Autore: Claudio Cordova

  • Da Rosarno alla Lombardia, passando per Ostia: affari e alleanze della cosca Bellocco

    Da Rosarno alla Lombardia, passando per Ostia: affari e alleanze della cosca Bellocco

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    Uno dei casati storici della ‘ndrangheta reggina. Di quelli capaci di sedersi al tavolo con l’élite della criminalità organizzata calabrese, per dirimere controversie, per determinare strategie della ‘ndrangheta unitaria. La cosca Bellocco di Rosarno non ha mai perso, però, la propria vena imprenditoriale, con la capacità di colonizzare territori diversi, allacciando alleanze con altre consorterie criminali. Alternando, inoltre, il volto “pulito” degli affari, con quello più violento dell’intimidazione tipicamente mafiosa. Una cosca capace di rigenerarsi, anche grazie alle nuove leve, succedute ai boss più anziani.

    Gli affari della cosca Bellocco

    Un quadro che emerge in tutta la sua completezza con gli arresti che hanno sconquassato non solo il territorio calabrese, ma anche quello lombardo e laziale. Un’operazione congiunta, tra la Dda di Reggio Calabria, che ha curato la sponda dell’inchiesta denominata “Blu notte” e quella di Brescia, la cui indagine è denominata “Ritorno”. Complessivamente 65 soggetti arrestati – 47 in carcere, 16 agli arresti domiciliari e 2 sottoposti all’obbligo di dimora –  ritenuti responsabili – in particolare – di associazione di tipo mafioso, concorso esterno in associazione mafiosa, porto e detenzione di armi comuni e da guerra, estorsioni, usura e danneggiamenti aggravati dalle finalità mafiose, riciclaggio e autoriciclaggio, associazione finalizzata al traffico di stupefacenti.

    Un settore di importanza strategica è risultato essere quello della spartizione dei proventi relativi allo sfruttamento delle risorse boschive. Stando a quanto sostenuto dagli inquirenti, i contratti per lo sfruttamento delle risorse montane venivano stabiliti proprio dal vertice della cosca Bellocco: «I contratti delle montagne o si fanno in questa casa o se li fanno a Laureana, siccome io sono delegato pure da quell’altri si fanno in questa casa». A pronunciare queste parole nel novembre 2019 è Francesco Benito Palaia, 49 anni, considerato uno degli uomini di fiducia di suo cognato, il boss Umberto Bellocco detto “Chiacchiera”, 39enne e nuovo capo del clan.

    La successione

    Gli accertamenti, infatti, avrebbero delineato i nuovi equilibri della cosca Bellocco e le proiezioni di questa cosca di ‘ndrangheta nel Nord Italia. Come le cosche più importanti, infatti, negli anni anche la famiglia Bellocco ha subito l’offensiva dello Stato. Ma ha saputo rimanere in piedi, retta sulle spalle dell’anziano patriarca Umberto Bellocco, classe 1937, deceduto alcuni mesi fa. Uomo dal carisma criminale indiscusso, cui viene persino ricondotta la nascita della Sacra Corona Unita pugliese – fatta risalire alla notte di Natale del 1981 all’interno del carcere di Bari.

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    Umberto Bellocco, patriarca dell’omonima cosca, morto di recente

    Alla morte del boss, allora, la diretta prosecuzione del comando sarebbe finita al nipote omonimo, classe 1983. Un’ascesa naturale non frenata nemmeno dalla detenzione in carcere. Come documentato dagli accertamenti svolti dai carabinieri, Bellocco poteva godere, dietro le sbarre, di telefoni cellulari, grazie al supporto di altri detenuti e dei familiari di questi, per lo più semiliberi e/o ammessi ai colloqui.

    Ancora una volta, da una maxi-inchiesta contro la ‘ndrangheta, emerge il ruolo crescente rivestito dalle donne. In questo caso, spicca la figura di Maria Serafina Nocera, 69enne madre del nuovo boss Umberto Bellocco. Sarebbe stata lei a tenere la chiave della “cassa comune” cui il clan attingeva. Un “tesoretto” che serviva per il sostentamento dei detenuti e per l’attuazione del programma criminale del figlio.

    I brindisi per le nuove cariche

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    Il giovane Umberto Bellocco ha ereditato il potere da suo nonno

    Anche dal carcere, Bellocco avrebbe potuto supervisionare le nuove cariche, deciso i nuovi assetti, arginato le frizioni. L’inchiesta coordinata dal pm antimafia Francesco Ponzetta ha documentato anche il brindisi con il quale un anziano della consorteria, davanti ai nuovi adepti ed agli alti ranghi della cosca, ha voluto esaltare quel momento di vita associativa pronunciando la frase: «È cadda… è fridda… e cala comu nenti, a saluti nostra e di novi componenti».

    Moltissimi sono i summit di mafia che l’inchiesta sarebbe riuscita a ricostruire. Alcuni necessari all’attuazione del programma criminale della cosca, che generalmente avvenivano all’interno dell’abitazione della sorella di Umberto Bellocco, e quelli, ben più complessi, organizzati nelle aziende agrumicole di Rosarno, dove si regolavano le controversie con gli altri esponenti della ‘ndrangheta.

    Ai summit era solito prendere parte, in diretta, anche il boss detenuto dal carcere, che con la propria presenza, “partecipata” a distanza, era naturalmente portato ad irretire le iniziative dei convenuti.

    «Rosarno è nostro e deve essere per sempre nostro… sennò non è di nessuno»

    Come detto, la famiglia Bellocco, da sempre, appartiene al gotha della ‘ndrangheta, dividendosi il controllo su Rosarno e San Ferdinando con l’altra potentissima cosca dei Pesce ed estendendo la propria influenza anche sul porto di Gioia Tauro, dove, comunque, un ruolo primario lo hanno da sempre i clan gioiesi Piromalli e Molè.

     

    Diverse, negli anni, le inchieste che hanno colpito la cosca. A cominciare da quella “Tallone d’Achille”, con la coraggiosa denuncia dell’imprenditore Gaetano Saffioti, passando poi per le inchieste “Nasca” e “Timpano”. E, ancora, l’inchiesta “Pettirosso” curata dall’allora pm antimafia Roberto Di Palma, che ha permesso di ricostruire tutto il circuito criminale che ha favorito per anni la latitanza di Gregorio e Giuseppe Bellocco, esponenti di vertice della cosca rosarnese considerati fra i trenta ricercati più pericolosi d’Italia. In un’indagine di qualche tempo fa, proprio l’anziano patriarca Umberto Bellocco dirà: «Rosarno è nostro e deve essere per sempre nostro… sennò non è di nessuno».

    I Bellocco al Nord

    Già le inchieste degli scorsi anni “Vento del Nord”, “Blue call” e “Sant’Anna” avevano certificato la presenza e lo strapotere del clan su territori lontani dalla nativa Rosarno. L’Emilia Romagna, in particolare, era diventata una terra di conquista florida, dove poter far proliferare gli affari.

    La sponda bresciana dell’inchiesta avrebbe invece confermato la presenza attiva dei Bellocco in Lombardia. Non solo nella provincia di Brescia, ma anche in quella di Bergamo. Anche su quei territori, senza mai perdere il contatto con la casa madre calabrese, i Bellocco avrebbero infiltrato la fiorente economia legale di quei luoghi.

     

    Nell’operazione sono stati individuati «i terminali calabresi (stanziali a Rosarno) della struttura criminale lombarda i quali concorrevano nella gestione delle molteplici attività economiche di interesse del sodalizio realizzate prevalentemente tramite un imprenditore» attivo tra Brescia e Bergamo nei settori edile e immobiliare.

    Il traffico internazionale di stupefacenti

    Da tempo, peraltro, gli inquirenti, hanno messo nel mirino il ruolo crescente del clan nel traffico internazionale di stupefacenti. Il 18 giugno 2019 si conclude l’operazione “Balboa” della Guardia di Finanza di Reggio Calabria che arresta cinque persone. Lavoravano per conto della cosca Bellocco per l’importazione dal Sud America di eroina da far arrivare nel porto di Gioia Tauro. Pochi mesi dopo, a novembre, sono invece ben 45 gli arresti nell’ambito dell’inchiesta “Magma”, anche in questo caso con l’accusa di narcotraffico internazionale.

    La droga arrivava dal Sudamerica, dall’area tra Buenos Aires e Montevideo, dove i clan erano riusciti a stringere legami con diversi colletti bianchi locali. E sembrerebbe che grazie a questi contatti e pagando l’equivalente di 50.000 euro siano riusciti a liberare Rocco Morabito detto “U Tamunga” evaso il 29 marzo 2019 dal carcere di Montevideo.

    L’alleanza dei Bellocco con la famiglia Spada

    Quelle indagini già cristallizzavano l’importanza criminale della cosca in provincia di Roma. Ma sono gli arresti delle ultime ore a sancire ulteriormente i rapporti illeciti con quei territori. Uno dei dati di maggior interesse investigativo emerge con l’alleanza tra la cosca di Rosarno e il potente clan degli Spada, egemone a Ostia e sul litorale romano. Gli Spada sono emersi negli anni come clan violento e capace di esercitare un controllo oppressivo sulle attività economiche del Lazio, anche in combutta con l’altra nota famiglia Casamonica. Negli scorsi mesi, peraltro, la famiglia Spada è stata riconosciuta da alcune sentenze come organizzazione mafiosa.

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    Anzio vista dall’alto

    Un’alleanza, soprattutto per quanto concerne il traffico di cocaina, che sarebbe nata proprio dietro le sbarre. In particolare, l’accordo stretto tra gli esponenti dei due clan, oltre a scandire le gerarchie criminali all’interno del penitenziario, ha riguardato i traffici di cocaina effettuati dalla Calabria verso il litorale romano e la risoluzione di situazioni conflittuali tra gli Spada e alcuni calabresi titolari di attività commerciali nelle aree urbane di Ostia ed Anzio.

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    Gioacchino Bonarrigo ad Amsterdam

    «La verità fra’, la verità! Oggi io sono stato invitato ad un tavolo, eravamo diciassette persone, tutti… la ‘Ndrangheta!», dice in un’intercettazione uno degli indagati. Le cimici dei carabinieri hanno anche captato il tentativo di vendita di una consistente partita di cocaina da parte del clan Bellocco in favore di narcotrafficanti di Ostia esponenti degli Spada.

