria.

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    Evelina Catizone e Carlo Bilotti

    Per un notabile che entra nello scenario della città, ce n’è un altro costretto a traslocare. E riguarda un altro punto importantissimo dell’immaginario bruzio: piazza Luigi Fera, diventata Carlo Bilotti (col diretto interessato ancora in vita) durante l’amministrazione guidata da Eva Catizone. Per dare comunque un luogo a Fera, si è sacrificato un altro simbolo risorgimental-fascista: corso d’Italia. Un sacrificio necessario, perché uno come Fera non poteva proprio restare senza un posto. Per un doveroso omaggio alla memoria storica, che spesso è la grande assente delle più recenti scelte urbanistico-toponomastiche, non solo cosentine.

    Un museo all’aperto val bene una piazza Bilotti

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    Le prime statue donate da Carlo Bilotti nella loro originaria collocazione su piazza Fera. Oggi sono in via Arabia

    Luigi Fera ebbe, nell’età giolittiana, lo stesso peso che avrebbero avuto dopo i vari Michele Bianchi, Giacomo Mancini e, appunto, Riccardo Misasi.
    Avvocato di grido, professore di filosofia e giornalista, Fera fu sindaco di Cosenza nel 1900 e poi deputato. Già big della massoneria, “esplose” durante la Prima guerra mondiale, quando fu ministro delle Poste (1916-1919) e poi di Grazia e Giustizia (1920-21).
    Tutto questo per dire che il “traslocato” Fera resta un importante contatto tra la piccola storia della nostra scala provinciale e la grande storia del Paese. In altre parole, dovrebbe essere un intoccabile. Infatti, il problema non è lui né Misasi. Ma Carlo Bilotti, l’imprenditore-mecenate che sloggiò Fera per aver donato alla città le opere d’arte che decorano Corso Mazzini. Inutile ritornare sulle polemiche da cui fu investita all’epoca la ex sindaca.

    Vale la pena, però, insistere su un concetto: nessun parroco o vescovo ha dedicato una chiesa a qualcuno sol perché l’ha riempita di panche, mosaici, opere e altri ex voto. Per avere una chiesa a proprio nome occorre essere almeno santi. E per le zone della città? Le deputazioni di Storia Patria non danno regole certissime. Ma un criterio c’è: le strade e le piazze dovrebbero essere dedicate innanzitutto a personalità importanti, locali e non, e ad eventi che hanno segnato l’immaginario collettivo.

    A rischio trasloco come Fera?

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    Bernardino Alimena

    La vera bussola resta la memoria storica. Che a livello locale è poco coltivata. Già: se Fera è stato sloggiato (e la piazza dedicata a Carlo Bilotti, così come uno slargo nel cuore di corso Mazzini a sua figlia Lisa), perché lo stesso destino non potrebbe capitare in prospettiva a Bernardino e Francesco Alimena?

    In pochi sanno (ed è grave, per una città zeppa di avvocati) che Bernardino Alimena, oltre che sindaco e deputato fu un giurista di prima grandezza: fu il capofila della cosiddetta “terza scuola” del Diritto penale, che mirava a superare Lombroso e ad ammodernare i vecchi principi liberali. Suo padre Francesco, protagonista di primo piano del Risorgimento e della cultura liberale non fu da meno. Ma a ricordarli c’è solo la toponomastica. E con questi chiari di luna…

    Allarmi furon fascisti

    La scure dell’antifascismo ha colpito a metà, perché le strade cittadine recano ancora un bel po’ di richiami al Ventennio. Certo, non c’è più il rione Michele Bianchi, che comprendeva una bella fetta di territorio urbano, da Piazza Cappello a salire, fin sopra l’acquedotto.
    Al potente ex ministro dei Lavori pubblici e quadrumviro della Marcia su Roma resta la piazzetta dell’acquedotto, a cui si accede attraverso via Tommaso Arnoni, il podestà che gestì l’urbanizzazione e le opere pubbliche della Cosenza fascista.

