Autore: Giuseppe Smorto

  • Il sub e il Filosofo: gloria e oblio di Peppino Mavilla

    Il sub e il Filosofo: gloria e oblio di Peppino Mavilla

    “Reperto numero 8, membro virile in bronzo”. L’altra settimana è scomparso a Reggio Calabria Giuseppe “Peppino” Mavilla, personaggio popolarissimo in città: pioniere dello sci a Gambarie, skipper e sub: noto per aver consegnato alla Soprintendenza “La testa del filosofo”, un reperto che compete in bellezza con i Bronzi, come loro esposto al pianterreno del Museo firmato dall’architetto Marcello Piacentini.

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    La testa del filosofo

    La notizia è stata liquidata con due colonnine in cronaca, senza nemmeno una foto: che io abbia letto, solo il professor Pasquale Amato – che non a caso è uno storico – ha ricordato Mavilla. Che aveva 83 anni, una salute malferma («troppe immersioni, ma quanto mi sono divertito!») e una mente lucidissima: viveva con la moglie In un grande condominio di Gallico, non troppo vicino al suo mare.

    Un reggino ammalato di dietrologia (categoria molto diffusa) potrebbe dire che Mavilla se n’è andato portandosi dietro qualche segreto. Per quanto abbia potuto constatare io – nel corso del lavoro preparatorio per il film “Semidei” insieme a Massimo Razzi – se n’è andato piuttosto arrabbiato.

    E allora bisogna tornare a quegli anni, certo movimentati: “La Testa del Filosofo” viene recuperata nell’ottobre 1969, la scoperta del Bronzi è del 16 agosto del 1972. In tutta Italia si susseguono scoperte e predazioni. Forse migliori attrezzature sub, un mercato miliardario sull’asse Svizzera-Stati Uniti, una certa tolleranza delle autorità costituite, la pervasiva presenza delle mafie. In più, ed è incredibile rileggere certi pezzi, una mitizzazione di personaggi ambigui: come i “tombaroli”, per esempio. Poi, per fortuna, arrivano leggi più stringenti e maggiori controlli sul territorio.

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    Quel che resta dell’antica Sybaris

    Il tesoro che non sappiamo di avere

    Basta scorrere con il dito una mappa della Jonica calabra, da Sibari all’antica Rhegion, per poi risalire verso Rosarno e Vibo, per immaginare quanti tesori abbiano lasciato a terra e sotto il mare i nostri antenati greci, i fondatori, e le navi romane che andavano sotto costa in Calabria, prima o dopo la traversata. Una fissazione di funzionari come Alessandra Ghelli, responsabile dell’archeologia subacquea a Reggio e Vibo, che dovrebbe essere anche la nostra.

    Ma oltre cinquant’anni fa come oggi, la frase “non ci sono soldi” ferma o rallenta ricerche che potrebbero portare a nuove, clamorose scoperte. Come fu quella del relitto di Porticello, firmata dal sub 29enne Peppino Mavilla: che consegnò alcuni giorni dopo i reperti al dottor Giuseppe Foti. Il Soprintendente, un uomo fortunato: tre anni dopo controfirmò anche la denuncia del sub romano Stefano Mariottini («due statue in bronzo nella sabbia a 7-8 metri di profondità, in località Porto Forticchio, Riace Marina»).

    Per quel recupero, Mavilla ebbe un premio di 52 milioni di lire, Mariottini prese più del doppio per i Bronzi: sappiamo oggi che si tratta di opere di valore inestimabile, vanto e magnete della città e del Museo. Mavilla continuò poi a girare per il Mediterraneo con il suo yacht per crociere e immersioni. Collaborò con ricerche archeologiche per poi finire negli States. Mariottini è rimasto testimonial della Soprintendenza e ha proseguito negli anni il suo impegno in ricerca e difesa dei Beni Culturali.

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    I Bronzi di Riace esposti al Museo archeologico di Reggio Calabria

    Una denuncia che non arriva subito

    Mavilla non registra subito la scoperta del relitto di Porticello. A leggere i documenti, qualche contraddizione sulle date resta. È un sub esperto e irruente, ride spesso della sua incoscienza. «Una volta mi diedero per scomparso, ma ero stato solo risucchiato dalla corrente durante la decompressione verso il centro dello Stretto, dentro i gorghi cantati da Omero».

    Racconta nel libro “L’immensa onda” la sua pesca in un’area funestata dalle bombe dei cacciatori di frodo: «Vidi due cernie partire dentro una piccola caverna e scattai in avanti con lampada e arpione, quando notai che stavo passando sopra uno strano biancore di scogli. Ma non erano pietre, avevano dei manici, erano delle anfore! Mi sollevai di qualche metro, le anfore erano tante, e quello era un relitto, il relitto di Porticello. Da quel momento non fui più padrone della mia vita».

    Ancorata fra Villa e Scilla, la nave greca era andata a picco intorno al 400 a.C. per una tempesta. Mavilla continua le sue ricerche, affitta un piccolo deposito, teme quello che lui chiama i “bombaroli”, pescatori e predatori che lo hanno visto all’opera.

    A 38 metri trova una statua di Poseidone «fiero e sorridente», è a rischio embolia e risale, spera di poterla recuperare il giorno dopo, ma il giorno dopo la statua non c’è più!

    «Al tramonto, dopo due ore di attesa sulla riva, la lancetta del decompressimetro mi indicò un certo spazio di sicurezza, e tornai giù con rabbia. Scavai come un forsennato nella parte dove affioravano pezzi di statua, e poi finalmente la testa, che mi sembrò molto pesante».

    L’Enciclopedia Treccani Arte definisce così Il Filosofo: «Le sembianze sono genericamente quelle di un sapiente e intellettuale (Ardovino), richiamando i ritratti di Sofocle (Freí) o suggerendo, sulla base di un’interessante lettura stilistica, il possibile ritratto «di ricostruzione» del poeta Esiodo».

    Mavilla porta a casa tutto, la madre comincia a pulire la testa da una massa di fango, e li viene fuori il membro. Risate miste a una certa paura. Il padre a quel punto gli ordina di portare tutto al Museo, ma Mavilla disobbedisce: la mattina dopo torna a Porticello, recupera altri pezzi, compreso il piede del Filosofo. Tutti i reperti arrivano infine sul tavolo del Soprintendente, come da denuncia che pubblichiamo (foto in basso).

    Ma nel frattempo, il relitto non viene presidiato, e questo è il grande rimpianto di Mavilla. Mani ignote portano via di tutto, compresa un’altra Testa, che riappare vent’anni dopo nel Museo di Basilea e viene poi recuperata dal Ministero italiano nel 1993: per la prima volta la Svizzera restituisce un’opera d’arte. Anche lui barbuto e in bronzo, è stato a lungo chiamato con il nome della città svizzera, ora ha preso il nome di Testa di Porticello (per cancellare lo scandalo) ed ha avuto il privilegio di essere esposto anche altrove. Chi lo recuperò? Mavilla ha sempre attaccato la superficialità di forze dell’ordine e Soprintendenza che non difesero il relitto dai predoni. Ha fatto nomi e cognomi. Una parte della città gli ha restituito il pettegolezzo: si è fatto ricco con il relitto.

    Dove sono finiti gli altri reperti?