    Per conto dei calabresi, a condurre le trattative con il clan romano sarebbe stato Gioacchino Bonarrigo, di 38 anni, che risulta tra le persone coinvolte nel blitz. Soggetto storicamente inserito non solo nella ‘ndrangheta, ma anche nel narcotraffico. Arrestato nel 2017 da latitante ad Amsterdam. Bonarrigo si sarebbe recato più volte a Ostia per incontrare esponenti degli Spada che voleva rifornire con la droga importata dall’estero.

  • Protesta in piazza e corse alle poltrone: Reggio, una città allo sbando

    Protesta in piazza e corse alle poltrone: Reggio, una città allo sbando

    La legge è uguale per tutti. Per alcuni è più uguale che per gli altri. È il paradosso che vive la città di Reggio Calabria. In trappola. Sospesa, proprio come la maggior parte dei suoi principali esponenti politici. In un momento cruciale, in cui servirebbero guide stabili, ma, soprattutto, una visione anche per la gestione dei fondi del PNRR.
    E, invece, l’amministrazione comunale galleggia, naviga a vista. E si rende protagonista di scelte quantomeno discutibili, costituendosi parte civile in alcuni processi contro gli amministratori e non in altri.

    I presunti brogli elettorali

    È accaduto appena pochi giorni fa anche nell’udienza preliminare che vede imputato il consigliere comunale e capogruppo del Partito Democratico a Palazzo San Giorgio, Antonino Castorina, accusato dalla Procura di presunti brogli elettorali nel corso delle elezioni del settembre 2020. In quell’occasione, nel raggiro che avrebbe architettato Castorina, risulterebbe anche il voto di un centinaio di anziani che in realtà non si erano mai recati al seggio. Persino persone decedute, secondo l’impostazione accusatoria sostenuta dai pm coordinati dal procuratore Giovanni Bombardieri.

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    Antonino Castorina

    Uomo forte del Pd, Castorina, con rapporti intensi anche con il partito romano. È considerato «promotore, organizzatore e capo indiscusso» di un’associazione per delinquere finalizzata a «commettere più delitti in materia elettorale» finalizzati ad ottenere l’elezione in consiglio dello stesso Castorina. Tra gli imputati c’è pure l’ex presidente del Consiglio comunale Demetrio Delfino (oggi assessore comunale), accusato, assieme al segretario dell’ufficio elettorale Antonio Covani, di abuso d’ufficio in relazione all’autonomina di Castorina a componente della commissione elettorale.

    Il caso Miramare

    La costituzione come parte civile di Palazzo San Giorgio contro chi avrebbe truccato le consultazioni appare il minimo sindacale. Allo stesso tempo rappresenta un paradosso politico e amministrativo il fatto che l’Ente non si sia costituito parte civile (come avrebbe dovuto fare altrettanto doverosamente) anche contro il suo sindaco, Giuseppe Falcomatà, anch’egli del Partito Democratico, condannato appena poche settimane fa anche in appello nell’ambito del cosiddetto “Caso Miramare”.
    Anche i giudici di secondo grado, infatti, hanno riconosciuto la colpevolezza di Falcomatà e della sua ex Giunta per l’affidamento di una parte dell’ex albergo Miramare, immobile di pregio della città, alla semisconosciuta associazione Il sottoscala, dell’amico imprenditore Paolo Zagarella.

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    Giuseppe Falcomatà

    In quel processo, scatenando le ire delle opposizioni, Palazzo San Giorgio non è stato così solerte come avvenuto nel processo contro Castorina. E oggi quella scelta stride ancora di più dopo la condanna in appello che ha fatto ripartire la sospensione nei confronti di Falcomatà, lasciando, nuovamente, in sella il facente funzioni Paolo Brunetti, nominato vicesindaco in fretta e furia poche ore prima della condanna di primo grado.
    Nei giorni successivi, la macchina propagandistica di Falcomatà ha lanciato la crociata contro la Legge Severino, un tempo sostenuta dal Pd. Dall’Ufficio Stampa della Città Metropolitana sono partite diverse mail con l’adesione di svariati sindaci dell’hinterland reggino, che chiedono l’abrogazione della legge che impone la sospensione in caso di condanne, anche non definitive. Qualcuno si è poi anche smarcato da tale manovra.

    Reggio in ostaggio, la protesta

    Per il medesimo caso, è stata invece assolta in appello l’ex assessore Angela Marcianò, unica a scegliere il rito abbreviato e grande accusatrice di Falcomatà.
    In città, quindi, è caos politico, con un’amministrazione che pare alla deriva, senza una rotta chiara su quasi alcun aspetto. Dalle opere, fino agli eventi e alle luminarie di Natale.

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    Reggio in ostaggio, un momento della protesta a corso Garibaldi

    Il malcontento cresce e appena pochi giorni fa corso Garibaldi, strada principale della città, è stato teatro di un corteo che ha avuto una riuscita che forse neanche gli stessi organizzatori si aspettavano. Ad animare la protesta, che chiedeva le dimissioni in blocco della maggioranza, il centrodestra. Ma per le strade del centro si sono ritrovati in circa 500, molti dei quali senza una tessera di partito. Segno evidente di uno scollamento che gli ultimi eventi hanno sancito tra la cittadinanza e la sua classe dirigente.

    La corsa alla poltrona

    Il vuoto politico è percepito dai cittadini. Ma è percepito anche da chi vuole tentare di formarsi o riformarsi un ruolo amministrativo. E così, negli ultimi giorni, fioccano le (auto)candidature, tra uomini nuovi (o presunti tali) ed esponenti che le istituzioni le hanno già animate. Con risultati altalenanti.

    Tra questi, l’imprenditore Pino Falduto, assai noto in città e già componente della maggioranza che sosteneva Italo Falcomatà negli anni ’90. Si propone ora (con un non meglio identificato dream team) come panacea dei mali di Reggio, per la sua resurrezione.

    A volte ritornano: Eduardo Lamberti Castronuovo

    Il suo annuncio segue di pochissimi giorni l’auto-candidatura del medico ed editore Eduardo Lamberti Castronuovo, già candidato nel 2007 e sconfitto malamente da Peppe Scopelliti. Nella sua carriera politica ha svolto anche il ruolo di assessore provinciale. E il suo nome compare (pur senza mai essere stato indagato) nelle conversazioni di Paolo Romeo, considerato un’eminenza grigia della masso-‘ndrangheta, che lo indicava (millantando o no, non è dato sapere) come suo uomo.

    Insomma, la girandola è iniziata. E Reggio Calabria guarda tutto ciò proprio come un ostaggio guarda quella piccola luce che filtra da dietro la porta della propria cella. Senza capire di cosa si tratti realmente.

  • Golpe Borghese: massoni, Servizi e ‘ndrangheta nella notte della Repubblica

    Golpe Borghese: massoni, Servizi e ‘ndrangheta nella notte della Repubblica

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    Per qualcuno, una delle pagine più oscure della storia della Repubblica. Per altri, invece, un’adunanza di nostalgici, che mai avrebbe potuto prendere il potere. Si dibatte ancora, a distanza di 52 anni, sul tentato golpe Borghese. E tante sono, ancora oggi, le zone d’ombra su un’azione che aveva come proprio centro nevralgico la Calabria.

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    Il “Principe Nero” Junio Valerio Borghese molti anni prima del tentato golpe

    Il Golpe dell’Immacolata

    Un ex gerarca fascista, pezzi di destra eversiva, la P2 di Licio Gelli, pezzi di ‘ndrangheta. Una commistione di realtà e di interessi che, a metà tra storia e mito, rende il racconto ancor più inquietante. Quel progetto eversivo sarebbe dovuto scattare nella notte tra il 7 e l’8 dicembre del 1970. E si incastra in un momento di enorme cambiamento nelle dinamiche della ‘ndrangheta.

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    Ciccio Franco, uno dei protagonisti della Rivolta di Reggio

    Il primo triennio del 1970 è quindi decisivo, perché, con la rivolta di Reggio Calabria, nata, in maniera del tutto naturale, a causa della decisione politica di assegnare il capoluogo della regione a Catanzaro, le cosche riescono a entrare in contatto anche con diversi membri della Destra eversiva. Secondo molti collaboratori di giustizia, infatti, al fallito golpe, messo in atto da Junio Valerio Borghese, nel dicembre 1970, avrebbero preso parte anche centinaia di affiliati alle cosche.

    Un uomo da romanzo, il “principe nero”. Ex comandante della Decima Mas, fiero e carismatico avrebbe tentato di mettere in atto l’ultimo colpo d’ala di una vita avventurosa. Sfruttando, peraltro, il periodo che viveva la Calabria. Esattamente in quegli anni, infatti nasce la Santa, la ’ndrangheta lega il proprio destino alla massoneria. Un legame che è proseguito negli anni e che è ben stretto ancora oggi.

    Un sentiero che porta a Montalto, nel cuore dell’Aspromonte

    Il summit di Montalto

    Tutto affonda nel summit di Montalto del 26 ottobre 1969. In quell’incontro, nel cuore dell’Aspromonte, l’anziano patriarca Peppe Zappia ammonisce sulla necessità della ‘ndrangheta di organizzarsi, di essere unita. «Non c’è ’ndrangheta di Mico Tripodo, non c’è ’ndrangheta di ’Ntoni Macrì, non c’è ’ndrangheta di Peppe Nirta», dovrà tuonare nel corso della riunione. Si discute di strategie, si discute di equilibri, si discute dell’alleanza con la Destra eversiva. Quella di Junio Valerio Borghese. Ma anche di Stefano Delle Chiaie, uomo forte di Avanguardia Nazionale. Legami, quelli tra le cosche calabresi e la destra eversiva, che si protrarranno per anni, fino ai rapporti tra la cosca De Stefano e Franco Freda.

    Stefano Delle Chiaie in un’aula di tribunale durante uno dei tanti processi che lo hanno visto coinvolto

    Le divergenze tra i clan scaturiranno, invece, negli anni Settanta, nella prima guerra di mafia, in cui cadranno, tra gli altri, don ’Ntoni Macrì, e don Mico Tripodo (ucciso nel carcere di Poggioreale), oltre ai fratelli Giovanni e Giorgio De Stefano, che fanno parte, però, della “nuova mafia”. Del nuovo che avanza, appunto.

    La ‘ndrangheta e le mafie in generale sarebbero dovute essere l’esercito di Borghese. Di contatti fra elementi mafiosi ed emissari di Junio Valerio Borghese parla anche il boss siciliano Luciano Liggio nel corso di una udienza svoltasi il 21 aprile 1986 dinanzi alla Corte d’Assise d’Appello di Reggio Calabria. Liggio racconterà di una riunione che si era tenuta a Catania con la presenza di Salvatore Greco, Tommaso Buscetta e dello stesso Liggio per discutere in merito all’adesione al golpe.