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    Michele Bianchi, segretario del Partito nazionale fascista e ministro

    In compenso, sono spariti i riferimenti diretti all’era mussoliniana: gli Alimena hanno preso il posto di Benito Mussolini, e Guglielmo Tocci, avvocato e politico di origine arbrëshe, di Rosa Maltoni, la mamma del duce. Mentre l’antifascistissimo Ambrogio Arabia, avvocato e già sindaco, ha spodestato Arnaldo Mussolini, noto come il fratello minore del duce, un po’ meno per essere il fondatore dell’Ordine dei giornalisti e del mensile La storia illustrata. Ma tant’è: quando cadono le dittature lo sfogo iconoclasta è il minimo e ci sta sostituire i fascisti con gli antifascisti o con i liberali.

    Fuori dall’ultima infornata

    Ci sta un po’ meno la violazione della memoria, compiuta nel 2011, allo scadere dell’amministrazione guidata da Salvatore Perugini. In quell’occasione ci fu una pioggia di intestazioni a personalità minori, mentre restano tuttora prive di luoghi personalità di prima grandezza.

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    Un ritratto del cardinale Fabrizio RUffo

    Nessuno vuole inseguire le paturnie neoborboniche, ci mancherebbe. Ma una via l’avrebbe meritata senz’altro il cardinale Fabrizio Ruffo. E non perché coi suoi sanfedisti restituì Napoli ai Borbone. Ma perché fu un esponente di primo piano dell’assolutismo “illuminato”. In pratica, un riformista. Ora, se questa cosa la capiscono a Belmonte Calabro, dove al “Cardinale Rosso” è dedicato il sottopasso ferroviario, perché a Cosenza, dove tutti, anche quelli di destra, si definiscono riformisti, non gli si dedica almeno una piazzetta o un vicoletto?

    Ma le lacune, come si legge nel piccolo classico Le vie di Cosenza (Periferia, Cosenza 2012), possono essere peggiori. Mentre l’operaio di turno, altrimenti anonimo, ha ottenuto una strada nelle zone di recente urbanizzazione (quelle, per capirci, che prima erano denominate con le lettere dell’alfabeto), mancano alla conta l’abate Antonio Jerocades, illuminista avant la lettre e precursore della massoneria, e Donnu Pantu, la risposta calabrese a Pietro l’Aretino e virtuoso della pornografia in vernacolo.

    Gli smemorati di oggi

    Ma le tirate d’orecchi vanno anche ai vivi. Ad esempio, ai massoni: per carità, c’è una via Abate Salfi. Ma perché non proporne una a Ernesto d’Ippolito? Altra tirata d’orecchi ai socialisti, che forse non si sono resi conto che viale Mancini sta sparendo, inghiottito da un parco dedicato alla compianta Jole Santelli. Anzi, più che sparito, il viale non ha mai attecchito, visto che i cosentini continuano a chiamare “viale Parco” quel che ne resta

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    Un’altra pernacchia dev’essere rivolta ai “destri”: si capisce benissimo il sospiro di sollievo perché nessuno ha rimosso Michele Bianchi e Tommaso Arnoni. Tuttavia, proporre una piazza a Giorgio Almirante (che ebbe l’indubbio merito di battere per presenze ai comizi persino Berlinguer a piazza Fera) è un po’ troppo. Infatti, Cosenza annovera vari neofascisti illustri, che avrebbero la precedenza sul leader missino: dicono qualcosa Luigi Filosa, Orlando Mazzotta, Ugo Verrina?

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    Enrico Berlinguer in una gremitissima piazza (ancora) Fera

    L’esterofilia

    Peggio ancora con l’esterofilia. Tolta l’intoccabilissima piazza Kennedy (a proposito: a quando la restituzione delle “aquile”?), il resto può davvero essere un optional. Ad esempio, piazza Andy Warhol, quando il celebre musicista (e innovatore del pianoforte) Alfonso Rendano aspetta ancora un posto. D’altra parte ci fu anche chi, alla morte di Steve Jobs, propose (invano) di intitolargli la strada che ospita l’Apple Store locale. Aveva creato lui la compagnia e Cosenza ha da qualche anno una “via Paul Harris, fondatore del Rotary” in pieno centro. Con un grembiule in più forse l’inventore dei Mac l’avrebbe spuntata.
    Tuttavia, se proprio si volesse cedere all’esterofilia, perché non dedicare almeno un vicolo ad Albert Broccoli, il produttore cinematografico che lanciò James Bond? Qualcuno lo sa che la sua famiglia era originaria del Cosentino?