    E qui arriviamo alla sua rabbia. «A un certo punto me ne sono andato a New York per fare i lavori più umili». In tribunale ha sempre avuto ragione lui. Tornato a casa e riconciliatosi mentalmente con la città, ha ripetutamente chiesto al Museo dove fossero finiti gli altri reperti recuperati insieme alla Testa, prima di tutto il membro, presentando denuncia ai carabinieri. Una gentile funzionaria ha risposto con grande ritardo dicendo più o meno «è tutto a Piazza De Nava, tutto sotto controllo». Mavilla chiedeva che il Museo ricordasse che quel meraviglioso volto era stato da lui ritrovato e donato a Reggio. Voleva il suo nome da qualche parte, e tutto sommato aveva ragione.

    Non a caso, sul biglietto da visita, aveva scritto: “Giuseppe Mavilla, Scopritore della “Testa del Filosofo”. Chissà se ora Reggio lo salverà dall’oblio, piccolo pezzo della grande storia della città.

  • Agostinelli e Gioia Tauro: a chi non piace il presidente del porto?

    Agostinelli e Gioia Tauro: a chi non piace il presidente del porto?

    La tenuta democratica della nostra regione si misura anche da quello che succederà dopo l’aggressione al presidente del porto di Gioia Tauro Andrea Agostinelli. L’ammiraglio è stato apostrofato e poi stretto al collo da due signori, sul traghetto fra Messina e Villa San Giovanni, nel pomeriggio del 25 aprile. Agostinelli è andato in ospedale, e poi ha denunciato tutto ai carabinieri.

    Prima commissario e poi presidente, con responsabilità in altri porti della Calabria, Agostinelli è una persona che non le manda a dire e che ha dimostrato ancora una volta di avere coraggio. Poteva non denunciare, poteva stare zitto e chiudere con il solito “chiarimento”. Su quel traghetto credo si sia sentito solo.

    Il porto di Gioia Tauro e i risultati di Agostinelli

    E quindi il tessuto democratico – la politica, i cittadini, l’informazionedeve fare sentire la sua voce in questa storia. Anche per i risultati che Agostinelli ha portato: Gioia Tauro è il primo porto italiano per movimento container, e questo non fa piacere ad altri scali del Nord. Compete con Algeciras, Pireo, è all’ottavo posto in Europa.
    Con un migliore collegamento ferroviario – che Agostinelli ha chiesto per anni e solo recentemente ottenuto – Gioia sarebbe ancora più forte. Con una Zes vera – e cioè non capannoni vuoti, anni di truffe – sarebbe il volano economico per tutta la Calabria.

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    Navi cariche di container nel porto di Gioia Tauro

    Se il porto di Gioia Tauro non è più noto solo per i sequestri di droga, se non viene più definito il porto della cocaina, se il terminalista Mct ha deciso di investire in strutture e occupazione, questo si deve anche a lui. Le ultime tre gru sono arrivate in febbraio dalla Cina, ogni gru vale 150 posti di lavoro.

    Trent’anni indietro

    A chi non piace Agostinelli? C’è una questione legale in corso, legata a un tragico incidente sul lavoro. Accusato di comportamento omissivo, dovrà subire un processo. È stato rinviato a giudizio, si difenderà. Nel frattempo ha tolto la concessione alla ditta che stava effettuando quei lavori. È questo il motivo dell’aggressione? Non lo sappiamo. Ma sappiamo che senza Agostinelli si torna indietro di trent’anni, al deserto e al deficit.

  • Pari opportunità: né partiti né colore… tranne in Calabria

    Pari opportunità: né partiti né colore… tranne in Calabria

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    Ci sono temi che non sono di destra o di sinistra, perché sono bisogni e diritti garantiti dalla Costituzione. Per esempio, la Sanità. Ci sono temi che non dovrebbero entrare nel maledetto spoils system, perché quello che i cittadini si aspettano dalla politica è che metta la persona giusta al posto giusto, e non il più fedele. Ci sono temi universali che toccano la pelle delle persone, che non dovrebbero mai essere oggetto di una contesa personale di coalizione, di corrente, di vicinato. Per esempio, le Pari Opportunità.

    Pari opportunità: il caso De Blasio

    E invece stavolta è successo, alla Regione Calabria, un grottesco incidente: Daniela De Blasio, nominata alla presidenza della Commissione, si è dimessa dopo 24 ore. Fattore scatenante, un comunicato di Fratelli d’Italia che rivendicava la carica. Motivo ufficiale e diplomatico, l’impegno della manager reggina – un lungo curriculum sui temi di genere, incarichi di rilievo nazionale, lo Sportello Donna – accanto alla vicepresidente Giuseppina Princi.

    La sede del Consiglio regionale della Calabria

    Un incidente di percorso per una Giunta che sta lavorando molto sul piano dell’immagine, sua e della Calabria. Ma questa vicenda è un case-history sul quale forse è il caso di fare un ragionamento. Sono vicende così che allontanano i cittadini dalla politica. Dove domina il gusto del parlare, dei comunicati ermetici e comprensibili solo agli addetti ai lavori.

    Le poltrone di Fratelli d’Italia

    Capita che il presidente del Consiglio regionale, il leghista Mancuso, faccia i complimenti a De Blasio per la nomina alle Pari opportunità, e che poi arrivi in tempo reale il comunicato polemico di Fratelli d’Italia. Che testualmente scrive: «Non siamo attaccati alle poltrone, però non possiamo rimanere impassibili». Tralasciando l’uso del termine “poltrona” e cioè il contrario di una concezione della politica al servizio del cittadino: anche in termini di comunicazione, sembra che la pari opportunità sia quella di dividersi le cariche, quindi l’uso di quel termine è un autogol.

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    De Blasio e Mancuso

    Io da cittadino avrei voluto sapere e capire perché la dottoressa De Blasio non va bene, e quali sono le idee dei partiti in un comparto così sensibile, dove la disoccupazione femminile è sopra il 30 per cento, a livelli peggiori rispetto a dieci anni fa. De Blasio ha preso 10 voti su 11 in Commissione, quindi una nomina bipartisan, assenti solo i due consiglieri di FdI. Una scelta con una sua logica e con un certo consenso.
    Invece, tanto tempo perduto, e una sfiducia nel Palazzo che cresce.

  • Cardeto, quando vince il cibo dei resistenti

    Cardeto, quando vince il cibo dei resistenti

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    Capita sempre più spesso che a Cardeto arrivino turisti. Una volta chi parlava straniero era un emigrante che aveva quasi dimenticato la strada di casa, non i suoi profumi. Oggi succede di incrociare giapponesi, tedeschi: molto spesso si perdono al bivio che sta all’ingresso del paese. A sinistra si va verso l’Aspromonte, a destra si scende verso la sponda destra del torrente Sant’Agata, terra di cardi e di greco antico.

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    Giovanna, Marcello e Irene, la famiglia de Il tipico calabrese

    Un motivo per questo via-vai c’è, un piccolo ristorante a metri zero, perché l’orto è proprio accanto. Si chiama Il Tipico Calabrese, ed è gestito da Giovanna Quattrone e Marcello Manti. Lui faceva il graphic-designer nelle Marche e poi ha deciso di tornare. Lei è la grande custode delle tradizioni di famiglia.

    Cardeto su TasteAtlas

    Ora che il loro nome è apparso nelle classifiche mondiali di TasteAtlas, con un lusinghiero 4,8 su 5, forse è il caso di rileggere loro storia, esempio di Calabria resistente, attenta alla memoria e alla cultura contadina, con un piede nel futuro. Io l’ho raccontata nel libro A sud del Sud, ma ogni volta si arricchisce di nuovi capitoli.