    Il piano per il Golpe Borghese

    Proprio i De Stefano e i Piromalli – le due cosche che, più delle altre, sarebbero artefici dell’ingresso della ‘ndrangheta nella massoneria – sarebbero state le famiglie calabresi più impegnate a favore del progetto di Borghese. A un nucleo speciale coordinato da Gelli sarebbe stato affidato il compito di rapire il Presidente della Repubblica, Giuseppe Saragat.

    Il particolare emerge dalla sentenza-ordinanza emessa dal giudice di Milano, Guido Salvini. «Si trattava di un compito primario sul piano operativo e istituzionale nell’ambito del progetto di golpe e non è un caso che tale incarico fosse affidato ad un uomo del livello di Gelli, che godeva di molteplici, e allora ancora nascosti, contatti con i Servizi Segreti, l’Esercito, l’Arma dei Carabinieri e forse con Centrali internazionali» – si legge nel documento.

    La presa del potere

    «Italiani, l’auspicata svolta politica, il lungamente atteso colpo di stato ha avuto luogo. La formula politica che per un venticinquennio ci ha governato, e ha portato l’Italia sull’orlo dello sfacelo economico e morale ha cessato di esistere. Nelle prossime ore, con successivi bollettini, vi saranno indicati i provvedimenti più importanti ed idonei a fronteggiare gli attuali squilibri della Nazione. Le forze armate, le forze dell’ordine, gli uomini più competenti e rappresentativi della nazione sono con noi; mentre, d’altro canto, possiamo assicurarvi che gli avversari più pericolosi, quelli che per intendersi, volevano asservire la patria allo straniero, sono stati resi inoffensivi. Italiani, lo stato che creeremo sarà un’Italia senza aggettivi né colori politici. Essa avrà una sola bandiera. Il nostro glorioso tricolore! Soldati di terra, di mare e dell’aria, Forze dell’Ordine, a voi affidiamo la difesa della Patria e il ristabilimento dell’ordine interno. Non saranno promulgate leggi speciali né verranno istituiti tribunali speciali, vi chiediamo solo di far rispettare le leggi vigenti. Da questo momento nessuno potrà impunemente deridervi, offendervi, ferirvi nello spirito e nel corpo, uccidervi. Nel riconsegnare nelle vostre mani il glorioso tricolore, vi invitiamo a gridare il nostro prorompente inno all’amore: Italia, Italia, viva l’Italia!»

    Con queste parole, l’ex comandante della X Mas avrebbe dovuto salutare la presa del potere. Non un progetto fantasioso di arzilli nostalgici del Ventennio, ma un piano studiato nei minimi particolari in accordo con diversi vertici militari e membri dei Ministeri. Il golpe del Principe nero prevedeva l’occupazione del Ministero dell’Interno, del Ministero della Difesa, delle sedi Rai e dei mezzi di telecomunicazione (radio e telefoni) e la deportazione degli oppositori presenti nel Parlamento.

    Le dichiarazioni dei pentiti

    Tra i primi a riferire, nel 1992, dei legami tra ’ndrangheta e Destra eversiva per il tentato golpe Borghese è il collaboratore di giustizia Giacomo Lauro. Dichiara anche che nell’estate del 1970 avvenne un incontro a Reggio Calabria tra i capibastone dei De Stefano (Paolo e Giorgio) e il principe Borghese attraverso l’avvocato ed ex parlamentare Paolo Romeo (secondo il collaboratore, ’ndranghetista ed esponente di Avanguardia Nazionale) per discutere sul colpo di stato.

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    Paolo De Stefano, boss della omonima famiglia prima di essere ucciso nel 1985

    Le sue dichiarazioni sono contenute nella sentenza-ordinanza del giudice istruttore di Milano, Guido Salvini, sulle attività della Destra eversiva. Nello stesso procedimento figuravano, tra gli altri, proprio Stefano Delle Chiaie e Licio Gelli: «[…] Più volte alla ’ndrangheta fu richiesto di aiutare i disegni eversivi portati avanti da ambienti della Destra extraparlamentare fra cui Junio Valerio Borghese; il tramite di queste proposte era sempre l’avvocato Paolo Romeo. I De Stefano erano favorevoli a questo disegno e in particolare al programmato golpe Borghese».

    A parlarne è anche l’ex estremista nero, Vincenzo Vinciguerra: «La mobilitazione avvenne nella provincia di Reggio Calabria e si trattava di un gran numero di uomini armati. Anche in Calabria venne fatto riferimento, da persona che non intendo nominare, alla possibilità di mobilitare 4000 uomini sempre appartenenti alla ’ndrangheta ove la situazione politica lo richiedesse».

    Gli appartenenti alla ’ndrangheta, armati e mobilitati per l’occasione sull’Aspromonte, erano stati messi a disposizione dal vecchio boss Giuseppe Nirta, estimatore di Stefano Delle Chiaie il quale era in grado, secondo lui, di «ristabilire l’ordine nel Paese». Sul punto, anche il collaboratore Serpa ricorda come il summit di Montalto, dell’ottobre del 1969, dovesse servire per trovare un accordo tra i clan e il principe Borghese: «A Montalto doveva essere sancita l’alleanza tra l’organizzazione mafiosa calabrese e il gruppo eversivo di destra presente allo stesso summit e guidato dal principe Borghese».

    Golpe Borghese, salta tutto

    Il golpe sarà però annullato per motivi ancora oggi, a distanza di oltre cinquant’anni, oscuri. Con l’avvio delle indagini Borghese fuggirà in Spagna, dove morirà nel 1974. I procedimenti imbastiti, tuttavia, finiranno con un nulla di fatto. Piuttosto accreditati, ma non provati, i coinvolgimenti sia dei Servizi segreti italiani, in particolare il Sid (Servizio Informazioni Difesa), sia della Cia americana. Un progetto che avrebbe visto un inquietante connubio tra destra eversiva, Servizi segreti, massoneria deviata (la P2 di Licio Gelli) e criminalità organizzata.

    Paolo De Stefano, boss della omonima famiglia prima di essere ucciso nel 1985
    Licio Gelli, è stato il capo della P2

    Da ultimo, sul punto, il racconto di Carmine Dominici, ex appartenente ad Avanguardia Nazionale e in quegli anni molto vicino proprio a Delle Chiaie. Quando decide di collaborare con la giustizia, Dominici parla del ruolo che l’organizzazione estremista avrebbe avuto in alcune delle vicende più oscure della storia d’Italia, tra cui la strage di piazza Fontana. Parla anche del golpe progettato da Junio Valerio Borghese. E racconta delle grandi manovre gestite, in quel periodo, dal marchese Fefè Genoese Zerbi, che era il referente di Avanguardia Nazionale sul territorio:

    «[…] Anche a Reggio Calabria eravamo in piedi tutti pronti per dare il nostro contributo. Zerbi disse che aveva ricevuto delle divise dei Carabinieri e che saremmo intervenuti in pattuglia con loro, anche in relazione alla necessità di arrestare avversari politici che facevano parte di certe liste che erano state preparate. Restammo mobilitati fin quasi alle due di notte, ma poi ci dissero di andare tutti a casa. Il contrordine a livello di Reggio Calabria venne da Zerbi».

  • Cosa succede all’interno delle carceri reggine?

    Cosa succede all’interno delle carceri reggine?

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    «La vita carceraria fa vedere le persone e le cose come sono in realtà. Per questo ci si trasforma in pietra», scriveva Oscar Wilde. Vale per i detenuti, certamente. Ma vale anche per chi, a vario titolo, svolge un ruolo nell’amministrazione penitenziaria. E ciò che, negli ultimi mesi, è emerso e sta emergendo sugli istituti penitenziari di Reggio Calabria è a dir poco inquietante.

    La ‘ndrangheta dietro le sbarre del carcere di Reggio

    Due le strutture del capoluogo dello Stretto. La prima è lo storico edificio di San Pietro, che oggi ospita i detenuti di alta sicurezza e coloro i quali stanno scontando la propria pena definitiva. Negli anni, quel carcere che costeggia il torrente Calopinace ha ospitato i boss più importanti della ‘ndrangheta.

    Lì viene anche ucciso Pasquale Libri, figlio naturale del superboss don Mico Libri. È il 19 settembre del 1988, quando viene freddato con un colpo di fucile di precisione all’interno del carcere di Reggio Calabria.
    I sicari si appostano sul terrazzo di uno stabile in costruzione, sito tra via Carcere Nuovo e vico Furnari, in un luogo che si affaccia sul cortile della sezione “Cellulare” dell’istituto penitenziario di San Pietro. La vittima viene raggiunta in pieno viso, esattamente all’altezza della narice sinistra, da un proiettile, non appena discesi i gradini d’ingresso al cortile esterno.

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    Pasquale “Il Supremo” Condello tra due carabinieri

    Le indagini riconducono immediatamente la causale dell’omicidio alla guerra di mafia all’epoca in corso tra le cosche reggine. Autore del delitto, su ordine di Pasquale Condello, il “Supremo”, sarebbe stato Giuseppe Lombardo (poi divenuto collaboratore di giustizia), detto “Cavallino” per l’attitudine sinistra di inseguire e finire le proprie vittime.

    Il caso Saladino: morire in infermeria a 29 anni

    Di più recente costruzione la casa circondariale di Arghillà, che sorge nel quartiere degradato a nord della città. Ospita una popolazione molto più ampia di detenuti, essendo destinata a quelli di media sicurezza. E lì, in quelle celle – forni in estate e freezer in inverno – che muore il giovane Antonio Saladino, ristretto in custodia cautelare. È il 18 marzo 2018.

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    Antonio Saladino, morto a 29 anni nel carcere di Reggio Calabria

    Un decesso, ancora oggi, avvolto nel mistero. Saladino, stando alle testimonianze rese dai compagni di cella, accusava già da parecchi giorni malessere e disturbi fisici culminati in un tragico epilogo: la morte del detenuto, a soli 29 anni, nell’infermeria del carcere.

    A distanza di quasi quattro anni da quella vicenda, l’inchiesta non ha ancora chiarito alcunché. L’ultimo passaggio, a settembre scorso, quando il Gip ha rigettato la seconda richiesta di archiviazione da parte della Procura della Repubblica, disponendo ulteriori accertamenti.