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    Le colombe di Cesare Baccelli, storico simbolo di piazza Kennedy, trasferite da Mario Occhiuto su viale Mancini/Parco

    Altre viuzze…

    A Cosenza ci si riempie la bocca di tre cose: cultura, antifascismo e il campo di concentramento di Ferramonti. Peccato solo che a nessuno sia ancora venuto in mente di dedicare un vico a Gustav Brenner, illustre internato di Ferramonti (perché ebreo) e fondatore dell’omonima casa editrice…
    Un last minute, invece, riguarda Francesco Principe, che ha sostituito le memorie coloniali di via Asmara.  Evidentemente, i cosentini non hanno voluto lasciare tutti i diritti d’autore a Rende, nella corsa per la grande città metropolitana.

    In fondo alla via

    Andremo sempre a “via Roma” e ci incontreremo comunque a piazza Kennedy, con l’idea di fare una puntatina a “piazza Fera” (e non Bilotti). In tutto questo, è doveroso chiedersi che fine farà il povero Stefano Rodotà, ora che la sua piazza è praticamente scomparsa, felicemente reinghiottita dal traffico automobilistico. Possibile che non ci sia un angolo di via degli Stadi da dedicargli?

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    I lavori per riaprire la neonata piazza Rodotà al traffico
  • Giustino De Vuono, un legionario di Scigliano per Aldo Moro

    Giustino De Vuono, un legionario di Scigliano per Aldo Moro

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    Tra i tanti misteri del delitto Moro e dell’agguato di via Fani, quello che riguarda Giustino De Vuono resta uno dei più inquietanti, forse anche perché apre piste mai esplorate fino in fondo. Queste piste potrebbero portare oltre le dinamiche tipiche dell’eversione, soprattutto rossa, e al di fuori dei centri nevralgici, le grandi aree industriali, in cui operavano i gruppi di terroristi.
    Potrebbero portare, rispettivamente, alla criminalità organizzata (e a certi settori deviati dello Stato) e alla Calabria.

    Il rapimento di Aldo Moro: troppa potenza per dei dilettanti

    Il commento più forte sull’agguato di via Fani proviene da un calabrese famoso, di cui è innegabile l’elevato spessore politico e culturale: Franco Piperno.
    L’ex leader di Potere Operaio parlò di “geometrica potenza” a proposito dell’azione con cui il gruppo di fuoco delle Brigate rosse sterminò la scorta di Aldo Moro senza fare neppure un graffio all’illustre prigioniero.

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    De Vuono (a sinistra) e Nirta (a destra) a via Fani

    Su quest’agguato restano importanti alcune dichiarazioni di Alberto Franceschini, fondatore e leader storico delle Br, che a suo giudizio non potevano avere la preparazione militare idonea per mettere a segno un “colpo” come quello del 16 marzo 1978. Gli unici a loro agio con le armi, secondo Franceschini, sarebbero stati Mario Moretti e Valerio Morucci. Ma le perizie su via Fani parlano chiaro: per far fuori i cinque uomini della scorta furono sparati circa 91 proiettili da tre armi diverse. Oltre 40 di questi colpi, tutti andati a segno, proverrebbero da una sola arma. Troppo, anche per persone addestrate.

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    La foto segnaletica di Giustino De Vuono

    Dopo poche ore, le forze dell’ordine fanno girare alcune foto segnaletiche. Una di queste riguarda Giustino De Vuono, detto “lo Scannato” o “lo Scotennato”.
    E questa foto ha un riscontro importante in un’altra foto, presa a via Fani proprio la stessa mattina dell’agguato: vi sono ritratte due persone, una identificata in Antonio Nirta, boss di San Luca in Aspromonte. L’altra ricorda De Vuono.