    È Cardeto un paese di castagneti a filiera con pianori a nord e a sud, fagioli, grano e pere dai mille nomi. Solo Marcello vi spiega le differenze fra una e l’altra, e vengono in mente quei frutti che facevano il profumo nelle case dei contadini, buon augurio nel giorno del matrimonio. E del resto in lingua grecanica capra e albero si possono dire in decine di modi, qui servirebbe Gerhard Rohlfs, il glottologo tedesco che faceva da interprete fra i calabresi di valli diverse.

    Entrare al Tipico disorienta: potrebbe essere un Museo, una Biblioteca (Marcello ha una invidiabile collezione di libri sulla Calabria), una sala di musica dove gli strumenti antichi non sono impolverati ma usati spesso. La cucina? Lì Giovanna e Marcello vi tengono per mano stagione per stagione, la ‘nduja è l’unico prodotto non paesano, quei quaranta minuti che ci vogliono da Reggio non sono mai spesi male, anche per via del panorama. A poco a poco Il Tipico è entrato nelle guide di tendenza, premiato più volte da Slow Food. Ora, addirittura, TasteAtlas.

    I canti delle donne di Cardeto

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    Contadine calabresi (foto Alan Lomax)

    Resta una storia da ripetersi, fatevela raccontare da Marcello, perché ha una sua magia. Intorno al ‘53 arrivò a Cardeto dalla montagna uno scassato pullmino Volkswagen: a bordo c’erano Alan Lomax, l’antropologo che aveva scoperto Woody Guthrie, accompagnato dall’etno-musicologo Diego Carpitella.
    Avevano sentito parlare dei canti delle donne di Cardeto: loro ogni mattina per andare sui campi a lavorare ci mettevano due ore (quindi 4 a fine giornata). Lomax registrò quelle melodie per studiarle, offrendo dei soldi in cambio. Anche oggi c’è qualche vecchietta che dice: «Vu’ ricordati u’mericanu ch’ ‘ndi pavava m’ cantamu? Vi ricordate l’americano che ci pagava per cantare?».

    Il giro del mondo

    Poco prima della pandemia, nel gennaio 2020, Anna Lomax, figlia di Alan, anche lei antropologa, è tornata sulle tracce del padre, ha incontrato Marcello e gli ha consegnato i nastri originali. Ha detto: «Ora capisco perché mio padre tornava senza soldi in America». Dentro il ristorante c’è una targa, i canti di Cardeto – come quelli dei pescatori della tonnara di Vibo – sono così di nuovo a casa dopo aver fatto il giro del mondo.
    Grazie a quel 4,8, è il momento di fare un brindisi in musica.

  • Sant’Agata: la montagna dove la musica è cambiata

    Sant’Agata: la montagna dove la musica è cambiata

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    Sarà capitato anche a voi: si va, si torna da un posto dove si è stati in pace e improvvisamente torna a fuoco, magari in dormiveglia, una collina che andava esplorata, l’acqua di una fontana che andava bevuta, due parole buttate lì che valevano un discorso, e invece non c’è stato tempo. Come una nostalgia recente. E quindi verrebbe voglia di risalire subito verso Sant’Agata del Bianco, lasciandosi alle spalle le vertigini del mare aperto, le nuove coltivazioni di bergamotto, le vigne del Mantonico, alzando gli occhi verso la montagna da dove arriva la musica. Verso uno dei cento e cento paesi della Calabria interna, senza sapere quanto lo troverai deserto: ma Sant’Agata no, non è deserta come Ferruzzano che sta a portata di sguardo. Quantomeno, non lo è di pensieri, azione e idee.

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    Rocce e murales nel centro storico di Sant’Agata del Bianco

    Sant’Agata del Bianco: il paese di Saverio Strati

    E quindi, in attesa di tornarci, questa è la sua storia e la sua acqua: il paese dello scrittore Saverio Strati e dei diciotto murales, del centro rimesso a nuovo, di un contadino-scultore di nome Vincenzo Baldissarro, di un monolite scolpito tra agli ulivi, perché si sa che l’Aspromonte è anche il posto delle grandi pietre. Di Totò Scarfone che raccoglie gli oggetti del Museo delle Cose Perdute e vuole allargarsi, di musicanti e film. Il degno seguito di una visita alla Villa Romana di Casignana, che sta a 13 chilometri, sulla Jonica reggina.

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    L’interno della casa dello scrittore Saverio Strati

    «Questi artisti c’erano già tutti, ma prima erano soli», dice il sindaco Domenico Stranieri, insegnante di filosofia al Nord in aspettativa non retribuita (e per scelta, senza indennità di missione).
    «Abbiamo cominciato a dare un nome ai luoghi, si era persa l’identità del paese», aggiunge. «In certi punti, dobbiamo riconquistare il panorama: il cemento senza nessuna regola lo ha cancellato».

    La casa di Strati era chiusa, ristrutturata così così, dentro trovarono un materasso. Oggi è un murale a due piani. «Il Comune era messo male, i regolamenti risalivano agli anni ’90. Siamo partiti dalle rovine, abbiamo cercato di coprire i debiti prima di tutto. Poi ho pensato che il paese avesse bisogno di socialità, è nata una piccola scuola calcio. Un paese dove si potesse vivere anche a piedi, senza andare a cercare tutti i servizi nei posti vicini».

    Il campione di cricket venuto dalla Spagna

    Domenico Stranieri ha conosciuto Jaime Gonzalez Molina, uno spagnolo arrivato qui per amore. Ex campione di cricket, Jaime è entrato nella lista per le elezioni, poi è diventato assessore: la carta in più per Sant’Agata e altri paesi ai bandi Ue (dove la Calabria brilla spesso per non partecipazione), magari per dare una migliore illuminazione ai centri abitati. «E qualche volta la maggioranza fa festa con la paella invece che con la capra».

    Ma potete trovarlo a piantare i cartelli stradali insieme al sindaco (Sant’Agata sembrava irraggiungibile), a pulire il percorso dei palmenti scavati nella roccia: capita che i due si diano il cambio per andare a fare una doccia. Perché chi governa il paese (in Giunta c’è anche Gina Mesiano, vicesindaca, sempre in prima fila) non ha tempo da perdere: troverete loro a spostar le sedie, a montare i palchi, a recuperare la storia dei palazzi: come quello di “Don Michelino”, che nel romanzo di Strati Tibi e Tascia dà al ragazzo l’opportunità di studiare.

    E qui tocca rivedere la vita dello scrittore, che fa tutti i mestieri fino a 21 anni, poi grazie a un parente che si è fatto ricco in America riesce a diplomarsi, trasferirsi nel Fiorentino e scrivere come se fosse una malattia, fino a vincere il Premio Campiello: ora Rubbettino ha acquisito i diritti di tutti i suoi romanzi e li sta pubblicando.

    Sant’Agata del Bianco, il paese dei poeti contadini

    Ma ogni casa ha una storia nel paese, lo scrittore santagatese Giuseppe Melina ha sempre sostenuto che qui c’è un gene che emerge «dal fondo greco della nostra cultura». Stranieri mostra la copertina di Vie Nuove, rivista-rotocalco del Pci: nel 1953 dedicò una copertina ai poeti contadini di Sant’Agata (ecco il gene) che recitavano a memoria la Divina Commedia.

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    Murales che rievoca i poeti contadini (foto pagina fb Insieme per Sant’Agata)

    La sua squadra, che ha molti giovani, è riuscita così a fermare il tempo prima che tutto questo andasse perduto: «E ora non ci si vergogna di recitare poesie». Prima che Sant’Agata si trasformasse in un non-paese, con le case sbarrate e indivise, che non interessano più ai figli dei figli che sono partiti, il silenzio. Invece qui si torna, anche con il cuore: mesi fa il sindaco ha ricevuto una grande busta piena di cd e di ritagli stampa. Gliel’ha spedita Salvatore Barbagallo, in arte Mauro Giordani, che è stato autore per Celentano e cantante. Partì a tredici anni con la famiglia per Milano, è stato contento di rivedere Sant’Agata (600 abitanti) sui giornali, e vuole far parte dell’orchestra.