    L’ex direttrice e i presunti favori ai detenuti

    È invece attualmente a processo l’ex direttrice delle due carceri, Maria Carmela Longo, coinvolta in un’inchiesta per presunti favori ai detenuti. L’arresto per lei è a arrivato nell’estate 2020 con l’accusa di concorso esterno con la ‘ndrangheta. Questo perché l’allora direttrice avrebbe favorito anche esponenti di spicco delle cosche reggine. In questo modo «concorreva – è scritto nel capo di imputazione – al mantenimento ed al rafforzamento delle associazioni a delinquere di tipo ‘ndranghetistico».
    Per i pm, all’interno del carcere di Reggio Calabria c’era «una sistematica violazione delle norme dell’ordinamento penitenziario e delle circolari del Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria».

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    Maria Carmela Longo, la direttrice dei penitenziari reggini sotto accusa

    Tra i detenuti che sarebbero stati favoriti dall’ex direttrice del carcere anche l’avvocato Paolo Romeo, ex parlamentare condannato poi nel processo “Gotha”. Ma anche affiliati alle famiglie mafiose reggine e della provincia come Cosimo Alvaro, Maurizio Cortese, Michele Crudo, Domenico Bellocco, Giovanni Battista Cacciola e altri.
    Nel blitz, furono coinvolti anche alcuni agenti penitenziari, poi scagionati successivamente. Nel processo, insieme all’ex direttrice, solo il medico del carcere di San Pietro.

    I pestaggi in carcere a Reggio

    Ma il vero bubbone, circa le condotte che si sarebbero perpetrate dietro le mura carcerarie, è scoppiato appena pochi giorni fa, con l’arresto di alcune guardie penitenziarie, tra cui il comandante del Corpo presso la casa circondariale, per il presunto pestaggio di un detenuto napoletano, avvenuto proprio nel giorno della visita in città dell’allora ministro della Giustizia, Marta Cartabia.

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    L’ex ministro Marta Cartabia

    Gli agenti coinvolti rispondono, a vario titolo, di tortura e lesioni personali aggravate, ma anche di falso ideologico commesso da pubblico ufficiale in atto pubblico, falso ideologico commesso da pubblico ufficiale in atto pubblico per induzione, omissione d’atti d’ufficio, calunnia e tentata concussione. Arresti arrivati a quasi un anno dall’accaduto. I fatti risalgono infatti al 22 gennaio 2022, quando gli agenti avrebbero sedato con immane violenza la protesta del detenuto che non voleva far rientro nella propria cella.

    E così, senza alcuna determinazione del direttore del carcere, avrebbero condotto l’uomo in una cella di isolamento, dove sarebbe scattato il pestaggio, unito a violenze psicologiche di vario tipo. L’uomo sarebbe stato colpito con i manganelli in dotazione di reparto, ma anche con dei pugni, facendolo spogliare e lasciandolo semi nudo per oltre due ore nella cella ove era stato condotto.

    Il sistema di omertà

    Luogo chiuso ermeticamente, il carcere. Come ovvio, verrebbe da dire. Ma la chiusura, in taluni casi, rischia di sfiorare e superare il livello dell’omertà. Impalpabile, fin qui, il contributo fornito dalla politica, anche quella maggiormente attenta alle dinamiche carcerarie, come l’ala radicale. Inconsistente l’apporto dei vari garanti, regionale e locale. Difficile, quasi impossibile, ottenere informazioni il più possibile vicine alla realtà su quello che accade in quei luoghi, che si reggono su sottili equilibri.

    Equilibri tra detenuti, evidentemente. Ma anche tra personale sanitario e, ovviamente, polizia penitenziaria. Un turbine incontrollato e incontrollabile di notizie e di rumors, in cui la fuoriuscita o meno di qualche notizia somiglia assai spesso a un tentativo di colpire la “banda” rivale. Per coprire il presunto pestaggio, ed evitare conseguenze per una eventuale denuncia da parte del detenuto, il Comandante del Reparto, avrebbe poi redatto una serie di atti (relazione di servizio, comunicazione di notizie di reato ed informative al Direttore del carcere).

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    Nessuno ha invece scalfito minimamente il muro del silenzio. Solo le denunce dei familiari del detenuto, infatti, unite all’osservazione delle telecamere, hanno potuto aprire uno squarcio di luce (ancora tutto da dipanare totalmente) su quanto accade in quei luoghi. Gli stessi che, stando a quanto ci insegna la Costituzione, dovrebbero essere deputati alla rieducazione dei detenuti. Dove, invece tutto si mostra come è in realtà. E come scriveva Oscar Wilde, si diventa pietra.

  • Lo sviluppo che non c’è: l’area di Saline Joniche, tra ‘ndrangheta e truffe dello Stato

    Lo sviluppo che non c’è: l’area di Saline Joniche, tra ‘ndrangheta e truffe dello Stato

    Soffiano ancora i venti della rivolta di Reggio Calabria, quando si parla per la prima volta del porto di Gioia Tauro, che avrebbe dovuto rappresentare l’affaccio sul mare del Quinto centro siderurgico, un sogno svanito al pari delle altre promesse contenute all’interno del cosiddetto “Pacchetto Colombo”: le Officine Grandi Riparazioni e la Liquichimica di Saline Joniche.

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    La zona del Quinto centro siderurgico durante i lavori del 1976 (foto Michele Marino)

    Oggi di quell’opera non resta che uno scheletro che costeggia la SS106, la “strada della morte”. Uno scenario in cui si sarebbe potuta girare la serie Chernobyl: quel pilone altissimo e, attorno, ruderi, capannoni e paludi.
    Saline Joniche è lo specchio dello sviluppo che non c’è in Calabria. Con la devastazione del territorio ancora lì, come monito, a distanza di decenni. E a nessuno con i tanti, tantissimi, fondi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza è venuta in mente un’idea per provare a rilanciare quell’area in provincia di Reggio Calabria.

    La stagione dei grandi appalti

    I Moti di Reggio
    I Moti di Reggio

    Agli inizi degli anni Settanta, conclusi i giorni della rivolta, venne la stagione dei grandi appalti. Un fiume di finanziamenti pubblici inondò Reggio e provincia per la realizzazione di alcune grandi opere. Tra queste, la Liquichimica, il V Centro Siderurgico ed il raddoppio della tratta ferrata Villa S. Giovanni-Reggio Calabria. La prospettiva degli insediamenti industriali e l’esecuzione di alcuni lavori costituiranno quindi il casus belli tra il gruppo emergente della ’ndrangheta, che annoverava nuove leve che sarebbero entrate nella storia della criminalità, e la vecchia generazione che aveva la necessità di riaffermare palesemente il proprio prestigio.

    Da un lato ci sono uomini come i fratelli De Stefano, ma anche Pasquale Condello e Mico Libri; dall’altro ’Ntoni Macrì e don Mico Tripodo. Sono tutti interessati ad opere che non verranno, di fatto, mai realizzate. O che, comunque, non porteranno alcun effettivo beneficio al territorio. Ma alle cosche sì. Grazie a quelle “truffe” governative, la ’ndrangheta si arricchisce e fa il salto di qualità.

    Antonio Macrì

    La crescita della cosca Iamonte

    L’area di Saline Joniche sarà solo un enorme affare per i clan. Come spesso è accaduto in passato. Come spesso accade ancora oggi. Tra gli anni ’60 e gli anni ’70 le cosche calabresi non sono ancora egemoni nel traffico internazionale di droga. Ma proprio attraverso quei denari riusciranno a costruire il proprio futuro. La ‘ndrangheta come la conosciamo oggi è così anche grazie a quei grandi affari. Emblematica, in tal senso, l’ascesa del gruppo Iamonte, una famiglia di macellai assurta oggi al Gotha della criminalità organizzata calabrese. Anche grazie all’affare della Liquichimica e delle Officine Grandi Riparazioni delle Ferrovie dello Stato.

    Ne parla, in particolare, il collaboratore di giustizia Filippo Barreca, uno dei primi e più importanti pentiti della storia della ‘ndrangheta: «[…] La cosca Iamonte è cresciuta attraverso gli appalti della Liquichimica e del porto di Saline Joniche… Ulteriore fonte di arricchimento è poi derivata dalla costruzione dell’Officina riparazione treni sita in Saline Joniche. In sostanza la famiglia Iamonte riceveva tangenti dall’impresa Costanzo di Catania, che è risultata aggiudicataria dell’appalto per la costruzione dell’officina di cui sopra. La tangente veniva pagata grazie all’intervento di Nitto Santapaola e Paolo De Stefano…»

    La droga a Saline Joniche

    Ma il canale ben presto si allarga. Proprio al traffico di droga. La merce che giungeva a Saline Joniche, suddivisa in partite, non era diretta a Iamonte, bensì all’organizzazione De Stefano-Tegano e a quelle di Nitto Santapaola, di Domenico e Rocco Papalia di Platì e dei Calabrò di San Luca. Perché far sbarcare la droga, e in alcune circostanze anche delle armi, proprio a Saline? Natale Iamonte riusciva a ottenere una copertura da parte delle forze istituzionalmente preposte al controllo del porto. Poi, a fronte della “base logistica” fornita, percepiva da tutti i destinatari della merce una percentuale. O in sostanza stupefacente, come nel caso di Nitto Santapaola, o in denaro contante.

    Nitto Santapaola

    Ancora dal racconto di Barreca: «Successivamente il clan Iamonte instaurò un binario proprio e autonomo con Nitto Santapaola in funzione del traffico di stupefacenti […]». Santapaola, quando aveva necessità di individuare coste “sicure” per i suoi traffici non esitava a utilizzare quel territorio sotto il controllo completo della cosca Iamonte. Come infatti ha dichiarato, il 27 novembre 1992, Barreca: «[…] Per quanto concerne il traffico di stupefacenti Natale Iamonte e i figli rifornivano buona parte della provincia di Reggio Calabria e di Milano. La droga arrivava via mare, con navi provenienti dal Medio Oriente che attraccavano nel porto di Saline Joniche».

    Il rapimento Di Prisco

    In questo contesto si incastra il rapimento del giovane napoletano Giuseppe Di Prisco. È il 1976, quelli sono gli anni d’oro della ’ndrangheta con i sequestri di persona. Ma quello di Di Prisco è diverso. Viene effettuato non tanto per il riscatto – che alla fine venne pagato: 180 milioni – quanto per costringere la madre del ragazzo, la baronessa Maria Piromallo Di Prisco a piegarsi. A cedere, cioè, per una cifra identica alla parte di terreno di sua proprietà su cui doveva sorgere la Officina Grandi Riparazioni delle Ferrovie dello Stato. A mettere in atto il rapimento, la cosca Iamonte di Melito Porto Salvo.