    Giustino De Vuono, da legionario a killer

    Il motivo per cui gli inquirenti sospettano di De Vuono in relazione ad Aldo Moro è un altro. Nato a Scigliano, a circa 40 km da Cosenza nel 1940, Giustino De Vuono è il figlio irrequieto di un barbiere.
    Così irrequieto che a un certo punto lascia il paese per arruolarsi nella Legione straniera. Fa ritorno, così raccontano i suoi compaesani quattro anni dopo. È sempre irrequieto, ma è più forte e determinato. Soprattutto, ora spara da Dio.
    Uno così, in Calabria può avere molte opportunità. Soprattutto come killer.

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    Giustino De Vuono legionario

    Infatti, De Vuono partecipa a rapine, rapimenti ed estorsioni. Ed entra ed esce di galera. Ma anche dall’Italia: si reca spesso in Sudamerica, dove fa la spola tra Uruguay e Brasile. La sua specialità, secondo gli esperti e i testimoni dell’epoca, sono le armi automatiche, che maneggia con gran precisione. Una precisione che gli consente di “firmare” i suoi delitti con una raggiera di colpi attorno al cuore delle vittime.

    Questa “firma” sarebbe apparsa anche sul cadavere di Moro. E avrebbe consentito a don Cesare Curioni, l’ispettore dei cappellani penitenziari che seguiva la trattativa per liberare Moro su incarico di papa Paolo VI, di riconoscere De Vuono come killer.
    Questo stando alla testimonianza di don Fabio Fabbri, il vice di don Curioni, riportata da Giovanni Fasanella nel suo Il puzzle Moro (Chiarelettere 2018).

    Il sequestro e la pista calabrese

    Ma dove porta questa pista? Alle agenzie specializzate in contractors? Alla criminalità organizzata? O a entrambe? Di sicuro arriva in Calabria, come dichiarò durante il processo per il delitto Pecorelli nel 1997 l’ex deputato siciliano Benito Cazora, incaricato dai vertici della Dc di avviare dei contatti informali con la malavita calabrese, molto attiva a Roma negli anni ’70. Cazora dichiarò ai magistrati di Perugia che un calabrese, conosciuto come Rocco, avrebbe indicato al questore di Roma il rifugio di via Gradoli.

    Lo stesso Rocco, inoltre, avrebbe offerto il suo aiuto proprio a Cazora. Questa testimonianza riporta a De Vuono, che sarebbe stato identificato da alcune persone proprio a via Gradoli, travestito da uomo delle pulizie…
    Ma per conto di chi avrebbe agito De Vuono, di cui non risultano grandi passioni politiche, se non una generica simpatia per l’eversione di sinistra?

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    Mino Pecorelli

    Ad ogni buon conto, l’ipotesi De Vuono è presa sul serio anche da Mino Pecorelli, che scrisse in un celebre articolo del suo settimanale Op a gennaio 1979: «Posso solo dire che il legionario si chiama De e il macellaio si chiama Maurizio». Dove Maurizio è il nome di battaglia con cui Mario Moretti era conosciuto nelle Br.
    Inutile dire che Pecorelli, ammazzato due mesi dopo il suo articolo sibillino, esibiva una conoscenza dei fatti superiore a quella degli altri giornalisti (tra l’altro, gli si attribuisce la conoscenza della versione completa del memoriale di Moro) che tutt’oggi risulta stupefacente e indicativa dei suoi rapporti col mondo dei servizi

    De Vuono dal Sud America a via Fani per Aldo Moro?

    L’unico punto debole di questa ricostruzione, comunque suggestiva, proviene da un rapporto del Sismi, secondo cui l’ex legionario De Vuono all’epoca del sequestro di Aldo Moro si trovava in Sudamerica. Questo rapporto è confermato dalla polizia del Paraguay, che lo considera presente sia nel proprio Paese sia in Brasile.
    Tuttavia, ciò non avrebbe impedito al supercecchino di spostarsi, anche in incognito, e di essere a Roma nei momenti clou del sequestro: cioè l’agguato di via Fani e l’uccisione dello statista, della quale si autoaccusò Moretti.