    Da Voltarelli allo Stato Sociale

    Come se questo paese avesse una sua colonna sonora. Da qui passano e tornano i migliori interpreti del folk e della canzone d’autore, Mimmo Cavallaro, Ettore Castagna, Peppe Voltarelli. Qui hanno amici e legami star come Calcutta, qui ogni estate torna Lo Stato Sociale per il Festival Stratificazioni (direttore artistico Fabio Nirta).

    L’edizione 2020 del festival Stratificazioni

    Ma qui bisogna fermarsi e tornare purtroppo a parlare di politica. Perché la Regione – per la precisione il Dipartimento al Turismo – ha scritto che sosterrà i paesi al di sotto dei 5.000 abitanti che possono offrire almeno 500 posti letto. Neppure consorziandosi con altri, Sant’Agata ce la farebbe. Stranieri ha scritto una lettera molto dura al presidente della Regione Roberto Occhiuto, e aspetta una risposta.

    Stratificazioni si farà lo stesso, gli artisti verranno anche gratis, anche per ammirare la strepitosa location: le rocce di Campolico, con vista sull’immenso letto della fiumara La Verde e sul mare, ospitano ogni estate concerti, presentazioni, happening teatrali e film. C’è solo una musica non gradita qui, quella dei neomelodici: «Ma io – dice il sindaco – sono come un buon padre di famiglia, e mai spenderò soldi pubblici per cantanti che inneggiano alla mafia». Il paesaggio è quello ritratto da Edward Lear, l’intenzione è quella di recuperare il Belvedere di Contrada Cola, dove Strati si rifugiava a scrivere.

    Aspettando le foto di Steve McCurry

    Questa è dunque la storia di Sant’Agata, che rinasce dalle case diroccate per diventare un paese moderno, dove si parlano le lingue e la tradizione non è una catena, c’è il wi-fi comunale e un punto di incontro che si chiama Il giardino del pensiero, dove arrivano scuole da Calabria e Sicilia, con il passaparola. Dove le finestre sono narranti, e le sculture nella roccia vanno viste al tramonto.

    Un paese che rischiava di essere cancellato dalla nostra memoria e invece sta su YouTube e in tante kermesse, e prossimamente nelle foto scattate da Steve McCurry. Dove passano artisti e poeti, superando chilometri, stereotipi e mancanza di cachet. E qualche volta c’è una visita più speciale di altre: a Sant’Agata è arrivata anche quella che è stata la prof d’italiano di Domenico Stranieri al liceo di Locri. Rita Incorpora, figlia di uno storico dell’Arte, ha voluto fare i complimenti al sindaco. Li merita anche lei, chi siamo noi se non il frutto dei nostri maestri?

  • Il Venerdì nero e il miracolo di Taurianova

    Il Venerdì nero e il miracolo di Taurianova

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    «Mio fratello aveva vinto un viaggio-premio con la Findus, disse: vieni, mia moglie rinuncia, dobbiamo tirarci su. Andammo dunque a Rio de Janeiro: stavamo salendo verso il Cristo del Corcovado quando sentimmo alla radio la parola “Taurianova” E io mi sentii piccolo così».
    Negli anni ’90 la frase «Tanto si ammazzano fra loro» non prevedeva la presenza di innocenti.

    Il paese di don Ciccio Macrì detto Mazzetta, della sua Mercedes e dell’ospedale che sistemava tutti. Pertini che lo caccia via con un provvedimento senza precedenti, il consiglio comunale sciolto per mafia. E poi la faida, la Calabria buia, perduta, tribale. Oltre trent’anni dopo, è successo che alcuni parenti delle vittime – delle une e delle altre famiglie – hanno ideato e partecipato a un docufilm, presentato nella chiesa del Rosario. Persone da ascoltare – gente come noi, con gli occhiali, con i figli, ma bollati a vita – perché questo è un piccolo miracolo. Un segno di futuro, che va oltre la paura e il risentimento.

    Così hanno salvato i bambini delle faide 

    C’è una storia di quegli anni, rivenuta fuori da poco e raccontata anche da don Luigi Ciotti: a quel tempo, i bambini delle faide calabresi furono nascosti a casa di famiglie che si offrirono di crescerli, a rischio della vita. Quei bambini oggi sono uomini e donne salvate, magari hanno un altro nome, uno fa il musicista. Il male ha un appeal commerciale, il bene stufa: chi ha mai raccontato questa storia? Del resto viviamo in un paese in cui i libri noir sono più degli omicidi.

    Quel romanzo e la distruzione di una comunità

    Patria di Fernando Aramburu non è un noir ma una storia vera: letta, riletta, regalata. Parla del terrorismo dell’Eta nei Paesi Baschi, di innocenti ammazzati, di esistenze al buio e morti che camminano, di un sentimento che non è mai perdono, forse rimorso. Di posti chiusi, silenzi e omertà. Aramburu racconta la distruzione di una comunità, che è poi quello che accadde a Taurianova e ad altri paesi della Calabria. Con una rinascita che arriva all’ultima riga.
    Quindi, ecco il docufilm Il Venerdì nero: dopo trent’anni di silenzio che non sono passati invano. Insolita la location per la presentazione, ma girando per la Calabria, scoprirete che moltissime esperienze di riscatto, di lavoro e di resistenza partono da una molla, la fede. Non ci sono state solo processioni fermate sotto il balcone del boss, ma preti e, meno spesso, vescovi che si sono ribellati.

    Fu una faida feroce, i particolari macabri stanno dentro la letteratura della ‘ndrangheta e ne parlarono anche a Rio, come racconta il figlio e nipote di due vittime, oggi assessore. Ci furono decine di morti, fu colpita una ragazzina. La vendetta doveva arrivare ai figli dei figli, ai padri dei padri. Taurianova è più grande di Locri, ha il colore delle campagne. In certe strade senza nome ci si perde, ogni tanto il cippo di una Madonna e fiori finti, confini invisibili, e una varietà incredibile di case: esagerate, non-finite, dignitose. Ci sono tornato di recente per Agrifest, su invito di un gruppo di ragazzi conosciuti in un centro civico dove si fa formazione e accoglienza: lavorano per la buona e sostenibile agricoltura, prezzo giusto, salario giusto.
    Ma quanti anni sono passati, Taurianova? Nel ’91 per la mattanza scattò il coprifuoco.

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    L’articolo della Gazzetta del Sud sulla terribile strage di Taurianova, nota come il “Venerdì nero”

    Tutto quello che è rimosso, prima o poi riaffiora

    Il sociologo Mimmo Petullà, figlio di una vittima, dice nel film: tutto ciò che è rimosso, prima o poi riaffiora. «E non bisogna scadere nella commemorazione, lo scopo è quello di ricostruire una memoria collettiva. La ‘ndrangheta ha paura della memoria, ha bisogno di persone che non pensano». Dietro di lui, la foto del padre. I ragazzi del Pci appena diventato Pds scesero allora in piazza per dire basta, Giovanni Accardi dice: «Volevamo occupare il nostro spazio di giovani, non potevamo mettere la testa sotto la sabbia». Il Partito comunista aveva già i suoi martiri: Rocco Gatto, Giuseppe Valarioti, Giannino Losardo.