    È la stessa baronessa a raccontarlo nel processo che vede imputato e condannato Natale Iamonte. La donna conferma di essere proprietaria dei terreni in Saline Joniche, oggetto di esproprio per dar vita ai due impianti. La Di Prisco si era opposta all’esproprio connesso alla realizzazione della Liquichimica in quanto le venivano formulate offerte imprecise e generiche. Non si era mai giunti alla determinazione della cifra e aveva dato incarico di fare opposizione. La donna avrebbe ricevuto visite di personaggi che si qualificavano rappresentanti dell’Ente ferrovie. Che talvolta le offrivano somme elevate e altre le avanzavano non molto velate minacce («peggio per lei se…» o «meglio per lei se accetta»).

     

    Offerte (più o meno adeguate) e minacce (più o meno esplicite), prima di passare alle vie di fatto. Mandante del rapimento sarebbe proprio Natale Iamonte, il vecchio patriarca della famiglia. Il sequestro di Giuseppe Di Prisco, uno studente ventiduenne, avviene il 22 settembre 1976, poco dopo mezzanotte. In quel momento il ragazzo si trovava nei pressi dell’ingresso della sua proprietà insieme a un amico ad ascoltare musica in macchina.

    L’auto venne ritrovata il giorno successivo in zona pre-aspromontana. Seguirono settimane di trattative e di incontri con intermediari. La richiesta iniziale di riscatto era di due miliardi. All’improvviso i sequestratori abbassarono la richiesta e si accordarono per il pagamento di una cifra di 180 milioni. Il padre del ragazzo, l’avvocato Massimo Di Prisco, pagò l’11 dicembre 1976 lungo una strada che gli era stata indicata, quella che da Melito Porto Salvo sale a Gambarie. Successivamente, vi fu un periodo di silenzio e il ragazzo non venne rilasciato. Fino alla data del 3 gennaio del 1977, quando avvenne la liberazione.

    I motivi del sequestro

    Il collaboratore di giustizia Filippo Barreca parla di un sequestro “anomalo”. Era stato «architettato da Natale Iamonte ed è stato portato a termine dai fratelli Tripodi, i quali sono uomini di Natale Iamonte». Tutto finalizzato ad addomesticare i Di Prisco per far sì che cedessero la loro proprietà. La Liquichimica doveva sorgere ad Augusta, ma era stata spostata per volere di politici importanti in Calabria. Lo Stato aveva stanziato migliaia di miliardi e l’azienda non era destinata a funzionare.

    Natale Iamonte
    Natale Iamonte

    Stando al racconto di Barreca, l’obiettivo del sequestro era quello di conseguire «l’esproprio del terreno. In poche parole, subito dopo il sequestro, il tutto fu sbloccato, mi riferisco agli anni 1976, perché il sequestro avvenne nel 1976 e subito dopo la liberazione dell’ostaggio il tutto fu appianato e quindi iniziarono i lavori per la prosecuzione dello stabilimento della Liquichimica di Saline Joniche». L’altro importante collaboratore degli anni Novanta, Giacomo Lauro, racconta del ruolo degli Iamonte sul sequestro: «Proprio fatto apposta per usufruire di quei terreni dove poi le Ferrovie dello Stato, mi ricordo sempre la frase, “si cambia…”».

    La morte dell’ingegnere Romano

    A rendere la storia della Liquichimica ancora più oscura e inquietante è la morte dell’ingegnere Romano, allora direttore del Genio Civile di Reggio Calabria, che stilò una perizia in cui sconsigliava l’uso di quel terreno perché altamente instabile. La perizia, infatti, sparì e i lavori proseguirono. Il direttore si oppose ma poi morì in uno strano incidente stradale. La sentenza racconta di una «zona grigia fatta di politica, ’ndrangheta e massoneria».

    Dell’accaduto parla anche il collaboratore di giustizia Barreca: «Nelle more di questo fatto si era verificato un episodio: l’uccisione fu fatta passare come un banale incidente, l’uccisione del capo del genio civile Romano. In buona sostanza, il Romano aveva ostacolato con una relazione, perché si era verificato uno smottamento, la prosecuzione dei lavori per via del terreno su cui era sorta la Liquichimica. Si trattava di un tecnico di alta professionalità, che poi fu sostituito». Al posto di Romano arriva un altro tecnico che Barreca definisce «molto malleabile». L’intreccio tra poteri, evidentemente, ottiene il proprio obiettivo.

    La politica

    Quelle Officine le volevano tutti. La ‘ndrangheta e Cosa nostra – con Iamonte e Santapaola, per il tramite dell’impresa Costanzo – così come i politici della zona, socialisti soprattutto. Ma servivano anche alle Ferrovie. Anche stavolta emergono i presunti legami tra mondi che, tra di loro, non avrebbero dovuto dialogare.
    Ci vorranno anni per accendere i riflettori sulla potenza della ‘ndrangheta in Calabria. E sui legami tra la criminalità organizzata e il mondo istituzionale. Nel 1993, i parlamentari Girolamo Tripodi e Alfredo Galasso presentano in Commissione Antimafia una relazione di minoranza sulla ’ndrangheta e sul caso Calabria. Lo spunto è l’eclatante omicidio dell’ex presidente delle Ferrovie dello Stato, il reggino democristiano, Lodovico Ligato, assassinato nell’estate del 1989.

    https://www.youtube.com/watch?v=AEMy9oT9_kQ

    Per i due esponenti politici il movente del delitto Ligato non sarebbe riconducibile a un semplice scontro tra cosche per la conquista del potere., ma a uno scontro politico per la conquista dei fondi pubblici. Un delitto oscuro che vedrà il quasi totale silenzio della Democrazia Cristiana, sebbene Ligato fosse «uno di loro», come dirà Oscar Luigi Scalfaro. Trame oscure quelle della Democrazia Cristiana in quegli anni.

    L’uomo forte in Calabria è il deputato cosentino Riccardo Misasi, anch’egli indagato per associazione mafiosa dalla Procura della Repubblica di Reggio Calabria. Misasi, peraltro, non è l’unico politico di rango a essere indicato (venendo comunque prosciolto) per rapporti con la ’ndrangheta. Il “leone socialista” Giacomo Mancini  viene menzionato dal collaboratore Giacomo Lauro, con riferimento alla vicenda della Liquichimica di Saline Joniche e ai presunti collegamenti con la cosca di Melito Porto Salvo. Un altro collaboratore, Giuseppe Scopelliti, accosta invece il nome di Mancini al casato dei Piromalli di Gioia Tauro. Cosca, se possibile, ancor più potente della famiglia Iamonte. Tutte accuse che non troveranno alcuno sbocco giudiziario.

    Saline Joniche, l’ultima idea prima del buio

    Oggi l’area di Saline Joniche è quell’ecomostro che chiunque, da un cinquantennio a questa parte, è abituato a vedere quando percorre la SS 106 jonica. Non uno straccio di sviluppo. Né imprenditoriale, né turistico. Chilometri e chilometri di paesini a volte poco abitati, di nulla e di scempi ambientali. L’ultimo tentativo di usarla per qualcosa è di alcuni anni fa. Un colosso svizzero – la SEI Repower – si era messa in testa di costruirci una centrale a carbone. Proprio quando, già da tempo, un po’ ovunque quella fonte di energia scompare, dismessa, sostituita con qualcosa di più sostenibile, l’unica idea per la Calabria riportava indietro di decenni.

    Protesta contro il carbone a Saline Joniche
    Protesta contro il carbone a Saline Joniche

    Una campagna marketing per propugnare l’ecologia di quel progetto. Come se esistesse il “carbone pulito”. Contro quella centrale, infatti, si espresse per mesi il grosso della popolazione calabrese. In particolare quella reggina. Fu, soprattutto, uno sparuto gruppo di cittadini di quelle zone, costituitisi in un comitato spontaneo, a sfidare, anche legalmente davanti alla giustizia amministrativa, quel colosso. Una battaglia che appassionò tutti e che costrinse, alla fine, anche la Regione (che aveva parere vincolante) a schierarsi contro il progetto. Il caso più scolastico della vittoria di Davide contro Golia.

    Neanche stavolta però, con i soldi del Pnrr sul tavolo, qualcuno ha pensato di ridare decoro a quella zona e alla sua popolazione. Che immagina qualcosa di diverso per un’area che è l’emblema dei fallimenti e degli imbrogli della politica. Ma, soprattutto, del degrado calabrese e del disinteresse di cui “gode” la regione a livello nazionale.

  • 2022, fuga da Reggio Calabria: uffici in Procura sempre più vuoti

    2022, fuga da Reggio Calabria: uffici in Procura sempre più vuoti

    Fuga dalla Procura di Reggio Calabria. Negli anni, l’ufficio requirente della città dello Stretto è stato l’avanguardia della lotta alla ‘ndrangheta. Gli anni iniziati, nel 2008, con l’avvento in città del “corso palermitano” targato Giuseppe Pignatone, ma anche Michele Prestipino e Ottavio Sferlazza, hanno segnato una svolta nella lotta al crimine organizzato.

    Procura di Reggio Calabria: arrivano i palermitani

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    Giuseppe Pignatone, ex capo della Procura di Reggio Calabria

    All’avvento dei palermitani, infatti, la lotta alla ‘ndrangheta nella provincia di Reggio Calabria era quasi all’anno zero, ferma agli anni del maxiprocesso “Olimpia”. In circa quattro anni di gestione, quel modello portò all’arresto di quasi tutti i boss di Reggio e provincia, che erano latitanti da decenni. Da Pasquale Condello, “il Supremo”, a Peppe De Stefano, l’elemento più carismatico del casato del rione Archi, fino a Giovanni Tegano, “l’uomo di pace”. E poi, ancora, le inchieste “Fehida”, che ricostruì la strage di Duisburg e la faida di San Luca. O ancora, spostandosi sulla Piana di Gioia Tauro, le operazioni “Cent’anni di storia” e “Maestro”, contro le cosche Piromalli e Molè. Oppure quelle “All inside” e “Vento del Nord”, sui clan Pesce e Bellocco. Un (iper)attivismo giudiziario culminato con l’operazione “Crimine”, scattata il 13 luglio 2010, che porterà alla fondamentale pronuncia dell’unitarietà della ‘ndrangheta.

    Con Gratteri l’attenzione si sposta su Catanzaro

    Una Procura d’avanguardia nella lotta alla ‘ndrangheta, insomma. A proseguire l’opera anche il successore di Pignatone, quel Federico Cafiero de Raho che, con metodi diversi, con una strategia comunicativa più “smart” ha portato l’ufficio del sesto piano del Cedir a fuoriuscire dalla dimensione provinciale ed essere ambito anche per la possibilità di far carriera. Gli stessi capi, Pignatone e De Raho, avevano, infatti, un curriculum importante nella lotta ad altre organizzazioni criminali, come Cosa nostra e camorra.