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    La scena dell’agguato di via Fani

    La fine misteriosa di Giustino De Vuono

    De Vuono sparì dall’Italia e fu arrestato nel 1983 in Svizzera, dove si trovava sotto falsa identità. Avrebbe passato i successivi dieci anni in galera a Caserta, dove sarebbe morto nel 1994. Il condizionale è quasi un obbligo, perché della sua tomba a Caserta non si trovò traccia. Ma, dato curioso, la sepoltura è stata trovata a Scigliano, senza che sia emersa la documentazione relativa allo spostamento della salma.
    È l’ultimo mistero di un tiratore formidabile…

  • Aldo Moro e Franco Piperno, i perché ancora senza risposta

    Aldo Moro e Franco Piperno, i perché ancora senza risposta

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    Quarantaquattro anni, tanti ne sono passati dalla strage di via Fani e dal delitto Moro, potrebbero essere un’occasione per fare chiarezza. Per avere qualcosa di più delle speculazioni necrofile che scattano ad orologeria in occasione degli anniversari tragici. Questo qualcosa – per ciò che riguarda il sequestro del leader democristiano – avrebbe un valore immenso, se provenisse da testimoni eccezionali.
    È il caso di Franco Piperno, che abbiamo provato comunque a contattare.

    Un mosaico in nero

    Non c’è saggio sul delitto Moro in cui il nome del fisico calabrese non compaia almeno una trentina di volte. Ne citiamo quattro, più o meno recenti, che tentano di raccontare quei fatti con gli approfondimenti doverosi e col tentativo di arrivare a una verità che vada oltre le insoddisfacenti versioni “ufficiali” senza tuttavia cedere alla dietrologia.
    Così ha tentato di fare lo storico ed ex parlamentare Miguel Gotor, nel suo Il memoriale della repubblica, uscito undici anni fa per Einaudi.

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    Franco Piperno negli anni ’70

    La spia che venne dal freddo

    Ancor prima di lui ha scritto cose significative il giornalista Francesco Grignetti, nel suo Professione spia (2002), dedicato a Giorgio Conforto, il più famoso agente del Kgb in Italia. Non è da sottovalutare, inoltre, il contributo del magistrato Rosario Priore in Chi manovrava le Brigate rosse?. E per finire, cose molto significative provengono da Il puzzle Moro, l’importante inchiesta di Giovanni Fasanella uscita quattro anni fa per Chiarelettere.

    Difficile orientarsi nel labirinto di citazioni, fatti, ipotesi documentate o solo verosimili, in cui, in un modo o nell’altro, spunta la figura di Piperno, che si ritrova al centro di un mosaico oscuro, che il professore non ha chiarito. O almeno non troppo.
    In questo mosaico c’è di tutto: l’inchiesta giudiziaria e la spy story, il racconto giornalistico e il romanzo, il saggio storico e la suggestione indiziaria. E c’è, attraverso Piperno ma non solo, un po’ di Calabria. Non mancano le polemiche, inevitabili quando le verità si moltiplicano perché ne manca una.

    Giorgio Conforto, in questa vicenda, c’entra indirettamente. Il legame tra Piperno e lui passa attraverso la figlia Giuliana, protagonista ufficialmente inconsapevole, del colpo di coda calabrese dell’affaire Moro.
    Conforto padre, nel 1979, è un funzionario del Ministero dell’agricoltura con un passato a dir poco interessante: legato all’Urss sin dalla prima giovinezza e salvato per un pelo dai rigori del Fascismo (della sua situazione si occupò personalmente Arturo Bocchini, il supersbirro di Mussolini) era stato per anni al servizio del Kgb come capocentro. Giuliana, invece, è una fisica ricercatrice, amica da anni dello scienziato calabrese.