    «Noi non ci vendicheremo»

    Il Venerdì Nero, un anno di lavoro, è firmato da Nadia Macrì, che è direttrice di Taurianova Talk, e dal cugino Filippo Andreacchio. Il loro nonno si chiamava Antonio Alampi e fu colpito alle spalle, nella campagna verso Polistena. «La sua storia ha segnato la nostra famiglia: era tornato a piedi a casa dalla guerra, aveva visto l’orrore. Non sopportava le armi. Due settimane dopo uccisero nello stesso luogo un’altra persona, ci è rimasta sempre in testa l’ipotesi che nonno Antonio fosse stato colpito per sbaglio». In chiesa, Vincenzo “Cecé” Alampi, suo figlio, si alzò in piedi per dire che no, loro non avrebbero reagito. «Andiamo avanti, non ci vendichiamo» disse. Poi è diventato direttore della Caritas diocesana. Oggi aggiunge: «Non siamo rimasti intrappolati dalle ragioni del passato».

    Nadia Macrì era bimba a quei funerali e da allora le ronza in testa quella frase di Peppino Impastato: «La mafia è una montagna di merda». Forse questo film è una forma di perdono? «Nessuno ce lo ha mai chiesto. Più che perdonare, mi viene in mente il verbo ricominciare».
    La voce della cronaca nera è di un carabiniere, il maresciallo maggiore Salvatore Barranco, che guida la caserma della cittadina. L’elenco dei morti è speculare a quello di chi è finito in carcere, di chi si è pentito. «Nessuno ci ha detto no» – commenta Nadia Macrì: «Si sono fidati tutti».
    Angela Napoli, parlamentare del centrodestra che finì sotto scorta per le sue denunce, ricorda che allora non si parlava di criminalità nelle scuole: la consapevolezza arrivò dopo le stragi del ’92. Ma Taurianova è stata più lenta di altri paesi.

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    Angela Napoli, ex parlamentare del centrodestra e membro della Commissione Antimafia

    Quel giorno mio padre doveva andare dai professori

    Massimo Grimaldi, assessore alla Legalità e allo spettacolo di una giunta in teoria leghista – per l’influenza dell’ex presidente regionale facente funzione Nino Spirlì – in pratica ormai civica, non trattiene le lacrime. «Fecero uscire mio padre e mio zio dal negozio, fu un’esecuzione. Quel giorno papà doveva andare al colloquio con i professori. Se sai che ha sbagliato, pensi: se l’è cercata. Non ho nemmeno questa consolazione».
    C’è il viceparroco di Rosarno, don Giovanni Rigoli, che ha fatto la tesi sullo scioglimento dei comuni per mafia. Ricorda l’arciprete Muscari-Tomaioli, che stampò un manifesto dirompente e coraggioso: «Fermatevi e siate maledetti da Dio. Io non vi conosco, ma con quale coraggio vi dichiarate fedeli della Madonna della Montagna, se non risparmiate nemmeno una bambina di tredici anni». La Madonna di Polsi, la devozione e “Il Crimine”, citata in mille ordinanze.

    Alla proiezione mancava il sindaco

    Alla proiezione non c’era proprio tutto il paese, ma quasi: mancava il sindaco, c’erano tutti gli assessori, maggioranza e opposizione, le associazioni, di sicuro qualcuno non è venuto perché ha già versato troppe lacrime, il vescovo ha mandato un messaggio. Ma la chiesa del Rosario era piena, Nadia è stata felice di vedere tanta gente. In molti non avranno dormito, una carrellata di facce sarebbe stata una bella scena per il film, che presto sarà disponibile su YouTube. Merita di finire in qualche Festival, non è solo la storia di Taurianova ma di anni dominati dalla paura e dal dolore, di certi nostri fantasmi. E di una nuova generazione che non ne vuole avere più.

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    La proiezione del docufilm nella chiesa del Rosario a Taurianova
  • Reggio Calabria: la grande crisi, i poteri al tappeto, le comunità che resistono

    Reggio Calabria: la grande crisi, i poteri al tappeto, le comunità che resistono

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    «Il sindaco è sospeso, il presidente della Reggina è stato arrestato, il rettore si è dimesso, la nomina del Procuratore Capo della Repubblica è stata annullata. E a questo punto, anche il vescovo si guarda intorno preoccupato». Solo alla fine di questo piccolo viaggio sentimentale nelle pene di Reggio Calabria scoprirete dove ho ascoltato questa battuta.

    Tempi duri per Reggio Calabria

    Appartengo a quella categoria di reggini orgogliosi di esserlo, legato ai luoghi del cuore che sono di tutti: l’anfiteatro che una volta era il Cippo, il cinema Siracusa che non c’è più e ci hanno messo un fast food, le immense magnolie della via Marina. Ho quindi una certa resistenza a parlarne male, anche se i tempi sono disastrosi, e dal resto della Calabria un po’ sottovoce si guarda a Reggio con l’aria di chi dice: sempre loro.

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    Reggio Calabria, il cinema teatro Siracusa

    Sempre quelli che hanno ancora in testa la Rivolta oltre cinquant’anni dopo – fieramente divisi fra storici della rivolta popolare e nostalgici dell’eversione nera – quelli che piangono/rimpiangono Italo Falcomatà che appena eletto disse: «Noi siamo scalzi», una indimenticabile serie A con la Reggina durata dieci anni, la gloriosa “Viola” dei canestri, il primo comune capoluogo di Provincia commissariato per infiltrazioni mafiose, alti e bassi che nemmeno le montagne russe, il deficit che non c’è più, i cumuli di rifiuti che ormai fanno parte del panorama. Ma in piazza – come è successo domenica – vanno i tifosi, vogliono salvare la serie B.

    Quelle due foto guardano avanti

    Meno di una settimana fa i giornali locali hanno pubblicato una foto che mi ha colpito: c’era un teatro strapieno, era stata convocata la Consulta della cultura. Fra le tante decisioni annunciate, quella di circondare il Museo archeologico se si avvieranno i lavori per la sistemazione di Piazza De Nava, voluti dalla Sovrintendenza (progetto peraltro interessante).

    Una città che discute del suo futuro non è una città finita, anche se sindaco, rettore etc. Poi, un’altra foto: le file dei ragazzi in gita fuori dallo stesso Marc. Il 2022 è l’anno del Cinquantenario per i Bronzi, e non si può sbagliare. Chiedo solo, da cittadino, che le auto non passino davanti al Museo.

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    Il Museo archeologico di Reggio Calabria

    Falcomatà e il suo Pd

    Che succede a Reggio? Beh, tutta la città ne parla, come nel migliore dei programmi di Radio 3. Del sindaco Giuseppe Falcomatà, che si è chiuso nella Fondazione intitolata al padre, cerca di mettere su una biblioteca di testi sul Meridione, sperando che la legge Severino venga superata, o aspettando solo che il periodo di stop si concluda, dopo la condanna per la concessione del Miramare.

    Intanto è andato alla Villa, insieme al suo Pd, a ricordare il 25 aprile. L’ex vicesindaco, Tonino Perna, sta per pubblicare un diario sulla sua esperienza in Comune, e sicuramente non sarà lieve sul funzionamento della macchina comunale. Il centrosinistra, tranquillo come una palestra di kick-boxing, cerca un rimbalzo di popolarità e di passione. Ma le sezioni sono chiuse.