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    Nicola Gratteri durante il maxi processo Rinascita-Scott

    Se, quindi, per circa un decennio, è stata la Procura di Reggio Calabria a dettare la linea del contrasto repressivo alla ‘ndrangheta, l’avvento di Nicola Gratteri a capo della Procura di Catanzaro ha spostato nel capoluogo di regione l’attenzione (anche mediatica) sul fenomeno ‘ndranghetista. Tutto ciò corrisponde anche a uno svuotamento che la Procura reggina sta subendo. Non tanto e non solo in termini numerici, quanto in termini qualitativi.

    Il “decennio d’oro” della Procura di Reggio Calabria

    Se, infatti, dal 2008 al 2018, la Procura di Reggio Calabria è stata un ufficio di frontiera, dove poter misurare le proprie doti di investigatore con quella che, unanimemente, è riconosciuta come l’organizzazione mafiosa più ricca e potente, negli anni successivi si è ritornati a quella dimensione ristretta che, nella scelta della collocazione, attira, quasi esclusivamente, magistrati locali oppure di prima nomina. Negli anni, infatti, diversi sono stati i magistrati che, conoscendo e fiutando la verve di Gratteri, hanno scelto di spostarsi nel capoluogo. Qualche esempio? Antonio De Bernardo, che alla Dda di Reggio Calabria ha colpito duramente le cosche della Locride. Oppure Annamaria Frustaci, che oggi è alla Dda di Catanzaro. O, ancora, Giulia Pantano, per anni pm antimafia con competenza sulla Piana di Gioia Tauro e oggi procuratore aggiunto di Reggio Calabria.

    Vecchi e nuovi addii

    Ma negli anni la Procura di Reggio Calabria ha perso magistrati che sono andati a occupare incarichi di primissimo livello. Da Giovanni Musarò, cui si deve il merito, da pm a Roma, di aver riaperto il caso Cucchi. A Matteo Centini, il pm che, andando via da Reggio, ha scoperto la caserma degli orrori a Piacenza. E, ancor prima, Beatrice Ronchi, che in riva allo Stretto aveva indagato sui rapporti tra ‘ndrangheta e magistratura e che da pm antimafia di Bologna lega il proprio nome all’inchiesta “Aemilia”, la più importante sulle cosche in Emilia Romagna. Ha deciso di allontanarsi dal sesto piano del Cedir anche Roberto Di Palma, uno dei massimi esperti di ‘ndrangheta, oggi procuratore per i minorenni.

    Il Cedir a Reggio Calabria

    Nei prossimi mesi si libereranno altri due posti in Dda: andranno via Francesco Ponzetta (pm con competenza sulla Piana di Gioia Tauro) e Antonella Crisafulli (che invece si occupa delle cosche della Locride). A fronte di perdite del genere, l’ufficio si è rimpolpato di un numero congruo di giovani magistrati, spesso di prima nomina. Fin qui, però, non sono riusciti a portare i risultati che un territorio come quello reggino necessiterebbe.

    La Procura di Reggio Calabria decapitata

    Tutto questo in un momento in cui anche l’immagine pubblica dell’Ufficio è stata scalfita dalla decisione del Consiglio di Stato che ha annullato (dopo quattro anni) la nomina di Giovanni Bombardieri a capo della Procura, definendola “illogica” nelle motivazioni. E sono tuttora vacanti due posti di procuratore aggiunto su tre. L’ultimo in ordine di tempo, il procuratore aggiunto Gaetano Paci che, dopo otto anni, ha ottenuto la nomina come procuratore di Reggio Emilia. È invece vacante da oltre otto mesi l’altro posto di procuratore aggiunto, quello lasciato libero da Gerardo Dominijanni, che si è insediato in Procura Generale il 15 ottobre 2021.

  • Il Brasile salva Morabito: come mai salta l’estradizione del re della coca?

    Il Brasile salva Morabito: come mai salta l’estradizione del re della coca?

    In Brasile è già una celebrità. Il suo caso sta dividendo l’opinione pubblica e gli esperti. E, probabilmente, lo farà ancora per un po’ di tempo. Perché in Brasile, Rocco Morabito, rimarrà ancora. Secondo quanto rivelato dalla stampa locale, lo stato carioca avrebbe bloccato l’estradizione di quello che è considerato uno dei boss della ‘ndrangheta più importanti, nonché uno dei narcotrafficanti più influenti a livello globale.

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    Rocco Morabito scortato dalla polizia federale brasiliana

    Brasile: Morabito salvato dalla carceri italiane

    Morabito potrebbe essere (temporaneamente?) salvato dalle carceri italiane per via di alcuni cavilli giurisprudenziali brasiliani. Avrebbe infatti commesso reati per i quali la sua estradizione in Italia potrebbe essere posticipata fino alla conclusione di un eventuale nuovo processo. Un caso piuttosto insolito – emerge da fonti brasiliane de I Calabresi – dato che, assai recentemente, la Corte suprema del Brasile (una sorta di organo a metà tra la Cassazione e la Corte Costituzionale) aveva confermato l’estradizione del boss calabrese.

    Ma ora l’autorità brasiliana contesta a Morabito altri reati prima dell’ultima cattura. Avrebbe infatti commercializzato droga fino a poche settimane prima rispetto al suo arresto avvenuto nel 2021. Un business messo in atto con il cartello brasiliano Primo comando della capitale (Pcc), che a sua volta li avrebbe venduti a trafficanti brasiliani che li avrebbero distribuiti in località del litorale di San Paolo come Guarujà.

    Chi è Rocco Morabito

    «El rey de la cocaina en Milàn». Così il giornale El Observador definiva qualche tempo fa Morabito. Al momento della sua cattura era considerato il ricercato più pericoloso dopo Matteo Messina Denaro, la primula rossa di Cosa Nostra, irreperibile da decenni. Condannato in contumacia a 30 anni dalla giustizia italiana, comminata dopo che agenti sotto copertura lo avevano sorpreso a pagare 13 miliardi di lire per un carico di droga di quasi una tonnellata.

    Originario di Africo, in provincia di Reggio Calabria, feudo della cosca di Peppe, “u Tiradrittu”, la definizione data dal giornale El Observador non è casuale. Morabito a 25 anni ha lasciato l’Aspromonte per Milano dove era entrato nel giro dei giovani rampanti del centro per curare lo spaccio di cocaina. Stando alla sua storia giudiziaria e criminale, tra il 1988 e il 1994 avrebbe fatto parte di un gruppo del narcotraffico, nel quale organizzava il trasporto della droga in Italia e la distribuzione a Milano.

    “Tamunga” – questo il suo soprannome, dalla storpiatura dell’indistruttibile fuoristrada tedesco Dkw Munga. Restano nella “storia” del traffico internazionale di stupefacenti alcuni carichi di droga che Morabito avrebbe trattato. Nel 1993 di 32 kg di cocaina in Italia, operazione fallita a causa della cattura in Francia di un trafficante, e di 592 kg nel 1992 dal Brasile all’Italia, droga confiscata in quest’ultimo Paese. Da ultimo, un’operazione l’anno successivo con 630 kg di cocaina.

    Morabito è detenuto in Brasile da circa un anno, quando, cioè, un blitz interforze lo scovò a Joao Pessoa insieme a un altro latitante, Vincenzo Pasquino, ricercato almeno dal 2019. Da quel momento si è iniziato a lavorare per la sua estradizione nel più breve tempo possibile.

    Il business con le cosche della Piana

    La sua figura emerge con grande chiarezza nell’inchiesta “Magma”, condotta dalla Dda di Reggio Calabria contro le cosche Bellocco e Gallace, attive proprio nel traffico internazionale di stupefacenti con il Sud America.  Le investigazioni avrebbero di dimostrato come i Bellocco, uno dei casati storici della ‘ndrangheta della provincia di Reggio Calabria, avessero esportato anche oltreoceano le loro attività criminali, grazie alle relazioni con cosche come i Morabito e i Mollica di Africo.

    Così, nell’area platense, tra Buenos Aires e Montevideo, i calabresi dialogavano da pari a pari con i cartelli sudamericani, coordinando l’acquisto e la spedizione di quintali di cocaina verso l’Italia e l’Europa. L’area platense, quella che si trova vicina al Rio della Plata su cui si affacciano quasi dirimpettaie Buenos Aires e Montevideo, capitale dell’Uruguay è diventata da tempo una zona su cui si sono installati vari gruppi di ‘Ndrangheta in contatto con i narcos di Colombia, Bolivia e altri paesi Centroamericani.

    L’indagine prese avvio dopo il sequestro di 385 chili di cocaina rinvenuti in mare al largo di Gioia Tauro. Da quell’episodio la Guardia di finanza ha ricostruito la rete dei Bellocco che avevano da tempo ormai loro referenti in Sudamerica. Tra cui proprio Rocco Morabito, “Tamunga”.

    Il primo arresto

    Già nel 2017, infatti, era stato arrestato in un hotel di Montevideo dopo 23 anni di latitanza. In quell’occasione, “Tamunga” si celava dietro la falsa identità di un imprenditore brasiliano di 49 anni, di nome Francisco Cappeletto. Stratagemma, questo, che gli aveva consentito di ottenere una carta d’identità uruguayana.

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    Il documento falso ritrovato a Rocco Morabito

    La cattura era avvenuta in un hotel di Montevideo, insieme alla moglie, una 54enne angolana con passaporto portoghese. Morabito risiedeva da 13 anni nella vicina località balneare di Punta del Este. Si sospettava che fosse fuggito in Brasile ma le indagini in Uruguay erano scattate dopo che aveva iscritto una figlia a scuola sotto il suo vero nome. A Morabito furono confiscati una pistola, un coltello, due autovetture, 13 cellulari, 12 carte di credito e assegni in dollari.

    Specialista in evasioni

    La revoca dell’estradizione di Morabito sta facendo discutere il Brasile. Anche perché il narcotrafficante calabrese è esperto in evasioni dalle carceri sudamericane. Nel giugno 2019, la clamorosa evasione mentre anche in quel caso era in attesa dell’estradizione.

    Morabito sarebbe riuscito a fuggire insieme ad altri tre detenuti dalla terrazza del carcere ubicato nel pieno centro della capitale. Si sarebbe quindi introdotto in un appartamento confinante situato ai piani alti e, dopo aver derubato una donna, sarebbe scappato in taxi.