    Proprio quest’ultimo si sarebbe interessato per procurare a Giuliana, separata da poco e con due figlie, un incarico all’Università della Calabria. Sempre nello stesso periodo Piperno e Lanfranco Pace, ex esponenti di punta di Potere Operaio, chiedono a Giuliana di ospitare due “compagni in difficoltà”. Sono Valerio Morucci e Adriana Faranda, Br in fuga, che avevano avuto un ruolo nel sequestro Moro ma si erano dissociati dall’ala dura del movimento, che faceva capo a Mario Moretti e ad Alberto Franceschini.

    Giuliana Conforto ospita i due, mentre fa su e giù dalla Calabria. E ne paga il prezzo: la notte del 29 maggio del 1979 la polizia fa irruzione in casa sua, a viale Giulio Cesare. La ricercatrice finisce in manette assieme ai suoi ospiti, di cui nega di conoscere la reale identità. Ma c’è di più: durante il blitz di viale Giulio Cesare, gli agenti trovano un arsenale di armi, tra cui la famigerata pistola Skorpion usata per uccidere Moro.

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    Lanfranco Pace negli anni ’70

    È doveroso dire che Giuliana Conforto è stata prosciolta da ogni accusa a livello giudiziario. Ma restano alcuni dubbi a livello storico. Il primo deriva dalle dichiarazioni di Pace e Piperno, riportate da Grignetti, che risultano in parte discordanti. Infatti, Pace dichiara di aver rivelato alla Conforto importanti elementi sull’identità dei suoi ospiti. Piperno, invece, si è limitato a parlare di “compagni con problemi”.

    Ma la dietrologia non finisce qui, perché Fasanella e Gotor vanno oltre. E pensano che nel blitz di viale Giulio Cesare potrebbe aver avuto un ruolo Giorgio Conforto, che avrebbe “consegnato” Morucci e Faranda in cambio della “salvezza” di Giuliana… sono ipotesi non confermate ma, a quel che risulta, neppure smentite.

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    Il brigatista rosso, Valeri Morucci

    La deposizione

    Lo spessore politico e intellettuale di Piperno emerge in pieno dalla deposizione resa il 18 maggio 2000 alla Commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo in Italia, presieduta dall’ulivista Giovanni Pellegrino.
    In quell’occasione Piperno racconta il suo ruolo nel sequestro Moro. La vicenda è risaputa: su invito di Mario Scialoja, all’epoca direttore de l’Espresso, lo scienziato calabrese tentò una mediazione col Psi, attraverso il vicesegretario Claudio Signorile, per rompere il “fronte della fermezza”, costituito – com’è noto – da Dc e Pci.

    Nella sua deposizione, Piperno dice due cose importanti, che suonano un po’ come una smentita e un po’ come una reticenza. Afferma che il suo gruppo, che faceva capo alla rivista Metropolis, non aveva rapporti con Morucci e la Faranda e dice di non ricordare quali fossero stati i suoi contatti con le Br. Al riguardo, si spinge oltre: «Anche se li ricordassi non li direi, per un impegno d’onore».
    Poi marca la differenza tra Potere Operaio, di cui era stato leader, e le Br: anarcosindacalista e “sorelliano” PotOp; comuniste, anche d’ispirazione cristiana, le Brigate. Carica d’ironia l’accusa di “analfabetismo politico” rivolta ai brigatisti. Ma anche un’accusa facile, perché a livello culturale tra lui e Negri da un lato e i vertici delle Br dall’altro c’era un abisso.

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    Adriana Faranda, militante delle Brigate Rosse

    Resta un dubbio su due aspetti della vicenda: Morucci era comunque una conoscenza di Piperno, visto che proveniva da Potere Operaio. E, come abbiamo visto, resta agli atti l’impegno del professore calabrese per aiutarlo dopo la rottura.
    Inoltre, Morucci, pur avendo avuto un ruolo forte nel sequestro di Moro (lui e la Faranda sarebbero stati i “postini” delle Br), era entrato in collisione con l’ala militarista e mirava a negoziare. Possibile che non sia stato proprio lui il contatto di Piperno? E ancora: Flora Pirri, all’epoca moglie di Piperno, fu arrestata con l’accusa di aver partecipato all’attentato di via Fani. Fu una svista clamorosa, che – per fortuna – non ebbe conseguenze giudiziarie. Ma è una svista indicativa di come i movimenti e i legami del prof fossero più che attenzionati.