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    Giuseppe Falcomatà, sospeso dopo la condanna per il caso “Miramare” – I Calabresi

    Castronovo e Princi: due personaggi che non stanno a guardare

    La cronaca cittadina gira spesso intorno a due personaggi che potrebbero avere un ruolo forte in futuro. Uno è Eduardo Lamberti Castronovo, già candidato con la sinistra strapazzato da Scopelliti. Imprenditore della sanità in una Regione che dà alla Sanità il 70 per cento del suo bilancio, editore in video e ora anche direttore di Rtv, membro del Cda del Conservatorio musicale, proprio lui ha organizzato la Consulta della Cultura ed è fortemente critico con il Comune.

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    Cannizzaro e Princi

    L’altra è Giusy Princi, vicepresidente del consiglio regionale ma per la città soprattutto ex preside di un Liceo Scientifico con sezioni sperimentali, una eccellenza assoluta del territorio. La sua discesa in politica ha ricevuto critiche solo per una parentela: la dottoressa Princi è prima cugina del deputato di Forza Italia Francesco Cannizzaro, celebre per le sue promesse sull’aeroporto (a proposito, aggiungiamo lo scalo alla lista con sindaco, rettore etc) e per la sua idea di costruire un autodromo in zona. Anche la sinistra avrebbe candidato volentieri Princi.

    Che giustizia è mai questa (dalla Procura al povero Palazzo)

    L’ingresso Sud della città costeggia il torrente Calopinace: il visitatore si trova sulla destra il palazzo del Cedir, dove hanno sede uffici comunali e, all’ultimo piano, la procura della Repubblica. In questi giorni si consuma in quelle stanze una vicenda grottesca: dopo quattro anni, il Consiglio di Stato ha annullato la nomina a Procuratore Capo di Giovanni Bombardieri, che nel frattempo si è distinto per le inchieste sulla ‘ndrangheta e per una costante presenza nelle iniziative sociali e di solidarietà, senza mai eccedere nel protagonismo. Si spera adesso nella saggezza del Csm. Ma è di fronte al Palazzo del Cedir che prende ruggine il monumento alla burocrazia del subappalto, alle mafie dei lavori pubblici, ai ritardi dello Stato.

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    Il Palazzo di Giustizia incompiuto di Reggio Calabria – I Calabresi

    C’era una volta il progetto del più bello dei Palazzi di Giustizia, dove sarebbero stati riuniti tutti gli uffici. Tre grandi edifici – la Torre, il Parallelepipedo, la Vela – 630 locali, 1030 posti-auto, un auditorium da 400 posti, grandi spazi esterni, una piazza orientata in modo da essere fresca anche d’estate. Il Palazzo di Giustizia di Reggio è il non-finito dei non-finiti, bloccato nel 2012 quando i lavori erano stati completati per l’80%.

    La ministra Cartabia si è impegnata recentemente con il presidente della Corte d’Appello Luciano Gerardis, le cronache locali registrano ogni mese un “primo passo” (simile a tante “prime pietre”), un avviamento dell’iter, lo sblocco del contratto. Intanto è un immenso cantiere chiuso. La chiesa vicina si ritrova chiusa per le infiltrazioni dell’acqua che arriva da un parcheggio mai aperto, la “Mazzini” aspetta di tornare una scuola, ma nel frattempo va in rovina. Servirebbe anche qui un girotondo di protesta, solo che ci vorrebbero migliaia di persone.

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    Il Mausoleo ritrovato a Reggio Calabria

    E quanto sia estenuante il capitolo dei lavori pubblici (magari Perna ne parlerà nel suo libro) lo dimostra la storia degli scavi davanti alla stazione Centrale. Nel 2016 scoprirono la base di un Mausoleo, databile alla prima metà del primo secolo, una costruzione di altissima qualità, senza eguali nella Reggio romana. Il professor Lorenzo Braccesi ritiene che possa essere il luogo della sepoltura di Giulia, figlia in esilio dell’imperatore Augusto, la segnalazione è dell’archeologo Daniele Castrizio. E sei anni dopo, evviva, il cantiere riapre.

    Reggio Calabria, i guai dell’Università e il relitto della Casa

    L’Università “Mediterranea” sta cercando di ripartire dopo un’inchiesta fotocopia di quelle che hanno colpito altri atenei. Con particolari grotteschi e un certo profumo di impunità, come se tutti sapessero già quello che stava per succedere. Noi a Rc non possiamo essere da meno, se il grande capo di Forza Italia in Sicilia chiama il rettore invocando protezione per il genero «bravo ragazzo, ma già bocciato sei volte allo stesso esame», come ha scritto il Domani nei giorni scorsi.

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    La facoltà di Architettura nell’Università Mediterranea di Reggio Calabria

    Lo scandalo di Reggio provoca qualche guaio supplementare, visto che era in discussione la creazione del campus a Saline, nei pressi di due cattedrali nel deserto come la Liquichimica e le officine meccaniche. En passant, ricordo che ci sarebbe da demolire anche l’orrendo scheletro della Casa dello Studente, costruita nel greto di un torrente.
    Detto questo, la “Mediterranea”, come Unical e Magna Graecia, si stacca – come ha testimoniato anche Svimez – dall’ultimità che la Calabria conserva (non orgogliosamente) in molti altri settori. Ha un buon Job placement e ricerche di livello internazionale. Difendiamola.

    La ragnatela dei luoghi utili

    Reggio può contare per fortuna su una grande rete di associazioni, che spesso suppliscono al welfare che non c’è. I centri di medicina solidale di Pellaro e Arghillà, il lavoro di ActionAid nelle scuole. Di Ecolandia non posso parlare perché sono miei amici, ma il riuso di un immenso fortino ottocentesco in una zona così difficile è un atto di eroismo.
    Invece conosco solo una o due persone del gruppo che ha trasformato la scalinata di via Giudecca da luogo sporco e malfamato allo spazio aperto dell’incontro, senza un euro ricevuto dal Comune. Poi scendi verso il mare e trovi le porte aperte di Open, dove vendono e pubblicano libri e la sera fanno anche sedute di “yoga della risata”. Altri luoghi, il teatro rimesso a nuovo del Dopolavoro Ferroviario, e l’associazione che gestisce invece la stazione di Santa Caterina.

    Si parla poco delle realtà e associazioni legati ad Agape, le case-famiglia, i centri anti-violenza, dove operano persone che hanno avuto una vita romanzesca che non possono raccontare. La palazzina confiscata e ora ristrutturata in via Possidonea dove a pianterreno c’è un laboratorio di sartoria, la bottega del commercio equo e solidale di via Torrione. Il Consorzio Makramé e associazioni come Reggio non tace, la Fondazione Civitas.

    La scalinata della Giudecca

    E quando in questi giorni è stata annunciata la creazione di un nuovo comitato antiracket, il mio pensiero è andato a quella signora che aveva aperto intorno al 2017 in via Torrione un laboratorio-forno di grani antichi, di prodotti senza glutine. Glielo bruciarono, il Comune offrì un altro negozio. Andò avanti qualche mese, ora ci passo sempre e lo vedo chiuso. Però mi piace prendere l’aperitivo in quel locale in via San Francesco da Paola, poco oltre il Duomo, il cui proprietario ha denunciato un tentativo di estorsione.

    Reggio è così, è fatta a macchie. Ci sono tanti circoli culturali di valore nazionale, il Touring club che adotta i paesi. C’è un Planetario a due passi dalla Regione, dove una prof di nome Angela Misiano forma studenti che poi vanno a vincere le Olimpiadi di Astronomia. Visitare, prego. C’è il Castello, solo che spesso è chiuso: l’edicolante/libraio fa da ufficio informazioni e ogni tanto ne parla su Fb, ma al Comune nessuno lo ascolta.
    Ci sono piccoli e accoglienti locali dove si cerca di fare cultura come Cartoline Club, proprio lì ho sentito quella battuta sul vescovo e mi è sembrata molto indovinata, perché questa Reggio deve imparare a ridere dei suoi lamenti. E ritrovare la sana rabbia dell’impegno, buoni esempi non mancano.