    Scene da film, latitanze dorate, possibili anche grazie alla sua fitta rete relazionale costruita in Sud America. Fin dai tempi della vita a Milano, infatti, Morabito spicca per la sua capacità di inserirsi molto bene nei salotti più importanti dell’alta società. Anche con lo scopo di penetrare le istituzioni.

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    Rocco Morabito, supernacotrafficante arrestato dopo oltre 20 anni di latitanza

    Brasile: Morabito è un caso che divide il Paese

    Ora una nuova tappa nell’incredibile vita di “Tamunga”. La sua estradizione, infatti, nonostante le pronunce della Corte suprema, doveva essere autorizzata dal presidente Jair Bolsonaro. Ma proprio nelle ultime ore, il ministero della Giustizia avrebbe bloccato tutto.

    L’ordinanza è firmata dal segretario nazionale alla Giustizia, Josè Vicente Santini, uno dei fedelissimi di Bolsonaro. Ma la vicenda, anche sotto il profilo legale, non è così chiara. La legge in vigore in Brasile impedirebbe l’estradizione se vi sono procedimenti pendenti o condanne definitive in Brasile. Tale procedura può essere completata solo su richiesta della persona che dovrebbe essere trasferita. Oppure su autorizzazione della giustizia brasiliana.

    Insomma, per qualcuno, Morabito potrebbe essere deportato in Italia solo quando il caso si fosse concluso. Ma altri giuristi sostengono che “Tamunga” potrebbe rientrare in Italia prima della conclusione di un eventuale nuovo processo. Ma per adesso il re del narcotraffico non tornerà in Italia, da dove manca (almeno ufficialmente) da oltre 30 anni.

  • Anziani tra urine ed escrementi: la casa di riposo lager a Reggio

    Anziani tra urine ed escrementi: la casa di riposo lager a Reggio

    Tutto nasce dalla morte di un anziano, avvenuta circa un anno e mezzo fa. Ma il corso delle indagini ha svelato ai carabinieri del NAS uno scenario da incubo. Un lager. Questa era la vera connotazione della casa di riposo abusiva scoperta a Reggio Calabria.

    Un lager a Reggio Calabria

    Agli arresti domiciliari due donne, titolari di una casa di riposo abusiva, e tre loro dipendenti. L’indagine condotta dal NAS su coordinamento della Procura della Repubblica di Reggio Calabria, contesta agli indagati i reati di maltrattamenti verso conviventi e abbandono di persone incapaci, aggravati dall’aver causato la morte di un ospite. Altri 7 soggetti sono stati deferiti in stato di libertà per diversi illeciti penali.

    I Nas hanno svolto l’inchiesta – denominata “La Signora” – tramite intercettazioni telefoniche e l’acquisizione delle cartelle cliniche, nonché ispezioni igienico sanitarie, pedinamenti e osservazioni.

    Il decesso a fine gennaio

    Le investigazioni nascono dalla querela di una donna il cui marito, affetto da malattia neurodegenerativa, era deceduto dopo un periodo di degenza presso la casa di riposo oggetto di indagine. Un episodio che avviene alla fine del gennaio 2021.

    Gli investigatori ipotizzano che l’uomo sarebbe stato vittima di maltrattamenti e abbandono che avrebbero causato un peggioramento irreversibile della sua condizione clinica fino a giungere al decesso.

    La lista degli orrori nel lager di Reggio Calabria

    Le indagini individuano almeno 15 anziani che avrebbero subito i maltrattamenti all’interno della casa di riposo abusiva. Malnutriti, peraltro con cibo di pessima qualità o scaduto. Anziani che erano quasi tutti allettati, ma fatti rimanere in ambienti freddi, senza riscaldamento né acqua calda.

    Proprio quest’ultimo dettaglio ha portato gli inquirenti ad accertare anche le normali pratiche igieniche personali e degli ambienti, che sarebbero risultate totalmente assenti. Gli anziani sarebbero stati costretti a espletare i propri bisogni su sé stessi e sul letto dove dormivano. Costretti a dormire tra le loro feci e le loro urine, alcuni di loro si sarebbero anche ammalati di scabbia.

    Gli aguzzini, per non essere disturbati, avrebbero anche somministrato arbitrariamente medicinali e psicofarmaci, sostanzialmente per sedare e drogare gli ospiti, in modo che non chiedessero neanche un bicchiere d’acqua. Tra questi farmaci anche l’Entumin, che appartiene alla categoria degli antipsicotici. Farmaco di vecchia generazione, con possibili effetti di natura cardiaca e renale anche mortali.

    Soggetti già con precedenti specifici

    La casa di cura abusiva ritenuta un lager dagli inquirenti si trova in una zona molto centrale di Reggio. Le persone coinvolte avrebbero già dei precedenti specifici, avendo già in passato realizzato delle case famiglia non a norma o non autorizzate.

    Le titolari, in concorso con la cuoca ed altra dipendente, sono indagate anche per il reato di epidemia colposa in quanto avrebbero agevolato il propagarsi di un focolaio Covid tra gli ospiti. Un’epidemia scoppiata in un momento in cui il virus mordeva ancor più duramente e celata in tutti i modi non solo ai familiari delle vittime e all’Azienda sanitaria, ma anche agli altri dipendenti.

    Altri due dipendenti sono indagati per sostituzione di persona. Avrebbero fatto credere ad una anziana signora intenzionata a lasciare la casa di riposo, di parlare al telefono con il figlio, che la rassicurava sulla “buona qualità” dell’assistenza e degli operatori che la curavano. Mentre, in realtà, dall’altro capo del telefono vi era un dipendente.

    La geometra indagata

    Oltre alle cinque persone finite agli arresti domiciliari, nell’inchiesta “La Signora” figurano altre sette persone. Tra queste anche una geometra reggina, deferita a piede libero per falso ideologico. Avrebbe attestato requisiti che l’immobile dove sorgeva la casa di cura abusiva non aveva.

    Nel dettaglio, la geometra avrebbe messo nero su bianco l’esistenza di quattro distinte casa-famiglia, che rispettavano i requisiti minimi strutturali. Circostanza destituita di fondamento che ha portato i carabinieri a sequestrare la casa di riposo-lager, con il trasferimento degli ospiti in altre strutture a norma. Ponendo così fine a un incubo durato anni.

  • Francesco Cannizzaro, il potere logora chi non ce l’ha (ma lo ostenta)

    Francesco Cannizzaro, il potere logora chi non ce l’ha (ma lo ostenta)

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    Cosa resta dei milioni annunciati per il rilancio dell’aeroporto di Reggio Calabria? O degli impegni presi per i tirocinanti calabresi? O, ancora, del travestimento alla Camera dei Deputati, con l’intervento con tanto di sciarpa della Reggina al collo? Poco, forse nulla.
    Le elezioni comunali in provincia di Reggio Calabria hanno segnato una clamorosa debacle per il deputato di Forza Italia, Francesco Cannizzaro. Tanto da spingerlo a una accorata (e, per qualcuno, patetica) lettera aperta in cui ha giustificato il proprio infruttuoso impegno.

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    Francesco Cannizzaro con la sciarpa della Reggina al collo

    Cannizzaro annuncia cose

    I più avvezzi all’uso dei social conosceranno le pagine satiriche “Forze dell’ordine che indicano…”, presenti tanto su Facebook, quanto su Instagram. Ebbene, qualche giovane nerd di buona volontà, potrebbe creare la pagina “Cannizzaro annuncia cose”.
    Un continuo fluire verso le redazioni giornalistiche di comunicati stampa, note, interventi, in cui il deputato, che si è cucito addosso il ruolo di plenipotenziario di Forza Italia sul territorio reggino, comunica con toni trionfalistici di aver risolto questo o quel problema. Di aver fatto avere questo o quel finanziamento in tema di trasporti, di turismo, di welfare. Ma cosa resta?

    Non proprio nulla. A quasi 40 anni, infatti, Cannizzaro può già vantare un curriculum politico lunghissimo. Oggi parlamentare della Repubblica Italiana, ha già rivestito il ruolo di consigliere regionale ed è oggi coordinatore provinciale di Forza Italia a Reggio Calabria. Nell’aprile 2021 viene anche nominato responsabile per il dipartimento Sud.

    Chi è Francesco Cannizzaro?

    Francesco Cannizzaro da Santo Stefano d’Aspromonte, è unanimemente riconosciuto come il figlioccio politico dell’ex senatore Antonio Caridi, arrestato con l’accusa di essere stato lo strumento attraverso cui la cupola massonica della ‘ndrangheta si sarebbe infiltrata nelle istituzioni, ma assolto in primo grado nell’ambito del processo “Gotha”. E questo nonostante la Dda di Reggio Calabria ne avesse chiesto la condanna a 20 anni di reclusione, considerandolo vicino tanto alle cosche della fascia tirrenica, Raso-Gullace-Albanese, quanto ai Pelle del mandamento jonico e alla famiglia reggina dei De Stefano.

    Cannizzaro da anni è deputato di Forza Italia, avendo anche schivato qualche pericoloso dardo giudiziario. Proprio con Caridi verrà intercettato nell’ambito dell’inchiesta “Alchemia” in casa di soggetti che le inchieste (ma non le sentenze) indicavano vicini alle cosche. Indagato e poi archiviato su stessa richiesta della Dda reggina per presunti rapporti con le famiglie mafiose dell’area grecanica.

    Da ultimo, i magistrati non hanno ravvisato niente di penalmente rilevante nemmeno nelle denunce effettuate dall’allora presidente del Parco Nazionale d’Aspromonte, Giuseppe Bombino, circa presunte ingerenze politiche di Cannizzaro e altri soggetti sul Parco.

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    Antonio Caridi in Senato

    Il bacino elettorale di Francesco Cannizzaro

    Proprio dai comuni che scendono la Vallata dalla “sua” Santo Stefano e da quelli della Piana di Gioia Tauro, Cannizzaro ha avuto alcune delle delusioni politiche più cocenti nell’ultimo turno di elezioni comunali. A cominciare da Villa San Giovanni, dove la giornalista e avvocato, Giusy Caminiti, ha effettuato l’impresa, battendo il candidato Marco Santoro e diventando il primo sindaco donna della città dello Stretto. Lo ha fatto senza l’appoggio dei partiti tradizionali e, anzi, scontrandosi contro il centrodestra compatto, nel regno dell’altro parlamentare forzista Marco Siclari. Tutti uniti e schierati al massimo della potenza al fianco di Santoro, ma sconfitti.