    Infine, sull’unico numero di Metropolis fu pubblicato un fumetto che raccontava in termini realistici (e corrispondenti al vero) gli interrogatori subiti da Moro. Siamo sicuri che i contatti del prof fossero persone “borderline”, come dice lui o elementi interni?
    Secondo aspetto: Gotor ipotizza che l’impegno di Piperno mirasse a discolpare gli ambienti dell’autonomia dalle accuse di collusione con la lotta armata. E questo è comprensibile, sebbene operare distinzioni in ambienti “permeabili” in cui i militanti passavano da un gruppo all’altro con facilità sia tuttora impossibile.

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    L’agguato di Via Fani in cui fu rapito Aldo Moro

    E tuttavia: perché proprio Piperno? Solo perché era figura di grande spessore e prestigio o, non piuttosto, perché in PotOp si erano formati alcuni futuri militanti delle Br?
    Su altre accuse, Piperno ha dato smentite secche. Ci si riferisce a quelle, formulate da Gotor, secondo cui lui avrebbe gestito la vicenda dell’appartamento di via Gradoli.
    Ne prendiamo atto, anche perché questa vicenda è oggetto di una pesantissima querela rivolta dalla giornalista tedesca Birgit Kraatz a Gero Grassi, ex membro della Commissione Moro 2. Ma non ci sono sue smentite su quanto scrivono Grignetti e Gotor sui rapporti con Morucci.

    La scuola delle spie

    L’aspetto più inquietante della parabola delle Br e quindi del sequestro Moro resta la scuola di lingue Hyperion, fondata a Parigi nel ’77 da Corrado Simioni, intellettuale inquieto ed ex membro del gruppo originale da cui sarebbero sorte le Brigate Rosse.
    Assieme a Simioni ebbero un ruolo in questa scuola anche Duccio Berio e Vanni Mulinaris. I tre avrebbero, inoltre, fatto parte della cosiddetta Superclan (che sta per Super clandestina), un’organizzazione scissionista delle Br, di cui non approvava le modalità operative.

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    Il corpo senza vita di Aldo Moro ritrovato in via Caetani

    Piperno nella sua deposizione afferma di non aver avuto rapporti con la scuola Hyperion. Tuttavia, secondo Priore, questa scuola avrebbe avuto rapporti con le Br: aprì una sede a Roma poco prima del sequestro Moro e questa sede era vicina a via Caetani, dove fu ritrovato il corpo dello statista. E ci sarebbe dell’altro: secondo molte accuse, mai finite in una sentenza, Hyperion sarebbe stata una “centralina” sia dei gruppi eversivi internazionali (Olp, Ira, Eta e Br ecc.) sia di alcuni Servizi segreti, tra cui Cia e Kgb. Il che riporta senz’altro a Conforto. Ma anche ad altri Servizi: in questo caso la Stasi, che aveva schedato Piperno, Morucci, Faranda, Pace e altri protagonisti di questa vicenda.
    Inoltre, un docente di Hyperion fu l’ex PotOp Toni Negri. Davvero è impossibile saperne di più?

    Inchiesta alla ’nduja

    Il contraccolpo sulla Calabria fu il blitz all’Unical dei carabinieri del generale Carlo Alberto dalla Chiesa, avvenuto il 29 giugno 1979. Fu una maxiperquisizione senza esiti giudiziari ma seguita da polemiche aspre.
    Contro il generale si schierò Giacomo Mancini. I comunisti, in particolare Franco Ambrogio, presero posizione contro le Br.
    Altri tempi. Che sarebbe opportuno ricostruire con più chiarezza.

    Franco Piperno in una foto di qualche anno fa