  • Onda su onda: cacciatori di energia in riva allo Stretto

    Onda su onda: cacciatori di energia in riva allo Stretto

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    Gli spagnoli partirono da Bilbao in minibus, erano in zona rossa ma non volevano rinunciare alla ricerca. Fu un viaggio mediterraneo pieno di soste nell’Italia deserta, con destinazione Reggio Calabria. Erano i giorni in cui i delfini riprendevano possesso dello Stretto, mai così vicini alla costa, con tanta voglia di giocare. Due giovani studiose arrivarono da Lisbona (una era polacca) e fecero l’abbonamento al bus. Ricercatori indiani rimasero in città per più di un anno. Furono coinvolti in lunghi pranzi con professori e dottorandi, si parlava di onde e venti, in quello straordinario laboratorio naturale che è il mare fra Reggio e Messina.

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    Il campionato vele d’altura sullo Stretto (foto Maria Pia Tucci)

    Questa storia mi è tornata in mente leggendo la notizia del campionato vele d’altura tornato dopo tanti anni sullo Stretto “in un teatro unico al mondo”. La scienza, lo sport ci dicono quello che non sappiamo, che abbiamo rimosso: sulle coste calabresi anche il vento è un valore, crea buona economia e indotto, come dimostra il celebrato modello del Club Velico di Crotone, le realtà di valore mondiale di Gizzeria e Punta Pellaro per il kitesurfing.

    L’eccellenza internazionale del Noel e l’indifferenza delle istituzioni

    A Reggio poi il vento si studia, da anni, grazie al laboratorio NOEL dell’Università Mediterranea, che ha stretto accordi di collaborazione con l’irraggiungibile Imperial College di Londra, con ricercatori della Columbia University. Viene in mente quello studio Svimez, che sottolinea il valore degli atenei calabresi, soprattutto in rapporto con la povertà del territorio, con la carenza dei collegamenti e dei trasporti. Ecco un settore dove la regione ultima fa bella figura, almeno nei casi in cui l’università dialoga con il territorio.

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    Quei ricercatori australiani, indiani, americani, norvegesi, danesi, inglesi, francesi, spagnoli, polacchi, portoghesi stimolarono la curiosità dei cittadini, meno delle istituzioni. E cos’era quella strana piattaforma a 60 metri da riva, dalle parti delle Terme romane in via Marina? Nessun consigliere comunale ci salì, al contrario lo fecero studiosi di tutto il mondo.

    Le tempeste oceaniche in senso Stretto

    Ora che stanno per smantellarla, forse è il caso di raccontare a cosa è servita, insieme al professor Felice Arena, direttore scientifico del laboratorio NOEL (Natural Ocean Engineering Laboratory). Con una premessa: l’eccezione meteo-climatica di quest’area sta su tutte le carte nautiche, ed è legata alla conformazione dello Stretto.

    Il vento di canale soffia perpendicolarmente da Messina a Reggio per dieci chilometri, duecento giorni l’anno. Produce modelli in scala delle tempeste oceaniche, le correnti marine arrivano a due metri al secondo e possono generare energia, oltre che quei vortici che furono il terrore dei navigatori più verso Villa, nel mare aperto dove si incontrano Jonio e Tirreno e approdano i minuscoli pesci abissali (se volete divertirvi, per le correnti dello Stretto c’è anche un’app).

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    Il professor Arena impegnato in un seminario alla Columbia University

    La città potrebbe avere energia per un anno

    Il professore Arena dice: «Abbiamo studiato a Reggio quello che è stato costruito altrove». Decine le ricerche, che danno luogo a progetti internazionali, seminari, convegni. I sistemi studiati a Reggio sono riprodotti a Civitavecchia (Porto di Roma) e Salerno. Dove stanno per essere installate le turbine per produrre energia elettrica dalle onde marine.

    Si è creata a Reggio una piccola scuola. Arena è stato un allievo del professor Paolo Boccotti, un genovese che, a differenza di molti altri docenti che sono passati per l’Università reggina, ha scelto di fare tutta la carriera a Reggio alla Mediterranea. Evidentemente Boccotti ha colto le potenzialità del “teatro unico al mondo”, una galleria del vento naturale, più grande di qualunque laboratorio. Secondo una ricerca Enea, lo Stretto potrebbe arrivare a produrre 125 gigawatt/ora l’anno, il fabbisogno di una città come Reggio o Messina.

    Reggio può diventare luogo di scienza e ricerca

    Ecco quindi la piattaforma, o meglio la diga. Realizzata in cemento armato, con la parte attiva in acciaio. Uno dei progetti, in collaborazione con la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, prevede la conversione dell’energia delle onde in elettrica. Un altro, The Blue Growth Farm, studia la costruzione di una piattaforma multifunzionale in mare aperto, con vasche per l’itticoltura, con gestione automatizzata.

    Dove viene prodotta anche energia dal vento, con una turbina eolica da 10 MW (nata al Politecnico di Milano), e dalle onde, attraverso sistemi a colonna d’acqua oscillante con risonanza interna. «La scommessa vinta – sostiene Felice Arena, che ha esposto le sue ricerche negli Stati Uniti, in Cina, in India e in giro per l’Europa – è stata quella di portare ricercatori a Reggio e di internazionalizzare il NOEL. Inutile dire quanto sia importante per noi ascoltare prospettive diverse, farne esercizio linguistico. La città può diventare un luogo di scienza e di ricerca». Un bellissimo lavoro di squadra, passate parola.

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    A caccia di vento nel mare di Ulisse

    Ps: per chi avesse pronta l’obiezione “non hai parlato dell’inchiesta sull’Università Mediterranea”, la mia risposta è semplice: ICalabresi ne ha già scritto, e l’effetto non secondario di questi scandali è quello di oscurare le belle storie e le belle ricerche come questa, il buon piazzamento della Mediterranea nel recente report dell’Agenzia Nazionale di valutazione.

  • Il Grande Occhio che ci vede solo  brutti e cattivi

    Il Grande Occhio che ci vede solo brutti e cattivi

    Quella sera al Circolo Arci Metrò di via Zecca c’era aria di festa e batticuore, aspettavano la Bbc. C’era la band Cuori Selvaggi che arrivava da Messina, un pubblico curioso. La celebre emittente inglese, la nave scuola del giornalismo mondiale, aveva fatto una promessa: un servizio sulle realtà alternative di una Reggio appena uscita da una sanguinosa guerra di ‘ndrangheta, a quei tempi guidata da un sindaco che si era presentato dicendo «Noi siamo scalzi», Italo Falcomatà.

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    L’ex sindaco di Reggio Calabria – e padre di quello attuale (sospeso) – Italo Falcomatà

    Era la prima estate del ’95, Roberto Calabrò, avvertito da un dirigente Arci di Catanzaro, aveva raccolto un po’ di ragazzi impegnati, una meglio gioventù mai raccontata, che facessero da cornice al servizio televisivo.

    La Bbc in Calabria e quella figuraccia mondiale

    Ma quella sera la Bbc non arrivò mai: i Cuori Selvaggi – nome sicuramente ispirato a quello splendido film di Lynch in cui Nicolas Cage canta “Love me Tender” a Laura Dern nella scena finale – a un certo punto attaccarono a suonare, e la serata andò nel solito modo, a fare tardi in via Marina, con la delusione che arriva dopo le occasioni perdute. La troupe inglese, a poche centinaia di metri dal Circolo, era stata invece fermata dai carabinieri. Secondo molti testimoni oculari, fra i quali il fotografo Silvio Mavilla, i producer avevano cercato di piazzare in bella mostra siringhe usate, rifiuti e preservativi, per rendere più credibile il servizio sulla “Beirut d’Europa”.