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    Giusy Caminiti

    Stesso discorso a Palmi, dove l’uscente Giuseppe Ranuccio ha sconfitto nettamente l’ex primo cittadino Giovanni Barone, anch’egli sostenuto da Cannizzaro e da tutto il centrodestra. Caminiti e Ranuccio, entrambi di estrazione di centrosinistra, ma non sostenuti da liste del Partito Democratico, che si è materializzato solo quando era il tempo di intestarsi la vittoria. Vincente quando si nasconde. Qualche domanda bisognerebbe farsela anche da quell’altra parte.

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    Giuseppe Ranuccio

    La lettera patetica

    Chi non lascia, ma raddoppia, è proprio Cannizzaro. Travolto dalle critiche e dalle polemiche, alla fine ha dovuto rompere il silenzio e rivolgersi al suo elettorato, ma anche al suo partito, per tentare di salvare il salvabile di una tornata elettorale catastrofica: «Politica, per me, è metterci la faccia» ha esordito. Nel proprio intervento, il parlamentare forzista che pure (a Villa San Giovanni soprattutto) era convinto di riuscire a spuntarla ha cambiato ora versione: «Ci sono dei Comuni dove la sconfitta era quasi scontata. Chi fa politica da 20 anni lo percepisce. Eppure ci sono andato, ci siamo andati, consapevolmente, anche solo per un comizio, un saluto, una parola di sostegno».

    Insomma, un modo per dire, neanche io che sono un fuoriclasse posso fare miracoli. Ma l’apice del pathos arriva con le domande retoriche rivolte al lettore: «E allora vi chiedo, con quale scusa mi sarei dovuto sottrarre alle chiamate di quei giovani che ancora credono nella politica e che magari hanno presentato una proposta costruendo una lista?! C’è chi avrebbe risposto che “un parlamentare, un dirigente nazionale, si espone solo laddove ha la certezza di vincere”… ho ricevuto questa risposta un paio di volte quando ero alle prime esperienze con la politica. E da quelle esperienze ho imparato a non essere come altri».

    Francesco Cannizzaro e i sogni di sindacatura

    La verità è che Cannizzaro, ora, deve giustificare con gli altri colonnelli, non solo di Forza Italia, ma anche del centrodestra, le scelte politiche. Soprattutto per lui che, in maniera neanche tanto nascosta, da più di qualche anno sogna di correre per la poltrona di sindaco di Reggio Calabria. Dopo aver tentato (invano) di posizionare la cugina Giusi Princi a Palazzo San Giorgio, si è “accontentato” di catapultarla alla vicepresidenza della Regione.

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    Cannizzaro e Princi

    Ma questa mossa d’imperio potrebbe aver incrinato qualcosa nello scacchiere del centrodestra. E se anche i risultati (per di più con un trend generale che premia l’ala conservatrice) non arrivano, allora davvero qualcosa può essersi rotto negli equilibri fin qui tenuti dall’apparentemente uomo forte di Forza Italia in provincia di Reggio Calabria.

  • Reggio Calabria, dove la bellezza non è gradita

    Reggio Calabria, dove la bellezza non è gradita

    È l’ennesimo atto che, negli anni, va a colpire la città di Reggio Calabria. Come una mano che tiene la testa sott’acqua e impedisce di risalire e respirare. Così, l’azione dei vandali, ciclicamente, interviene sulla città, ovunque vi sia bellezza e aggregazione. Come a voler frustrare qualsiasi tentativo di affrancamento dal brutto, dal degrado.

    Motorino in fiamme tra le colonne di “Opera”

    Non se n’è accorto nessuno. Almeno fin quando le immagini non sono diventate virali sui social. Ma come abbia fatto quel motorino ad arrivare lì e ad essere divorato dalle fiamme senza che nessuno potesse notare e impedire ciò che stava per succedere, è un mistero.

    Proprio alcuni giorni fa, il Corriere della Sera aveva dedicato uno spazio al lavoro di Edoardo Tresoldi, l’installazione Opera. Le colonne che ornano una delle parti più frequentate del lungomare di Reggio Calabria sono, probabilmente, lo scorcio più “instagrammabile” del centro cittadino. E sui social ci sono finite anche questa volta. Perché tutta la città sta commentando quelle immagini di un motorino, totalmente divorato dalle fiamme, tra le installazioni commissionate dal Comune.

    Incredibile come, in pieno centro, in un orario, quello serale, in cui la via Marina è gremita di persone tutto ciò sia potuto accadere ed essere scoperto (e pubblicato sui social) solo quando il danno era stato fatto. Danno d’immagine, soprattutto. Perché ancora una volta, a essere colpita è la bellezza cittadina.

    Lo sdegno di Falcomatà

    Quell’immagine è stata pubblicata anche dal sindaco sospeso della città, Giuseppe Falcomatà. Proprio colui che, nonostante le polemiche per la spesa effettuata, aveva voluto fregiare il lungomare intitolato al padre Italo, sindaco della Primavera Reggina, delle colonne di Opera.

    «La settimana scorsa abbiamo letto con grande orgoglio sullo speciale living arte del Corriere della Sera che Opera di Tresoldi, è fra i 25 monumenti di arte pubblica più apprezzati in Italia. Stasera dimostriamo di essere primi in assoluto nella speciale classifica della stortìa, o di qualcos’altro… (questo ce lo dirà presto la Polizia che ha già avviato le indagini)», ha scritto non molto tempo fa in un post pubblicato sui social.

    «Se si insegnasse la bellezza…»

    «Se si insegnasse la bellezza alla gente, la si fornirebbe di un’arma contro la rassegnazione, la paura e l’omertà». È la frase più celebre tra quelle attribuite all’attivista antimafia siciliano, Peppino Impastato. Si attaglia perfettamente alla realtà reggina. Una città spesso indicata come la capitale della ‘ndrangheta, dove viene frustrato ogni tentativo di risalita dallo squallore.

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    La scuola d’infanzia del quartiere Arghillà dopo il passaggio dei vandali

    Sono tanti, tantissimi, negli anni, gli atti vandalici che hanno colpito la città, in numerosi luoghi simbolici. Dalla Croce Rossa Italiana ai parchi giochi per bambini, persino scuole e asili. Soprattutto se in quartieri periferici e degradati, luoghi di frontiera, come Arghillà, dove nel novembre 2020 viene vandalizzata una scuola d’infanzia. Lì dove un asilo o una giostrina rappresentano un avamposto di cultura per togliere i più giovani dalla strada e, quindi, dalla delinquenza. Terra bruciata, materialmente e moralmente, che le realtà cittadine hanno tentato, già nelle ore successive, di far rifiorire, ripristinando e ricostruendo il luogo devastato.

    Distruggere il futuro dei bambini

    Nel novembre 2016, ignoti danno alle fiamme l’asilo di Santa Venere, prossimo all’inaugurazione. In un luogo periferico, collinare, difficile anche da raggiungere per via di strade mai completate. Pochi giorni prima, invece gli atti vandalici dell’asilo nido di Archi, il quartiere da cui provengono le famiglie più potenti della ‘ndrangheta.

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    L’emeroteca di via Palmi dopo il rogo di marzo 2018

    Fiamme che devono estirpare ogni speranza di riappropriazione del territorio, di integrazione sociale. Come l’incendio all’ex emeroteca di via Palmi, destinata dall’amministrazione reggina alla creazione di un centro di supporto per le persone down e le loro famiglie. È il marzo 2018. Pochi mesi dopo viene devastato l’asilo comunale Federico Genoese, nella centrale via Aschenez.

    “Quando la musica si spegne”

    È stato ricostruito, con una partecipazione popolare unica,  il Museo dello Strumento Musicale, totalmente distrutto da un incendio nel novembre 2013, in uno dei momenti più bui della storia della città, che un anno prima aveva subito l’ignominia dello scioglimento del Consiglio comunale per contiguità con la ‘ndrangheta, dopo gli anni del “Modello Reggio”.

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    L’incendio nel Museo dello Strumento musicale

    When the music’s over” cantavano i Doors. Duecento metri quadri di spazio espositivo ricavato nell’edificio dismesso dell’ex Stazione Lido della città, ubicata nella Pineta Zerbi, anche in questo caso, a pochi metri dal lungomare cittadino. Bruciata l’intera collezione di strumenti e libri antichi. Un segnale chiaro. Bruciare la magia che crea la musica, proprio come si bruciavano i libri nel distopico romanzo Fahrenheit 451 di Ray Bradbury.

    Comunità disgregate

    Se una vittoria vera è stata raggiunta, da parte della ‘ndrangheta, non è solo quella di essere ormai capace di trattare da pari a pari con i narcos sudamericani o di infiltrare le istituzioni e controllare gli appalti. La vera vittoria è aver disgregato le comunità, convincendo la cittadinanza che è inutile agitarsi troppo, perché le cose non cambieranno mai.

    Atti vandalici nella scuola di Salice

    E così, negli anni non si contano gli atti nei confronti delle strutture e dei luoghi che possono rappresentare cultura e aggregazione, soprattutto per i più giovani: l’incendio alla villetta di Spirito Santo, i vandali nella scuola di Salice, il Parco Botteghelle, le giostrine del Galluppi. E, ancora, i danneggiamenti alla piscina del Parco Caserta o l’incendio al centro sportivo del viale Messina. Strutture dove i giovani vanno ad allenarsi e dove si realizzano momenti di socialità e condivisione. Che evidentemente vanno frustrati sul nascere perché, sempre tornando a Impastato, «bisognerebbe educare la gente alla bellezza: perché in uomini e donne non si insinui più l’abitudine e la rassegnazione ma rimangano sempre vivi la curiosità e lo stupore».

    Crimini impuniti

    Si colpisce tutto, in maniera indiscriminata. A poco più di un mese dall’inaugurazione avvenuta nel centro di Reggio Calabria, in piazza Sant’Agostino, a pochi passi dal Duomo e dalla stazione ferroviaria, alcuni mesi fa la piccola biblioteca internazionale “Umberto Zanotti Bianco” è stata danneggiata da ignoti.

    Poco importa che sia “piccola”. A essere grande è il messaggio, che è un messaggio di mentalità mafiosa. Non vi sono elementi per ipotizzare la presenza della criminalità organizzata dietro tali eventi. In realtà, non vi sono elementi per ipotizzare alcunché. Perché la quasi totalità degli atti vandalici, degli incendi e delle devastazioni che hanno colpito alcuni luoghi simboli della città, è rimasta fin qui senza colpevoli. Ma il messaggio culturale è chiarissimo.