    Non molto furbi, avevano scelto il salotto buono della città: erano stati scoperti subito, fermati, e quasi picchiati, da comuni cittadini. Ne seguì una polemica internazionale, e fu una delle poche volte in cui Falcomatà andò su un tg nazionale senza il suo sorriso. Ne parlarono anche in Perù. Per la Bbc fu una figuraccia mondiale, e io ci penso ogni volta che quel giornalismo viene portato ad esempio.

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    La sede della Bbc

    Stanotte ho sognato uno svolgimento diverso: la troupe arriva, scopre che i Cuori Selvaggi fanno buon rock, il servizio va in onda, un impresario londinese si incuriosisce, li chiama e cambia il loro futuro. Giuseppe, il leader del gruppo è invece rimasto a Messina, fa il giornalista ed è spesso disoccupato. Roberto Calabrò si è trasferito a Colonia per lavorare, dopo un lungo girovagare in Europa, e ha messo su famiglia. Il circolo “Metrò” ha chiuso: dopo alterne vicende, i locali sono finiti a una prestigiosa pizzeria, una delle cinquanta (contate male) della città. Chissà, in quel servizio mancato della Bbc sarebbe entrato anche quell’angolo di via Marina che guarda all’Etna, l’inviata sarebbe stata inquadrata sotto un monumentale Fico Mediterraneo. Sarebbero magari arrivati dei turisti dal Galles, avrebbero incontrato il Bronzo A fiero e il Bronzo B ombroso, questa piccola storia sarebbe andata in un altro modo. Allora non c’era internet, la tv aveva un altro peso.

    L’Etna innevato visto da Reggio Calabria

    Il Grande Occhio ti cambia la vita

    Il Grande Occhio dei media può cambiarti la vita. Ci penso tutte le volte che una testata nazionale e internazionale si avvicina o viene paracadutata da queste parti. E non c’è servizio che non abbia una coda di risentimento e polemica. Una fiction, una Piazza Pulita dedicata alla sanità, l’inviato di Le Monde che va a caccia di latitanti sull’Aspromonte (foto a tre colonne in prima pagina, due settimane fa): sono prodotti che vanno giudicati caso per caso. In generale, il Grande Occhio è piuttosto pigro. Per esempio, i cartelli dei paesi sforacchiati ci sono ancora? Magari bisognerebbe controllare prima di ripubblicare una foto. L’Aspromonte è un covo di latitanti o anche un meraviglioso percorso che si chiama Il sentiero dell’Inglese?

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    Uno scorcio del Sentiero dell’Inglese

    Il Grande Occhio arriva da queste parti quando sente l’odore, o il rumore, della tragedia. Una migliore copertura dei mass media sui disastri degli ospedali calabresi pre-pandemia, per esempio, avrebbe impedito la morte per covid di quella bambina di due anni di Mesoraca? No, forse il giornalismo non ha più questa forza. Eppure un Commissario è saltato proprio per un servizio di una tv. Prima del Covid, la sanità non era un argomento sexy, almeno non quanto la ‘ndrangheta (che ha messo sempre le mani sulla sanità, peraltro). Poi a Piazza Pulita i telespettatori hanno dovuto sentire Corrado Formigli che paragonava la Calabria al Burundi, Selvaggia Lucarelli ha invece tirato fuori la foto dell’indio dell’Amazzonia che portava a spalle il padre a fare il vaccino.

    Gli eterni pregiudizi sulla Calabria

    Evitare giudizi sommari, essere meno sbrigativi nei giudizi: questa sarebbe la strada più semplice. E cercare di conoscere meglio una delle aree più povere d’Europa. Questo descrivere sempre la Calabria come legno storto del paese, isola nella penisola, “la Regione più odiata”, come da ormai vecchio ma non dimenticato sondaggio dell’Espresso, può fare molti danni. Affidereste voi i soldi del Pnrr a una Regione che nella migliore delle ipotesi, non ha saputo spendere i fondi Ue? È il leitmotiv che passa sotto traccia dalle parti di Roma.

    Capisco il pregiudizio, del resto gli stereotipi hanno una base di esperienza e vita vissuta. La mia risposta è sì, a patto che ci sia un monitoraggio serio del governo, della politica locale, dei mezzi di comunicazione. Ma abbassare la quota di finanziamento pubblico, proprio servendosi dei parametri che la fanno povera come popolazione, natalità, prospettiva, significa condannarla al declino, all’abbandono. Vale per tutto il Sud, vale soprattutto per la Calabria. Servono progetti contro la solitudine.

    La voce dei cittadini

    Direte voi, ma che c’entra il Grande Occhio? C’entra tanto, perché orienta l’opinione pubblica e condiziona le scelte. Il Grande Occhio è (o dovrebbe essere) la voce dei cittadini. Prendiamo la storia (e l’immagine) del porto di Gioia Tauro. Nel 90% dei reportage, è descritto come il porto dei sequestri di cocaina. Per il 10% (per lo più sui quotidiani economici), come il primo porto d’Italia per movimento container. Non credo che per Rotterdam o Tangeri (dove i sequestri di droga sono frequenti) le percentuali siano le stesse.

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    Container nel porto di Gioia Tauro

    Il Grande Occhio mette ovunque la famosa “mano della ‘ndrangheta” (formula e titolo abusatissimo) pure dove non c’entra nulla. E spesso in Calabria si confrontano i due estremi: siamo schiavi, il territorio è tutto controllato delle cosche (ma a questo punto, questa presenza così imponente della magistratura e di qualità, quali effetti ha?). E la corrente “garantista”, quella che dice che certe inchieste finiscono sempre con assoluzioni e proscioglimenti. I due estremi si fronteggiano sui social, in un dialogo spesso indecifrabile, la stessa antimafia è divisa. Anche qui, vedo tanta pigrizia. Io mi sento rassicurato dai magistrati che lavorano in Calabria, ma so che possono sbagliare, come sbagliamo tutti nel nostro mestiere. E allo Stato e al governo ne chiederei di più.

    La Calabria dai mille volti

    Di Calabria non ce n’è una sola: Gerhard Rohlfs, che era studioso dei dialetti, riusciva perfino, lui tedesco, a fare l’interprete fra due che arrivavano da versanti diversi della stessa montagna. Ci sono medici mafiosi e medici eroi, in ospedale troverete un reparto modello e accanto uno da cui scappare. Un paese a portata d’occhio sta a un’ora di auto. Nell’Università di Cosenza aprono start-up giapponesi, ma da quelle parti non c’è una strada decente Jonio-Tirreno e la 106 rimane la strada della morte.

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    L’ingresso dell’università dell’antimafia a Limbadi, intitolata alla studentessa Rossella Casini

    Tropea accoglie migliaia di turisti tedeschi, che mai investirebbero mezz’ora per arrivare a Limbadi, che oltre ad essere la terra del clan Mancuso, è un paesino di buona agricoltura e di larghi panorami, e sede di una meravigliosa Università intitolata a Rossella Casini, una ragazza fiorentina vittima di ‘ndrangheta, a cui sono intitolate scuole in tutta Italia. Nessuno ha mai suggerito loro questa estensione del viaggio. Studiare, distinguere, non affidarsi ai giudizi in bianco o nero: se la grande informazione lo fa, i cittadini ringraziano.